19:12

Meghan Hayes - Seen Enough Leavers

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il suo spirito ‘nomade’ l’ha portata a viaggiare continuamente tra Stati Uniti ed Europa inseguendo sogni personali ed artistici che si sono materializzati attraverso tre dischi che ne rappresentano l’essenza più intima e vera, canzoni nelle quali Meghan Hayes mette tutta la sua sensibilità ed il suo talento. “Seen Enough Leavers” è il risultato, agrodolce,  tra dolore e speranza, della sua attuale situazione privata, inciso ad East Nashville dove risiede in questo periodo. Un disco questo tra country music, ballate dal sapore folk e inflessioni pop-rock con brani che musicalmente richiamano Emmylou Harris e Lucinda Williams per peso letterario e nitido senso melodico, con tutto il suo bagaglio di sofferenza, di forza interiore e, perché no, di ottimismo. “Seen Enough Leavers” è un lavoro vario e piacevole all’ascolto, con interpretazioni sempre intense ed una produzione che fa risaltare perfettamente gli stati d’animo di un’autrice intelligente e propensa a mettere tutta se stessa in ogni momento. Dex Green siede alla consolle di queste session alle quali presta il suo basso, alcune tastiere e capacità ottime, con le chitarre di Audley Freed tra le cose più intriganti e le ‘ospitate’ del songwriter Mando Saenz e del fisarmonicista Derry DeBorja ad impreziosire ulteriormente le canzoni. “Georgette” è la ballata che apre il disco e fissa le coordinate dei suoni che permeano l’album, una canzone cantata con grande trasporto e una melodia che si apre con forza ed energia. L’altro lato, quello più pop ma sempre vigoroso, è rappresentato dalla title-track “Seen Enough Leavers” che però fa trasparire anche sensazioni ‘folkie’ che a me personalmente ricordano certe cose dei Clannad e dei Capercaillie nella loro versione più ‘contemporanea’.  “This Summer’s Sleeper” mi riporta alla mente la poetica di Lucinda Williams in un ‘midtempo’ vincente e limpido, “Burley” si avvale della pedal steel di Thayer Sarrano che rende ancora più intensa l’atmosfera di un’altra piccola perla del disco, “Cora” è più pianistica e raccoglie tutte le sfumature delle migliori ‘southern ballads’ con echi country e soul in un’altra eccellente interpretazione. Da citare ancora in un percorso sonoro maturo e adulto, canzoni come “A Birthday In The Pawnshop (Morristown)”, “Second To Last Stand” dalle movenze quasi ‘byrdsiane’, “Next Time Around” con una voce nuovamente vicina alla migliore Emmylou ed il commiato di “Story Of My Life”, toccante e commovente.
Remo Ricaldone

19:09

Rod Picott - Tell The Truth & Shame The Devil

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Tell The Truth & Shame The Devil” è il disco più intimo e sofferto nel percorso discografico di Rod Picott, un viaggio musicale ed umano di notevole qualità, un coerente ed ispirato modello di canzone d’autore che ha saputo coniugare le radici del suono americano con arguzia e senso melodico. Un disco questo vissuto in solitudine meditando sul senso della vita dopo problemi di salute che nell’inverno 2018/19 hanno rischiato di mettere al repentaglio ed in discussione tutto. A tratti cupo, in altri momenti magicamente ispirato dagli eventi, alla continua ricerca del giusto feeling al di là della perfezione stilistica, questo nuovo lavoro del cantautore di South Berwick, Maine ma residente a Nashville è il ritratto più personale di uno dei migliori nomi attualmente in circolazione, senz’altro uno dei più onesti e genuini. Non mancano le collaborazioni compositive, da quella con l’amico fraterno Slaid Cleaves in “Mama’s Boy”, dal leggero afflato country/folk a quella con Stacy Dean Campbell in “80 John Wallace”, ballata intensa, passando per la partnership con la giovane promessa Ben de la Cour nella eccellente “Beautiful Light” in cui l’armonica dà quel tocco poetico in più. Spesso le atmosfere in bianco e nero, introspettive ed agrodolci di Rod Picott lo avvicinano a “Nebraska” di Springsteen come ad esempio nella magnifica “Spartan Hotel” o in “A 38 Special & A Hermes Purse”, altrove troviamo la ballata riarsa dal sole e dal vento del Texas occidentale come in “A Guilty Man”, “Bailing” e “Folds Of Your Dress”. Da ricordare anche interpretazioni riflessive e dirette come l’iniziale “Ghost”, “Mark”, “Too Much Rain” e “Sunday Best” che completano un quadro che non lascerà insensibili coloro che seguono il cantautorato americano di cui Rod Picott rappresenta, ormai da anni, il lato più poeticamente rilevante.
Remo Ricaldone

19:06

Sam Baker - Horses And Stars

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Sam Baker è un poeta, un grande musicista, un artista a tutto tondo…e un sopravvissuto. Nel 1986 sfuggì ad un attentato terroristico mentre era in viaggio su di un treno in Perù riportando gravi lesioni che lo costrinsero ad un lungo e travagliato recupero fisico e mentale. Un episodio che gli cambiò radicalmente la vita ed il suo modo di pensare, dandogli una nuova prospettiva che gli è valsa una straordinaria sensibilità ora al servizio di una carriera musicale che da tre lustri lo pone come uno dei maggiori storytellers texani e non solo.  Un percorso fatto di pochi ma splendidi album che vanno dall’esordio di “Mercy” (2004) a “Land Of Doubt” (2017) senza perdere nulla in profondità e personalità, trattando spesso temi ‘scomodi’ come dipendenza dalle droghe, razzismo, alcolismo, rapporti umani che definire difficili è dir poco. Ascoltare Sam Baker è sempre un’esperienza che tocca nel profondo e questo suo nuovo disco intitolato “Horses And Stars” ce lo presenta nell’intima versione live in un concerto tenuto nel luglio del 2018 all’Imagine Event Center di Buffalo, New York. Le storie del nativo Texas e di come si cresce in una sperduta cittadina di provincia si miscelano con semplicità e naturalezza con quelle dal più ampio respiro solidale, dalle difficoltà nell’affrontare le sfide di tutti i giorni alla estatica bellezza delle piccole cose. L’apertura affidata alla chitarra elettrica e alla sua inconfondibile voce nella intensa e poetica “Boxes”, la discorsiva “Thursday” e poi “Iron”, “Same Kind Of Blue”, “Migrants”, “Snow” e “Waves” impreziosite da una bella armonica, “Odessa” con le sue ‘citazioni’ di “Hard Times” di Stephen Foster e la toccante “Broken Fingers” tutte affrontate nella più completa solitudine danno l’idea di quale comunione di intenti ci sia tra Sam Baker ed il ‘suo’ pubblico. Una grande persona prima che un grande artista, questo è Sam Baker e “Horses And Stars” merita l’attenzione di chi ama la canzone d’autore nella sua accezione più profonda.
Remo Ricaldone

19:03

Mark Rogers - Laying It Down

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Mark Rogers è cresciuto nell’area di Washington, DC con la passione per le radici della musica americana e con il sogno di diventare musicista di successo, trasferendosi all’inizio degli anni ottanta in California dove ha guidato una band dedita alle commistioni tra country e rock, portandola nei più sperduti locali della west coast. Deluso in qualche modo dagli eventi, il ritorno a casa è coinciso con l’abbandono della musica concepita professionalmente e le decadi successive sono state dedicate interamente alla famiglia. Solo verso il 2012 Mark ha ripreso a cullare sogni musicali e ha ripreso a scrivere canzoni; brani dal sapore acustico ed in qualche maniera legati alla California tra canzone d’autore e stilemi country-rock, interpretati con bello stile chitarristico e una voce idonea ad esprimere il suo essere maturo storyteller. E quindi “Laying It Down” rappresenta il suo esordio da ‘late bloomer’ con una serie di piacevolissime ballate che in qualche momento si elettrificano senza però mai perdere di vista il fascino rilassato ed amichevole del ‘California sound’ degli anni settanta ed ottanta. “Right Here”, canzone che apre il disco, è significativamente il manifesto del suo progetto, con grande cura nelle armonie vocali, ricordi ‘byrdsiani’ e romanticismo profuso in quantità. “Blue Sky Falling” è un altro ottimo esempio, con la chitarra elettrica di Larry Berwald a ricordare certe cose dei Grateful Dead più roots con quel pizzico di psichedelia ad aumentare il fascino melodico. “Swerving” è scorrevole e acustica, un gioiellino che chiude un trittico godibilissimo, mentre ancora da gustare ci sono “No Bigger Fool” dalle movenze più sinuose e rockeggianti, “You Can Lead Me On” ariosa e brillante e “Imagining” dalle movenze carezzevoli, a cui si aggiungono un paio di momenti più (smooth) jazz discreti ma che non rappresentano a mio parere quello che riesce meglio a Mark Rogers, più a suo agio con country music e folk. “Laying It Down” risulta comunque un lavoro interessante per un cantautore da tenere d’occhio.
Remo Ricaldone

17:32

Arroyo Rogers - Single Wide

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La country music che si suonava negli anni 60 e nei 70 è sempre stata la bussola che ha guidato la carriera di Kip e Lisa Mednick Powell fin dai tempi in cui bazzicavano con successo i locali di Austin, Texas, legando il proprio nome a gente come Ray Wylie Hubbard, James McMurtry, Alejandro Escovedo e Radney Foster tra gli altri. Da quel periodo, negli anni novanta, la coppia ha accumulato ulteriori ottime esperienze, spostandosi dapprima nel New York State e poi, puntando verso ovest, nel New Mexico dove hanno contribuito fattivamente con il loro amore per i suoni country & western alla band locale 40 Miles Of Bad Road. Da qualche tempo, sotto il nuovo nome di Arroyo Rogers, Kip e Lisa fanno parte della vivace scena musicale di Joshua Tree, luogo di grande ispirazione tra rock e radici per molti nomi che si sono rinnovati in quel pezzo di deserto californiano. “Single Wide” è si un ep con sette canzoni per un totale che supera di poco i ventidue minuti ma è al tempo stesso uno splendido e freschissimo esempio di come si possa suonare vera ed autentica country music alla faccia di molti pseudo ‘starlette’ che vogliono etichettare le proprie canzoni legandole ad una tradizione di cui non fanno assolutamente parte. Pedal steel e scintillanti chitarre elettriche, echi mexican e melodie vincenti che rimandano a quei suoni tra Bakersfield ed il Lone Star State che sono basilari per chi ama le migliori radici americane…le sette canzoni che formano “Single Wide” sono frutto di grande amore e rispetto per la country music e ne proseguono con successo le trame più incisive e sostanziose. “Promised Land”, “Hitch Hike Home”, “Eleanor”, “Albuquerque”, “Broken Town”, “Three Sheets To The Wind” e “She Went Out For Cigarettes” meritano tutte di essere citate per autenticità e passione, portando questo nuovo progetto all’attenzione degli ‘hard core fans’ del genere che potranno accostarsi tranquillamente al disco e trovare sette piccoli gioiellini. Non resta altro che affidarci alle doti compositive di Kip Powell e di Lisa Mednick Powell ed attendere un nuovo lavoro magari di lunghezza ‘normale’. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

17:29

Mrs. Henry - The Last Waltz

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Il progetto è un po’ temerario ma a conti fatti risulta un atto d’amore profondo, intenso e passionale. Rileggere un classico come “The Last Waltz”, il concerto-evento che ha fatto la storia del rock delle radici a stelle e strisce è impresa ardua, tale era la serie di straordinarie canzoni presenti in un repertorio di enorme potenza espressiva come quello della Band di Robbie Robertson e soci, con l’apporto ulteriore di moltissimi ospiti di un ‘parterre de roi’ stupefacente in quella magica serata del ‘Thanksgiving Day’ del 1976. A portare a termine questo eccellente remake è il quartetto dei Mrs. Henry da San Diego, California, con il suo leader Dan Cervantes da sempre grandissimo fan con il sogno proibito di omaggiare quel concerto a modo suo, trattando quel repertorio stellare con tatto, fedeltà e infinito amore. Mesi di prove, la chiamata a raccolta del meglio della scena roots di San Diego e ora possiamo affermare che quella visione può definirsi materializzata grazie alla sensibilità e al talento dei partecipanti. Anche i passaggi più complicati e spericolati possono dirsi comunque riusciti, come ad esempio la rilettura di “Coyote” di Joni Mitchell o “Helpless” di Neil Young, mentre i classici della Band sono riproposti con intatto vigore, facendo risaltare ogni sfumatura e ogni accento. Da “Up On Cripple Creek” passando per “It Makes No Difference”, “Life Is A Carnival”, “Stage Fright”, Rag Mama Rag”, “Acadian Driftwood”, “The Night They Drove Old Dixie Down” e “The Weight”, ogni passaggio risulta fedele all’originale in un approccio comunque affascinante e mai didascalico, vivo e frizzante nella sua interezza. Disco che fa rivivere momenti memorabili della nostra storia e che mostra quanto vicini al vero spirito rock’n’roll, country e rhythm & blues siano i Mrs. Henry, sorprendenti e accorati in ogni nota.
Remo Ricaldone

17:26

Chris Rawlins - Bring On The Rain

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Cresciuto a Kalamazoo, Michigan e ora residente a Chicago dove c’è una ottima scena roots tra canzone d’autore, rock e country-folk, Chris Rawlins debutta con un disco che mostra già notevoli doti compositive ed interpretative, muovendosi in un soffice ‘mood’ in cui le chitarre acustiche vengono supportate spesso da steel ed elettriche che arricchiscono canzoni godibili e personali. “Bring On The Rain” è come spesso avviene per gli esordi discografici un po’ la summa delle esperienze del protagonista, qui composte da inflessioni country e jazz, i due principali amori di Mr. Rawlins, maturati attraverso un periodo passato a New York City prima di tornare nel midwest dove sono nate ed ambientate le storie narrate. Le melodie e le scelte interpretative sono figlie dell’incontro e del contrasto tra i paesaggi urbani e di quelli rurali che hanno sempre ispirato il suo songwriting e in questi brani c’è spesso quella rilassatezza e quella malinconia che sono insite nei luoghi e nei personaggi raccontati. Il picking di Chris Rawlins è caldo ed avvolgente, la voce melodiosa e gentile, la produzione curata da Steve Dawson (che fornisce con Brian Wilkie le steel, lap e pedal, oltre a tastiere, chitarra elettrica e basso) è lineare ed essenziale in un lavoro dove anche o soprattutto i dettagli contano e rappresentano il valore aggiunto. La vena maggiormente country emerge in “All You Are”, nella cristallina “You & Your Heart” che a mio parere raggiunge una delle vette dell’album, in “Almost Anytime” e nella cadenzata ed acustica “Leave”, mentre quella folk ha i punti di forza nelle eccellenti “Gravity Or Something” che apre con convinzione il disco, “Bring On The Rain” che rimanda agli eroici giorni del revival nei sixties e “Cold Night”, altro bell’esempio di talento artistico. “Bring On The Rain” nella sua semplicità e nella sua immediatezza rappresenta un promettente avvio di una carriera meritevole di interesse.
Remo Ricaldone

17:23

Lucas Choi Zimbel - Tempered Tantrum

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Tra i più attivi musicisti che fanno parte della scena anglofona di Montreal, Quebec, Lucas Choi Zimbel è uno storyteller fedele agli stilemi della canzone folk e questo suo “Tempered Tantrum” è lavoro prezioso e rigoroso che lo vede accompagnato soltanto dalla sua fedele chitarra acustica. Dotato di un pickin’ preciso e caldo, maturato grazie alle sue passioni per bluegrass, blues e gypsy jazz, Lucas Choi Zimbel confeziona un lavoro decisamente piacevole che tocca a livello lirico tematiche personali e sociali con uno sguardo profondo e adulto, sensibile e solidale. Dalla musica concepita come fuga dalle brutture della vita all’impegno risalente ai giorni di ‘Occupy Wall Street’, gli argomenti sono trattati con spirito giornalistico, dando voce alle istanze più democratiche e condivisive con passione ed  energia, nella vena dei migliori songwriters d’oltreoceano. Canzoni come “Teach Me Humility”, “Empathy Goes Home, While Apathy Dances” e “Take A Long Hard Look At Yourself” possono avvicinarsi come accordature e spirito all’indimenticato Nick Drake, sicuramente una delle maggiori influenze di Mr. Zimbel, mentre strumentali come “Tempered Pulse” e “Eye Of The Tantrum” non fanno altro che avallare la bontà della sua tecnica chitarristica. Tra i momenti migliori di una selezione molto interessante ci sono anche brani come “She’s Out Of Breath” dalle tonalità folk, la godibile “What Owns Who” vicina a suoni blues, “This Backwards Town” pamphlet incisivo e “War Starts When The Music Stops”, chiusura ottimistica e positiva di un disco intrigante.
Remo Ricaldone

09:52

Randy Rogers Band - Hellbent

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Prosegue con immutata ispirazione e freschezza il percorso artistico di Randy Rogers e dei suoi pards che ancora una volta volano a Nashville, nello storico studio A della RCA,  per incidere “Hellbent”, affidato alla mano preziosa ed esperta di uno dei producer più in vista di questi ultimi anni: Dave Cobb. E’ stata caratteristica peculiare della Randy Rogers Band quella di lavorare con gente che ha garantito  assoluta libertà di espressione ma che ha anche cucito loro un suono personale che li ha resi una delle migliori band tra rock e radici della scena non solo texana. Dopo Radney Foster, il cui sodalizio è durato per più di un album, ci sono stati Jay Joyce, Paul Worley, Buddy Cannon, tutti nomi legati ad una country music la cui essenza è stata sempre al primo posto del proprio impegno, fondendo i suoni ‘classici’ con scelte più rock senza però stravolgere nulla. Dave Cobb ha quindi lavorato di fino per far esaltare il songwriting di Randy Rogers che anche qui ha scritto eccellenti pagine di musica con amici come Adam Hood e soprattutto Sean McConnell, oltre a scegliere un paio di covers che ha sentito particolarmente vicine alla sua sensibilità come per esempio la splendida “Hell Bent On A Heartache” firmata da Guy Clark e dalla coppia Morgane & Chris Stapleton che dà in parte il titolo al disco e la corale e spumeggiante “”I’ll Never Get Over You” di Adam Wright dove è limpida l’unione tra la country music del Lone Star State e ‘istanze’ country-rock che rimandano alle migliori cose del genere negli anni settanta. La band è qui più compatta e coesa che mai, con il fiddle di Brady Black in grande spolvero, la chitarra solista di Geoffrey Hill sempre pronta ad entrare in scena e una sezione ritmica molto duttile affidata a Johnny Chops al basso e Les Lawless alla batteria. La partnership compositiva con Sean McConnell è tra le più ispirate e forma un po’ la spina dorsale del disco con la nostalgica melodia di “Anchors Away”, la sostanziosa essenza rock di “Comal County Line” in cui comunque non si dimenticano le radici country, l’inevitabile colorazione mexican della bellissima “We Never Made It To Mexico” e la tensione ‘western’ di “Fire In The Hole” a formare un poker d’assi di qualità. Tutto l’album è comunque ricco di spunti, scorrevole, piacevolissimo e da gustare in un sorso, con la sensazione di trovarci di fronte ad uno dei capitoli migliori del pur eccellente cammino di Randy Rogers.
Remo Ricaldone

09:46

The Feralings - The Feralings

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Il trio dei Feralings proviene dall’Iowa, midwest degli Stati Uniti, e debutta con questo disco omonimo che è un ep di eccellente forza espressiva e propone tutta la loro passione per uno storytelling influenzato da country music, folk, bluegrass, alt-country e anche gospel. Patrick Bloom (chitarra e contrabbasso) ne è l’ispiratore, con una buona esperienza nel campo del roots-rock a capo dei Mayflies, così come Nicole Upchurch (banjo e chitarra) e Benj Upchurch (mandolino) hanno trovato nell’Iowa una validissima scena musicale in cui maturare le loro precedenti esperienze in campo tradizionale dal nativo Montana. La gavetta per quanto riguarda i Feralings è stata abbastanza lunga, diciamo dal 2012, anno in cui i tre hanno seriamente perseguito questo progetto. Ora abbiamo tra le mani il risultato di questi loro sforzi e, anche se ci troviamo di fronte ad un disco di lunghezza ridotta, possiamo apprezzare il loro mix di personalità e carattere. Sei brani, sei gioiellini acustici in cui le voci di Nicole Upchurch e Patrick Bloom si alternano per formare un insieme di ottima qualità, a partire da “Humming Machines”, delizioso country-waltz guidato dal banjo di Miss Nicole e dalla sua voce evocativa. “Maybe Maybelline” è più movimentata e corposa, acquista in fascino bluegrass ma ha quel fondo di swing che la rende ancora più particolare, “Perennials” è un’altra bella pagina di country music dal taglio tradizionale, dalle immagini senza tempo legate agli archetipi del genere che spesso emergono dalla musica dei Feralings. “I Shall Bring You Flowers (Sun God)” vira leggermente verso la canzone folk con i suoi cori ottimamente strutturati e l’accompagnamento scarno ma sempre caldo ed avvolgente mentre la seguente “Lila” unisce le varie anime della musica del sud in una canzone ricca di anima e cuore, interpretata ancora una volta con grande bravura da Nicole Upchurch. “Weeds In The Wall” chiude il disco con intriganti intrecci di mandolino, banjo e chitarre acustiche, peculiarità che i Feralings riescono a riproporre con intelligenza ed acume. Peccato solo per la durata, qualche canzone in più avrebbero reso questo loro lavoro uno dei più ispirati album in ambito acustico e roots dell’anno. Alla prossima.
Remo Ricaldone

09:42

Buford Pope - The Waiting Game

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Tra i migliori esponenti della scena roots europea, Buford Pope (all’anagrafe Mikael Liljeborg da Gotland, Svezia) ha saputo condensare nei suoi otto dischi tutta l’intensità interpretativa della sua vocalità roca ed espressiva e suoni il cui spettro passa dal rock a ballate scarne e scheletriche. Questo suo nuovo “The Waiting Game” è un lavoro più riflessivo dei precedenti, ricco di sfumature da puro storyteller, magicamente prodotto dallo stesso musicista svedese. Un disco che cresce enormemente con gli ascolti e che sa cogliere l’essenza del folk-rock come nella sciolta “Hard Life” che ha come protagonista il mandolino di Joakim Petterson, sfiorare ed accarezzare il cuore in “Stoned”, rivolgersi con amore ma anche con sguardo disincantato al suo ‘Paese dei sogni’ in “America”, imbracciare un banjo e scioglierci con una splendida ballata dalle coordinate autentiche e genuine in “First Blood”. Spesso le canzoni sono il ponte tra folk e rock, mostrando una credibilità ed un animo sensibile che lo può avvicinare talvolta al miglior Mike Scott dei Waterboys, in altri momenti al Dirk Hamilton più ispirato, specialmente quando le atmosfere virano verso toni più americani. Irresistibili sono poi certe ballate ‘sospese’, vissute in prima persona senza filtri come nella eccellente “Can I Be There For You” ed in “Tell Me What I Am” dove i rapporti interpersonali sono straordinariamente veri. Ancora da ricordare una “A Hundred” dove i toni si fanno più neri ed ‘abrasivi’ sulla scorta del più profondo blues sudista, la nostalgia commovente nella pianistica “In My Hometown” e nuovamente il piano di Johan Carlgren protagonista della chiusura affidata a “Ninety-Nine”. Album di ottima qualità, compositiva e interpretativa, e personaggio che vale veramente la pena di conoscere.
Remo Ricaldone

09:39

Safe As Houses - Lucky Lucky

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Proviene dalla cittadina di Kitchener, Ontario questo quintetto canadese al terzo lavoro discografico e depositario di un arioso e piacevolissimo ‘alternative folk’ in cui le influenze pop-rock ampliano le colorazioni di un suono che il violino di Lauren Taylor rende preziose e fresche. I fratelli Andrew e Thomas Laughton, rispettivamente a chitarre e batteria, l’altro chitarrista Elliott Anton e Bensen Carter a basso e cello completano una line-up decisamente affiatata e positiva che si può inserire in quel panorama che ripropone una personale visione della tradizione folk con la vivacità e l’esuberanza giovanile e l’amore per la melodia pop, orecchiabile si ma intensa e profonda. “Lucky Lucky” è disco che scorre con grande naturalezza tra bei riffs chitarristici, una sezione ritmica mai invadente a capace di accompagnare con discrezione i momenti più movimentati e gli inserimenti di violino e banjo a rimarcare la passione per il proprio retaggio. Curati sono anche gli intrecci vocali in cui tutti i membri dei Safe As Houses sono coinvolti, segno di grande affiatamento e di sensibilità non comune. I paragoni con i Milk Carton Kids sono poi assolutamente credibili nella limpida “Coney Island Ride”, mentre godibilissime sono l’apertura di “Those Days”, sorta di inno alla condivisione della passione per la musica, le soffici melodie di “Hey Little” e di “Just A Dream”. Nella versione deluxe appaiono poi due ottimi brani acustici, una cover della canzone che dà il titolo al disco, “Lucky Lucky”, che qui acquista ulteriore peso e importanza e “Heat In Our Lungs”, ballata folk intrigante e stuzzicante.
Remo Ricaldone

18:13

Same Latitude As Rome - Stay The Course

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Bella scoperta quella della band canadese dal nome tra i più fantasiosi ed originali e dal delizioso mix di country e folk. I Same Latitude As Rome sono ‘in pista’ da una dozzina di anni e hanno all’attivo sei dischi grazie alla perseveranza e al talento del leader Peter Boyer (chitarra ed armonica), supportato da JK Gulley a banjo, mandolino e chitarre elettriche ed acustiche, da Matt Lima e Tomas Bouda che si alternano al basso, da Gary Kreller  alla fisarmonica, da Mark Mariash alla batteria e percussioni, da Dale Rivard al dobro. Band estremamente ispirata e dinamica che con questo “Stay The Course” mette in musica tutta la loro forza espressiva con un repertorio che prende spunto da storie canadesi come nelle ottime “Lost Patrol” e “Perth’s Mammoth Cheese” unendo ironia e drammaticità oppure affidandosi alla capacità di Peter Boyer nel descrivere esperienze personali come in “Ol’ Beater Trucks”, frizzante ed in equilibrio tra suoni folk e attitudini country, in “Blue Shelby Mustang” nobilitata dalla presenza del bodhran e della voce di Sean McCann dei conterranei Great Big Sea, in “Old Guys With Guitars” delizioso country waltz e “Quarter Horse Pro”, un altro bell’esempio di scrittura legata alla country music più genuina. Questi ragazzi dell’Ontario meritano decisamente di essere conosciuti in maniera più ampia per il loro approccio sincero ed autentico, naturalmente legato ai suoni della tradizione. Con questo “Stay The Course” potrebbero riuscire nel loro intento. Consigliato.
Remo Ricaldone

18:10

Benjamin Dakota Rogers - Better By Now

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Benjamin Dakota Rogers è cresciuto nell’Ontario rurale assorbendo influenze musicali che vanno dalla country music al folk, dal blues alla canzone d’autore, costruendo una musicalità intensa che in questo suo “Better By Now” viene espressa con grande energia e poesia. Dotato di una voce ricca di forza ma al tempo stesso di delicatezza, capace di scrivere liriche in cui si trattano temi anche ‘non convenzionali’ come malattie mentali, dipendenze, morte e il dolore per la perdita delle persone amate, Benjamin Dakota Rogers è in grado di coniugare radici e sensibilità pop dando vita ad un album dai toni malinconici eppure passionali e godibili in una selezione dove le emozioni vengono profuse per tutte e undici le canzoni. Dalla title-track che apre giustamente il disco con una melodia orecchiabile e piacevolissima  attraverso storie che parlano di tempeste (anche interiori) come in “’Til I Die”, di dolore e di intensità come in “Home”, della crescita come artista e come uomo in “$7”, della perdita delle persone amate in “She Was A Singer”, nella movimentata “Fare Thee Well” e in “Rockabye” e delle storie western come nella limpida “Mercy”. Tutto questo lavoro è comunque caratterizzato da una grande dose di umanità e di accorato sentimento in un susseguirsi di canzoni che lasciano il segno. Cuore e anima. La canzone d’autore al suo meglio.
Remo Ricaldone

18:07

Doug Collins & The Receptionists - Good Sad News

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Doug Collins arriva direttamente dalle cosiddette ‘Twin Cities’, Minneapolis e St. Paul, Minnesota e il suo è un godibilissimo incrocio tra country, rock e pop che sembra portarci indietro agli anni sessanta con una freschezza assolutamente non scontata. Un suono senza tempo che regala dieci canzoni che si sorseggiano fresche e corroboranti in un disco, “Good Sad News”, che già dalla copertina evoca album di molte decadi fa. I Receptionists, la band che lo supporta con coesione e classe, vedono il basso di Charlie Varley, la batteria di Billy Dankert e tre ospiti d’onore come Dan Newton alla fisarmonica, Jeff Victor al piano e Joe Savage alla pedal steel che qua e la arricchiscono un sound già di per se brillante e molto, molto orecchiabile. Echi beatlesiani, la country music sempre nel cuore, il romanticismo di Roy Orbison (specialmente nella bella “Please Don’t Make Me Leave You”, quasi una outtake del grande cantante), l’americana assimilabile a certe cose dei Long Ryders (per esempio nella mirabile “Crush On You” con scintillanti chitarre elettriche vicine al ‘jingle jangle sound’ dei Byrds), una voce sicura e adatta al materiale proposto, queste sono le peculiarità di un disco suonato con convinzione e spontaneità. “I Saw You Dancin’”, “Little House (Built For Two)”, “Halfway Thru” (con un ‘train time’ contagioso), il romanticismo ‘mexican’ di “Hey Mary” con la fisa di Dan Newton, la trascinante “Two Days Of Rain” ancora ‘in odore’ di Long Ryders e la corposa “Top Of The Watertower” rendono questo “Good Sad News” un lavoro scorrevole, appagante e immediato. Perfetto per la prossima estate…e non solo.
Remo Ricaldone

18:05

Leaf Rapids - Citizen Alien

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dietro al nome Leaf Rapids c’è la coppia Keri e Devin Latimer, rispettivamente chitarra acustica e basso, provenienti da Winnipeg, Manitoba, Canada, fautori di un suono tra folk e country music interpretato con estrema grazia e delicatezza. Dietro a questo loro secondo disco dal titolo “Citizen Alien” ci sono storie di emigrazione, di sofferenza ma anche del fascino di una terra aspra e dura ma che sa regalare un grande senso di libertà e di serenità. Le radici vanno indietro agli immigrati giapponesi ed islandesi che hanno contribuito a creare la società multiculturale canadese, limpido esempio di coabitazione di razze e tradizioni, mentre musicalmente a me i Leaf Rapids ricordano le sorelle Kate e Anna McGarrigle a alcune cose della migliore Emmylou Harris in un sognante alternarsi di melodie country e di radici folk. A co-produrre il disco c’è Rusty Matyas, già dietro ad alcune produzioni dei Sheepdogs, che presta tastiere che danno un tocco decisamente onirico e talvolta un po’ psichedelico, mentre ai tamburi siede Joanna Miller con il suo drumming fantasioso e preciso. Le infinite praterie canadesi sono lo sfondo a storie ricche di nostalgia e di intenso amore per immagini dal passato che conservano intatto il loro fascino ‘seppiato’. A volte fanno capolino inflessioni pop, piacevolissime, come nella title-track “Citizen Alien” che ha nel suo dna un forte profumo anni sessanta, mentre notevoli sono canzoni come “There They Go”, folk song eccellente, “Virginia” con il suo incantevole soffio ‘country-waltz’, “Parliament Gardens” altro bell’esempio di dolce country music e “Twenty Storeys High”, folk song interiore e dalla melodia cristallina. Un disco questo che necessita magari di qualche ascolto in più per entrare nella testa e nel cuore dell’ascoltatore ma che riserverà buone sensazioni a chi apprezza certa canzone folk imparentata con sonorità country.
Remo Ricaldone

09:02

Terry Klein - Tex

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Un nuovo ed interessantissimo cantautore texano che si affaccia sul panorama del Lone Star State con tutte le carte in regola per affermarsi come voce genuina tra country e folk: il suo nome è Terry Klein, ha base ad Austin, Texas ed è autore di un debutto, inciso nel 2017, che gli ha procurato ottime recensioni e l’attenzione di nomi come Mary Gauthier e Rodney Crowell che hanno lodato le sue doti di autore e performer. Quel disco, intitolato “Great Northern” e prodotto da Walt Wilkins, uno che non si scomoda per un qualunque musicista, è ora bissato da “Tex” in cui la coppia Wilkins/Klein funziona a meraviglia regalandoci un lavoro di grande forza espressiva e poetica, un album che suona benissimo grazie anche alla presenza di un ispirato manipolo di strumentisti che, con gusto, sagacia e modestia, nobilitano canzoni ricche e profonde. Ron Flynt che svolge il ruolo anche di ingegnere del suono presta il suo basso e le tastiere ad alcune canzoni, Kim Deschamps con la sua steel guitar è protagonista di alcuni dei momenti più intensi del disco, Warren Hood fa librare il suo fiddle e nobilita tre canzoni, la brava Jaimee Harris (vista in Italia nel tour di Mary Gauthier) è ottima alle armonie vocali, Robert Casillas è splendido a bajo sexto e accordion in “When The Ocotillo Bloom”, magnifico brano dalle tonalità mexican. Tra gli altri brani più significativi ci sono l’introduttiva “Sagamore Bridge” che risalta con la sua melodia dalle sfumature intriganti, “Oklahoma” e poi ancora “Daddy’s Store”, “Andalusia” e la movimentata “Straw Hat” a comporre un insieme godibile e sempre ispirato, interpretato con voce sicura da Terry Klein.  Un disco questo che non farà fatica ad entrare tra i preferiti di chi ama la canzone d’autore texana e tutte le sue impersonificazioni, in un gioiellino di equilibrio e di arte poetica.
Remo Ricaldone

08:58

Dan Navarro - Shed My Skin

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dan Navarro è un musicista dalla lunga ed onorata carriera, per lunga parte caratterizzata dal sodalizio con Eric Lowen con cui ha condiviso il palco e gli studi di registrazione incidendo numerosi e apprezzati albums elettro-acustici tra folk, pop e country. Dopo la scomparsa del fedele pard, Dan Navarro ha pian piano intrapreso un percorso solista che solo ora lo vede pubblicare il debutto in studio dopo un live album supportato dai texani Stonehoney. “Shed My Skin” è un po’ la summa della sua vita di cantautore, il punto d’arrivo e la maturazione di un ottimo autore (le sue canzoni sono finite nei repertori di gente come Jackson Browne, The Bangles, Pat Benatar e Dave Edmunds tra gli altri) e di un interprete appassionato e coinvolgente. Diviso tra cover ed originali, il disco propone molti spunti interessanti, performance di gran classe (non a caso ci sono alcuni tra i nomi più noti del panorama sud-californiano come Danny Kortchmar alle chitarre, Leland Sklar al basso, Phil Parlapiano a tastiere e fisarmonica, il banjoista Tony Furtado e le splendide voci di Wendy Waldman, Grace Pettis e Janiva Magness per citarne alcuni) e un feeling sempre intenso ed intrigante. Le atmosfere sono spesso rilassate ed amichevoli, il talento e l’esperienza di Dan Navarro contribuiscono a rendere tutto più semplice e rasserenante e la scelta del materiale, prodotto dal bravo Steve Postell, perfetta per la personalità del protagonista. Ne risultano quindi sessions ricche di buone vibrazioni con la title-track “Shed My Skin” giustamente posta all’inizio, a rimarcare quanto profondo sia il legame con la Musica dell’artista californiano. “Night Full Of Rain” è un altro capitolo importante del ‘nuovo corso’ di Dan Navarro, a ripercorrere le strade ‘westcoastiane’ con nostalgia e un po’ di malinconia, “Bulletproof Heart” gioca con le nostre emozioni più intime, con il duetto tra l’acustica ed il piano tra gli highlights dell’album, “Let Her Ride” con il banjo di Tony Furtado è in mirabile equilibrio tra country e rock. “Ghosts” rimanda la primo ispiratissimo Marc Cohn in una ballata dai toni delicati, “You Drove Me Crazy” con i suoi tratti romantici e la voce di Janiva Magness a duettare scioglie i cuori, “New Year’s Day” è cristallina nel suo incedere melodico, così come sono notevoli le cover di “Sweet Sixteen” (di Billy Idol!) e di “Wichita Lineman” di Jimmy Webb, due chiari esempi della bravura di Dan Navarro nel riprendere brani altrui. Disco piacevolissimo!
Remo Ricaldone

08:55

Pat Kearns - Down In The Wash

Pubblicato da Remo Ricaldone |


In un mondo che ha un pressante bisogno di essere protetto a livello ambientale la scelta di Pat Kearns di trasferirsi nel deserto del Mojave e di lavorare in uno studio di registrazione alimentato esclusivamente ad energia solare è scelta di per se importante e vincente. Se poi il disco uscito da sessions scarne ed essenziali come il mondo esterno è di qualità, allora possiamo parlare di un lavoro rimarchevole e consigliato. “Down In The Wash” è il secondo album per il musicista cresciuto a Portland, Oregon che nel corso della sua carriera artistica ha suonato in band rock e pop, fatto il dj, prodotto lavori discografici e calcato i palchi della costa occidentale degli States accumulando esperienze importanti. La scelta di ‘isolarsi’ nel deserto per poter concentrarsi meglio e per poter dare nuovi impulsi al proprio percorso musicale e personale è senz’altro fruttuosa vista l’immediatezza, l’espressività e l’incisività di queste canzoni, interpretate con l’aiuto di altre ‘anime affini’ che come lui hanno scelto questo stile di vita, dal batterista Tim Chinnock che con la moglie Faith danno vita all’Adobe Collective all’ottimo chitarrista Joe Garcia degli Urban Desert Cabaret che cura le parti soliste, da Luke Dawson che con la sua pedal steel guitar lascia un’impronta significativa a molti brani del disco a Bobby Furgo, il musicista con forse la maggiore esperienza viste le collaborazioni con Leonard Cohen e Nancy Sinatra tra gli altri, che presta il suo organo a due delle composizioni di Pat Kearns. Accanto a Pat Kearns c’è comunque la moglie e bassista Susan, figura essenziale nella concezione del progetto, decisamente interessante soprattutto nelle tonalità folk e country di “Low Wind Howling” (con una splendida pedal steel) e “Let’s Stay Together” che vede protagonista l’armonica di Pat Kearns a dare ulteriori sfumature ad uno dei migliori momenti dell’album. Unica cover è la rilettura della celeberrima e più volte ripresa in ambito folk e country “No Expectations”, tra le cose più roots della coppia Jagger/Richards qui riproposta con grande sincerità e spirito genuino. Da citare ancora tra i piccoli gioiellini di questo “Down In The Wash”, “Long Goodbyes” che si libra dolce sulla scia dei Jayhawks più ispirati e country, “Mojave Moonlight” con le sue emozioni acustiche vicine a certo cantautorato del Lone Star State, “Follow The Light” dai toni country-rock e “I Wanna Know How You Feel” ancora tra i Jayhawks e Neil Young. Disco corroborante e caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

11:57

Bianca De Leon - Dangerous Endeavor

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“Queen of the Border Ballad” è una definizione che calza a pennello a Bianca De Leon, cantante ed autrice con base ad Austin, Texas la cui voce rimane una delle più vere e genuine di quella scena tra country e folk. Personalità forte, amore sconfinato per i suoni ‘di confine’ che con il loro romanticismo e intensità ci hanno fatto sognare con storie passionali e accorate, Bianca ci ha regalato più di un gioellino nel corso di una carriera che l’ha vista spesso calcare i palchi europei. “Dangerous Endeavor” è un’ulteriore conferma della bontà della sua proposta, un disco co-prodotto con John Inmon, tra i più validi animatori della scena roots texana che ha contribuito a nobilitare grazie al suo lavoro chitarristico con i migliori nomi del Lone Star State degli ultimi quarantanni e più, che probabilmente è uno dei suoi lavori più intensi ed intriganti. Bianca De Leon affronta due cover di grande rilievo come “(I Heard That) Lonesome Whistle” di Hank Williams Sr. e “White Freightliner” di Townes Van Zandt con  piglio leggero e coinvolgente, senza voler strafare ma ponendo in primo piano rispetto e grande considerazione, ma è con gli originali che coglie maggiormente nel segno. La sua è una musica senza tempo, interpretata con semplicità ma sempre con quell’energia che la rende credibile e arrangiamenti che non fanno che sottolineare la bellezza delle melodie. E allora via con il Texas waltz di “Let’s Put The Dirty Back In Dancing”, le tonalità quasi rockabilly di “That Vintage ’67 Cadillac”, terse ballate come “Thorns Of A Different Rose”, “Has It Really Come To This “ e “I’m Waiting For A Miracle” e due splendide canzoni come la title-track “Dangerous Endeavor” in cui si conferma appieno il ‘nomignolo’ di apertura e “Hollow Victory” in cui personalmente ho ritrovato, palpabile, lo spirito del grande ed indimenticato Townes Van Zandt. Disco pieno di calore e di passione che consiglio caldamente.
Remo Ricaldone

11:54

Michael McDermott - Orphans

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A sorprendere di questo “Orphans” non è tanto la qualità delle canzoni, il piglio romantico e intenso che Michael McDermott mostra in ogni sfumatura o le storie raccontate, ballate e rock ‘di strada’ nella migliore tradizione americana da Springsteen in avanti, quanto il fatto che i dodici brani che lo compongono erano stati scartati dalle sessions di due eccellenti album come “Willow Springs” del 2016 e “Out From Under” di due anni dopo. Dodici splendidi quadretti che suonano quantomai coesi e che formano un insieme degnissimo come se fossero concepiti per essere suonati congiuntamente. “Orphans” può quindi essere considerato a tutti gli effetti il nuovo lavoro per un artista che, pur con alti e bassi, ha proposto una parabola tra le più belle del suono americano delle ultime decadi e nonostante abbia un seguito limitato nei numeri e viaggi in quel nobile sottobosco di personaggi dal taglio cantautorale ma dalle attitudini rock, merita l’attenzione ed il rispetto di chi segue la roots music a stelle e strisce. Qui troviamo una serie di ballate in cui pathos e nostalgia, rimpianto e malinconia sono profusi a piene mani e dove di rado i ritmi si fanno incalzanti, prediligendo racconti accorati ed intensi come nei due momenti che ritengo ‘guide spirituali’ del disco: “Sometimes When It Rains In Memphis” e “Los Angeles, A Lifetime Ago”, due straordinarie canzoni in cui il nostro si supera per passione e sentimento. “Tell Tale Heart”, “The Wrong Side Of Town” e “Givin’ Up The Ghost” sono per contro i brani più movimentati, la cui presenza è preziosa  nel contribuire al bilanciamento complessivo con narrazioni robuste e corpose. Da ricordare sono poi “What If Today Were My Last”, commovente ballata pianistica, “Ne’er Do Well” deliziosa con il suo arpeggio di acustica decisamente ‘folkie’, la nostalgica “Meadowlark” con il suo fascino ‘on the road’ e “Richmond” introdotta ancora da un bel pianoforte. “Orphans” è disco profondo, ricco di sfumature e di belle melodie a conferma di uno stato di forma che prosegue da anni, una produzione indipendente che dimostra quanto Michael McDermott sia storyteller di grande sensibilità.
Remo Ricaldone

11:51

Danni Nicholls - The Melted Morning

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Terzo album in studio per la cantante ed autrice inglese ma adottata ormai da anni dalla scena ‘alternativa’ di Nashville, un album che vede il cambio di produttore (ora in regia c’è Jordan Brooke Hamlin che ha lavorato tra gli altri con le Indigo Girls) ma non di suoni, ottimamente indirizzati verso una canzone d’autore dove trovano spazio elementi folk, country e pop. Una produzione ‘adulta’ quella di “The Melted Morning” che fa emergere le doti di performer e di autrice, di interprete e di artista completa e degna di affiancarsi a nomi come Mary Chapin Carpenter, Brandi Carlile e Margo Price nei confronti delle quali c’è più di un’affinità. Le liriche e i suoni sono in perfetta sintonia, in un racconto intenso ed intrigante che parla con grande sincerità di speranze e paure, di fragilità e di amore, di sentimenti universali che si riconducono ai rapporti interpersonali sempre trattati con garbo ed energia. “Wild As The Water” è la canzone che apre l’album e che mostra in maniera chiara le peculiarità e la personalità di Danni Nicholls in una composizione firmata a quattro mani con Ben Glover, musicista già apprezzato con gli Orphan Brigade. “Hear Your Voice” si arricchisce di toni soul in una ballata di gran classe, tra Laura Nyro e Carole King, “Unwanted” ha fascino onirico grazie ad un arrangiamento azzeccato e un’interpretazione tra le migliori del disco, “Wish I Were Alone” è un’altra di quelle melodie che conquistano per nitidezza, semplicità e linearità, fascino ‘folkie’ e grande cuore. Da ricordare ancora, scegliendo in una selezione comunque coesa ed ispirata, “Frozen” con il suo crescendo incalzante e le emozioni che sprigiona con le sue pause e le sue riprese, “Lemonade” che come la precedente si avvale del piano del producer Jordan Brooke Hamlin a rafforzare il pathos, “Ancient Embers” con le armonie vocali delle Secret Sisters, tra le grandi promesse della scena roots contemporanea e “Hopeless Romantic”, chiusura anche questa decisamente significativa del messaggio che Danni Nicholls vuole portare agli ascoltatori. Un disco che entra pian piano nel cuore e che sottolinea bene quanto la cantante di Bedford, England possa rappresentare nel panorama roots.
Remo Ricaldone

11:48

Bob Livingston - Up The Flatland Stairs

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Nato a San Antonio ma cresciuto a Lubbock, Bob Livingston è un nome storico in Texas. Membro fondatore della Lost Gonzo Band, band accompagnatrice di Jerry Jeff Walker e vera fucina di talenti nell’ambito della scena del Lone Star State negli anni settanta, anni di rivoluzioni outlaw da quelle parti, con nomi come John Inmon, Gary P. Nunn, Ray Wylie Hubbard e tanti altri, Bob Livingston ha caratterizzato queste ultime decadi con una canzone country d’autore efficace e pregevole, rimanendo sempre legato alle proprie radici e spesso riprendendo materiale dei ‘compadres’ che lo hanno affiancato nelle sue attività. Molti sono stati i riconoscimenti da parte della critica e numerosa e affezionata la platea di appassionati che lo hanno seguito nel corso degli anni, ‘fan base’ che è stata ripagata con dischi di valore come “Gypsy Alibi” del 2011, uno dei suoi lavori più importanti in una discografia comunque ricca e corposa. “Up The Flatland Stairs” arriva a colmare uno spazio di sette anni dal precedente album e lo fa con una forza espressiva e divertimento notevoli. L’attesa è stata ricompensata da un lavoro lungo, articolato, coinvolgente che tocca i vari temi e suoni del Texas che amiamo, dalla ballata allo swing attraverso tutte le sfumature di un ‘melting pot’ appassionante. Bob Livingston dimostra di essere in forma come autore, lucido come interprete dando spazio a cover scelte con oculatezza e confermando la sua bravura anche quando collabora nella scrittura con altri. “Up The Flatland Stairs” si apre con una bella versione di “Shell Game” di Jerry Jeff Walker, omaggio ad un nome al quale è ancora profondamente legato, così come tra gli ‘highlights’ troviamo partnership con amici e colleghi del calibro di Gary P. Nunn (“Public Domain”, Texas swing irresistibile e “Don’t It Make Sense”), Michael Martin Murphey (“It Just Might Be Your Lovin’”), Andy Wilkinson (la languida western ballad “Cowgirl’s Lullaby”) e John Hadley (“A Few Things Right”). Intrigante è poi il profumo sixties di “The Usual Thing”, la freschezza di “A Month Of Somedays”, un folk-rock che suona splendidamente tra dodici corde elettriche e gustose armonie vocali, la dolcezza infinita di “The Early Days” di Walter Hyatt, il rockin’ country di “You Got My Goat”, mentre il finale è affidato all’acustica e ‘grassy’ “Nervous Breakdown”, bonus track che chiude un album dai molti spunti e momenti di interesse.
Remo Ricaldone

11:45

Carl Solomon - Simple Things

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Cresciuto a Brooklyn, New York e poi trasferitosi a Baltimora, Carl Solomon ha subito il fascino della canzone d’autore folk e ‘americana’ che proviene dal Texas costruendo uno stile narrativo che deve molto a Townes Van Zandt ma anche a John Prine. Il suo terzo lavoro solista si intitola significativamente “Simple Things” per sottolineare quanto fondamentali siano queste qualità per interpretare appieno il suo essere storyteller credibile e genuino. E la semplicità si esplica anche negli arrangiamenti, basati principalmente sul suo bel pickin’ chitarristico e con pochi interventi esterni che comunque rendono il risultato complessivo più che soddisfacente. “Simple Things” scorre così senza intoppi regalandoci momenti di buon cantautorato come la ballata urbana di “Coney Island” con leggere percussioni e una fisarmonica che personalizza la melodia, “Come What May” scritta con il bravo Terry Klein e ancora con la fisa di Jenny Conlee, “Ticket To Nowhere”  limpida e leggera, “Navajo Rain” che esplora territori western con profonda vena folk, “Always Running” con la presenza del banjo di Tony Furtado, l’ospite più famoso in queste sessions e la gustosa ‘train song’ “Whistle Of The Train”, rilassata e colloquiale ballata che ben sintetizza uno stile ed un ‘mood’ che magari non regala sorprese o particolari cambi di registro ma culla l’ascoltatore con piacevolezza. Interessante nuovo nome se amate i folksinger.
Remo Ricaldone


Luke e Will Mallett sono I figli di David Mallett, eccellente cantautore che ha segnato con il suo talento stagioni ispirate e ricche, all’insegna di un country-folk le cui storie e personaggi sono state la colonna sonora di un’America di provincia nostalgica, accorata e piena di umanità. Era naturale quindi che i ‘ragazzi’ intraprendessero una loro strada al tempo stesso fortemente legata alle proprie radici e alla propria terra (il Maine, con le sue foreste e le sue straordinarie coste) e proiettata verso suoni e tentazioni rock, mostrando attitudini pari alle migliori band del genere. L’unione di country, folk e rock’n’roll è caratteristica peculiare  della Mallett Brothers Band la cui discografia, ormai discretamente ampia (sono sette gli album incisi finora), ha rivelato spesso ottimi picchi qualitativi. Seguiti da una ‘fan base’ fedele ed agguerrita che però non ha permesso loro di sfondare (ancora) a livello nazionale, la Mallett Brothers Band ha dalla sua un live show di impatto e di affascinante varietà sonora di cui questo “Live In Portland Maine” è chiaro esempio. Inciso nel calore e con l’affetto di casa, il disco evidenzia tutta la dinamicità, l’irruenza ma anche le finezze di un gruppo che merita molta più attenzione di quella riservata loro finora, almeno qui da noi. Sul palco della Port City Music Hall di Portland nella serata di fine dicembre 2017 scorrono le vigorose ballate pregne di folk, il travolgente rock’n’roll in cui non mancano mai le ‘citazioni’ roots, l’accorato approccio dei ‘fratelloni’ coadiuvati dalla chitarra elettrica e dal dobro di Wally, dal fiddle e dal mandolino di Andrew Martelle e da una sezione ritmica solidissima formata da Nick Leen al basso e Chuck Gagne alla batteria. Una band che va a mille, una band che suona sempre ispiratissima facendo scorrere alcune delle perle della loro collezione, da “Too Much Trouble” a “The Falling Of The Pine”, da “Don’t Let The Bastards Get You Down” fino a “Ling Black Braid”, la sudatissima “Rocking Chair” e “Walk Down The River” tra le altre. E, in chiusura, il tributo ad una band amata e rispettata come i Creedence Clearwater Revival con la bella ripresa di “Fortunate Son” in un tripudio di chitarre e di amore per il più genuino rock’n’roll. Consigliato caldamente!
Remo Ricaldone

09:35

Bob Rea - Southbound

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Bob Rea è un validissimo singer-songwriter con base a Nashville ma cresciuto nella fattoria di famiglia nel Colorado sudoccidentale, appassionatissimo di canzone country e folk ma per forza maggiore, per molto tempo, obbligato a coltivare il suo amore per la musica a tempo parziale. Bob è fatto della stessa pasta di gente come John Prine, Guy Clark e Steve Earle con cui condivide suoni e liriche legate alle radici e ad aspetti autobiografici, mostrando al tempo stesso grande personalità e originalità, trasposte su disco con risultati più che buoni. “Southbound”, il suo più recente lavoro, è un disco di grande equilibrio in cui spesso appaiono inflessioni bluegrass ed il livello complessivo delle canzoni è molto alto,  prodotto con sapienza da Steve Daly (chitarre acustiche ed elettriche e banjo), figlio dell’eccellente steel guitarist Mike Daly tra i protagonisti più importanti di queste registrazioni, capace di sottolineare senza strafare melodie che avevano ‘solo’ bisogno di essere evidenziate con colorazioni pastello. Il basso di Dan Eubanks della band bluegrass Special Consensous, le tastiere e la fisarmonica di Michael Webb, già con le ultime ‘impersonificazioni’ dei Poco e il mandolino di Jeremy Holt sono ulteriori punti a favore di un suono piacevole e molto soddisfacente. “Southbound”, la canzone che dà il titolo alla raccolta, coglie subito nel segno con un bel ritmo e dobro, banjo e mandolino a rimarcare la vicinanza alla tradizione, “Soldier On” (con il bel riff di banjo che accompagna tutta la canzone) e “Vietnam” sono poi tra i brani più accorati del disco, frutto di esperienze vissute in prima persona e trasposti con notevole passione. “The Highway Never Cries” è appena più rock, “Screw Cincinnati” rimanda a certe canzoni di John Prine con inossidabile amore per la country music, “Whisper Of An Angel” ‘gioca’ ancora con le emozioni in una ballata midtempo di gran classe mentre “The Law” affonda le proprie radici nel profondo sud, tra paludi e fitti boschi. Ancora da ricordare sono le chitarre limpide e cristalline, molto ‘sixties’, di “Wanna Do”, tra i momenti più vicini a certo (roots)rock, i toni quasi ‘mexican’ di “Fish Can’t Fly”, divertentissima, e la chiusura di “A Place In Your Heart”, ballata un po’ più ‘ordinaria’ ma sempre di valore, come tutto il disco che conferma la bontà di un personaggio come Bob Rea.
Remo Ricaldone

09:32

Dave Rosewood - Gravel And Gold

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Dave Rosewood è cresciuto nelle Ozark Mountains ma ben presto la sua natura vagabonda lo ha portato a girare il mondo suonando per le strade la musica con cui è cresciuto: country music, bluegrass e gospel prima di tutto, ma anche blues e rock’n’roll di cui si è innamorato nel corso degli anni. L’inevitabile nostalgia per la sua terra lo ha sempre legato ad una visione autentica e romantica delle radici e nei ventanni circa in cui ha interpretato il suo ruolo di ‘busker’ Dave Rosewood ha maturato uno stile efficace, sincero e accorato che ora, per la prima volta, si traduce in un lavoro discografico degnissimo e godibile. Trasferitosi in Europa, Dave ha anche prodotto questo “Gravel And Gold” nel vecchio continente e precisamente in Svezia dove ha portato a termine queste sessions accompagnato da validi quanto sconosciuti musicisti del luogo. Il disco è di eccellente fattura, lo spirito un po’ artigianale e ‘bohemienne’ lo rende ancora più vero e onesto, schietto nelle melodie e denso di riferimenti all’America rurale e di provincia, un condensato anche delle esperienze passate in fatto di riferimenti a persone e cose incontrate lungo la strada. La selezione scorre con grande naturalezza e l’impatto della miscela di una country music condita da legami e attinenze con i migliori suoni del sud è vincente. Dave Rosewood è efficace nel suo approccio asciutto e naturale sia quando si avvicina a certo ‘southern rock’ come in “Hold On” e nella title-track “Gravel And Gold” sia quando, più frequentemente, la protagonista è la country music, regalandoci piccoli gioiellini come “20 Years”, “Seeds”, “Ozark Mountain Jam”, “Back When”, “Fields” e “In These Walls”. Il disco in questione è quindi caldamente consigliato a coloro che cercano canzoni vere, profondamente meditate e suonate senza vincoli commerciali, per il solo gusto di proporre musica che arriva dal cuore.
Remo Ricaldone

09:28

Kristina Stykos - River Of Light

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nata ad Ithaca, Stato di New York ma residente da anni nel Vermont, Kristina Stykos si è formata nell’area di Boston frequentando gli innumerevoli club della città e il famoso Berklee School of Music. Profondamente attratta dalla tradizione folk ma anche dai suoni taglienti ed iconoclasti del rock più vicino alle suggestioni punk, Kristina ha assorbito la lezione di grandi artisti come Joni Mitchell, The Byrds, Taj Mahal, Bonnie Raitt, James Taylor, CSNY i cui concerti sono stati decisamente ‘formativi’ per lei. La sua versatilità le ha permesso di mettere in pratica le più svariate influenze raggiungendo una maturità completa con una produzione solista che vanta ben otto dischi e collaborazioni fruttuose soprattutto con il cantautore Steve Mayone  ma anche con Ariel Zevon, figlia dell’indimenticato Warren e Philip Aaberg, pianista e compositore del Montana il cui nome è legato anche ai primi anni della Windham Hill Records. La narrazione poetica e musicale di Kristina Stykos è vicina a quella di personaggi come Mary Gauthier e Lucinda Williams con cui condivide temi, attitudini e quell’affascinante miscelare folk, blues, rock e country portandolo a livelli notevoli. “River Of Light” è in questo senso perfetto, un viaggio interiore di grande forza espressiva che viene introdotto da una “State Line Diner” che condensa un po’ tutte le caratteristiche della sua autrice, seguita dalle inflessioni blues di “I Like A Hard Hearted Man” e dal sempre presente amore per i suoni folk e old-time di “Walking These Ridges”. “At The Edge” rimanda al tempo stesso certe cose dei Grateful Dead soprattutto per il bel lavoro di chitarra elettrica di Val McCallum, già nella band di Jackson Browne e protagonista durante tutto l’album e John Trudell per l’approccio  quasi recitato del brano, “In The Cleansing Rain” rimane un po’ su questa falsariga con una canzone d’autore intensa e ispirata. Canzoni come “Blessed Light”, “Breaking Trail”, la title-track “River Of Light” rivelano similitudini e intuizioni che avvicinano Kristina Stykos alla Joni Mitchell più recente e denotano grande sensibilità ponendosi come introspezioni di qualità. Un disco che cresce sicuramente con gli ascolti e regala più di un’emozione.
Remo Ricaldone

08:57

Amber Cross - Savage On The Downhill

Pubblicato da Remo Ricaldone |


A volte bastano pochi secondi, poche note per rendersi conto di trovarsi di fronte a una voce, ad un personaggio non comune. E’ il caso di una delle promesse al femminile della scena ‘americana’, Amber Cross, nata nel Maine ma attualmente residente sull’altra costa, nell’area di San Luis Obispo, California. Già qualche anno fa era stata notata grazie a “You Can Come In”, disco che aveva fatto scattare già qualche campanello, poi un’ulteriore crescita artistica e un’attività live che l’ha portata ad aprire concerti di Ramblin’ Jack Elliott, Gurf Morlix e Mary Gauthier tra gli altri. Una voce autentica che sa come ‘vivere’ le storie che racconta, un approccio scarno ma tremendamente efficace e poetico, doti esaltate dal tocco sapiente di Ray Bonneville, eccellente musicista canadese che l’ha portata ad Austin, Texas ad incidere questo splendido “Savage On The Downhill”, raccolta pregna di aromi folk e country con sullo sfondo un’America narrata con il cuore in mano e con l’intensità che sanno dare i grandi. Dieci piccoli gioielli incisi con l’aiuto di pochi ma fidati nomi della capitale texana, con la precisa e preziosa sezione ritmica nelle mani di Rick Richards alla batteria e David Carroll al basso e con il supporto di personaggi come Tim O’Brien (fiddle nell’intensa “Storms Of Scarcity”), Gurf Morlix, Chuck Hawthorne (alle armonie vocali nella bella “Eagle & Blue”), Mike Hardwick (sua è la splendida pedal steel della title-track) e il citato produttore Ray Bonneville alle chitarre elettriche ed acustiche e all’armonica, di cui è sopraffino interprete. “Savage On The Downhill” è lavoro di grande qualità, una raccolta di quadretti dipinti a ritmo di ‘waltz-time’ e con midtempo che l’avvicinano allo spirito più vero della country music di cui abbiamo bisogno, con ballate che lasciano ammaliati e conquistano subito per sincerità e profondità. “Pack Of Lies”, “Trinity Gold Mine”, “One Last Look” con il suo spirito quasi ‘outlaw’ e “Lone Freighter’s Wail” sono solo alcuni dei momenti da citare, in un album la cui forza espressiva aumenta ad ogni ascolto. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

08:55

Bob Sumner - Wasted Love Songs

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dopo essersi frequentemente esibito con il fratello sotto il nome di Sumner Brothers, Bob debutta da solista con un disco affascinante le cui atmosfere prendono spunto dalla canzone folk ma si ampliano, si modellano e tendono ad arricchire la propria natura grazie ad una personalità di buonissima caratura. Il musicista di Vancouver gioca le proprie carte unendo country e folk all’interno di un repertorio in cui le ballate la fanno da padrone e in cui gli arrangiamenti risultano sempre estremamente eleganti ed efficaci con una sezione ritmica mai invadente e tastiere e chitarre che fungono da base perfetta per storie agrodolci ed evocative. Naturalmente in questo contesto gli ascolti prolungati fanno emergere i particolari, le sfumature e tutte quelle gradazioni di colore che impreziosiscono le canzoni di “Wasted Love Songs”, tutte ugualmente adeguate ai ‘fondali’ davanti ai quali si snodano le storie, intimi quadretti di provincia. Il primo Israel Nash Gripka, quello più legato ai suoni delle radici, è il riferimento principale, ma è un po’ a tutto il panorama ‘americana’ che si possono accostare le creature di Bob Sumner. Da “Riverbed” che fissa suoni e prospettive fino a “Ticket To Ride” (nessun legame con la più celebre melodia beatlesiana), l’album sfila con naturalezza, rilassatezza e poesia attraverso momenti di ottima musica come “A Thousand Horses”, “New York City”, “My Old Friend” e “Comin’ Around”, tutte interpretate con grande cuore e lo spirito genuino degli storytellers. Una bella sorpresa questa presentataci da Bob Sumner, un disco che lo pone tra i tanti eccellenti esponenti della scena canadese roots.
Remo Ricaldone

08:54

Danny Schmidt - Standard Deviation

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dopo la fruttuosa parentesi con una delle migliori label indipendenti che danno spazio alla canzone d’autore, la Red House Records che ha tra i suoi artisti di punta Greg Brown e John Gorka, torna nuovamente Danny Schmidt con un’ulteriore conferma della sua duttilità, del suo peso poetico e della sua ispirata vena melodica. “Standard Deviation” è un disco che segna un momento particolarmente felice nella vita del cantautore che ha base ad Austin, Texas, fresco padre e la cui partnership con Carrie Elkin è sempre più profonda e stimolante. Danny Schmidt è quello che si potrebbe definire un ‘musician’s musician’, tale è la considerazione ed il rispetto che i suoi colleghi nutrono per lui, mentre sempre più ampio è l’apprezzamento da parte della critica e del pubblico che segue la scena tra folk e country. Se in concerto Danny Schmidt predilige la forma scarna chitarra/voce, senza ulteriori aggiunte, su disco si affida (in questo caso grazie al produttore Will Robertson) ad un suono arricchito da voci femminili e da inserimenti strumentali che esaltano e sottolineano con efficacia i momenti dell’album, le sue canzoni, le sue emozioni. In queste session gioca un ruolo fondamentale Fats Kaplin, esperto sideman e magistrale a pedal steel, violino, viola, banjo e mandolino, capace sempre di ‘spostare’ il suono verso le radici, bilanciando le tonalità più ‘dark’ cha talvolta si avvicinano alla poetica di Leonard Cohen per esempio. In questo senso la pedal steel dell’introduttiva “Just Wait Til They See You”, già di per se gioiello senza tempo, è esplicativa. Sul versante roots segnalerei comunque una magnifica “Newport ‘65” in cui si evoca un’epoca irripetibile con grazia, garbo e grande amore, citando “The Times They Are-a Changin’”, una “Agents Of Change” che profuma di country music e che danza leggiadra su una melodia deliziosa, “Last Man Standing” che invece vira verso il blues mantenendo tutta la personalità di cui Danny Schmidt è in possesso e le arie appalachiane di “The Longest Way” in cui aleggiano i fantasmi della Carter Family. La title-track “Standard Deviation”, “We Need A Better Word”, “Words Are Hooks” e “Bones Of Emotion” completano con il loro carico di liricità, con il gusto dei dettagli, con la grande passione infusa un disco che conferma la statura ed il talento di uno dei troubadour più significativi della scena attuale.
Remo Ricaldone

08:52

Phil Lee & The Horse - He Rode In On

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Un personaggio sempre volutamente fuori dagli schemi e dalle regole del business, Phil Lee può vantare una carriera ventennale in cui ha sfoggiato alcuni album di qualità e dai requisiti perfettamente in linea con un alternative country di notevole fattura. Questo suo nuovo lavoro intitolato “He Rode In On” lo inquadra in un momento di bella forma ed ispirazione e lo vede accompagnato da una serie di musicisti che lo stimolano a dovere e lo supportano attraverso dodici canzoni che di volta in volta approcciano rock e radici con talento e profonda sincerità. Gli Horse del titolo non sono altro che Ralph Molina e Billy Talbot, sezione ritmica degli storici Crazy Horse di Neil Young, mentre nomi di assoluto rilievo popolano i brani del disco con ‘cammeo’ di classe come Barry Goldberg alle tastiere (già con Electric Flag, Steve Miller Band e mille altre session), Bill Kirchen e Pete Anderson alle chitarre elettriche che assieme e Richard Bennett e Jan King formano un eccellente tappeto strumentale, base sulla quale si sviluppa la vena melodica di Phil Lee e la esalta avvicinando spesso le atmosfere ad un ‘sixties sound’ che rimanda inevitabilmente a mente i Byrds, Tom Petty ed  il Bob Dylan più elettrico di quegli anni. La riedizione della title-track del suo disco di esordio apre l’album celebrando queste due decadi di musica e di incroci tra rock e country music, una bella introduzione ad una raccolta mai come in questo caso efficace e vincente, piacevolissima e notevole nel suo esprimere a fondo l’essenza delle qualità artistiche di Phil Lee. “Rebel In My Heart”, splendida ballata ‘pettyana’ interpretata in maniera sontuosa, “Party Drawers” genuina ‘outlaw song’ piena di ironia cantata in duetto con Molly Pasutti, “Bad For Me” lunga e solida ballata folk-rock con il bel break di armonica di Phil Lee e poi ancora “Turn To Stone”, “Wake Up Crying”, “Hey Buddy” e “I Don’t Forget Like I Used To” (nuovamente sul versante country) sono tra i momenti più rimarchevoli dell’album, un Phil Lee che si esprime con maturità e intatta passione, con la stessa freschezza dei suoi esordi.
Remo Ricaldone

08:50

Ranzel X Kendrick - Texas Sagebrush

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nato e cresciuto in Texas, Ranzel X Kendrick, prima di rientrare a casa per incidere quella che è una interessante trilogia musicale iniziata nel 2017 con “Texas Paintbrush” e che si concluderà quest’anno con la pubblicazione di “Texas Cactus”, ha viaggiato in lungo ed in largo per gli States, accumulando esperienze ed incontri. “Texas Sagebrush” è il disco ‘di mezzo’, una session informale ed amichevole, rilassata come una serata tra amici, acustica e vicina allo spirito della canzone d’autore texana tra country e folk. Una manciata di canzoni che accarezzano, suonate con grande trasporto, con gli originali che si elevano a migliori in una selezione in cui bastano pochi accordi, una strumentazione scarna, per conquistare chi ama i cantautori americani. Non particolarmente memorabile la classica “Unchained Melody” dei Righteous Brothers mentre “Lonely People” degli America in cui il nostro duetta con la voce suadente di Rebecca White risulta azzeccata per approccio e taglio acustico. Tra gli originali da citare sono senz’altro l’iniziale “Any Ole’ Song”, “Cry In My Tequila X”, ispirata ‘drinkin’ song’ dalle venature latine, lo strumentale “Hills Of Kendralia” con la sua linea melodica cristallina e pura, “Gruene River” tra le ballate più lucide del disco, così come la seguente “Private Miracle” in cui spiccano ancora gli intreci chitarristici con il bravo Keith Davis, la più country “Trouble & Pain”, incisiva e profondamente poetica e “The Fair Grass”, ballata soffice e suadente che chiude l’album nella maniera migliore. Ranzel X Kendrick sa come intrattenere, lo fa con estremo gusto e capacità in una serie di bozzetti colorati a pastello che regaleranno momenti di serenità a chi apprezza folk & country.
Remo Ricaldone

08:48

Jim Stanard - Bucket List

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Jim Stanard è a tutti gli effetti considerabile un ‘late bloomer’: influenzato fin dalla più tenera età dalla musica, l’ha vissuta da spettatore crescendo negli anni sessanta, imbracciando la chitarra senza la velleità di diventare un artista professionista. Tom Rush, naturalmente Bob Dylan, la tradizione di Doc Watson ma anche la poesia rock di Bruce Springsteen, Woodstock nel 1969 e mille altri stimoli sono entrati nel cuore di Jim Stanard senza però convincerlo ad intraprendere una carriera musicale. A distanza di oltre quattro decadi, dopo aver speso la propria vita lavorativa tra finanza ed assicurazioni, Jim Stanard è stato spinto dalla moglie a riavvicinarsi alla musica, questa volta proponendosi da protagonista grazie ad una vena cantautorale gentile e profonda allo stesso tempo, tra folk, country e venature (soft) rock. “Bucket List” è il piacevolissimo risultato di tutto ciò, completamente concepito dallo stesso Stannard che ha curato produzione e composizione dei brani, interpretando il tutto senza straordinarie doti vocali ma con quel tono rilassato, vissuto e convincente tipico dello storyteller. “Bucket List” scorre con grande naturalezza toccando temi e sensazioni universali come politica, amore, rimpianto e nostalgia, mantenendo musicalmente buono il livello complessivo, alzando ogni tanto (ma non più di tanto) i ritmi in una selezione complessivamente virata verso la canzone d’autore folk, fondamentalmente il suo primo amore nei giorni passati nella storica Main Point Coffehouse di Bryn Mawr, Pennsylvania. “Dogs Of War”, “Hard To Please”, “Can’t Happen Here”, “Sparks, Nevada”, la title-track e “It’s All Turtles” formano un po’ la spina dorsale di un disco comunque solido e godibile, non originalissimo forse ma che merita di essere apprezzato per grande onestà di fondo.
Remo Ricaldone

18:13

Six Mile Grove - Million Birds

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La band del Minnesota guidata dai fratelli Sampson è di nuovo in pista con il loro album numero sette, un lavoro che mette nuovamente in mostra il loro sound corposo e la loro capacità di descrivere con efficacia le ‘vite ordinarie’ della provincia americana con un carico di fragilità e di umanità che sono certamente valori e temi universali. “Million Birds” è per i Six Mile Grove una prova importante che può porli tra i migliori esponenti di quei suoni tra rock e radici che possono in qualche modo ricollegarsi ai conterranei Jayhawks, a Jason Isbell e anche ai Wilco, tre riferimenti abbastanza chiari delle loro influenze. Queste sono canzoni dalla profonda umanità e dalla struggente bellezza e sincerità in cui si mischiano le sfide del quotidiano per trovare quella ‘ricerca della felicità’ troppo spesso effimera e sfuggente. Dalla splendida “Patrol Cars” scritta dal leader Brandon Sampson con Matthew Ryan a “The Radio", dalla malinconica ballad “Shame On Us” alla pregevole canzone che dà il titolo alla raccolta e che la apre con convinzione e genuinità, tutto scorre con grande piacevolezza ma anche con quello spessore che rende “Million Birds” un disco senza dubbio consigliato. “Wage Of War”, “Not My Fault”, “Early Morning Rain” e “Money Doesn’t Matter” aggiungono poi uno sguardo disincantato seppur intenso al lavoro, ai rapporti interpersonali e a come fronteggiarli con umiltà e con decisione. Una band quella dei Six Mile Grove che da ventanni  gioca con intelligenza le proprie carte tra liriche intelligenti, senso della melodia spiccato e affiatamento strumentale. In questo senso le chitarre e le tastiere di Barry Nelson, la sezione ritmica nelle mani di Brian Sampson e Dezi Wallace rispettivamente batteria e basso e la pedal steel guitar in quelle sapienti di John Wheeler sono fondamenta stabili di un insieme che si trova ad occhi chiusi. Niente di straordinariamente nuovo qui ma la sicurezza di trovare suoni caldi, avvolgenti e preziosi per chi ama le storie della più profonda ‘small town America’.
Remo Ricaldone

18:09

Caitlin Canty - Motel Bouquet

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nata in Vermont ma dal 2015 residente ad East Nashville, Caitlin Canty è una delle più belle voci emerse negli ultimi anni nel panorama roots. Autrice di ottimo livello, Caitlin ha lavorato con alcuni dei migliori songwriters americani come Jeffrey Foucault che le ha prodotto l’album intitolato “Reckless Skyline”, il suo secondo sforzo solista, con il seguente “Lost In The Valley” e questo ultimo “Motel Bouquet” a confermare una vena artistica in grande crescita. I suoni sono in perfetto equilibrio tra country music e folk, con una strumentazione deliziosamente elettro-acustica, merito della eccellente produzione di Noam Pikelny dei Punch Brothers e di una session di registrazione tenutasi a Nashville e durata solo tre giorni, segno di grande imediatezza e freschezza. La band che accompagna Caitlin Canty in queste canzoni, oltre al citato Noam Pikelny a chitarra elettrica e banjo, consiste nella splendida voce di Aoife O’Donovan (attualmente impegnata con Sarah Jarosz e Sara Watkins nelle I’m With Her) con la quale condivide influenze e tonalità, Stuart Duncan e Gabe Witcher che si dividono le parti al fiddle, l’ottimo Russ Pahl alla pedal steel guitar e Paul Kowert al basso. “Motel Bouquet” è probabilmente l’album più significativo delle potenzialità della cantautrice di Proctor, Vermont e mantiene alta la quota di poesia per tutte e dieci le canzoni che lo compongono, con un’intensità interpretativa notevolissima. Sin dalla introduttiva “Take Me For A Ride” le emozioni sono palpabili e le ballate ed i ‘midtempo’ che si susseguono sono di alta classe, da “River Alone” alla suadente “Time Rolls By” con le sue ‘nuances’ country, passando poi per l’austera folk ballad “Who”, il fascino ‘old fashioned’ di “Leaping Out”, la mossa “Onto You” cantata con grande trasporto e con un sopraffino lavoro di pedal steel, la finezza della title-track costruita attorno ad un giro tanto semplice quanto affascinante, la misteriosa e un po’ ‘dark’ “Scattershot” da cui emergono chiare influenze folk. L’accoppiata finale è poi ancora molto godibile con la limpida melodia country di “Basil Gone To Blossom” e “Cinder Blocks” che congeda Caitlin Canty con un altro piccolo gioiellino di misura ed equilibrio. Un disco questo “Motel Bouquet” da centellinare con cura.
Remo Ricaldone

18:05

Doug Schmude - Burn These Pages

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Avevamo introdotto Doug Schmude con il suo album intitolato “Ghosts Of The Main Drag”, piacevolissima sorpresa per il suo piglio deciso ed orgoglioso nell’affrontare certo roots-rock. Ora “Burn These Pages”, ultimo lavoro per il musicista nato a Baton Rouge, Louisiana, formato tra Texas ed Oklahoma e ora residente nel sud della California, ce lo riconsegna con atmosfere leggermente più soft, sebbene con intatto il tono convincente della sua ‘prosa’ e dei suoi riferimenti artistici. E se “Setting Fires On The Moon” e “Just The Night” ci consegnano un songwriter vicino al primo Elliott Murphy o a Steve Forbert è con “El Tren De La Muerte” che si entra nel vivo del disco grazie ad una splendida canzone che unisce fascino latino ed impegno politico. “Silas James “ e “Worry Stone”, quest’ultima con la presenza della ottima cantante dell’Oklahoma Carter Sampson spostano gli equilibri verso le radici country-folk in una sequenza di grande espressività e profondità, mentre in “Daddy’s Musket” riemergono i fantasmi della guerra civile in un altro momento tra i più importanti dell’album. Bella è poi la cover di “Enough Rope”, firmata dalla coppia Chris Knight e Austin Cunningham che precede la canzone che dà il titolo al disco, posta in chiusura a suggellare una prova degnissima di nota, forse appena una spanna sotto al precedente ma dimostrazione limpida di doti non comuni. Da affiancare tranquillamente, nel vostro scaffale dei dischi, accanto a quelli dei nomi citati in precedenza.
Remo Ricaldone

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