16:42

Jarrod Dickenson - Ready The Horses

Pubblicato da Remo Ricaldone |



E’ un texano un po’ atipico Jarrod Dickenson, nato a Waco e ora residente a Nashville: ama i suoni del sud nella loro accezione più ampia, dalla country music al blues, dal soul al gospel, interpretandoli con una voce assolutamente splendida e con un approccio personale e ricchissimo di tonalità differenti. Ha condiviso il palco con gente come Bonnie Raitt, Don McLean e anche con i Waterboys, partecipando altresi ad alcuni dei festival più prestigiosi del circuito live come quello di Cambridge e di Glastonbury, non a caso entrambi inglesi visto che Jarrod Dickenson gode di un buon nome da quelle parti, dove ha anche inciso questo suo nuovo “Ready The Horses”, la più nitida e vibrante fotografia del suo suono e delle sue peculiarità artistiche. La nobile scuola soul legata alla Stax Records e a Muscle Shoals, Alabama, la tradizione cantautorale texana, fondamenta del più limpido ‘storytelling’ tra country e folk, la fusione di elementi apparentementi diversi in un unico eccellente mix è talento di pochi e il musicista texano riesce nell’intento di risultare sempre più che credibile, abbracciando con sicurezza i suoi più radicati amori musicali. Jarrod Dickenson riesce sempre a narrare con convinzione temi personali ed universali, duettando a volte con la moglie Claire per esempio nella intensa “Your Heart Belongs To Me” e facendosi accompagnare da uno stuolo di perfetti sidemen come Mark Edwards, sempre puntuale a organo Hammond, piano e wurlitzer, JP Ruggieri alle chitarre (elettriche, slide e steel) e, spesso, supportato da una sezione fiati che a volte ricorda la Band di Robbie Robertson e rimanda al più genuino ‘southern sound’. Le performances e la qualità della scrittura sono comunque i punti a favore della riuscita di questo “Ready The Horses”, un album che commuove e trascina, emoziona e convince in una azzeccata alternanza di tematiche. Basterebbe citare “California”, “Faint Of Heart”, “Gold Rush” e “I Won’t Quit” per renderci conto di trovarci di fronte un nome da seguire senza remore. Un disco che oltretutto cresce esponenzialmente ascolto dopo ascolto.
Remo Ricaldone


Non è la prima volta che dalla California si guarda al ‘deep south’ e a tutto il suo bagaglio di rock, soul, country e blues, già decadi fa i Creedence dalla Bay Area avevano omaggiato con enorme classe quel retaggio sonoro. Ora Robert Jon Burrison e i suoi Wreck da Orange County ci riprovano con grande entusiasmo e classe, ripercorrendo quelle strade mai abbandonate nel corso degli anni,  rielaborando nella maniera migliore il ‘southern rock’ che ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più intense della musica americana. “Last Light On The Highway” racchiude tutte le caratteristiche di quel sound: gli intrecci chitarristici, le slide, i cori femminili, le armonie, un repertorio gustoso e godibile. Nell’ultima decade, dal 2011, la band ha pubblicato regolarmente albums e questo ha tutte le carte in regola per farli conoscere più ampiamente e ad affiancarli ai vari Allmans, Lynyrd Skynyrd e simili in un’alternanza di colori e sapori molto variegati. Da “Miss Carolina”, primo singolo estratto dal disco, brano vincente per melodia e convinzione, a “Tired Of Drinkin’ Alone” che li avvicina a certo suono texano a la Whiskey Myers oppure ai Blackberry Smoke, altro gruppo con le stesse affinità. La spigliata “Do You Remember”, altra canzone dall’andamento classico che potrebbe essere stata pubblicata negli anni d’oro del ‘southern rock’, “This Time Around” forte e vigorosa, la tagliente ed energetica “Don’t Let Me Go” con un’introduzione degna dei  North Mississippi AllStars, la ballata pianistica “Gold”, la cristallina title-track divisa in due momenti a chiudere il disco e l’accoppiata “Work It Out” e “Can’t Stand It” tra soul e rock sono numeri di talento, magari non rivoluzionari ma sempre fortemente credibili e genuini. Un disco questo che si ‘sorseggia’ in un fiato e che chiede subito di essere riascoltato. Gradevole e convincente.
Remo Ricaldone

16:39

Darlin' Brando - Also, Too...

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il percorso che ha portato Brandon Goldstein, alias Darlin’ Brando, a questo suo debutto discografico intitolato “Also, Too…” è stato lungo, articolato e contraddistinto da esperienze molto diversificate. Nato in Virginia, Brandon ha dapprima frequentato gli ambienti musicali delle due coste per poi concentrarsi sulla country music, ultima tappa di una vita fatta di ‘innamoramenti’ artistici che lo hanno visto suonare rock, pop e folk ed esibirsi come batterista/cantante apprezzato ed appassionato con svariate bands. Nashville è stato naturalmente un punto di riferimento e queste otto canzoni che compongono l’album sono state incise e prodotte proprio a Music City con una ottima band di supporto formata da Brian Clements alla chitarra acustica, Adam Kurtz alla pedal steel, Jeff Malinowski al basso e Storm Rhode IV alle chitarre, elettriche e acustiche. In più c’è la preziosa presenza in due brani di Ryan Payton che impersona al meglio una sorta di ‘one-man band’ e la moglie di Darlin’ Brando, Edith Freni a fornire un piacevolissimo apporto vocale, a partire dall’iniziale “When You Don’t Fight”, duetto di gran classe nella migliore tradizione. “Also, Too…” è il perfetto compendio di come dovrebbe suonare la country music: semplice, coinvolgente, godibile, la naturale colonna sonora di una serata in un tipico honky-tonk dove sul palco si esibisce la band di turno e di fronte a loro le coppie scivolano in appassionati ‘two-step’. “Those Old Demons” ci porta verso sud, dalle parti del border, con le sue ‘spanish guitars’, le chitarre elettriche con gli immancabili ‘riverberi’ e una pedal steel che ricama sul fondo, “Therapy” aggiunge un gradito tocco di ironia senza tradire il suono legato ai migliori suoni country, sul versante ‘outlaw’, “Weeds & Flowers” è delicata ed acustica, cristallina e accorata, “Crumbling Marriages” inquadra ancora una volta gli stilemi più classici in modo affascinante interpretandoli al meglio mentre “Last Call” sorprende per impatto rock’n’roll e per la presenza di un vecchio amico di Darlin’ Brando al piano, AJ Croce, figlio dell’indimenticato Jim. Bella anche l’accoppiata finale formata da “Year One” e da “The Old Man And The Kid”, la prima a riprendere tutto il feeling di certo country-rock degli anni settanta, la seconda una ballata midtempo prevalentemente acustica. In definitiva un disco di brillante country music che merita attenzione.
Remo Ricaldone

16:37

The Furious Seasons - La Fonda

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Trio dall’affascinante afflato acustico che tocca folk, country, blues e pop, The Furious Seasons è guidato dal cantante, compositore e chitarrista David Steinhart, la cui carriera è passata attraverso innumerevoli capitoli, sia da solista che da leader di bands. Ad affiancarlo c’è il fratello Jeff, contrabbassista solido ed ispirato e l’altro chitarrista Paul Nelson, fine cesellatore di melodie che ben si intersecano con quelle del leader, formando eccellenti schizzi ed immagini che danno vita ad un repertorio di ottima fattura. A due anni da “Now Residing Abroad” che ha dato ai Furious Seasons recensioni molto positive, “La Fonda” segue quel percorso in un insieme coeso e stimolante, poetico e accorato. La registrazione di queste canzoni, praticamente in presa diretta e con un numero molto ridotto di sovraincisioni, giova ulteriormente alla loro freschezza e alla riuscita di un disco che si gode dalla prima all’ultima nota. Particolare cura è data poi alle armonie vocali e alla qualità delle tematiche affrontate, basate spesso sulle gioie e sulle sofferenze dei rapporti interpersonali ma anche tributando omaggio ad un caro amico in occasione del suo funerale. E proprio due dei brani più intensi si basano su questo fatto e “Vast Divide” e “Your Irish Funeral” non fanno altro che confermare la bontà di un songbook mai banale o scontato. La struttura di queste canzoni è al tempo stesso intricata e piacevole, sempre pienamente soddisfacente e dotata di gusto ed intelligenza, mostrando tutto il talento di David Steinhart e la passione dei suoi pards. “As A Matter Of Fact”, “Statistically Speaking”, “I Was An Actor”, “Burn Clean”, “Pitch Black” e “Slide Into Sadness” giocano sulle emozioni acustiche e chi ama le sonorità più ‘folkie’ non potrà che rimanere a bocca sperta ascoltando gli incroci chitarristici dei Furious Seasons.
Remo Ricaldone


“Touch Of You” è più di un tributo ad una delle più sottovalutate (almeno da noi) figure del movimento outlaw, è una sorta di rito di passaggio, un omaggio fatto con il cuore alla figura di Gary Stewart, honky-tonker di classe scomparso ormai da ben diciassette anni ma una delle ispirazioni per Mike Harmeier ed i suoi Moonpies, attualmente tra le più interessanti band country in circolazione. Lo scopo di questo progetto è di dimostrare la grandezza del songbook del musicista kentuckiano e di quanto abbia influenzato lo spirito del gruppo texano riprendendo con intelligenza e sagacia canzoni che spesso non hanno trovato spazio nella discografia di Gary Stewart ma ne hanno rappresentato una parte importante del repertorio, cercando al tempo stesso di soddisfare i vecchi fan che hanno ancora nel cuore la sua musica e di coinvolgere i giovani ‘fruitori’ dei suoni più classicamente country. La produzione nelle mani dell’esperto Adam Odor non fa che confutare la bontà dell’approccio, con una serie di intrecci cristallini di chitarre e steel e interpretazioni che, senza fare paragoni con le differenti sensibilità e tonalità tra originali e cover, mostrano un’intensità che raramente si trova oggi nelle produzioni country. Dieci canzoni, l’essenzialità e la semplicità  tipica della miglior musica delle radici, l’amore per questi suoni profuso in ogni sfumatura vocale e in ogni passaggio strumentale, tutto concorre a rendere piacevole questo album, da “Bottom Of The Pile” alla delicata e deliziosa “Heart A Home” che aprono e chiudono la scaletta. “Smooth Shot Of Whiskey”, ballata nella migliore tradizione delle ‘drinking songs’ che hanno caratterizzato le tematiche legate alla country (e non solo), la pimpante e pulsante “The Gold Barstool”, la nitida “The Finished Product” e il cadenzato honky tonk di “I’m Guilty” sono poi veri piccoli gioiellini che, pur non aggiungendo nulla di particolarmente nuovo, impreziosiscono un disco che si gusta in un fiato. E che subito chiede di essere ascoltato.
Remo Ricaldone

09:25

Jeff Black - A Walk In The Sun

Pubblicato da Remo Ricaldone |


A sei anni di distanza da “Folklore” torna con una nuova serie di canzoni Jeff Black, tra i migliori autori della scena folk e americana, in un album assolutamente ottimo che compensa ampiamente questo periodo di silenzio discografico. “A Walk In The Sun” non fa che comprovare la bellezza del ‘tocco’ del musicista nativo di Kansas City, Missouri ma residente da anni a Nashville dove nel tempo ha composto brani ripresi con successo da Blackhawk, Sam Bush, Alison Krauss, Waylon Jennings e Jerry Douglas per fare qualche nome. Voce appassionata e sempre fortemente espressiva, buona tecnica sia alla chitarra che al piano ma all’occasione anche interessante ad armonica e banjo, uno stile riconoscibile per dolcezza ed emozioni che infonde in ogni momento, una non comune coerenza stilistica che unisce la bellezza dei suoni acustici della tradizione ad un orientamento che talvolta lo porta in territori pop ma sempre con le radici giuste, queste sono le molteplici caratteristiche di un personaggio che a mio parere ha raccolto con la produzione a suo nome meno di quello che avrebbe meritato  in fatto di popolarità e successo. L’occasione è perfetta quindi per fare la conoscenza con la sua musica e magari con i suoi dischi precedenti, dieci eccellenti raccolte di emozioni iniziate a fine anni novanta con “Birmingham Road”, suo unico lavoro pubblicato da una major. L’impianto è spesso acustico ma non mancano momenti in cui le situazioni volgono verso un roots-rock decisamente intrigante, come in “Machine” con le sue chitarre distorte e il piglio quasi rock blues oppure nella ballata elettrica intitolata “How To Save The World”. Il resto lo occupa il suo talento compositivo che qui si materializza attraverso una notevolissima serie di perle, a partire dall’introduttiva “Needed The Rain” che ci consegna subito uno dei brani migliori per poi passare a “Stumbling” con un magnifico dobro a cucire note ispirate, alla commovente  “Until I Learn To Fly”, alla pianistica ed elegante “Satisfied”, a “Calliope Song” che si avvicina alla tradizione grazie al bel lavoro di mandolino, così come “The Best That I Can Do” si pone a fianco della più toccante canzone d’autore e “Always On My Way Back Home” chiude con la più pura narrazione folk grazie ancora ad uno stile personale, da encomiabile storyteller quale Jeff Black è. Disco e musicista da (ri)scoprire…lo merita davvero.
Remo Ricaldone

09:23

Lee Gallagher And The Hallelujah - L.A. Yesterday

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Lee Gallagher si è trasferito dal Midwest in California cercando di materializzare i suoi sogni artistici legati al rock coniugato con le radici del suono americano. San Francisco prima, Los Angeles e la comunità musicale di Joshua Tree e dintorni poi, sono stati i suoi primi riferimenti geografici e culturali in un percorso che lo ha avvicinato al Tom Petty più classico, ai Black Crowes più melodici e in generale a tutte le colorazioni ‘southern’ che si possono trovare nell’affollato sottobosco indipendente che si ispira a country music, blues e soul. Gli Hallelujah, la band che lo accompagna in queste sue ‘scorrerie’ attraverso il Golden State hanno subito diverse trasformazioni ed impersonificazioni e ora è un quartetto molto ben bilanciato che vede le chitarre elettriche ed acustiche di Jason Soda, le splendide tastiere di Kirby Hammel e la sezione ritmica affidata a Jimmy Dewald al basso e a Will Scott alla batteria. Con questa line-up Lee Gallagher ha inciso questo suo terzo disco intitolato “L.A. Yesterday” che segue di ben cinque anni il precedente album omonimo che a sua volta seguiva un interessante ep in cui il nostro collaborava con Victoria Williams (“Valley Of A Dying Breed”). Gli echi del classic rock di fine anni sessanta ed inizio settanta, il gusto melodico e l’incisività dei nomi citati ma anche del retaggio lasciato da Byrds, Flying Burrito Brothers e Buffalo Springfield sono alla base del suono di questo bel dischetto che scorre egregiamente attraverso dieci canzoni originali. Con l’ottimo pianismo che la contraddistingue, il disco si apre con “Highway 10”, ispirata dalla strada che unisce la città degli angeli al deserto del Mojave, più e più volte percorsa da Lee Gallagher in questi anni, una melodia subito invitante ed azzeccata che mostra le doti vocali e compositive del nostro. “Breakin’ Up” unisce canzone d’autore e rock un po’ come il primo Elliott Murphy, con l’efficace slide di Jason Soda a segnare un brano dal forte sapore ‘sixties’, “Goodnight Sweet Maria” è rock ballad robusta ed elettrica, derivativa si ma molto piacevole, ancora il piano di Kirby Hammel protagonista della seguente “Lullaby For The Acid Queen”, interpretata con un piglio sicuro e con grande cuore da Lee Gallagher. “Feed Your Flame” è acustica ed eterea, uno dei momenti più intimi ed accorati, “Astral Plane Blues” anche grazie all’armonica tipicamente blues vira verso il sud, ricordando non poco il sound dei ‘Corvi Neri’, così come la pregnante “California Divide” con il suo approccio deciso, mentre “County Line” sembra una ‘outtake’ di Tom Petty e mette una gran nostalgia. A chiudere l’album due midtempo dal passo sicuro, “Gone Today” e “Rollin’ Out” a rimarcare ispirazione e talento da parte di un nome da tenere assolutamente d’occhio in futuro.
Remo Ricaldone

09:21

G.F. Patrick - One Town Over

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dalla nativa Georgia all’attuale base di Philadelphia, PA, dalle atmosfere folk e bluegrass con la band Black Horse Motel ai suoni più roots-rock e americana di “One Town Over”, il suo debutto ‘a lunga durata’, G.F. Patrick ha maturato un suo stile personale, una sua narrazione adulta e ricca dal punto di vista interiore. Anche i protagonisti delle sue canzoni sono cresciuti con lui, hanno percorso la propria strada dall’adolescenza all’età adulta cambiando prospettiva ed aspirazioni con tutto il bagaglio di paure e speranze mostrando sempre il lato più intenso ed autentico. “One Town Over” è un lungo viaggio formato da quattordici tappe (più una cosiddetta ‘hidden track’) per quasi un’ora di ottima american music in cui la voce e la chitarra acustica di G.F. Patrick sono supportati da una bella ed efficace band di tre elementi, tutti esperti e già protagonisti di sessions con gente del calibro di Jeffrey Foucault, Patty Griffin, Buddy Miller e Norah Jones. Billy Conway e Frank Swart, rispettivamente a batteria e basso, formano una sezione ritmica affiatata mentre le chitarre elettriche (e anche le tastiere) di Mark Blasquez illuminano e colorano storie intrise di immagini che evocano le radici sudiste del nostro, racconto di vita di ogni giorno maneggiate di volta in volta con delicatezza, incisività, poesia e nostalgia, tutte fedeli al suo retaggio folk e country. “Mud”, “Trucker’s Song”, “Blood On The Battle”, “Water Rising Up”, “Refugee’s Plea (Jungle Prayer)” esprimono già dai titoli i legami con la propria terra in un’alternanza godibilissima di ballate e momenti più grintosi e spigliati. Da sottolineare poi ancora la bellezza di “Butterfly Effects”, la drammaticità e lo spessore poetico di “Like Father”, “Till The Day We Die” e “Beauty Fades” con il loro carico di emozioni. Un disco dalle molte sfaccetature questo che merita di essere apprezzato nella sua interezza, un nome quello di G.F. Patrick da affiancare ai molti che raccontano con sincerità e coinvolgimento l’America di oggi.
Remo Ricaldone

22:40

Reckless Kelly - American Jackpot/American Girls

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Quella dei Reckless Kelly è una straordinaria ‘storia di famiglia’, un viaggio lungo tre generazioni partito dalle montagne dell’Idaho e proseguito prima in Oregon e poi ad Austin, Texas dove i fratelli Cody e Willy Braun hanno creato una delle più belle realtà tra country music e rock guidando quella scena texana che ha regalato innumerevoli emozioni e grande musica. Con i fratelli Micky e Gary, leader di Micky & The Motorcars, altra notevole band del Lone Star State, i Brauns hanno rappresentato quell’unione tra radici e spirito rock che trae ispirazione nello stesso modo da Uncle Tupelo e Joe Ely con forza e poesia. A quattro anni di distanza dal già ottimo “Sunset Motel” ecco un doppio sforzo compositivo ed interpretativo che presenta al meglio tutto lo spettro sonoro dei Reckless Kelly alternando ballate e ‘uptempo’, accorata nostalgia e la tipica ruvida musicalità che in questo quarto di secolo ha caratterizzato la loro proposta. “American Jackpot” e “American Girls” sono un po’ la summa del loro lavoro e l’uscita in contemporanea sta a testimoniare la ricchezza di un suono in molti momenti prettamente acustico ma che non perde nulla in efficacia e valore, per certi versi la definitiva affermazione della loro carriera se ce ne fosse bisogno. Due dischi che soddisferanno in pieno i fans, per ispirazione e potenza, per delicatezza e poetica. Pur essendo divisa fisicamente in due, questa serie di canzoni ha profondi collegamenti, quasi a presentarsi come un ‘concept album’ dall’ampio spettro sonoro che va dal travolgente rock’n’roll alle fascinazioni western alle sofferte ballate ‘blue collar’ ma con l’aspetto comune di uno stile ormai ampiamente riconoscibile. Gli echi sudisti, il forte ed indissolubile legame con la più autentica country music, le godibili ‘nuances’ del border sono parte di un patrimonio genetico iniziato con la band di papà Eustaceus ‘Mustie’ Braun, un ensemble dedito principalmente al western swing, in un percorso di rara coerenza e bravura. Difficile comunque estrapolare qualcosa da due dischi così coesi: su “American Jackpot” è trascinante “Mona”, il momento più rock, mentre commoventi sono ballate come “Put On Your Brave Face Mary”, la conclusiva e pianistica “Goodbye Colorado”, l’eccellente “North American Jackpot” che apre il disco e ne fissa le coordinate tematiche e sonore in un insieme sempre appassionante e convincente. “American Girls” ha i suoi momenti migliori nell’introduzione affidata alla sciolta “I Only See You With My Eyes Closed” che vede la presenza vocale di Suzy Bogguss, “Miss Marissa” e “Don’t Give Up On Love”   classici  ‘heartland rock’ che li avvicinano al repertorio di Bob Seger, Springsteen o al primo Mellencamp, “Lonesome On My Own” con una pedal steel che segna la melodia come meglio non potrebbe, “Lost Inside The Groove” che rimanda alle migliori pagine di Doug Sahm o dei Texas Tornados con il suo irresistibile e tipico ritmo, e l’intima ed acustica “Home Is Where Your Heart Is”. Candidati ad essere tra i migliori album dell’anno in ambito roots.
Remo Ricaldone

22:37

Chad Kostner - Highway 63

Pubblicato da Remo Ricaldone |


E’ una delle più fresche e corroboranti sorprese degli ultimi tempi questo debutto intitolato “Highway 63”, una serie di canzoni dal taglio country/folk ispirato ed autentico. A proporcelo è un nome nuovo a cui affidarsi senza remore, capace di narrare l’America di provincia con eccellente senso melodico e una capacità introspettiva non comune. Chad Kostner, nato a Chicago ma cresciuto nel Wisconsin rurale, nella piccola comunità di Bloomer, è cresciuto con la migliore tradizione cantautorale avvicinandosi al mai troppo compianto John Prine, portando avanti quell’ inossidabile ed inevitabile retaggio country al quale è legato e che traspare limpido nelle otto canzoni che compongono il disco. La voce è di quelle espressive con quell’accenno ‘abrasivo’ e coinvolgente che ben si adatta al suono essenziale e sincero, sempre brillante ed evocativo. “Highway 63” gode anche di una scrittura solida, sicuramente derivativa ma che riesce ad essere sempre fortemente credibile e mai scontata. I classici suoni roots che si possono trovare nella sconfinata e fertilissima scena indipendente della provincia americana sono qui declinati nella maniera migliore, avvicinandosi ogni tanto alla migliore tradizione texana grazie all’honky-tonk della godibilissima canzone che da il titolo all’album, con l’ottimo picking di Steven James Carlsson all’elettrica oppure lascinadosi cullare dalla melodia di “Different Dream”, altro punto forte della selezione. Canzoni che risultano di volta in volta nostalgiche, divertenti, malinconiche e sempre oneste, dall’iniziale “Demons” alla conclusiva “Heading Home”, passando per una “Summer” che avrebbe fatto felice John Prine alla delicata “Rambler’s Soul”, per “Old Movies” e per “Yellow Water” che si avvale della bella pedal steel di Mike Haselman. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

22:36

Greg Copeland - The Tango Bar

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La storia di Greg Copeland è stata curiosa e irta di ostacoli in un percorso con lunghissime pause e ritorni inaspettati iniziato nei primi anni ottanta quando debuttò per l’etichetta di David Geffen con un disco intitolato “Revenge Will Come”, incensato da una parte della critica (Time Magazine lo inserì nella sua ‘top ten’ dell’anno) ma subito ignorato dalla propria label.  A causa di questo ‘rifiuto’ Greg Copeland si ritirò dalle scene per un ventennio circa e solo ad inizio duemila riprese interesse nella musica, cominciando a scrivere canzoni che qualche anno dopo, nel 2008 confluirono nel bel ritorno dal titolo “Diana And James”, prodotto da Greg Leisz con il supporto di Jackson Browne. La vera natura artistica emerse pienamente attraverso arrangiamenti essenziali e fluidi, ispirati da una vena mai così intensa che sembrava predire una più continuativa ripresa discografica. Così non fu, ancora una volta, e una nuova pausa lo riportò in un limbo dal quale ora, a distanza di dodici anni, sembra riemergere. “The Tango Bar”è la nitida fotografia di un musicista ormai settantaquattrenne ma che riesce ad esprimere tutta la forza espressiva, la poetica e la musicalità ‘tenuta dentro’ per tutto questo tempo. Un disco, prodotto con cura e sagacia da Tyler Chester, che conquista per una serie di canzoni dal notevole peso specifico, aumentato anche grazie ad una serie di ospiti/amici che nobilitano ed impreziosiscono queste sessions. Le voci di Inara George e di Caitlin Canty, i tamburi di Jay Bellerose e di Don Heffington, tra i migliori drummers in circolazione a mio parere, le chitarre deliziose di Greg Leisz, di Val McCallum (anche lui con Jackson Browne) e dello stesso produttore Tyler Chester che si alterna anche alle tastiere e al basso, le armonie vocali della promettente Madison Cunningham e di David Garza forniscono il supporto perfetto per le nuove, pregevoli storie di Greg Copeland, interpretate con fare scarno e vissuto. “The Tango Bar” cresce moltissimo con gli ascolti e ci riconsegna un personaggio scostante ma ricco sia dal punto di vista umano e che artistico e canzoni come “I’ll Be Your Sunny Day” (con la voce di Inara George, figlia dell’indimenticato Lowell), “Lou Reed” con le splendide e taglienti chitarre elettriche di Greg Leisz, “Coldwater Canyon”, il notevole trittico che vede protagonista Caitlin Canty alla voce (“Mistaken For Dancing”, “Better Now” e “Beaumont Taco Bell”) non fanno altro che confermare tutto ciò. Bentornato Greg.
Remo Ricaldone

22:34

Adam Karch - Everything Can Change

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Canadese di Montreal, Adam Karch è profondamente innamorato dei suoni americani delle radici e il suo stile guarda con passione e talento a quel ‘melting pot’ di influenze che è il Sud, tra blues, country e folk. “Everything Can Change” è il suo album numero cinque e prosegue quel dinamico ibrido di sonorità che non lo inquadrano chiaramente in un ambito ma che lo pongono tra i più interessanti nomi della scena nordamericana. Dotato di una eccellente tecnica chitarristica, sia all’elettrica che all’acustica, Adam Karch è anche un bravo autore che però non disdegna l’accostamento con il repertorio classico della musica americana e in questo suo nuovo disco conferma queste doti consegnandoci versioni assolutamente credibili ed interessanti di “After Midnight” di JJ Cale (introdotta da un saggio delle sue doti di picker), di “Don’t Think Twice It’s All Right” di Bob Dylan e di “Preachin’ Blues” di Robert Johnson. Tra gli originali spiccano l’ispirato roots-rock di “In The Wintertime”, interpretato con convinzione e grande bravura, “Everything Can Change”,  ballata acustica  che giustamente fornisce il titolo al disco, con il passo dei classici, la rilassata “Porch Groove (Sunday Morning)” con un altro assaggio del magnifico stile di Adam Karch all’acustica, il pieno sapore blues di “Bitter Harvest”, la deliziosa country music di “Life” e “Fair Verona Blues” che completa una selezione avvincente e ricca di spunti di interesse.
Remo Ricaldone


Ciclicamente Randy Rogers e Wade Bowen tornano per rinsaldare un’amicizia che li lega da anni, approfittando delle naturali pause nelle loro rispettive carriere e prendendo al volo l’opportunità di suonare assieme e di condividere l’amore per le radici country. Cinque anni fa, nel 2015, “Hold My Beer vol.1” suggellava nel migliore dei modi questo legame, sorprendendo (ma non troppo) per affiatamento e grande voglia di lasciarsi andare con melodie e suggestioni comuni in un album riuscitissimo che ora, a distanza di ben cinque anni, trova il suo naturale ed atteso successore. Le melodie sono cristalline, l’affiatamento è ovviamente eccellente, il materiale fornisce ulteriori spunti di interesse in una partnership tra le più belle nell’ambito della musica texana. Questo secondo volume presenta ulteriori miglioramenti in fatto di convinzione, maturità e passione, una conferma se ce ne fosse bisogno della bontà di una proposta che è ancora una volta un atto d’amore nei confronti della tradizione country del Lone Star State. Lo sforzo compositivo, quello che rende prezioso l’album in fatto di canzoni, è condiviso con alcuni dei nomi migliori dell’attuale scena roots, mentre le performances si avvalgono di un’ispirazione veramente eccellente. “AM/FM” è l’introduzione e la conferma del grande stato di forma della coppia che in questa loro seconda collaborazione danno il meglio di se in una selezione decisamente impeccabile. Titoli come “Rodeo Clown”, “Let Me Be Merle”, “Rhinestoned” (firmata tra gli altri dalla bravissima Lori McKenna), “Ode To Ben Dorcy (Lovey’s Song)” con la presenza vocale (virtuale) di Waylon Jennings e del figlio Shooter, “Mi Amigo” con la collaborazione dei sempre magistrali Asleep At The Wheel in un irresistibile e divertente western swing, la cristallina melodia di “This Ain’t My Town”, “Warm Beer” perfetta da cantare in concerto, scritta da Adam Wright, la sciolta melodia di “Her” firmata dalla ‘premiata ditta’ Dean Dillon/Buddy Cannon e la title-track che chiude in bellezza il disco alzando il grado di ‘elettricità’, celebrano con grande fascino una country music che specialmente in Texas ha sempre mantenuto una dignità, una freschezza, una credibilità notevolissime. Un disco da godere nella sua interezza. Meglio se con una bella birra ghiacciata.
Remo Ricaldone

09:55

Stripmall Ballads - Distant

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dietro a questo curioso ‘moniker’ c’è Phillips Saylor Wisor, nome decisamente sconosciuto qui da noi ma già con una buona esperienza, sia con il duo The Shiftless Rounders che in tour con i King Wilkie, una delle più apprezzate band acustiche americane. Tra echi elettro-acustici e la più nobile canzone d’autore americana, Stripmall Ballads rappresenta il lato più alternativo e al tempo stesso tradizionale di questi suoni, mostrando una vena in continua crescita che ora si arricchisce di queste otto canzoni raccolte sotto il titolo di “Distant”. La sua è una scrittura solida ed ispirata che talvolta rimanda al Neil Young più intimo mentre in altri momenti affronta il grande libro della musica americana con un piglio ispirato alle più profonde radici tradizionali. Queste sono canzoni sospese nel cuore pulsante d’America, introspettive e ed intensamente poetiche, un po’ randagie e ruvide ma sempre qualitativamente rilevanti in un racconto ‘on the road’ che, pur essendo già stato narrato da tantissimi scrittori, registi  e musicisti, mantiene intatto tutto il proprio sincero fascino. La strumentazione parca ed estremamente misurata, la voce spesso sussurrata e sempre carica di pathos, la scrittura sospesa tra passato e presente, in bilico tra contemporaneità e tradizione, mostra il carattere da classico ‘troubadour’ del nostro in un insieme degno di fare da colonna sonora ai migliori romanzi ‘di strada’. “Distant” scorre così tra rimandi quasi cinematografici e la voglia di raccontare ancora una volta l’America di provincia, quasi come in una ideale colonna sonora delle più suggestive pagine dei romanzi che molti di noi hanno letto e metabolizzato. “Susan At The Crossroads” apre idealmente questo moderno romanzo americano con il suo carico di immagini e di ricordi che chi ama la narrativa ‘on the road’ ha nel cuore e gli altri sette ‘capitoli’ non fanno che confermare e rimarcare l’ispirazione di Mr. Wisor. Ognuno può riportare alla mente, ascoltando queste canzoni che scorrono idealmente in un ideale ‘nastro d’asfalto’, ricordi e reminiscenze che brani come “Juice And Sage”, la lunga e cinematografica “Jennifer Pine Tree”, “Marietta”, “Don’t Mind Me” e “Slinger” evocano in un racconto essenziale e romantico, pieno di riferimenti e vivide immagini. Un disco questo da centellinare con attenzione e pazienza, un racconto ricco nonostante la durata non particolarmente lunga. Un disco dalla notevole forza poetica.
Remo Ricaldone

09:54

Jess Jocoy - Such A Long Way

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nel 2018 aveva esordito con un ep che aveva in qualche modo introdotto la sua musica nella scena indipendente e ora con questo “Such A Long Way”, Jess Jocoy entra di diritto tra le più intense e profonde storytellers che si muovono tra country music e canzone d’autore. Residente ormai da anni a Nashville dove ha affinato la sua capacità di raccontare e raccontarsi tra autobiografia e intime considerazioni sui rapporti interpersonali, la cantautrice cresciuta a Seattle mostra con questi undici quadretti di poter inserirsi a pieno diritto nella parte migliore della scena roots, con una vena che alcuni hanno definitivo come un incontro tra Jason Isbell ed Emmylou Harris. Di entrambi Jess ha più di un punto di contatto, dall’intensità interpretativa al gusto melodico che fa di queste canzoni un consigliatissimo viatico per fare la sua conoscenza. Basterebbero in effetti i primi tre brani per definirne qualità e bravura, da “Existential Crossroads” a “Somebody Somewhere”, passando per “The Ballad Of Two Lovers” dove c’è tutta la poetica di Jess Jocoy e la sua voce veramente notevole, pregna di emozioni e di sfumature che toccano il cuore. I rapporti padre/figlio di “Castles Made Of Sand”, la vibrante “Long Way Home”, il retrogusto agrodolce di canzoni come “She Won’t Be Sad Anymore”, “Aching To Feel Alive” e “Hallelujah”, la dolcezza di “Hope (Such A Long Way)” sono momenti a cui è difficile rimanere indifferenti. La produzione è equilibrata ed è nelle mani di due nomi esperti come Michael Rinne che ha lavorato con Miranda Lambert e Dylan Alldredge il cui lavoro con Mary Gauthier, Joy Williams e Leon Bridges ne ha svelato le qualità e il ‘vestito’ che hanno cucito sulla voce di Jess Jocoy è perfetto per sottolinearne tutta  l’arte poetica. Un disco che è il miglior viatico per entrare nel mondo di una eccellente singer-songwriter.
Remo Ricaldone

09:52

Son Of The Velvet Rat - Monkey Years #2

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Sono anni ormai che Georg Altziebler e la compagna Heike Binder hanno lasciato la nativa Graz, Austria per trasferirsi nel deserto californiano del Mojave, nei dintorni di Joshua Tree, alla ricerca delle migliori condizioni ‘spirituali’ che potessero ispirare il loro talento artistico. Legati profondamente alla canzone d’autore sia europea che americana, da George Brassens a Townes Van Zandt, da Jacques Brel a Leonard Cohen, Son Of The Velvet Rat, il nome scelto per presentarsi agli appassionati, hanno percorso una strada molto scenografica ed evocativa piena di riferimenti e di stimoli che luoghi affascinanti come quelli in cui risiedono possono fornire. Folk, country ‘decostruito’ e ridotto all’osso, all’essenza primaria, riflessi ‘di confine’, profondi legami letterari sono alla base della loro proposta, presentata spesso con i panni di un ‘lo-fi’ che non fa che intrigare ulteriormente l’ascoltatore. “Monkey Years #2” è uno sguardo al passato, ad alcuni degli album proposti precedentemente, con l’aggiunta di un paio di inediti, tanto per stuzzicare i vecchi fans e ci fornisce le coordinate giuste per apprezzare una proposta estremamente attraente. “Mother Of Pearl” è il primo dei due nuovi brani, una country song essiccata al sole californiano con l’armonica che ammalia e le belle armonie di Heidi Binder a supportare il ‘front man’, mentre “Sirens” con i suoi riverberi e le atmosfere ‘dark’ rimanda al repertorio di Leonard Cohen e chiude l’album con le sue emozioni quasi sospese. Il resto del disco è comunque basato su tematiche simili in un’alternanza di melodie che si aprono e si chiudono come i fiori del deserto, dalle chitarre acustiche e l’armonica di “White Patch Of Canvas” che sarebbe piaciuto al Dylan di “Pat Garrett & Billy The Kid” o di “Desire” con quelle fascinazioni mexican godibilissime alla poetica “King Of Cool” in cui fa capolino una ispiratissima tromba e, prezioso cameo, Lucinda Williams con la quale Georg Altzieber ha incrociato i percorsi quasi casualmente. Sono molti gli spunti che queste canzoni portano con se, molte le immagini che evocano, molte le sensazioni che provocano in coloro che le ascoltano: tutte comunque hanno in comune l’amore per le radici del suono americano pur se in certi momenti filtrato dalla sensibilità e dalla cultura europea. Questo non fa che arricchire un lavoro prezioso e propositivo che merita di essere scoperto e goduto fino in fondo.
Remo Ricaldone

18:23

Joe Edwards - Keep On Running

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Joe Edwards ha sempre sognato l’America e le sue radici musicali. Nel Wiltshire, contea rurale dell’Inghilterra sudoccidentale, ha imparato a conoscere il retaggio rock e blues attraverso BB King, Jimi Hendrix e Stevie Ray Vaughan per poi scoprire la più bella canzone d’autore a stelle e strisce con Bob Dylan, James Taylor e Paul Simon e formarsi musicalmente unendo con ottima personalità tutte queste influenze. Una maturazione che gli ha dato la possibilità di entrare in contatto anche con il folk-rock ed il soul e ora il suo esordio, intitolato “Keep On Running”, ce lo presenta capace di interpretare al meglio un bagaglio artistico pieno e solido. Inciso a Nashville sotto l’esperta produzione di Steve Dawson, uno dei nomi più ricorrenti in questo periodo quando si parla di commistioni tra folk e blues, “Keep On Running” ha tutta la freschezza di una serie di sessions portate a termine con naturalezza ed essenzialità, con un ‘buona la prima’ che si è giovata di un ristretto ma prezioso manipolo di musicisti assolutamente in sintonia con il mood complessivo, rilassato e profondo. Undici canzoni in cui la narrazione di Joe Edwards è idealmente supportata da una pedal steel, da chitarre slide acustiche ed elettriche, da una sezione ritmica discreta e mai invadente. A volte con un sentore di JJ Cale per approccio, in altri momenti affondando nel più genuino country blues, sempre con lo sguardo attento ad un’esposizione vicina al folk, la selezione, tutta originale dalla penna di Joe Edwards, cresce moltissimo con gli ascolti fino ad entrare nel cuore dell’ascoltatore appassionato di quel suono ‘americana’ che incrocia generi e sensazioni. Dall’iniziale “Beth’s Song” dedicata accoratamente alla moglie alle storie ispirate dai lunghi viaggi ed esperienze in giro per il mondo, tutto è permeato di notevole carica poetica, con la title-track “Keep On Running”, “Capital Blues”, la suadente country ballad “The Gambler” con la bella pedal steel nelle mani del producer Steve Dawson, “Cross The Line”, “Don’t Let The Bastards Get You Down”, “Driving Home” e “Back on The Road” a rappresentare i risvolti più intimi ed ispirati. Un debutto decisamente riuscito e promettente.
Remo Ricaldone

18:20

Nels Andrews - Pigeon And The Crow

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L’oceano ed il deserto: due luoghi opposti che però hanno ispirato profondamente la scrittura di Nels Andrews, californiano attualmente residente a Santa Cruz che arriva al quarto lavoro discografico con l’esperienza ed il bagaglio di vita vissuta in questi ambienti stimolanti e che lo hanno portato ad una profonda introspezione. Un album questo “Pigeon And The Crow” registrato in soli tre giorni sotto la ‘supervisione’ della flautista irlandese Nuala Kennedy che ha intensamente lavorato dando un’impronta folk ad una scrittura come quella di Nels  Andrews legata alle radici americane più intriganti e genuine. Spesso il suo flauto contribuisce a portarci idealmente in un ambito ‘irish’ che si fonde naturalmente con ‘l’americanità’ del protagonista, sposando due mondi spesso convergenti. Il disco risulta veramente molto equilibrato e coeso, interpretato con una grande bravura da tutti i musicisti coinvolti, dal violino di Shane Cook al cello di Pete Harvey, dalle chitarre di Jonathan Goldberger e Emmanuel Paquete al mandolino di Marla Fibish, tutti volti a ricreare immagini dalla forte valenza poetica. Le canzoni poi sono quelle che danno consistenza all’album, storie che prendono spunto da riflessioni naturalmente insite nell’animo umano come amore, egoismo, speranza, paure e pace interiore. Una selezione intrigante le cui colorazioni sono generalmente tenui e solo momentaneamente si accendono lasciando trasparire aspetti sempre suggestivi. Un disco questo da assaporare e centellinare con calma, lasciandoci trasportare da atmosfere attraenti e suadenti.
Remo Ricaldone

18:17

Rebecca Turner - The New Wrong Way

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Dopo aver vissuto a New York e a Los Angeles Rebecca Turner, artista ugualmente attratta da country music, rock e pop, ha stabilito la sua base nel New Jersey, a Maplewood, continuando una carriera che la vede arrivare al terzo disco solista intitolato “The New Wrong Way” che segue di ben dieci anni il precedente “Slowpokes”. Questi anni sono volati via comunque senza che Rebecca Turner abbandonasse i suoi sogni artistici e ora la ritroviamo convincente e determinata in una selezione veramente piacevole. Registrato negli storici Ardent Studios di Memphis, Tennessee, questo lavoro ci ripropone una interessante autrice e un’interprete appassionata che riprende un paio di cover (la delicatamente jazzata “Tenderly”, brano degli anni ’40  interpretata tra gli altri da Rosemary Clooney e l’ottima “Sun In The Morning” firmata da Barry e Maurice Gibb, gioiellino country-folk del loro periodo di fine anni sessanta) e propone una ottima serie di brani originali. Talvolta più rock come nell’iniziale “Living Rock” e nella intensa “Cassandra”, spesso legata a certe inflessioni country come in “Water Shoes” dove appare il bel banjo di Jon Fried, in “Sawtelle” e “Tour Job” dove Skip Krevens mostra eccellente bravura alla pedal steel e nelle incisive “Idiot”, “Free The Rose”, “Circumstances” e “What If Music?”, pregevoli esempi della ritrovata vena di Miss Turner. Da sottolineare la produzione pulita di Scott Anthony che affianca la stessa Rebecca Turner e il notevolissimo lavoro alle chitarre, elettriche ed acustiche, di Rich Feridun che impreziosisce molti momenti dell’album con interventi energici o ‘di fino’. “The New Wrong Way” è un apprezzato bentornato per un nome che merita l’attenzione di chi apprezza certa (alternative) country music, il roots rock di personaggi come Tom Petty (un riferimento per lei) e il fresco sound pop della west coast. Consigliato.
Remo Ricaldone

18:12

Dave Greaves - Still>Life

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Dave Greaves ha vissuto intensamente gli anni tra i sessanta e i settanta del secolo scorso dando un fattivo contributo alla scena cantutorale inglese, venendo in contatto con nomi come Nick Drake, Sandy Denny e John Martyn con cui andò in tour. Originario della cittadina di Hull ma ora residente lungo la costa del mare del nord a Scarborough, Dave Greaves ha anche all’attivo la collaborazione come chitarrista nei tour di musicisti americani che si sono recati nel Regno Unito come per esempio Bob Cheevers con cui ha stretto una bella amicizia, ricambiata dall’artista texano che gli ha prodotto questo impegnativo doppio cd intitolato “Still>Life”, un articolato e variegato excursus che ci presenta un ‘songbook’ interessante e per molti versi pregevole. Lo sforzo compositivo è decisamente gravoso, sono ben ventidue le canzoni che lo compongono, tutte originali e solo in alcuni casi scritte con l’aiuto di qualche firma esterna. Da questi racconti emerge subito il suo importante pickin’ chitarristico, un approccio disteso e ispirato frutto di una maturazione qui raggiunta in maniera completa e la vicinanza stilistica con i nomi citati in precedenza con la predilezione per ballate perlopiù acustiche di derivazione folk. Non mancano chiaramente le derivazioni americane ed il linguaggio usato spesso lo avvicina alla tradizione cantautorale d’oltreoceano, il tutto arrangiato con attenzione e sagacia. “A Piece Of This Life” introduce nel migliore dei modi il primo disco, con cenni autobiografici e una bella melodia, “Still Life With Piano” entra ancora più nel profondo con intensità ed introspezione, ragalandoci un altro momento da ricordare, mentre canzoni come “Fool’s Gold”, “Frank”, “Killing Time” e “The Desperate Hours” confermano doti compositive di buon livello. Sul secondo disco si segnalano per il loro interessante svolgimento “Phantasy” e “Sunflowers”, “The Longing For You” e “Unguarded Moment” in un incedere leggermente ‘appesantito’ da una certa ripetitività che magari avrebbe meritato un leggero sfoltimento per rendere il tutto più scorrevole. Non è facile proporre una tale mole di materiale senza incorrere nel rischio di risultare un po’ monotono. Rischio superato in buona parte per un musicista di valore come Dave Greaves.
Remo Ricaldone

11:11

The Panhandlers - The Panhandlers

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Quella dei Panhandlers è un'avventura che merita di rappresentare uno dei migliori progetti usciti nel Lone Star State grazie ad una freschezza, una luminosità e un’ispirazione assolutamente da rimarcare. La country music nella sua coniugazione più incisiva e dinamica è alla base del quartetto formato da Josh Abbott, William Clark Green, Cleto Cordero e John Baumann in una selezione impeccabile che regala una manciata di canzoni che rimarranno a lungo nei cuori degli appassionati. Gli arrangiamenti rimandano un po’ ai Turnpike Troubadour nella loro versione più roots, le performances si giovano di un affiatamento notevolissimo mentre la scrittura pesca nella più genuina tradizione texana creando una selezione che fa di questo disco certamente uno dei più intriganti lavori dell’anno. La produzione è nelle mani esperte ed ispirate di Bruce Robison che porta a termine un prodotto che si gode dalla prima all’ultima nota attraverso dieci brani contraddistinti da una profusione di fiddle & steel, di chitarre elettriche e di una solida sezione ritmica. Canzoni che mischiano con classe ballate e midtempo perfetti per essere proposti coralmente in una dimensione live, classiche country songs e momenti più robusti e vicini al migliore ‘southern sound’, da “West Texas In My Eye” al delizioso country waltz di “Panhandle Slim”, da “This Flatland Life” a “The Panhandler” in un susseguirsi di dichiarazioni d’amore nei confronti del West Texas e dall’affascinante regione del ‘manico di padella’, quel pezzo di Texas che si insinua a nord tra Oklahoma e New Mexico. Tutto l’album merita l’attenzione non solo del fan ma di chiunque voglia entrare nel mondo delle ‘high plains’ e dei suoni che lo caratterizzano. Un progetto questo che si spera non risulti isolato e che possa in futuro riportare in pista il quartetto dei Panhandlers con nuove canzoni.
Remo Ricaldone

11:08

A.K. & The Brotherhood - Oh Sedona!

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Ormai non si può più parlare di casi isolati, la scena svedese che guarda alle radici del suono americano tra country e rock è la migliore in Europa, la più credibile. Ad aggiungersi alla bella serie di musicisti che in questi anni hanno nobilitato la musica che proviene da quelle parti c’è ora Alo Karlsson, cantante, chitarrista ed autore di Vaxjo, sud della Svezia, legato fortemente ai suoni country ma pronto ad aggiungere il suo tocco personale che porta queste canzoni ad un livello notevole, con forti connotazioni ‘americana’. Ad accompagnarlo in questo percorso c’è un’ampia e modulata band, aperta ad una serie di amici e ‘brother in arms’ che prendono il nome di Brotherhood e forniscono sfumature e colori tali da farci godere appieno canzoni che rimandano ai classici della Band, dell’epoca d’oro del country-rock e dell’alternative country più recente. Quella di A.K. è una scrittura matura capace di evocare luoghi distanti geograficamente ma vicini al cuore di chi ama la musica americana delle radici, quella più genuina ed autentica, la voce è calda e sicura, in grado di guidare un repertorio assolutamente godibile nei suoi risvolti elettro-acustici, nelle ballate e negli uptempo. I numerosi strumenti a corda suonati con classe da Johann Glossner, il fiddle ed il mandolino di Martin Bjorklund, musicista che ha accompagnato Doug Seegers anche nel suo primo  tour italiano, la pedal steel guitar di Nicke Widen, le tastiere di Henrik Strom sono i punti fissi di una band eccellente e sorprendente. Sono molti i momenti da sottolineare in un album che è l’unione di tre ep pubblicati in momenti diversi ma che hanno una grande coesione e rappresentano un ‘unicum’ di ottima espressività, da “California Free Bird” alla splendida ballata in cui Alo Karlsson duetta con la bravissima Sofia Loell, “Big City Sidewalks”, dalle fresche e brillanti “For The Long Run” e “(Livin’ On) Tupelo Time” all’incisiva “Miles And Memories” fino a “Halfway To Anywhere” e a “Like The Devil Reads The Bible”, altri due begli esempi di scrittura. Un disco pienamente soddisfacente che sorprende e risulta in ogni momento estremamente piacevole.
Remo Ricaldone

11:05

Suzie Candell - Restless

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“Restless” è uno di quei dischi che riconciliano con la country music, quella fatta di qualità delle storie, di melodie fresche e in qualche modo ‘classiche’ e di interpretazioni sincere e genuine. A proporci questo disco brillante e naturalmente scorrevole è Suzie Candell, artista che ha saputo crearsi una carriera al di fuori degli States, senza pressioni e vincoli, libera di esprimere al meglio la propria musicalità, facendo base prima nel sud della Germania e poi nel Liechtenstein, certamente non il luogo dove potresti aspettarti di incontrare country music e ‘americana’. L’etichetta svizzera Brambus non si è lasciata sfuggire l’occasione di mettere sotto contratto Suzie Candell e il fiuto e l’intelligenza di questa scelta è ora ripagata da un disco che non faticherà ad entrare nel cuore di chi ama le voci femminili che guardano alla country music e alla canzone d’autore ad essa legata. La produzione è della stessa Miss Candell, così come l’intero repertorio scritto con mano sicura e con l’aiuto in qualche occasione di colleghi come Beth Wimmer, musicista che ha in comune quello di aver scelto di trasferirsi in Europa per perseguire i propri sogni e di Shawn Jones che assieme a nomi come Brent Moyer (altro nome legato alla Brambus), Billy Watts e Aaron Till, formano la schiera di sidemen che supporta la protagonista attraverso le dieci canzoni del disco, unendosi ad alcuni strumentisti locali. Ballate e momenti più country-rock contraddistinguono un insieme decisamente ben equilibrato, suonato in maniera impeccabile con misura ed acume. “California Dreamin’” (non quella dei Mamas & Papas) apre l’album dando subito l’impressione di trovarci di fronte ad una voce importante e ad un lavoro intrigante, “Up And High” aumenta i giri rimandando a certe cose dei Fleetwood Mac di “Rumours” per immediatezza e brio mentre grande vivacità pervadono le trascinanti “”My Baby Wants To Rock’n’Roll” e “The Party’s Right Here Tonight”. “Whiskey And Why” è ballata intima con tanto di sinuosa pedal steel, “Me And This Gun” è un midtempo che mi ricorda un’altra ottima ‘chanteuse’, la texana Robyn Ludwick, “Flat Broke Blues” swinga alla grande e la title-track ci culla con calore ed intensità. Queste sono le canzoni che formano la spina dorsale di un disco che ha il grande merito di dare visibilità a un nome da appuntarsi e da ricordare per il futuro.
Remo Ricaldone

11:02

The Danberrys - Shine

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Il duo The Danberrys, formato da Ben Deberry e da Dorothy Daniel, ha base a Nashville ed è al terzo disco, co-prodotto a quattro mani da Brian Brinkenhoff, già con Malcolm Holcombe e Van Morrison tra gli altri e Marco Giovino, batterista con una notevole esperienza alle spalle con Patty Griffin, Buddy Miller e i Band of Joy. “Shine”, come si arguisce dal titolo, splende di luce chiara e cristallina grazie ad una musicalità e ad uno script decisamente intriganti, frutto di una lenta ma costante maturazione che ha portato i Danberrys a rappresentare al meglio quel suono che comprende un po’ tutte le influenze roots, dalla country music al rock passando per blues e folk, catturando benissimo lo spirito un po’ dark’ delle terre a sud della linea ‘Mason-Dixon’. Spiccano in queste sessions, avvenute in soli tre giorni in quel di Boston, Massachussets, le chitarre di Duke Levine, straordinario musicista che ha base proprio da quelle parti, una sezione ritmica sempre precisa e dal suono spesso volutamente ‘sporco’ con il citato Marco Giovino alla batteria e Marty Ballou al basso e, ciliegina sulla torta, il prezioso ‘cammeo’ di Darrell Scott che presta la sua voce nella bellissima “The Mountain”. Le voci poi sono tra i motivi di apprezzamento maggiore, intense, sofferte, accorate, spesso all’unisono ma con una menzione particolare per Dorothy Daniel, vera eccellente sorpresa. L’album scorre con estrema naturalezza ed ispirazione, tenendo alta la tensione e mostrando grande personalità con storie mai banali e frutto di uno sguardo fattosi adulto grazie ad esperienze non sempre positive ma che hanno concorso ad una profondità degna di nota. Gli stili si fondono benissimo e canzoni come “Love Conquers All”, la citata “The Mountain” con il sentore di New Orleans nelle pieghe, “The River Is Wide” e poi ancora “Undertow”, “Holding The Bag” e “The Coals Glow” fanno percepire un grandissimo amore per l’intero spettro sonoro che il ‘deep south’ ci ha proposto negli anni, prendendo spunto da apprezzati predecessori come Buddy Miller e spesso la Band di Robbie Robertson, ‘guida spirituale’ per generazioni di artisti che si sono cimentati con la musica delle radici. Uno sforzo questo decisamente riuscito che merita tutta l’attenzione da parte di chi cerca genuinità e cuore nella musica.
Remo Ricaldone

23:28

Gunther Brown - Heartache & Roses

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Portland, Maine non è certo al centro delle attenzioni degli amanti della musica ma è una delle molte città americane la cui scena artistica vive di tante belle realtà e di ‘segreti’ da scoprire. Assieme alla band dei fratelli Mallett i Gunther Brown si pongono tra le migliori proposte del panorama alt-country e americana e questo loro terzo album intitolato “Heartache & Roses” mostra quanta vitalità, passione, carica umana possieda il sestetto guidato da Pete Dubuc, frontman solido e ispirato. Dal 2014 i Gunther Brown hanno portato, sui palchi del nordest soprattutto, la loro trascinante miscela di rock e radici corroborata da una scrittura importante e da ottime doti strumentali, capaci di risultare delicati e rocciosi, poetici e orgogliosamente travolgenti. La via tracciata negli anni da band come Uncle Tupelo, Jayhawks e Old 97’s ha fatto da battistrada a questi ‘ragazzi’ il cui piglio risulta sempre credibile ed autenticamente sincero. Oltre al leader la band comprende altre due chitarre, quelle di Mark McDonough e di Greg Klein, giunto alla corte dei Gunther Brown da un’altra band di Portland, i Dark Hollow Bottling Company, le tastiere, l’armonica e le chitarre di Joe Bloom Anderson e la sezione ritmica che vede Drew Wyman al basso e Derek Mills alla batteria in un insieme affiatato e dal punto di vista compositivo assolutamente democratico visto che le canzoni sono composte con sforzo spesso collettivo. Dalle tonalità country dell’introduttiva “New Man” si dipana una selezione che alterna rock e ballate tinte di roots, tutte estremamente godibili, logicamente derivative ma ricche di fascino. Non è facile estrarre un momento da sottolineare, l’album è caratterizzato da grande coesione e spirito condiviso, interpretato con grande attenzione pur mantenendo quell’aspetto ‘rustico’ e genuino. Una bellissima sorpresa quella dei Gunther Brown e un nuovo nome da affiancare a quelli citati. Conferma della grande vitalità della scena ‘indie’ della sconfinata provincia americana.
Remo Ricaldone

23:26

Glenn Jones - Ready For The Good Times

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La scena musicale di Chapel Hill, North Carolina,  strettamente legata alle cittadine di Raleigh e di Durham, è una delle più vitali e vivaci degli interi Stati Uniti con la presenza di moltissimi clubs che propongono rock, folk, bluegrass, country, jazz con una qualità notevolissima. Da quelle zone sono usciti Avett Brothers, i Whiskeytown di Ryan Adams, Tift Merritt, i Carolina Chocolate Drops di Rhiannon Giddens e tantissimi altri e Glenn Jones, musicista dall’ampia visione musicale sempre legata alle radici del più genuino suono americano, si è abbeverato a questa preziosa fonte di ispirazione ed è cresciuto notevolmente in una carriera che ora vede la pubblicazione del suo terzo disco solista intitolato “Ready For The Good Times”, probabilmente il lavoro che suggella la sua maturità di perfomer e di autore. Dodici canzoni che ne rappresentano l’essenza artistica passando dalla country music per virare verso folk e per una canzone d’autore ispirata e stimolante, fresca ed invitante. In queste canzoni è riflesso tutto il vissuto di Glenn Jones, le sue esperienze artistiche e personali con storie che risaltano per ottimo senso melodico e solide capacità interpretative con un supporto veramente azzeccato da parte di una serie di ottimi quanto poco noti musicisti del luogo, da Libby Rodenbough, splendida fiddler a partire dall’iniziale “Ripples In The Pond”, uno dei momenti di maggior bellezza dell’album a John Boulding, sensibile dobro player, fino a Jerry Brown, produttore e chitarrista di valore, a Joe MacPhail le cui tastiere donano poesia e ulteriore bellezza a molti brani, a Joseph Terrell, bravissimo a lap steel e chitarre acustiche e a Andrew Marlin, puntuale a mandolino e chitarre. Un gruppo che mostra grande versatilità e fornisce il miglior sostegno possibile al leader in una selezione in cui spiccano “Bury My Heart On Music Row” dalle inevitabili inflessioni country, la colorata “My Baby Makes Pie” che ci porta idealmente verso i suoni di New Orleans, “I’ve Got  A Voice” le cui chitarre acustiche e la tersa melodia ne fanno uno dei capitoli più accorati, l’ottima “A New Great Pyramid” ulteriore conferma delle qualità di Glenn Jones come autore, il bel duetto con Rebecca Newton di “Let’s Make Some Good Old Days”, “No Fool Like An Old Fool” dall’irresistibile sapore ‘old fashioned’ e la classica country song che da’ il titolo all’album. Momenti da sottolineare per genuinità e che rendono questo disco decisamente godibile.
Remo Ricaldone

23:25

Barbara Bergin - Blood Red Moon

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A volte, non importa a quale età, il richiamo della musica è più forte di qualsiasi cosa e si imbraccia la chitarra per iniziare una nuova vita all’insegna delle cosiddette sette note. E’ stato il caso di Barbara Bergin, chirurgo ortopedico con la passione per i cavalli che ha smesso camice e speroni per intraprendere un percorso artistico affidandosi per il suo debutto alla produzione di Jane Gillman, eccellente ed esperta figura della scena roots, cantante ed  autrice dalla grande sensibilità e visione ‘manageriale’ incontrata ad Austin, Texas dove la nostra si è trasferita dalla nativa New York. “Blood Red Moon” è il risultato del talento musicale e compositivo di una storyteller capace di disegnare quadretti di grande efficacia cercando spunti dalla vita comune ma anche da riferimenti storici, seppur avvolti da un’aura di fantasia. Preziosa è la collaborazione di una serie di importanti nomi della scena di Austin come il batterista/produttore Merel Bregante, l’eccellente chitarrista Rich Brotherton, l’estrema finezza del pianismo di T Jarrod Bonta, l’esperienza del bassista David Carroll, con l’inevitabile presenza di Jane Gillman che presta qua e la i suoi dulcimer, armonica e mandolino a brani che si muovono tra canzone d’autore folk e reminiscenze più tradizionali. La selezione è decisamente piacevole e in gran parte acustica, dall’iniziale “Blood Red Moon”, intensa ballata in cui fanno bella mostra le chitarre di Mark Viator alla divertente “My Life’s Good (Cuz I Don’t Live In The City)” dalle movenze più rock. Un disco che scorre con grande naturalezza e ci regala momenti interessanti come la melodia tinta di folk britannico “She Danced With The Young Prince Of Wales”, gli echi appalachiani di “Possum’s In The Corn” con il bel banjo di Cathy Fink, ballate intense come “Warm Place” a cui T Jarrod Bonta con il suo piano dona ulteriori colori e “Captain Of The Robert E. Lee” con  l’accordion di Chip Dolan mentre “Let’s Get On Up!” rimanda ai classici temi folk degli anni sessanta e “Like Father Like Song” unito alla tradizionale “Cluck Ol’ Hen” chiude un album che speriamo possa essere l’inizio di una lunga carriera.
Remo Ricaldone

23:23

Andrew Hawkey - Long Story Short

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Andrew Hawkey è il classico musicista che ha passato la sua carriera ‘sottotraccia’ esibendosi nei piccoli club senza mai agganciare il treno della fama preferendo una vita fatta di emozioni ‘ordinarie’ ma non per questo meno vissute. Nato in Cornovaglia ben settantasette anni fa, Andrew Hawkey ha trascorso anni nell’Inghilterra rurale prima di trasferirsi nella ‘swinging’ London degli anni sessanta e per lungo tempo nel Galles dove attualmente risiede. La sua visione musicale è sempre stata legata ai suoni americani, folk, blues e country e tutto questo è racchiuso in questo suo album intitolato “Long Story Short”, una sorta di riassunto delle sue radici, un interessante percorso tra ballate folk, fascinazioni country e quel pizzico di blues/soul a rendere vario il suo repertorio, basato essenzialmente su ballate descrittive e delicate. A me ha subito ricordato il cantautorato country di personaggi come Bill Staines e Chuck Pyle con quello stile discorsivo e quieto che è stata la caratteristica peculiare anche di ottimi songwriters inglesi come Allan Taylor e Ralph McTell ai quali Mr. Hawkey sembra aver preso ispirazione. “Long Story Short” è prodotto con intelligenza dallo stesso Andrew Howkey con la collaborazione di Clovis Phillips, personaggio dal nome poco noto ma dal curriculum ricchissimo per i suoi legami artistici con gente del calibro di Gail Davies e Jeb Loy Nichols del quale gruppo fa attualmente parte. Scelta ovvia è stata quella di vestire queste canzoni di un arrangiamento elettro-acustico che non sovrastasse la voce del protagonista, non particolarmente potente ma giusta per i suoni proposti, e la presenza di un bel tappeto di chitarre e dell’aggiunta di volta in volta di pedal steel, banjo e armonica è risultata vincente. La colloquiale “Dear Friend”, la più vivace “Golden Heart (On A  Rusty Chain)”, il brano con maggiori legami con la country music, la cristallina “A Little More” che rimanda al Christy Moore più intimo e romantico, la bella e profonda “The Believer”, le godibili inflessioni soul di “Jones On Me” e la title-track, pianistica, che chiude nel migliore dei modi il disco, sono il filo conduttore di una selezione che cresce con gli ascolti riservando momenti di riflessione e di piacevolezza.
Remo Ricaldone

11:21

Ben Bostick - Among The Faceless Crowd

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“Among The Faceless Crowd”, terzo disco per Ben Bostick, segna il suo ‘ritorno a casa’ dopo un decennio passato al caldo sole californiano e un paio di ottimi album tra rock e radici. Soprattutto il suo precedente “Hellfire” del 2018 lo ha confermato artista veramente interessante alle prese con un robusto e solido suono in cui la parte rock era preponderante dando vita ad un lavoro tra i migliori in ambito indie degli ultimi tempi. Questo invece rappresenta il suo lato più interiore ed intimo, composto com’è di ballate e midtempo che pagano un inevitabile tributo a country music e folk, molto vicino come spirito al cantautorato texano (Guy Clark in primis) e a gente come John Prine, guida spirituale per generazioni di storytellers. Inciso, suonato  e prodotto  in proprio, “Among The Faceless Crowd” vede come una presenza ‘esterna’ in qualche momento di alcuni suoi pards del periodo di Los Angeles ad aggiungere giusto qualche tastiera, qualche linea di basso e un apporto chitarristico che impreziosisce una selezione riflessiva e melodicamente molto valida che mostra un musicista dalla sensibilità notevole e dalle mille risorse. I dieci capitoli di questa storia, raccontati con voce sicura e modulata e spesso introdotti da intriganti arpeggi chitarristici, parlano di una routine quotidiana scandita da speranze, delusioni e dalla ‘disperazione della vita in mezzo ad una folla senza volto’ usando le parole dello  stesso Ben Bostick. Canzoni come l’iniziale “Absolutely Emily”, “Wasting Gas”, “The Last Coast”, “Central Valley”, la frizzante “Working For A Living”, “Too Dark To Tell” e “If I Were In A Novel” fotografano un aspetto del musicista nato nel South Carolina ma residente in Georgia meno rimarcato dalle sue precedenti registrazioni e assolutamente piacevole ed intrigante.
Remo Ricaldone

11:19

White Owl Red - Afterglow

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Al quarto album sotto il moniker di White Owl Red, Josef McManus celebra con grande efficacia ed ispirazione la stagione migliore dell’alternative country, dai Green On Red ai Wilco passando per la canzone d’autore e per il rock mostrando di avere assimilato alla perfezione la ‘lezione’ dei maestri Tom Petty, Bruce Springsteen e Bob Dylan. Lungi dal fare paragoni con questi grandi nomi, il songwriting di Mr. McManus ne contiene certi stilemi e li propone con grande umiltà, impegno sociale e genuinità e “Afterglow” è un nuovo, importante tassello di una produzione di qualità alta e spontanea. Il suo sguardo alla società contemporanea è tagliente e disincantato, acuto ed intelligente, fotografato con toni spesso acustici e vicini al folk ma senza disdegnare la costruzione rock che ne ha accompagnato gli ‘anni formativi’. I due ‘estremi’ dell’album, “Afterglow” e “Working Class Heroes”, sono tra i momenti più significativi e danno l’esatta idea delle intenzioni di White Owl Red e la consapevolezza con la quale vengono consegnate queste canzoni sono notevoli, così come la loro lucidità. “Hell And The Blues”, “I Walk The Line For You”, la freschezza rock di “Tip Top Bob’s” e le ottime “Out On The Waters”, “Hold On” e “The Way I Feel Now” sono il ‘filo rosso’ che forma la struttura portante di un album che conferma tutte le doti di una delle realtà indie più pregnanti e socialmente più ‘affilate’ del panorama americano. Da conoscere.
Remo Ricaldone



Di lui non si sa molto, canadese dell’Alberta, musicista profondamente legato alle radici dei suoni americani, visionario, poliedrico, talentuoso. Jason Reid Ravensky ha costruito un doppio album ricco, importante, certamente un viaggio nelle pieghe del folk, della country music, della canzone d’autore, del rock che appaga per varietà di temi e di sensazioni. “I Can’t Take The Darkness Anymore” è un lavoro in cui si trova l’anima ed il cuore di un talento libero da etichette e da costrizioni, poetico ed estremamente godibile fin dalle prime note affidate a una “Further Down The Road” che apre un libro le cui pagine si affidano al suo amore per la natura, per la musica, per la poesia, con il fiddle ed il banjo che si librano sulle ali di un suono emozionante per intensità. Spesso viene in mente la forza espressiva di Jake Smith, alias White Buffalo, per chiare affinità elettive e nel primo di questi due dischi le connessioni emergono chiare. Il blues e i suoni sudisti fanno capolino nella seguente “A Very Dangerous Stash” per poi lasciare campo libero alla splendida “The Hologram Zoo”, tra i punti più alti della poetica di Jason Reid, tra country e folk, alle suggestioni latine di “A Henry Miller Romance”, a una “Amy ( A Little More Time)” che rimanda nuovamente al ‘Bufalo Bianco’ per coinvolgimento e vitalità e a “Broken Down” dove la melodia attraversa l’oceano e si avvicina all’Irlanda (come nella gustosa “I Do Believe”) per poi accendere emozioni ‘native’. Il secondo disco si apre con una roca e ‘waitsiana’ “Old Uncle Louis” che ci porta a New Orleans con tutto il suo bagaglio di jazz, soul e rock e da citare sono ancora “Big Black Hole” che si avvicina ancora a Tom Waits per forti analogie stilistiche con le atmosfere di “Rain Dogs” o “Swordfishtrombones”, l’eterea “When You Can’t Let Go, Let Go”, i sapori tra country e cajun di “Oh Sam, The Everyman” in una interpretazione ancora di grande intensità cosi come nell’accorata “Shipwrecked” in cui la canzone folk è rappresentata all’ennesima potenza. “I Guess That We’ll Be Fine” mi ricorda il compianto e grande Greg Trooper mentre a chiudere questo ricco piatto di ben 25 canzoni c’è la pianistica “The Fading Away” che accarezza con estrema dolcezza. Disco consigliato caldamente.
Remo Ricaldone

11:13

Jeffrey Foucault - Blood Brothers

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Non è recentissimo questo album ma è utile tornare a parlarne in occasione della sua nuova distribuzione (anche) europea che ci da modo di disquisire di uno dei più intensi storytellers dell’America di provincia, di quel Midwest del quale Jeffrey Foucault ha narrato personaggi, paesaggi e storie di notevole profondità, arguzia e passione. “Blood Brothers” torna a quelle atmosfere interiori e intime che il musicista di Whitewater, Wisconsin ha saputo alternare a ruvidi e ruspanti momenti rock in una discografia parca e meditata, centellinata nei modi e nei tempi con estremo talento. La sua è una di quelle voci capaci di evocare stati d’animo veri tra l’autobiografico e certo realismo intriso delle più genuine sensazioni, sia dal punto di vista musicale che da quello delle liriche, essenziali e pregnanti. “Dishes” apre nel migliore dei modi il disco, una ballata di grande impatto emozionale interpretata con forza e fascino, caratteristiche che si mantengono per buona parte del materiale proposto, con una band eccellente alle spalle del protagonista, band che vede Eric Heywood lavorare di fino a pedal steel e chitarre acustiche, Bo Ramsey fornire l’adeguato tappeto chitarristico e la coppia Billy Conway (batteria) e Jeremy Moses Curtis (basso) formare una sezione ritmica preziosa. “War On The Radio” e la struggente “Blown” con Tift Merritt a duettare sono un’ulteriore spinta al disco la cui prima parte è decisamente impeccabile, con Kris Delmhorst (la signora Foucault) e Pieta Brown che forniscono il giusto apporto di grazia e bravura, mentre la classe chitarristica del Milk Carton Kid Kenneth Pattengale nobilita la già intrigante “Pretty Hands” posta in chiusura alla scaletta. “Cheap Suit” è una limpida ballata che starebbe bene in un disco di John Prine a cui si avvicina per emotività e delicatezza, “Rio” è una pigra country song dalle movenze languide e godibili mentre “Dying Just A Little” è cristallina nella sua sequenza ed è l’ulteriore conferma della grandezza del suo autore. Jeffrey Foucault: file under…great modern troubadours.
Remo Ricaldone

22:33

Sarah Morris - All Mine

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Vincitrice nel 2018 dell’ambito premio come migliore artista ‘New Folk’ al Kerrville Folk Festival, Sarah Morris è tra le migliori voci emergenti della scena americana delle radici e con cinque dischi al suo attivo sta fattivamente facendosi conoscere per ottime doti compositive ed interpretative. La cantante ed autrice del Minnesota ha ricevuto buoni riscontri nelle classifiche di settore e ha già avuto l’opportunità di aprire i concerti per musicisti del calibro di John David Souther e Suzy Bogguss, sia come solista che accompagnata dai Sometimes Guys, trio formato dal chitarrista Thomas Nordlund, dal bassista Andrew Foreman e dalla batteria di Lars Erik Larson, band che è la base strumentale di questo suo nuovo album intitolato “All Mine”, lavoro estremamente interessante che può farla imporre grazie ad una notevole maturità. I suoni sono deliziosamente elettro-acustici e mettono in risalto le narrazioni di Sarah Morris, sempre ricche di sfumature, sempre delicate e poetiche. L’amore per i particolari, le storie semplici di una provincia dove la natura ha ancora un peso importante per ispirazione e fascino, i rapporti umani fondamentali per poter assaporare lo scorrere del tempo, tutto concorre per farci apprezzare canzoni che pian piano entrano sotto pelle e conquistano. La canzone che presta il titolo all’album, “All Mine”, “”Stir Me Up” che assume toni lievemente più blues e soul in un contesto comunque sempre roots, la bella melodia di “Mendocino”, tra le più intimamente godibili, “The Promise Of Maybe” dal refrain piacevolissimo e poi ancora le sensazioni country di “Two Circles On A Kitchen Table” bissata dalla bella “How I Want To Love You” rappresentano il filo conduttore del disco. Il finale è affidato a due magnifiche ballate a chiudere degnamente l’album: la scarna ed affascinante “Things You Can’t Tell By Looking At The Picture” e quella che per il sottoscritto è la più intensa, la conclusiva “Higher”, vera ciliegina sulla torta. Disco che è la perfetta occasione per fare la conoscenza con il mondo musicale di Sarah Morris.
Remo Ricaldone

22:29

Gill Landry - Skeleton At The Banquet

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Gill Landry ha confezionato probabilmente il suo lavoro più personale e profondo, alla ricerca di un suono attento alle più piccole gradazioni di tonalità ma capace nel suo insieme di affascinare per approccio un po’ misteriosamente ‘dark’. Le radici del musicista della Louisiana, per parecchi anni membro degli Old Crow Medicine Show, sono riproposte prendendo la migliore canzone d’autore permeandola di nuance country, blues e folk, aggiungendo un tocco personale grazie ad una voce intensa, carica e grave e ad una produzione essenziale ed impeccabile. Un organo hammond, un’armonica, una chitarra spagnoleggiante, un violino, una tromba con la sordina, tutto concorre a rendere vive e passionali le storie che compongono “Skeleton At The Banquet” in un viaggio attraverso la ‘sua’ Louisiana, terra di mille influenze e di mille racconti narrati con forza accorata. Il romanticismo di Gill Landry vive di queste storie intime ed interiori, commoventi ed emozionanti, risultando sempre drammaticamente ed indissolubilmente credibili e vere. Gioiellini come “The Place They Call Home”, certamente uno degli ‘highlights’ dell’album, con la sua grande carica umana e una melodia che entra nell’anima oppure l’irresistibile fascino ‘folkie’ di “Angeline” sono solo alcune delle punte di diamante di un prodotto che incanta e si stabilisce stabilmente nel cuore. Talvolta i riferimenti, per voce ed atmosfere, portano verso Leonard Cohen e certo Tom Waits, come nella ottima “Trouble Town” dai toni quasi jazzati e nell’iniziale “I Love You Too”, mentre tra le più degne di nota si segnalano “The Wolf” dove Gill Landry da spazio alle sue passioni country-folk in un altro momento di ‘musicalità alta’, “A Different Tune” poeticamente ancora importante e la candenzata “The Refuge Of Your Arms”. Disco fortemente consigliato.
Remo Ricaldone

22:26

Brian Johannesen - Holster Your Silver

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nativo di Chicago, Brian Johannesen è un nuovo talento della scena ‘americana’ e alt-country che risiede ad Iowa City, Iowa dove ha piantato solide basi che ne hanno influenzato stile ed approccio musicale. Brian si è formato ispirandosi alla scrittura di gente come John Prine, Guy Clark e Bruce Springsteen, ha trascorso quattro anni a Nashville dove ha studiato Music Business e frequentato quella scena cantautorale, mentre nel corso degli ultimi anni ha condiviso il palco con Justin Townes Earle, William Elliott Whitmore, Greg Brown, JD McPherson e Lydia Loveless tra gli altri. “Holster Your Silver” è il secondo sforzo discografico di Mr. Johannesen e mostra appieno quanto negli anni sia maturato, musicalmente e a livello di testi e tematiche, andando ad esplorare sentimenti comuni come la perdita, le ansie legate alla vita moderna e una certa critica all’attuale panorama politico americano. La produzione è pulita ed interessante nelle mani di Ryan Joseph Anderson che come spesso accade da’ il suo fattivo contributo in fase strumentale (chitarre, mandolino, steel guitar) mentre il resto dei musicisti coinvolti fanno parte della scena artistica dell’Iowa e risultano pressochè sconosciuti ai più pur essendo molto bravi ed ispirati. Tra ballate acustiche improntate su stilemi certamente già sentiti ma interpretati con classe e momenti più vicini ad una country music indipendente genuina e vera, “Holster Your Silver” si snoda attraverso nove canzoni che formano un percorso godibilissimo che soddisferà gli appassionati di suoni essenziali e proprio per questo sinceri. “Somewhere Down The Line”, la cristallina “Copper Queen”, la più roca “Tired (Last Time I Saw Her)” e le buone “Music Business Blues Breakdown”, “Fremont”, “Way Back Down There” e la title-track sono a parere di chi scrive le cose migliori di un album da apprezzare ‘in toto’. Brian Johannesen è un musicista che merita tutta la nostra attenzione.
Remo Ricaldone

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