11:57

Bianca De Leon - Dangerous Endeavor

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Queen of the Border Ballad” è una definizione che calza a pennello a Bianca De Leon, cantante ed autrice con base ad Austin, Texas la cui voce rimane una delle più vere e genuine di quella scena tra country e folk. Personalità forte, amore sconfinato per i suoni ‘di confine’ che con il loro romanticismo e intensità ci hanno fatto sognare con storie passionali e accorate, Bianca ci ha regalato più di un gioellino nel corso di una carriera che l’ha vista spesso calcare i palchi europei. “Dangerous Endeavor” è un’ulteriore conferma della bontà della sua proposta, un disco co-prodotto con John Inmon, tra i più validi animatori della scena roots texana che ha contribuito a nobilitare grazie al suo lavoro chitarristico con i migliori nomi del Lone Star State degli ultimi quarantanni e più, che probabilmente è uno dei suoi lavori più intensi ed intriganti. Bianca De Leon affronta due cover di grande rilievo come “(I Heard That) Lonesome Whistle” di Hank Williams Sr. e “White Freightliner” di Townes Van Zandt con  piglio leggero e coinvolgente, senza voler strafare ma ponendo in primo piano rispetto e grande considerazione, ma è con gli originali che coglie maggiormente nel segno. La sua è una musica senza tempo, interpretata con semplicità ma sempre con quell’energia che la rende credibile e arrangiamenti che non fanno che sottolineare la bellezza delle melodie. E allora via con il Texas waltz di “Let’s Put The Dirty Back In Dancing”, le tonalità quasi rockabilly di “That Vintage ’67 Cadillac”, terse ballate come “Thorns Of A Different Rose”, “Has It Really Come To This “ e “I’m Waiting For A Miracle” e due splendide canzoni come la title-track “Dangerous Endeavor” in cui si conferma appieno il ‘nomignolo’ di apertura e “Hollow Victory” in cui personalmente ho ritrovato, palpabile, lo spirito del grande ed indimenticato Townes Van Zandt. Disco pieno di calore e di passione che consiglio caldamente.
Remo Ricaldone

11:54

Michael McDermott - Orphans

Pubblicato da Remo Ricaldone |


A sorprendere di questo “Orphans” non è tanto la qualità delle canzoni, il piglio romantico e intenso che Michael McDermott mostra in ogni sfumatura o le storie raccontate, ballate e rock ‘di strada’ nella migliore tradizione americana da Springsteen in avanti, quanto il fatto che i dodici brani che lo compongono erano stati scartati dalle sessions di due eccellenti album come “Willow Springs” del 2016 e “Out From Under” di due anni dopo. Dodici splendidi quadretti che suonano quantomai coesi e che formano un insieme degnissimo come se fossero concepiti per essere suonati congiuntamente. “Orphans” può quindi essere considerato a tutti gli effetti il nuovo lavoro per un artista che, pur con alti e bassi, ha proposto una parabola tra le più belle del suono americano delle ultime decadi e nonostante abbia un seguito limitato nei numeri e viaggi in quel nobile sottobosco di personaggi dal taglio cantautorale ma dalle attitudini rock, merita l’attenzione ed il rispetto di chi segue la roots music a stelle e strisce. Qui troviamo una serie di ballate in cui pathos e nostalgia, rimpianto e malinconia sono profusi a piene mani e dove di rado i ritmi si fanno incalzanti, prediligendo racconti accorati ed intensi come nei due momenti che ritengo ‘guide spirituali’ del disco: “Sometimes When It Rains In Memphis” e “Los Angeles, A Lifetime Ago”, due straordinarie canzoni in cui il nostro si supera per passione e sentimento. “Tell Tale Heart”, “The Wrong Side Of Town” e “Givin’ Up The Ghost” sono per contro i brani più movimentati, la cui presenza è preziosa  nel contribuire al bilanciamento complessivo con narrazioni robuste e corpose. Da ricordare sono poi “What If Today Were My Last”, commovente ballata pianistica, “Ne’er Do Well” deliziosa con il suo arpeggio di acustica decisamente ‘folkie’, la nostalgica “Meadowlark” con il suo fascino ‘on the road’ e “Richmond” introdotta ancora da un bel pianoforte. “Orphans” è disco profondo, ricco di sfumature e di belle melodie a conferma di uno stato di forma che prosegue da anni, una produzione indipendente che dimostra quanto Michael McDermott sia storyteller di grande sensibilità.
Remo Ricaldone

11:51

Danni Nicholls - The Melted Morning

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Terzo album in studio per la cantante ed autrice inglese ma adottata ormai da anni dalla scena ‘alternativa’ di Nashville, un album che vede il cambio di produttore (ora in regia c’è Jordan Brooke Hamlin che ha lavorato tra gli altri con le Indigo Girls) ma non di suoni, ottimamente indirizzati verso una canzone d’autore dove trovano spazio elementi folk, country e pop. Una produzione ‘adulta’ quella di “The Melted Morning” che fa emergere le doti di performer e di autrice, di interprete e di artista completa e degna di affiancarsi a nomi come Mary Chapin Carpenter, Brandi Carlile e Margo Price nei confronti delle quali c’è più di un’affinità. Le liriche e i suoni sono in perfetta sintonia, in un racconto intenso ed intrigante che parla con grande sincerità di speranze e paure, di fragilità e di amore, di sentimenti universali che si riconducono ai rapporti interpersonali sempre trattati con garbo ed energia. “Wild As The Water” è la canzone che apre l’album e che mostra in maniera chiara le peculiarità e la personalità di Danni Nicholls in una composizione firmata a quattro mani con Ben Glover, musicista già apprezzato con gli Orphan Brigade. “Hear Your Voice” si arricchisce di toni soul in una ballata di gran classe, tra Laura Nyro e Carole King, “Unwanted” ha fascino onirico grazie ad un arrangiamento azzeccato e un’interpretazione tra le migliori del disco, “Wish I Were Alone” è un’altra di quelle melodie che conquistano per nitidezza, semplicità e linearità, fascino ‘folkie’ e grande cuore. Da ricordare ancora, scegliendo in una selezione comunque coesa ed ispirata, “Frozen” con il suo crescendo incalzante e le emozioni che sprigiona con le sue pause e le sue riprese, “Lemonade” che come la precedente si avvale del piano del producer Jordan Brooke Hamlin a rafforzare il pathos, “Ancient Embers” con le armonie vocali delle Secret Sisters, tra le grandi promesse della scena roots contemporanea e “Hopeless Romantic”, chiusura anche questa decisamente significativa del messaggio che Danni Nicholls vuole portare agli ascoltatori. Un disco che entra pian piano nel cuore e che sottolinea bene quanto la cantante di Bedford, England possa rappresentare nel panorama roots.
Remo Ricaldone

11:48

Bob Livingston - Up The Flatland Stairs

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Nato a San Antonio ma cresciuto a Lubbock, Bob Livingston è un nome storico in Texas. Membro fondatore della Lost Gonzo Band, band accompagnatrice di Jerry Jeff Walker e vera fucina di talenti nell’ambito della scena del Lone Star State negli anni settanta, anni di rivoluzioni outlaw da quelle parti, con nomi come John Inmon, Gary P. Nunn, Ray Wylie Hubbard e tanti altri, Bob Livingston ha caratterizzato queste ultime decadi con una canzone country d’autore efficace e pregevole, rimanendo sempre legato alle proprie radici e spesso riprendendo materiale dei ‘compadres’ che lo hanno affiancato nelle sue attività. Molti sono stati i riconoscimenti da parte della critica e numerosa e affezionata la platea di appassionati che lo hanno seguito nel corso degli anni, ‘fan base’ che è stata ripagata con dischi di valore come “Gypsy Alibi” del 2011, uno dei suoi lavori più importanti in una discografia comunque ricca e corposa. “Up The Flatland Stairs” arriva a colmare uno spazio di sette anni dal precedente album e lo fa con una forza espressiva e divertimento notevoli. L’attesa è stata ricompensata da un lavoro lungo, articolato, coinvolgente che tocca i vari temi e suoni del Texas che amiamo, dalla ballata allo swing attraverso tutte le sfumature di un ‘melting pot’ appassionante. Bob Livingston dimostra di essere in forma come autore, lucido come interprete dando spazio a cover scelte con oculatezza e confermando la sua bravura anche quando collabora nella scrittura con altri. “Up The Flatland Stairs” si apre con una bella versione di “Shell Game” di Jerry Jeff Walker, omaggio ad un nome al quale è ancora profondamente legato, così come tra gli ‘highlights’ troviamo partnership con amici e colleghi del calibro di Gary P. Nunn (“Public Domain”, Texas swing irresistibile e “Don’t It Make Sense”), Michael Martin Murphey (“It Just Might Be Your Lovin’”), Andy Wilkinson (la languida western ballad “Cowgirl’s Lullaby”) e John Hadley (“A Few Things Right”). Intrigante è poi il profumo sixties di “The Usual Thing”, la freschezza di “A Month Of Somedays”, un folk-rock che suona splendidamente tra dodici corde elettriche e gustose armonie vocali, la dolcezza infinita di “The Early Days” di Walter Hyatt, il rockin’ country di “You Got My Goat”, mentre il finale è affidato all’acustica e ‘grassy’ “Nervous Breakdown”, bonus track che chiude un album dai molti spunti e momenti di interesse.
Remo Ricaldone

11:45

Carl Solomon - Simple Things

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Cresciuto a Brooklyn, New York e poi trasferitosi a Baltimora, Carl Solomon ha subito il fascino della canzone d’autore folk e ‘americana’ che proviene dal Texas costruendo uno stile narrativo che deve molto a Townes Van Zandt ma anche a John Prine. Il suo terzo lavoro solista si intitola significativamente “Simple Things” per sottolineare quanto fondamentali siano queste qualità per interpretare appieno il suo essere storyteller credibile e genuino. E la semplicità si esplica anche negli arrangiamenti, basati principalmente sul suo bel pickin’ chitarristico e con pochi interventi esterni che comunque rendono il risultato complessivo più che soddisfacente. “Simple Things” scorre così senza intoppi regalandoci momenti di buon cantautorato come la ballata urbana di “Coney Island” con leggere percussioni e una fisarmonica che personalizza la melodia, “Come What May” scritta con il bravo Terry Klein e ancora con la fisa di Jenny Conlee, “Ticket To Nowhere”  limpida e leggera, “Navajo Rain” che esplora territori western con profonda vena folk, “Always Running” con la presenza del banjo di Tony Furtado, l’ospite più famoso in queste sessions e la gustosa ‘train song’ “Whistle Of The Train”, rilassata e colloquiale ballata che ben sintetizza uno stile ed un ‘mood’ che magari non regala sorprese o particolari cambi di registro ma culla l’ascoltatore con piacevolezza. Interessante nuovo nome se amate i folksinger.
Remo Ricaldone


Luke e Will Mallett sono I figli di David Mallett, eccellente cantautore che ha segnato con il suo talento stagioni ispirate e ricche, all’insegna di un country-folk le cui storie e personaggi sono state la colonna sonora di un’America di provincia nostalgica, accorata e piena di umanità. Era naturale quindi che i ‘ragazzi’ intraprendessero una loro strada al tempo stesso fortemente legata alle proprie radici e alla propria terra (il Maine, con le sue foreste e le sue straordinarie coste) e proiettata verso suoni e tentazioni rock, mostrando attitudini pari alle migliori band del genere. L’unione di country, folk e rock’n’roll è caratteristica peculiare  della Mallett Brothers Band la cui discografia, ormai discretamente ampia (sono sette gli album incisi finora), ha rivelato spesso ottimi picchi qualitativi. Seguiti da una ‘fan base’ fedele ed agguerrita che però non ha permesso loro di sfondare (ancora) a livello nazionale, la Mallett Brothers Band ha dalla sua un live show di impatto e di affascinante varietà sonora di cui questo “Live In Portland Maine” è chiaro esempio. Inciso nel calore e con l’affetto di casa, il disco evidenzia tutta la dinamicità, l’irruenza ma anche le finezze di un gruppo che merita molta più attenzione di quella riservata loro finora, almeno qui da noi. Sul palco della Port City Music Hall di Portland nella serata di fine dicembre 2017 scorrono le vigorose ballate pregne di folk, il travolgente rock’n’roll in cui non mancano mai le ‘citazioni’ roots, l’accorato approccio dei ‘fratelloni’ coadiuvati dalla chitarra elettrica e dal dobro di Wally, dal fiddle e dal mandolino di Andrew Martelle e da una sezione ritmica solidissima formata da Nick Leen al basso e Chuck Gagne alla batteria. Una band che va a mille, una band che suona sempre ispiratissima facendo scorrere alcune delle perle della loro collezione, da “Too Much Trouble” a “The Falling Of The Pine”, da “Don’t Let The Bastards Get You Down” fino a “Ling Black Braid”, la sudatissima “Rocking Chair” e “Walk Down The River” tra le altre. E, in chiusura, il tributo ad una band amata e rispettata come i Creedence Clearwater Revival con la bella ripresa di “Fortunate Son” in un tripudio di chitarre e di amore per il più genuino rock’n’roll. Consigliato caldamente!
Remo Ricaldone

09:35

Bob Rea - Southbound

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Bob Rea è un validissimo singer-songwriter con base a Nashville ma cresciuto nella fattoria di famiglia nel Colorado sudoccidentale, appassionatissimo di canzone country e folk ma per forza maggiore, per molto tempo, obbligato a coltivare il suo amore per la musica a tempo parziale. Bob è fatto della stessa pasta di gente come John Prine, Guy Clark e Steve Earle con cui condivide suoni e liriche legate alle radici e ad aspetti autobiografici, mostrando al tempo stesso grande personalità e originalità, trasposte su disco con risultati più che buoni. “Southbound”, il suo più recente lavoro, è un disco di grande equilibrio in cui spesso appaiono inflessioni bluegrass ed il livello complessivo delle canzoni è molto alto,  prodotto con sapienza da Steve Daly (chitarre acustiche ed elettriche e banjo), figlio dell’eccellente steel guitarist Mike Daly tra i protagonisti più importanti di queste registrazioni, capace di sottolineare senza strafare melodie che avevano ‘solo’ bisogno di essere evidenziate con colorazioni pastello. Il basso di Dan Eubanks della band bluegrass Special Consensous, le tastiere e la fisarmonica di Michael Webb, già con le ultime ‘impersonificazioni’ dei Poco e il mandolino di Jeremy Holt sono ulteriori punti a favore di un suono piacevole e molto soddisfacente. “Southbound”, la canzone che dà il titolo alla raccolta, coglie subito nel segno con un bel ritmo e dobro, banjo e mandolino a rimarcare la vicinanza alla tradizione, “Soldier On” (con il bel riff di banjo che accompagna tutta la canzone) e “Vietnam” sono poi tra i brani più accorati del disco, frutto di esperienze vissute in prima persona e trasposti con notevole passione. “The Highway Never Cries” è appena più rock, “Screw Cincinnati” rimanda a certe canzoni di John Prine con inossidabile amore per la country music, “Whisper Of An Angel” ‘gioca’ ancora con le emozioni in una ballata midtempo di gran classe mentre “The Law” affonda le proprie radici nel profondo sud, tra paludi e fitti boschi. Ancora da ricordare sono le chitarre limpide e cristalline, molto ‘sixties’, di “Wanna Do”, tra i momenti più vicini a certo (roots)rock, i toni quasi ‘mexican’ di “Fish Can’t Fly”, divertentissima, e la chiusura di “A Place In Your Heart”, ballata un po’ più ‘ordinaria’ ma sempre di valore, come tutto il disco che conferma la bontà di un personaggio come Bob Rea.
Remo Ricaldone

09:32

Dave Rosewood - Gravel And Gold

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Dave Rosewood è cresciuto nelle Ozark Mountains ma ben presto la sua natura vagabonda lo ha portato a girare il mondo suonando per le strade la musica con cui è cresciuto: country music, bluegrass e gospel prima di tutto, ma anche blues e rock’n’roll di cui si è innamorato nel corso degli anni. L’inevitabile nostalgia per la sua terra lo ha sempre legato ad una visione autentica e romantica delle radici e nei ventanni circa in cui ha interpretato il suo ruolo di ‘busker’ Dave Rosewood ha maturato uno stile efficace, sincero e accorato che ora, per la prima volta, si traduce in un lavoro discografico degnissimo e godibile. Trasferitosi in Europa, Dave ha anche prodotto questo “Gravel And Gold” nel vecchio continente e precisamente in Svezia dove ha portato a termine queste sessions accompagnato da validi quanto sconosciuti musicisti del luogo. Il disco è di eccellente fattura, lo spirito un po’ artigianale e ‘bohemienne’ lo rende ancora più vero e onesto, schietto nelle melodie e denso di riferimenti all’America rurale e di provincia, un condensato anche delle esperienze passate in fatto di riferimenti a persone e cose incontrate lungo la strada. La selezione scorre con grande naturalezza e l’impatto della miscela di una country music condita da legami e attinenze con i migliori suoni del sud è vincente. Dave Rosewood è efficace nel suo approccio asciutto e naturale sia quando si avvicina a certo ‘southern rock’ come in “Hold On” e nella title-track “Gravel And Gold” sia quando, più frequentemente, la protagonista è la country music, regalandoci piccoli gioiellini come “20 Years”, “Seeds”, “Ozark Mountain Jam”, “Back When”, “Fields” e “In These Walls”. Il disco in questione è quindi caldamente consigliato a coloro che cercano canzoni vere, profondamente meditate e suonate senza vincoli commerciali, per il solo gusto di proporre musica che arriva dal cuore.
Remo Ricaldone

09:28

Kristina Stykos - River Of Light

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nata ad Ithaca, Stato di New York ma residente da anni nel Vermont, Kristina Stykos si è formata nell’area di Boston frequentando gli innumerevoli club della città e il famoso Berklee School of Music. Profondamente attratta dalla tradizione folk ma anche dai suoni taglienti ed iconoclasti del rock più vicino alle suggestioni punk, Kristina ha assorbito la lezione di grandi artisti come Joni Mitchell, The Byrds, Taj Mahal, Bonnie Raitt, James Taylor, CSNY i cui concerti sono stati decisamente ‘formativi’ per lei. La sua versatilità le ha permesso di mettere in pratica le più svariate influenze raggiungendo una maturità completa con una produzione solista che vanta ben otto dischi e collaborazioni fruttuose soprattutto con il cantautore Steve Mayone  ma anche con Ariel Zevon, figlia dell’indimenticato Warren e Philip Aaberg, pianista e compositore del Montana il cui nome è legato anche ai primi anni della Windham Hill Records. La narrazione poetica e musicale di Kristina Stykos è vicina a quella di personaggi come Mary Gauthier e Lucinda Williams con cui condivide temi, attitudini e quell’affascinante miscelare folk, blues, rock e country portandolo a livelli notevoli. “River Of Light” è in questo senso perfetto, un viaggio interiore di grande forza espressiva che viene introdotto da una “State Line Diner” che condensa un po’ tutte le caratteristiche della sua autrice, seguita dalle inflessioni blues di “I Like A Hard Hearted Man” e dal sempre presente amore per i suoni folk e old-time di “Walking These Ridges”. “At The Edge” rimanda al tempo stesso certe cose dei Grateful Dead soprattutto per il bel lavoro di chitarra elettrica di Val McCallum, già nella band di Jackson Browne e protagonista durante tutto l’album e John Trudell per l’approccio  quasi recitato del brano, “In The Cleansing Rain” rimane un po’ su questa falsariga con una canzone d’autore intensa e ispirata. Canzoni come “Blessed Light”, “Breaking Trail”, la title-track “River Of Light” rivelano similitudini e intuizioni che avvicinano Kristina Stykos alla Joni Mitchell più recente e denotano grande sensibilità ponendosi come introspezioni di qualità. Un disco che cresce sicuramente con gli ascolti e regala più di un’emozione.
Remo Ricaldone

08:57

Amber Cross - Savage On The Downhill

Pubblicato da Remo Ricaldone |


A volte bastano pochi secondi, poche note per rendersi conto di trovarsi di fronte a una voce, ad un personaggio non comune. E’ il caso di una delle promesse al femminile della scena ‘americana’, Amber Cross, nata nel Maine ma attualmente residente sull’altra costa, nell’area di San Luis Obispo, California. Già qualche anno fa era stata notata grazie a “You Can Come In”, disco che aveva fatto scattare già qualche campanello, poi un’ulteriore crescita artistica e un’attività live che l’ha portata ad aprire concerti di Ramblin’ Jack Elliott, Gurf Morlix e Mary Gauthier tra gli altri. Una voce autentica che sa come ‘vivere’ le storie che racconta, un approccio scarno ma tremendamente efficace e poetico, doti esaltate dal tocco sapiente di Ray Bonneville, eccellente musicista canadese che l’ha portata ad Austin, Texas ad incidere questo splendido “Savage On The Downhill”, raccolta pregna di aromi folk e country con sullo sfondo un’America narrata con il cuore in mano e con l’intensità che sanno dare i grandi. Dieci piccoli gioielli incisi con l’aiuto di pochi ma fidati nomi della capitale texana, con la precisa e preziosa sezione ritmica nelle mani di Rick Richards alla batteria e David Carroll al basso e con il supporto di personaggi come Tim O’Brien (fiddle nell’intensa “Storms Of Scarcity”), Gurf Morlix, Chuck Hawthorne (alle armonie vocali nella bella “Eagle & Blue”), Mike Hardwick (sua è la splendida pedal steel della title-track) e il citato produttore Ray Bonneville alle chitarre elettriche ed acustiche e all’armonica, di cui è sopraffino interprete. “Savage On The Downhill” è lavoro di grande qualità, una raccolta di quadretti dipinti a ritmo di ‘waltz-time’ e con midtempo che l’avvicinano allo spirito più vero della country music di cui abbiamo bisogno, con ballate che lasciano ammaliati e conquistano subito per sincerità e profondità. “Pack Of Lies”, “Trinity Gold Mine”, “One Last Look” con il suo spirito quasi ‘outlaw’ e “Lone Freighter’s Wail” sono solo alcuni dei momenti da citare, in un album la cui forza espressiva aumenta ad ogni ascolto. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

08:55

Bob Sumner - Wasted Love Songs

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Dopo essersi frequentemente esibito con il fratello sotto il nome di Sumner Brothers, Bob debutta da solista con un disco affascinante le cui atmosfere prendono spunto dalla canzone folk ma si ampliano, si modellano e tendono ad arricchire la propria natura grazie ad una personalità di buonissima caratura. Il musicista di Vancouver gioca le proprie carte unendo country e folk all’interno di un repertorio in cui le ballate la fanno da padrone e in cui gli arrangiamenti risultano sempre estremamente eleganti ed efficaci con una sezione ritmica mai invadente e tastiere e chitarre che fungono da base perfetta per storie agrodolci ed evocative. Naturalmente in questo contesto gli ascolti prolungati fanno emergere i particolari, le sfumature e tutte quelle gradazioni di colore che impreziosiscono le canzoni di “Wasted Love Songs”, tutte ugualmente adeguate ai ‘fondali’ davanti ai quali si snodano le storie, intimi quadretti di provincia. Il primo Israel Nash Gripka, quello più legato ai suoni delle radici, è il riferimento principale, ma è un po’ a tutto il panorama ‘americana’ che si possono accostare le creature di Bob Sumner. Da “Riverbed” che fissa suoni e prospettive fino a “Ticket To Ride” (nessun legame con la più celebre melodia beatlesiana), l’album sfila con naturalezza, rilassatezza e poesia attraverso momenti di ottima musica come “A Thousand Horses”, “New York City”, “My Old Friend” e “Comin’ Around”, tutte interpretate con grande cuore e lo spirito genuino degli storytellers. Una bella sorpresa questa presentataci da Bob Sumner, un disco che lo pone tra i tanti eccellenti esponenti della scena canadese roots.
Remo Ricaldone

08:54

Danny Schmidt - Standard Deviation

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dopo la fruttuosa parentesi con una delle migliori label indipendenti che danno spazio alla canzone d’autore, la Red House Records che ha tra i suoi artisti di punta Greg Brown e John Gorka, torna nuovamente Danny Schmidt con un’ulteriore conferma della sua duttilità, del suo peso poetico e della sua ispirata vena melodica. “Standard Deviation” è un disco che segna un momento particolarmente felice nella vita del cantautore che ha base ad Austin, Texas, fresco padre e la cui partnership con Carrie Elkin è sempre più profonda e stimolante. Danny Schmidt è quello che si potrebbe definire un ‘musician’s musician’, tale è la considerazione ed il rispetto che i suoi colleghi nutrono per lui, mentre sempre più ampio è l’apprezzamento da parte della critica e del pubblico che segue la scena tra folk e country. Se in concerto Danny Schmidt predilige la forma scarna chitarra/voce, senza ulteriori aggiunte, su disco si affida (in questo caso grazie al produttore Will Robertson) ad un suono arricchito da voci femminili e da inserimenti strumentali che esaltano e sottolineano con efficacia i momenti dell’album, le sue canzoni, le sue emozioni. In queste session gioca un ruolo fondamentale Fats Kaplin, esperto sideman e magistrale a pedal steel, violino, viola, banjo e mandolino, capace sempre di ‘spostare’ il suono verso le radici, bilanciando le tonalità più ‘dark’ cha talvolta si avvicinano alla poetica di Leonard Cohen per esempio. In questo senso la pedal steel dell’introduttiva “Just Wait Til They See You”, già di per se gioiello senza tempo, è esplicativa. Sul versante roots segnalerei comunque una magnifica “Newport ‘65” in cui si evoca un’epoca irripetibile con grazia, garbo e grande amore, citando “The Times They Are-a Changin’”, una “Agents Of Change” che profuma di country music e che danza leggiadra su una melodia deliziosa, “Last Man Standing” che invece vira verso il blues mantenendo tutta la personalità di cui Danny Schmidt è in possesso e le arie appalachiane di “The Longest Way” in cui aleggiano i fantasmi della Carter Family. La title-track “Standard Deviation”, “We Need A Better Word”, “Words Are Hooks” e “Bones Of Emotion” completano con il loro carico di liricità, con il gusto dei dettagli, con la grande passione infusa un disco che conferma la statura ed il talento di uno dei troubadour più significativi della scena attuale.
Remo Ricaldone

08:52

Phil Lee & The Horse - He Rode In On

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Un personaggio sempre volutamente fuori dagli schemi e dalle regole del business, Phil Lee può vantare una carriera ventennale in cui ha sfoggiato alcuni album di qualità e dai requisiti perfettamente in linea con un alternative country di notevole fattura. Questo suo nuovo lavoro intitolato “He Rode In On” lo inquadra in un momento di bella forma ed ispirazione e lo vede accompagnato da una serie di musicisti che lo stimolano a dovere e lo supportano attraverso dodici canzoni che di volta in volta approcciano rock e radici con talento e profonda sincerità. Gli Horse del titolo non sono altro che Ralph Molina e Billy Talbot, sezione ritmica degli storici Crazy Horse di Neil Young, mentre nomi di assoluto rilievo popolano i brani del disco con ‘cammeo’ di classe come Barry Goldberg alle tastiere (già con Electric Flag, Steve Miller Band e mille altre session), Bill Kirchen e Pete Anderson alle chitarre elettriche che assieme e Richard Bennett e Jan King formano un eccellente tappeto strumentale, base sulla quale si sviluppa la vena melodica di Phil Lee e la esalta avvicinando spesso le atmosfere ad un ‘sixties sound’ che rimanda inevitabilmente a mente i Byrds, Tom Petty ed  il Bob Dylan più elettrico di quegli anni. La riedizione della title-track del suo disco di esordio apre l’album celebrando queste due decadi di musica e di incroci tra rock e country music, una bella introduzione ad una raccolta mai come in questo caso efficace e vincente, piacevolissima e notevole nel suo esprimere a fondo l’essenza delle qualità artistiche di Phil Lee. “Rebel In My Heart”, splendida ballata ‘pettyana’ interpretata in maniera sontuosa, “Party Drawers” genuina ‘outlaw song’ piena di ironia cantata in duetto con Molly Pasutti, “Bad For Me” lunga e solida ballata folk-rock con il bel break di armonica di Phil Lee e poi ancora “Turn To Stone”, “Wake Up Crying”, “Hey Buddy” e “I Don’t Forget Like I Used To” (nuovamente sul versante country) sono tra i momenti più rimarchevoli dell’album, un Phil Lee che si esprime con maturità e intatta passione, con la stessa freschezza dei suoi esordi.
Remo Ricaldone

08:50

Ranzel X Kendrick - Texas Sagebrush

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nato e cresciuto in Texas, Ranzel X Kendrick, prima di rientrare a casa per incidere quella che è una interessante trilogia musicale iniziata nel 2017 con “Texas Paintbrush” e che si concluderà quest’anno con la pubblicazione di “Texas Cactus”, ha viaggiato in lungo ed in largo per gli States, accumulando esperienze ed incontri. “Texas Sagebrush” è il disco ‘di mezzo’, una session informale ed amichevole, rilassata come una serata tra amici, acustica e vicina allo spirito della canzone d’autore texana tra country e folk. Una manciata di canzoni che accarezzano, suonate con grande trasporto, con gli originali che si elevano a migliori in una selezione in cui bastano pochi accordi, una strumentazione scarna, per conquistare chi ama i cantautori americani. Non particolarmente memorabile la classica “Unchained Melody” dei Righteous Brothers mentre “Lonely People” degli America in cui il nostro duetta con la voce suadente di Rebecca White risulta azzeccata per approccio e taglio acustico. Tra gli originali da citare sono senz’altro l’iniziale “Any Ole’ Song”, “Cry In My Tequila X”, ispirata ‘drinkin’ song’ dalle venature latine, lo strumentale “Hills Of Kendralia” con la sua linea melodica cristallina e pura, “Gruene River” tra le ballate più lucide del disco, così come la seguente “Private Miracle” in cui spiccano ancora gli intreci chitarristici con il bravo Keith Davis, la più country “Trouble & Pain”, incisiva e profondamente poetica e “The Fair Grass”, ballata soffice e suadente che chiude l’album nella maniera migliore. Ranzel X Kendrick sa come intrattenere, lo fa con estremo gusto e capacità in una serie di bozzetti colorati a pastello che regaleranno momenti di serenità a chi apprezza folk & country.
Remo Ricaldone

08:48

Jim Stanard - Bucket List

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Jim Stanard è a tutti gli effetti considerabile un ‘late bloomer’: influenzato fin dalla più tenera età dalla musica, l’ha vissuta da spettatore crescendo negli anni sessanta, imbracciando la chitarra senza la velleità di diventare un artista professionista. Tom Rush, naturalmente Bob Dylan, la tradizione di Doc Watson ma anche la poesia rock di Bruce Springsteen, Woodstock nel 1969 e mille altri stimoli sono entrati nel cuore di Jim Stanard senza però convincerlo ad intraprendere una carriera musicale. A distanza di oltre quattro decadi, dopo aver speso la propria vita lavorativa tra finanza ed assicurazioni, Jim Stanard è stato spinto dalla moglie a riavvicinarsi alla musica, questa volta proponendosi da protagonista grazie ad una vena cantautorale gentile e profonda allo stesso tempo, tra folk, country e venature (soft) rock. “Bucket List” è il piacevolissimo risultato di tutto ciò, completamente concepito dallo stesso Stannard che ha curato produzione e composizione dei brani, interpretando il tutto senza straordinarie doti vocali ma con quel tono rilassato, vissuto e convincente tipico dello storyteller. “Bucket List” scorre con grande naturalezza toccando temi e sensazioni universali come politica, amore, rimpianto e nostalgia, mantenendo musicalmente buono il livello complessivo, alzando ogni tanto (ma non più di tanto) i ritmi in una selezione complessivamente virata verso la canzone d’autore folk, fondamentalmente il suo primo amore nei giorni passati nella storica Main Point Coffehouse di Bryn Mawr, Pennsylvania. “Dogs Of War”, “Hard To Please”, “Can’t Happen Here”, “Sparks, Nevada”, la title-track e “It’s All Turtles” formano un po’ la spina dorsale di un disco comunque solido e godibile, non originalissimo forse ma che merita di essere apprezzato per grande onestà di fondo.
Remo Ricaldone

18:13

Six Mile Grove - Million Birds

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La band del Minnesota guidata dai fratelli Sampson è di nuovo in pista con il loro album numero sette, un lavoro che mette nuovamente in mostra il loro sound corposo e la loro capacità di descrivere con efficacia le ‘vite ordinarie’ della provincia americana con un carico di fragilità e di umanità che sono certamente valori e temi universali. “Million Birds” è per i Six Mile Grove una prova importante che può porli tra i migliori esponenti di quei suoni tra rock e radici che possono in qualche modo ricollegarsi ai conterranei Jayhawks, a Jason Isbell e anche ai Wilco, tre riferimenti abbastanza chiari delle loro influenze. Queste sono canzoni dalla profonda umanità e dalla struggente bellezza e sincerità in cui si mischiano le sfide del quotidiano per trovare quella ‘ricerca della felicità’ troppo spesso effimera e sfuggente. Dalla splendida “Patrol Cars” scritta dal leader Brandon Sampson con Matthew Ryan a “The Radio", dalla malinconica ballad “Shame On Us” alla pregevole canzone che dà il titolo alla raccolta e che la apre con convinzione e genuinità, tutto scorre con grande piacevolezza ma anche con quello spessore che rende “Million Birds” un disco senza dubbio consigliato. “Wage Of War”, “Not My Fault”, “Early Morning Rain” e “Money Doesn’t Matter” aggiungono poi uno sguardo disincantato seppur intenso al lavoro, ai rapporti interpersonali e a come fronteggiarli con umiltà e con decisione. Una band quella dei Six Mile Grove che da ventanni  gioca con intelligenza le proprie carte tra liriche intelligenti, senso della melodia spiccato e affiatamento strumentale. In questo senso le chitarre e le tastiere di Barry Nelson, la sezione ritmica nelle mani di Brian Sampson e Dezi Wallace rispettivamente batteria e basso e la pedal steel guitar in quelle sapienti di John Wheeler sono fondamenta stabili di un insieme che si trova ad occhi chiusi. Niente di straordinariamente nuovo qui ma la sicurezza di trovare suoni caldi, avvolgenti e preziosi per chi ama le storie della più profonda ‘small town America’.
Remo Ricaldone

18:09

Caitlin Canty - Motel Bouquet

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nata in Vermont ma dal 2015 residente ad East Nashville, Caitlin Canty è una delle più belle voci emerse negli ultimi anni nel panorama roots. Autrice di ottimo livello, Caitlin ha lavorato con alcuni dei migliori songwriters americani come Jeffrey Foucault che le ha prodotto l’album intitolato “Reckless Skyline”, il suo secondo sforzo solista, con il seguente “Lost In The Valley” e questo ultimo “Motel Bouquet” a confermare una vena artistica in grande crescita. I suoni sono in perfetto equilibrio tra country music e folk, con una strumentazione deliziosamente elettro-acustica, merito della eccellente produzione di Noam Pikelny dei Punch Brothers e di una session di registrazione tenutasi a Nashville e durata solo tre giorni, segno di grande imediatezza e freschezza. La band che accompagna Caitlin Canty in queste canzoni, oltre al citato Noam Pikelny a chitarra elettrica e banjo, consiste nella splendida voce di Aoife O’Donovan (attualmente impegnata con Sarah Jarosz e Sara Watkins nelle I’m With Her) con la quale condivide influenze e tonalità, Stuart Duncan e Gabe Witcher che si dividono le parti al fiddle, l’ottimo Russ Pahl alla pedal steel guitar e Paul Kowert al basso. “Motel Bouquet” è probabilmente l’album più significativo delle potenzialità della cantautrice di Proctor, Vermont e mantiene alta la quota di poesia per tutte e dieci le canzoni che lo compongono, con un’intensità interpretativa notevolissima. Sin dalla introduttiva “Take Me For A Ride” le emozioni sono palpabili e le ballate ed i ‘midtempo’ che si susseguono sono di alta classe, da “River Alone” alla suadente “Time Rolls By” con le sue ‘nuances’ country, passando poi per l’austera folk ballad “Who”, il fascino ‘old fashioned’ di “Leaping Out”, la mossa “Onto You” cantata con grande trasporto e con un sopraffino lavoro di pedal steel, la finezza della title-track costruita attorno ad un giro tanto semplice quanto affascinante, la misteriosa e un po’ ‘dark’ “Scattershot” da cui emergono chiare influenze folk. L’accoppiata finale è poi ancora molto godibile con la limpida melodia country di “Basil Gone To Blossom” e “Cinder Blocks” che congeda Caitlin Canty con un altro piccolo gioiellino di misura ed equilibrio. Un disco questo “Motel Bouquet” da centellinare con cura.
Remo Ricaldone

18:05

Doug Schmude - Burn These Pages

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Avevamo introdotto Doug Schmude con il suo album intitolato “Ghosts Of The Main Drag”, piacevolissima sorpresa per il suo piglio deciso ed orgoglioso nell’affrontare certo roots-rock. Ora “Burn These Pages”, ultimo lavoro per il musicista nato a Baton Rouge, Louisiana, formato tra Texas ed Oklahoma e ora residente nel sud della California, ce lo riconsegna con atmosfere leggermente più soft, sebbene con intatto il tono convincente della sua ‘prosa’ e dei suoi riferimenti artistici. E se “Setting Fires On The Moon” e “Just The Night” ci consegnano un songwriter vicino al primo Elliott Murphy o a Steve Forbert è con “El Tren De La Muerte” che si entra nel vivo del disco grazie ad una splendida canzone che unisce fascino latino ed impegno politico. “Silas James “ e “Worry Stone”, quest’ultima con la presenza della ottima cantante dell’Oklahoma Carter Sampson spostano gli equilibri verso le radici country-folk in una sequenza di grande espressività e profondità, mentre in “Daddy’s Musket” riemergono i fantasmi della guerra civile in un altro momento tra i più importanti dell’album. Bella è poi la cover di “Enough Rope”, firmata dalla coppia Chris Knight e Austin Cunningham che precede la canzone che dà il titolo al disco, posta in chiusura a suggellare una prova degnissima di nota, forse appena una spanna sotto al precedente ma dimostrazione limpida di doti non comuni. Da affiancare tranquillamente, nel vostro scaffale dei dischi, accanto a quelli dei nomi citati in precedenza.
Remo Ricaldone

18:02

J.P. Soars - Southbound I-95

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J.P. Soars è uno di quei musicisti capaci di muoversi tra svariate influenze musicali e al tempo stesso trovarsi perfettamente a proprio agio in ogni occasione. Chitarrista di ottimo livello, il musicista nativo dell’Arkansas è cresciuto nutrendosi del più nobile blues (T-Bone Walker, Muddy Waters, Howlin’ Wolf)  senza rinunciare a dosi di country music (Willie Nelson e George Jones su tutti) e jazz (Wes Montgomery, Louis Armstrong e Django Reinhardt ) in una dieta musicale ampia e diversificata. Aggiungendo un tocco di rhythm & blues, di surf music e di rock abbiamo quindi una miscela decisamente vincente e questo quarto album di J.P. Soars intitolato “Southbound I-95” è il quadro più esaustivo delle sue doti. Disco in gran parte formato da brani originali, “Southbound I-95” nei primi tre brani dà già una piena immagine di se con il rockin’ country di “Aint’ No Dania Beach”, il blues con inflessioni quasi funk “Sure As Hell Ain’t Foolin’ Me” ed il surfin’ rock della title-track a scaldare i motori. Molti sono i momenti da ricordare per qualità delle canzoni e per il piglio convincente con il quale sono interpretate: dal travolgente rock’n’roll fiatistico di “The Grass Ain’t Always Greener” con il piano di Travis Colby a ricordare Jerry Lee Lewis al delizioso intermezzo acustico di “Arkansas Porch Party”, dal trascinante riff soul a la Otis Redding di “Satisfy My Soul” al poderoso blues “Born In California”. Ce n’è un po’ per tutti i gusti, dai profumi ‘sixties’ di “Dog Catcher” alla bella “Troubled Waters”, canzone con i ‘controfiocchi’ tra le migliori del disco. Gradevolissimo e trascinante è poi lo strumentale “Go With The Flow”, altro bel banco di prova per la bravura di J.P. Soars e soci, mentre da rimarcare le due cover, scelte non  a caso, “When You Walk Out That Door” di Albert King e “Deep Down In Florida” (dove tra l’altro il disco è stato registrato, precisamente a Fort Lauderdale) di Muddy Waters. Disco fresco e corroborante.
Remo Ricaldone

17:59

David Massey - Late Winter Light

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David Massey suona con regolarità nelle coffehouses e nei bar dell’area di Washington, DC ormai da anni con una serie di musicisti che gli hanno permesso di ‘esplorare’ vari aspetti della musica delle radici, dalla country music al folk, dal bluegrass a certo rock intriso di umori ‘swamp’ e sudisti in genere. Su disco le cose non cambiano e i sidemen che lo accompagnano sono gli stessi che salgono con lui sul palco, dando vita ad un sound essenzialmente acustico, vibrante e pregevolissimo. Gli ultimi quattro lavori discografici di David Massey, compresi in un lasso di tempo di quattordici anni, danno l’esatta percezione delle molteplici qualità del nostro, dallo stile asciutto ed intenso al modo sempre affascinante di coniugare testo e musica, modellando creature in cui convivono cenni autobiografici e metafore universalmente intriganti. “Late Winter Light” si avvale della produzione del fido Jim Robeson (con lui anche al basso), un personaggio che ben conosce David Massey e che sa come assecondarlo fornendogli ogni dettaglio per sottolineare storie dal notevole ‘appeal’. Le chitarre di Jay Byrd, le percussioni di Zan McLeod, i molti ‘cammeo’ che impreziosiscono qua e la i brani (una pedal steel, una viola, una fisarmonica) sono inseriti con sagacia in un insieme che risulta apprezzabilissimo e decisamente consigliato. Da “Just Remain” a “Same Old (New) Song” sono ‘solo’ nove brani per poco più di trentacinque minuti: non moltissimo ma ogni nota è meditata e studiata per far ‘vivere’ queste storie. “Rio Lagarto”, “Just Another Day”, “Blend Into Blue” sanno come cercare e trovare un posto nel cuore degli appassionati di cantautorato roots, di quello più vero e genuino. Un piccolo/grande disco che regalerà bei momenti a chi gli darà fiducia. E spero siano in tanti a farlo.
Remo Ricaldone

12:00

Ted Russell Kamp - Walkin' Shoes

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Il nome di Ted Russell Kamp è assurto ad una certa notorietà grazie al suo prezioso lavoro al basso con Shooter Jennings soprattutto, ma anche con Jessi Colter, Wanda Jackson e Rosie Flores per citare qualche nome. Limitarsi a questo però è fare un torto alla grande musicalità di un nome da aggiungere alla lista dei musicisti che sanno unire country music, soul, rock e blues come i veri talenti sanno fare in maniera credibile e godibile. La sua carriera solista ha visto pubblicazioni sempre di buon livello con alcuni picchi qualitativi che lo hanno portato ad essere apprezzato molto nella scena indipendente roots e questo “Walkin’ Shoes” non fa altro che aggiungere un nuovo tassello, solido, fresco e brillante. La produzione (nelle mani dello stesso TRK) è limpida, le canzoni, pur con suoni che magari non aggiungeranno nulla di rivoluzionario, di eccellente fattura, le performance sicure e pregnanti. A noi basta per consigliare un disco ampiamente soddisfacente dove ci si muove tra sensazioni country, echi sudisti, citazioni che rimandano alla Band, a Leon Russell, a Rodney Crowell, a Tony Joe White per dare un’idea. Il filo conduttore è naturalmente country, dall’apertura di “Home Away From Home” il cui ritmo rimanda al sound epocale della Sun Records, passando per “Paid By The Mile”, la tenue e classica ballad “This Old Guitar”, un trittico di classe. Più rock è “We Don’t Have To Be Alone”, sempre con quel profumo delle terre a sud della linea Mason-Dixon, mentre “Heart Under Pressure” ha una melodia pregevole che la rende tra le ballate più limpide, “Tail Light Shine” riporta il tutto al blues-rock in un’alternanza tra suoni più country e altri venati da un’aura soul-blues. E’ poi storia a parte, canzone eccellente in cui la voce ed il basso di Ted Russell Kamp sono i soli protagonisti, “Highway Whisper”, certamente tra gli ‘highlights’ dell’album, con una ‘seconda parte’ in cui spiccano l’ottima “Get Off The Grid”, l’introspettiva “Freeway Mona Lisa”, le tonalità ‘neworleansiane’ della sincopata e splendida “Less Thinkin’, More Drinkin’” in cui rivive lo spirito più genuino della città della Louisiana e la movimentata “Roll On Through The Night” che chiude l’album evocando lo spirito di Delaney & Bonnie e i suoni anni settanta. Disco, questo “Walkin’ Shoes”, ricco ed articolato che conferma la bravura e la genuinità di Ted Russell Kamp.
Remo Ricaldone


Sembravano essersi un po’ persi anche se con numerosi cambi di line-up avevano continuato ad esibirsi con alterne fortune ed ecco ritornare i Kentucky Headhunters, band che alcuni ricorderanno per il loro debutto nel 1989 intitolato “Pickin’ On Nashville”, probabilmente il loro disco di maggior successo. Le radici della band comunque risalivano ad una ventina di anni prima quando i fratelli Richard e Fred Young formarono gli Itchy Brothers che si trasformarono anni dopo nei Kentucky Headhunters, gruppo che vide negli ‘anni d’oro’ la presenza di un’altra coppia di fratelli, Doug e Ricky Lee Phelps, ben presto fuoriusciti per cercare gloria al di fuori dei KH. Quello dei Kentucky Headhunters è stato sempre un robusto rock con forti iniezioni di blues e country che li ha spesso fatti apprezzare da un pubblico trasversale ma che è un po’ stato anche il loro limite commerciale. Dal vivo hanno sempre dato il massimo e la loro naturale propensione per la dimensione live è qui confermata da “Live At The Ramblin’ Man Fair” pubblicato dalla label chicagoana dedita al grande blues Alligator Records. Inciso in terra d’Albione, l’album ci regala una bella carrellata di solido e trascinante rock naturalmente pervaso da inflessioni blues che si percepiscono anche da chiare scelte di repertorio, a partire da “Big Boss Man” di Willie Dixon che introduce con calore e coinvolgimento questa selezione. “Have You Ever Loved A Woman” ripercorre le stesse strade del più genuino ‘southern rock’ alla maniera classica della Allman Brothers Band con un pregevole rincorrersi di assoli chitarristici e una accorata performance vocale, “Shufflin’ Back To Memphis” si muove ancora nel ‘deep south’ tra soul e blues. Da ricordare ancora un paio di originali, firmati dalla band, come “Walking With The Wolf” e la bella “Ragtop” che si inseriscono con bravura in un contesto molto tirato e vigoroso. Non si aggiunge nulla alla ‘storia’ del rock sudista ma qui in gran parte siamo davanti ad un gruppo che si trova a suo agio davanti al pubblico che con nostalgia ricerca questo mix di rock, blues e (poco) country e non vuole novità particolari. Discreta è poi la cover della celeberrima “Don’t Let Me Down” di beatlesiana memoria, qui ulteriormente virata verso un rock (un po’ ‘sgangherato’ per la verità) di grana grossa. Ad arricchire la proposta ci sono poi tre brani incisi in studio con la collaborazione preziosa del pianista Johnnie Johnson, storico partner tra gli altri di Chuck Berry. Un tris che comprende una ottima “Rock Me Baby” di Arthur ‘Big Boy’ Crudup” a cui segue una trascinante “Rock’n’Roller” ancora con il sontuoso pianismo di Mr. Johnson. “Hi-Heel Sneakers” congeda i Kentucky Headhunters riprendendo il vecchio hit (era il 1964) di Tommy Tucker interpretato anche da Elvis Presley, da Janis Joplin e da Carl Perkins tra gli altri. Un finale di gran classe.
Remo Ricaldone

11:52

James Maddock - If It Ain't Fixed, Don't Break It

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Già dalla copertina si evince quanto James Maddock voglia mostrare il suo lato più rock’n’roll, più nostalgicamente legato alla ‘golden era’ degli anni cinquanta e sessanta, lasciando momentaneamente da parte il romanticismo asciutto ed evocativo degli album precedenti. Il musicista di Leicester, Inghilterra ma ormai ‘adottato’ a tutti gli effetti dagli States ha quindi ripreso con scelta felice i suoni del rock primigenio, quelli in cui fanno capolino inflessioni soul e doo-wop con un gusto della melodia e del ritmo decisamente trascinanti. “If It Ain’t Fixed, Don’t Break It” è un godibilissimo viaggio attraverso quelle sonorità colorate a tinte forti e calde che rimandano via via ai primi Blasters e agli esordi dei Los Lobos, a quell’urgenza di riprendere strade per nulla scontate ma che suonano ancora oggi fresche e vibranti. La band che lo segue passo passo è il solito fedele trio formato dalla batteria di Aaron Comess, dal basso di Drew Mortali e dalle scintillanti tastiere di Ben Stivers, con l’aggiunta delle armonie vocali di Joy Askew e Shannon Conley a dare quell’ulteriore tocco spensierato e ‘vintage’ alle canzoni. James Maddock ha sempre amato profondamente Bruce Springsteen e Van Morrison, due suoi ‘fari’ musicali, e anche in questo disco emergono spesso certe inflessioni rock e soul che rimandano ai vecchi lavori dei sopracitati. Una sola cover e nove originali sono gli ‘ingredienti’ di questa ricetta che ci riporta indietro negli anni senza risultare fiacca e debole ma con un piglio stimolante e soprattutto divertente. Uno spirito festaiolo e frizzante che parte da “Discover Me” con colorazioni vicine a certo rockabilly e passa dalla cover sorprendente di “Loretta” di Townes Van Zandt qui rivoltata come un calzino e fatta diventare un contagioso rockin’ country, dalla lunga ed articolata “Calling My People” con un botta e risposta degno dei migliori soul men e si chiude con il rock’n’roll a la Jerry Lee Lewis di “Land Of The Living”. Disco questo che, pur sembrando un semplice ‘divertissement’, conferma la profonda onestà intellettuale, la genuinità e la passione di Mr. James Maddock.
Remo Ricaldone

11:49

Hat Check Girl - Cold Smoke

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Dietro al nome Hat Check Girl ci sono Peter Gallway e Annie Gallup, musicisti che perseguono una carriera solista che ha dato ad entrambi piena soddisfazione e critiche molto positive. Peter Gallway ha una lunga e nobile storia che parte dal Greenwich Village degli anni sessanta e che prosegue con profonda ispirazione e una discografia che comprende una quindicina di titoli. Chitarrista e polistrumentista di talento, Peter Gallway ha prodotto lavori interessanti come la retrospettiva dei giorni d’oro del Village (“Bleecker Street: Greenwich Village in the ‘60”) e il tributo all’arte di una grande poetessa come Laura Nyro (“Time And Love: The Music Of Laura Nyro”) confermandosi artista sensibile e poeticamente rilevante. Vocalist notevole è Annie Gallup, cresciuta ad Ann Arbor, Michigan e assurta ad una discreta notorietà nell’ambito della canzone d’autore per apparizioni ai più importanti festival della stagione concertistica americana come il Kerrville Folk Festival. Da metà anni novanta Annie Gallup ha inciso undici album solisti e la sua parte all’interno del progetto Hat Check Girl è basilare per equilibrio e grazia. “Cold Smoke” è il settimo capitolo della coppia e conferma un’ispirazione folk in cui fascinazioni celtiche (grazie anche all’ottimo fiddle di Deirdre Wood Becher) si fondono con inflessioni ‘dark’ e l’amore per Leonard Cohen e tutta quella generazione di songwriters che fanno della poesia e della melodia tradizionale il loro credo. Più volte la tradizione emerge dalle tredici canzoni che formano il disco, filtrata attraverso una visione originale e personale e “Andersonville”, “Cobalt Blue”, “Cold Smoke Road”, “Highway Of Tears” e “Sycamore Lake” sono gioiellini senza tempo. Spesso le atmosfere si fanno evocative ed oniriche con ballate che rimandano al Bruce Cockburn più meditativo o certo indie folk di matrice acustica. “Songbird Of Cincinnati”, “Thirteen Cents An Hour”, “Letters” e “Liza Blue” sono in questo senso tra le più valide in un contesto comunque dove il formato ballata mostra sempre qualità superiore alla media. “Cold Smoke” è l’ideale presentazione del mondo dei Hat Check Girl, perfetto per introdurre due personaggi decisamente validi.
Remo Ricaldone

18:16

Kevin Deal - Long Road Home

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dieci album nel corso di ventanni: una produzione sempre al di sopra della media, profonda, passionale e legata a filo doppio con la grande tradizione country e folk texana. Quello di Kevin Deal è un percorso scandito da una serie di lavori sempre concentrati su una canzone d’autore intensa, sottolineata da una serie di ospiti/amici tra i migliori della scena del Lone Star State, da Lloyd Maines, icona texana che gli ha prodotto i dischi e li ha arricchiti grazie alla sua enorme sensibilità musicale, a Richard Bowden, fiddler extraordinaire in centinaia di lavori, da Terri Hendrix, songwriter intelligente e sagace a Pat Manske, fine batterista e sideman di classe, tutti nomi che qui ritroviamo con inalterata bravura. “The Long Road Home” segue il precedente “Nothing Left To Prove” pubblicato tre anni fa e lo fa con la stessa grande qualità compositiva, se possibile migliorata negli anni come un buon vino, con un talento nel dipingere situazioni ed emozioni che ha pochi eguali anche in quelle terre così fertili e produttive. C’è sempre l’enorme contributo strumentale di Lloyd Maines che qui si supera esibendosi a pedal e lap steel, chitarre acustiche, mandolino e banjo con la sua consueta grande modestia e finezza e un altrettanto grande peso specifico ce l’ha Richard Bowden, il cui fiddle spesso si libra attraverso brani che sono il suo più naturale ‘habitat’, tra country music e tradizione folk. Due sono le cover inserite in questo “The Long Road Home”, due super classici non facili da riproporre viste le numerosissime cover, “Knockin’ On Heaven’s Door” di Bob Dylan e “Ring Of Fire” di June Carter e Merle Kilgore, due momenti rifatti con fedeltà ed amore per gli originali che forse non aggiungeranno nulla ma sono esempi di notevole bravura e sentimento da parte di Kevin Deal. Concentrandoci invece sugli originali, qui c’è da scegliere in un repertorio di eccellente livello, subito fissato dalla title-track che apre il disco con forza poetica e quella vena malinconica che spesso pervade le atmosfere proposte. “My Heart” è un altro dei ‘manifesti’ di Kevin, ballata dal cuore grande e dalle movenze folk, “If You Can’t Put It Down” è una country song dalla nitida melodia con Lloyd Maines inconfondibile alla steel, “Bountiful Yield” è uno degli ‘highlights’ dell’album elevandosi per la sua struggente atmosfera. Più elettrica e cadenzata è “A Reckoning”, più intima e ‘folkie’ “My Friend” mentre “Pushing Away The Dark” è piena di speranza e aspettativa, con il mandolino di Andy Leftwich (già violinista per ani con i Kentucky Thunder di Ricky Skaggs) ad accarezzarci con tocchi lievi. “Broken Upon The Rock” ha il sapore genuino del bluegrass con banjo, fiddle ed un ‘chorus’ decisamente gospel, “All The King’s Horses” è leggermente ‘irish’ ed è vincente per profondità emotiva e interpretazione notevole. “Of Dust And Smoke” e “Keeping The Faith” chiudono il disco con eguale umanità e spirito solidale, due ulteriori motivi per avvicinarsi ad un disco che si è un punto d’arrivo ma al tempo stesso un promettente passo verso una maggiore e sperabile fama.
Remo Ricaldone

18:15

Katie Cole - Things That Break, Pt. 1

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Australiana ma residente a Nashville, Katie Cole è una delle più promettenti nuove voci femminili di quella scena, capace di sorprendere per intensità e calore ma anche talentuosa come autrice grazie a notevoli capacità descrittive ed intensità nelle emozioni. Scoperta dal produttore Howard Willing, già con Sheryl Crow e Glen Campbell, Katie ha saputo subito catturare lo spirito ‘americana’ inserendo nel suo stile country music ma anche colorazioni gospel ed un pizzico di pop che non ha spostato equilibri perfetti nelle sue canzoni. Una discografia ancora parca quella di Miss Cole che comprende un paio di ep ed un album intitolato “Lay It All Down” che ha visto un prezioso ‘cammeo’ di Kris Kristofferson ed ora un altro ‘lavoro breve’ (cinque canzoni ma tutte decisamente intriganti) che la proietta ulteriormente tra le figure di maggior spessore del genere, sulla scia della bravissima Patty Griffin alla quale la possiamo tranquillamente paragonare. “Broke” introduce il disco con il banjo di Ilya Toshinsky (chi si ricorda il gruppo russo dei Bering Strait che per breve tempo fece parlare di se nella Nashville di qualche anno fa?) che caratterizza una ballata di grande presa e fascino, seguita subito dopo da “All My Winters”, evocativa ‘folk song’ acustica interpretata con un’intensità non comune ed attraversata da una chitarra elettrica magnifica per gusto e poetica. “Rest In Pieces” è la conferma delle doti compositive di Katie Cole, della grazia con cui ‘maneggia’ le canzoni e del cuore che ci mette in ogni nota. Un altro gioiellino da ricordare come la seguente “Graceland”, pervasa da inflessioni gospel, una storia in cui nostalgia e ricordi sono in primo piano. A chiudere questo ep c’è poi “Time On My Hands” in cui le emozioni acustiche raggiungono l’apice, tra la citata Patty Griffin e la migliore Lee Ann Womack. Disco molto, molto interessante che speriamo presto venga seguito da una seconda parte, in attesa di un altro album ‘full length’.
Remo Ricaldone


16:56

Richard Dobson - I Hear Singing

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Richard Dobson è stato uno dei musicisti che ha scritto la storia della scena texana al pari di Townes Van Zandt, di Guy Clark, di Rodney Crowell, ponendosi sullo stesso straordinario livello musicale e poetico. Le sue canzoni negli anni sono state riprese (con ottimi risultati peraltro) da gente come Nanci Griffith, Carlene Carter, Dave Edmunds e anche da Johnny Cash ma la sua ‘fama’ è rimasta ristretta tra i fan e gli addetti ai lavori. Ricardo, come gli amici erano soliti chiamarlo, ci ha lasciati nel dicembre del 2017 quasi al termine delle registrazioni di questo album intitolato “I Hear Singing” e terminato con qualche piccolo ritocco negli studi svizzeri di Schaffausen. Proprio lo stato elvetico lo ha accolto a fine anni novanta e Richard Dobson ha trovato lì le migliori condizioni per intraprendere quella che è stata l’ultima parte della sua carriera artistica incidendo una decina di eccellenti album per la Brambus Records. Country music, folk, influssi mariachi, una certa fascinazione per sonorità celtiche  e il suo inconfondibile stile narrativo da storyteller puro sono state le peculiarità che hanno reso grande Mr. Dobson e certamente il vuoto lasciato sarà difficilmente colmabile, alla luce anche di questo notevolissimo suo ultimo lavoro. Sedici canzoni di cui tre cover e collaborazioni compositive di grande pregio fanno di questo “I Hear Singing” disco prezioso ed imprescindibile per chi ama la canzone d’autore texana e tutto il fascino evocativo che rappresenta. Già con le prime note di “A Better Word For Love” abbiamo la percezione di un lavoro profondo, melodicamente rilevante ed interpretato con una inusitata forza, quasi ad avvertire che il tempo a disposizione era poco. Il fiddle di Aaron Till dona ulteriori colorazioni ad una ballata che ha del classico senza tempo con le sue tonalità folk e tutti gli artisti coinvolti, anche quelli che partecipano solo in misura minima, danno veramente il meglio di loro stessi, da Mark Wise e Peter Uehlinger che con le loro chitarre formano un tappeto sonoro ineguagliabile a Brent Moyer e Bill Chambers che regalano piccoli sprazzi di classe con i loro ‘cammeo’. “Fisherman’s Son” è guidata da un banjo di forte impatto poetico mentre la struggente forza di “I Will Fight No More Forever”, di “Footprints (The Immense Journey)” e della title-track “I Hear Singing” ci consegnano un poeta ancora in grado di dire la sua nell’attuale panorama country-folk. Le collaborazioni sono come detto importanti, a partire da “Entre Ayer Y Manana” firmata con Mike Blakely e pervasa da un’aura ‘mexican’ deliziosa e poi con “Everything I Need” scritta a quattro mani con il bravo e misconosciuto George Ensle e con “So Have I” con Guy e Susanna Clark. Le cover infine sono il suo personale omaggio a musicisti che ha amato profondamente come Chris Smither la cui “Leave The Light On” risplende di luce propria, “Thirsty In The Rain” composizione di Peter Rowan e “Less Of Me” di Glen Campbell, entrambe più che riuscite. Tutto qui è comunque cantato con il cuore in mano, con infinita classe e l’accompagnamento strumentale non prevale e non soffoca la personalità ancora carismatica di Richard Dobson ma la sottolinea con bravura ed intelligenza. Ci mancherai moltissimo, Ricardo. Buon viaggio.
Remo Ricaldone

16:50

Helen Rose - Trouble Holding Back

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La gestazione del disco di esordio per Helen Rose è stata lunga all’incirca due anni ma ne è valsa la pena. “Trouble Holding Back” ci presenta un’altra figura femminile dell’amplissimo panorama roots americano che merita tutta l’attenzione possibile e al tempo stesso propone un’artista difficilmente etichettabile viste le molteplici influenze presenti. Blues ma anche country music, rock e soul, un incrocio tra Nashville, New Orleans e Muscle Shoals che incuriosisce e che appaga per intensità ed originalità. Helen Rose si fa produrre dall’ex Lone Justice Marvin Etzioni che contribuisce notevolmente anche a livello compositivo e ci regala dieci canzoni in cui emerge tutta la sua vibrante musicalità e in cui spesso si accompagna al sax interpretando il materiale con grande grinta. Il rock cadenzato di “Love And Whiskey”, imbevuto di aromi sudisti e di colorazioni calde, apre l’album e lo indirizza verso suoni sensuali e passionali mentre la seguente “Flatlands Of North Dakota” è uno dei punti più alti, avvicinando Helen Rose ad una delle sue maggiori influenze, Bobby Gentry, la cui “Ode To Billy Joe” rieccheggia tra le note e gli arrangiamenti. “When The Levee Breaks” è un traditional la cui performance rimanda alle potenti vocalità di Rhiannon Giddens, “John Coltrane On The Jukebox” è basata sul classico dei Dream Syndicate (“John Coltrane Stereo Blues” del 1984) ed è pregna di soul e blues, tra Mavis Staples e Janis Joplin, “Mississippi Moon” è una fascinosa ballata che ci porta nel Delta con tutte sue le affascinanti e misteriose storie. “Dangerous Tender Man” segue ancora questa strada fatta di suoni sudisti miscelati assieme per formare un insieme variegato e solido, evocativo e compatto, mentre la title-track “Trouble Holding Back” aperta dal sax di Helen Rose ci fa immergere nuovamente nel sound di New Orleans. Il trittico finale si apre con “Oh Glory Be”, numero soul di alta classe alla maniera di Muscle Shoals, prosegue con “The Mountain” firmata da Steve Earle che emoziona e commuove per l’estrema partecipazione in una ballata pianistica eccellente e si chiude con “Love On Arrival”, scarna ed intensa canzone firmata dalla coppia Rose/Etzioni che cresce mano a mano graffiando e coinvolgendo con qualità. Disco questo molto personale, pur attingendo a varie sonorità ed ispirandosi ad altri artisti. Disco che merita attenzione.
Remo Ricaldone

16:44

Kaz Murphy - Ride Out The Storm

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Anche se al suo attivo ci sono solo quattro album solisti, Kaz Murphy è attivo da alcune decadi e la sua carriera musicale è ampia, variegata e pienissima di esperienze, fin dai suoi ‘anni formativi’ nel South Jersey e a Philadelphia. Appassionato di rock’n’roll e di folk music, Kaz Murphy ha suonato in innumerevoli bands, spostandosi di continuo all’interno degli States, da Santa Fe a Los Angeles e poi per un breve periodo anche in Austria. Poi ha condiviso il palco con Pete Seeger e Jesus And Mary Chain, i Derailers e i Big Star, con membri dei Whiskeytown (la band di Ryan Adams agli esordi) e con gli Afghan Whigs definendo così quanto diversificate siano le sue influenze. “Ride Out The Storm” lo vede tornare alla ribalta con un disco decisamente azzeccato grazie ad una vena compositiva intensa ed intrigante dove trovano spazio le passioni per i perdenti, gli ultimi, quelli ai margini della società dei consumi. La produzione contribuisce in maniera fattiva alla riuscita del disco e Scrappy Jud Newcomb (che ha lavorato con Slaid Cleaves, Ray Wylie Hubbard e Patty Griffin tra gli altri) qui ‘cuce’ un suono consistente ma non sovraprodotto attorno alle canzoni di Kaz Murphy, con la presenza dei tamburi di Pat Manske (veterano del Lone Star State), Jon Notharthomas al basso (già con la band di Ian McLagan) e Penny Jo Pullus alle armonie vocali. Lo stesso Scrappy Jud Newcombe gioca un ruolo fondamentale con le sue numerose chitarre, acustiche ed elettriche, il basso, il mandolino in un disco suonato con estrema convinzione e registrato nello storico The Zone, studio di registrazione di Dripping Springs, Texas. Con la sua voce calda e corposa Kaz Murphy disegna storie in cui i protagonisti si muovono entro i confini di un’America talvolta misteriosa, altre volte intrisa di sofferenza o di speranza, sulle ali di un suono tra country music, canzone d’autore folk e ‘americana’, con accenti ispirati e poetici. Da “When People Come Together” che introduce la selezione alle eccellenti “Soft Heart” (quasi una border song), “Thunderhead” e “Where You Come From” dalle immagini nitide ed evocative e dalle chitarre ‘riverberate’ che sanno molto di sixties, l’album si snoda con semplice scorrevolezza e regala più di un momento da ricordare. Tra questi sono da citare “Somebody Could Be Me”, country music che sa di Texas in modo classico, “Stella Rae” deliziosamente rock anche se acustica, un po’ sulla falsariga di quello che faceva Jonathan Richman tra gli anni settanta e i primi ottanta e la bella ballata “Forget About The World Tonight” interpretata ancora con grande cuore. Disco esemplare di un’America ‘di periferia’ ma sempre accorata e genuina.
Remo Ricaldone

19:05

Joe Ely - The Lubbock Tapes - Full Circle

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Parlare di Joe Ely è sfogliare alcune tra le pagine più belle della musica texana e non solo. Joe è un’icona, un talento puro che negli anni ha un po’ diradato le sue uscite discografiche (da anni si autoproduce gli album con immutato valore e vigore) ma ha mantenuto intatto un indomito spirito da storyteller tra country music, folk e rock’n’roll. Quel suo essere perennemente in bilico tra country e rock gli ha forse impedito di raggiungere un maggiore successo commerciale in un business dove era (è?) essenziale etichettare i prodotti ma lo ha reso protagonista di una stagione indimenticabile dove ha sciorinato una serie impressionante di grandi dischi collaborando con altri talenti come Butch Hancock e Jimmie Dale Gilmore con lui nelle avventure a nome Flatlanders ed è stato affiancato da tutti i grandi strumentisti del Lone Star State. “The Lubbock Tapes – Full Circle” è come dice il titolo una sorta di chiusura del cerchio e di ritorno a casa nel suo amato West Texas in una serie di demo incisi tra il 1974 ed il 1978 in un periodo in cui la MCA diede a Mr. Ely ampia fiducia dando alle stampe ben dodici album nell’arco di un ventennio. Proprio in quegli anni Joe Ely espresse uno straordinario songbook qui ‘riscoperto’ attraverso incisioni fresche e cristalline. La produzione è a quattro mani divisa tra Joe e uno dei suoi mentori, l’immenso Lloyd Maines e le registrazioni sono state effettuate negli storici Caldwell Studios di Lubbock. Qui ritroviamo melodie indimenticabili e tuttora pregne di straordinaria poetica, canzoni che Joe Ely distribuì nei suoi primi dischi e che rappresentano il suo concetto di ‘Texas Music’. Sedici canzoni (nei titoli è stata ‘dimenticata’ la magnifica “Tennessee’s Not The State I’m In”) che testimoniano tutta la grandezza di un nome imprescindibile per chi segue la musica delle radici. “Windmills And Watertanks” apre l’album e ci fa subito entrare in quei paesaggi aspri, evocativi ed affascinanti tra il Llano Estacado ed il Panhandle, il (West) Texas in tutto il suo incanto e charme. “Because Of The Wind” “B.B.Q. & Foam”, “Standin’ At A Big Hotel”, “If You Were A Bluebird”, “I’ll Be Your Fool” hanno il sigillo dei classici e in queste  inedite versioni mostrano nuove sfumature, nuovi colori, nuove tonalità. Quello di “The Lubbock Tapes – Full Circle” è un viaggio sonoro che non vorremmo mai terminare, un percorso fatto di alternanze tra country e rock, tra ballate e grintosi uptempo, con uno sguardo profondo ed intenso ai suoi (e nostri) luoghi del cuore. Chi conosce Joe Ely non avrà bisogno di ulteriori ‘spinte’ per acquistare il disco, chi (colpevolmente) non lo conosce ancora può essere la base su cui costruire la conoscenza di un vero ed unico troubadour.
Remo Ricaldone

19:02

Surrender Hill - Tore Down Fences

Pubblicato da Remo Ricaldone |


L’avventura musicale di Robin Dean Salmon, sudafricano trapiantato da parecchi anni in Texas e poi in perenne movimento tra il Lone Star State, New York, Nashville ed il sudovest, e Afton Seekins, talentuosa vocalist cresciuta tra l’Alaska e l’Arizona, si arricchisce di un nuovo capitolo, il terzo, intitolato “Tore Down Fences”. L’album è stato inciso in soli due giorni a Nashville e propone ancora una volta tutto il vigoroso e solido mix di country music coniugato in modo vario ed interessante, sfumato con un pizzico di soul e di rock. “Tore Down Fences” conferma tutto il buono che si era detto in occasione del precedente “Right Here Right Now”, sottolinea nuovamente la bravura compositiva della coppia e fa emergere la freschezza interpretativa di artisti capaci di proporre una country music credibile e genuina. E se in  “Time Moves On” Afton segue i classici senza tempo del genere con un’attenzione spontanea nel dare un afflato sudista alle proprie performances, in “Up In Flames” Robin gioca con le emozioni più autentiche in una canzone tra folk e country. I rimandi vocali, la bellezza degli arrangiamenti e la qualità più che buona dei brani fa si che il disco scorra con naturalezza attraverso i tredici brani che lo compongono senza particolari cadute di tono, senza aggiungere dosi inutili di zucchero e senza i ‘trucchi’ che spessono vengono usati nelle produzioni delle major di Music City. “I Ride Alone”, folk song sublime, la soffice country music della title-track “Tore Down Fences”, la pulsante “Forever”, convincente e significativa, l’intensa “Stones” dai toni accorati e persuasivi e poi ancora titoli come “Misbehave”, “If I Can’t Have You”, “PBR & Cigarettes” sono tra i preferiti di un lavoro degno di attenzione per una bella realtà della musica delle radici. Surrender Hill, un nome da tenere d’occhio.
Remo Ricaldone

18:59

Jack Ballengee Morris - West Virginia Refugee

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Attualmente residente a Columbus, Ohio, Jack Ballengee Morris ha le sue radici familiari e musicali ben piantate negli Appalachi della West Virginia e questo retaggio emerge chiaramente in questo suo bel disco intitolato “West Virginia Refugee”, nove canzoni dall’impianto acustico che rendono giustizia alle sue qualità compositive e di performer. Disco essenziale e per questo genuino e profondamente sincero, “West Virginia Refugee” ha poche ma efficaci frecce al proprio arco, dall’accompagnamento strumentale composto da cello, fisarmonica, batteria e dalle chitarre acustiche del protagonista al tono gustosamente tradizionale e ‘folkie’ dei brani. “California’s Edge” apre l’album con il forte sapore delle ballate di Woody Guthrie, con lo stesso piglio orgoglioso e permeato di tradizione, “Lick All My Wounds” coniuga la canzone d’autore prendendo ad esempio i ‘padri’ del genere ricordando anche espressivamente il grande John Prine, “Eskimo Pie”, con l’accordion di Tom Boyer ed il cello di Peter Fox è poesia efficace ed evocativa. Tre esempi della qualità di Jack Ballengee Morris, sicuramente ed inevitabilmente derivativo ma al tempo stesso interessante e spontaneo. “Thread The Line” accarezza con grande dolcezza grazie ad una melodia che  ci porta in territori affascinanti mentre la canzone che titola il disco è indissolubilmente legata al duro lavoro nelle miniere con un ‘march time’ che rimanda al folk revival dei sixties. “Beggars Will Ride” evoca ancora la migliore ballata folk, profonda, sofferta, rigorosa, “Tower I Fell” la segue a ruota con grande partecipazione e ancora il cello a sottolinearne la carica emotiva, “Poor JFK” riprende la tradizione politica e sociale tipica della folk song con un esempio tutto da gustare e la conclusiva “In The Dark” suggella un percorso fatto di coerenza ed impegno non disgiunto da una piacevolezza di fondo che rende il tutto, a mio parere, consigliato a coloro che cercano nella musica anche qualcosa di più approfondito. Da ascoltare.
Remo Ricaldone

18:56

The Plastic Pals - Psychic Reader

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Band solida e rocciosa, un quartetto in cui due chitarre, basso e batteria esprimono con grande bravura tutta la passione per un classico (roots)rock di marca americana: questo e altro sono i Plastic Pals, da Stoccolma, Svezia. Al terzo disco il gruppo guidato dal chitarrista e cantante Hakan ‘Hawk’ Soold amplia confini già discretamente variegati dove le radici del più classico rock’n’roll emergono in un insieme di buonissima qualità. “Psychic Reader” ha al suo interno citazioni ‘Pub rock’ tipicamente anni settanta, soul e americana con il supporto di una interessante serie di musicisti incontrati in questi anni in giro per il mondo. Il violinista dei Camper Van Beethoven Jonathan Segel, le tastiere del ‘nostro’ Francesco Bonfiglio membro dei bravissimi Lowlands e quelle del grande Chris Cacavas il cui nome rimane indissolubilmente legato alla stagione con i Green On Red donano inflessioni profonde al suono dei Plastic Pals rendendole ancora più godibili e fresche. Tutto il materiale inserito in questo “Psychic Reader” è a firma del leader Hakan Soold a conferma di talento e di un ottimo stato di forma, gli arrangiamenti sono dinamici e compatti, le chitarre sono una base robusta sulla quale sviluppare melodie intriganti. La title-track che introduce l’album è un po’ il manifesto delle intenzioni dei quattro ragazzi svedesi e apre strade percorse con piglio sicuro. “Shame The Devil” ricorda certe band americane del cosiddetto ‘Paisley Underground’, movimento che rivitalizzò il rock in una decade, gli anni ottanta, dove imperava l’elettronica, in una bella cavalcata chitarristica, “Cat On A Hot Tin Roof” ha ancora chitarre che trascinano e la possente ritmica nelle mani di Bengt Alm (basso) e Olov Oqvist (batteria), “Weight Of The World” è una (classica) ballatona rock con un profumo di ‘dejà vu’ che non toglie nulla alla sua intensità, “Timing Is Everything” è un altro momento da ricordare per pulizia di suono ed incisività che personalmente mi ricorda il primo Elliott Murphy e la New York degli anni settanta. “Riding With Elvis” occupa poi un posto di rilievo nell’economia dell’album, un ulteriore momento di ottimo rock sciorinato con sicurezza e naturalezza da una bella realtà musicale europea che non ha nulla da invidiare ai colleghi d’oltreoceano.
Remo Ricaldone


17:22

Ben De La Cour - The High Cost Of Living Strange

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Disco sorprendente e personaggio completamente sconosciuto ma portatore di sensazioni forti e rimarchevoli, uno storyteller decisamente intrigante con il suo particolare ‘americanoir’ come ama definire il suo mix di canzone d’autore e country music narrate con piglio appunto personale e vicino allo spirito ‘noir’ di molti scrittori contemporanei. Nato e cresciuto a Brooklyn, Ben ha ‘toccato’ Los Angeles prima di puntare la bussola verso New Orleans e poi a Nashville, inevitabilmente attratto dalla ricca scena della ‘zona est’ della capitale della country music. “The High Cost Of Living Strange” è disco breve (solo otto canzoni) ma diretto, tagliente ed intrigante, un lavoro pieno di azzeccate caratterizzazioni, di storie ‘ai margini’ e narrate su diversi piani letterari. Mai banale, l’album rimanda alla scrittura dei grandi della tradizione texana con nel cuore Townes e Guy Clark, con lo stesso amore per le mille sfaccettature dell’animo umano e con gli stessi ‘fondali’ sui quali costruire storie di grande peso specifico. Bella voce, una produzione scarna, grandi doti di troubadour: “The High Cost Of Living Strange” è l’ennesima dimostrazione che ‘less is more’ quando la qualità narrativa è alta. “Uncle Boudreaux Went To Texas”, “Guy Clark’s Fiddle”, “Dixie Crystals”, il fascino ‘dark’ di “Tupelo”, “Face Down Penny”, basterebbero questi titoli per fare di questo disco uno dei più interessanti lavori di quest’anno ma è l’atmosfera complessiva che rende l’album un prodotto altamente consigliato. Dar fiducia ad un nome sconosciuto è in questo caso quasi doveroso. Se si ama la canzone americana raccontata con profondità e amore allora non ci sono dubbi. Quello di Ben De La Cour è il vostro disco.
Remo Ricaldone

17:19

Eric Lindell - Revolution In Your Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nato e cresciuto nella Bay Area di San Francisco, Eric Lindell ha da sempre subito il fascino meticcio dei suoni del Sud ed in particolare della Louisiana. E proprio nel ‘Bayou State’ che poi ha deciso di trasferire la sua sede e dal 1999 ha intrapreso la sua carriera discografica, accasandosi subito con la storica label blues di Chicago Alligator Records che ha creduto in lui ristampandogli i suoi primi lavori indipendenti. Blues, Southern soul ma anche honky tonk e rock’n’roll sono state, sin dai suoi primi passi, le connotazioni stilistiche di Eric Lindell che le ha metabolizzate riconsegnandocele con stile, qualità e grande intensità, passando nel corso degli anni attraverso varie etichette e relative fasi artistiche. “Revolution In Your Heart” segna il suo ritorno a casa, ritrovando l’amata Alligator Records e riconquistando l’originaria e fresca ispirazione anche grazie alle recenti vicende del proprio Paese. Come è solito fare Mr. Lindell, il musicista di San Mateo, California suona praticamente tutti gli strumenti, evidenziando una personalità multiforme e una tecnica eccellente. Uniche eccezioni sono la batteria e le percussioni dietro le quali siede Willie McMains e il prezioso cammeo di Kevin McKendree che dona il proprio talento al piano nella fascinosa “Millie Kay”. L’album è solido e brillante in tutte le sue sfaccettature, sia quando emerge la nostalgia per la nativa California in un brano comunque pregno di colorazioni ‘neworleansiane’ come “Kelly Ridge” sia quando rock e soul, blues e country si incrociano nelle ottime “Shot Down” e “Claudette”. “Millie Kay” è tra le cose migliori del disco con le sue atmosfere gustosamente country e un’interpretazione che rimanda ai Whiskey Myers più ‘soffici’ e ad altre band sudiste, “How Could This Be?” è scritta  a quattro mani con Seth Walker con ottimi risultati, “Grandpa Jim” mostra assonanze con i Departed di Cody Canada per quel suo ‘mischiare le carte’ e fondere stili diversi come è prassi nel ‘deep south’ mentre, per citare i momenti che più coinvolgono, “The Sun Don’t Shine” è rock’n’roll imbevuto nel più autentico ‘swamp’, graffiante e anche armonioso. Bentornato Eric!
Remo Ricaldone

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