09:53

Heath Cullen - Springtime In The Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Springtime In The Heart” segna il ritorno, a cinque anni di distanza dal precedente album, del musicista australiano Heath Cullen, uno dei più interessanti performers di quelle terre, uno con gli agganci giusti ma che purtroppo non gli hanno permesso di imporsi come meriterebbe. Infatti se il suo disco di cinque anni fa intitolato “Outsiders” lo vedeva in compagnia di Elvis Costello e dei suoi Imposters, questo lo pone ai vertici della sua ispirazione anche grazie alla produzione impeccabile di Joe Henry e dell’apporto prezioso di un serie di incredibili sidemen americani come Jay Bellerose ai temburi, Jennifer Condos al basso, Adam Levy alle chitarre, Patrick Warren alle tastiere e ai fiati Levon Henry, figlio di Joe. Buona parte del repertorio è firmato dallo stesso Heath Cullen, tranne l’intensa e roca “Song That I Know” scritta a quattro mani con Joe Henry dal quale prende una forte ispirazione e “Kill Switch” di T Bone Burnett che chiude nel migliore dei modi la selezione con grande poesia e coinvolgimento. Le canzoni di Heath Cullen sono pregne di profondità poetica e di peso letterario, a formare atmosfere sognanti, sofferte e struggenti, interpretate con maestria da una band che non fa che sottolineare la bellezza delle melodie. A volte ci si avvicina alle sonorità di certi album di Tom Waits, in altre c’è tutto il tormento ma anche l’incanto dei dischi di Joe Henry, rimarcando sempre e comunque un talento notevolissimo. “Things Are Looking Up” ne è uno degli esempi più fulgidi, la più azzeccata introduzione ad una selezione che aumenta il proprio fascino ad ogni ascolto, “The Song Always Remembers” è canzone d’autore nella sua forma più alta, degna del più importante cantautorato americano con le sue ‘nuances’ tra folk e country mentre “Cowboy Truths (For Sam Shepard)” è un accorato tributo ad una delle figure guida della letteratura e del cinema d’oltreoceano. “Hurry My Heart” è delicata e poetica e inevitabilmente rimanda agli ultimi lavori di Joe Henry, in bilico tra i generi e dove in ogni nota si percepisce passione e intensità e a piene mani, “The Shape Of Your Name” è perfettamente posizionata tra Leonard Cohen e ancora Tom Waits, quello di “Rain Dogs” e di “Mule Variations” e per citare un altro titolo “Home” racchiude tutta la musicalità di un eccellente nome della nostra musica: Heath Cullen.

Remo Ricaldone

09:51

Eddie Seville - High & Lonesome

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Eddie Seville in questi anni ha portato avanti una sua eccellente carriera solista e l’attività come frontman degli Steel Rodeo, ottima band di alternative country. “High & Lonesome” è ‘solo’ un ep con cinque canzoni ma tale è la forza interpretativa, l’intensità di ogni brano e l’approccio magnifico tra rock e radici che il progetto, in un primo momento pensato per accompagnare le date americane ed europee, risulta degnissimo di rappresentare un notevole capitolo della sua carriera musicale. “All Night Radio” apre con una ventata di freschezza e dinamismo che mette subito le cose in chiaro e mostra il livello di forma di Eddie Seville. Un inizio trascinante. La title-track “High & Lonesome” è invece country music dai toni particolarmente ispirati e stimolanti con pedal steel e piano, rispettivamente nelle mani di Peter Adams e Jimmy Wilkas, a guidare la melodia, “One More Guitar” sottolinea tutto l’amore di Eddie Seville per le radici dei suoni rock con un midtempo di grande presa e “Seeds In The Wind” riporta alla mente sonorità a la Steve Earle, perfettamente in bilico tra country music e inflessioni ‘irish’. A chiudere c’è invece una “Talking To Myself” che non fa che celebrare le più belle intonazioni roots con un ennesimo esempio della bravura di un artista assolutamente da conoscere ed apprezzare. Lo aspettiamo con impazienza in un album ‘a lunga durata’.

Remo Ricaldone

09:50

David Grissom - Trio Live 2020

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David Grissom è una delle migliori chitarre del panorama tra rock e radici, indimenticabile nelle bands di Joe Ely, John Mellencamp e anche di James McMurtry nei suoi esordi. La sua straordinaria tecnica, una naturalezza notevolissima e il gusto dei suoi fraseggi hanno segnato alcuni dei migliori album dei musicisti citati ma David Grissom non si è fermato ad una pur rimarchevole carriera da ‘back up artist’ ma ha voluto intraprendere una carriera solista certamente non di altissimo profilo commerciale ma che ha sempre più spostato il suo baricentro verso un blues elettrico corposo e solido. Certo i fan di un certo roots-rock con il quale David Grissom si era fatto conoscere ed apprezzare possono essere un pochino delusi ma il suo eccellente stile è sempre il suo marchio di fabbrica. Esempio plastico è questo documento live che lo mostra in un concerto tenuto in uno dei più storici club di Austin, Texas, il Saxon Pub in compagnia del suo trio in una bella carrellata del suo attuale percorso sonoro. Con Bryan Austin alla batteria e Chris Maresh e Glenn Fukunaga che si alternano ai bassi, David Grissom snocciola un repertorio di classe riprendendo due suoi ispiratori come Freddie King nella conclusiva “Boots Likes To Boogie” e Albert Collins in “Don’t Lose Your Cool”. Il classico “Crosscut Saw” è qui riproposto con gusto e finezza mentre il resto della scaletta proposta in un album tutto sommato non particolarmente lungo è firmato dallo stesso Grissom tra strumentali e brani cantati, da “Way Jose” alla lunga ottima “Never Came Easy To Me”, per chi scrive uno dei momenti migliori dell’album. Un disco questo che magari non aggiungerà nulla alla classe di David Grissom come chitarrista ma che lo pone su un piano di assoluta grandezza tra i grandi ‘manici’ della musica americana contemporanea.

Remo Ricaldone

 

09:48

Doug Schmude - Mileposts

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Doug Schmude ha vissuto in ben otto degli stati americani e ha raccolto da tutti grandi ispirazioni per ‘costruire’ un suono in perfetto bilico tra acustico ed elettrico, tra country e folk, tra rock e blues. Nato in Louisiana, cresciuto tra Texas ed Oklahoma, ha risieduto per anni nella parte più alternativa di Nashville e ora vive nel sud della California, condensando uno stile accattivante che supera brillantemente doti non particolari dal punto di vista vocale con una buona vena compositiva che ha reso i suoi album decisamente godibili. Non sfugge a questa regola il suo più recente lavoro che si intitola “Mileposts” le cui canzoni sono il giusto compendio delle tematiche affrontate da Doug Schmude, dal fascino irresistibile esercitato dalla vita errabonda di “Mileposts In The Rear View” ai ricordi di “Feels Like Texas”, fino all’accorato tributo ad uno dei suoi mentori in “A World Without John Prine”. “The Ballad Of Early” è un altro momento da sottolineare per freschezza, incisività ed un approccio naturale e ‘leggero’, “All The Lines On My Face” è ballata intrisa di elementi autobiografici, resi ancora più autentici da una bella vena country-folk mentre “Old Crow” mantiene forti legami con una country music decisamente tradizionale, rimandando ancora al compianto grande storyteller di Maywood, Illinois. A congedare un disco breve ma esauriente c’è “Maybe I Just Won’t Go Home Tonight”, riflessiva e poetica, una ballata che non fa che confermare la bontà della proposta di Doug Schmude.

Remo Ricaldone

18:29

Ben De La Cour - Shadow Land

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Ben De La Cour ha vissuto ogni storia narrata e ogni emozione provata l’ha trasposta nelle sue intense e profonde canzoni incluse nei suoi quattro eccellenti album. Le dipendenze, i disturbi psicologici che lo hanno portato per lunghi periodi nei centri di cura e riabilitazione, le speranze e le sofferenze che hanno segnato una vita dove la musica ha reso tutto meritevole di essere vissuto, sono stati capitoli fondanti del suo percorso umano ed artistico. I brani che escono da queste esperienze riflettono in maniera significativa le sfumature ‘dark’, la drammaticità e anche la profonda poesia di uno storyteller vero che dal 2013 ha trovato il luogo ideale dove fermarsi nella parte est di Nashville dove grande è lo spazio per la creatività e per il perseguimento della valorizzazione del proprio talento. Le meditazioni sul senso della vita, gli amori perduti, le violenze, le emozioni vere sono alla base anche di questo appassionante nuovo album intitolato “Shadow Land”, dodici quadretti vividi ed intensi incisi nella quiete ispiratrice di Winnipeg, Manitoba dove Ben De La Cour mette tutta la sua potenzialità espressiva, la sua voce ricca di pathos e la sua forma musicale tra country music, espressionismo folk e tentazioni rock. Tra gli echi quasi western dell’iniziale “God’s Only Son” e le intense considerazioni autobiografiche di “The Last Chance Farm”, le colorazioni gotiche appalachiane di “High Heels Down The Holler” e le taglienti critiche alle corporazioni di “In God We Trust…All Others Pay Cash” emerge in tutta la sua forza una delle migliori figure della scena cantautorale americana in quello che probabilmente è il suo lavoro più completo e lucido, il più rilevante e rimarchevole. La porta ideale per conoscere Ben De La Cour e magari iniziare un percorso a ritroso nella sua produzione discografica.

Remo Ricaldone

18:27

Ellis Delaney - Ordinary Love

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Spesso viene fatto il percorso inverso ma in questo caso la cantautrice texana Ellis Delaney ha trovato i giusti riferimenti e il terreno fertile nel Minnesota dove si è trasferita e dove ha creato il suo perfetto ‘microcosmo’ in cui elaborare toccanti storie su basi folk e country. “Ordinary Love” è già il suo album numero dieci ed è sempre sorprendente scoprire quanta ottima musica si produca ogni anno e quanta rimanga sconosciuta ai più. Ellis Delaney ha dalla sua la capacità di condensare una grande vivacità lirica con eccellenti doti di performer e le sue canzoni, nonostante i tempi bui che stiamo vivendo tra pandemie, cambiamenti climatici e violenze razziali, riescono a strappare un sorriso aprendo il cuore a sentimenti senza tempo e limiti come amore e condivisione. La produzione è limpida e semplice e proprio per questo risulta fresca e godibile, prettamente acustica ma ricca di gradazioni e manda il messaggio di una grande ispirazione nei confronti delle grandi voci che probabilmente l’hanno coinvolta come Joni Mitchell, Carole King, Shawn Colvin o Kate Wolf. Caparbio e appassionato, il messaggio insito in queste canzoni è che nonostante tutto si debba ricercare lo straordinario nell’ordinario, quanto di più rivoluzionario ci possa essere nell’apparente dicotomia di questa affermazione. L’esuberante e toccante ottimismo di brani come “The Finest Adventure”, della title-track “Ordinary Love”, “Pie For Breakfast”, “Happy Life”, “Now Is The Time” e la conclusiva “Better Angels” definiscono il mood complessivo di un disco di notevole fattura e meritevole dell’attenzione di chi apprezza la più sincera canzone d’autore.

Remo Ricaldone

18:25

Spike Flynn - Postcards From The Heart

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Spike Flynn, singer-songwriter australiano di Sydney, è personaggio che gode di grande stima e considerazione in patria e si sta facendo apprezzare all’estero per una vena scarna e rigorosa che ha richiamato paragoni con lo stile poetico di un Guy Clark e, aggiungerei, di Sam Baker. Le cartoline evocate nel titolo del suo nuovo disco sono frutto di un viaggio interiore verso quella che viene considerata ‘casa’, non solo dal punto di vista fisico ma soprattutto da quello allegorico e intimo dove si cerca amore e protezione, affetto e luogo di tranquillità e pace. Anche le bellezze naturali dei luoghi dai quali proviene Spike Flynn hanno notevole importanza nel costruire un suono che inevitabilmente guarda a folk e country ma viene declinato aggiungendo un approccio personale che certamente non manca al nostro. La ‘circolarità’ del viaggio, il tornare alle proprie radici, l’universalità di un messaggio fondato su condivisione e curiosità, resilienza e passione sono il filo conduttore di questo “Postcards From The Heart” dove i colori virano verso tonalità pastello e le immagini si fanno via via vivide e ispiratrici. “Neon Lit Café”, “The Gypsy Dancer”, “The Weatherman” dove il racconto assume ancora più forza espressiva grazie agli interventi di chitarra elettrica e delle tastiere (rispettivamente Adam Pringle e Graeme Molloy che si esprimono sempre a livelli eccellenti), “A Hard Place To Hide”, la ruvida country music di “Stone To Sand” e le suggestioni di una deliziosa “My Home Town” sono capitoli fondamentali per apprezzare un disco che ascolto dopo ascolto conquista con le sue storie luminose come i cieli stellati dei deserti australi.

Remo Ricaldone

18:23

Soo Line Loons - Soo Line Loons

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Nuova ed attivissima band che proviene dal Minnesota, i Soo Line Loons sono già al terzo album in poco più di due anni e questo loro nuovo disco omonimo non fa che attirare l’attenzione di chi apprezza alternative country e suoni simili. Molto seguiti e amati per il loro focoso ‘appeal’ in concerto, i Soo Line Loons nascono grazie all’incontro di Grant Glad e Robin Hatterschide, interessante polistrumentista il primo, batterista il secondo che ben presto hanno arricchito la line-up con il bassista Matthew Fox (ottimo anche a lap steel ed armonica), l’amico di infanzia di Grant Glad Erik Lofstgaarden a mandolino, tastiere e banjo e la madre di Robin Hatterschide, Kristi, violinista di estrazione folk. L’approccio è intenso e spesso trascinante, fascinoso e misterioso in alcune belle ‘murder ballads’, legato si alla tradizione ma con molte deviazioni in un percorso mai scontato o banale. “Old Mill” e “Been A Long Winter” fissano subito coordinate forti e solide, sorprendendo poi con una “Can’t Stop Singin’ The Blues” che aggiunge caratteristiche ‘black’ ad un melodia comunque importante, così come “Don’t Let Me Go”, contagiosa per le sue sonorità un po’ ‘swampy’ e sudiste. “Hope” gode della presenza della notevole slide guitar nelle mani di Charlie Parr, ospite prezioso che arricchisce atmosfere prettamente ‘country flavored’, così come bella è la melodia di “What They Don’t Tell You” e la conclusiva “Amen” è ballata toccante ed intensa. Non manca qualche piccolo neo, qualche peccatuccio di gioventù che però non inficia un giudizio positivo su una band che con un po’ di fortuna potrà dire la sua nell’affollato mondo roots americano.

Remo Ricaldone

 

18:37

India Ramey - Shallow Graves

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Nata in Georgia e cresciuta in Alabama, India Ramey è stata inevitabilmente cresciuta con i suoni più classici della country music ma la sua forte personalità l’ha portata ad interpretarli con uno stile che porta spesso inflessioni ‘scure e misteriose’ e anche vicino al grande patrimonio folk, peculiarità assoluta del profondo sud. “Shallow Graves” ne definisce contorni spesso legati a certo alternative-country, ricchi di grinta, poesia e lancinante passione, con una scrittura lucida che prende spunto dall’America di oggi per creare un insieme impeccabilmente cucito dalla produzione di Mark Petaccia, in passato a fianco di Jason Isbell nel suo eccellente album intitolato “Southeastern”. I riverberi e gli echi western di chitarra elettrica dell’iniziale title-track “Shallow Graves” mettono subito in chiaro quali siano le qualità di India Ramey in una canzone di grande presa e fascino, seguita dalla corposa e trascinante “Up To No Good” con ancora un bel tappeto di chitarre elettriche. Chitarre che rendono ‘dark’ le atmosfere della notevole “The Witch”, un altro bel esempio di country music che guarda alle proprie radici ma lo fa con uno sguardo attuale ed intenso. “Keep Hope Alive” è cristallina con un’interpretazione che rimanda alla migliore Nanci Griffith e introduce una “Debutante Ball” dallo spirito country più classico e con una pedal steel che imperversa. “You And Me Against The World” sposta gli equilibri verso ovest e conferma anche il talento compositivo di India Ramey, “Hole In The World” è più acustica e intima, una soffice ballata resa ancora più delicata dagli interventi di violino. “Montgomery Behind Me” è una melodia deliziosa e senza tempo e di nuovo vengono in mente gli splendidi dischi di Nanci Griffith degli anni ottanta per purezza vocale e arrangiamenti tenui e sognanti mentre incisiva e splendidamente interpretata è la seguente “King Of The Ashes”. A chiudere c’è l’unica cover, una “Angel Of Death” di Hank Williams Sr. che conferma tutto l’amore e il rispetto di India Ramey per le più pure radici country.
Remo Ricaldone

18:35

John McDonough - Second Chances

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Residente da parecchi anni (quasi venticinque) ad Austin, Texas, John McDonough ha proposto una sua personale e attraente visione cantautorale attraverso otto lavori discografici che hanno tracciato un percorso coerente e apprezzato dalla critica e dal pubblico della capitale texana. La sua è una canzone d’autore che unisce con grande bravura folk e inflessioni pop, profondità poetica e ottime doti artistiche che ora prendono corpo in forma acustica con un progetto che lui aveva nel cassetto da tempo e che, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, ha potuto realizzare. “Second Chances” è la rilettura di brani inseriti per la maggior parte nei suoi album del 2014, “Dreams And Imagination” e del 2016, “Surrounding Colors”, canzoni a cui John McDonough è particolarmente legato e che ora si giovano di nuove ed eccellenti versioni. L’impronta acustica dona ulteriore fascino ai brani come l’iniziale “The Place Where I Belong”, tra gli ‘highlights’ dell’album che lo introduce con convinzione e poesia. Le chitarre di John McDonough e di Kris Farrow che si intrecciano naturalmente, gli archi delicati di Steve Bernal e Niamh Fahy che accompagnano i momenti più intimi e le armonie vocali di Cody Rathmell sono gli unici protagonisti di questo album, essenziale e genuino come il mood che contraddistingue canzoni come “Your Love Sets Me Free”, intensa love song, “Tonight’s The Night” (no, non è quella di Young) e “Nowhere Else To Run” altro gioiellino di equilibrio e di tensione acustica. Da rimarcare ancora la purezza di “Give Me One More Day To Say Goodbye” e “Planes Fly Too Low” con un lavoro eccellente della coppia Bernal- Fahy a cello e violino, due ulteriori mtivi per considerare più che azzeccato questo nuovo lavoro di John McDonough.

Remo Ricaldone

18:31

Kristin Larkin - Waking Up

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Kristin Larkin è tra le voci più promettenti della attuale scena di Nashville, città che continua ad essere un importante polo di attrazione specialmente per quanto riguarda i suoni folk e country. “Waking Up” rappresenta bene le sue sfumature vocali ed artistiche presentandoci dieci brani dalla notevole freschezza e dalla cristallina sincerità compositiva. Talvolta venato da una piacevole sfumatura pop che personalmente mi ricorda certe cose di Natalie Merchant con i 10,000 Maniacs, in altri momenti caratterizzata da forti impronte country-folk, il repertorio di Kristin Larkin sa coinvolgere per maturità e genuinità. Gli anni con i Remember The Ocean, la sua band di quando risiedeva in Florida e il suo album indipendente “Regardless” del 2014 hanno sicuramente tracciato un percorso che con questo suo nuovo disco acquista solidità ed ispirazione sin dall’iniziale, splendida “Tread Lightly” che rappresenta un po’ il manifesto della sua visione artistica ed umana. “That’s Beautiful” è leggera e piacevolissima con i suoi rimandi alla band di Natalie Merchant mentre “When You’re Lying” e “As We Go Along” hanno un gusto ‘vintage’ grazie a melodie e ‘riverberi’ che ci portano nei decenni passati. Tra gli altri momenti che vale la pena sottolineare ci sono “Like A Country Song”, classicamente country per temi e sonorità, “Little Cowboy”, una ballata intensa così come “Exactly” e “Shelter” che si avvalgono di interpretazioni profondamente ispirate e di una bella personalità che affiora in tutto questo “Waking Up”, lavoro caldamente consigliato a chi ama le voci femminili che si muovono tra i suoni roots.

Remo Ricaldone

18:29

Cousin Harley - Let's Go!

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Settimo disco per una delle più trascinanti realtà della scena canadese tra rock’n’roll e country music, esuberante  e dinamico trio che ha segnato alcune delle pagine più frizzanti degli ultimi anni da quelle parti. Cousin Harley vedono le chitarre di Paul Pigat, i tamburi di Jesse Cahill e il contrabbasso di Keith Picot fornire la giusta dose di energia e potenza in un repertorio ricco di rockabilly che spesso sfocia verso country music e blues, rivolgendo ogni tanto la propria attenzione ad un atteggiamento quasi punk per intensità. “Let’s Go!” ha la stessa freschezza degli esordi ormai avvenuti venti anni fa e si gusta come un ‘shot’ di tequila o di whisky, lasciando in bocca quel sapore un po’ vintage ma mai meno che brillante e gustoso. La Gretsch di Paul Pigat è la protagonista con tonalità tipiche degli anni cinquanta e sessanta, confermando la statura di un musicista che negli anni ha collaborato con James Burton, Brian Setzer degli Stray Cats e Jeff Beck per citare qualche nome, ponendosi in primo piano nel panorama roots-rock canadese. La sezione ritmica segue passo passo le intuizioni del leader e fornisce anche qui una base rocciosa e che specialmente dal vivo infiamma con facilità un pubblico che ha creato una bella ‘fan base’ ad una formazione decisamente meritevole di attenzione. Dieci brani , dieci conferme di un combo contagioso e ricchissimo di entusiasmo e “Lets’ Go!” non chiede altro di essere goduto fino all’ultima nota.

Remo Ricaldone

 

09:41

Rod Picott - Wood, Steel, Dust & Dreams

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Dopo l’intenso “Tell The Truth & Shame The Devil” che scavava nel profondo l’anima di Rod Picott, il songwriter nato nel New Hampshire, cresciuto nel Maine e ora residente a Nashville da’ alle stampe quella che è un po’ la summa del suo prezioso lavoro di ‘artigiano della canzone’ negli anni, con un doppio album che ripercorre una serie di canzoni rilette con grande piglio poetico, la giusta dose di nostalgia e, soprattutto, una musicalità che lo ha reso tra i migliori esponenti della scena cantautorale americana. Filo conduttore delle canzoni che formano questo amplissimo quadro artistico è la profonda amicizia con un altro grande autore e cantante, Slaid Cleaves, un legame che risale ai tempi in cui entrambi vivevano nella cittadina di South Berwick, Maine ed è proseguito negli anni anche a distanza con un proficuo scambio di canzoni, di idee, di suggerimenti. La produzione è nelle mani di Neilson Hubbard, già membro degli Orphan Brigade ma anche fotografo, videomaker e produttore affermato per sensibilità e ingegno che mantiene il sound complessivo essenziale e scarno per fare emergere tutta la bellezza delle melodie, spesso commoventi e coinvolgenti. Con Rod Picott, qui come si suol dire con il suo ‘heart on the sleeve’, con il cuore in mano, ci sono le chitarre di Will Kimbrough, sempre ispiratissime, il mandolino ed il basso di Lex Price, le leggere percussioni e le armonie vocali di Neilson Hubbard, la slide acustica di Matt Mauch e il ‘cammeo’ di Slaid Cleaves in “Bring It On”. Come detto ci troviamo di fronte ad un repertorio di grande impatto emotivo e di ampio respiro ed è un grande piacere ritrovare vecchi gioiellini come “Rust Belt Fields”, “River Runs”, “Broke Down”, “Wrecking Ball”, “Welding Burns” e molti altri, riletti in maniera intima e con la consapevolezza del passare del tempo e dell’importanza delle amicizie e dei rapporti umani con coloro che hanno attraversato la vita artistica e personale di Rod Picott. Un disco questo che regalerà emozioni a chi darà la giusta attenzione alle storie contenute, arricchite dalle note, preziosissime, allegate al libretto che accompagna “”Wood, Steel, Dust & Dreams”.

Remo Ricaldone

 

09:38

Brigitte Demeyer - Seeker

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Brigitte Demeyer si è fatta le ossa nella vibrante scena musicale di Nashville, maturando uno stile che ha racchiuso le migliori influenze stilistiche del profondo sud. Il ritorno, per motivi familiari, nella nativa California non ha frenato la sua vivacità espressiva che si è avvalsa delle profonde amicizie create a Music City e Brigitte Demeyer è riuscita a dividersi tra i due luoghi e grazie al fattivo e grande supporto del polistrumentista Jano Rix (produttore e co-autore della maggior parte dei brani) ha preso forma questo album intitolato “Seeker”. L’alchimia che si è creata tra personalità così diverse ma per molti versi complementari ha spinto il disco nella direzione di un lavoro estremamente versatile in cui emerge limpida tutta la passione di un’artista che non ha mai evitato di mettersi in gioco nei suoi vari progetti, tutti improntati alla ricerca di un riassunto delle sue molteplici influenze. Blues, soul, gospel e country sono alla base di una ricetta contagiosa, affascinante e sensuale, nelle liriche e nei suoni. Il contrabbasso di Viktor Krauss, fratello di Alison, introduce “All The Blue”, apertura dell’album con un’atmosfera un po’ attendista che si muove tra soul e country, decisamente incantevole, “Cat Man Do” ci porta direttamente a New Orleans con il suo passo sincopato ed inconfondibile, le slide e le tastiere che rimandano ai migliori Little Feat, “Salt Of The Earth” non può non far venire in mente i primi lavori di Bonnie Raitt con una performance vocale di Brigitte Demeyer superlativa e il sapore ‘southern soul’. La pianistica “Louisiana” è tra i pezzi forti di questa raccolta, ancora con New Orleans nel cuore e le tastiere di Jano Rix a supportare magnificamente un’altra grande performance di Mrs. Demeyer, “Calamity Gone” riflette tutto il misterioso ‘deep south’ con cuore ed anima, “Already In” è intima ed acustica con le sue sfumature leggermente country, “Ain’t No Mister” grazie ancora una volta alla classe pianistica di Jano Rix vola verso New Orleans e si avvicina a certo jazz mentre “Wishbone” è una deliziosa country song con le belle chitarre di JP Ruggiere, per tutto il disco assolutamente incisive, “Seeker” mantiene quelle soffuse tonalità e l’album si chiude con “Roots And Wings And Bones”, altro gioiellino che va ad aggiungersi ad un lavoro di grande presa e solidità.

Remo Ricaldone

09:34

Last Year's Man - Brave The Storm

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Otto canzoni che formano un percorso breve ma intenso nell’affrontare i sentimenti più genuini e toccare il cuore. “Brave The Storm” è un disco di grande forza interiore che pone Tyler Fortier, cantautore di Eugene, Oregon che ha scelto il ‘moniker’ di Last Year’s Man quasi a spostare l’attenzione più sui contenuti che su se stesso in una costante ricerca della melodia soffusa che si sposa perfettamente con i paesaggi evocati costantemente in questi preziosi quadretti. La selvaggia costa del Pacific Northwest, i suoi boschi misteriosi e selvaggi fanno parte della narrazione di Tyler Fortier, della sua tenacia nel proporre un ‘contemporary folk’ ricco di sfumature pur nella semplicità degli arrangiamenti. Affrontare la tempesta, parafrasando il titolo dell’album, quella interiore e quella che spesso si presenta in quelle terre così affascinanti è ciò che riesce a fare Tyler attraverso atmosfere deliziosamente acustiche tra chitarre, leggere percussioni, angeliche armonie vocali e inserimenti di pedal steel, chitarre elettriche, violino e anche una tromba (nella eccellente “No Eye On The Sparrow”). Come detto un disco questo la cui brevità non inficia il risultato finale ed il giudizio su una serie di canzoni che pian piano entrano sottopelle per rimanerci a lungo. La canzone che da’ il titolo alla raccolta e la apre, “Brave The Storm”, la splendida “My Own Ghost Town”, “Guide You Back To Me” con la steel di Philippe Bronchtein e la voce sussurrata di Mr. Fortier, “Wild, Wild Heart” con la sua atmosfera sognante e i begli arpeggi chitarristici, le inflessioni tra folk e country di “The Dark End Of The Road”, “Feet Of Clay” con l’intensità melodica che è presenza costante del disco e la conclusiva “The Valley Of Jehoshaphat” che congeda nel migliore dei modi e fa venire voglia di riprendere subito dall’inizio un album che ha il pregio di evocare immagini cariche di poesia e delicatezza.

Remo Ricaldone

09:31

Michael Veitch - Best Of Many Days

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Michael Veitch è un cantautore profondamente legato a quella generazione che soprattutto negli anni sessanta definì le coordinate di un suono legato si alla tradizione ma reso contemporaneo dalle tematiche e dall’approccio vibrante ed intenso. Attualmente risiede a Woodstock, New York State, luogo di grande ispirazione per musicisti di diverse estrazioni e che garantisce una serenità e una tranquillità tali da mettere nelle migliori condizioni per esprimere la propria personalità. E Michael Veitch lo fa pienamente in questo suo “Best Of Many Days”, tra dischi più significativi di una produzione importante e di una carriera che lo ha visto esibirsi nei migliori festival americani dedicati alla canzone d’autore, da Kerrville in Texas a quello storico di Newport nel Rhode Island. Tra folk e country, prendendo spunto da fatti della cronaca contemporanea ma non disdegnando considerazioni personali ed intime, Michael Veitch mostra qualità limpide sia per quanto riguarda le linee melodiche che per uno stile pulito che spesso omaggia alcune figure che hanno influenzato la sua forma estetica, come la bellissima “One Step Beyond” che è una sorta di tributo al mentore Jack Hardy. A nobilitare questa scaletta comunque fortemente espressiva e coesa ci sono l’iniziale ‘title-track’ “Best Of Many Days” ricca di emozioni, “Edge Of This Town” con armonica e steel ad accrescerne il pathos per uno dei momenti da ricordare, “Shame Shame Shame” con il suo grido di dolore e condanna nei confronti dei troppi massacri perpetrati nelle scuole americane (e non solo), “Last Mile” ancora con la steel di Rob Stein che colora una melodia importante, “Pontiac” ballata che affonda le proprie radici nella più bella provincia americana e l’accoppiata “Try, Try, Try” e “The Lucky Ones” a ricollegarsi con personaggi come Tom Rush e certo James Taylor. “Best Of Many Days” è l’occasione giusta per conoscere uno storyteller dalle doti cristalline.

Remo Ricaldone

17:41

Beth Lee - Waiting On You Tonight

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Quarto album all’attivo per la cantante ed autrice proveniente dal Texas e che rappresenta un bell’incrocio tra rock e country, soul dal profumo anni sessanta e pop in un lavoro che l’ha portata ad uscire dalla sua cosiddetta ‘comfort zone’ per andare in California e farsi produrre dal batterista Vicente Rodriguez, già membro della band di Chuck Prophet. Ed il risultato è un disco che alterna le sue diverse caratteristiche, dalle fascinazioni per le melodie pop al ‘southern soul’ di marca Stax al rock e al country legati all’amato Lone Star State. “Waiting On You Tonight” è profondamente personale nelle liriche che tratteggiano con efficacia le vicissitudini di Beth Lee e puntuale nel presentare arrangiamenti che non fanno che sottolineare l’urgenza espressiva di una individualità di grande caratura. La scaletta è ricca di riferimenti, dalla rilassata “Four Letter Name” che in qualche maniera omaggia il sound di Doug Sahm e quello dell’ingiustamente poco conosciuto Bobby Charles alle frizzanti “It Was Enough” e “Understand Me” dove è forte l’eco della magnifica stagione soul delle terre sudiste, dalle inflessioni westcoastiane di “Playing Along”dove fanno capolino armonie vocali riconducibili ai Beach Boys alla profonda e rock “Waiting On You Tonight” che apre il disco. La vena compositiva di Beth Lee è qui matura e feconda dando sempre l’impressione di una scrittura che arriva dal cuore, senza nascondere le proprie emozioni che qui coinvolgono e si fanno apprezzare senza fatica.

Remo Ricaldone

17:39

KB Bayley - Little Thunderstorms

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KB Bayley è un musicista ed autore inglese profondamente innamorato dei suoni tra folk e country, influenzato dalla scrittura di Tom Waits in primis ma con forti legami con personaggi come John Prine, Jackson C. Frank, Jason Isbell e John Moreland tra gli altri. La sua è una vena dal sapore poetico, principalmente acustica, affinata da un percorso che ha portato KB Bayley dal blues alla canzone d’autore e negli ultimi anni a ricevere giusti riconoscimenti grazie al precedente “Rivers & Rain” del 2017. Questo “Little Thunderstorms” è stato concepito negli ultimi due anni e registrato nella surreale, drammatica e straniante primavera 2020 in piena pandemia. Grazie alla collaborazione ‘da remoto’ di alcuni amici e nella forzata solitudine dello studio domestico, le canzoni che appaiono nel disco hanno pian piano preso vita e il risultato è decisamente positivo. Molti sono i momenti da incorniciare a cominciare proprio dalla canzone che apre questa selezione, una “Cold Rain” che ci fa subito entrare nel ‘mood’ complessivo dell’album, intensamente vissuto e molto vicino alla tradizione grazie ad una chitarra ‘weissenborn’ che torna più volte. La title-track “Little Thunderstorms”, le suggestioni notturne e jazzy di “Night Dogs”, la rilettura scarna ma ricchissima di pathos di “Wayfaring Stranger”, traditional qui proposto in versione strumentale, le eccellenti “North Shore Road”, “Time To Leave Town” e “Throw It In The River” a rappresentare un trio impeccabile e poi ancora la cover di “Cheap Suit” di Jeffrey Foucault, ispiratore e figura emblematica per KB Bayley sono le cose che rendono valido e prezioso l’album, un lavoro che merita di far conoscere in maniera più ampia la musicalità di un artista importante.

Remo Ricaldone

 

15:46

Rick Shea - Love & Desperation

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Rick Shea è tra i grandi della country music ‘made in California’, attivissimo negli anni sia come solista (sono dodici gli album incisi a suo nome) che prestando il proprio talento nelle band del compianto Chris Gaffney, di Dave Alvin ma  anche della brava Katy Moffatt e della leggendaria Wanda Jackson. Dotato di una voce calda, modulata e molto espressiva e di una indomita vena compositiva in cui al grande amore per la country music si inseriscono fascinazioni tex-mex, blues e rock’n’roll, Rick firma con questo “Love & Desperation” un lavoro più prezioso e significativo dei precedenti anche per il fatto di essere stato concepito ed inciso in tempi decisamente complicati e drammatici per via della pandemia. L’album inizia subito con i tempi giusti e le giuste radici in una “Blues Stop Knockin’ At My Door” in cui si conferma il gusto per le più autentiche radici country e viene seguito da un blues coinvolgente come “Blues At Midnight”, mentre “(Down At The Bar At) Gypsy Sally’s” e affascinante e mostra le qualità chitarristiche di Rick Shea che rilascia un break di grande efficacia. La title-track “Love & Desperation” è un vero gioiellino e l’accordion di Phil Parlapiano, valente ed esperto sideman, è un prezioso valore aggiunto alla melodia, “She Sang Of The Earth” è frutto della collaborazione compositiva con Kim Ringer, figlia del grande Jim Ringer e concorre per la palma di migliore del disco con una melodia da ricordare e un intervento di fiddle eccellente mentre “Big Rain Is Comin’ Mama” è ancora ‘unadulterated’ country music della miglior razza. L’ispirazione, il calore, la passione che Rick Shea mette in ogni brano rende il disco rimarchevole e possiamo ancora citare il colorato tex-mex di “Juanita (Why Are You So Mean?)”, “The World’s Gone Crazy” intriso di blues, la più acustica e splendida “Nashville Blues”, l’evocativo strumentale “Mystic Canyon” e la pregevole chiusura con “Texas Lawyer” ancora immersa in un’atmosfera autenticamente ‘on the border’. Grande conferma per un grande artista.

Remo Ricaldone

15:44

Ben Bedford - Portraits

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I ritratti che emergono dalle canzoni di Ben Bedford, singer-songwriter di Springfield, Illinois dotato di talento puro nel raccontare storie di provincia ricche di intensità ed introspezione, lo pongono come una delle figure di spicco degli ultimi anni in ambito roots. Il Midwest (ma non solo) è nella sua narrazione luogo in cui si incrociano personaggi tratteggiati con estrema bravura, i ricordi emergono in tutta la loro forza e gli eventi non fanno che esaltare il lato letterario di questi brani. “Portraits” è una sorta di retrospettiva dei primi tre lavori discografici di Ben Bedford (“Lincoln’s Man”, “Land Of The Shadows” e “What We Lost”) estrapolando alcuni racconti che assumono ulteriore valenza qualitativa dando l’impressione di essere stati concepiti apposta per questa scaletta tale è la loro coesione. La duttilità, l’abilità nel ricercare le giuste linee melodiche, la perizia interpretativa, gli arrangiamenti tanto essenziali quanto intriganti fanno di questo album il più ghiotto stimolo per conoscere il mondo musicale di Ben Bedford ma anche l’occasione per chi conoscesse già i suoi dischi di tornare su alcune delle sue gemme e di riconsiderarle da un’altra prospettiva. Ad aggiungere ulteriore interesse in questo album c’è il consueto lavoro certosino della label italiana Appaloosa che ci propone tutte le traduzioni dei testi contribuendo a goderci appieno momenti di vera poesia come nella lunga ed introduttiva “Lincoln’s Man”, nella splendida “What We Lost”, nella intensa “The Sangamon” piuttosto che nelle ottime “Guinevere Is Sleeping”, “Migrant Mother” (mettendo in musica tutte le emozioni di uno scatto di Dorothea Lange che porta lo stesso titolo ed esprime al meglio le emozioni e le sofferenze della Grande Depressione), “Land Of The Shadows (For Emmett Till)” e “Amelia” solo per citare qualche titolo. La grande qualità di “Portraits” sta anche nel mettere in fila il meglio della prima produzione artistica di un nome che merita tutta l’attenzione di chi apprezza la poetica della canzone americana.

Remo Ricaldone

Attivi dal 2011 i  Ghost Of Paul Revere arrivano da Portland, Maine e si pongono come una delle più piacevoli sorprese di questi ultimi tempi. Sei album all’attivo e una crescita continua sia come affiatamento che come proposta artistica, un gustoso mix di rock e radici con robuste iniezioni di soul e pop a creare un sound piacevole e mai scontato. Griffin Sherry alle chitarre, Max Davis al banjo e chitarre, Sean McCarthy al basso e l’inserimento a tastiere e fisarmonica di Ben Cosgrove hanno fissato la line-up in un quartetto la cui intesa ed armonia è più che evidente nelle dodici canzoni che compongono la scaletta di questo “Good At Losing Everything”, probabilmente il lavoro che può far accrescere la loro notorietà fuori dai confini del Maine dove tra l’altro godono di una grande popolarità fino al punto di avere scritto quella che è stata scelta come canzone ufficiale dello Stato, "Ballad of the 20th Maine" nel 2019. La coralità delle loro interpretazioni, il fondere con naturalezza stili diversi, la ricerca costante della melodia sono solo alcuni dei tratti tipici della loro musica, un folk-rock che spesso si accende con grande entusiasmo per poi cullarci con intime ballate dal sapore rustico. I tratti quasi gospel che emergono dalla title-track “Good At Losing Everything”, il fresco pianismo che caratterizza “Love At Your Convenience”, l’espressività di “Two Hundred And Twenty Six Days”, la delicatezza acustica di “Diving Bell” dove ci si avvicina al folk, le pulsioni soul di “Travel On” che li avvicina un po’ a Nathaniel Rateliff e  l’intensità di “One Of These Days” introdotta da una bella armonica sono i momenti da incorniciare per un lavoro sorprendente e consigliato caldamente.

Remo Ricaldone

15:39

Matt Eckstine - Lil' Blue

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Dall’area di Savannah, Georgia Matt Eckstine si  è fatto notare per una vena compositiva intrigante e una soavità che deve (in parti variabili) ai suoni californiani di Laurel Canyon, alla canzone d’autore tra folk e country di John Prine, alla ruvida essenza di Steve Earle e alle armonie di James Taylor in un ispirato percorso che ora lo vede interpretare alcune canzoni che ha composto nel corso degli ultimi anni registrandole nell’intimità del suo studio casalingo. Una dimensione che ha reso questi brani freschi e brillanti grazie alle doti di polistrumentista e alle collaborazioni (invero preziose ma che non spostano gli equilibri) di una ristretta cerchia di sidemen. “Lil’ Blue” è disco stringato (‘solo’ otto canzoni che superano di poco i venticinque minuti) ma spesso sopra la media e ricco di spunti positivi, come nell’introduttiva “Part Of The Ride”, manifesto del talento di Mr. Eckstine, nella solida “This Heaven”, nella più acustica “Lil’ Blue” dove appare un bel mandolino nelle mani di Evan Rose, in “Old Guitar” altro highlight in cui spicca la slide di John Banks e in “Here They Stand” dove il nostro si trova perfettamente a proprio agio nei suoni roots. Un gradino più sotto ma comunque piacevoli “Mahi-Mahi And Rice”, unica cover, “Uku Mama” e “Honeydew” con le sue tenui influenze blues, brani in cui possiamo riscontrare influssi leggermente simili a certe cose di Jack Johnson. Disco che si gusta in un sorso e lascia l’ascoltatore con la conferma (o la scoperta se non lo conoscete ancora) di un buon talento nel panorama indipendente americano.

Remo Ricaldone

18:28

The Texicana Mamas - The Texicana Mamas

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Tra Texas e Messico, nella più bella tradizione del ‘border’, le Texicana Mamas rappresentano in maniera chiara quanto siano importanti le collaborazioni per dare nuova linfa ed impulsi ad uno stile che da musica ‘regionale’ si è trasformato negli anni in (quasi) universale grazie al contributo di gente come i Los Lobos, Ry Cooder e i Texas Tornados per fare qualche esempio. Tish Hinojosa, Stephanie Urbina Jones e Patricia Vonne hanno singolarmente espresso grandi doti e talento attraverso una buona discografia e la scelta  di unire le loro personalità e le loro attitudini si è rivelata, ascoltando questo album, decisamente una mossa vincente. Naturalmente con lo spagnolo lingua preponderante, il repertorio si snoda in una sequenza di momenti dalla grande coesione e voglia di divertire e divertirsi, peculiarità tipica del genere. La selezione è in uona parte originale, con una sagace scelta delle covers e un entusiasmo palpabile in ogni nota. “Canciòn Del Mariachi” è firmata da Cesar Rosas dei ‘lupi del barrio’, “Lo Siento Mi Vida” è di Linda Ronstadt e Kenny Edwards e “The Life” è una canzone di James Slater e Casey Beathard, nota coppia di autori di Nashville a formare un bel trittico. Tra gli highlights “Abundancia” è capolavoro di equilibrio e intensità con la sua melodia avvolgente e profonda, “Amigas De Corazon” è gioiellino di vibrante qualità con Flaco Jimenez alla fisa e Max Baca al bajo sexto, “Amor Sin Fronteras” è nostalgica e accorata mentre “American Dream (Sueno Americano)” si pone come momento di grande fascino. Questo è comunque un lavoro in cui è perfetta la sintonia tra le tre protagoniste e sperabilmente potrà essere il viatico per una nuova ottima carriera in trio e non solo un’estemporanea collaborazione. Cuore e anima ‘on the border’.

Remo Ricaldone

Sono ormai una trentina di anni che Mark Viator e Susan Maxey hanno condiviso vite e percorsi artistici attraverso una carriera che li ha visti attraversare buona parte degli States, dalle colline di Kerrville ai clubs di Austin, Texas, dalla Louisiana alle Rocky Mountains, dai deserti del New Mexico al Golfo del Messico. Una coppia la loro molto ben affiatata ed assortita con le radici cajun, la canzone d’autore, il country blues ed il rhythm’n’blues di Mark Viator ad intrecciarsi con la country music ‘made in Texas’ e la canzone folk del Lone Star State nel dna di Susan Maxey. Il risultato è un ‘piatto’ variegato e saporito in cui si alternano voci e strumenti sempre ispirati in un repertorio dove non mancano gli omaggi ad altri autori e la collaborazione compositiva è azzeccata ed intelligente. “Where The Road Leads” è il titolo del loro nuovo disco ed è la naturale continuazione del loro viaggio sonoro fatto di racconti tanto genuini quanto essenziali, introdotto dalla slide di Mark Viator nella ottima “My Old Man” a cui fa seguito la prima cover (del bravo musicista John Lilly) interpretata da Susan Maxey, una fresca e spontanea “Tore Up From The Floor Up”. Ed è un continuo ‘rimbalzo’ di influenze e spunti interessanti, da “Cajun Navy” e “Bye-Bye Bayou” (di Jim Stringer) a ribadire le radici di Mark Viator alla eccellente title-track, alla accorata “”Before I Disappear” e alle gustose “Teach Me How To Stay” (del compianto Stephen Bruton), “Suitcase Full Of Memories” e “Tumbleweed Graves”. Un album questo la cui semplicità va di pari passo con il gusto per la melodia e lo sguardo ampio alle migliori radici musicali americane.

Remo Ricaldone

18:22

Anna Elizabeth Laube - Annamania

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Anna Elizabeth Laube è un’autrice e cantante con la passione per la tecnologia che l’ha portata dal nativo Iowa, attraverso il Wisconsin dove risiede la sua famiglia e dove è tornata in tempi di ‘lockdown’, a San Francisco per lavorare in questo campo ma sempre con la musica a dettare i tempi. Sono quattro infatti gli album incisi nel corso di una decina di anni a testimoniare la passione per una canzone d’autore in cui ritrovare country, folk e pop in misura variabile, con il denominatore comune di un approccio profondamente poetico e intenso. Ora “Annamania” rilegge con il suo sguardo a ritroso alcune delle canzoni di quei dischi con l’aggiunta di tre nuovi brani, una commovente versione di “Time To Move On” di Tom Petty con l’aggiunta di un corno francese a sottolinearne la bellezza melodica, “Jardim Da Estrela”, omaggio al Portogallo in cui ha vissuto per un certo tempo e la più rockeggiante “I’m Gone”. Molto interessanti sono comunque le altre canzoni, per noi come nuove visto questo primo approccio nei confronti di Miss Laube, dalle bellissime melodie di “Sweet Boy From Minnesota” e “All My Runnin’” venate di un tocco country decisamente intrigante al cadenzato blues di “If You Build It” e a “Oh My! (Oh Me, Oh Me, Oh My)” che la presentano sempre a proprio agio nelle diverse forme musicali roots. “Already There” è un altro gioiellino tra folk e country, così come la pianistica “Please Let It Rain In California Tonight” in cui si esprime tutta l’accorata nostalgia e la dolcezza della musica di Anna Elizabeth Laube e “Tree”, intensa folk ballad dai toni riflessivi. Forse meno immediata nelle canzoni più pop, Anna Elizabeth Laube si prospetta comunque promettente nome della scena indipendente legata alle radici e questo suo “Annamania” è la perfetta occasione per fare la sua conoscenza.

Remo Ricaldone

18:19

The Gothic Cowboy/Melvin Litton - Bare Bones

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Melvin Litton ha attraversato la musica americana delle radici con passione e talento, unendo rock e folk con taglio poetico profondo. Da qualche anno ha preso il nome di Gothic Cowboy tornando a fare musica acustica con il fido pard Dan Hermreck per rileggere folk e country, cowboy songs e storie di confine fissando le coordinate nel precedente ottimo doppio album intitolato “Between The Wars” e pubblicato nel 2019. Melvin ora apre i suoi archivi andando a ripescare incisioni che vanno indietro alla fine degli anni settanta e ai primi ottanta con un poderoso e amplissimo set di brani che vanno sotto il titolo di “Bare Bones” a sottolineare l’approccio scarno ed essenziale, solo chitarra e voce, e il forte legame con la tradizione dei migliori troubadours americani. Sono ben quattro i cd inseriti in questa confezione e qui ci sono tutte le radici di un artista autentico e sincero, ironico talvolta ma sempre arguto ed incisivo nei suoi ‘ritratti di vita’. “Chance”, Folly”, “Desire” e “Dream” sono i quattro capitoli in cui sono suddivisi stati d’animo ed ispirazione, tematiche e influenze, passando dal folk al blues in maniera sempre vera e schietta. E’ inevitabile che citare qualche titolo appaia superfluo o quantomeno inutile: nelle cinquantasei canzoni sparse in questi quattro cd sta alla sensibilità di ciascuno trovare gli spunti e i momenti più coinvolgenti, gli argomenti più intriganti, le performance più passionali. Per un progetto così poderoso e prezioso per penetrare la personalità di Melvin Litton ci vuole solo perseveranza, amore per la più classica canzone folk e per l’America di provincia così intensamente narrata dal ‘Cowboy Gotico’.

Remo Ricaldone

 

18:28

Su Andersson - Train Stories

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Su Andersson ha dedicato gran parte della sua vita professionale all’attività di architetto, coltivando al tempo stesso la passione per la musica ora emersa come bisogno primario da parte dell’artista svedese. I suoi legami con la musica americana delle radici sono ora evidenziati in questo suo interessante disco intitolato “Train Stories”, una bella serie di istantanee incise tra Goteborg e Berlino, con il ‘tocco finale’ negli States. La prima Lucinda Williams, quella più vicina alla country music, Kim Richey, Kate Campbell e anche i più recenti lavori di Rosanne Cash sono le coordinate sulle quali scorrono queste ‘storie di treni’, narrate con convinzione e lucidità e presentate in una veste elettro-acustica molto piacevole. Esperienze personali e il più evocativo immaginario collettivo dell’America vista attraverso l’ideale finestra del viaggio ci regalano una serie di canzoni di eccellente fattura. “For Roses And Rain” è vissuta con intensità e introduce nella maniera migliore l’album confermando limpide doti poetiche e gusto della melodia country-folk, “A Bunch Of Flowers In San Francisco” è deliziosa con la sua metafora delle diverse tonalità di colori ed aromi a garanzia dei molti risvolti sonori delle radici musicali d’America, “Two Feathers From An Eagle” e “The City Of Dark And Bright Angels” aggiungono valore anche letterario al peso specifico della produzione mentre sono ancora da sottolineare le due parti di “On The Train”, inevitabilmente, e la cristallina melodia di “Early Morning Alleys” dove riaffiora potente la bellezza dei suoni tinti di country music. Una bella sorpresa questa anche in virtù del fatto che Su Andersson, praticamente agli esordi in questa nuova fase della sua vita, palesa una gran bella maturità e pienezza.

Remo Ricaldone

18:25

Steve Mayone - Mayone

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Steve Mayone, singer-songwriter da Brooklyn, New York City, è un artista decisamente poliedrico che ama in egual misura rock e radici interpretandole con forza espressiva e incisività fin dalla fine degli anni settanta. Sono solo cinque gli album all’attivo ma Steve Mayone oltre alla sua carriera solista è coinvolto in più progetti che porta avanti quasi contemporaneamente come Bastards Of Fine Arts e The Cousins Project. Per un certo periodo ha spostato il suo raggio d’azione a Boston, negli anni in cui ha frequentato il famoso Berklee College Of Music negli anni ottanta esibendosi con alcune importanti bands a livello locale come i Treat Her Right e The Benders. La sua è una musica che deve molto alla canzone d’autore di estrazione folk alla quale ha via via inserito elementi country, pop e rock costruendosi un suono vibrante ed originale che ha la sua perfetta sintesi in questo “Mayone”, un lavoro maturo e coeso che rappresenta probabilmente l’apice della sua carriera. Basti citare la limpida melodia country-folk di “I’ll Take You As You Are” seguita dal contagioso rock di “Sweet Little Anchor” per definire bene le due anime di Steve Mayone, a suo agio in entrambi i campi. La bellezza pop di “Like You’ve Never Been Away” firmata dall’amico Matt Keating e con la vicinanza stilistica a band come Jayhawks, l’eleganza dello strumentale “Sing Along Stuff”, la divertente e gustosa “Happy Alcoholidays”, la cristallina ed acustica “Muddy Cove”, “Missouri Loves Company” e la nostalgia di “Airport Goodbyes” mostrano tutto il talento e la capacità di risultare efficace nella più diverse situazioni di Steve Mayone. Un personaggio a cui dare assoluta fiducia.

Remo Ricaldone

18:21

Peach & Quiet - Just Beyond The Shine

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Un’altra bella realtà canadese che proviene dagli scenografici paesaggi del British Columbia è il duo chiamato Peach & Quiet formato da Heather Read e Jonny Miller che  debutta unendo con gusto roots-rock, country music e folk. “Just Beyond The Shine” è infatti il risultato delle variegate influenze della coppia, maturato negli anni grazie a esperienze legate a suoni anche molto diversi. L’album è prodotto da una delle figure di culto della scena canadese, Steve Dawson, che li ha condotti per mano attraverso una serie di fruttuose sessions in compagnia di alcuni tra i più rispettati nomi del panorama roots. “Empty To Fill” ha il forte sapore sixties e i colori ‘byrdsiani’ e apre in modo brillante il disco, “For My Love” è deliziosamente acustica, una ballata condivisa con grande amore e con un ‘break’ di chitarra elettrica estremamente efficace, “California Way” è interpretata sublimamente da Heather Read ed è a mio parere uno dei punti più alti con il suo attraente ‘country flavor’, “Shoreline After A Storm” è più ‘dark’ e può essere metafora di rapporti interpersonali sofferti e complicati mentre “Lucky In Love” mantiene vivo lo spirito country più genuino ricollegandosi ai suoni dei primi anni settanta, ispirandosi ai duetti tra Gram Parsons ed Emmylou Harris. Sempre intriganti sono le melodie e intenso l’approccio, con una seconda parte che vede “Will You”, altro bel duetto, “There’s A Very Good Chance”, “Flowers Grow” e “Seven Daffodils” impreziosire una selezione decisamente importante e degna di essere conosciuta.
Remo Ricaldone

18:18

Bobbo Byrnes - SeaGreenNumber5

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Attivo come sempre, il roots rocker californiano Bobbo Byrnes esce con un nuovo disco forse leggermente più acustico e country rispetto ai precedenti, ispirato da una vena che nemmeno i difficili tempi della pandemia hanno frenato. “SeaGreenNumber5” vede il supporto della moglie Tracy al basso, delle percussioni di Matt Froehlich, del violino e della viola di Georgiana Hennessy e della pedal steel del bravo Jeremy Long, mentre alle armonie vocali fanno bella mostra di se Jen Moraca e l’ottima Tawny Ellis in una sequenza dove le atmosfere sospese tra country music e canzone d’autore formano un quadro veramente godibile e soddisfacente. Polistrumentista ispirato e talentuoso, Bobbo Byrnes, in un lavoro dal fascino artigianale, gioca le proprie carte fornendo una sostanziosa base musicale alle chitarre, mandolino, banjo, pedal steel, piano e fisarmonica sulla quale interpreta, magari con una voce non particolarmente ampia come estensione ma tutto sommato delicata e piacevole, storie di viaggio e d’amore nella più classica tradizione e scuola californiana. “Queen Of The Party”, “Favorite Photograph”, “Eveline”, “Every Sound That Crashes”, “10,000 Miles” e “Running Back To You” formano il sottile ma forte ‘filo rosso’ a legare  una ottima nuova serie di brani che mantiene alta la capacità creativa di Mr. Byrnes.

Remo Ricaldone

 

16:52

Sam Downing - Storyteller

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Eccellente debutto per Sam Downing, storyteller, come dice il titolo del disco, dalle doti notevoli già al primo lavoro solista, una serie di canzoni che passano agevolmente e naturalmente dalla country music al folk in un’alternanza che spesso fa trasparire inflessioni rock. A me spesso rimanda alla poetica genuina di un Evan Felker e dei suoi Turnpike Troubadours e vista l’assenza della band dell’Oklahoma quale migliore occasione per avvicinarsi a questo album del musicista del Texas centrale depositario di una vena già matura e completa. Ancora giovanissimo, Sam Downing mostra con queste tredici canzoni quanto contino i geni (il padre, AJ Downing è a sua volta un bravissimo cantante ed autore) e quanto i più autentici suoni texani ai quali è stato probabilmente esposto fin dalla più tenera età e fin dalle prime note dell’apertura affidata a “Revenge Is A Sin” possiamo apprezzare la sua incisività ed il suo senso melodico, così come nella ottima “Isabella”, nelle ‘nuances’ messicane di “Long Gone Desperado” che ha il passo dei classici, in “Gasoline And Breakfast” tra gli ‘highlights’ del disco rimandando ancora ai Turnpike Troubadours e con un duetto tra accordion ed armonica decisamente vincente, nel bluegrass di “Carla Dean”. Un bel viaggio nelle tante facce della musica del Lone Star State che vede ancora nel country-blues di “Run While I Can”, interpretato da veterano, nel rock’n’roll di “Troubadour Of Twang” (bel titolo!), nell’intensa “Something So Cruel” pervasa dalla più vera country music, negli arpeggi acustici di “Close To Forget” e nei profumi sudisti di “I Stand Alone” la sublimazione di una scena che continua a regalarci personaggi come Sam Downing. E noi ringraziamo.

Remo Ricaldone

16:49

D.L. Marble - One Line At A Time

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Dall’Arizona un roots-rocker tra i più godibili degli ultimi tempi, grazie ad una sua vena compositiva di ottimo livello e di una produzione cristallina come quella fornita da Eric ‘Roscoe’ Ambel, uno che in fatto di esperienza ha pochi rivali e che ha cucito l’abito perfetto per una serie di canzoni già rodate negli shows in giro per il Sudovest americano e per il Messico e che suonano ora in maniera splendida. D.L. Marble riesce a fondere lo spirito rock’n’roll ad una visione cantautorale che lo avvicina spesso alla scena texana come ispirazione e questo suo “One Line At A Time” lo trova ispirato cantore di quell’America di provincia che racconta di personaggi e storie alla perenne ricerca della propria identità con un tocco gustosamente agrodolce. Una selezione che scorre con una naturalezza e una leggerezza assolutamente da rimarcare, con le chitarre a dettare i tempi (e qui Eric Ambel gioca un ruolo fondamentale) e la sezione ritmica a fornire la giusta e solida base. “Ocean Beach”, le contagiose “Same Damn Thing” e “Tonight”, la title-track, la più riflessiva “Break Even”, la più pimpante “Bombay” con il suo trascinante ‘train time’, la nostalgica ed acustica “California Memory” e a fare da contraltare la dura “Better Than Me” non fanno che confermare quanto intrigante sia la proposta di D.L. Marble, nel solco più genuino della tradizione ‘americana’ e alt-country.

Remo Ricaldone

 

16:46

The Pawn Shop Saints - ordinary folks

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Da anni ormai Jeb Barry gira per l’area degli Appalachi alla ricerca della più vera provincia americana, quella fetta di Paese in via di estinzione dove non sono ancora arrivati i segni della globalizzazione e dove la vita scorre (apparentemente) tranquilla tra personaggi e luoghi ordinari. La sua scrittura è sempre stata caratterizzata da uno stile asciutto ed essenziale che va al cuore delle storie che narra, usando un idioma legato profondamente a folk e country music. Sia nella sua produzione solista che ora con i Pawn Shop Saints, Jeb Barry ha mostrato talento e sguardo disincantato ma al tempo stesso appassionato nel tratteggiare i contrasti e quelli che sono considerati i luoghi comuni delle minuscole comunità tra le due Carolina e il Tennessee. “ordinary folks” (minuscolo) è quindi una bella fotografia di tutto questo e conferma le ottime sensazioni che il precedente, apprezzato “texas, etc…” aveva messo il luce, con nove brani genuini pregevolmente interpretati con il trio che lo affianca, formato dalle chitarre di Mike O’Neill, dai tamburi di Josh Pisano e dal basso di Chris Samson. “New Year’s Eve, Somewhere In The Midwest” è scritta a quattro mani con Jason Isbell, tra i nomi ai quali possiamo paragonare la scrittura di Jeb Barry, con lo stile vicino a BJ Barham degli American Aquarium e ad alcune cose di Steve Earle per quanto riguarda la capacità di parlare delle comunità rurali degli appalachi senza risultare retorico o banale. “You Don’t Know The Cumberland”, “Old Men, New Trucks”, “Southern Mansions”, “Lynyrd Skynyrd”, “Body In The River” hanno il classico mix di malinconia, mistero e narrazione ’dark’ che è un po’ la caratteristica del Deep South. Un album questo che cresce inevitabilmente con gli ascolti e che può contribuire a fare conoscenza con un artista la cui ricerca del ‘low profile’ non deve farlo passare inosservato.

Remo Ricaldone

16:42

Jenny Reynolds - Any Kind Of Angel

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Jenny Reynolds fa ormai parte della comunità artistica di Austin, Texas da più di quindici anni, da quando ha scelto uno dei centri musicali più rilevanti d’America trasferendosi dal nativo New England. Da allora ha prodotto quattro album e ha frequentato i migliori locali della città, dal Cactus Cafè al Threadgill’s World Headquarters, e i festival più rinomati del Lone Star State come quello storico di Kerrville, portando con se una notevole vena poetica e una voce espressiva e calda. “Any Kind Of Angel” si giova della produzione di Mark Hallman, tra i più validi in terra texana, e mostra grande maturità e passione in una serie di canzoni dall’impianto acustico e spesso dalle tonalità vicine al border grazie alle chitarre acustiche di Scrappy Jud Newcombe e ai mirati interventi di alcuni nomi importanti di quella scena. Il fiddle di Warren Hood impreziosisce l’ottima “Any Kind Of Angel” che da’ il titolo al disco e l’altrettanto significativa “Before I Know You’re Gone” mentre le armonie vocali delle bravissime Jaimee Harris e BettySoo, quest’ultima presente all’accordion nella stessa title-track, aggiungono un tocco decisamente vincente allo stile già sufficientemente ispirato di Jenny Reynolds. “There Is A Road” che apre nel migliore dei modi la selezione, “Love & Gasoline”, “The Trouble I’m In” ed il fascino vintage di “The Way That You Tease” danno l’esatta idea di una storyteller dai modi gentili ma intensi che interpreta nel finale una “I’m So Lonesome I Could Cry” di Hank Williams che aggiunge dolcezza ma forse toglie qualcosa della struggente malinconia dell’originale. Disco questo che merita l’attenzione di chi segue la canzone d’autore, patrimonio assoluto dello Stato texano.
Remo Ricaldone

09:25

R.B. Morris - Going Back To The Sky

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“Going Back To The Sky” è una sorta di diario di viaggio le cui emozioni, lo struggimento per le magnifiche visioni raccolte lungo la strada e l’estatica narrazione poetica di luoghi e personaggi ha la sua sublimazione in una serie di capitoli all’insegna della più cristallina country music e del più genuino approccio folk, ‘sporcato’ talvolta da inflessioni bluesy che non fanno che rendere più vero il tutto. Originario di Knoxville, Tennessee, R.B. Morris è un poeta e un musicista dall’enorme talento le cui doti sono state sottolineate da una serie di musicisti a cui in qualche modo si sente legato, da John Prine (che incise la sua “That’s How Empire Falls”) a Steve Earle e Lucinda Williams che lo considerano tra i migliori storytellers in circolazione. Il suo nuovo album si avvale poi della produzione con Bo Ramsey, musicista legato a filo doppio con un altro personaggio da affiancare a R.B. Morris, Greg Brown, che aggiunge il tocco giusto per rendere al massimo le composizioni, interpretate con un incredibile trasporto ed intensità. Le chitarre di Bo Ramsey, la pedal steel ed il fiddle di Greg Horne, il mandolino ed il violino di David Mansfield, le preziose entrate di Mickey Raphael all’armonica sono il valore aggiunto di queste canzoni, snocciolate con naturalezza come in un romanzo i cui brevi intermezzi strumentali non fanno altro che rimarcare la bellezza delle immagini. Un viaggio questo che ci porta per mano negli angoli più preziosi dell’America delle radici, dal Delta ai deserti dell’ovest, dalla country music tra Cash e Roger Miller ai suoni ‘paludosi’ di Tony Joe White, fino all’immutato fascino del border. Da “Copper Penny” ed i suoi rimandi ‘old fashioned’ alla magnifica “Red Sky”, da “That’s The Way I Do” a “Missouri River Hat Blowing Incident”, il disco mostra quanto R.B.Morris riesca a cogliere tutti i particolari delle storie raccontate in un lavoro certosino come solo i veri artigiani fanno. “Going Back To The Sky” merita ascolti attenti e prolungati per penetrare in quell’America che grazie a personaggi come questi ammalia e conquista per valori poetici e musicali.

Remo Ricaldone

09:22

Jarrod Dickenson - Under A Texas Sky

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Parafrasando il famoso detto possiamo affermare che: “puoi togliere Jarrod Dickenson dal Texas ma non puoi togliere il Texas da Jarrod Dickenson”, il musicista nativo di Waco, ora residente a Nashville, celebra le sue radici in maniera limpida ed ispiratissima in questo suo nuovo lavoro. “Under A Texas Sky”, pubblicato un po’ a sorpresa a pochi mesi di distanza dallo splendido “Ready The Horses”, è infatti un ep con soli cinque brani ma che inquadrano nel migliore dei modi le sue influenze attraverso cinque diversi esponenti delle varie sonorità che hanno fatto grande il Lone Star State. Si apre con “Uptown” di Roy Orbison (nato a Vernon, TX), lucidamente interpretata da Jarrod Dickenson per poi passare alla sontuosa soul ballad “Try Me” di Esther Phillips (lei nata a Galveston, TX). “Seven Spanish Angels” era in origine una magnifica canzone interpretata in coppia da Willie Nelson e da Ray Charles ed è riletta con straordinaria passione ed efficacia, mentre “I’m Glad For Your Sake (But Sorry For Mine)” faceva parte del repertorio dell’indimenticato Doug Sahm e Mr. Dickenson le rende giustizia con un’interpretazione rigorosa e dal forte sapore 50’s. Chiude questa breve selezione una delle più belle composizioni del grande Guy Clark, una “Dublin Blues” che nelle mani del nostro risplende ottimamente in tutta la sua luminosa melodia a conferma di doti non comuni, sia come autore che in questo caso come interprete. Se non lo avete ancora fatto quale migliore occasione per goderle entrambe facendo vostri gli ultimi due album dell’ottimo Jarrod Dickenson. Altamente consigliato.

Remo Ricaldone

09:17

Scott McClatchy - Six Of One

Pubblicato da Remo Ricaldone |

 

Scott McClatchy ha sempre fatto dell’onestà e della passione i suoi punti di forza unendo in maniera sempre godibilissima ed autentica rock e radici, divertendosi a riprendere brani altrui ma non tralasciando una personale vena compositiva. Il classic rock di marca americana (il primo Bruce Springsteen tra le molte influenze), la canzone folk, la country music più vibrante, il soul del profondo sud sono alla base di un sound trascinante e contagioso. “Six Of One” non sfugge a questa regola e contribuisce a rendere Scott McClatchy uno dei più credibili cantori della ‘working class’. “Rock And Roll Romeo” e “Midnight In Memphis” mettono subito le carte in tavola con il loro entusiasmo, profuso per tutto l’album che prosegue con il folk-rock intinto d’Irlanda di “Wedding Day Dance”, la bruciante cover di “Heat Treatment” di Graham Parker, quella fedele all’originale di “Ophelia” della Band e quella struggente di “Grand Central Station” di Steve Forbert. “Smoke” e “Summer Of ‘89” sono altre due azzeccate covers, meno note delle precedenti ma che rendono giustizia alla bravura dei loro autori, Ben Nichols (front man dei Lucero) e Butch Walker rispettivamente. Di suo pugno Scott McClatchy firma l’acustica e corale “Break Even”, una “Suite: Laura Blue Eyes” chiaramente ispirata alla più nota canzone di Crosby, Stills, nash & Young, il nitido rock di “Prayers” e la travolgente “Roving Eye”, rock’n’roll fiatistico di grande potenza. “Six Of One” è un album divertente e profondo al tempo stesso e non farà fatica ad entrare nei cuori di chi ama la musica americana nel suo senso stilisticamente più ampio e variegato. Da sentire.

Remo Ricaldone

09:14

Justin Farren - Pretty Free

Pubblicato da Remo Ricaldone |

 

Justin Farren è un bravo cantautore nato e cresciuto a Sacramento, California che si è messo in luce negli ultimi anni per una vena poetica ispirata e fresca sorretta da un eccellente stile chitarristico. Justin ha raccolto consensi nei più autorevoli folk festival d’America, da Kerrville in Texas a Falcon Ridge, in quel di Hillsdale, Stato di New York proponendo una musicalità dove i suoni della tradizione si sposano pefettamente con tonalità pop, rimanendo credibile e appassionato lungo un percorso fatto di quattro album di cui questo “Pretty Free” è il suo più recente lavoro. Gli arrangiamenti sono improntati verso un minimalismo decisamente interessante in cui ogni cenno, ogni sfumatura è intelligentemente dosata e dove un violino, un piano, l’ingresso discreto della sezione ritmica, il ricamo di una chitarra elettrica donano colorazioni piacevolissime. L’ironia ogni tanto fa capolino in queste canzoni ma è la delicatezza con cui vengono maneggiate le storie che le rendono belle e meritevoli di essere apprezzate. E’ il caso di “One More Night” dove unisce la poetica del miglior Loudon Wainwright III a quella di un Pierce Pettis o di David Wilcox con i quali condivide stile ed ispirazioni oppure delle notevoli “A Little Less Time” e “Eyes Be Healed” che introducono il disco. “Two Wheel Drive And Japanese” è più abrasiva e rockeggiante mentre con la pianistica “How’s Your Garden Grow” c’è il sentore di certe canzoni di Graham Nash. Il crescendo coinvolgente di “Mama”, la pregevole “Worthy Of The Sea” e “Last Year Was The Best Year” concludono un disco la cui immediatezza è tra le doti migliori. Justin Farren: un personaggio da conoscere per bravura e simpatia.

Remo Ricaldone

 

00:39

Rob Williams - Weathering The Storm, vol.1

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Rob Williams è un cantautore che ama sia il folk che il roots-rock e riesce a condensarli attraverso una visione godibilissima e a ottime capacità compositive. Il musicista di Richmond, Virginia è al quarto disco solista nel corso di sette anni e “Weathering The Storm, vol.1” unisce la freschezza della melodia pop alle più intriganti radici folk e rock, ispirandosi ad alcuni dei più bei nomi della musica americana come R.E.M., gli Hold Steady di Craig Finn, Josh Ritter, Steve Forbert ma anche il Tom Petty più delicato e rootsy. Il dinamismo delle sue canzoni, gli arrangiamenti dosati con cura da John Morand, la naturale predisposizione di Rob Williams a narrare con candore anche argomenti profondi, sono i punti di forza di una proposta veramente interessante. Le nove canzoni che compongono il disco scorrono con naturalezza, talvolta ponendosi in territori più rockeggianti come in “Falling Sky” o nella bella “A Hard Time” dove si sentono inflessioni quasi ‘dylaniane’, spesso dando voce all’amore di Mr. Williams nei confronti di folk e country. “Nameless” fa leva sul suo voler ‘evitare la fama in favore della libertà’ ed il profilo basso è a mio parere uno dei suoi lati vincenti. “Only Heaven Knows” farebbe felice il compianto John Prine con le sue inflessioni country, “Long Distance” è una melodia vincente intepretata con sicurezza e con i fiati che danno un piacevole tocco pop/soul, l’intensità poetica è la peculiarità della lunga “Ghostwriter (Rosie & Justin), altra storia da ricordare mentre “Good With The Changes” è un folk-rock dal sapore quasi ‘sixties’. Motivi più che validi per conoscere ed apprezzare un ottimo storyteller come Rob Williams.

Remo Ricaldone

 

00:37

James Lee Baker - 100 Summers

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A partire dalla splendida confezione fino alle canzoni contenute nel disco, un insieme di profonde ed intime considerazioni personali che toccano cuore e mente, questo nuovo lavoro di James Lee Baker può essere considerato il punto più alto di un percorso che lo sta portando ai vertici della canzone d’autore legata al country ed al folk. “100 Summers” è stato inciso negli studi Blue Rock di Wimberley, Texas con una manciata di eccellenti musicisti come Joel Guzman a piano e accordion, Doug Pettibone alle chitarre, Roscoe Beck al basso, Laurie MacAllister delle brave Red Molly alle armonie vocali e Mark Erelli, tra le più belle voci del cantautorato della east coast e balza subito all’attenzione l’estrema attenzione alle melodie e agli arrangiamenti (curati dallo stesso James Lee Baker con l’esperto Chris Bell, già con Eagles, Don Henley e Christopher Cross tra gli altri), a quella delicatezza nel presentare ritratti e situazioni che risulta vincente. JLB è stato paragonato a Jackson Browne e a Gordon Lightfoot per ispirazione e attitudini e certamente nella sua musica si possono trovare similitudini ma è nel solco della migliore tradizione folk che si può porre questa proposta, derivativa quanto basta ma sempre assolutamente credibile e pregna di empatia. I suoni sono calibrati e coinvolgenti, bilanciati alla perfezione senza perdere in naturalezza e la selezione, aperta e chiusa da due versioni della title-track (la conclusiva più scarna ed acustica), accarezza l’ascoltatore evocando paesaggi ammalianti come nella sognante “The Last Cowboy In Hutchinson County” o nella più movimentata “18-Wheeler (I’m Coming Home)” dalle sfumature country. “Breaking Through The Sumbeams” è orgogliosa ballata folk che rimanda al grande e compianto Stan Rogers e alle cose migliori della scena canadese, “Misinterpreting The Angels” è tra le più intense dell’album suonata con classe e talento, “Santa Barbara” ha il sapore agrodolce della separazione ma anche della rinascita, “A New Man’s World” è un’altra performance ‘con il cuore in mano’ ma è tutto il disco che si presenta come una sentita confessione personale. Consigliato caldamente.

Remo Ricaldone

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