VENERDI' 24 OTTOBRE 2014 a I VIZI DEL PELLICANO
via Ronchi di Fosdondo, Correggio (RE) ore 22.30

Rod Picott racchiude nella sua musicalità quanto di meglio la canzone d’autore americana ha da offrirci in questi anni. La sua è una discografia di grande qualità, arricchita ora da “Hang Your Hopes On A Crooked Nail”, un lavoro ancora una volta appassionato e profondo, intensamente meditato e proposto con la consueta maestria. La produzione dell’esperto RS Field non fa che accrescere la bontà di un progetto di per se rimarchevole le cui storie ci parlano dell’America che più amiamo, quella apparentemente marginale ma senza dubbio più vera e sincera.
La profonda stima ed amicizia nei confronti di Slaid Cleaves, altro grande personaggio, ci regala “You’re Not Missing Anything”, “Where No One Knows My Name” e “Dreams”, quest’ultima composta con la collaborazione dell’amica e partner musicale Amanda Shires, con la quale firma “I Might Be Broken Now”, pigramente e deliziosamente countreggiante.
L’ottimo periodo di forma che sta attraversando Rod Picott è poi dimostrato da una serie di eccellenti canzoni come “65 Falcon”, la ‘texana’ “Mobile Home”, “All The Broken Parts”, “Milkweed” aperta dalle note evocative del piano di Joe Pisapia e la intima “Nobody Knows”, tutti momenti in cui Rod canta veramente con il cuore in mano.

Per info: Max 3356924056 - Cri 3929123507

09:30

Jim Keaveny - Out Of Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Out Of Time”, quinto disco per Jim Keaveny, musicista nato a Bismarck, North Dakota ma attualmente residente a Terlingua, Texas dopo parecchi anni di vita ad Austin, è il suo salto di qualità, il suo lavoro più bello e maturo. Dopo innumerevoli esperienze in cui ha girato gli States in autostop e nei treni merci, Jim Keaveny ha fissato le sue storie nelle canzoni di album come “These Old Things” (2000), “The Great Historical Bum” (2002), “A Boot Stomping” (2005) e soprattutto “A Music Man” (2009) in cui già si intravedeva una crescita sicura e decisa nel materiale, crescita in qualche modo completata con “Out Of Time” in cui country music e folk si intersecano con una forza non comune, ricordando spesso il Bob Dylan più ispirato della svolta elettrica degli anni sessanta. “Eugene To Yuma” è subito diretta e affascinante, un quadretto di grande ispirazione che ci consegna tutto il talento e la classe di Mr. Keaveny, subito seguita da “From The Black” che ha il sapore della country music ‘old fashioned’ dei seventies e da “Anything Without You” che sembra una outtake da “Blonde On Blonde” o da “Highway 61 Revisited” di Mr. Zimmerman. Oltre a questo trittico iniziale il livello si mantiene alto e l’estro continuo con le ottime “Ridin’ Boots” (ancora molto dylaniana con l’armonica in primo piano), “Out Of Sight” (altra storia piena di riferimenti autobiografici), la deliziosa “Changing”, “Lucy Ain’t Got No Arms”, “The Girl” dinamica e frizzante e “The Yippee-I-Ay Song” discorsiva e poetica. Un disco questo ricco di spunti e di riferimenti, giocato sempre sul filo dei ricordi, interpretato con quella sfrontatezza e quella verve che hanno coloro che hanno veramente vissuto le situazioni descritte nelle proprie canzoni. Un artista maturato come in buon vino..e come il buon vino da gustare e da centellinare. www.jimkeaveny.com.
Remo Ricaldone

09:26

Stan martin - Whiskey Morning

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Stan Martin e la sua fida Telecaster tornano alla ribalta con l’album numero cinque di una discografia pregna di ottima country music, figlia di una tradizione che ormai è patrimonio condiviso quasi esclusivamente dal panorama indipendente, in maniera viva e vitale. “Whiskey Morning” è una raccolta di limpide country songs tra California e Texas, con forti legami alla Music City dal retaggio più tradizionale, un viaggio ancora più sorprendente se consideriamo che Stan Martin proviene dalla east coast, dai sobborghi meridionali di Boston, Massachussetts. “Whiskey Morning” è quasi inevitabilmente concepito, registrato e proposto nella maniera più ‘old school’ possibile, senza aggiunte digitali o giochini di studio, interpretato con grande cuore e passione, prodotto in compagnia di Dave Roe, bassista già collaboratore di Johnny Cash e Dwight Yoakam. I nomi coinvolti sono poi veterani di mille session, esperti ma sempre ispirati, in grado di catturare quello spirito essenziale e crudo tipico di un suono che, per risultare credibile e reale, ha bisogno di semplicità e sincerità. Il resto lo fa l’estro e la bravura compositiva di Stan Martin, autore di tutto il materiale presente nel disco in una sorta di tributo alle proprie radici e ai propri miti musicali. Onestà e grande sensibilità sono i denominatori comuni di una selezione che si avvicina di volta in volta a Merle Haggard, a Buck Owens, a George Jones, a Dwight Yoakam, a Kris Kristofferson, pur mantenendo una piacevole aura contemporanea. Da “Damn This Town”, grande ballata acustica, a “Running Away” in cui si intrecciano pedal steel e telecaster in maniera veramente classica, dal fascino agrodolce di “Singer Of Songs” alle connessioni tra country e pop di “The Note”, tutto concorre nel tratteggiare un quadro più che chiaro sulle intenzioni e sulla voglia di Stan Martin di porsi come vero tradizionalista. Disco da centellinare e da godere nella sua interezza. www.stanmartin.net.
Remo Ricaldone

09:23

Bob Cheevers - On Earth As It Is In Austin

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Prosegue con grande sicurezza e forza poetica la seconda (o terza?) giovinezza di Bob Cheevers, saldamente ancorato alla tradizione cantautorale di Austin, Texas, tra country music e folk. “On Earth As It Is In Austin” è ancora una volta, significativamente, un omaggio alla città che lo ha accolto e valorizzato appieno, proponendo quindici canzoni in cui appaiono altrettanti nomi importanti della scena della capitale texana in un contesto essenzialmente acustico, intimo e ispiratissimo. La vena poetica di Bob Cheevers, il suo fine senso dell’umorismo, il suo puro talento compositivo (che ha colpito gente come Johnny Cash e Waylon Jennings tra gli altri, e non è poco) sono qui evidenti e chiari, in un continuo intrecciarsi di chitarre acustiche. Walt Wilkins, Stephen Doster, Will Sexton, Chris Gage, Bradley Kopp, Dustin Welch, Warren Hood e Marvin Dykhuis sono solo alcuni dei nomi coinvolti in un album che si dipana per oltre un’ora e che mostra quanto sia efficace il songwriting di Bob Cheevers, oltre al nitido timbro vocale che rimanda subito a Willie Nelson, tra i preferiti del Nostro. Ed è proprio su queste assonanze che Bob ironizza e tributa il suo affetto a Willie nella ottima “You Sound Just Like Willie” e nella toccante canzone che dà il titolo al disco, mentre da rimarcare, tra le piccole gemme presenti, “My First Rodeo”, addolcita ulteriormente da una bella pedal steel, “Made In Mississippi” dalle tonalità bluesy e un po’ misteriose, “Snake Oil Man” con la presenza al banjo del figlio di Kevin Welch, la splendida “Hey Hey Billy” attraversata dal fiddle di Warren Hood, le emozioni di “West Texas Sundown”, le reminiscenze ‘mexican’ di “I Don’t Need A Thing” e la lunga, rarefatta “Paradise Lost”, perfetta per chiudere un lavoro che è il manifesto ideale delle intenzioni e della passione di un nome che merita attenzione e apprezzamento. www.bobcheevers.com.
Remo Ricaldone

09:20

Jesse Brewster - March Of Tracks

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Terzo disco indipendente per Jesse Brewster, cantante, autore e buon chitarrista il cui percorso ‘evolutivo’ lo ha portato ad inserirsi con bravura in quel panorama ‘americana’ che tanto ha dato in termini di ispirazione e passione. Country music, southern rock, folk e una spruzzata di soul sono le coordinate entro le quali si sviluppa questo “March Of Tracks”, lavoro maturo e piacevolissimo, certamente non rivoluzionario ma con una bella serie di canzoni che si fanno ricordare. “Make Or Break” apre con un bel midtempo, con la giusta dose ‘rockin’’, ispirato e coinvolgente, “Circles” è più soft, acustica, melodia sempre azzeccata, “Left To Lose”, sempre sulla stessa falsariga, gioca su sfumatura più country grazie alla pedal steel, mentre “Waiting For My Chance” è tra le più positive di un disco che ha qualche momento di pausa (le non felicissime “Can’t Keep A Good Man Down” e “Lady Luck”, tranquillamente evitabili) ma che riesce a proporsi spesso con guizzi di talento compositivo e vivace musicalità. “Rest Of My Life”, un country-rock d’autore da cui emerge una contagiosa carica positiva, “Innocent Sinners” riporta i suoni ai gruppi country-rock degli anni settanta, dai Poco agli Ozark Mountain Daredevils, “Cowboys And Loneliness” uno strumentale evocativo e cinematografico, “Accomplice” che chiude con un bel pickin’ chitarristico e suoni tra country e blues, sono certamente i momenti su cui soffermarsi con maggiore attenzione, gli ‘highlights’ che rendono interessante l’album. A mio parere un musicista sulla giusta strada per affermare completamente il suo talento, magari ‘sfoltendo’ un po’ un repertorio che necessita una maggiore focalizzazione. www.jessebrewster.com.
Remo Ricaldone


Per la prima volta in Italia i due artisti americani in tour di supporto ai loro nuovi album!...Country....Blues....Gospel...Roots Music...quanto di meglio la scena americana ci può regalare grazie a due splendidi artisti!

Cominciamo alle 21 con una cena su prenotazione:
(DA CONFERMARE ENTRO mercoledì 8 ottobre) al numero 3385450243.

_Tortelli di patate con sugo di funghi porcini
_Costine di maiale in salsa barbecue con patate al forno e spinaci al burro
_Torte miste della casa

Prezzo 20€.

(Il costo della cena include anche il biglietto degli spettacoli)

Kaizen dj fino a tarda notte.

Ingresso 5 euro riservato ai soci 
Arci Reggio Emilia (pagina ufficiale) .

Jason Eady è cresciuto a Jackson, Mississippi dove ha inevitabilmente frequentato la scuola primaria del blues, del delta e della soul-music arrivando ad esibirsi per clubs già all'età di 14 anni; il passo, e l'esigenza naturale, dall'interpretare i grandi classici alla ricerca di un proprio songwriting lo ha portato un pò in giro per approdare finalmente in Texas, dove l'attenzione particolare per il cantautorato lo ha immediatamente riconosciuto come uno dei talenti più interessanti in circolazione! Adottato senza esitazione dalla scena country/red dirt ha conquistato la massima stima di colleghi-amici come Cody Canada, Jason Boland, Drew Kennedy e molti altri tra cui Kevin Welch, con il quale lavora alla produzione di ben tre dei sei dischi fin qui registrati; in particolare, negli ultimi due, la ricerca per le sonorità più country e roots lo spingono, nonostante la fiera produzione indipendente, a debuttare in billboard tra i primi 40 albums di settore ridando dignità ad un genere ormai piegato alle leggi del business più spregiudicato! L'album "AM Country Heaven" diventa subito uno dei manifesti della nuova ri(e)voluzione musicale tradizionale americana dove lo spirito di artisti come Merle Haggard o George Jones rivive alla luce di un songwriting sorprendentemente maturo e credibile! L'ultimo splendido "Daylight & The Dark" arriva come la più bella delle conferme; registrato anche questo con un cast di musicisti stellari definisce una volta per tutte la strada di Jason Eady, portatore sano di quel blues/country sound tipico di certe frequenze radio AM...esattamente dove il nostro paradiso musicale può ancora esistere!!!

Courtney Patton, texana di nascita, ha la sua fonte di ispirazione nel rock/folk anni settanta e nella country music più classica; l'ultimo album "Triggering A Flood" è stato salutato dalla critica come una piccola gemma di Americana/Country music dove la splendida voce di Courtney, caratterizzata da un inconfondibile ed intrigante Texas-twang è esaltata da un songwriting affidato ad una penna particolarmente interessante; diverse le collaborazioni che la stanno portando alla ribalta della scena internazionale tra cui quella con la leggenda red dirt Mike McClure che per lei ha speso parole di grande approvazione!


17:41

Lost Immigrants - An Americana Primer: vol. 3

Pubblicato da Remo Ricaldone |

James Dunning e soci chiudono la trilogia di “An Americana Primer” con un episodio ancora una volta intrigante, più elettrico del precedente e di nuovo confermando il loro status di primaria importanza nel panorama del Lone Star State. Le due chitarre elettriche del leader e di Blake Brownlee, la sezione ritmica formata da Chad Stewart alla batteria e da Eric McGinnis al basso e le tastiere di Ryan Pool avvolgono le nuove sette canzoni firmate da James Dunning, sette ulteriori esempi della sua vitalità e del suo talento. “Reaching Out” apre con grande energia il disco, “Cry Me a River Blues” lo fa librare alto grazie ad una eccellente melodia, una delle migliori dell’album, “Straight To The Grave” è rocciosa e molto sudista, tutta slide e sudore, “Angel Wings” ha ancora dalla sua una melodia ispirata ed evocativa, interpretata con grande cuore, “Gimme A Holiday” alza il tiro con un rock più ‘easy’ e godibilissimo, “Love Love Love” è ballata elettro-acustica orecchiabile e fresca, “I Can’t Be Trusted With A Heart Like Yours” chiude in bellezza presentandoci una band in gran spolvero, decisamente in grado di competere con il meglio che il Texas ci ha proposto in questi anni. E non è poco. Una trilogia da prendere in blocco, senza remore. www.lostimmigrants.com
Remo Ricaldone

17:39

Hannah Aldridge - Razor Wire

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Razor Wire” segna il debutto per Hannah Aldridge, una nuova ed interessante ‘chanteuse’ che proviene dal sud, figlia del grande  Walt Aldridge, firma nobile tra country music e canzone d’autore. Come il padre la ventiseienne Hannah divide il proprio mondo tra Nashville e Muscle Shoals, Alabama, terra pregna di tutti quei suoni che hanno creato gran parte della musica americana delle radici. Le sue sono canzoni che molti hanno definito ‘dark americana’, piccoli quadretti in cui i protagonisti si caratterizzano per la nuda e cruda verità delle loro storie, raccontate con sensualità e realismo, senza la paura di risultare artefatti o forzati. Una cantante ed autrice già adulta, nonostante sia all’esordio, in grado di proporre un repertorio solido e profondo. I dieci brani contenuti in questo “Razor Wire” sono maturi sia dal punto di vista delle interpretazioni sia da quello della qualità melodica, suonati con talento da un manipolo di eccellenti su cui spiccano le chitarre acustiche ed elettriche e la lap steel di Andrew Sovine e cantati con vera emozione e disincanto da una figura femminile decisamente degna di nota. La canzone che dà il titolo alla raccolta, ripresa anche come ‘hidden track’ in versione acustica al termine, vede la partecipazione alle armonie vocali di Dylan LeBlanc ed è uno splendido esempio delle qualità sopra citate, “Try” è la ripresa di un brano di Jason Isbell e gli stessi 400 Unit, la band che accompagna l’ex Drive-by Truckers, supportano la voce di Miss Aldridge, “Parchman” è una ballata strepitosa in cui si affacciano le tastiere di Andrew Higley, “Howlin’ Bones” è un’altra bella fotografia del sud contemporaneo e al tempo stesso una sorta di dichiarazione di indipendenza, “Black & White” e “Lonesome” sono invece due momenti autobiografici, il primo ispirato dal figlio Jackson e il secondo dal divorzio dei genitori, due intimi atti d’amore nei confronti dei propri cari, “Old Ghost” è scorrevole e limpida tra country, soul, rock e americana, gli stili che permeano un album che non faticherà ad entrare nei vostri cuori. Un album che ha il grosso merito di dare voce ad un’artista che farà ancora parlare di se in futuro e che per il momento si pone come una delle grandi promesse della nostra musica. www.Hannah-Aldridge.com.
Remo Ricaldone

Approcciare dischi come questo “The Flower Of Muscle Shoals” è come rigenerarsi attraverso i suoni della ‘old school’ della country music, godere di suoni che ormai si trovano solo nelle produzioni indipendenti. Cahalen Morrison, nativo del New Mexico ma attualmente residente a Seattle, Washington, ha sempre amato i suoni country ma è solo in questo suo nuovo progetto con i Country Hammer che li ritrova e li ripropone con grande classe e talento. Il percorso di Cahalen Morrison lo ha visto infatti esplorare suoni più tradizionali ed acustici, grazie all’amicizia con Tim O’Brien e la partnership con Eli West con il quale qualche anno fa ha inciso il bellissimo “Our Lady Of The Tall Trees”. “The Flower Of Muscle Shoals” è un pregevolissimo viaggio attraverso honky tonk e two-steps che potrebbe essere uscito da una qualunque ‘ballroom’ texana ma che è invece stato concepito e registrato nel nordovest americano che negli ultimi anni è diventato fulcro di un interessante movimento country legato fortemente alle radici. Impeccabile la produzione dello stesso Cahalen che firma anche tutto il repertorio e guida queste dodici canzoni con piglio fiero e sicuro. Da “Nighttime Is Here On The Valley” a “A Daddy In Tennessee”, attraverso la limpida title-track, la magistrale “The Delta Divine” con il sapore dei vecchi classici, “Over And Over And Over Again” cadenzata e modulata, l’acustica “I’ve Won Every Battle, But I’ve Lost Every War” riflessiva e sofferta, la frizzante e mossa “San Luis” e i sapori quasi cajun di “Hobbled And Grazing”, tutto il disco risplende dell’ispirazione di un musicista consapevole e sensibile, un nome che merita tutta l’attenzione degli appassionati e dei nostalgici di un suono troppe volte stravolto in nome del business. For ‘die hard’ country fans. www.cahalen.com.
Remo Ricaldone

11:53

Micky & The Motorcars - Hearts From Above

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A distanza di tre anni dal precedente “Raise Your Glass”, Micky & The Motorcars tornano con il loro disco più ispirato e godibile a conferma di quanto il quintetto guidato dai fratelli Micky e Gary Braun possa dare ancora alla musica del Lone Star State e non solo. “Hearts From Above” è infatti un lavoro ricco di canzoni che lasciano il segno per poesia, melodia e intepretazioni impeccabili, con un suono spesso in mirabile equilibrio tra acustico ed elettrico. La produzione è degli stessi Micky & The Motorcars assieme a Willy Braun dei Reckless Kelly che contribuisce con classe e talento anche alla stesura di buona parte del repertorio. Sono proprio le canzoni a rendere questo album uno dei migliori dell’anno, a partire dalla eccellente title-track giustamente posta in cima alla selezione, splendidamente scritta a quattro mani da Micky e Willy Braun. Proseguendo non troviamo un momento sprecato, una pausa, un appannamento, con l’inserimento a livello compositivo di grandi nomi come Jason Eady nella robusta “Hurt Again”, Dustin Welch in “Destined To Fall”, Ted Russell Kamp in “My Girl Now” e Brian Keane in “Fall Apart” e “Southbound Street”, tutte con l’incedere orgoglioso tipico della band texana. Da citare ancora la bella cover di “Sister Lost Soul” firmata da Alejandro Escovedo e Chuck Prophet, scelta intelligente ed azzeccata tale da sembrare una loro canzone. Ricco è anche il ‘parterre’ di ospiti ad integrare una band comunque solida ed affiatata, con, oltre ai citati fratelli Micky e Gary Braun, le chitarre di Dustin Schafer e la sezione ritmica affidata a Joe Fladger al basso e Bobby Paugh alla batteria: Willy Braun appare anche alla chitarra acustica e alle percussioni, Cody Braun imbraccia un ispirato fiddle, Bukka Allen non smentisce una classe cristallina con la sua fisarmonica ma anche alle tastiere (hammond e wurlitzer), Jon Dee Graham e Marty Muse si alternano alla steel e Brian Standefer, meno appariscente ma non meno bravo, al cello. Un disco tutto da godere quindi nella sua genuina musicalità, un altro importante passo in una discografia ormai importante (sono sette i dischi di Micky & The Motorcars) che li pone come una delle migliori band tra rock e radici.
Remo Ricaldone

11:50

Matt Harlan - Raven Hotel

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Raven Hotel” non solo conferma le qualità compositive e interpretative dello storyteller di Houston ma eleva il livello della proposta ponendolo a fianco dei migliori esponenti della canzone d’autore texana, mostrando una crescita costante e decisa. Matt ha una voce espressiva ed incisiva, una grande classe nel tratteggiare storie e situazioni, uno stile chitarristico pulito e dinamico e “Raven Hotel” mostra tutto questo in maniera eloquente. Accanto a lui, assieme agli strumenti a corda di Rich Brotherton (chitarre acustiche ed elettriche, banjo, lap steel, dobro e basso), troviamo tra gli altri la fisarmonica, l’organo e il piano di Bukka Allen, figlio del grande Terry, le tastiere di Floyd Domino (protagonista assoluto nella inusuale “Burgundy & Blue”, jazzata e notturna), il basso di Glenn Fukunaga, veterano di mille sessions, il prezioso cammeo di Mickey Raphael all’armonica e il violino di Maddy Brotherton. Un quartetto d’archi introduce “Old Spanish Moss”, ballata stellare che apre l’album, seguita dalla più mossa “Half Developed Song” che, con la solida “Rock & Roll”, l’eccellente title-track, “Old Allen Road” dalle nuance ispaniche, “Slow Moving Train” e “Rearview Display”, unico brano firmato in compagnia di George Ensle e Buffalo Rogers, rappresenta un po’ la spina dorsale di questa ispirata raccolta di canzoni. Merita poi una segnalazione speciale “Riding With The Wind” in cui viene dato ampio spazio alla voce di Rachel Jones, già vocalist nel precedente disco, che dona ulteriore grazia e limpidezza ad una ballata pianistica affascinante. “Raven Hotel” non faticherà ad inserirsi tra i preferiti dell’anno in corso per tutti coloro che apprezzano i singer-songwriters, categoria che ha visto il Lone Star State, da decenni, sempre in prima fila. www.mattharlan.com.
Remo Ricaldone

11:46

Robyn Ludwick - Little Rain

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dopo uno splendido disco come “Out Of These Blues” non è facile riproporsi a quei livelli di poesia e di forza espressiva ma per Robyn Ludwick, eccellente ‘chanteuse’ texana sorella di Bruce e Charlie Robison, la sfida non è impossibile. “Little Rain”, il suo quarto album, si affida nuovamente alla produzione di Gurf Morlix, ai suoi suggerimenti, al suo tocco sapiente anche quando imbraccia chitarre, tastiere, banjo, pedal steel, percussioni e alla sola sezione ritmica formata dall’esperto Rick Richards alla batteria e al marito, John Ludwick, al basso. Un combo essenziale, vitale, sempre propositivo. Quello che fa di “Little Rain” un altro episodio molto positivo nella discografia di Robyn Ludwick sono inevitabilmente le canzoni, tutte scritte dalla stessa, basate principalmente sul formato ballata o ‘midtempo’, ricche di quel fascino sudista che può accomunare il risultato a quello di Lucinda Williams, Mary Gauthier o di Rosanne Cash. Le interpretazioni sono sofferte, vissute, spesso sensuali ed estremamente profonde, gli arrangiamenti equilibrati e talvolta in bilico tra ‘southern soul’, country e rock, sempre e comunque impeccabili. Da “Longbow, OK” a “Stalker” che aprono e chiudono questo disco, passando per “Honky Tonk Feelin’”, “Little Weakness”, “Something Good”, “Mama”, “Lafayette” (composta a quattro mani con Bill Chambers) e “Over Me”, abbiamo un quadro più che esaustivo del talento e della classe di un’artista che nel corso di questi ultimi anni si è proposta come una delle figure femminili più credibili e genuine della scena roots. Un altro centro per Robyn Ludwick. Brava! www.robynludwick.com.
Remo Ricaldone

11:43

Jeff Black - Folklore

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Due giornate di inizio gennaio, un piccolo studio a Nashville, Tennessee, uno storyteller ispirato, una manciata di canzoni che toccano il cuore…questo in estrema sintesi è “Folklore”, undicesimo capitolo di una discografia ricca e preziosa per una delle più belle voci del panorama cantautorale americano. Quelle di Jeff Black sono nitide (e un po’ ‘seppiate) istantanee dall’America più genuina, quella della sconfinata provincia fatta di ‘small towns’ e di ‘backroads’, lontana dalle luci e dal glam delle metropoli. “Folklore” lo vede incidere in solitaria, con le chitarre acustiche, il banjo e l’armonica a fare da unico corollario alle sue storie profonde, alle emozioni che sanno regalarci momenti che rimangono impressi nella nostra mente e che hanno il sapore dei classici. “Rider Coming”, “Folklore” e “Break The Ground” sono il trittico che introduce l’album e che conquista l’ascoltatore per il loro carisma, il loro godibile fascino, “63’ Mercury Meteor” è discorsiva e scorrevole, “Cages Of My Heart”, “No Quarter” e “Tom Domino” hanno classe e bellezza, dolcezza e poesia, “Sing Together” è l’omaggio ad uno degli eroi della Musica Americana, Pete Seeger, “Flat Car” e “Decoration Day” completano, in qualità di ‘bonus tracks’ un disco dal fascino senza tempo, quello della semplicità ma al tempo stesso della profondità delle cose vere. Sembra di essere con Jeff Black nello stesso ‘front porch’, ad ascoltare la sua voce matura e piacevolissima, il suo preciso ed articolato stile chitarristico, le sue interpretazioni sincere ed accorate. “Folklore” merita un ascolto attento, di essere centellinato come un buon vino invecchiato alla perfezione, pieno e profumato e Jeff Black merita senz’altro di avere una platea più ampia rispetto al pur notevole apprezzamento degli addetti ai lavori e degli appassionati. www.jeffblack.com.
Remo Ricaldone

18:10

Jonny Two Bags - Salvation Town

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jonny Wickersham, noto con il nome d’arte di Jonny Two Bags, ha legato il proprio nome ai Social Distortion, un’istituzione a Los Angeles, una band passata nel corso degli anni da un furioso punk rock a una sempre maggiore fascinazione per i suoni roots di un classic rock vivace e pregnante. Il debutto con “Salvation Town” non fa che esaltare le passioni di Jonny per le proprie radici, presentandoci un suono estremamente variegato che unisce country music e rock insaporendo il tutto con echi irish, cajun e anche ispanici con una ricetta tipicamente californiana. Con la produzione equamente condivisa con David Kalish il cui lavoro con Rickie Lee Jones tra gli altri lo ha reso tra i personaggi più in vista a L.A., dieci canzoni che mostrano un’ispirazione eccellente e una serie di ospiti notevolissimi, il disco viaggia su binari gustosissimi e sempre sopra la media, consegnandoci uno dei prodotti più piacevoli di quest’anno. Jackson Browne duetta in “Then You Stand Alone”, David Lindley mostra che gli anni non hanno intaccato la sua tecnica mostruosa e il suo gusto sopraffino con tutti gli strumenti a corda che passano tra le sue mani, David Hidalgo nobilita ed arricchisce la già ottima “Wayward Cain”, Greg Leisz alle chitarre conferma di essere un musicista straordinario, Pete Thomas, già con la band di Elvis Costello, è solidamente dietro ai tamburi mentre i Social Distortion Danny McGough alle tastiere, Brent Harding al basso e il mago della fisarmonica Joel Guzman completano una line-up da urlo. “One Foot In The Gutter” mette subito le carte in tavola in un disco dalla grande forza espressiva, “Avenues” unisce Irlanda, Louisiana e Messico in un mix irresistibile, “Ghosts” è una folk ballad tra le migliori cose dell’album, “Hope Dies Hard” è più elettrica con la slide di David Lindley a ricamare sulla melodia, “Alone Tonight” è inequivocabilmente country. Tutto “Salvation Town” è degno e meritevole di segnalazione, un lavoro che celebra le molte facce  dei suoni delle radici e le doti di Jonny Two Bags.
Remo Ricaldone

18:07

Spaghetti Jensen - Men At Work

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il Pavese e l’Emilia sono le due zone in cui si è sviluppato maggiormente l’amore per la musica americana delle radici, tra country music, rock e folk, regalandoci una serie di musicisti che possono dire la loro anche in ambito internazionale. Gli Spaghetti Jensen, al terzo disco con questo “Men At Work”, proseguono imperterriti con una proposta musicale che li pone tra country music e southern rock, sempre più vibrante e spumeggiante dal punto di vista strumentale e con decisi miglioramente anche da quello vocale. Già l’introduzione strumentale a queste sette interessanti nuove canzoni funge da banco di prova e da ‘riscaldamento’, un assaggio delle ottime capacità tecniche di Roberto Bonfatti, Dario Benazzi e soci. “The Boys In The Band” può poi considerarsi il momento più esplicito e chiaro di quanta strada abbiano fatto e dei loro miglioramenti anche dal punto di vista interpretativo, mentre le solide “Hollywood Playmate” e “Teamwork” si pongono come le canzoni più grintose e ‘southern’. Tra i miei preferiti ci sono anche “Three Chords For This Song” e “Hopeless Dreams” dove le chitarre acustiche prevalgono e le atmosfere si fanno più distese ma non meno intriganti. “Men At Work” è in definitiva un album che scorre fresco e brillante, anche se magari un paio di canzoni in più avrebbero reso il tutto più compiuto e pieno, mostrando la band come una delle belle realtà italiane in fatto di ‘american music’.
Remo Ricaldone

18:05

Mark Jungers - I'll See You Again

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La discografia di Mark Jungers, tra i più sensibili songwriters che hanno trovato terreno fertile in terra texana, si arricchisce di un nuovo capitolo che conferma una vena che non accenna a scemare. “I’ll See You Again” ce lo restituisce con il suo gustoso mix di country music, echi folk e pulsazioni ‘southern’ pur avendo origini in Minnesota, sempre in grado di unire poesia e genuina passione per storie e personaggi dalla grande umanità. La sua esperienza è ormai assodata, confermata da una produzione impeccabile dove suoni elettrici ed acustici sono ottimamente bilanciati e il repertorio, interamente a sua firma, non concede pause o cadute di tono. Spiccano tra i nomi coinvolti in questo “I’ll See You Again” quelli di Gurf Morlix e Gabe Rhodes, presenze costanti nelle produzioni texane di questi anni, ma musicisti come Adrian Schoolar (chitarre e dobro), Wes Green (mandolino) e Josh Flowers (basso) pur molto meno noti, contribuiscono in maniera sostanziale a colorare le composizioni di Mark Jungers. Le iniziali “I’ll Be Home” e “I Don’t Want To Live Here”, la bluesy “Everybody Knows But”, le incisive “Do You Still Care”, “Johnson Farm”, “What About You” e “Working Like A Dog” sono la struttura portante dell’album, un lavoro ricco di piccoli e preziosi quadretti di vita quotidiana intensamente proposti da un artista che merita tutta l’attenzione di chi ama la canzone d’autore del Lone Star State. www.markjungers.com è il sito web consigliato per approfondire la sua conoscenza, attraverso la sua mezza dozzina di opere precedenti.
Remo Ricaldone 

18:02

Trevor Alguire - Miles Away

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo già occupati del suo precedente disco intitolato ‘Till Sorrow Begins To Call” che confermava Trevor Alguire come uno dei più interessanti musicisti canadesi che si muovono entro i territori country, folk e americana, al pari di gente come Corb Lund e Deep Dark Woods. “Miles Away”, suo disco numero cinque, è la fotografia di quello che propone in concerto essendo inciso praticamente live in studio con i suoi fedeli pards Jeff Asselin, batterista e anche in veste di co-produttore, e Marc Decho, bassista. Undici nuove canzoni dal piglio deciso e ispirato, a partire dalla canzone che dà il titolo all’album e lo apre con la forza di chitarre elettriche che ricordano i Son Volt più elettrici e una solida sezione ritmica. Trevor Alguire è in forma smagliante, sia vocalmente sia dal punto di vista compositivo, sempre attento a sviscerare i vari momenti del quotidiano, la vita in giro per il Canada e per gli States, i rapporti con coloro che lo circondano. Ballate e  mid tempo per la maggior parte, che beneficiano di melodie che rimangono in testa dopo pochissimi ascolti, una freschezza che emerge da ogni nota. “Wounded Soul” è tra le più belle, “How Do You Know” dal refrain contagioso e dalle chitarre spumeggianti si candida come un’altra tra le migliori, “Cold Words” ha un andamento meditativo e un approccio amaro e disilluso, “Long Gone Away” racconta con forza e nostalgia la vita di una piccola cittadina di provincia e di come sia cambiata nel corso del tempo, “Rusty Old Strings” ha il passo delle classiche country songs di stampo tradizionale, “So Sad Lately” cambia registro e riporta indietro agli anni del rock’n’roll e del rockabilly, mentre a chiusura dell’album è posta una notevole “What Will Be Will Be” a dimostrazione delle chiare doti di storyteller del musicista canadese. Da conoscere ed apprezzare per coloro che amano le commistioni tra canzone d’autore e radici. www.trevoralguire.com.
Remo Ricaldone



A distanza di poco di un anno dall’ottimo “Cheaters Game” che suggellava una profonda unione di intenti e personale tra Bruce Robison, membro storico di una delle grandi famiglie musicali texane (con il fratello Charlie e la sorella Robyn Ludwick) e Kelly Willis, eccellente vocalist che negli anni ha acquistato una profondità e un’espressività notevolissime dal punto di vista interpretativo, torna una delle coppie regina della scena del Lone Star State. “Our Year” segue la falsariga del precedente: stesso produttore nella persona di Brad Jones, stessi studi nashvilliani ma con una produzione degna del loro Stato natale, stessa freschezza e amore per la country music filtrata attraverso una sensibilità ricca e propositiva. Fondamentale è la scelta del materiale da interpretare, azzeccata in “Cheaters Game” come in questo “Our Year”, a partire dal classico “Harper Valley PTA”, grande successo nel 1968 per Jeannie C. Riley a firma Tom T. Hall, ripreso con gusto e grazia. Il resto è certamente meno noto ma non meno intenso, con una spanna sopra tutto la bellissima melodia di “Departing Louisiana” di Robyn Ludwick, la solida “Motor City Man” del compianto Walter Hyatt, autore troppo spesso sottovalutato, il waltz-time di “Carousel” firmato a quattro mani da Bruce Robison e da Darden Smith, gli echi quasi a la Buddy Holly di “Lonely For You”, “Shake Yourself Loose” classica country ballad di T Bone Burnett qui in una delle più belle performance di Kelly Willis e “Anywhere But Here”, sicuramente una delle migliori creature di Bruce. In definitiva un disco piacevolissimo, fresco, intepretato con classe, senza strafare ma dando il giusto peso alle canzoni, arrangiandole con un talento limpido e chiaro. www.bruceandkellyshow.com per ulteriori informazioni.
Remo Ricaldone

15:38

Fabio Gualerzi - Fabio Gualerzi

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Trentanni, emiliano, Fabio Gualerzi debutta con un disco omonimo che è il manifesto delle sue passioni musicali, il rock americano in primis, proposto in salsa texana mutuando la lezione delle ultime generazioni provenienti dal Lone Star State, da Randy Rogers a Ryan Bingham. Dieci canzoni scritte dallo stesso Fabio che mostrano grande coraggio e vitalità, unendo la lingua italiana, non certo adattissima dal punto di vista metrico in un contesto simile, a una base veramente convincente in cui rock e radici si incontrano, un po’ come anni fa fece John Mellencamp nel suo “Lonesome Jubilee”. Le storie raccontate sono semplici e immediate, e proprio per questo credibili, esperienze di vita con tutto il proprio bagaglio di esperienze, di speranze e di delusioni. Musicalmente come detto ci sono più di uno spunto da cui partire per una carriera interessante, con la robusta ballata midtempo “La Stanza #43”, il tiro rock di “Il Giro Com è”, la delicata “Credi Nel Destino”, la più cupa “Notte” con le chitarre elettriche che sferzano l’aria, la più acustica “Noi” con un bell’arrangiamento in cui si miscelano con sapienza armonica, banjo e chitarre, “La Voce Di Questo Demone” dalla bella melodia incalzante e con azzeccati interventi di steel guitar e la conclusiva “Il Suo Tempo” ancora la bella unione di chitarre elettriche e violino, una spanna sopra tutte. Brani che sicuramente dal vivo potranno essere ulteriormente rivitalizzate. In definitiva “Fabio Gualerzi” è un lavoro che merita,  proposto con un entusiasmo che fa superare anche qualche piccola ingenuità e che, come detto, può essere foriero di altre belle cose in futuro. Auguri Fabio!
Remo Ricaldone

15:35

Otis Gibbs - Souvenirs Of A Misspent Youth

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sette dischi all’attivo, un ‘body of work’ ormai definito e maturo, paragoni con Steve Earle e il Bruce Springsteen più acustico (io aggiungerei Chris Knight con cui condivide la capacità di raccontare l’America più vera e genuina), insomma Otis Gibbs merita di uscire da quella ‘nicchia’ che lo vede in compagnia di tanti altri grandi della Musica a stelle e strisce. “Souvenirs Of A Misspent Youth” è l’occasione ideale per il cantante ed autore di Wanamaker, Indiana ora residente a East Nashville di fare conoscere le sue grandi doti compositive e il suo stile asciutto e profondo che lo ha avvicinato idealmente ai nomi citati in precedenza. Le dieci canzoni presentate in questa occasione (nove sue ed una, “Wrong Side Of Gallatin” scritta da Amy Lashley, sua compagna e interessante autrice) formano un insieme estremamente coinvolgente, sono storie di vita vissuta, di ricordi di famiglia, di esperienze che hanno toccato Otis Gibbs nel profondo e che lui  interpreta con il cuore in mano, ispirandosi musicalmente alla grande tradizione americana, con echi appalachiani ma con uno spirito attuale e moderno. “Ghosts Of Our Fathers”, “The Darker Side Of Me” e “With A  Gun In My Hand”, già dai titoli, evocano sofferenza e nostalgia, dolore ma anche speranza, con banjo, steel guitar e fiddle sempre presenti a ricordare le proprie radici. Country music e folk permeano ancora i ricordi di “Back In My Day Blues”, “It Was A Train” e la nitida melodia di “Cozmina” che apre l’album. Un lavoro caldamente consigliato per una delle figure più interessanti per quanto riguarda certa canzone d’autore americana. Da affiancare, nel vostro scaffale, ai dischi dei musicisti citati. www.otisgibbs.com.
Remo Ricaldone

15:32

Eddie Seville - Ragged Hearts

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Proviene dal New England Eddie Seville, cantante, autore, produttore, attivissimo band leader con svariate piccole realtà della scena ‘costiera’ orientale come Vibro-Kings e Steel Rodeo. Tra i suoi mille impegni anche una carriera solista che lo ha portato ad incidere questo sorprendente gioiellino intitolato “Ragged Hearts”, gustoso mix di alternative country e roots rock ispirato e vibrante. Voce passionale e leggermente roca, una vena compositiva che tributa omaggi chiari e definiti (l’iniziale “A Crooked Mile” mi ha ricordato il primissimo Springsteen mentre “The Queen Of Kerosene” è una country song che starebbe benissimo nel repertorio di Charlie Robison) ma che risulta sempre dannatamente credibile per via di una freschezza che pochi possono vantare: queste sono solo le principali caratteristiche di Eddie Seville, artista caleidoscopico e propositivo. “Ashes To Ashes” ci porta vicino al confine con il Messico con una storia intensa a metà tra Joe Ely e Dave Alvin, “Love’s Got A Hold” lo avvicina al roots rock di Will Hoge, “I’m Pacing Myself” segue a ruota con una melodia trascinante tra rock e radici, “Horseshit” è texana al 100%, vera e pregnante, “The Last Train” mi ricorda il John Hiatt più acustico e rootsy, evocando il potere salvifico del rock’n’roll, “Save My Soul”, seppur molto derivativa, è potente e solida mentre “The Hardest Thing To Do” chiude l’album con gli echi delle ballate di Southside Johnny e di Willy De Ville. Un album che gioca apertamente le proprie carte dando spazio alle mille influenze di Eddie Seville, confezionato sicuramente in maniera artigianale ma che riserverà tanti momenti godibili. Buon ascolto. www.eddieseville.com.
Remo Ricaldone

Sturgill Simpson è oggi uno dei veri continuatori della tradizione ‘outlaw’, uno dei pochi emersi in questi anni di recessione,anche dal punto di vista musicale, nel panorama country. Dopo aver lasciato da parte l’esperienza Sunday Valley che dal 2004 al 2012 fu al centro della sua vita musicale, Sturgill ha messo in cantiere due dischi di grande qualità, “High Top Mountain” nel 2013 e ora “Metamodern Sounds In Country Music”, titolo che riprende in maniera inequivocabile il classico di Ray Charles che nei primissimi anni sessanta rivedeva la country music dandole un’aura calorosamente soul. Il suo mentore Waylon Jennings è presente in ogni traccia di un lavoro in cui c’è profondo amore per le vere radici ma anche un particolare gusto ‘psichedelico’ in certi arrangiamenti, con il producer Dave Cobb (Jason Isbell, Lindi Ortega e Jamey Johnson tra gli altri) che lavora con efficacia e bravura. Nove brani, un disco stringato ma che lascia il segno, una conferma per un artista che potrà dare ancora tanto alla country music e che si affianca a gente come Jamey Johnson e  Shooter Jennings per quanto riguarda un certo spirito indomitamente ‘fuorilegge’, soprattutto se si pensa all’attuale scena nashvilliana mainstream. “Turtles All The Way Down”, “Life Of Sin”, “Living The Dream”, “Voices”, “Long White Line”, il country gospel di “A Little Light” e la profonda “Just Let Go” sono solo alcuni titoli che potranno fare innamorare gli orfani di quello che fu un movimento basilare per il riequilibrio della country music dopo le abbuffate di archi e melassa degli anni sessanta. Sturgill Simpson from Kentucky colpisce ancora nel segno con la sua voce, le sue canzoni e un approccio decisamente indovinato.
Remo Ricaldone

17:26

Doghouse Flowers - Chasing The Sun

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Formatisi nel 2012, I Doghouse Flowers, quartetto guidato dalla voce di Justin Reuther che è anche il principale autore del materiale della band, si sono trasferiti da New Orleans a Milwaukee, Wisconsin mantenendo però tutto l’amore per i suoni tra rock e radici tipici di latitudini più meridionali. Il loro debutto intitolato “Chasing The Sun” in uscita nei primi mesi del 2014 ci presenta una band solida e matura in cui le chitarre elettriche di Brian Scheehle rimandano alla memoria i grandi del southern rock e la sezione ritmica con Mike Budde alla batteria e Jon Ziegler, che è anche il produttore, al basso è capace di seguire con grande forza un suono gustosamente in bilico tra country-rock (“So Wrong” sembra uscita direttamente da un vecchio album dei Pure Prairie League per esempio) e il ‘new breed’ texano degli ultimi dieci/quindici anni. Leroy Deuster è il valore aggiunto di queste session, splendido alla pedal steel e al dobro, Matt Meixner è all’organo hammond e al piano wurlitzer, Chrissie Dzioba dà un tocco in più con una voce calda e modulata. “Meet Me In Milwaukee” omaggia la loro ‘nuova’ città di adozione, “Someday” è tra le più coinvolgenti, degna del miglior sound che arriva dal Lone Star State con il suo notevole intreccio chitarristico, “Slip Away” è ancora frizzante, “Too Old To Learn”, la title-track “Chasing The Sun”, “Me And You”, ballata di pregio, “All You Have Are Yesterdays” e la più elettrica “No Luck With You” sono il giusto manifesto di una band onesta e sincera, maturata attraverso le varie esperienze di musicisti non più giovanissimi che hanno trovato grazie a Justin Reuther terreno fertile per esprimere la loro passione per i suoni della country music dagli anni settanta ad oggi. www.thedoghouseflowers.com è il sito consigliato per approfondire la loro conoscenza.
Remo Ricaldone

Gal Holiday & The Honky Tonk Revue è una band che proviene da New Orleans, Louisiana che fa rivivere lo spirito, indomito e intramontabile, delle classiche ballrooms del Sud con il loro corollario di country music arricchito da stimolanti iniezioni di swing e honky-tonk. Dopo il godibile “Set Two” di poco più di un annetto fa, “Last To Leave” torna a focalizzare l’attenzione sulla brava Vanessa Niemann, frontwoman dalle grandi doti e sulla solida band che ha nelle chitarre elettriche di Chris Adkins e sulla pedal steel di Tony Martinez i propri punti di forza. Dal precedente album c’è da rimarcare la grande crescita compositiva di Miss Niemann, co-autrice di praticamente tutte le canzoni, veramente di qualità molto buona, mentre rimane inalterata la freschezza e la varietà della proposta, dall’iniziale “The Long Black Ribbon”, deliziosamente vintage con i suoi echi quasi western, alla conclusiva e romantica “You Mean The World To Me”. In mezzo passiamo dalla frizzante country music di “South Of I-12” alle sfumature sudiste di “Teach Me How To Two Step”, dallo ‘swingbilly’ di “She’s A Killer” alla modulata “Last To Leave”, fino a “Broken Rings” con lo spirito di Hank Sr. presente in ogni nota e al godibilissimo swing di “Rainy Nights, Sunny Days”. Il tutto condito da arrangiamenti sempre impeccabili e lo spirito genuino che accompagna questa band il cui ‘songbook’ nasce sia nella loro base nel French Quarter ma anche in oscure location nel bel mezzo di Texas, New Mexico, Colorado ed Arizona. www.galholiday.com.
Remo Ricaldone


Immancabile l'appuntamento con il Savoniero Country Festival che quest'anno si presenta alla 14° edizione con la solita ricetta a base di grande live music che lo ha portato ad essere il più importante country festival italiano!!! Se la lista delle bands e delle stars internazionali che si sono esibite nel corso degli anni è ormai piuttosto impressionante tanto vale assumersi la responsabilità e mantenere alto il nome del festival presentando anche quest'anno un headliner d'eccezione...e così..direttamente (e casualmente!) dal Texas...WILLIAM CLARK GREEN!!!
WCG è in tour a promuovere "Rose Queen", il suo terzo ed ultimo lavoro discografico, che lo ha definitivamente consacrato sulla Texas scene come uno dei nuovi nomi su cui puntare; non si vedeva tanta eccitazione attorno ad un nome dai tempi della Randy Rogers Band ed il suo live show sembra essere diventato ormai un must-see, uno di quelli da non perdere assolutamente! Se il sound è potente, costantemente in bilico tra country e rock e nel pieno rispetto della lezione Red Dirt (immaginate una sorta di crossover fra Willis Allan Ramsey, Waylon Jennings e Springsteen!!!), è la definitiva crescita e maturazione del songwriting che hanno portato il giovane texano in vetta alla Texas Chart coronando un anno di successi conquistando il prestigioso LonestarMusic Award come Miglior Canzone Dell'Anno con il singolo "She Likes The Beatles (I lIke The Stones)" e presentandosi come l'artista con più nominations.
Quest'anno abbiamo voluto dare più sfumature possibili alla musica che sentiremo sul palco del festival per accontentare ogni tipo di orecchio e così abbiamo pensato ad una band nostrana che con la sua miscela di Bluegrass, Country e Folk avrà il compito di aprire le danze...la MAMA BLUEGRASS BAND!!!
La MBB ha un piglio a dir poco esplosivo e non ci sembra modo migliore di cominciare una festa se non con una band che di far festa sul palco sembra intendersene parecchio! Uscito di recente, il loro nuovissimo album "Living In a B Movie" è una collection di brani inediti che accredita alla band uno spessore musicale di assoluto rispetto; quindi in poche e semplici parole...grande divertimento e ottima musica...per una band che farà saltare in piedi tutto il festival!!
La musica sarà poi inevitabilmente garantita ad oltranza ed in ogni momento giù dal palco con i due ormai resident Djs del festival: Dj Loris (Country Family) & Dj Steve (Valceno Country) accompagnati quest'anno da GianluTx Dj.
Garantita come sempre l'ottima cucina, la birra ed il vino per un'altra grandissima delirante edizione!!!

Support Live Music!!!!!!!

18:13

Nancarrow - Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Breve ma trascinante questo disco della band di Graham Nancarrow, bella realtà del panorama alt-country californiano, tra fascinazioni rock e amore per la tradizione sulla falsariga di Steve Earle, Old 97’s e White Buffalo, alcune delle loro grandi influenze. Country music ‘Bakersfield style’, inflessioni rock’n’roll, l’amore per Hank Sr., la freschezza e il vigore di certo ‘cowpunk’ che in California ha avuto negli anni tanti adepti, tutto questo è il suono dei Nancarrow che con “Heart” promettono un futuro certamente brillante e pieno di soddisfazioni. “Party” è uno dei manifesti più significativi della band, divertente e pieno di vitalità, con accenni quasi ‘irish’ e un’atmosfera particolarmente ‘festaiola’, “Fun” è una eccellente melodia che coinvolge per la sua bellezza e per un’interpretazione ruvida e certamente riuscita, “I’m Gone” ricorda gli inizi di Dwight Yoakam con un suono essenziale e la chitarra elettrica di Tommy Andrews che ‘fa i numeri’, “Second Last Resort” è più rilassata ma sempre frizzante grazie agli intrecci tra chitarra elettrica e steel (nelle mani di Russell Hayden), “Heart” invece rialza i toni con il suo ritmo indiavolato a la Jason & The Scorchers mentre “Smokey Tavern” chiude un disco che lascia un po’ l’amaro in bocca per la sua brevità con un’altra performance di qualità, un’altra country song da ricordare. Joe Weisiger, co-fondatore dei Nancarrow, al basso e Ron Kerner alla batteria completano una line-up affiatata e coesa che attendiamo ad una prossima uscita con un disco magari più lungo ma con la stessa verve e bravura. www.nancarrowmusic.com .
Remo Ricaldone

18:08

Grand Old Grizzly - Grand Old Grizzly

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Grand Old Grizzly è una nuova interessante band che arriva da Houston, Texas e che si pone in quell’affollata scena alt-country e americana che tanto ha dato alla musica delle radici d’oltreoceano. Will Thomas ne è il leader, autore della maggior parte del materiale, voce solista e in qualche modo colui che ha modellato un suono che ha punti in contatto con Uncle Tupelo, Old 97’s e, in certi momenti, il Tom Petty più roots. Mark Riddell (basso, tastiere e percussioni) e il batterista Paul Beebe sono gli altri membri, con l’aggiunta esterna in questo disco delle chitarre e della pedal steel di Craig Feazel, di Hunter Perrin e del banjo di Dustin Welch, figlio del grande Kevin, ospiti dal notevole ‘peso specifico’. Il disco omonimo dei Grand Old Grizzly fotografa con chiarezza lo stato di una band che negli ultimi anni si è fatta un bel nome nell’area di Houston ma che ora sta uscendo nel resto dello Stato e che, secondo speranze ben riposte, può fare un salto di qualità ed affiancarsi alle band più in vista a livello nazionale. A questo proposito la recente ‘apertura’ di concerti dei Blackberry Smoke può essere un buon viatico ad una loro meritata affermazione. Undici brani, undici momenti in cui si alternano country music, rock, attitudini quasi western e tutta la passione per i suoni che ci ha regalato il Lone Star State in questi anni, per un lavoro ricco di spunti interessanti e di un songbook già intrigante e vario. Da “The Mad Ones” che apre molto positivamente l’album a “Tallahassee”, una delle preferite dai fans e non solo, dall’acustica “Morning”, uno dei brani che vede protagonista il banjo di Dustin Welch alla cristallina “I Was Thinkin’” che avvicina i Grand Old Grizzly al cantautorato texano,  Robert Earl Keen in particolare, non mancano i momenti da ricordare e che rendono ancora più appetibile il disco. “Marvelistic Coward Band” è ancora guidata dal banjo e rafforzata da una pulsante sezione ritmica, “Approaching Cars” è ancora stilisticamente vicina a REK con le sue fascinazioni tra il West e il border con il Messico mentre “The Sundowners” mischia con estrema bravura canzone d’autore, country music e rock. Una ricetta musicale quella dei Grand Old Grizzly certamente già sentita e proposta da molti prima di loro ma presentata con grande genuinità e passione. E non è poco. www.grandoldgrizzly.com.
Remo Ricaldone



Una nuova vecchia storia quella dei Bastard Sons Of Johnny Cash, avventura musicale di Mark Stuart, grande autore e cantante che è il frontman di una delle migliori realtà della country music indipendente tra Texas e California. Cinque dischi nell’arco di una quindicina di anni, nessuna nota sprecata e un percorso coerente e sempre ispirato che ora si arricchisce con questo “New Old Story” che ci regala altre dieci perle nuove di zecca ma che hanno già il sapore dei classici. Già dal titolo “Highway Bound” mostra l’attitudine e l’amore per una country music ‘fedele alla linea’ con tanta pedal steel, fiddle e gran ritmo, “Well Worn Heart” è più melodica e dannatamente vera, niente lustrini, niente banalità. Proseguendo troviamo “No Honky-Tonks” legata a filo doppio ai grandi del genere, Willie, Waylon, Merle, Buck e via dicendo, “Poor Man’s Son”, altro gioiellino per il gusto della melodia e per la lucidità nel raccontare la dura vita di tutti i giorni, “Ain’t No Tellin’” delicata, acustica ed emozionante. “Leave A Light On” fresca e corroborante, “Into The Blue” che ricorda i migliori Mavericks per la sua vicinanza al border, “El Troubadour” story song ancora deliziosamente ‘mexican’, “New Old Story” pregna di tutto l’amore per la propria vita vissuta tra dance halls e honky tonks e “Bounds Of Your Heart”, accorata e romantica, mantengono alto il livello di un disco che senza difficoltà si pone come una delle cose migliori di questo 2014 in ambito country. Bentornato Mark, bentornati Bastard Sons Of Johnny Cash. www.bsojc.com.
Remo Ricaldone

22:10

Owen Temple - Stories They Tell / Live At The Saxon Pub

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Intelligentemente uniti in un unico doppio disco dalla tedesca Blue Rose qui in Europa, ecco i due album di Owen Temple pubblicati contemporaneamente a certificare il suo ottimo stato di forma artistica. E se il live al Saxon Pub di Austin, Texas inciso nel marzo del 2012 è una gustosa occasione per goderci un suo concerto con l’ormai fido producer Gabriel Rhodes alla chitarra acustica e con la sezione ritmica nelle mani di Josh Flowers al basso e Rick Richards alla batteria, “Stories They Tell”, il suo settimo lavoro in studio è un ulteriore passo in un discografia decisamente valida, un ulteriore e profondo sguardo al mondo di oggi attraverso una visione ironica, disincantata e sempre intelligente ed intrigante. Nel pur breve spazio di un disco singolo il live ci regala alcune perle del repertorio di Owen Temple, dalla eccellente “Medicine Man” (ripresa in una robusta versione dai Band Of Heathens) a “One Day Closer To Rain”, fino a “Mountain Home”, “Dirty South” e “Cornbread And Beans”, occasione ghiotta per apprezzare la sua vena melodica e le sue storie coinvolgenti. “Stories They Tell”, con le sue undici canzoni scritte in colalborazione con amici del calibro di Adam Carroll, l’ex Band Of Heathens Gordy Quist, Clay McClinton (figlio del grande Delbert) e A.J. Roach, prosegue nel solco dei precedenti lavori con un suono ampiamente collaudato in cui spiccano la pedal steel e il dobro di Tommy Spurlock, le armonie vocali di Colin Brooks e Jamie Wilson e i musicisti che lo accompagnano in concerto e che abbiamo citato per il suo live. L’atmosfera è spesso rilassata ed amichevole, i suoni in gran parte acustici, le canzoni spesso superiori alla media per incisività e acume, sin dalla bella accoppiata iniziale affidata e “Looking For Signs” e “Make Something”, entrambe composte dal solo Owen. L’allegorica “Cities Made Of Gold” è uno dei capolavori del disco, ambientato nel desertico Texas al confine con il Messico mentre “Man For All Seasons”, grazie alla sua fresca melodia, sarà certamente uno dei suoi classici dal vivo, “Be There Soon” è più country e cadenzata con un ottimo break di Tommy Spurlock al dobro, “Homegrown” è, come dice anche il titolo, profondamente radicata nel suolo texano, una ballata di grande presa. Da citare ancora sono “Johnson Grass” e “Six Nations Caledonia”, altre due canzoni che contribuiscono ad inquadrare la poetica di Owen Temple, un nome da affiancare tranquillamente al meglio del cantautorato del Lone Star State.
Remo Ricaldone

22:06

Grant Peeples - Punishing The Myth

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Grant Peeples è un musicista non facile da etichettare, un artista la cui visione musicale e il suo approccio non sono convenzionali, sia musicalmente che come tematiche. “Punishing The Myth” è il terzo disco prodotto da Gurf Morlix in un connubio artistico ormai consolidato, un rapporto anche umano solido e sempre foriero di buone vibrazioni. Disincantato, spesso critico, sempre originale, Grant Peeples propone un punto di vista alternativo ma che al tempo stesso rivisita influenze musicali classiche come blues, rock, country, folk, jazz. Il disco si ‘divide’ in due parti distinte a livello di sonorità e di ispirazione, una prima più grintosa, percussiva e movimentata e una seconda più riflessiva e melodicamente più rilassata. L’iniziale “You’re A Slave To Your Imagination” è uno dei momenti topici ed originali, dando voce a quella che lo stesso Grant definisce ‘l’anti-musa’, una sorta di ‘vocina’ che gli sussurra che tutto quello che sta facendo è inutile, una perdita di tempo. Ironica certamente ma anche profonda e personale. “Who Wouldn’t Thunk It?” è l’unica cover, scelta dal repertorio di Greg Brown, una delle voci più vicine alla concezione artistica del Nostro, mentre “The New American Dream”, “The Morning After The Coup” e “She Was A Wildflower” fissano con grande bravura le tante ispirazioni, da Kinky Friedman a Terry Allen, da Willie Nelson (specialmente nella bellissima “She Was A Wildflower”) a James McMurtry a Tom Waits. Nella seconda parte c’è da citare “Aunt Lou”, acustica e piena di riferimenti personali e di famiglia, eccellente ballata nella piena tradizione texana tra Guy Clark e Joe Ely, “The Hanging” con il duetto tra Grant Peeples ed Eliza Gilkyson, emozionante ed accorato e “It’s Too Late To Live In Austin”, talking blues di grande fascino che chiude un disco a cui approcciarsi con la voglia di conoscere e penetrare la musica di un artista dalle grandi doti e talento. Molto belle poi le voci femminili che accompagnano molte delle canzoni, da Sarah Mac ad Elizabeth Williamson, e l’apporto strumentale del producer Gurf Morlix, di Rick Richards alla batteria, di Gene Elders al violino e Brian Standefer al cello, tutti esperti sidemen di Austin, Texas. www.grantpeeples.com.
Remo Ricaldone

18:07

Whiskey Myers - Early Morning Shakes

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A distanza di quasi tre anni da quel grande affresco ‘southern’ tra rock e radici intitolato “Firewater” tornano i Whiskey Myers, band di Elkhart, East Texas che ormai è da considerare tra le migliori realtà del rock americano. “Early Morning Shakes” è più potente ed ispirato che mai, frutto di una maturazione che ha portato Cody Cannon e soci a diventare una delle punte di diamante di quella scena che unisce con passione il più nobile rock’n’roll alle proprie radici country e blues. Cody Cannon, sulle orme del mai dimenticato Ronnie Van Zandt, è la guida, sia dal punto di vista del materiale (frutto quasi interamente della sua penna) sia da quello del carisma e della forza interpretativa, Cody Tate e John Jeffers sono due chitarristi capaci di rinverdire i fasti di quel vero ‘wall of sound’ che furono i vecchi Lynyrd Skynyrd mentre Gary Brown al basso e Jeff Hogg alla batteria formano una granitica sezione ritmica. Affiatamento, feeling ed entusiasmo sono doti che i Whiskey Myers mostrano in ogni nota della loro musica, sia quando le atmosfere si fanno infuocate come in “Home” o nell’accoppiata iniziale di “Early Morning Shakes” e “Hard Roe To Row” (con la presenza della bravissima vocalist Kristen Rogers), sia quando emergono inflessioni più country come nelle splendide “Dogwood” e “Shelter From The Rain” (con la pedal steel di Robby Turner) o ancora nella rivisitazione, azzeccatissima, di “Need A Little Time Off For Bad Behavior” di David Allan Coe, uno dei padri della country music più ‘outlaw’. E così tutto il disco, nei suoi abbondanti cinquantadue minuti, cresce e appassiona ascolto dopo ascolto regalandoci altri grandi momenti come “Where The Sun Don’t Shine”, la più soft “Reckoning”, “Wild Baby Shake Me” che avvicina i Whiskey Myers a gente come Black Crowes e North Mississippi All Stars con cui certamente condividono idee e ideali e “Colloquy”, monumentale ballata posta in chiusura. Uno dei dischi dell’anno, senza se e senza ma.
Remo Ricaldone

18:05

The Palominos - Come On In

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da San Diego, California ecco una nuova band che rinverdisce i  fasti del cosiddetto ‘Bakersfield sound’, quella particolare branca della country music che negli anni cinquanta e sessanta fu la principale alternativa a Nashville. Suoni stringati e scintillanti, chitarre elettriche, pedal steel e armonie vocali curate e affascinanti, The Palominos ripropongono con gusto e fedeltà la musica che ha reso grandi Buck Owens, Wynn Stewart, Merle Haggard e, più recentemente, Dwight Yoakam, magari non aggiungendo nulla a quelle sonorità ma presentandocele con grande entusiasmo e freschezza. “Come On In” è il debutto della band dei fratelli Thomas e James Zurek, rispettivamente chitarre e basso, un invito ad assaporare quello che negli anni è rimasto un vero ‘trademark’, un sound che dalla sua nascita non ha perso nulla dell’originale fascino. Sette canzoni, poco più di un ep, ma un album che non ha una nota fuori posto, guidato dalla voce (e dalla chitarra acustica) di Lance Hawkins e sorretto dal drumming di Craig Packham che completa la line-up del combo californiano. Dall’introduttiva “Come On In” alla divertente ed ironica “You Provide The Heartbreak (I’ll Provide The Wine)” è un breve ma brillante viaggio nel tempo, nelle emozioni che ha sempre saputo regalare questa country music concepita al sole del ‘Golden State’ e si possono citare in blocco tutte le canzoni (tutte originali) quali begli esempi della bravura dei Palominos, da “What’s Her Name” e “No You Don’t”, da “It Could Happen To Anyone” a “Macon, Georgia” fino a “Mr. Used To Be”. Un disco questo da assaporare come una bella birra fresca, rinfrescante e corroborante e anche consigliato caldamente. www.thepalominos.com e www.randmrecords.com per ogni ulteriore informazione.
Remo Ricaldone

18:02

Darden Smith - Love Calling

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nato a Brenham, Texas nel 1962, Darden Smith può vantare una carriera discografica che supera il quarto di secolo, iniziata con il botto con uno splendido album intitolato “Native Soil” nel 1986 in cui apparivano ospiti come Lyle Lovett e Nanci Griffith e con una musicalità che lo accostava a Robert Earl Keen. Nel corso degli anni Darden ha diversificato la sua proposta anche grazie alla partnership con il cantautore inglese Boo Hewerdine, avvicinandosi a suoni meno roots ma non meno intensi e appassionati. Naturalmente tra alti e bassi ha continuato a sfornare dischi interessanti ed intelligenti ma questo suo esordio per l’etichetta nashvilliana roots Compass Records lo riporta ai suoi livelli migliori. Darden Smith ha sempre amato scrivere con altri suoi colleghi e “Love Calling” non smentisce questa sua abitudine regalandoci alcuni gioiellini come l’iniziale splendida “Angel Flight”, composta a quattro mani con Radney Foster. Proprio l’amicizia con il musicista di Del Rio, Texas è uno dei punti forti del disco, con la bellissima “Mine Till Morning” su tutte e le emozionanti “Better Now” e “Favorite Way”. “Reason To Live” è scritta con Jack Ingram, “Seven Wonders” con Harley Allen mentre tra le canzoni composte ‘in solitaria’ meritano una menzione la cristallina “Medicine Wheel” e “Baltimore”, due tra le sue più belle creature. Due brani live arricchiscono poi la versione deluxe, una sorprendente “I Say  A Little Prayer” dall’amplissimo songbook di Burt Bacharach e una rilettura acustica della canzone che dà il titolo all’album superiore all’originale e vicina come spirito a un songwriter come Bruce Cockburn. Azzeccata la produzione della coppia Jon Randall Stewart e Gary Paczosa, eccellente il contributo di alcuni ‘Nashville cats’ come Dan Dugmore alla pedal steel, John Jarvis alle tastiere, Byron House al basso, Pat Bergeson alle chitarre e i contrappunti vocali affidate alla brava Jessi Alexander, Shawn Colvin e allo stesso Radney Foster.
Remo Ricaldone

11:26

The Mallett Brothers Band - Land

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sulle scene dal 2009 e con tre dischi alle spalle, la band guidata da Luke e Will Mallett sono passati da grande band locale ad una delle migliori realtà della scena alt-country nazionale, un sestetto di grande forza e grinta che con questo “Land” ha prodotto un eccellente disco, uno dei più belli dell’anno scorso. Se già il precedente “Low Down” dava adito ad un processo di maturazione che stava portando il gruppo di Portland, Maine ai vertici in fatto di ispirazione ed estro, è certamente con questo loro ultimo album che la sintesi delle loro varie influenze viene presentata al meglio, tra country music e rock’n’roll. L’aver fatto poi da ‘apripista’ a gente del calibro di Josh Abbott Band, Turnpike Troubadours, Charlie Robison, Blackberry Smoke e 38 Special tra gli altri e calcato i migliori clubs d’oltreoceano come il Continental Club di Austin e il Bluebird Cafe di Nashville  ha sancito la crescita di una grande gruppo. Già dalla apertura affidata ad un vero gioiellino come “Blue Ridge Parkway” in cui appare Dave Mallett, grande figura del cantautorato americano e padre dei due leader della band, non possiamo non apprezzare passione e talento profusi in quantità. Dal travolgente rock’n’roll di “Little Bit Of Mud” alle sonorità più soffici di “In The Fold”, tra questi due estremi ci sono tutte le sfumature di un suono che racchiude il meglio della musica americana delle radici, tra taglienti chitarre elettriche e l’uso di steel, mandolino e dobro. “Farmer’s Tan”, la notevole “Take It Slow”, “Goodnight” (texana fino al midollo), “Somethin’ To Lean On”, “Getaway Queen” e “Piece Of Land” nobilitano poi questo lavoro rendendolo caldamente consigliato. www.mallettbrothersband.com.
Remo Ricaldone

11:23

Drew Landry Band - Sharecropper's Whine

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Drew Landry arriva dalla Louisiana ed è un interessantissimo musicista emerso grazie alla lungimiranza della coppia Scott H. Biram e Hank III che, nel corso di un loro tour assieme diedero la possibilità al loro roadie di proporre la propria musica. Da quel giorno Drew ha aperto i concerti di grandi nomi come Billy Joe Shaver, Cross Canadian Ragweed, Dwight Yoakam, David Allan Coe, Doug Kershaw e molti altri, esprimendosi con talento in un gustoso mix di country, folk e roots rock. Un paio di validi prodotti e poi questo “Sharecropper’s Whine”, lungo (più di 75 minuti e 17 brani) ed articolato lavoro che doveva anche essere la colonna sonora di un documentario mai pubblicato dal titolo “Last Man Standin’”, una delle sue più intense canzoni per cui Kris Kristofferson ha speso parole più che positive. Il disco ha avuto una genesi particolarmente sofferta ed ora esce con l’aggiunta di tre composizioni che arricchiscono un insieme che ci regala ottima musica e numerosi spunti di interesse. Su tutto c’è naturalmente “Last Man Standin’” ma anche la title-track in cui sembra rivivere lo spirito di Levon Helm grazie ad una splendida melodia, “Lap Of Luxury”, tra Steve Earle e John Hiatt, “Out West”, ballata di grande spessore, elettrica e tagliente, “Carry My Cross” con il suo fascino roots e una bella accoppiata slide/fiddle, l’evocativa e folkie “Over There”, la lunga ed ispirata “Sangre De Jesus” ambientata naturalmente sul border, le suggestioni nostalgiche di “Open Range” in cui rivive un West ormai lontano dal mito, la rauca e bluesy “3rd World Country Blues” e “Gone Home” in cui riprende la melodia del classico di Sam Cooke “Bringing It On Home To Me”. Drew Landry è un eccellente storyteller capace di mantenere alto l’interesse anche in un disco così lungo, ha le radici giuste ed entra di diritto in quella schiera di musicisti che sanno unire country music, canzone d’autore, blues, southern rock e, nel suo caso, un pizzico di retaggio della Louisiana. Merita assolutamente la vostra attenzione.
Remo Ricaldone 

09:38

Jason Eady - Daylight & Dark

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Dopo il buon successo ottenuto con il precedente “AM Country Heaven” che ha raggiunto buonissime posizioni nella chart di Billboard, il nuovo disco di Jason Eady, ormai una delle migliori voci di quella scena roots tra country music e folk, si affida ancora alla produzione di Kevin Welch, rivelandosi ancora più bello ed intenso del già ottimo predecessore. Jason è un cantante maturo ed estremamente espressivo e un autore sempre di grande efficacia, capace di raccontare l’America delle backroads come raramente capita in ambito country, aiutato in questo “Daylight & Dark” da un suono perfetto per le sue canzoni, ritagliato sulla sua personalità con intelligenza ed estro, affidato ad alcuni tra i nomi migliori e meno stereotipati della scena nashvilliana, da Richard Bennett alle chitarre elettriche ed acustiche a Fats Kaplin, veramente straordinario a steel guitar e fiddle. Le armonie vocali deliziose di Courtney Patton e Chris Schlotzhauer danno poi un tocco in più e contribuiscono ad aumentare il tasso poetico di una serie di brani difficili da dimenticare. Courtney è poi ispirata partner compositiva il cui apporto è notevole nelle peraltro eccellenti “The Other Side Of Abilene”, “We Might Just Miss Each Other” e “Lonesome Down And Out”, toccanti ed intime considerazioni sui rapporti interpersonali. E’ comunque tutto il disco a muoversi su livelli notevolissimi, dall’iniziale “OK Whiskey” che mostra subito quale sia il grado di forma di Jason Eady alla conclusiva ‘bonus track’ “A Memory Now’, texana fino al midollo, scritta a sei mani con Jim Lauderdale e Hayes Carll e con la presenza di quest’ultimo e del leader degli amati Turnpike Troubadours, Evan Felker. In mezzo sono ancora da citare la bella title track firmata da Jason e da Jamie Wilson, “One, Two..Many”, “Late Night Diner” della coppia Adam Hood e Pete Anderson e “Whiskey & You”, magistrali esempi di come, con semplicità, cuore e passione, si possa fare ancora country music credibile ed entusiasmante fuori dai banali schemi in cui troppo spesso viene confinata.
Remo Ricaldone

09:35

W. B. Givens - Locomotion

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Un altro nome nuovo si affaccia sul ricco panorama roots americano, un nuovo personaggio che nobilita la scena di East Nashville, la faccia più genuina e propositiva di Music City. W. B. Givens è cresciuto nella fertile ‘Hill Country’ del Mississippi settentrionale tra country music, bluegrass e folk e, dopo un breve periodo in cui ha vissuto ad Asheville, North Carolina, ha scelto di stabilirsi nella città del Tennessee dove ha trovato stimoli ed opportunità in un ambiente ricco di grande musica. La sua è una country music dalla forte connotazione melodica sulla quale inserisce una naturale propensione per la canzone d’autore, raccontando con passione luoghi e suoni che fin da piccolo ha assimilato, con una voce evocativa ed interessante. “Locomotion” si può considerare un perfetto manifesto attraverso il quale possiamo penetrare la sua musicalità, semplice ma decisamente vera e sincera. “Oh My God” è perfetta quale inizio di un viaggio sonoro che a mano a mano si arricchisce di connotati personali ed originali, un midtempo in cui è notevole il ruolo del fiddle in una melodia che ammalia. “Family Stone” è più intima e autobiografica, “The Desert” è ancora pregevole con il suo arrangiamento acustico e begli interventi di banjo e fiddle, “Low Fuel” è frizzante e divertente con l’apporto basilare della steel guitar che detta i tempi. W. B. Givens mostra talento e freschezza, gusto per la tradizione che emerge un po’ in tutte e undici le canzoni che compongono “Locomotion”, dalla vivace “Come Sunday” a “Death In The Afternoon”, ballatona caratterizzata dal bell’accostamento tra chitarra elettrica e steel, passando per l’acustica “Me, Andrew Marvell” e la bella country song “Back To Church”, altri due esempi della bontà della proposta. www.wbgivens.com.
Remo Ricaldone

10:43

Nathan Bell - Blood Like A River

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quando un musicista riesce a risultare intenso, espressivo e mai tedioso usando quasi soltanto la sua voce e la sua chitarra, allora vuol dire che dietro c’è un ‘body of work’ di prim’ordine, una forza rara a trovarsi. Pochi sono i songwriters in grado di tenere alta l’attenzione durante tutto un disco grazie solo alle loro canzoni, al loro senso melodico, alla tensione con la quale propongono le loro ‘creature’. Mi vengono in mente in questo senso Chris Knight, James McMurtry e John Prine, tre nomi ai quali possiamo certamente accostare Nathan Bell, artista nativo del Tennessee sulle scene ormai da molti anni pur rimanendo uno dei tanti ‘best kept secrets’ in terra americana. Negli anni ottanta in coppia con Susan Shore e poi, più recentemente, con una produzione solista pregna di poesia e sentimento, Nathan Bell ha maturato una vena sempre più introspettiva e solida, decisamente scarna negli arrangiamenti ma sempre calda e rimarchevole dal punto di vista letterario. Già un disco come il recente “Black Crow Blue” ce lo consegnava come ottimo poeta e disincantato osservatore dell’America di provincia in tutte le sue più intricate rappresentazioni, mentre questo “Blood Like A River” gli fa fare un ulteriore grande passo in avanti verso una possibile e meritata consacrazione. Concepito e registrato nel corso di un mese, l’album lo vede come unico protagonista, anche come produttore ed ingegnere del suono. Dodici canzoni formano un lavoro ispirato e sincero, quasi un’esperienza catartica che Nathan Bell ha vissuto giocando sulle emozioni, su personaggi e situazioni che, in molti casi, meriterebbero una versione cinematografica o teatrale, tale è la loro energia. Pochissimi sono gli ‘overdubs’, anche in questo caso decisamente azzeccati. Dall’introduttiva “Names” a “All But Gone” che chiude il cerchio letterario ispirandosi agli scritti dello sconosciuto (qui da noi) Gaylord Brewer, è tutto un susseguirsi di amori, lotte, bevute, viaggi, insomma l’essenza della vita. “Really Truly”, “Fade Out”, “The Snowman”, “Blue Kentucky Gone (She Sang The Blue Kentucky Girl)”, “Turn Out The Lights”, “Fathers And Mothers” sono solo alcuni dei titoli che occupano uno spazio importante nel suo cuore e che contribuiscono fattivamente alla riuscita del disco. Folk, country, blues, soul e rock…tutto in un disco quasi solo per chitarra e voce. Scusate se è poco. www.nathanbellmusic.com.
Remo Ricaldone

Ci siamo già occupati di David Newbould in occasione del suo più recente album intitolato “Tennessee”, vera piacevolissima sorpresa di questi ultimi mesi. Questo interessante concerto, intelligentemente pubblicato in versione audio e video, ci presenta il musicista canadese nel suo periodo texano (attualmente risiede a Nashville), on stage in un piccolo club di Austin affiancato da una belle serie di amici che i lettori di Lone Star Time sicuramente conosceranno, da Redd Volkaert alla chitarra elettrica alla lap steel e al dobro di Cindy Cashdollar alle voci di Wendy Colonna e Beth Garner, quest’ultima anche al banjo. “The Long Way Home – Live From Austin” è quindi un buon compendio della produzione precedente di David Newbould, un lungo viaggio attraverso momenti riflessivi e momenti più movimentati e vivaci. Buon uso del piano, nelle mani di Dave Madden, inserimenti di pedal steel e violino e soprattutto il ‘songbook’ di un artista già maturo e capace. 73 minuti in cui possiamo apprezzare canzoni come “Goldmines”, “It Can Always Be Worse”, l’accorata “Old Friend”, la corale “Nobody Loves Me Like You Do” pregna di ‘Texas feeling’, la lunga, notturna e sinuosa “Something To Lose” arricchita dalle ‘nuances’ jazz della tromba di Steve Zirkel e i deliziosi intrecci tra piano e chitarra acustica di “Come What May”, momenti che aiutano a tracciare il profilo di un songwriter valido, la ‘preparazione’ al già citato “Tennessee”. www.davidnewbould.com.
Remo Ricaldone

11:07

The Deadfields - Often Wrong Never In Doubt

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Chi ha avuto l’occasione di accostarsi al loro debutto intitolato “Dance In The Sun” ricorderà una band pimpante, divertente, genuina e soprattutto indissolubilmente legata alle proprie radici, quelle tra country music, folk, bluegrass e rock che sono di casa nel Deep South. Proprio da quelle zone arrivano i Deadfields, quintetto formatosi tra South Carolina e Georgia che conferma con questo loro secondo disco quanto di buono era stato detto in occasione del precedente. Il gusto per la melodia, voci e strumenti (spesso acustici con largo spazio a banjo, dobro, mandolino e pedal steel) che si fondono perfettamente e quel senso di divertimento che pervade le loro canzoni (tutte originali tranne una personale rivisitazione di “All Apologies” firmata da Kurt Cobain): tutte peculiarità che ritroviamo intatte e che rendono la loro formula musicale, certamente non rivoluzionaria ma dannatamente piacevole, vincente. “Often Wrong Never In Doubt” già dal titolo rimarca un ‘sense of humour’  sempre presente e coinvolge subito l’appassionato di roots music per passione e forza interpretativa. “Cuttin’ Ties”, la title track “Often Wrong Never In Doubt”, “The Spark” (un country & western di ottima caratura), la nitida melodia di “Keep Me Clean”, la robusta “The Road Beckons” che li avvicina al classico suono roots rock texano degli ultimi anni, “Good Enough”, ballata dall’andatura mossa ed interessante, la già citata bella cover dei Nirvana di “All Apologies” e la grinta di “If It Don’t Matter” sono a mio parere i momenti che si fanno ricordare e che rappresentano un po’ la spina dorsale dell’album. Un album interpretato con sagacia e maestria da una band che si è saputa ritagliare un posto tra le cose più interessanti proposte dalla scena indipendente americana. www.thedeadfields.com.
Remo Ricaldone

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