10:50

Michael McDermott - St. Paul's Boulevard

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sono passati poco più di trentanni dal suo debutto intitolato con quell’indirizzo, “620 W.Surf”, che gli appassionati del più solido ed orgoglioso ‘heartland rock’ non hanno dimenticato e che portano ancora nel cuore. Michael McDermott ne ha passate di esperienze e di sofferenze in questo lungo lasso di tempo ma è ancora saldamente ‘in sella’ con una carriera ripresa quasi inaspettatamente anni fa dividendosi tra lavori solisti e con alcuni suoi pards sotto il nome di Westies. E ora un nuovo disco che segna i legami con la sua città, Chicago, con la letteratura che ama tanto, qui sottolineata dal tributo di “Marlowe” dedicato al celeberrimo detective nato dalla penna di Raymond Chandler e dall’incondizionato amore per quella poesia di strada che ancora ci affascina dopo tutti questi anni. “St. Paul’s Boulevard” è album solido e convincente che segue il filo conduttore di un percorso personale che lo ha portato a vivere le emozioni e tutto il potere salvifico del rock’n’roll unito alla profondità della poetica folk. E’ anche una raccolta pervasa da una intensa nostalgia, dalla consapevolezza che la maturità ha lasciato indietro l’innocenza con tutto il suo carico di sogni e di utopie ma che non c’è altro modo per sopravvivere se non andare avanti e ripercorrere le stesse strade come sopravvissuti a una stagione irripetibile. Canzoni come “The Arsonist”, “Where The Light Gets In”, “All That We Lost”, “Sick Of This Town”, “The Outer Drive”, “Pack The Car” e “Peace, Love And Brilliant Colors” portano già dai titoli la forza e il fascino di un musicista che ha vissuto pienamente le storie che interpreta e ce le riconsegna con un’intensità non comune. In aggiunta, nella versione italiana curata come sempre splendidamente dalla Appaloosa Records, ci sono tutti i testi tradotti che ci permettono di gustare appieno lo storytelling di un grande come Michael McDermott.

Remo Ricaldone

 

10:48

Family Shiloh - At The Cold Copper Ranch

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Partiti come duo a fine anni novanta, Colby e Kimberly Pennington hanno trasformato il loro percorso musicale in un ‘affare di famiglia’, aggiungendo a mano a mano i figli (ben cinque!), i nipoti e altri membri fino a raggiungere un ampio ventaglio strumentale che per ora raggiunge i sette elementi. Il loro è un appassionato tributo alla musica texana, fulcro di una proposta che abbraccia country, folk, western e honky tonk, riconsegnato al pubblico con estrema freschezza e bravura. Dopo tre dischi e innumerevoli concerti concentrati in particolare nel Texas centrale, Family Shiloh torna con un album che prosegue una via intrapresa con sicurezza e talento, avvalendosi della classe di musicisti come Mickey Raphael, leggendario pard di Willie Nelson e protagonista di mille e mille sessions, di Marty Muse alla pedal steel guitar, di Paul Glasse al mandolino e di Billy Horton al contrabbasso tra gli altri. “At The Cold Copper Ranch” è il risultato di sessions naturalmente rivolte a ricreare il più classico suono texano, nella più pura e sincera tradizione, partendo dal cristallino western-style di “Cold Copper Theme” per poi proseguire con l’eccellente “(It’s Gonna Be A) Longhorn Day” dal coinvolgente refrain, le gustose chitarre ‘twangy’ di “Dunn Lucky Dice”, la bella performance vocale  di Kimberly Pennington nella sinuosa “Kansas” e la delicata “In Lieu Of You” con l’armonica di Mickey Raphael. Un ottimo inizio che viene confermato da una grande spontaneità e immediatezza nel corso delle successive dieci canzoni, legate dal filo comune di un amore per radici country ormai confinate solo nelle comunque molte produzioni indipendenti in giro per l’America. La deliziosa “Look At All Of Them Cows”, l’acustica e nostalgica “Cold Copper Call”, la country music venata di rock della brillante “Delta Lucky Ace” (altro tributo al cuore del Lone Star State), “Burnet County Backroads” dalla melodia ricca di sfumature appassionanti e con il bel mandolino di Paul Glasse, le tonalità bluesy di “No 4C Blues” e la pianistica “Come With Me” danno l’esatta idea di quanto sia accattivante e variegato il suono di una band che merita tutta la nostra attenzione.

Remo Ricaldone

10:44

Cheryl Cawood - Bullet In The Cabin Wall

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La zona degli Appalachi è tanto ricca ed affascinante  musicalmente quanto attraversata da forte povertà, indigenza e disagi, culla della più autentica tradizione ma anche di un isolamento che ha accresciuto le difficoltà di questi decenni. Cheryl Cawood è cresciuta nell’area del Kentucky adiacente ad Harlan County, uno dei luoghi simbolo per lotte sindacali, duro lavoro ed estreme privazioni e il suo repertorio è un eccellente mix di originali e classici dai repertori delle più belle voci del genere country, racchiusi in un debutto intrigante come “Bullet In The Cabin Wall” ispirato a personaggi come Jean Ritchie (di cui riprende con grande bravura il suo classico  “L&N Don’t Stop Here”) ma anche a Billy Edd Wheeler, alla Dolly Parton più fedele al proprio retaggio e a chi ha narrato quelle terre con autenticità come Iris DeMent, Hazel Dickens e molti altri. Per incidere questo suo esordio Cheryl Cawood è scesa in Texas e ha goduto del supporto strumentale di alcuni tra i migliori sidemen di quella scena, da Rick Richards alle percussioni a Eleonore Whitmore al fiddle, da Michael Bobbitt (co-autore di alcuni brani) al piano e Jack Saunders, figura fondamentale come produttore, ingegnere del suono e musicista (chitarre, contrabbasso, mandolino, mandola e banjo). Il repertorio come detto è di notevole efficacia, dalle altre due cover, “Coalfield Woman” del grande e compianto Tim Henderson e il classico “Shady Grove”, ad originali accattivanti e dalla forte espressività che forniscono un quadro completo della personalità e delle radici di Cheryl Cawood. “Makin’ Corn Liquor”, “Running Out Of Time”, “Crossing Mountains”, “Deep Down In Your Bones” e “Daddy’s Hometown” sono genuine descrizioni del proprio percorso di vita e dei suoni che hanno forgiato una personalità veramente interessante. Un nuovo nome da seguire quello di Cheryl Cawood, un viaggio sonoro che le auguriamo lungo e pieno di soddisfazioni.

Remo Ricaldone

10:41

Peter Rogan - Broken Down Love

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Al secondo disco Peter Rogan conferma quanto di buono era stato detto (purtroppo non dalle nostre parti) riguardo al suo debutto intitolato “Still Tryin’ To Believe”, mostrando quell’attitudine ‘blue collar’ unendo la passione per il rock’n’roll con quella per blues, folk e in parte country. “Broken Down Love” è stato inciso nei rinomati Cowboy Arms Studios di Nashville con un bel manipolo di musicisti che rispondono ai nomi di Phil Madeira a tastiere e lap steel (già con Emmylou Harris, Buddy Miller e Alison Krauss tra gli altri), Will Kimbrough (chitarrista di grandissima classe che ha accompagnato alcuni tra i migliori nomi di blues e country tra cui Shemekia Copeland, la stessa Emmylou Harris e Jimmy Buffett), il bravo batterista Dennis Holt ed il bassista Chris Donohue, oltre alla presenza delle McCrary Sisters e di una notevole sezione fiati a dare corposità ai momenti più legati al ‘southern soul’. E sono appunto le colorazioni soul della cover di “It’s Only Rock’n’Roll” degli Stones e la rilettura indovinatissima di “Thank You Girl” di John Hiatt a dare l’esatta misura dell’eclettismo e dell’amore di Peter Rogan per i suoni neri a sud della Mason-Dixon line. Il resto è farina del suo sacco, aprendo con la suggestiva title-track “Broken Down Love”, storia d’amore sofferta e intensa, proseguendo con “Short Shifter Blues” intrisa di funk e di aromi ‘southern’ e rivelando la sua bravura nelle ballate come la godibile “Back To Natchez”. “Broken Down Love” scorre così tra struggenti soul ballads come “All That’s Left Is The Blues”, la vicinanza con certo Jimmy Buffett in “Dancin’ Naked”, la dolcezza country di “Butter Lane” e il rhythm’n’blues genuino di “My Kinda Strange” in un viaggio nelle molte anime del deep south. Il commiato è affidato invece all’accorata “I Wish”, saluto acustico, in solitaria, che suggella un disco dalle molte anime che ci fa conoscere un artista come Peter Rogan capace di afferrare lo spirito del più classico suono americana.

Remo Ricaldone

00:08

Jeff Finlin - Soul On The Line

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Jeff Finlin è ‘in pista’ da più di un ventennio e ha firmato la bellezza di tredici dischi e tre libri in un percorso che lo ha reso musicista di culto (e con il suo personale ‘quarto d’ora di notorietà grazie all’inserimento di una sua canzone, “Sugar Blue”, nella colonna sonora di ‘Elizabethtown’ di Cameron Crowe, grande rock fan) attraverso un amore incondizionato per il rock coniugato alla canzone d’autore. John Hiatt, Dave Alvin, Willy DeVille, Chuck Prophet, Steve Earle e anche John Prine sono stati e sono un fondamentale punto di riferimento appunto per quell’unire rock e letteratura in un insieme comunque sempre autentico e sincero, pur con gli inevitabili cali di ispirazione. “Soul On The Line” vede il musicista di Cleveland, Ohio controllare ogni passaggio, dalla scrittura alla produzione al contributo strumentale tra chitarre, percussioni e tastiere, con il supporto di un ridotto ma ispirato manipolo di amici. L’approccio è quello giusto: voce grintosa ma al tempo stesso in possesso di quel più volte celebrato ‘romanticismo di strada’ che ci ha fatto amare i musicisti citati in precedenza e molti altri, arrangiamenti ricchi ma mai ridondandi, corposi ma senza orpelli, spesso con la presenza di fiati che portano con se i ricordi del Van Morrison degli anni settanta. Le dieci canzoni che formano l’album mostrano l’ottimo stato di forma di Jeff Finlin, racontando di un’America forse solo rimasta nel nostro immaginario con la bellezza del viaggio e degli amori incontrati ‘on the road’ ma ancora capace di rapirci il cuore. Come fanno brani del calibro di “Turn This Cadillac Around”, “The Great Divide”, la morbida apertura affidata alla title-track “Soul On The Line”, “Round In The Circle” con tutto il suo asciutto  fascino acustico e “Bardo Time” scandita dal ritmo di un’anima poetica prestata al rock come Jeff Finlin.

Remo Ricaldone

00:06

Wes Collins - Jabberwockies

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Tra i più intriganti storytellers ascoltati negli ultimi tempi, Wes Collins arriva al terzo disco con una selezione veramente affascinante, composta con piglio sicuro e suonata col cuore. “Jabberwockies” è per il cantautore del North Carolina il vero banco di prova di doti cristalline sia per quanto riguarda la ricerca melodica che per una produzione molto interessante, con uno stuolo di ospiti capaci di regalare ulteriori magnifiche tonalità a brani dalla grande profondità poetica. Jaimee Harris (brava cantante texana fedele partner di Mary Gauthier con la quale qualche anno fa è arrivata anche ai nostri lidi) presta la sua voce per armonizzazioni vocali eccellenti, come la coppia Pete e Crystal Hariu-Damore degli Ordinary Elephant, autori di una produzione stellare in ambito acustico. “Jenny And James” apre nel migliore dei modi con una melodia vincente per gusto e coinvolgimento, a mio parere lo zenit di un album che non mostra debolezze, crescendo di ascolto in ascolto. “Jabberwockies” è una raccolta di storie estrapolate da scritti dell’ultimo quinquennio e rappresenta l’essenza intima di una voce che si ispira alla canzone d’autore adulta di grandi come Jackson Browne o James Taylor, aggiungendo un tocco personale tra folk e pop. “The Trees” non sfigurerebbe in un qualunque album di James Taylor, con una deliziosa pedal steel nelle mani di Matt Smith e l’angelica Jaimee Harris a impreziosire la melodia, mentre “Sugar Skull” è la classica eccezione alla regola con un trascinante rock dai toni sixties grazie al farfisa di Chris Rosser. “Cocoon” è un’altra ballata di grande impatto, riflessiva e accorata, “Last Saturday” è semplicemente e gustosamente ‘folkie’ rimandando al miglior Don McLean acustico e il trittico formato da “Look Out”, “Medusa” e “Grease Fire” regala emozioni avvincendo per bella intensità poetica. Un disco questo “Jabberwockies” che mantiene le promesse per chi conosceva i precedenti lavori di Wes Collins, rappresentando anche un viatico per apprezzare un nuovo nome (per noi) del cantautorato americano.

Remo Ricaldone

 

00:04

Silver Lake 66 - The Space Between Us

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Terzo disco per l’affiatata coppia formata da Maria Francis (voce, chitarre e percussioni) e Jeff Overbo (ottimo il suo lavoro a svariati strumenti a corda, dal dobro alla lap steel fino a chitarre elettriche ed acustiche) che con l’apporto di Toupee Zehr al basso e Bryan Daste alla pedal steel danno vita ai Silver Lake 66. Il loro è un gustoso mix di suoni sudisti pur provenendo da Portland, Oregon, tra country music e sfumature soul e “The Space Between Us” aggiunge una manciata di belle canzoni ad un repertorio già ampio e interessante. “Bun E. Carlos” mostra fin da subito le qualità della coppia in fatto di doti compositive e viaggia su consolidate strade ‘southern soul’ e l’alternanza tra le voci contribuisce a rendere il disco decisamente piacevole. Molti sono i momenti che meritano di essere ricordati, dalle dolcezze acustiche di “When You Fall” in cui le voci di Maria Francis e Jeff Overbo si fondono con estrema naturalezza alle sinuosità country della title-track “The Space Between Us”, per passare alla solida “I-5 Drifting” che ha il sapore dei classici del songbook country, a “Take Some More Of These” con un ‘incipit’ che non può non ricordare la magnifica “Ode To Billie Joe” di Bobbie Gentry, a “Blue Sky” pervasa da una forte connotazione country e da un prezioso lavoro di pedal steel. Chiude un album scorrevole e godibile “I’ll Sing The Blues” con un’interpretazione eccellente da parte di Maria Francis e tutta la nostalgia e la dolcezza di una ballata acustica incisiva a riprova della bontà della proposta complessiva.

Remo Ricaldone

 

Tra le migliori band emergenti in Canada, il trio degli Slocan Ramblers firma un disco che fotografa nitidamente il loro amore per le radici, il loro dinamismo e l’entusiasmo non scalfito dai difficili anni trascorsi. “Up The Hill And Through The Fog” è l’occasione per il chitarrista Darryl Poulsen, il mandolinista Adrian Gross e il banjoista Frank Evans di unire i più classici suoni bluegrass, frutto di una formazione basata sull’ascolto intensivo dei vari Flatt & Scruggs, di Bill Monroe e degli Stanley Brothers e di attitudini rock nell’approccio, qui chiare nella sontuosa versione di “A Mind With A Heart Of Its Own” di Tom Petty (firmata con Jeff Lynne), tra i picchi interpretativi dell’album. La band di Toronto non manca di sottolineare quanto brillante sia la voglia di travalicare i generi e dare nuova linfa al loro suono acustico ricordando spesso una grande ispirazione come John Hartford, maestro in questo genere. Il contrabbasso del ‘membro aggiunto’ Charles James introduce “I Don’t Know”, altro bell’esempio di roots music tra influssi ‘grassy’ e melodie di stampo rock suonato con grande classe, “Won’t You Come Back Home” ha tutta la nostalgica melodia della country music più tradizionale in un altro momento basilare del disco, “Snow Owl” è strumentale di notevole efficacia per linee melodiche e finezze tecniche, con il mandolino di Adrian Gross in veste di protagonista, “Bill Fernie” ha il sapore intenso dei classici bluegrass ed è un tributo alle proprie radici, “Platform Four” va ancora più indietro nel mondo ‘old-time’ con ancora una ottima performance di Charles James al contrabbasso (questa volta suonato con l’archetto). “Streetcar Lullaby” è un delizioso country waltz cantato all’unisono con dolcezza e gusto, “Bury My Troubles” ha l’energia del rock seppur in veste bluegrass mentre “The River Roaming Song” ‘gioca’ sulle note di una canzone che rimanda al John Hartford più poetico. Brani questi che da soli meriterebbero l’acquisto di un album piacevolissimo che conferma la bravura di un trio estremamente coeso e affiatato.

Remo Ricaldone

11:36

Nick Nace - The Harder Stuff

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Avevamo lasciato Nick Nace in quel di Nashville, dove si era stabilito per cercare gli stimoli giusti e gli appoggi per materializzare ispirazioni importanti che lo avevano visto debuttare con un eccellente lavoro intitolato “Wrestling With The Mystery”, splendidamente svolto tra canzone d’autore e country music. La pandemia ha scombussolato tutti i piani, i suoi e naturalmente quelli di molti musicisti indipendenti che più di altri hanno patito la chiusura praticamente di tutti gli spazi vitali, ed è stato quasi inevitabile un ritorno a casa per vivere con gli affetti più cari. Nel suo caso il nativo Canada è stato il luogo dove hanno preso corpo le canzoni che ora vengono presentate nel suo secondo album, “The Harder Stuff”, un progetto ancora una volta di grande fascino che si propone con un’intensità e una profondità espressiva ancora più intrigante. Al centro di questo disco ci sono le riflessioni sull’incerto presente, i rapporti interpersonali che assumono un nuovo significato e i cenni autobiografici che riemergono tornando nei luoghi che lo hanno visto crescere. “The Harder Stuff” comunque non si discosta dai toni del precedente album, è stato inciso nuovamente a Nashville e rappresenta un tassello rilevante nella crescita artistica di Nick Nace omaggiando l’amore per le ballate country più autentiche seguendo l’esempio di musicisti come James McMurtry, John Prine e Brent Cobb per fare qualche nome. Dieci canzoni, l’essenziale, arrangiamenti dove ogni strumento è sostanzialmente meditato a partire da “Figure 8’s” che funge da manifesto sonoro. “There’s No Music In Music City” è tra le più allusive della surreale situazione vissuta nei primissimi tempi della pandemia, “Little Kid” sposta le suggestioni idealmente verso sud avvicinandosi ai grandi songwriters texani, così come “The Rio Grande On Christmas Eve” che non ha bisogno di molte presentazioni ma solo di essere goduta in tutte le sue colorazioni. “The Piece That Fits” è melodia che scorre con estrema naturalezza, raccontata con piglio sicuro ed accattivante, con il bel lavoro in sottofondo dell’accordion di John Calvin Abney, “Someday Is Too Far Away” è una magnifica ballata elettrica degna del miglior James McMurtry in un gioco di rimandi dove country music e rock si fondono mirabilmente, “All The Love That You Need” è ancora interessante con un ottimo lavoro del producer Steven Cooper alle chitarre elettriche e la title-track “The Harder Stuff” è un delizioso country waltz che ha il sapore dei classici. Chiudono il disco altri due momenti di valore a suggellarne la riuscita, la pregevole “The Skin Of Our Teeth” dall’andamento accattivante e “Last Call”, evocativa e profonda, due ulteriori motivi per dare fiducia ad un nome tra i più positivi di questi ultimi anni.

Remo Ricaldone

 

Quattordici album spalmati lungo un periodo di alcuni decenni sono le tracce lasciate da Don Michael Sampson, singer-songwriter che ha diviso la propria vita artistica tra il New Mexico e Nashville, tra l’amore per la country music e per certo rock. Un percorso il suo che l’ha reso un ‘cult artist’ dai toni asciutti, nostalgici e profondi, con brani che hanno fotografato il cuore pulsante dell’America di provincia. “The Fall Of The Western Sun” raccoglie i frutti di una carriera che certamente non l’ha reso famoso ma profondamente stimato dai suoi colleghi che spesso hanno impreziosito i suoi dischi e che anche in questo album danno un contributo importante nell’economia del suono. Il resto lo fanno le canzoni, tutte firmate da Don Michael Sampson, in grado di fornire un quadro esaustivo del suo talento e ogni ospite si muove con grande discrezione per non alterare equilibri finissimi tra radici country e spirito rock. Warren Haynes, Chad Cromwell, Michael Rhodes, Roly Salley, Paulinho Da Costa, Becky Burns e i compianti Ben Keith e Don Heffington sono solo alcuni dei musicisti coinvolti e compongono una variegata quanto ispirata ‘back-up band’. “Rolling Time Train” è l’apertura perfetta, una lunga cavalcata che rimanda al miglior Lee Clayton con il suo piglio evocativo e poetico, “Everybody’s Leaving This Old Town” è country music essenziale nella migliore tradizione texana con la pedal steel che lascia il segno mentre “Wedding Song” sembra una ‘outtake’ di “Desire’ di Dylan con le sue inflessioni mexican. “New Book”, aperta da un bel giro di basso, mostra inflessioni più rock e alza il tiro con grande trasporto e grinta, mantenendo quel feeling ‘anni settanta’ che caratterizzava molte produzioni ‘outlaws’, “Crimson Sparkle Of High Wind Wheels” sottolinea fin dal titolo le grandi doti letterarie di Don Michael Sampson in una ballata che sa di polvere e di terra, di vento e di confine nello stile di Butch Hancock per fare un esempio, “Wild Rose Of Florence” mantiene salde le radici tra folk e country mantenendosi in bilico sul border come nella migliore tradizione texana  e “Bad Water” rimanda nuovamente al Lee Clayton più elettrico di “Naked Child”. Il trittico finale è aperto da un’altra splendida ballata dai toni evocativi come “Stop Those Tears” con un dobro invitante che guida una melodia da ricordare, seguita dalla sinuosa country ballad “Cast Off The Lines” interpretata con cuore grande e sincero e da “Sweet Tennessee Nights” che suggella con la sua naturalezza e genuinità un album che rimette al centro un musicista vero che merita tutta la nostra attenzione.

Remo Ricaldone

 

Dopo aver debuttato lo scorso anno con il loro disco omonimo, i canadesi dello Yukon The Lucky Ones si candidano come una delle più belle realtà roots tra country, folk e bluegrass nella ‘Terra della Foglia d’Acero’. Aumentata una line-up a formazione variabile a sette elementi, i Lucky Ones mostrano con questo loro “Slow Dance, Square Dance, Barn Dance” una grande padronanza compositiva e interpretativa, senza fronzoli e con la capacità di catturare lo spirito di forntiera tipico di quelle terre legando la loro scrittura ai grandi texani o a musicisti come John Prine a cui si ispirano fortemente. “Keno City Love Song” sembra fuoriuscita proprio da uno dei primi dischi del grande cantautore di Maywood, Illinois, sottolineando un’abilità non comune nel maneggiare la tradizione, nei momenti più vibranti e ‘grassy’ come nelle intense ballate. In questo senso canzoni come l’iniziale “Kate And Dan” e “Jake” danno l’idea di un collettivo coeso e ispirato la cui urgenza artistica emerge forte ed orgogliosa in un album che è una sorta di ‘concept album’ per tematiche e svolgimento. Talvolta la vicinanza agli Old Crow Medicine Show è palese come in “Bones” o nel fiddle tune “Broken Bow Stomp”, altri due momenti da rimarcare per intensità mentre “Red The Skies” celebra il (nord) west come meglio non si potrebbe, “Goodbye Train” affonda le proprie radici nella più pura tradizione e “My Gal Is Good To Me” si muove flessuosa nella classica atmosfera ‘old-time’. Un album questo decisamente breve (non si raggiunge la mezzora) ma dove nessuna nota è sprecata e dove chi ama certa hillbilly music sfumata nel bluegrass troverà più di uno spunto di interesse.

Remo Ricaldone

11:31

Christopher Lockett - At The Station

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Da tempo Christopher Lockett si è trasferito a Los Angeles dalla Virginia portandosi dietro un solido bagaglio di country music, blues e americana, interpretata con voce baritonale e piglio sicuro. Cresciuto attorniato da una famiglia dalle radici profondamente piantate nella tradizione, ha sviluppato un amore incondizionato per il blues del Delta frequentando Honeyboy Edwards, Johnny Shines e Robert Junior Lockwood e per storytellers come Townes Van Zandt e  Kris Kristofferson e country singers come Emmylou Harris e Nanci Griffith, perfezionando ottime doti di narratore di storie. Tra rock e radici, “At The Station” mostra con bella intensità le varie facce della personalità di Christopher Lockett in un album autoprodotto con sagacia da Fernando Perdomo, capace di cucire il suono più adatto pur nelle limitazioni di un budget inevitabilmente ridotto. Il disco è comunque estremamente sfaccettato e piacevole, aperto da una tagliente “The Reckoning” che sorprendentemente ricorda certe cose di Warren Zevon per ispirazione e potenza a cui segue “In The By And By”, più morbida e country, con il violino (più volte protagonista in queste sessions) del bravo Korey Simeone. “Driving To Nashville” coglie ancora nel segno con inflessioni country (rock) che toccano le corde più intime e autentiche, “Booked To Play The Party” ricorda il Kris Kristofferson che Mr. Lockett ha sempre visto come ‘nume tutelare’. Quello che emerge spesso da queste canzoni è la genuinità e la sincerità di un artista completo che nel corso della sua vita ha fatto anche il giornalista e il fotoreporter per poi concentrarsi sull’amata musica. Momenti come “Wet A Line” con le sue limpide linee country con tanto di gustoso duetto fiddle & banjo, la title-track “At The Station” con il fluido violino di Scarlet Rivera, l’eccellente “Blues For DeFord Bailey” (stella del Grand Old Opry), breve strumentale che mostra tutta la bravura di Christopher Lockett all’armonica, “E Pluribus Unum” tra country e rock che può ancora ricordare il mai troppo compianto Warren Zevon, la deliziosa “Whiskey For Everything” e il rock-blues a la Bo Diddley di “Sweat Work” che chiude l’album  non fanno che dare ulteriori spunti di interesse per un lavoro a cui dare fiducia e attenzione.

Remo Ricaldone

Amy Speace è tra le voci più intense della canzone d’autore americana e negli ultimi anni ha ulteriormente ‘alzato l’asticella’ maturando una scrittura dal grande peso poetico e da una forte connotazione musicale tra folk, country e rock. La collaborazione con il trio degli Orphan Brigade si è rivelata foriera di stimoli nuovi e preziosi, stringendo una partnership giocata sul duplice livello compositivo e di arrangiamenti. Le nuove canzoni di Amy Speace sono nate dall’urgenza di raccogliere e raccontare le emozioni contrastanti di un periodo lungo un anno tra il primo compleanno del figlio e la scomparsa del padre in un inevitabile quanto doloroso passaggio di vita. “There Used To Be Horses Here” è un disco da cui emerge quanto sia vincente la sinergia artistica tra Amy e gli Orphan Brigade, intrecciando le ormai tipiche sonorità di questi ultimi, pervase da intensità che evoca scenari intimi e sognanti, ad una voce veramente splendida. L’album è quindi un viaggio molto espressivo tra le pieghe di una personalità intrigante, aiutati a penetrare l’essenza dei brani grazie al consueto eccellente lavoro di casa Appaloosa con tutte le traduzioni in italiano. Si può godere appieno della bellezza dell’incipit affidato a “Down The Trails”, proseguendo poi con le brillanti “Halleujah Train”, “Grief Is A Lonely Land”, “Father’s Day” e “River Rise” che scavano nel profondo conquistando i nostri cuori. Unica e struggente cover, scelta con oculatezza e sensibilità, è “Don’t Let Us Get Sick” dell’indimenticato grande Warren Zevon, posta in chiusura a congedare con tutto il suo carico di commozione un disco scritto e presentato veramente con il cuore in mano.

Remo Ricaldone

18:40

Rod Picott - Paper Hearts And Broken Arrows

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quattordici dischi sono un ‘bottino’ corposo e qualitativamente rimarchevole per un songwriter di assoluta grandezza come Rod Picott. Un repertorio che è andato via via ampliandosi raggiungendo un livello ormai consolidato che “Paper Hearts and Broken Arrows” conferma appieno, affidandosi ancora una volta al produttore che da anni affianca Rod Picott: Neilson Hubbard, già membro degli Orphan Brigade. Rod sta vivendo in questi ultimi anni un periodo di straordinaria prolificità espressiva realizzando ben quattro dischi nell’arco di tre anni e dando piena realizzazione ad un forte bisogno di manifestare tutta la sua valenza poetica, riempiendo le canzoni di personaggi e situazioni sempre accattivanti in una essenzialità negli arrangiamenti che rende il tutto incisivo ed autentico. Il Houston Chronicle ha definito le sue canzoni paragonandole alle ‘short stories’ di Raymond Chandler ed effettivamente questo è tra i paragoni più calzanti accostandone talento lirico e visione letteraria. Dodici sono i quadretti dipinti con mano sicura talvolta con l’aiuto di altri autori come il carissimo amico Slaid Cleaves (“Through The Dark” e la conclusiva “Make Your Own Light”) e Mark Erelli (la splendida “Washington Country”, tra gli ‘highlights’ del disco). Ogni sfumatura è comunque profondamente meditata ed inserita in un contesto riflessivo e genuinamente poetico, capace di attrarre con storie come quella per certi versi drammatica di un grande campione di pugilato (l’ottima “Sonny Liston”) oppure fotografare luoghi e persone amate (“Lost In The South” e “Mark Of Your Father”). Brani come “Frankie Lee”, “Revenuer”, “Valentine’s Day” e “Dirty T Shirt” sottolineano la bontà di una proposta che nobilita la scena cantautorale a stelle e strisce di cui Rod Picott rappresenta una delle punte di diamante.

Remo Ricaldone

 

18:37

Alice DiMicele - Every Seed We Plant

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Residente da molti anni nella parte meridionale dell’Oregon, Alice DiMicele ha alle spalle una solidissima carriera fatta di ben sedici albums e di una attività live che l’ha portata ad esibirsi nei migliori festival di folk, alternative country e americana e di condividere il palco con personaggi del calibro di Bonnie Raitt, JJ Cale, Steve Winwood, David Grisman, Peter Rowan e Ferron ai quali deve qualcosina in fatto di feeling e di emozioni. “Every Seed We Plant” è tra i suoi lavori più ispirati e condensa tutte le sue molte sfaccettature di autrice e cantante dalle doti limpide e cristalline. E’ soprattutto la voce quella che colpisce per rotondità, intensità e colorazioni, una voce che guida con sicurezza un repertorio fatto di calore umano e spiritualità in ogni momento. “For Granted” è una sontuosa soul ballad che mette subito le carte in chiaro e si pone come ‘luce guida’ in una selezione avvincente che vede la seguente “Long Dry Winter” ispirarsi anche vocalmente ad una ‘cult artist’ come Phoebe Snow tra folk, rock e nobile canzone d’autore. L’assortimento che Alice DiMicele propone è godibile e sapido, capace di coinvolgere con liriche da cui emerge tutta la sua umanità e capacità di estrarre i significati più empatici dell’animo umano, con la scorrevole “Free” dalle sfumature nitide e da una ricerca della melodia notevole. “Alone” ha quell’atmosfera sospesa e l’arpeggio acustico tipico di un David Crosby e si candida come una delle più intriganti del disco, “Sunrise” acquista tonalità country grazie alla pregevole steel di Skip Edwards, “Rise” è un’altra eccellente ballata a rimarcare un talento, vocale e compositivo, ottimo mentre l’acustica “Communication” vede un ispirato dobro a tessere intrecci tra country e folk. Ancora da segnalare l’autobiografica e dinamica “Jersey”, la commovente “Sweet Elaine” dove Alice Di Micele sfodera un’altra performance vocale intensissima e, a congedare con una nota di intenso senso ‘ambientale’, la bellissima “Every Seed”. Occasione ghiotta questa per fare la conoscenza di una voce importante della scena roots americana.

Remo Ricaldone

 

18:35

Phil Lee - & Other Old Time Favorites

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato a Durham, North Carolina, Phil Lee nel corso dei passati cinquantanni ha ‘vagabondato’ in lungo e in largo sulle strade americane facendo tappa di volta in volta in California, a Nashville e dovunque ci fosse l’opportunità di suonare, dai più sperduti bar di provincia ai club metropolitani. Batterista con svariate band, Phil Lee si è ritagliato negli anni un ruolo di frontman grazie ad una personalità originale e frizzante, imbracciando la chitarra e mostrando buone doti anche come armonicista. I suoi dischi si sono sempre segnalati per genuinità e grande sincerità e il suo nuovo lavoro sottolinea le sue radici ‘hillbilly’ con una serie di canzoni che passano naturalmente dal bluegrass allo swing, dal folk alla più classica country music. I riferimenti di queste canzoni sono i Louvin Brothers, Lefty Frizell e quel suono in voga tra gli anni quaranta e cinquanta che ha contribuito a segnare la storia del genere e con l’apertura di “Did You Ever Miss Someone?” si entra subito nel vivo, mentre con la cadenzata “When’s The Lovin’ Comin’ Back?” ci si avvicina alla country music di Cash o di Haggard. Si swinga alla grande con la sapida “I Like Women”, ci si lascia cullare con la suadente “Might As Well Be” e con il primo dei due traditionals, “The Devil And The Farmer’s Wife”, splendidamente acustico e dal sapore bluegrass più genuino. “Forever After All” è una ballata folk bella nella sua estrema semplicità, “Daddy’s Jail” aumenta ritmo e coinvolgimento avvicinandosi ad una country music decisamente classica, “Where Is The Family Today?” è delicatamente presentata con ancora un retrogusto bluegrass, “Wake Up Crying”, tra gli ‘highlights’ del disco, è solida per melodia ed arrangiamento, con la chiusura affidata all’altro tradizionale, il classico gospel “Just A Closer Walk With Thee”. Da sottolineare lo straordinario lavoro di David West nella doppia veste di produttore e di talentuoso polistrumentista, sempre lucidissimo nel dare i giusti colori a queste canzoni.

Remo Ricaldone

23:38

Michael Shaw - He Rode On

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Michael Shaw vive appieno l’atmosfera del West celebrandola come musicista ma anche come vero cowboy e ranger (ha lavorato in uno dei più scenografici e spettacolari parchi americani, il Glacier National Park), frequentando spesso gli incontri dedicati alla cultura western nella porzione settentrionale delle Montagne Rocciose. La sua passione per la musica, inevitabilmente quella country ma anche rock, lo vede ora debuttare con un eccellente lavoro intitolato “He Rode On” che in più di un episodio mi ha ricordato l’indimenticato Chris Ledoux con il quale vengono condivise radici ed approccio. Grazie al fattivo supporto del produttore canadese Grant Siemens, già con la band di Corb Lund, l’album regala dieci notevoli brani che oscillano tra rock e radici, tra chitarre taglienti e fiddle & steel in un percorso veramente apprezzabile che riesce a catturare l’essenza ed il feeling dei musicisti che hanno forgiato Michael Shaw come musicista, da Dwight Yoakam agli Stones. L’iniziale “Bad Honky Tonker” vuole essere proprio un tributo a queste due facce della musica di Michael Shaw, trascinando con la sua grinta e la sua freschezza mentre “Outlaw’s Refuge” è una sorta di resoconto del periodo vissuto nella riserva indiana della tribù dei Flathead in un altro momento da incorniciare e con il fiddle di Jeremy Penner sugli scudi. “Billy” è ‘hard core country’ della miglior specie e senza inventare nulla Michael Shaw riesce ad essere assolutamente credibile nelle storie che racconta mostrando notevoli doti melodiche, “Cowboy Boots And A Little Country Dress” vira verso un travolgente rock’n’roll con una sezione ritmica che si conferma in tutta la sua solidità e con il bravo Marc Arnold al piano e “Huckleberry Wine” smorza i toni con una sognante ballata, decisamente evocativa. “Shot Down” mostra il lato più ‘outlaw’ del nostro e ancora le chitarre sono taglienti e ben si intrecciano con la pedal steel, nelle sapienti mani di Robby Turner (già con la band di Waylon Jennings), con “Stick A Fork In It” che fa riprendere quota e ritmo con un altro bel ‘rocking country’, corposo al punto giusto. Il trittico finale vede “Like They Used To” con una limpida melodia country e ancora la pedal steel che brilla, “Light Of The Moon” con un andamento più ‘attendista’ che cresce molto grazie ad un feeling a metà strada tra rock e country e la lunga “He Rode On” che chiude fungendo da commiato di pregevolissima fattura. Un esordio che vale la pena conoscere.

Remo Ricaldone

23:36

The North Star Band - Then & Now

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Then & Now”, doppio disco ricco di suoni che negli anni settanta si sarebbero definiti ‘country-rock’ e che oggi andrebbero sotto l’etichetta di ‘roots-rock’ o ‘americana’, racconta la storia di un segreto molto ben custodito, un quintetto che tra il 1976 e il 1982 calcò i palchi dei migliori clubs americani proponendo un genere che purtroppo stava esaurendo la sua carica espressiva in tempi dove imperava la disco music e nasceva il punk. Al Johnson era il chitarrista ritmico, Jim Robeson era il bassista, Gannt Mann Kushner fungeva da solista alla chitarra, Jay Jessup deliziava con la sua pedal steel guitar e ogni tanto imbracciava mandolino, banjo e saltuariamente le chitarre, Paul Goldstein sedeva dietro ai tamburi e in quegli anni fecero la loro  apparizione tra le fila della North Star Band anche gente come Danny Gatton, Steuart Smith e Bruce Bouton, notevolissimi strumentisti che contribuirono a dare al gruppo lo status di ‘cult band’. Due dischi all’attivo più un terzo pronto ma mai pubblicato fu il ‘bottino’ della North Star Band e poi l’oblio e strade che si divisero portando in varie direzioni i musicisti coinvolti. Ben 40 anni dopo però una reunion poco più che casuale sul palco dello storico Birchmere di Alexandria in Virginia, alle porte di Washington, DC, la voglia di tornare a quegli anni è stata forte e il passo verso uno studio di registrazione per fissare questi momenti è stato inevitabile. Così è nato questo “Then & Now” che affianca alcune registrazioni ‘storiche’ a quelle nuove per un godibissimo viaggio a ritroso nel tempo ritrovando (quasi) intatto un entusiasmo, con una freschezza tangibile e per certi versi sorprendente. Dieci brani per disco danno  un’idea esaustiva del loro suono di allora e di oggi, partendo da una godibile “Lonesome Losers” che rimanda un po’ ai New Riders Of The Purple Sage e che è anche una sorta di manifesto del loro suono per poi passare ad una morbida “On Down The Road”, a “Crow Don’t Crow” dalle movenze bluegrass e a “Still Believing”. Un disco dove le inflessioni pop in parecchi momenti si facevano via via più marcate. Le nuove canzoni sul secondo disco cercano, riuscendoci, a rinverdire (e in alcuni brani a migliorare) i fasti del passato già con l’iniziale “Brown Shoe Willy” dove le armonie vocali sono perfettamente intrecciate ad un country-rock con cenni cajun decisamente accattivanti. La classica country music di “Got To Forget About You”, “I’ll Always Wonder” che sposta un po’ i suoni verso certo roots-rock, l’intensa “Goose Creek” e la chiusura affidata a “Yes I Do” che suggella la sua melodia con un profondo amore per la country music rappresentano le cose migliori della ‘nuova’ North Star Band.

 Remo Ricaldone

23:39

Darden Smith - Western Skies

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dopo quindici album sparsi nell’arco di quasi quattro decadi Darden Smith, cantautore texano cresciuto con l’ispirazione dei grandi storytellers suoi conterranei come Guy Clark e Townes Van Zandt oltre a John Prine e maturato attraverso un percorso che ha compreso rock e canzone d’autore, aveva quasi preso la decisione di interrompere una discografia comunque importante iniziata nel 1986 con un fulminante debutto intitolato “Native Soil”, con tutte le carte in regola per affiancarsi ai migliori esponenti della country music venata di folk tipica del Lone Star State e poi snodatasi attraverso un elaborato e personale percorso che ha ampliato molto i suoi orizzonti sonori. Per fortuna Darden Smith non solo è tornato sui suoi passi ma ha messo a frutto un lungo periodo in cui ha viaggiato intensivamente lungo tutto il Texas appuntando immagini, suoni e sensazioni con un eccellente e poderoso lavoro intitolato “Western Skies”, un album intrigante e un libro che lo accompagna con tutto il fascino delle migliori ‘road stories’. Le undici canzoni che compongono il disco sono pura poesia e fotografano tutta la vastità, i miti, i personaggi e le emozioni che attraversano l’animo umano di fronte a luoghi così affascinanti. Spesso accompagnato dal piano, accarezzato da una strumentazione essenziale che lascia spazio alle melodie e ad un’interpretazione sempre accorata e intensa, “Western Skies” si snoda magistralmente avvicinandosi talvolta a sonorità che rimandano al Jackson Browne più costruttivo e in altri momenti a Terry Allen e alla sua poetica. Viene così definito con stile e passione un mondo in cui convivono fantasmi del passato, il deserto come entità metafisica, i sentimenti contrastanti della solitudine e del calore umano dei personaggi che abitano quelle terre. Il tutto proposto con una voce che ha maturato tutta la sua espressività e un approccio delicato e ricco di sfumature, cedendo in qualche momento al fascino latino del border come “I Don’t Want To Dream Anymore” e nei cenni quasi ‘jazzy’ di “I Can’t Explain”. Il meglio a mio parere arriva comunque con le molte ballate pianistiche che fanno da spina dorsale dell’album: tra l’iniziale “Miles Between” dalle inflessioni a la Terry Allen al commovente commiato di “Hummingbird” c’è più di un momento che lascia il segno, come l’affascinante “Western Skies” con i suoi pregevoli arpeggi acustici, e l’accoppiata “The High Road” e “Los Angeles”, da brividi per intensità poetica. “Western Skies” nasconde più di un gioiello nelle pieghe di una selezione godibile e seducente. Chi ama la canzone d’autore più adulta e matura non potrà che godere di  ogni capitolo.

Remo Ricaldone

23:34

Susan Cattaneo - All Is Quiet

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Tra le migliori esponenti di una scuola cantautorale fondamentale negli Stati Uniti come quella di Boston, Massachussetts, Susan Cattaneo ha saputo fondere le molteplici passioni che l’hanno fatta crescere e diventare musicista matura e sagace. Più volte ha intrecciato il proprio talento interpretativo con personaggi come Mark Erelli, Jennifer Kimball e Bill Kirchen, giungendo anche a confrontarsi con una delle più belle realtà del roots rock di terra americana come i purtroppo defunti Bottle Rockets. Proprio il precedente ottimo doppio album intitolato “The Hammer And The Heart” definiva con forza i due lati della sua personalità, con una parte più elettrica e robusta e una più delicata e tenue, disco che era il manifesto più reale della musicalità di un’artista sensibile. “All Is Quiet” già dal titolo indica la strada intrapresa per questo nuovo lavoro, un percorso fatto di sfumature, di ballate acustiche dal sapore dolce che avvolgono con il loro calore e trasportano in un mondo fatto di valori ed emozioni universali. La produzione di Lorne Entress è garanzia di grande cura dei particolari e di arrangiamenti in cui si predilige la linearità sottolineando ogni verso e ogni intervento strumentale, dalle splendide chitarre dell’esperto Duke Levine e di Kevin Barry al basso di Richard Gates e ai rarefatti interventi vocali dello stesso producer. Nove brani compongono il disco e non c’è una nota sprecata o stonata, tutto è legato da un filo sottile ma prezioso che è la voce di Susan Cattaneo, perfetta per raccontare queste storie di gesti naturali e di calore umano che pervade la sua scrittura. “No Hearts Here”, “Broken Things”, i legami affettivi di “Borrowed Blue”, il fascino un po’ misterioso di “Blackbirds” e la title-track “All Is Quiet” bastano per rendere l’album consigliato a coloro che amano la canzone d’autore più intensa ed interiore di cui Susan Cattaneo è senz’altro esponente di spicco.

Remo Ricaldone

23:31

The Pawn Shop Saints - Ride My Galaxy

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Jeb Barry si muove su due binari paralleli, quello come solista e quello come frontman dei Pawn Shop Saints, battendo i club come cantautore (quello del Bluebird Cafe di Nashville è uno dei palchi che lo hanno visto suonare più frequentemente) e dando voce alle sue attitudini più rock (o americana) guidando una band dinamica e solida. Due dischi a suo nome e tre con il suo gruppo hanno contribuito a forgiare doti compositive molto interessanti e questo “Ride My Galaxy” aggiunge colorazioni ricche di tonalità che vanno dal ‘power pop’ con tenui cenni psichedelici sulla scia di band come i Big Star di Alex Chilton a due punti di riferimento come i Wilco e Jason Isbell ai quali spesso guarda. Talvolta più acustici come nella tersa melodia di “diane” e nella storia di disillusione e amore perduto di “I’ll Be Missing You Again”, in altri momenti mandando a memoria la lezione dei Grateful Dead più legati alle radici come nell’intensa “Too Low For Tupelo”, in altri ancora irrobustendo  il sound grazie alle chitarre e soprattutto all’organo dell’ottimo Alan Taylor come nell’iniziale “Chevy Nova (That 70’s Song)” o nella decisa “Outlaws” o nella melodia ammantata di psichedelia di “Wicked”, i Pawn Shop Saints risultano sempre credibili e intriganti. “Jenny Why?” è presa in prestito dal repertorio solista di Jeb Barry e non fa fatica ad inserirsi senza cambiare nulla delle sue caratteristiche poetiche, mentre da segnalare c’è anche l’agrodolce ed accattivante ‘road song’ “Exits”. Disco questo che cresce in maniera esponenziale con gli ascolti e che entra con facilità nel cuore di chi apprezza americana e alt-country.

Remo Ricaldone

 

23:26

Kate Klim - Something Green

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Questo di Kate Klim, brava pianista, cantante ed autrice residente a (East) Nashville è un disco in cui le melodie sono il giusto contrappunto alla voglia di riemergere dopo un lungo periodo contrassegnato da pandemie, catastrofi naturali (leggi il devastante tornado che un paio di anni fa ha colpito proprio Nashville) e problemi personali. Per sua fortuna Kate Klim in quei giorni era a Dallas, Texas proprio a registrare “Something Green” che è diventato alla luce di tutti questi fatti un percorso catartico di speranza, amore e cambiamento. L’album  scorre in maniera naturale partendo dalla title-track, inevitabilmente, il manifesto e la dichiarazione di intenti interpretata in maniera deliziosa, guida di un album che si snoda in un susseguirsi di melodie poetiche, intense ed accattivanti. I rapporti interpersonali narrati in queste canzoni, concepite al piano e poi ‘rivestite’ con intelligenza e bravura dal produttore Andrew Delaney, danno l’esatta misura della grande umanità di Kate Klim e della sua capacità di regalare emozioni semplici e proprio per questo dirette al cuore. Difficile estrapolare da un così coeso intreccio di sensazioni un brano preferito, un momento che si eleva più di un altro. L’ascolto è così piacevole che l’album si apprezza con estrema facilità, con la voglia di riprenderlo dall’inizio per cercare magari quel particolare, quella sfumatura sfuggiti. “Take The Driving”, “Songbird”, naturalmente la title-track “Something Green” e “Highland Park” possono comunque essere l’ideale porta di ingresso al mondo musicale di Kate Klim.

Remo Ricaldone

23:55

Jefferson Ross - Southern Currency

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Jefferson Ross da Atlanta, Georgia, è musicista dotato di grande sensibilità, profondo amore per le proprie radici e anche di una buona dose di ironia e di disincanto nel raccontare le proprie storie. Tutte doti che contribuiscono a creare una proposta in cui le molteplici influenze sonore del ‘deep south’ vengono interpretate tenendo conto delle diversità di un mosaico multicolore che nell’immaginario di chi vive al di fuori di quella realtà risulta invece stereotipato e convenzionale. “Southern Currency” è probabilmente il lavoro in cui Jefferson Ross riesce a focalizzare al meglio tutto lo spettro sonoro di quelle terre fertili e di ricche di complessità e di contraddizioni. Country music, soul, bluegrass, folk e la canzone d’autore più classica sono presenti nella loro accezione più sincera, toccando le corde più intime in una alternanza godibile e cristallina. L’accattivante ‘packaging’, con splendidi scatti fotografici virati al color seppia, introduce un viaggio attraverso undici Stati del Sud veramente intrigante, un viaggio in cui ogni canzone definisce con sagacia caratteristiche e tratti essenziali dei luoghi cari all’emotività del protagonista. La produzione, assolutamente vincente, è dell’esperto Thomm Jutz che fornisce con il suo assodato talento un contributo basilare alla riuscita di questo progetto, con il fiddle di Tammy Rogers-King, già con i Steeldrivers, il solido contrabbasso di Mark Fain, lo straordinario mandolino di Mike Compton e le leggere percussioni di Lynn Williams a completare una backup band estremamente duttile e versatile. Il viaggio inizia con una eccellente “Alabama Is A Winding Road”, ballata corposa che personalmente mi ricorda la poetica di un bravo autore e musicista come Pat Alger, per poi proseguire con la freschezza di “Two Kentucky Brothers” con le inevitabili inflessioni ‘grassy’ e la colorata “Baptize The Gumbo” che ci porta direttamente in Louisiana. “Down In Macon, Georgia” è un robusto brano in cui la country music viene espressa con grande vigore e con un eccellente lavoro di slide acustica, “Turquoise And Tangerine” è delicata e, come si conviene ad una brano dedicato alla Florida, rilassata, con il sapore di certi brani di Jimmy Buffet, mantenendo quell’ispirazione che in tutto l’album è presente. Scorrevole è poi il tributo al North Carolina con “You Can’t Go Home Again”, con il sapore dei classici tra country e folk, mentre “Hot Springs” con i suoi deliziosi arpeggi acustici è un altro dei momenti topici del disco, segno della grande bravura come songwriter di Jefferson Ross (tutto l’album è frutto comunque del suo talento compositivo), “High Times In The Low Country” ci porta in South Carolina con una melodia intrisa di nostalgia, “King Of Mississippi” è solida e rimarca una scrittura fedele alle radici ma mai scontata e gli intrecci di mandolino e slide sono gioia per le orecchie. Chiudono questo viaggio nel profondo sud “The Nashville Neon Waltz”, gustosamente tradizionale e la title-track “Southern Currency” che rimarca una band notevolissima e la capacità di Jefferson Ross di catturare il più genuino spirito country, cosa tutt’altro che scontata di questi tempi.

Remo Ricaldone

 

23:54

Rhyan Sinclair - Letters To Aliens

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le più piacevoli sorprese di questa prima parte dell’anno, il terzo lavoro discografico della cantante ed autrice di Lexington, Kentucky Rhyan Sinclair mostra quanto sia eclettico il percorso che l’ha portata ad includere nel proprio sound country music, folk-rock di marca ‘seventies’ e l’amore per Linda Ronstadt, Joni Mitchell, Brandi Carlile e Tom Petty, personaggi che sono stati sicuramente ascoltati con molta frequenza nel corso del tempo. Fin dalla più tenera età Rhyan Sinclair ha calcato i palchi, accumulando esperienze nel campo roots fino ad affinare ottime doti compositive ed interpretative grazie ad una voce particolare ed affascinante che rimanda spesso alle sfumature di una Dolly Parton, facendosi qui accompagnare da una rodata ‘road band’ come i South 65 ed avvalendosi di una produzione centrata dove è affiancata da Jason Groves che ha svolto in qualche modo anche il ruolo di mentore suggerendole soluzioni che ascoltando i brani di questo “Letters To Aliens” risultano pienamente indovinate. L’album ha il pregio di scorrere con facilità e grande freschezza, alternando momenti più country ed acustici ad altri dove emergono le passioni più rock (e pop), mostrando Miss Sinclair sempre a proprio agio. L’iniziale “Dragon Spirit”, manifesto ideale del ‘mood’ complessivo del disco presenta subito quanto convincente sia l’approccio di Rhyan Sinclair, “Should’ve Been Prepared” è una sontuosa e sensuale soul ballad, con un’interpretazione decisamente matura, “Interstate Sailors” ha il passo delle classiche folk songs e si avvicina molto allo spirito più intenso della Dolly Parton più fedele al proprio retaggio, “Skywriting” è poetica ed intima e unisce con bravura country e pop, “The Wounded Healer” è tra i momenti più personali e da sottolineare è un’altra notevole performance vocale, “Gathering Dust” è country music della miglior specie, acustica e profonda, così come “Gasoline In The Morning” rimarca la bellezza di una seconda parte di album che prosegue su binari più tenui ma senz’altro più accattivanti. Da ricordare ancora la bella prova di insieme dei South 65 in “Bad Time”, solida e molto country, la deliziosa “Effie Jane”, nuovamente dal sapore tradizionale e la conclusiva “With Every Goodbye” che funge da sentito commiato. Disco e personaggio assolutamente da conoscere per chi ama i suoni roots.

Remo Ricaldone

 

23:52

Kevin Buckley - Big Spring

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La tradizione anglo-scoto-irlandese ha notoriamente giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo della musica roots in terra americana. L’old-time music, il bluegrass ed il country & western si sono giovati di un patrimonio enorme di ballate e danze che hanno fatto da base di partenza sulla quale si sono innestate le tradizioni di altre minoranze linguistiche, creando un vivace e straordinario ‘melting pot’. La scena americana che guarda con più attenzione al retaggio anglosassone e celtico è comunque ancora molto interessante e Kevin Buckley, ottimo fiddler e polistrumentista di St. Louis, Missouri, si aggiunge a nomi come Tim O’Brien e a tutti coloro che tramandano, aggiungendo inflessioni country-folk, un suono che genuinamente unisce i due lati dell’Atlantico. “Big Spring” è il suo debutto solista e il primo lavoro che fa emergere le sue radici irlandesi, dopo dischi in cui venivano proposti suoni più rock, ed è un buon compendio di ciò a cui il musicista è più legato e che vuole porre all’attenzione degli appassionati. L’attenta scelta del materiale che predilige i traditional strumentali, l’approccio passionale che evita virtuosismi fini a se stessi e punta all’essenza delle melodie, la perizia tecnica e la semplicità negli arrangiamenti fa si che l’album scorra con naturalezza, rendendo il tutto godibile ed accattivante. C’è poi il valore aggiunto dei tre brani cantati, tre momenti di grande poesia come “The Blackest Crow”, la splendida ripresa di “Never Tire Of The Road” di Andy Irvine, già con i mitici Planxty, band irlandese che ha scritto la storia del folk nell’Isola di Smeraldo e “Miss Bailey” che nobilitano ulteriormente l’album. Con un paio di canzoni in più il disco sarebbe risultato ancora più prezioso ma noi ci accontentiamo e aspettiamo Kevin Buckley ad una prossima prova che confermi la bontà di un percorso intrapreso con amore e passione.

Remo Ricaldone

23:50

Scott Martin - Corners Of The World

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Sembra che per Scott Martin il tempo non si sia per fortuna fermato a quel grave incidente in montagna che mise in forte pericolo la sua vita e interruppe una più che promettente carriera musicale che negli anni ottanta il musicista nativo del Pacific Northwest ma da anni residente ad Austin, Texas, stava facendo sbocciare. Già nel 2018 Scott Martin aveva dato alle stampe un disco intitolato “Missing” che lo riportava sulle scene dopo un periodo lunghissimo e che, con apparizioni degne di nota ad alcuni dei migliori festival dedicati alla canzone d’autore come Kerrville e Telluride, sottolineava una vena ancora freschissima che prendeva ispirazione alla grande tradizione cantautorale legata al folk e alla country music. Ora “Corners Of The World” aggiunge ulteriore conferma ad un ottimo talento con una selezione ispiratissima nobilitata da una produzione impeccabile (con l’esperto Ed Berghoff alla consolle), da una facilità di scrittura e da una grande attenzione alle linee melodiche che rende l’album accattivante ed attraente. Interessanti gli incroci acustici che spesso guidano le armonie e che non nascondono l’amore per la tradizione anche se i modelli sono personaggi come Dan Fogelberg, Tom Rush, il John Denver più roots dei primi dischi e tutta quella generazione di songwriters che specialmente negli anni settanta caratterizzarono buona parte del mercato americano. Canzoni come “The Absence Of Angels” che apre nel migliore dei modi l’album, “Can’t Stop This Train” firmata a quattro mani con un altro ottimo storyteller residente ad Austin come Terry Klein, “Roxham Road” le cui armonizzazioni vocali rimandano in qualche momento a quelle di Crosby & Nash, “A Little Mystery” dalle tenui e calde tonalità, l’evocativa “One More Beautiful Day” che non sfigurerebbe nel repertorio di James Taylor, l’intensa e lirica “Invisible” e “Deep Dark Night” rimangono nel cuore e impreziosiscono un lavoro poeticamente intenso. Da ascoltare.
Remo Ricaldone

23:38

Eliza Gilkyson - Songs From The River Wind

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L’ormai lunga carriera di Eliza Gilkyson iniziata nel 1969 e costellata di dischi sempre importanti per il suo linguaggio poetico maturato grazie ad un nobile dna (lei è figlia del grande storyteller Terry Gilkyson e sorella di Tony Gilkyson protagonista delle notti di Los Angeles con i Lone Justice e gli X) si arricchisce di uno dei capitoli più intensi ed intriganti intitolato “Songs From The River Wind”. L’album è un sontuoso affresco dedicato con profondo amore al West, scevro da ogni retorica che spesso ha accompagnato i racconti del genere, privilegiando una narrazione essenziale ed asciutta come i magnifici luoghi raccontati, sottolineando ad ogni nota melodie ed emozioni che rimangono nel cuore. La cantautrice ora residente a Taos, New Mexico (ma nata a Los Angeles e vissuta per lungo tempo in Texas) assembla un repertorio ricco di efficace sensibilità andando a riprendere melodie tradizionali e aggiungendo ad esse brani originali che si fondono in un ‘unicum’ di rara bellezza. Ad accompagnarla in questo viaggio nei luoghi più belli e nei ricordi più cari c’è un trio di grandi esperti dei suoni roots, Don Richmond, produttore e ispirato strumentista alle prese con una serie incredibile di strumenti a corda e anche ad accordion, armonica e percussioni, Rod Taylor e Jim Bradley che prestano le loro voci sotto il nome di The Rifters, mentre appaiono in preziosi ‘cammeo’ Warren Hood al fiddle, Kym Warner al mandolino e Michael Hearne alla chitarra. Una serie di gioiellini tradizionali vengono riletti aggiungendo nuove liriche da parte di Eliza Gilkyson e così tornano a risplendere brani come l’inziale, magnifica, “Wanderin’”, “Colorado Trails” e  “Buffalo Gals”, mentre altrettanto cristalline sono le melodie di “At The Foot Of The Mountain” scritta a quattro mani con John Gorka, “Bristlecone Pine” dell’ottimo Hugh Prestwood, autore per molti grandi cantanti di Nashville e “Before The Great River Was Tamed” dei Rifters. Notevole è anche il contributo compositivo di Eliza Gilkyson che firma la frizzante “The Hill Behind This Town”, “Charlie Moore” uno dei capolavori del disco a mio parere, “Wind River And You” e “Don’t Stop Loving Me” per citare qualche titolo di un album struggente e profondamente sentito. Certamente uno dei suoi lavori più intimi, personali ed affettivamente intensi.

Remo Ricaldone

23:36

Stephen Doster - Over The Red Sea

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Sono solo tre i dischi all’attivo per Stephen Doster ma la sua è una carriera lunga ed articolata in cui ha alternato con grande intensità e sagacia il lavoro di produttore e di musicista. Molto attivo già dalla fine degli anni settanta, Stephen Doster è stato a fianco di Nanci Griffith nei suoi primissimi dischi come chitarrista e direttore musicale, ha prodotto il debutto di Maren Morris, Jane Gillman, l’ultimo lavoro per George Ensle e Carolyn Wonderland per citare alcuni degli oltre 70 album a cui ha legato il proprio nome, ha condiviso il palco con Lyle Lovett, Patty Griffin, Little Feat, Ramblin’ Jack Elliott, Joe Cocker e Ricky Nelson e sue canzoni sono state incise da Dr. John e dai Double Trouble tra gli altri. “Over The Red Sea” segna ora il suo ritorno con uno spirito la cui semplicità di espressione è pari all’efficacia e alla bellezza della proposta, incisa su un impianto analogico a sottolineare la voglia di genuinità e purezza, con l’accompagnamento di una manciata di vecchi amici tra cui a spiccare c’è un compagno di molte sessions come Brian Standefer, violoncellista eccellente. “Over The Red Sea” presenta una scrittura lineare e intrigante, giocata su atmosfere acustiche e su armonizzazioni tra folk  e country in cui Stephen Doster si trova a suo agio e mostra una buona facilità di scrittura. “When I Cross The Divide”, la seguente “The Singing Bus Driver”, “A Better World”, “Who’s Crying Now”, “Magdalena Spoke” dove emergono anche influenze pop, l’eccellente “The Rooster Crows” dalle movenze tradizionali, segnano un percorso di valore per un musicista che merita attenzione. Uno dei piccoli tesori ben custoditi della scena texana.

Remo Ricaldone

 

10:33

Dan Weber - The Way The River Goes

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dan Weber è attualmente residente a Dallas, Texas in uno Stato che giustamente ha contribuito molto in fatto di canzone d’autore che is ispira alle radici country e folk. Tre dischi all’attivo di cui questo “The Way The River Goes” rappresenta probabilmente il suo  trampolino di lancio grazie ad una straordinaria vena compositiva e a uno stile che rimanda alla migliore tradizione cantautorale, da Darrell Scott a Greg Brown, da John Gorka a Gordon Lightfoot, condividendo con gli stessi una profonda visione poetica e la capacità di fotografare magnificamente la provincia americana, con i suoi contrasti ma anche con la bellezza nei rapporti umani tipica delle ‘small towns’. Le sessions del disco, tenute nella piccola cittadina di Truth Or Consequences nel New Mexico, hanno dato vita ad un percorso affascinante sia strumentalmente con la presenza di gente come il banjoista Tony Furtado e Jenny Conlee-Drizos dei Decemberists alla fisarmonica per citare i due nomi con più esperienza, sia per liriche dal grande peso poetico. La title-track “The Way The River Goes” apre l’album e siamo subito di fronte ad una storia estremamente intensa che funge da viatico per il prosieguo con una selezione che colpisce al cuore grazie a canzoni come “Ever Since Columbine” che affronta la tragica realtà delle stragi nelle scuole americane, “Farewell Maggie Valley”, “Goodbye New Orleans”, la frizzante “You Make Me Wanna Dance” e poi ancora “Ghosts Of Wichita”, “Last Night” e “Sun’s Gonna Shine When I’m Gone” dai toni struggenti. Canzoni queste che commuovono, accarezzano e celebrano uno storyteller di grandissimo talento, uno dei migliori attualmente in circolazione per intensità di linguaggio. Disco questo che merita lo sforzo di cercarlo in rete per apprezzare al meglio un sincero ed autentico troubadour.

Remo Ricaldone

10:31

Dana Cooper - I Can Face The Truth

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dana Cooper è un eccellente cantautore nato a Kansas City, Missouri che ha attraversato nelle decadi scorse le strade della musica delle radici con grande bravura ma con alterne fortune. C’è stato il periodo californiano a Los Angeles dove nel lontano 1973 debuttò con un album per la Elektra dove appariva la più classica sezione ritmica della West Coast, Russ Kunkel alla batteria e Leland Sklar al basso e poi Al Perkins e Jim Gordon, quello texano dove, a fine anni settanta invitato da Shake Russell, fece cose egregie dividendosi tra Houston e Austin e i legami sempre più forti con la Nashville delle produzioni indipendenti in ambito country. Dana Cooper è apparso ad Austin City Limits, ha calcato i palchi del Kerrville Folk Festival e di Mountain Stage mentre molte sue canzoni finivano nei repertori di molti suoi colleghi. A distanza di qualche anno dal precedente disco eccolo riapparire con un lavoro estremamente godibile, probabilmente uno dei suoi più intensi per maturità compositiva e per una freschezza vocale e di arrangiamenti mai scontata. “I Can Face The Truth” ha nel dna la country music più genuina, spesso intrecciata ai suoni ‘sixties’ con il ‘jingle jangle sound’ di byrdsiana memoria (come in “Upside Down Day”) e fascinazioni pop a rendere il tutto molto, molto affascinante e scorrevole. Molti sono i musicisti che appaiono anche solo per un breve ‘cameo’ a tributare il giusto omaggio al songwriting di Dana Cooper, dall’ottimo Tim Lorsch a Kim Richey e Maura O’Connell che prestano le loro magnifiche voci in una selezione che ha veramente pochi momenti in cui si tira il fiato. “Always Old Friends” apre con la cristallina bellezza di una melodia che lascia il segno e fissa il mood di una selezione che ha molte frecce la proprio arco, da una versione sontuosa del classico di Hank Williams “I’m So Lonesome I Could Cry” alla title track “I Can Face The Truth”, a “Laughing And Crying”, la più rockeggiante “Bluebird” e ancora la nostalgica “Summer In America”, canzoni che mostrano tutta la grande umanità del nostro e rimarcano radici solide e profonde. Caldamente consigliato.

Remo Ricaldone

10:29

Brock Davis - A Song Waiting To Be Sung

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Brock Davis ha avuto una vita tanto intensa quanto sofferta, dai traumi infantili nella nativa terra canadese ad un matrimonio che gli ha riservato più dolori che gioie, a esperienze lavorative tutt’altro che positive, con la musica a dettare i suoi primi passi ma in seguito relegata quasi in fondo ai suoi pensieri. Il riemergere del suo amore per la musica, la voglia di resettare tutto e riprendersi in qualche modo la vita ha segnato un nuovo inizio che Brock Davis ha pensato giustamente di affidare alle storie che compongono “A Song Waiting To Be Sung”, una interessante serie di quadretti tra rock e radici che riportano il musicista che ora si divide tra Santa Cruz, California e Nashville a concentrarsi sulle cose che veramente contano nella vita. E riemergono i suoi amori giovanili, Beatles e Bruce Springsteen inevitabilmente per uno della sua generazione, ma anche il cantautorato che negli anni settanta ha riportato le considerazioni intime e personali in primo piano dopo i sogni e le utopie del decennio precedente come Jackson Browne e James Taylor per esempio, mischiando country e folk in modo sempre creativo e personale. Le canzoni di questo album sono spesso riflessioni che coinvolgono emotivamente, a volte graffiando a volte accarezzando, sempre con uno spirito sincero e intenso. Le chitarre elettriche in certi momenti emergono per sottolineare i sentimenti più profondi ma molti sono i brani che portano in dote riflessioni poetiche di ottima fattura, riprendendo inevitabilmente la lezione di Dylan e non disdegnando le proprie considerazioni sui fatti più rilevanti della società in cui viviamo. Dal grido tra rock e gospel di “All Free” ispirata al movimento Black Lives Matter all’intensa title-track “A Song Waiting To Be Sung” con tutta la sua urgenza espressiva, dal rock ancora di “Can’t Get Close Enough To You” figlia di un passato personale che non si può cancellare ai toni vicini al cantautorato country di “Second Time Around”e di “Bet On Love”, tutto concorre a disegnare un quadro di buon pregio che merita di essere conosciuto ed apprezzato. Niente di rivoluzionario si intende ma qui c’è la forza di un artista autentico che non ha paura di mettersi a nudo.

Remo Ricaldone

10:27

Rupert Wates - For The People

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Inglese di Londra ma residente a New York dal 2007, Rupert Wates ha già inciso la bellezza di dieci dischi e si è messo in luce grazie alla partecipazione ad alcuni dei più importanti festival americani dedicati ai suoni roots come in particolare il Kerrville Folk Festival nella bellissima zona centrale del Lone Star State. E’ specialmente con i suoi due ultimi dischi, il precedente “Lamentations” e questo “For The People” che ha maggiormente focalizzato una proposta di livello eccellente, prettamente acustica e con una pregevolissima ispirazione folk, raggiungendo un’invidiabile maturità compositiva e strumentale. Il suo notevolissimo stile chitarristico e l’approccio vocale non può che ricordare le cose acustiche di Richard Thompson e il lato folkie di John Martyn e di Nick Drake, paragoni certo scomodi ma che calzano a pennello per quanto riguarda le canzoni contenuti in questi due album. “For The People” è incentrato specialmente sul suo retaggio britannico con godibili riferimenti alla tradizione e un’eleganza e una grazia veramente difficile da incontrare in questi anni. Talento puro il suo che in questo caso viene dedicato alla celebrazione dell’umanità nei suoi aspetti più positivi, con storie che parlano di vite ordinarie ma sempre degne di essere raccontate attraverso atmosfere senza tempo e con arrangiamenti tanto scarni quanto affascinanti. “For The People”,  “Oh Captain”, “The North Road”, “To The Sea”, “Thirty Thousand Guineas (A Smuggler’s Tale)”, la conclusiva “The Dance Of Joy” sono alcuni momenti da sottolineare per gusto melodico, fingerpicking meraviglioso e vocalità accattivante. Un disco, questo “For The People”, che regala emozioni cristalline e limpide privilegiando semplicità e purezza.

Remo Ricaldone

 

18:17

Terry Klein - Good Luck, Take Care

Pubblicato da Remo Ricaldone |

L’ancora breve carriera discografica del texano Terry Klein giunge a piena maturazione con questo terzo atteso album intitolato “Good Luck, Take Care”a dar seguito al bellissimo “Tex” di qualche anno fa. Ormai Terry Klein è da considerarsi a pieno titolo tra i migliori nuovi esponenti di una tradizione cantautorale come quella del Lone Star State, legata a filo doppio con la country music ed il folk, una scuola che ha ispirato profonamente (e continua a farlo) generazioni di musicisti. Il cambio di produttore, l’essersi affidato dopo il comunque bravissimo Walt Wilkins dei primi due dischi a Thomm Jutz, tra i maggiori produttori e musicisti dell’area indipendente roots in circolazione, è stata mossa intelligente e fruttuosa e assieme ad una vena poetica mai così efficace e brillante ha dato vita ad uno dei dischi che sicuramente finiranno nella lista dei migliori dell’anno. Ad aggiungere interesse c’è la scelta di ampliare e diversificare il proprio spettro sonoro mostrando tutto il proprio talento al servizio di un suono cristallino che certamente non perde di vista l’originaria canzone d’autore ma che spesso la ‘colora’ di tinte accese come negli stilemi vicini a certo roots-rock dell’iniziale “60 In a 75” e di “Salinas”. Irresistibilmente affascinanti sono i personaggi tratteggiati, le storie narrate con piglio sicuro, ogni intervento strumentale, dalle chitarre di Thomm Jutz al fiddle ed il mandolino della straordinaria Tammy Rogers fino alle ‘pennate’ di pedal steel di Scotty Sanders. Si dispiegano così veri gioiellini come “Does The Fish Feel The Knife”, “The Ballad Of Dick Trickle”, “The Goldfinch” o “Such A Town”, citando anche le struggenti e suggestive “What You Lose Along The Way” e “The Woman Who Was Lost In The Flood” in un insieme che in ogni piega, in ogni angolo riserva emozioni e spesso una lacrima. Disco assolutamente e caldamente consigliato.

Remo Ricaldone

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