17:22

Thom Chacon - Thom Chacon

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Thom Chacon è un songwriter di Durango, Colorado che, con questo suo terzo album, si pone come una delle più intriganti realtà del cantautorato roots americano. Ottima penna, voce interessante, arrangiamenti asciutti e lineari, le giuste influenze che vanno da Dylan a John Prine, dallo Springsteen più acustico alla grande tradizione texana in fatto di canzone d’autore, Thom Chacon ci regala un disco ricco di spunti, uno sguardo disincantato al cuore dell’America di provincia. Dodici canzoni in cui le storie e i protagonisti sono dannatamente veri, profondi e significativi e il senso della melodia spiccato e generosamente riverente. “Juarez, Mexico” con l’accordion di Aran Schierbaum, la purezza di “American Dream”, il fascino di “Innocent Man” e di “A Life Beyond Here” contraddistinte entrambe da una sempre fascinosa armonica, “Alcohol”, amara e passionale, la più robusta “Ain’t Gonna Take Us Alive” (dietro a Mr. Chacon c’è la sezione ritmica degli ultimi dischi di Bob Dylan, Tony Garnier al basso e George Recile alla batteria, scusate se è poco) mostrano un musicista completo e maturo, pronto per dire la sua nell’attuale panorama d’oltreoceano. Da sottolineare ancora “Big River”, “Amy”, una “No More Trouble” che mi ricorda il Bruce Springsteen di “Devils & Dust” e l’accoppiata finale formata da “Bus Drivin’ Blues” e “Grant County Side” che hanno lo stesso fascino di gente come Owen Temple e Jason Eady ai quali mi sento di accostare Thom Chacon. Un artista da conoscere e da seguire, una bella sorpresa e un godibile esempio della vitalità dell’american heartland. Per ulteriori infos, comprese le interessanti liriche, consiglio una capatina al suo sito web: www.thomchacon.com.
Remo Ricaldone

17:19

Yvette Landry - No Man's Land

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Yvette Landry, musicista (e molto altro) che proviene dal cuore cajun della Lousiana, conferma con questo secondo album quello che di buono si era detto su queste ‘pagine’ in occasione del suo debutto intitolato “Should Have Known”. La sua è una country music vibrante e profondamente onesta, pregna di inevitabili inflessioni cajun ma anche di uno spirito che la accomuna a molta della musica che si produce in Texas. Non a caso alle session che hanno portato alla nascita di “No Man’s Land”, i nomi di gente come Cindy Cashdollar e dell’ex Lost Planet Airmen di Commander Cody Bill Kirchen si affiancano a Dirk Powell, Joel Savoy e Richard Comeaux (eccellente steel guitarist) unendo idealmente Lone Star State e Louisiana. I riconoscimenti ottenuti con il suo esordio e la conseguente attività live a suo supporto hanno ulteriormente affinato capacità e doti limpide, esaltando l’amore per l’honky tonk più classico e per le proprie radici. Lo sforzo compositivo dell’artista di Breaux Bridge è qui sublimato da dodici nuove canzoni (più una azzeccata cover) e da una freschezza che molte sue blasonate colleghe si sognerebbero di avere. Da “Dog House Blues” a “Three Chords And A Bottle” (una vera dichiarazione di intenti), da “Forever Cowboy” alla festaiola “Yeah, You Right!” tra blues, country e zydeco, fino alle pregevoli “Lord, I Get High” bella ballata di Matt Kline, alle suggestioni ‘old timey’ di “I Love To Lay You Down”, all’eccellente “Little Gold Band” e alla significativa “What In The Hell They Did Back Then”, assistiamo ad una selezione estremamente godibile e perfettamente in linea con la country music più genuina, oggi troppo spesso confinata entro uno sterile guazzabuglio di pop e mainstream rock (!). Merito di produzioni come queste che gli appassionati possono apprezzare l’anima di una tradizione profonda e ancora in grado di ‘graffiare’ come nel caso di Yvette Landry. www.yvettelandry.com.
Remo Ricaldone

17:15

New American Farmers - Brand New Day

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dietro al nome New American Farmers ci sono Paul Michael Knowles e Nicole Storto, per una decina di anni anima e corpo dei Mars, Arizona, alt-country band con all’attivo una manciata di dischi e una buona, anche se locale, fama nei circuiti indipendenti americani. Il cambio di nome coincide con l’uscita di questo “Brand New Day”, inciso a Berkeley, California, un lavoro fresco e vitale in cui rivive l’amata ‘cosmic Americana’, un suono dove country music e suggestioni sixties si miscelano con passione e sentimento. Pedal steel a profusione, quasi come Sneeky Pete Kleinow o Buddy Cage fossero ancora protagonisti, un songwriting che omaggia gente come Gram Parsons o i Son Volt, un approccio decisamente positivo. “Everywhere” che si giova del banjo di Gene Parsons, la vivida title-track, la sognante “Sad Hotel”, la quasi byrdsiana “Don’t Wait For Me Here” dalle armonie vocali pregevoli e con la tromba di Ara Anderson della band di Tom Waits a ricreare certe atmosfere care ai Calexico, queste sono le prime canzoni che ci introducono ad un disco al tempo stesso nostalgico e profetico, in bilico tra passato e presente. “Can’t Get It Out Of My Head” è sorprendente, dal repertorio degli ELO e dai rimandi beatlesiani, “Faking The Divine” è acustica e ancora vicina allo spirito di Roger McGuinn o ad un Tom Petty leggero e ‘bucolico’, “Good And Sober” ha nei propri geni la country music più tradizionale pur con un’aura contemporanea, “Open Arms” gioca ancora tra acustico ed elettrico, tra tentazioni pop anni sessanta e le radici, “Hypocrite” sposta il baricentro verso climi più rock, “How Do We Do It?” è più riflessiva e pianistica e chiude di fatto un album piacevole, certamente non un capolavoro ma che riserverà più di un momento da ricordare. La prima ‘uscita’ dei New American Farmers è da considerare positiva. www.newamericanfarmers.org.
Remo Ricaldone











































LONESTARTIME PRIVATE ANNIVERSARY PARTY 2013
SPECIAL GUEST: JASON BOLAND (TEXAS)
1 MAGGIO 2013 @ VIZI DEL PELLICANO (Fosdondo, Reggio Emilia)


Senza Jason Boland probabilmente LonestarTime non esisterebbe nemmeno! Pezzi come Proud Soul o Somewhere Down In Texas, giusto per citare un paio di esempi, sono stati fondamentali nella nostra formazione musicale/sentimentale…lì c’è tutto il dna di quello che…siamo!...colonna sonora portante di serate memorabili…amicizie benedette da birra e whiskey…km su km e viaggi al confine dei nostri limiti….amori nati, alcuni prontamente disintegrati e altri miracolati…e soprattutto il divenire della maledetta “family” di Lonestartime!
Dopo più di dieci anni passati su e (soprattutto) giù dai palchi ad organizzare eventi che potessero promuovere e raccontare al meglio quello che ci piace della musica…quello che ci piace di chi la suona…non potevamo farci un regalo migliore di Jason per festeggiare il nostro anniversario.
Questa serata è dedicata a tutti quelli che ci hanno accompagnato fin dall’inizio e vogliamo che sia l’occasione di rivedere un bel gruppo di vecchi amici e “parenti”…vogliamo scavare nella memoria …vogliamo le lacrime e sentirci vivi una volta di più!
Boland, per conto suo, non ha bisogno di molte presentazioni; è uno degli eredi naturali del classico movimento outlaw ed esponente imprescindibile della scena Red Dirt; honky tonk e pura country music sono il suo pane quotidiano; consacrato da leggende come Billy Joe Shaver e Bob Childers qualche volta ha visto l’inferno ma è sempre tornato indietro a raccontarcelo; sarà accompagnato sul palco dal prestigioso fiddle di Nick Worley, nostra vecchia conoscenza e straordinario musicista che arriva dalle fila di band come Cooder Graw e Cory Morrow (con il quale lo abbiamo visto in azione proprio in un leggendario concerto italiano di qualche anno fa!); in queste date italiane verranno suonati in anteprima i brani inediti del nuovo album “Dark & Dirty Mile” in uscita il prossimo 14 maggio.
Il tutto verrà straordinariamente celebrato al club “I Vizi Del Pellicano”, fantastico locale dall’accoglienza eccezionale e che, tra le particolarità, offre una speciale scelta di birra artigianali assolutamente da provare in grande quantità!!! Possibilità di cenare e mangiare qualcosa!

Importante: essendo un private party si entra su prenotazione obbligatoria iscrivendosi in lista; per ogni informazione e confermare la vostra partecipazione contattare info@lonestartime.com o Max allo 3356924056 o Cri allo 3929123507.
Ci si vede sotto al palco…con tutta la pancia e con tutto il cuore possibile…nessun compromesso e nessun rimpianto!!!

10:23

Ted Russell Kamp - Night Owl

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Ted Russell Kamp, ormai ex sideman per Shooter Jennings, attività che lo ha fatto conoscere agli appassionati di suoni roots, firma con questo “Night Owl” il suo disco più personale ed introspettivo, un lavoro meditato e profondo in cui basilare è la collaborazione compositiva con musicisti come Will Hoge, Dave Gleason, Charlie Starr dei Blackberry Smoke ed Eric Paslay. Vocalmente è notevole e in molti momenti traspare l’affinità con un grande come Rodney Crowell, con cui a mio parere condivide anche una certa visione musicale e la ricerca, appassionata e accorata, di un percorso attraverso i dolori e le gioie della vita. “Night Owl” propone una ricetta classica che abbraccia naturalmente la country music ma al tempo stesso tutto quel coacervo di suoni che abitano il sud degli States, anche se ormai da alcuni anni Ted risiede a Los Angeles. Autobiografico e coinvolgente, “Night Owl” afferma ancora una volta quanto i continui tour in qualità di musicista abbiano forgiato un suono debitore nei confronti di città musicali come Nashville e Tulsa, Muscle Shoals e Austin, Los Angeles e Fort Worth. “When The Radio Goes Dead” era già apparsa su “Black Ribbon” di Shooter Jennings, “Santa Ana Winds” è la rilettura di una eccellente canzone di Katy Moffatt, “Smile Alone” fruttuosa partnership con il roots rocker nashvilliano Will Hoge, “Where Out West” con il country man californiano Dave Gleason. “The Last Drop” dal feeling tipicamente ‘dixieland’ ha un sapore molto anni settanta, “At The End Of The Day” è una ballata acustica con il violino della brava Bethany Dick-Olds, già con Kathy Mattea, “My Heart Has A Mind Of It’s Own”, dalla stessa influenza country, è un altro pezzo di bravura di Ted Russell Kamp, mentre “Another Love Song”, proposta in due versioni (la ‘Tulsa Style’ è fortemente debitrice con il suono di Leon Russell), spicca come una delle migliori del lotto. “Night Owl” è un disco da centellinare, da ascoltare con attenzione per apprezzarne le tante sfumature che andrebbero perse senza un approccio concentrato. Potrete così entrare nel mondo di Ted Russell Kamp, fatto di stanze di motel, backroads e fumosi barroms. www.tedrussellkamp.com.
Remo Ricaldone

10:19

Amanda Cevallos - I'll Never Honky Tonk You

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Amanda Cevallos è una country singer nata a Houston, Texas che rappresenta con freschezza e devozione l’ala più tradizionale della musica del Lone Star State. Dopo svariate esperienze, non solo musicali, che l’hanno portata a stabilirsi per un certo tempo nel Montana, nel 2009 è tornata nell’amato Texas stabilendosi ad Austin e trovando nello storico Broken Spoke il locale giusto dove farsi conoscere. Da quell’esperienza al diventare ‘opening act’ per gente come Derailers, Ricke Trevino, Django Walker, Jim Lauderdale e Todd Snider tra gli altri, il passo è stato breve e il suo nome ha cominciato a circolare tra gli addetti ai lavori per la sua purezza vocale e il suo amore per i suoni honky tonk e traditional country. Dopo un album in studio, un ep e un live ecco l’incontro con James Hyland che ha deciso di produrle questo “I’ll Never Honky Tonk You”, l’occasione ideale per un salto di qualità importante, con l’aiuto di alcuni tra i più bei nomi della scena texana. Non è da tutti avere nel proprio disco gente come Lloyd Maines a pedal steel e dobro, Kim Deschamps ancora steel e banjo, Earl Poole Ball al piano, Eric Hisaw, Redd Volkaert e Dale Watson alle chitarre, Warren Hood al fiddle e mandolino, Augie Meyers all’inconfondibile farfisa e molti altri in un lavoro brillante ed ispirato. Dieci canzoni, dieci momenti da cui emerge anche una ottima predisposizione compositiva (nove su dieci canzoni portano la sua firma, mentre l’unica cover è di Allen Reynolds) e un approccio che rimanda a quello di Kelly Willis, specialmente nelle ballate, con la stessa grazia e piacevolezza. Il singer songwriter Jonathan Terrell duetta con Amanda nell’intrigante “Good For Nothin’ But Each Other” mentre lo spirito di Robert Earl Keen aleggia nell’altrettanto notevole “Smithville”. La title-track e “Texas Hold Him” sono probabilmente quelle che si guadagneranno spazio nelle charts radiofoniche e assieme alla classica “He Won’t Stop Leavin’ Me Alone” (con la chitarra di Dale Watson e il piano di Earl Poole Ball!), alla deliziosa “Jose Guadalupe” e a “I Think I’m Goin’ Crazy” formano la spina dorsale di un album consigliato caldamente a chi ama la country music Texas-style senza compromessi. Un altro nome che arricchirà lo ‘spazio texano’ della vostra raccolta di dischi. www.amandacevallos.com.
Remo Ricaldone

10:16

Roy Sludge - Too Drunk To Truck

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dopo una lunga ed onorata carriera, Roy Sludge arriva ad un debutto che ci fa capire quanto ci siamo persi in tutti questi anni. “Too Drunk To Truck” è un disco di limpida country music che farebbe felici Johnny Cash, Dwight Yoakam e Dale Watson, i primi nomi che vengono in mente, una fresca e pimpante serie di ‘drinking and truckin’ songs’, un suono classico che è ancora terribilmente attuale. Roy Sludge fa parte del circuito musicale di Boston, Massachussetts nel quale per almeno un trentennio ha rappresentato uno dei segreti meglio custoditi per quanto riguarda la country music. Con la produzione intelligente di Ed Valauskas ed un combo assolutamente solido ed ispirato, Roy Sludge ha finalmente potuto ‘dare vita’ anche su disco alla sua visione musicale, pura e senza tempo. Duke Levine alla chitarra elettrica, Jim Haggerty al contrabbasso e Kevin Barry alla lap steel formano una backing band perfetta che omaggia i grandi del passato in modo sempre godibile in un repertorio formato da cover (Roy Rogers, Johnny Cash e addirittura Gun Club) ed originali. “Too Drunk To Truck” apre le danze con un piglio straordinariamente maturo e sicuro e l’album scorre piacevolmente attraverso toni western (“Stampede”), swing (“Steuben Street Blues”) ed inevitabilmente country. Titoli come “On Tap, In The Can, Or In The Bottle”, “Back The Truck Up”, “King Of The Open Road”, “Drive”, “Big Red” e “You Can’t Rock Me” mostrano il meglio di una proposta magari non rivoluzionaria ma che a mio parere è una vera boccata d’aria fresca, un rigenerante tuffo in una country music sincera e genuina. Non resta altro che ‘sintonizzarsi’ sulla sua lunghezza d’onda e lasciarsi stregare da queste canzoni.
Remo Ricaldone 

10:14

Marshall/Peery Project - Life's Too Short

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Il progetto in questione nasce nel 2005 grazie all’incontro tra Kenny Marshall, singer songwriter e chitarrista di Blue Springs, Missouri e il compositore e storyteller Kevin W. Peery, collaborazione che ha unito due talenti e miscelato americana, roots rock e tentazioni più acustiche e quasi bluegrass. “Life’s Too Short” è limpido esempio di amore per suoni sudisti che rimandano alla memoria artisti come Steve Earle, Buddy Miller e band come gli indimenticati Ozark Mountain Daredevils, conterranei di Marshall e Peery. Il disco non è sfuggito all’interesse di Radio Free Texas che l’ha inserito nella propria playlist, conseguentemente entrando nella loro chart e facendo conoscere agli appassionati il bel sound di un lavoro vario e piacevolissimo, bilanciato tra acustico ed elettrico, perfettamente assimilabile alle tante realtà che fanno della scena tra Texas e Oklahoma una delle più propositive da molti anni ormai. Un bel giro di chitarra elettrica, cori femminili che ricordano certe cose degli Skynyrds, una melodia diretta e decisa…questa è “Life’s Too Short”, title track che introduce l’album e fa subito capire che ci troviamo di fronte a musicisti che ci sanno fare. “Country Justice” si muove tra una country music ‘outlaw style’ e il southern rock tipicamente anni settanta con il banjo di Kenny Marshall che si insinua tra robuste chitarre elettriche, “On This Farm” è frizzante ed acustica, decisamente ‘bluegrass oriented’ mentre “Bourbon, Women And Too Much Time” è ballata elettrica tesa e impreziosita da un pickin’ chitarristico che non può non far pensare a Mark Knopfler. Le fresche melodie di “Don’t Have To Be Right” e di “Mr. Phelps” sembrano provenire da bands del Lone Star State, ancora con il banjo a contrassegnarle, l’accorata ed agrodolce “Swimming In My Own Regret” è una bella riflessione personale, “Runaway Train” è interpretata con forza e sentimento, “Daddy Wrote A Song” è commovente, splendida country ballad, “If Love Had A Chance” (che sfocia in una ‘hidden track’ acustica ancora quasi bluegrass) chiude il disco portandoci giù verso il border, cullandoci e toccando il cuore. Disco questo che conferma la vitalità di una scena indipendente che ormai rappresenta la miglior fonte di country music e roots music.
Remo Ricaldone 

10:10

Rob Lutes - The Bravest Birds

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Sono già sei i dischi prodotti da Rob Lutes, cantautore con base a Montreal, Canada il cui excursus musicale lo ha anche portato, con successo, al famoso festival di Kerrville, Texas. Dotato di una voce particolarmente espressiva, di un solido stile chitarristico e di una vena compositiva brillante, Rob si colloca con bravura in quel mondo ‘americana’ che di volta in volta strizza l’occhio al folk, alla country music e al blues. “The Bravest Birds” è un lavoro ispirato, proposto con una passione che emerge da ogni brano, giocato su atmosfere che vedono la preponderanza di strumenti acustici ma che spesso sono arricchite da chitarre elettriche e da una sezione ritmica che rimane sempre, con discrezione, dietro al protagonista. Le canzoni, interpretate con una vocalità roca e sofferta (in qualche momento mi ricorda il John Hiatt più acustico) mostrano un percorso di maturazione che ha raggiunto ottimi livelli, dall’iniziale “The Ship That Sails Today” (dalle forti similitudini con la poetica del grande Darrell Scott) alla magistrale cover di “Natural Disaster” di Loudon Wainwright III, dalle due preziose collaborazioni con il conterraneo Dale Boyle (altro talento da seguire) “Ithaca Waterfall” e “Look Out Boy” allo strumentale, frizzante, “Turning Point”. “Glory” è un altro dei momenti topici, acustico, dotato di un feeling notevolissimo, “The Tree” è quasi ‘chet atkinsiana’, suonata in punta di dita, sussurrata e appassionata, “Things We Didn’t Choose”, tanto per fare paragoni, mi ricorda le pregnanti ballate di Ray LaMontagne, “Floating” è abbellita dal sapiente violino di Josh Zubot, uno dei bravi quanto poco noti session men che danno un contributo fondamentale alla riuscita del disco. Un album per coloro che vengono ammaliati dalla canzone d’autore più legata alle radici del suono americano…un altro nome da tenere d’occhio. www.roblutes.com.
Remo Ricaldone

10:08

Jeff Black - B-Sides And Confessions Volume Two

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jeff Black è uno dei grandi poeti e storytellers che affollano la scena roots americana ma che, per qualche oscura ragione, a fronte di un notevole songbook ripreso da musicisti famosi, non hanno raccolto quanto meritato. Alison Krauss, Dierks Bentley, Waylon Jennings, i Blackhawk e molti altri hanno interpretato le sue canzoni facendo giustizia di un talento cristallino e contribuendo a rendere Jeff Black un ‘musician’s musician’ come si suol dire, amato e rispettato dai suoi colleghi. Con nove dischi all’attivo Mr. Black ha percorso un viaggio ormai sostanzioso e pregiato che merita di avere un pubblico più ampio. A due anni di distanza dal precedente “Plow Through The Mystic” questo suo nuovo lavoro ci regala un’altra manciata di canzoni che vedrei bene nella versione di grandi della musica americana ma che, grazie ad una bella voce baritonale, talvolta arrochita e sempre espressiva, reggono molto bene l’approccio dell’appassionato. Chitarre, tastiere, basso ed armonica sono nelle mani dello stesso Jeff Black, coadiuvato dal mandolino e dal fiddle di Sam Bush, dalla chitarra ‘resofonica’ e dalla lap steel di Jerry Douglas, dalle percussioni di Kenny Wright e dalle armonie vocali delle bravissime Matraca Berg e Gretchen Peters. Molti sono i brani che meritano di essere citati, dalle magnifiche “Molly Rose” e “Alice Carry” (quest’ultima perfetta per la voce di Lyle Lovett), due gemme decisamente una spanna sopra la media, a “Good Old Days” di cui Bonnie Raitt potrebbe innamorarsi perdutamente, fino alle ottime “Miss Me”, la cadenzata “An Evil Lesson Is Soon Learned”, la breve e bluesy “All Right Now” con lo stesso ‘mood’ del Dave Alvin più acustico e roots, le accorate “Avalon” e “Impala” e la delicata “Remain”. In effetti le ho citate quasi tutte, ma tale è la sensazione di coesione e unità delle canzoni che formano questo “B-Sides And Confessions Volume Two” che è quasi inevitabile. Un album che conferma la grandezza di Jeff Black e che nobilita la scena cantautorale statunitense. www.jeffblack.com. Remo Ricaldone

17:23

Rich Mahan - Blame Bobby Bare

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Rich Mahan è con questo suo disco intitolato “Blame Bobby Bare” al debutto solista discografico, dopo un buona gavetta tra St. Louis, Los Angeles e Nashville, esperienze in ambito alt-country con la band Shurman di cui è stato co-fondatore e le radici giuste con un debole per gli ‘outlaws’ della country music tra cui David Allan Coe, Kinky Friedman, Johnny Paycheck e appunto Bobby Bare. Dieci canzoni che si gustano in un ‘sorso’, dieci esempi di un percorso artistico che fanno di questo album un punto di arrivo e al tempo stesso di partenza verso una carriera che può riservare a Rich Mahan grandi soddisfazioni. Niente è lasciato al caso, a partire dal produttore, quel Brian Harrison (già con Shelby Lynne) che riesce a far risaltare le doti compositive ed interpretative di Rich, fornendogli una serie di musicisti eccellenti, dalla pedal steel di Robby Turner, protagonista di mille sessions, all’armonica di P.T. Gazell, per anni dietro a Johnny Paycheck, dalla voce di Bekka Bramlett, figlia dei grandi Delaney & Bonnie alla batteria di Bryan Owings (Emmylou Harris, Delbert McClinton e Tony Joe White), all’ottimo chitarrista JD Simo. Una sola cover presente, inevitabilmente di Bobby Bare, una nitida cover di “Put A Little Lovin’ On Me” che fu un hit nel 1976 tratta dall’album “The Winner And Other Losers”; il resto delle canzoni è tutto firmato da Rich Mahan che passa con brillante naturalezza dalle tonalità mexican di “Tequila Y Mota” al classico ‘outlaw style’ di “Mama Found Me A Bong”, dai suoni che ricordano la Band di “Overserved In Alabam” alla spigliata “The Hills Of South Dakota” tra country e suoni southern (con l’inimitabile armonica di P.T. Gazell). “Money In The Bank”, con la bella slide di JD Simo è un altro dei momenti più positivi del disco, così come l’irresistibile fascino ‘outlaw’ di “Rehab’s For Quitters” (con il dobro di Robby Turner in evidenza) e di “I’ll Get Off The Booze”. “A Saturday night album of love songs for the barstool impaired” è la giusta definizione del ‘mood’ di questo “Blame Bobby Bare”, un lavoro riuscito e caldamente consigliato. www.richmahan.com. Remo Ricaldone

17:21

Jarrod Dickenson - The Lonesome Traveler

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jarrod Dickenson è un nuovo, interessante nome da appuntarsi se si ama la canzone d’autore che rivisita le radici con forza abbinando folk, blues e country ad un’attenzione viscerale per la letteratura e per i temi pressanti del sociale. Da Waco, Texas ad Austin con l’amore per il songbook di Townes Van Zandt e di Guy Clark, per il blues di Howlin’ Wolf e Steve Ray Vaughan e per i libri di John Steinbeck, Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, Jarrod Dickenson ha lasciato la terra natale per vagabondare attraverso gli States in un viaggio che lo ha portato a stabilirsi a New York. Nel 2008 il suo primo album intitolato “Ashes On The Ground” lo ha fatto conoscere a livello locale ma è con questo “The Lonesome Traveler” che Jarrod merita un riconoscimento ed un’attenzione degna di musicisti che lo hanno influenzato profondamente come Ray LaMontagne, con il quale condivide più di un aspetto artistico. La co-produzione è, non a caso, nelle mani di Ryan Freeland che ha lavorato con Ray e che ha cucito sulle canzoni di Jarrod Dickenson un suono limpido e ispirato, con l’aiuto di un manipolo di strumentisti come lo straordinario Greg Leisz (anche lui con Mr. LaMontagne) a chitarre elettriche, steel e mandolino, David Piltch al basso, Jebin Bruni alle tastiere, Sebastian Aymanns alla batteria e il violoncellista Richard Dodd, nomi non notissimi ma di grande esperienza e gusto. “The Lonesome Traveler” è composto da dodici canzoni magistralmente interpretate, dodici quadretti in cui la voce matura ed evocativa del protagonista è perfetta nel raccontarci storie di sofferenza (“No Work For A Working Man”, eccellente), di nostalgia, di amore, di disillusione, di emarginazione ma anche di speranza e di sogno. “Ain’t Waiting Any Longer”, “Rosalie”, “Back To Eden”, “I Remember June”, le venature bluesy di “Little Black Dress”, “Come What May” e “Ballad Of The Lonesome Traveler” sono brani che entrano presto sotto pelle e ci cullano con il loro sapore agrodolce. Un disco di grande valore per un texano che ha trovato il proprio equilibrio viaggiando in lungo e in largo nel grande continente americano, assorbendo suoni e storie che ne hanno forgiato una personalità notevole. www.jarroddickenson.com. Remo Ricaldone

17:18

The Bean Pickers Union - Better The Devil

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dietro al curioso nome della band c’è la figura di Chuck Melchin, cantante, autore e musicista che negli ultimi venti anni si è proposto come una delle voci più interessanti della scena americana e alt-country del nord est statunitense, raccontando con le proprie storie l’America rurale e di provincia, dipingendo allo stesso tempo la bellezza e la durezza del vivere ‘ai margini’. L’esordio dei Bean Pickers Union era avvenuto nel 2007 con “Potlatch”, un disco che definiva con acume e scaltrezza un suono tra country e folk decisamente intrigante. Da allora si sono susseguiti tour solisti e una ricostituzione della band che è sempre rimasta negli anni molto variabile. L’uscita del secondo disco con la propria band è quindi per Chuck Melchin occasione per fare il punto della sua carriera e per ritrovare quelle atmosfere evocative e profonde che lo hanno fatto apprezzare da critica e pubblico che segue la scena indie americana. La rivista Twangville ha definito le sue canzoni una versione musicale dei bellissimi quadri di Edward Hopper, ricche di sfumature in cui un fiddle, un banjo, un mandolino, una chitarra spostano equilibri e assesti, in cui lo storytelling del protagonista gioca su suggestioni affascinanti. “Better The Devil”, non a caso inciso nella quiete del Vermont rurale, è un album dalle grandi risorse che personalmente mi ricorda personaggi come Israel Nash Gripka per il valore letterario, Chris Knight per come viene ridefinita la vita di provincia (pur senza la lancinante forza del musicista del Kentucky) e i Jayhawks per il gusto della melodia. “Magnolia”, “Burning Sky”, “Ditch”, “Numb” e “Sometimes I Just Sits” sono solo alcuni esempi significativi del songwriting di Chuck Melchin anche se si fa torto alle canzoni non citate in quanto la forza e il fascino del disco sta nella sua interezza, nel suo incedere e nel suo intrecciare momenti poetici e suggestivi. “Better The Devil” cresce naturalmente ascolto dopo ascolto rivelando la bravura di un autore che meriterebbe ben altra notorietà. Remo Ricaldone

17:13

Hot Club Of Cowtown - Dev'lish Mary/Ghost Train

Pubblicato da Remo Ricaldone |

In attesa del loro nuovo disco programmato per questo inizio di 2013, occupiamoci di una delle più piacevoli realtà texane in ambito tradizionale, gli Hot Club Of Cowtown, acclamato trio di cui è stata ripubblicata una bella confezione ‘due per uno’ con altrettanti album che ne inquadrano con gusto gli stili. Già dal nome vengono evocate le commistioni tra country & western e jazz, influenze profonde che vanno dal mitico Quintette du Hot Club de France in cui militarono Django Reinhardt e Stephane Grappelli a Bob Wills e i suoi Texas Playboys, nomi che continuano ad esercitare il loro fascino sulle nuove generazioni pur in un ambito ‘di nicchia’. Elana James Fremerman con uno stile superlativo al fiddle, Whit Smith, leader carismatico e ottimo chitarrista e Jake Erwin, solidissimo contrabbassista sono i protagonisti di questo viaggio artistico e temporale che gli Hot Club Of Cowtown hanno intrapreso negli anni novanta con una discografia di valore e una coerenza notevole. I due dischi in questione sono “Dev’lish Mary” pubblicato nel 2000 sotto la produzione di Lloyd Maines e “Ghost Train” uscito due anni dopo grazie alla intraprendente Hightone Records e l’intelligente lavoro di Gurf Morlix, altro straordinario produttore texano. Il primo dei due dischi è composto quasi interamente di cover in un intenso mix di fiddle tunes (“Devil’s Dream”), swing numbers (“The Wild Dog” firmato da Joe Venuti) e brani western (il classico “When The Bloom Is On The Sage” in cui appare Don Walser in uno dei suoi tipici yodel). La presenza della cornetta di Peter Ecklund (già collaboratore del grande David Bromberg) sposta spesso gli equilibri verso i suoni jazz mentre la steel guitar di Bobby Koefer, membro delle band di Bob Wills e di Pee Wee King negli anni quaranta e cinquanta, ci ricorda quanto gustoso sia il sound tra country e swing. “Ghost Train” è invece un lavoro in cui lo sforzo compositivo di Elana James e Whit Smith è più forte, un disco che stilisticamente non sposta molto il loro baricentro sonoro ma che aggiunge ulteriore freschezza e vitalità. Tra le cover comunque sono da citare il notissimo traditional “Cherokee Shuffle” e “You Took Advantage Of Me” della storica coppia Rodgers e Hart, di diritto nella storia della musica americana del novecento. “Forget-Me-Nots”, “It Stops With Me”, “Before You” e “Home” danno l’idea del radicamento in questi suoni da parte di musicisti che, oltre ad un eccellente valore tecnico, sanno mettere il cuore in ogni nota. Un godibilissimo viaggio nel tempo che mi permetto di consigliare per conoscere la Texas Music (e non solo) del passato. Remo Ricaldone

17:10

Amanda Pearcy - Royal Street

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Secondo lavoro per Amanda Pearcy, cantante ed autrice che proviene dal Texas sudorientale, luoghi dove si intrecciano la musica del Lone Star State, quella della Louisiana e quella con inflessioni ‘mexican’. “Royal Street” si avvale di una produzione doc come quella di Tim Lorsch (che dà un fattivo contributo con i suoi strumenti a corda, violino, cello e mandolino) e di una bella serie di sidemen come George Bradflute alle chitarre, Ron De La Vega al basso, Mickey Grimm alla batteria e gli inserimenti di fisarmonica di Steve Conn che spesso ci portano sul border messicano. La pedal steel guitar di Mike Daly arricchisce ulteriormente un disco in cui country music, ballate acustiche e ‘nuances’ blues si amalgamano alla perfezione. I suoni sono prevalentemente acustici, le atmosfere spesso rilassate ed evocative, le interpretazioni appassionate e coinvolgenti. Dodici su quattordici sono le composizioni originali, a dimostrazione di uno sforzo non indifferente che ha dato risultati a mio parere decisamente interessanti, pur suscettibili di ulteriori miglioramenti. “The Story Of My Heart”, scorrevole e fresca, “Barking Dogs” con le sue influenze ispaniche, “Bring You Home”, la delicata “Unbind”, la più rockeggiante “Come On Sugar” e le due azzeccate cover, la ‘stonesiana’ “No Expectations” e il blues acustico di “Wish I’s In Heaven” sono i momenti di maggior vena e attrazione, gli highlights di un disco che si propone di allargare i confini della notorietà di Amanda Pearcy, un’artista che è sicuramente sulla buona strada. www.amandapearcy.com. Remo Ricaldone

17:07

Buffy Lawson - I'm Leaving You For Me

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Non è alle prime armi Buffy Lawson, le sue canzoni sono state riprese da gente come Willie Nelson, Kris Kristofferson e Dolly Parton, ha fatto tour come spalla di Miranda Lambert, Brad Paisley e Montgomery Gentry tra gli altri e il suo nome gira in ambito country come uno dei più promettenti in quel panorama tra mainstream e radici. In effetti può essere considerata l’anello di congiunzione tra le tentazioni da Top 40 e quei suoni ‘southern’ in cui convivono in maniera speculare e naturale country, soul e americana. La maturità della voce è chiara, unita ad un timbro caldo e convincente che avvolge e attrae, la produzione è nelle mani di Walt Aldridge, noto anche come autore tra country music e folk, il cui merito risiede nel calibrare e bilanciare suoni senza gli artifizi di parecchie incisioni contemporanee a livello di major. Il disco è inciso non a caso tra Nashville e Muscle Shoals, Alabama, prendendo ispirazione da entrambe le location. “Bread On The Table” è emblematica in questo senso con un trascinante ‘twang sound’ in cui si inserisce una sezione fiati che contrappunta la melodia e ricorda certe cose di Wynonna Judd o del Vince Gill più grintoso. “Rainy Night In Georgia” è un altro punto di forza di questo “I’m Leaving You For Me”, una sontuosa ballata che ci riporta nell’amato sud, così come le venature rhythm’n’blues e gospel di “You’re All I Never See Anymore”, l’ispirazione di “Good Look At Gone” e la delicatezza di una country ballad come “Much Of A Lady”. Il resto è più ordinario, ottimamente interpretato ma che non toglie o aggiunge nulla al disco. Un disco che rimane comunque molto gradevole e che mette in risalto un’artista che, con un po’ più di coraggio ed intraprendenza può diventare grande. Remo Ricaldone

10:03

The Departed - Adventus

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Adventus” segna un importante passo in avanti in questa nuova avventura musicale per Cody Canada dopo la definitiva chiusura dell’esperienza con i Cross Canadian Ragweed. Se “This Is Indian Land” era l’esperimento per testare la fattibilità del progetto, ispirandosi ad importanti conterranei come Leon Russell, Kevin Welch e Bob Childers, questo secondo lavoro conferma quanta rilevanza abbiano i Departed per Cody. La band ha assunto una solidità notevole con l’affiancarsi nel ruolo di co-leader del bravissimo chitarrista Seth James, con le tastiere di Dave Littleton a colorare molti momenti dandone un feeling quasi ‘southern soul’ e la rocciosa sezione ritmica formata dall’ex CCR Jeremy Plato al basso e Chris Doege alla batteria a completare una line-up di grande forza. Il disco si apre con due energici rock, due canzoni che danno la scossa e che mettono subito in chiaro le intenzioni dei Departed: “Worth The Fight” e “Burden” hanno nel dna quel suono che fece grandi una delle maggiori ispirazioni del gruppo, i Lynyrd Skynyrd. “Blackhorse Mary” è cantata con il cuore da Cody Canada, una ballata elettrica che risulta tra le cose più ispirate dell’album, seguita dalla voce di Seth James che ci porta in territori più ‘black’, tra soul e rock. E’ proprio l’alternarsi di due voci eccellenti e dalle tonalità così diverse ad essere tra i motivi vincenti di questo “Adventus”, con una band forse ancora alla ricerca di una sua completa maturazione ma che ha già al proprio arco molte frecce e che mostra di avere molte risorse. Tra i momenti da ricordare si possono citare l’ottima “Hobo” introdotta da un’ispirata armonica che apre una melodia esemplare, “Flagpole”, rock’n’roll della miglior specie in cui sembra di essere tornati ai tempi in cui Cody guidava con sicurezza i Cross Canadian Ragweed, “Cold Hard Fact”, una ballatona folkeggiante che si erge come ‘highlight’ del disco, “Better Get Right” ancora pregna di soul e gospel tipicamente sudista, “250,000 Things” con il suo delizioso arpeggio di chitarra acustica su cui la voce di Cody Canada è efficacissima, lo strumentale “Mark It Wrong” in cui i Departed ‘giocano’ a fare la jam-band e la dolce e soffice “Sweet Lord” che conclude degnamente un lavoro profondo e composito, decisamente riuscito. Remo Ricaldone

Tornano dopo un paio di anni I Beautiful Loser Society, intrigante combo alt-country che proviene dal Colorado. Dopo l’esordio nel 2009 con “Aim Low” e la eccellente conferma di un anno dopo con “The Long Slow Decline”, Chuck Barry e i suoi pards ci regalano ancora la loro visione dell’America di provincia, quella più vera e semplice. “The Desperate Promenade” è ancora una volta uno sguardo disincantato e passionale a quelle radici musicali tra country, folk e rock che il panorama indipendente americano sviscera in maniera sempre propositiva, lontano dalle pressioni e dai vincoli delle major. Le dieci canzoni che compongono questo disco sono tutte frutto della penna di Chuck Barry, cantante e chitarrista alle prese anche con lap steel, basso e banjo mentre al suo fianco ci sono Danny Bankston alle percussioni, Dale X Allen il cui prezioso apporto non si limita all’aspetto strumentale (chitarre, basso e dobro) ma anche a quello ‘tecnico’ in fase di lavoro post-registrazione, missaggio e masterizzazione negli Summit Street Studio di Austin, Texas. Carl Johnson presta la propria steel guitar mentre John McHenry, Moe Cooley e Justin Richert fanno un’apparizione più fugace a basso (i primi due) e chitarre elettriche. La roots music dei Beautiful Loser Society è genuina e fresca, con una attenta ricerca melodica e la voglia di esplorare tematicamente i vari aspetti della vita della ‘small town America’. Coesione e sincerità sono tra le peculiarità che risaltano subito dall’ascolto della loro musica e sarebbero da citare in blocco tutti i brani compresi in questo “The Desperate Promenade”. A mio parere però si possono sottolineare la canzone che dà il titolo a questa raccolta, l’eccellente “Long Lost Friend”, i ricordi del passato di “Hank’s Lament” (con la citazione del classico “I Saw The Light”), le emozioni della vita dei rodei in “8 Second Ride”, la più irrequieta “The Shadow And The Mire” (quasi younghiana) con chitarre elettriche e banjo che si intrecciano, “A Bottle And A Barstool” (il titolo è tutto un programma!) con una bellissima pedal steel che la nobilita, “Given Time” e la più rockeggiante “Eights And Aces”. Un lavoro nel complesso onesto e ben strutturato che conferma lo stato di ispirazione dei BLS e che li pone tra le realtà migliori del panorama americana odierno. Remo Ricaldone

09:57

Trevor Alguire - Till Sorrow Begins To Call

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quarto disco per il canadese Trevor Alguire, interessantissimo musicista che già dal suo esordio nel 2006 ha fatto parlare molto bene di se per una penna di valore e radici solide e compatte. Chi lo ha paragonato al primo Steve Earle, chi ai conterranei Blue Rodeo, chi ha avvicinato le sue ispirazioni ad artisti come Buddy Miller, tutti comunque hanno considerato la sua musica un bell’insieme di country music interpretata con brillantezza e doti non comuni. Il suo precedente “Now before us” era un album eccellente che ne aveva decretato la completa maturazione artistica e questo “Till Sorrow Begins To Call” conferma quanto di buono è stato detto e scritto sul musicista di Ottawa, Ontario. La sua voce mi ricorda in molti momenti quella di Radney Foster e con il musicista di Del Rio, Texas condivide secondo me un ottimo senso della melodia e l’onestà delle canzoni. Ad affiancare Trevor Alguire c’è la bella voce di Catherine MacLellan, bravissima cantautrice canadese, che rende ancora più godibili “I Suppose”, “Nothing More To Give” (arricchita anche da una bella pedal steel) e “I Want You To Go”, tra le migliori del disco. Gilles Leclerc a mandolino e chitarra e Jonathan Ferrabee al basso acustico sono anche i due musicisti che accompagnano il nostro in tour, mentre Pat McLaughlin aggiunge un’altra eccellente chitarra ad un suono che risulta ben bilanciato e arrangiato con grande cura e attenzione. “Tell Me It Ain’t So” è solida e scorrevole, “A Kinder Gentler Heart” è più meditativa, ancora contrappuntata da una ispirata pedal steel, “Darkness” è cadenzata e guidata dal banjo di John Steele e da un bel gioco di chitarre acustiche, “Since When’s Dying A Sin”è ancora acustica e folkie, con una melodia che affascina. Il disco comunque conquista per l’alternanza di emozioni che sa evocare, per la apprezzabile bravura compositiva ed interpretativa di Trevor Alguire e per l’azzeccata produzione dello stesso Trevor e di Jason Jaknunas. Una delle più belle sorprese degli ultimi tempi. www.trevoralguire.com. Remo Ricaldone

09:54

Billy Marlowe - Show Me The Steps

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo già occupati della piccola ed interessante label indipendente New Tex Records in occasione dell’uscita del secondo lavoro per la band western swing Great Recession Orchestra, godibilissima realtà texana erede dei grandi del genere. Ora Steve Satterwhite, deus ex machina dell’etichetta, ci ripropone un disco oscuro e sottovalutato che fece la sua prima apparizione negli anni ottanta e poi finì nell’oblio per le decadi successive. A proporci questo disco intitolato “Show Me The Steps” è Billy Marlowe, musicista, poeta e sognatore scomparso nel 1996 con solo questo lavoro all’attivo, nativo dell’Oklahoma e protagonista di una vita sofferta e dura segnata dalla dipendenza da alcol e droghe che lo portarono anche in carcere. Da San Francisco a Baton Rouge, da Amsterdam a New York, dove trovò la possibilità di esprimere tutta la sua poesia e musicalità, Billy Marlowe fu protagonista di una stagione tanto breve quanto intensa caratterizzata dalla collaborazione con musicisti come la giovane Shawn Colvin, il bravissimo fiddler Kenny Kosek, il chitarrista Jeff Golub il pianista Stephen Gaboury e il bassista Tony Garnier, tutti presenti nelle dieci tracce che compongono questo “Show Me The Steps”. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Willis Allan Ramsey, la cui musicalità e sensibilità si avvicina molto a quella di Billy Marlowe, con grande attenzione alla melodia ed echi di country, folk e talvolta soul. La voce, l’ironia, la passione di Mr. Marlowe ci avvolge attraverso una musicalità che può anche ricordare il primo Jackson Browne, quello reduce dalla collaborazione con la Nitty Gritty Dirt Band, con Kenny Kosek nelle vesti di ottimo sparring partner in “Mama Was Right”. Da ricordare con piacere ci sono “Nijinsky”, “Never Figured You For Gone”, “Salvation Railroad”, la title track “Show Me The Steps” e “Angel’s Face”, ma tutto il disco suona ancora attuale e piacevolissimo, a volte malinconico ma sempre rivolto al futuro con speranza ed ottimismo. La conferma che spesso il talento non viene riconosciuto appieno e che purtroppo troppo spesso ci perdiamo grandi voci e grandi autori. Ulteriori informazioni le potrete trovare sul sito della label: www.newtexrecords.com. Remo Ricaldone

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