11:16

Bard Edrington V - Two Days In Terlingua

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Bard Edrington incarna alla perfezione lo storyteller le cui narrazioni sono fortemente legate alle asprezze e alle meraviglie dei paesaggi del border. Originario di Santa Fe, New Mexico, Bard mostra di possedere quel talento comune a molti altri autori e cantanti provenienti dal Lone Star State che permette di rendere l’ordinario straordinario e di fissare i protagonisti in un ambiente tanto desolato quanto affascinante in cui si collocano naturalmente suoni tra country e folk, spesso acustici e pregni di autentica poesia. Inciso praticamente in presa diretta negli splendidi scenari del Big Bend National Park tra Texas e Messico, “Two Days In Terlingua” mette in mostra una capacità non comune di cogliere gli aspetti più intriganti di quel mondo, sulla falsariga e seguendo l’esempio di gente come Townes Van Zandt, Guy Clark e, per affinità elettiva, anche Evan Felker, già frontman dei Turnpike Troubadours. Non poteva che essere la splendida “Ramblin’ Kind” ad aprire il disco, profonda ed evocativa come fosse la musica che accompagna immagini di strade sterrate e polverose che portano all’infinito, mentre “Property Lines” segue a ruota con passo cadenzato e l’accoppiata violino/chitarra elettrica a sottolineare le asperità della terra e dei luoghi. “Two Days In Terlingua” non ha momenti meno che sorprendentemente sinceri ed autentici, schietti nella narrazione e consistenti nelle interpretazioni, da “Shut The Screen Door” con la steel di Alex McMahon puntuale nei contrappunti come in ogni momento in cui viene chiamata a svolgere il proprio compito alla godibilissima e puramente texana  “A New Day On The Farm”, dalla deliziosa e scarna “Bard And The Bears” a “Ma Cherie” con le sue emozioni cajun. “Black Coal Lung”, “Athena’s Gaze” e “Dog Tags 1942” arricchiscono ulteriormente l’album ma tutta la selezione viaggia a livelli eccellenti senza sprecare una nota. Tra le migliori sorprese di quest’anno.

Remo Ricaldone

11:14

The Bean Pickers Union - Greatest Picks

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Chuck Melchin è uno dei più interessanti autori e musicisti della scena indipendente americana che guarda alle radici come spunto per descrivere con potenza e profondità la società in cui vive, un personaggio dalla grande vitalità ed irrequietezza che si è espressa negli anni attraverso attività solista e come frontman di ‘collettivi’ veramente importanti. The Bean Pickers Union da almeno una quindicina di anni sono la sua casa (oltre al ‘side project’ Los Brujos) e rappresentano uno dei segreti meglio custoditi degli intrecci tra rock e radici.  Le attitudini rock si sposano perfettamente con il massiccio uso di strumenti acustici e la scrittura eccellente di Mr. Melchin li ha resi realtà intrigante che ora si avvale di un importante ed esaustiva occhiata alla propria (comunque parca) produzione. “Greatest Picks” è infatti, attraverso 18 brani lungo una durata di circa 70 minuti, la migliore occasione per fare la loro conoscenza, per abbeverarci alla fonte ispirativa che unisce country music, folk, fascinazioni del border (un esempio per tutti la magnifica “Burning Sky”) e lo sguardo disincantato ma anche coinvolgente all’America di confine in un viaggio che condensa emozioni e storie avvincenti. I quattro album incisi dai Bean Pickers Union sono tutti ben rappresentati ed in aggiunta ci sono quattro canzoni inedite ad insaporire un piatto gustoso e intrigante. “Reaper” è fotografia dai toni seppiati e polverosi che con il diario intimista di “Strange”, la frizzante ed elettrica  vitalità di “I’m So Sorry”, l’amore per le radici di “Tranquility”, l’espressività roots-rock di “Independence Day” (che personalmente mi ricorda un po’ i Drive-by Truckers) e la solida interpretazione di “Warrior” fornisce la spina dorsale di un racconto inevitabilmente attraente per chi ha un debole per l’autentica poesia di strada declinata attraverso tutto la disillusione, la disperazione ma anche la speranza e la redenzione narrata da Chuck Melchin e i suoi Bean Pickers Union.

Remo Ricaldone

11:11

I See Hawks In L.A. - On Our Way

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Più di ventanni assieme, ventanni di condivisione, di amore per le radici, per quei suoni riscaldati dal sole californiano che hanno rappresentato una ventata di aria fresca e di buone vibrazioni. I See Hawks In L.A. tornano con un nuovo disco a ribadire quanto affiatati siano ancora e quanto il loro accattivante e fresco mix di country music, folk e americana risulti sempre tanto semplice quanto efficace. Le chitarre di Rob Waller e di Paul Lacques, il basso di Paul Marshall e le percussioni di Victoria Jacobs, le loro canzoni, le loro visioni musicali sono una vera ode alla loro terra e non disdegnano in molti brani profonde riflessioni sui tempi che stiamo vivendo, sulle emergenze ambientali e sulle problematiche sociali, celebrando nuovamente le molte miglia percorse insieme e le molteplici influenze dettate dall’aver diviso i palchi con gente come Chris Hillman, Dave Alvin, Peter Case, Lucinda Williams e Ray Wylie Hubbard, tutti, in un modo o nell’altro, ispiratori di quello che è il loro suono attuale. Un inevitabile pizzico di psichedelia pervade alcune delle canzoni di “On Our Way”, così come solide sono le reminiscenze legate ad un ruvido e sporco roots-rock a la Dave Alvin nella abrasiva “Mississippi Gas Station Blues”. Spesso ci sono inflessioni ‘sixties’ come in “Kensington Market” in cui viene dato spazio vocale a Victoria Jacobs mentre ad impreziosire gli arrangiamenti ci sono qua e la il fiddle di Brantley Kearns, veterano di mille sessions, la fisarmonica di Richie Lawrence e la pedal steel di Dave Zirbel, protagonista della splendida “Geronimo”, immersa nella sua affascinante atmosfera western. Molti sono comunque i momenti da citare come l’iniziale “Might’ve Been Me” ed i suoi intrecci acustici, “Kentucky Jesus”, intensa e poetica, “Stealing” la cui melodia si adagia pigramente sul mare californiano, “If I Move” che rimanda alle passate stagioni westcoastiane tra country e rock così come la title-track “On Our Way” che ripercorre le strade intraprese dai Byrds più legati alle radici. Un disco questo che conferma la bontà della proposta di una band che imperterrita prosegue un viaggio musicale ed umano genuino e sincero, un viaggio tra l’oceano ed il deserto che continua a stregare chi ha amato le commistioni tra le radici e i suoni più contemporanei e continua a farlo nonostante tutto.

Remo Ricaldone

 

11:09

Michelle & Jason Hannan - Cheater's Waltz

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Michelle e Jason Hannan sono una coppia proveniente dal Maryland e il loro più recente album li pone tra i duo più affiatati dell’attuale scena country indipendente. L’idea di comporre un ‘concept album’, cosa non più frequente come anni fa, rimarca una lucida visione e una grande passione per i suoni tradizionali, ispirandosi, almeno come idea iniziale, ad uno dei capolavori del genere, quel “Red Headed Stranger” punto fisso della sconfinata discografia di Willie Nelson. Nei tredici momenti che compongono l’album ci sono un po’ tutte le tematiche, musicali e liriche, che hanno contraddistinto la country music più ‘classica’, con la pedal steel guitar di Howard Parker protagonista assoluta e una bella alternanza di ballate, momenti legati allo swing, storie di confine e quella freschezza che è il valore aggiunto di una proposta decisamente intrigante. Alcuni brevi momenti strumentali, interludi che segnano il pasaggio narrativo con buona ispirazione, sottolineano un racconto in cui le vicissitudini di una coppia e del loro percorso verso la fine di una relazione viene presentato con talento ed intensità. Tra “Nothing Left To Lose” e “Feel Like My Time Ain’t Long” c’è una piacevolissima alternanza vocale, una ottima padronanza e conoscenza della materia e la voglia di presentare la country music nella sua veste più autentica e spigliata. Per gli appassionati c’è tutto quello che si può chiedere per essere intrattenuti nel migliore dei modi.

Remo Ricaldone

22:52

James Maddock - Little Bird In The Neighborhood

Pubblicato da Remo Ricaldone |

James Maddock, l’'americano' di Leicester, UK, firma con questo nuovo “Little Bird In The Neighborhood” il suo lavoro più vario e completo, un disco che concentra ottimamente le sue molte anime, il suo amore per la tradizione folk, per Van Morrison, per il rock e per la canzone d’autore declinati sempre con grande cuore e passione. Entrando nel vivo dell’album l’apertura è inequivocabilmente ‘folkie’ con chiare similitudini con le più belle stagioni dei Waterboys di Mike Scott alle quali “The Pride Of Ashby de la Zouch” si avvicina per spirito e principi (e con la presenza al violino di Steve Wickham), “Under Milky Wood” è ballata acustica delicata a cui James Maddock dona quel sapore agrodolce grazie ad una vocalità inconfondibilmente roca mentre la canzone che da il titolo all’album ha suoni ‘sixties’ grazie all’organo di Brian Mitchell e a una melodia che nel refrain si apre nitida. “Cry Jesus” è un altro momento topico del disco, una canzone dal sapore fiero e orgoglioso tra folk e rock che si avvale di una performance solida, così come la seguente “Coming Sorrow” che conferma lo stato di grazia di James Maddock anche come autore (tutti i brani sono a sua firma) e la sempre acustica “Prairie Grave” che torna a visitare i lidi di Mike Scott e soci. Gli arrangiamenti sono un altro dei motivi per apprezzare il disco, curati dallo stesso James Maddock che sceglie di prediligere l’acustico ma che non disdegna di ‘riempire gli spazi’ con una bella serie di strumenti nelle mani di vecchi amici come David Immergluck al mandolino e una sempre ispirata sezione ritmica con Aaron Comeau alla batteria e Ben Rubin al contrabbasso. “Another Chance” è cristallina e gustosamente dylaniana, “The New Things Getting Old” è ballata sussurrata e dal retrogusto folk, seguita da “No Dancing” che gioca ancora con le emozioni più intime e delicate. Il commiato per un album tra i più belli del musicista inglese (prima di una ‘hidden track’ che è un divertissment dedicato a Maradona e musicalmente rimanda al latin-rock di Santana) è affidata a una “Crystal Night” (il cui testo si riferisce alla tragica ed infausta ‘Notte dei Cristalli’) che si avvicina a certe cose del Bruce Springsteen più accorato, sia per l’incipit strumentale che la apre sia per l’interpretazione, sempre convincente. Disco che chiede di essere più volte ascoltato e goduto.

Remo Ricaldone

 

22:50

Roland Roberts - All About The Timing

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Protagonista di una scena tanto sconosciuta ai più, tanto artisticamente vibrante come quella dell’Alaska, Roland Roberts debutta con un disco intenso, ispirato e molto promettente intitolato “All About The Timing”, frutto di un talento genuino. Nonostante sia stato inciso in una gelida giornata di gennaio a Whitehorse, Yukon, l’album riesce a sprigionare tutto il calore interpretativo, tutta la poesia, tutta la classe del musicista nato a Memphis e cresciuto tra Alabama e Colorado che porta con se un suono che congloba country, folk, blues e bluegrass mantenendo una buona personalità ed originalità. Il fondamentale contributo del produttore Bob Hamilton, qui prezioso anche strumentalmente a chitarre, mandolino, dobro e steel, fa si che le dieci canzoni di “All About The Timing” abbiano quel fascino sincero tipico della miglior canzone d’autore roots a cui Roland Roberts fa sempre riferimento seguendo la scia per esempio di John Prine al quale è stato più volte accostato. Le esperienze di vita prendono qui forma e si sviluppano narrando con nitidezza e semplicità l’ampio spettro dell’animo umano, declinate sempre con estrema efficacia. Uptempo e ballate rendono così il risultato pienamente godibile ed attraente, senza sbavature o cadute di tono, dando il giusto peso ad un songwriting già solido ma in grado di evolvere ulteriormente. “Beautiful Soul” apre con ritmo cadenzato e limpidamente country, con un intreccio di strumenti acustici che sorreggono la melodia e con la certezza di trovarci di fronte un autore vero, mentre le autobiografiche “Picture On The Wall” e “Sittin’ In Nebraska” suggellano tutta la capacità narrativa di Roland Roberts, la prima con la bella armonica di George McCorkey, la seconda con un arrangiamento pieno e piacevolissimo. “Don’t Tell Me Goodbye” è classica ballata dal sapore country guidata dalla steel e da grande nostalgia, “Rambling Joe” è un altro dei momenti più incisivi ed accattivanti con ottimi intermezzi di fiddle e mandolino ad avvicinare colorazioni bluegrass, la title-track offre tutta la sua bellezza rurale e “Being Me” scopre un altro momento decisamente ispirato. Tutti e dieci i brani comunque sono intelligentemente intrecciati a formare un insieme che introduce ad un’altra bella voce del panorama tra country e folk. Consigliato.

Remo Ricaldone

 

22:48

Ben Reddell Band - LA Baby

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Texano nato a Bryan e cresciuto nella splendida Kerrville, Ben Reddell è uno dei protagonisti della scena roots di Los Angeles con la sua grande vitalità e la sua inarrestabile voglia di musica. Già nella band di Elijah Ocean e supporto a gente come Rod Melancon (eccellente musicista della Louisiana) e i GospelbeacH, Ben ha già inciso un ep alcuni anni fa ma è con questo “LA Baby” che lascia definitivamente intendere quanto sia notevole la sua carica espressiva, dando ampio spazio alle sue radici texane unite al roots-rock della westcoast. Sei brani che scorrono magistralmente a partire dalla fresca e corroborante “My Baby”, un country-rock dall’aura californiana ma che non dimentica il Lone Star State. Lo stesso Elijah Ocean appare in questo disco al basso e contribuisce ad arrangiarlo con lo stesso Ben Reddell, con il bravissimo e promettente Joe Bourdet alle chitarre e il drumming solido di Travis Popichak in primo piano. “Cocaine” fa trasparire tutta l’energia di Mr. Reddell in un numero grintoso e risoluto, “Tumbleweed” entra poi nella più classica country music con una melodia di grande presa e un’interpretazione impeccabile supportata dalla pedal steel di Matt Pynn. Le immancabili inflessioni ‘mexican’ appaiono poi sia in “Love Her & You Need Her” che in “Good Thing”, due gustosi brani che non possono che ricordare il grande Doug Sahm e i Texas Tornados. “12 Bar Blues” è invece un altro delizioso momento in cui emerge nostalgica la country music che Ben Reddell porta nel cuore, tra Texas e California. Disco si breve ma senza una nota sprecata.

Remo Ricaldone

22:44

Dennis Roger Reed - Down At The Washington Hotel

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dennis Roger Reed nel corso della sua carriera artistica ha attraversato praticamente tutti gli stili della musica delle radici americane, miscelandole ed alternandole con buona ispirazione in un percorso che lo ha portato ad incidere cinque album e a condividere il palco con gente del calibro di Rodney Crowell, JJ Cale, New Riders Of The Purple Sage, Texas Tornados, Jesse Colin Young e John Sebastian tra gli altri. Attualmente ha base nel sud della California e nella cittadina di San Clemente ha registrato gran parte di questo “Down At The Washington Hotel”, disco che mette in mostra le sue attitudini e i suoi talenti in modo sufficientemente chiaro. Molti sono i momenti da sottolineare per una buona freschezza che in alcuni momenti viene meno per quelli che sono i difetti di lavori un po’ troppo lunghi, con l’inserimento di qualche brano che si poteva tranquillamente tralasciare per consegnarci un disco più succinto ed essenziale. Nonostante ciò la godibile scelta di presentare folk, blues, country-rock, bluegrass e rock dal sapore sixties è premiata soprattutto da una parte centrale molto buona partendo da “Washington Hotel”, la canzone forse più significativa, per passare allo strumentale dal sapore ‘grassy’ “Taste Of Texas”, alla incisiva “Wishes Were Horses”, alla cristallina “You Better Hold On” con la partecipazione alla chitarra slide del compianto Chris Darrow (al quale il disco è dedicato), alla dimessa ma affascinante “At The Time It Was True” inanellando una serie di canzoni che nobilitano in qualche modo l’album. Da citare la rilettura (ancora più) acustica dei primi tre brani del disco, tre momenti che personalmente avrei visto meglio se avessero sostituito gli altri rendendo così questo “Down At The Washington Hotel” meglio strutturato e scorrevole.

Remo Ricaldone

17:28

Darren Senn - Nothing Comes From Nowhere

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il nome di Darren Senn aveva cominciato a girare tra gli addetti ai lavori da questa parte dell’Oceano con un disco del 2018 intitolato “Detrimental Tendencies” (il suo terzo lavoro), ottimo incrocio tra country music, canzone d’autore, blues e un amore per il rock’n’roll declinato spesso in forma acustica. Un prodotto ottimamente strutturato dal musicista nativo di Eugene, Oregon che da quasi un quarto di secolo risiede a Stateline, Nevada, sul Lago Tahoe, in cui emergevano forza espressiva, ironia e grande passione, caratteristiche che lo hanno accompagnato in tutto il suo percorso artistico. A tre anni dal quell’album che merita di essere ripreso senza remore, Darren Senn torna con ancora maggiore convinzione e maturità, profondità poetica e la certezza di trovarsi di fronte un personaggio che non ha nulla da invidiare ai grandi nomi che negli States uniscono rock e radici nel nome di una costante ricerca e amore per il cuore musicale d’America. Prendendo come spunto gente come John Prine, Chris Knight e Townes Van Zandt ma risultando sempre personale e intenso, Darren Senn con questo “Nothing Comes From Nowhere” firma un lavoro carico e affascinante a partire dalla nostalgica “Gone Are The Days”, una ballata diretta e struggente che anche grazie all’attacco di armonica rimanda a certe cose dello Springsteen più folk ed intimo. “If This Barstool Could Fly” ha il sapore della più autentica country music come la seguente “Love Don’t Want No Part Of Me” che gode di un arrangiamento più corposo grazie al contributo del polistrumentista Martin Shears e del fiddle di Jenni Charles, “Sinners ‘n’ Freaks” torna al formato ballata tra folk e blues con l’apporto ispirato del fiddle e un’interpretazione ancora una volta convincente e “Talking Wrong Password Blues” è una ironica visione dei nostri tempi sulle note di un classico ‘talking blues’ come era consuetudine nei sixties. “Winnemucca”, malinconicamente ancorata a luoghi ed affetti personali, è uno dei capolavori del disco per efficacia e persuasività, sulla falsariga delle indimenticabili canzoni di John Prine, “A Little Taste Of Love From You” è una love song rilassata e piacevole, “Bumper Sticker Patriot” rimanda nuovamente al mai troppo compianto Prine che ad inizio carriera si soffermava su certo patriottismo americano (“Your Flag Decal Won’t Get You Into Heaven Anymore” che si trovava sul debutto del grande cantautore di Maywood, Illinois). A chiudere l’album “I’m A Shitty Gift Giver” con tutta l’ironia di un songwriter che non manca di punzecchiare le nostre abitudini, questa volta dando colorazioni più rock ma senza rinunciare alla qualità di scrittura che continua ad essere rimarchevole. Darren Senn: un musicista da conoscere.

Remo Ricaldone

 

17:26

Malcolm Holcombe - Tricks Of The Trade

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Con la sua ormai inconfondibile voce arruffata, roca e tremendamente sincera, Malcolm Holcombe è personaggio come a Nashville non se ne incontrano molti. Dotato di una visione obliqua e personale delle radici più profonde della musica americana, Malcolm Holcombe è sempre riuscito ad unire country music, tradizione folk e impressionismo blues in un insieme splendidamente confezionato da alcuni dei nomi più validi dell’altra faccia di Music City, quella ai margini del business a cui guarda con disincanto e humour. Dave Roe e Jared Tyler con Brian Brinkerhoff sono ormai da tempo coloro che hanno cucito il miglior abito per Mr. Holcombe, quello gustosamente elettro-acustico che calza a pennello alle storie suggestive e disilluse che rappresentano il suo marchio di fabbrica. “Tricks Of The Trade” segue nel migliore dei modi i precedenti album, aggiungendo sempre quel qualcosa in più che mostra grande ispirazione e inossidabile amore per i suoni sopra citati, consegnati agli ascoltatori con straordinaria vitalità e freschezza. Le vicissitudini di una vita non certo priva di difficoltà per usare un eufemismo non hanno frenato il flusso ispirativo e poetico di Malcolm Holcombe che soprattutto negli ultimi anni ha regolarmente consegnato alle stampe dischi degni della miglior ‘american music’, affollati di perdenti e dimenticati con le loro storie struggenti e pregne di umanità e di fratellanza. I citati Jared Tyler e Dave Roe soprattutto sono quelli che intarsiano con il loro talento arrangiamenti di grande bellezza, Mary Gauthier e Jaimee Harris sono le voci femminili che aggiungono dolcezza ed intensità, Ron De La Vega, bassista dalla carriera impeccabile fissa ritmi e sensazioni con solidità. E anche questa volta il ‘piatto’ è ricco e vigoroso, coeso e trascinante, dal primo all’ultimo episodio, da “Money Train”, capolavoro di forza espressiva a “Shaky Ground”che chiude con soavità country, con in mezzo brani che ricorderemo a lungo come “Crazy Man Blues”, “Good Intentions”, “On Tennessee Land”, “Into The Sunlight”, “Lenora Cynthia”. Una musica dal forte peso specifico che acquista sempre nuove colorazioni ad ogni ascolto. Assolutamente ed inevitabilmente consigliato.

Remo Ricaldone

18:17

Ted Russell Kamp - Solitaire

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Specialmente in questi ultimi anni Ted Russell Kamp ha goduto di una ispiratissima e fertile vena compositiva e di una vitalità artistica che gli ha permesso di incidere con regolarità una serie di dischi assolutamente notevoli. I giorni da bassista con la band di Shooter Jennings hanno ormai da tempo lasciato spazio ad un musicista maturato pienamente che sa cogliere le molteplici sfumature della musica delle radici passando con disinvoltura da inflessioni country e folk a temi che toccano soul e blues, non dimenticando il rock e le sue attitudini. A breve distanza dal precedente “Down In The Den” Ted Russell Kamp torna quindi in campo con “Solitaire”, album dai suoni spesso acustici che vengono declinati con sapienza e sagacia, aggiungendo quel pizzico di verve a rendere il tutto estremamente accattivante ed attraente, anche grazie ad un gusto per la melodia intrigante. Come i precedenti lavori questo nuovo disco è generoso e articolato, arrangiato dallo stesso Ted Russell Kamp ed inciso nei suoi studi di Los Angeles a corroborare un percorso impeccabile quanto non pienamente riconosciuto da molti nonostante un Grammy vinto e una carriera che lo ha visto a fianco del già citato Jennings Jr. ma anche di Jessi Colter, Tanya Tucker e molti altri, muovendosi con sicurezza tra country e rock. Le atmosfere sono prettamente sudiste con quel sottile fascino ‘laid back’ che pervade l’intera sequenza e sottolinea una spontaneità e una profondo amore per i suoni roots che di volta in volta emergono con gusto e misura. Non facile quindi estrapolare un momento a favore di un altro, tutti in egual misura giocano su sapienti tocchi di chitarre, di steel e di strumentazioni acustiche ma anche di tastiere e di parti vocali estremamente ben amalgamate e sorrette da una sezione ritmica tanto discreta quanto azzeccata nei suoi interventi. Un lavoro questo che non fa che confermare la bravura di un personaggio da conoscere e da apprezzare.

Remo Ricaldone

18:12

Shaye Zadravec - Now And Then

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Non ancora trentenne, Shaye Zadravec è una cantante e autrice dalle ottime doti che in questi anni sono state profondamente apprezzate nel nativo Canada. Il suo repertorio è formato da molte cover che sottolineano quanto sia brava a calarsi nella parte e a rendere brani altrui con efficacia e sensibilità, riprendendo canzoni di Lynn Miles, Shelby Lynne, Chip Taylor, Mary Margaret O’Hara e molti altri. L’artista di Calgary, Alberta ora ci consegna un disco intitolato “Now And Then” che mostra ulteriormente quanto intense siano le sue versioni di brani scritti da alcuni dei migliori musicisti americani, da Jay Farrar (Uncle Tupelo e Son Volt) dal cui songbook rilegge con classe la splendida melodia di “Windfall” a Jesse Winchester con l’immortale “Biloxi”, da “Skyway” di Paul Westerberg nella sua forma più suadente e nostalgica alla soffice e un po’ ‘orbisoniana’ “The Whispering Wind” di Pat McLaughlin in un susseguirsi di emozioni e avvincenti armonie. “Night Drive” di Lynn Miles ha ancora sospiri ‘sixties’ con un bell’intreccio di steel ed elettrica (con riverbero), “The Slider” ha un affascinante sapore ‘jazzy’, “Did You Fall In Love With Me” riprende una country music genuina e classica quanto basta nella semplicità della melodia e nell’arrangiamento perfetto mentre “Summer’s Gone” e “Silver Bell” sono firmate da un conterraneo di Shaye Zadravec che non ha bisogno di molte presentazioni: Ian Tyson che appare nella seconda in un duetto commovente. Due gioiellini che sono seguiti da una breve appendice, “East Longview Serenade” che congeda l’ascoltatore con misura e gusto. Un album sorprendentemente buono ed un’artista da seguire nelle sue prossime avventure.

Remo Ricaldone

 

18:09

Jesse DeNatale - The Wilderness

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Poesia e grandi doti narrative sono le caratteristiche peculiari di Jesse DeNatale, musicista di San Francisco al terzo album nell’arco temporale di un ventennio. “The Wilderness” ne segna il ritorno a distanza di quasi quindici anni dopo l’accoppiata “Shangri-La West” del 2000 e  “Soul Parade” di sei anni successivo e riporta all’attenzione degli appassionati della canzone d’autore un artista sensibile alle storie intime e struggenti dell’animo umano e alla magnifica natura che spesso funge da ‘quinta’ a queste. Inevitabili elementi folk inseriti in una scrittura che deve molto al Van Morrison ‘americano’ di inizio anni settanta sono le cose che subito si percepiscono ascoltando queste dodici canzoni che occupano due immaginarie facciate di un unico lp, arrangiate con cura e amore artigianale, riconsegnate attraverso un gustoso sfondo elettro-acustico in cui Jesse DeNatale offre il meglio di se. Con una voce che rimanda al mai troppo compianto Jack Hardy, al John Prine della maturità e a tutti quei poeti/cantanti che negli anni hanno sottolineato con intensità e commozione le storie di ordinaria vita vissuta, Jesse DeNatale riesce con naturalezza a coinvolgerci in una narrazione di pregio, che certo non fa gridare al miracolo ma che si insinua nela profondo per regalarci calore e passione. “The Wilderness” è la fotografia di un personaggio a cui non manca l’ironia, il cuore e la delicatezza per avvolgerci in un racconto che  vale  la pena seguire.

Remo Ricaldone

18:07

Annie Gallup - Oh Everything

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Instancabile ed ispirata, Annie Gallup prosegue imperterrita una carriera equamente divisa tra la sua attività solista e la partnership con il marito Peter Gallway negli Hat Check Girl. Anche nei dischi a suo nome comunque Peter Gallway ha un ruolo basilare nella produzione e nelle parti strumentali, sottolineando un marchio di fabbrica ormai da tempo consolidato. Quella della musicista cresciuta ad Ann Arbor nel Michigan è una personalissima canzone d’autore permeata da attitudini folk e dall’amore per una tradizione presentata in modo tanto scarno ed essenziale quanto pregnante e solido. Le interpretazioni sono sempre suggellate da una profondità poetica notevole che rimanda spesso alle melodie nostalgiche e un po’ ‘vintage’ delle sorelle canadesi Kate e Anna McGarrigle e di Suzanne Vega, mostrando sempre un coinvolgimento particolare in una selezione in cui il registro rimane sul formato ballata ma le sfumature, i particolari rendono vincente la proposta finale. In questo “Oh Everything” sono diversi i momenti da ricordare, da portare nel cuore, confermando tutta la bravura e la sensibilità di Annie Gallup, dall’introduttiva “Magic Saved Me”, vero manifesto dell’album, alle pregevoli “Sleeplessness” e “Little Theater” per poi proseguire con le affascinanti colorazioni pastello di “Tallahassee”, “I Dreamed”, “A Long Way To Go” e “Portrait Of The Artist As A Young Punk” in un’alternanza di suoni acustici e inserimenti elettronici che però non inficiano la riuscita di un prodotto da ascoltare con attenzione e cura.

Remo Ricaldone

17:34

Rob Lutes - Come Around

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Disco dopo disco, e sono otto di un percorso di grande peso artistico, Rob Lutes si conferma uno dei più bei nomi della musica canadese, in perfetto equilibrio tra blues e folk, tra acustico ed elettrico, tra canzone d’autore e arrangiamenti scelti con oculatezza. Il musicista ora con base a Montreal ha ora confezionato un lavoro la cui intensità mette in luce una scrittura notevole, una considerevole incisività nel proporre le proprie storie, una bellezza cristallina negli intrecci delle chitarre e  una voce sempre più espressiva. Nonostante le molte difficoltà che un po’ tutti gli artisti hanno dovuto affrontare, le restrizioni negli spostamenti e quindi nel non poter riunirsi come al solito negli studi di registrazione, Rob Lutes è riuscito nell’intento di dare la giusta carica all’ attrattiva di queste canzoni, dodici, che formano “Come Around”, disco che arriva dopo ben quattro anni di silenzio discografico dal precedente lavoro. E’ questo un album ispirato e solido, fatto di storie pregne di introspezione, di speranza e dalla visione limpida e affascinante dove ogni contributo strumentale è incastonato con gusto a formare quadretti dalla grande semplicità ma al tempo stesso dalla attenzione ai particolari. Sia quando le canzoni sono più ‘strutturate’ come nella splendida “Lightning” e  in “Work Of Art” o sono più ‘basiche’ come per esempio nell’apertura affidata a “Knives”, ai gustosi ricami folk di “That Bird Has My Wings” e alla intensa “Shediac Bridge”, Rob mette in mostra una energia che rende questa raccolta di brani una delle più intriganti ascoltate negli ultimi tempi, in crescita con gli ascolti come avviene per le cose preziose.

Remo Ricaldone

17:31

Esquela - A Sign Of God

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Con cinque album all’attivo gli Esquela, roots-rock band legata al più classico dei suoni americani, rappresenta bene quell’attitudine ‘blue collar’ che ha contraddistinto molti musicisti dagli anni settanta in avanti. John ‘Chico’ Finn e i suoi pards tornano a ben quattro anni dal precedente disco con una serie di canzoni costruite come inevitabilmente abbiamo visto causa pandemia, con molti ‘overdubs’ ma con la mano solida ed ispirata di Eric ‘Roscoe’ Ambel che ha assemblato un lavoro molto interessante ed ispirato. I temi affrontati sono in gran parte ‘non ordinari’ con spazio a considerazioni su ambiente, razzismo e fatti storici mentre lo stile è fresco ed accattivante, compatto e godibilissimo. “Not In My Backyard” parla dell’ipocrisia del genere umano nei confronti delle emergenze ambientali e climatiche, “What’s Your Problem?” e “Three Finger Joe” rappresentano la posizione della band riguardo alle problematiche razziali anche in riferimento alla tragica storia di George Floyd mentre canzoni come “Wait For Me” e “Two Stones” sono due esempi di come la storia possa essere riletta in maniera poetica e intensa. Dal punto di vista strumentale si può godere degli intrecci chitarristici curati ottimamente anche grazie a Mr. Ambel, protagonista nelle registrazioni come nella produzione, affiancato da Brian Shafer e Matt Woodin, Becca Frame a rendere ancora più variegate le armonie vocali, altro punto di forza dell’album. Un disco questo che nonostante le difficoltà logistiche rappresenta un importante tassello della produzione di una band che magari non rivoluzionerà il rock americano ma lo presenta con estrema passione e bravura.

Remo Ricaldone

17:28

Neilson Hubbard - Digging Up The Scars

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A due anni dal precedente “Cumberland Island”, album personale sul suo recente matrimonio e sulle sensazioni lagate ai luoghi del cuore, Neilson Hubbard torna ad incidere con la preziosa collaborazione del compagno di avventure con gli Orphan Brigade Ben Glover che co-produce il disco, vi suona con la consueta maestria e sensibilità e firma a quattro mani alcune delle canzoni che formano un insieme di grande poesia e di intima emotività. Neilson Hubbard segue cuore ed anima attraverso un percorso in cui la canzone folk la fa da protagonista in una declinazione decisamente contemporanea per arrangiamenti e scrittura. Un disco in cui appaiono inflessioni irlandesi che ben si amalgamano con quelle del retaggio americano e vengono presentate nell’abituale veste minimale ed essenziale ma sempre calda ed accorata, a partire da “Our DNA” che apre la selezione e riveste un’importanza particolare per il protagonista in un ‘dialogo’ con il figlio in cui si sottolinea quanto si debba resistere al cinismo tipico dell’età adulta per privilegiare la freschezza e le speranze della gioventù. La title-track “Digging Up The Scars” rappresenta il lato più melodico ed orecchiabile in uno dei momenti più godibili, “The End Of The Road” rimanda al Tom Waits più ‘folkie’ degli esordi grazie ad una musicalità veramente seducente, “Fall Into My Arms” è sussurrata e modulata secondo i criteri di un folk-pop suggestivo e per niente scontato. L’ormai consueta confezione con le traduzioni dei testi in italiano, tipica della Appaloosa Records, è qui particolarmente apprezzata per godere di tutte le sfumature di queste canzoni, tutte generosamente consegnate alla’ascoltatore in una veste dal grande peso poetico. “Digging Up The Scars” è come sottolinea il titolo lo scavare nelle cicatrici delle nostre esistenze, un nuovo brillante capitolo di una carriera importante e stimolante.

Remo Ricaldone

17:24

Nolan McKelvey - Into The Silence

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Nolan McKelvey è da molti anni sulle scene americane, quasi un quarto di secolo caratterizzato da una continua ricerca basata sui suoni cantautorali legati a folk e country, dapprima in Arizona ed in California, in seguito a Boston dove ha ricevuto moltissimi consensi e poi nuovamente in Arizona dove evidentemente ha lasciato radici e affetti. Voce fresca e ispirata, un bel tocco chitarristico e una scrittura che tocca le corde più intime e personali che specialmente in questo suo “Into The Silence” raggiungono maturità e notevole afflato poetico. Ed è proprio nel silenzio dell’Orpheum Theatre di Flagstaff, Arizona, necessariamente vuoto in piena emergenza pandemica, che Nolan McKelvey ha intepretato queste canzoni dal taglio acustico con l’accompagnamento del violino di Megyn Neff e del basso di Tim Hogan in un percorso veramente affascinante che va a ripescare suoi  brani inediti del passato. La bellezza delle melodie e l’abito semplice ma perfetto nella sua nitidezza fanno di questo album il consigliato viatico alla musica di Nolan McKelvey, certamente sconosciuto qui da noi ma assolutamente meritevole di essere apprezzato. Nello stesso periodo Nolan McKelvey ha pubblicato un ep con il collega ed amico Ron James intitolato “Songs Of Hope”, lavoro dai suoni più ‘pieni’ ed arrangiati e con un sapore più pop che ha il grosso merito di focalizzare la propria attenzione nei confronti dei bambini colpiti da gravi patologie, dando il proprio contributo in fatto di speranza, forza e gioia. “Songs Of Hope” con “Into The Silence” forniscono due facce artistiche ad un musicista sensibile e ispirato le cui gesta sogno degne della più ampia condivisione.

Remo Ricaldone

17:03

West Of Texas - Heartache, Hangovers & Honky Tonks

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Quello dei West Of Texas è un honky tonk di eccellente fattura, essenziale e brillante come nella migliore tradizione texana. Qui ci sono tutte le caratteristiche, tematiche e stilistiche, tipiche di una scuola e di una visione che negli anni ha contribuito più di tutte a mantenere viva la country music nella sua essenza più vera ed autentica. A proseguire questa ‘memoria storica’ che vanta sempre una solida base di fan in tutti gli States e non solo c’è Jerry Zinn, anima e frontman di una band formata ad inizio duemila che oggi vede una forte ripresa dopo un periodo di forzato stop a causa di problemi di salute che avevano fermato per un certo tempo il leader. “Heartache, Hangovers & Honky Tonks” ripaga ampiamente di questa attesa con una selezione impeccabile dove swing, ballate e trascinanti uptempo si alternano per oltre cinquanta minuti seguendo la strada indicata da ‘padri putativi’ come Faron Young, Ray Price o Ernest Tubb e in tempi più recenti da gente come Wayne Hancock, Dale Watson, 1100 Springs  e molti altri. Citazioni della sempre basilare scuola di Bakersfield, intuizioni cajun, inflessioni mexican e l’amore infinito nei confronti del Lone Star State sono il collante di un album dove è effettivamente difficile scegliere qualche brano da citare, tale è l’amalgama strumentale dei West Of Texas e la linearità di un viaggio musicale estremamente godibile. “My Whiskey Life” è l’intro perfetto che da’ il via a storie di cuori infranti, sogni molto spesso rimasti nel cassetto, amori corrisposti o no e inevitabili bevute, con fiddle, pedal steel e chitarre costantemente in primo piano. Jerry Zinn interpreta tutto questo con sicurezza e gusto risultando sempre credibile e genuino ed è un vero piacere ascoltare prodotti simili che fanno un gran bene alla country music.

Remo Ricaldone

17:00

Afton Wolfe - Kings For Sale

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Afton Wolfe proviene dai luoghi dove sono nati i più genuini suoni della musica americana. Dalla nativa McComb, Mississippi passando per Meridian, Hattiesburg e Greenville, legati a filo doppio con la country music, il blues ed il rock’n’roll ma anche culla dei suoni ispirati a jazz, zydeco, gospel e soul in un fertilissimo ‘humus’ dove il fiume Mississippi ha giocato un ruolo basilare nel veicolarli, Afton ha intrapreso un percorso artistico particolarmente complesso ed articolato che lo ha portato, dopo anni di gavetta con esperienze tra le più diverse, a costruirsi una musicalità matura e personale. Dopo un ep pubblicato nel 2020 ecco il suo debutto a lunga durata intitolato “Kings For Sale”, la perfetta sintesi delle sue molteplici influenze. La non distante New Orleans ha giocato una parte fondamentale nel miscelare le mille modulazioni e i molti stimoli della musica di Afton Wolfe, come l’esempio di personaggi come Tom Waits e Joe Henry in particolare, hanno forgiato lo stile compositivo e stilistico. Le assonanze vocali con Waits ne sottolineano le similitudini ma l’album è frutto ricco ed ispirato di un artista a tutto tondo, pregevole nell’affrontare i temi spostandosi dalla tradizione all’avanguardia toccando tutti i passaggi intermedi. Una personalità importante che spicca in un contenitore solido e capiente in cui nulla è scontato ma al contrario sorprende spesso l’ascoltatore per peso poetico, soluzioni strumentali e riferimenti culturali. “Paper Piano” con una bella sezione fiati e intuizioni soul, “Dirty Girl” con Tom Waits nel cuore, la struggente “About My Falling”, la rabbia rock di “Cemetery Blues”, la classe e i rimandi mitteleuropei ancora  in stile ‘waitsiano’ di “Mrs. Ernst’s Piano”, “Fault Lines” ballata che strappa il cuore e con la sontuosa pedal steel di Adam Kurtz tra i protagonisti del disco e la country music un po’ ‘sghemba’ ma dolcissima di “Carpenter” sono momenti di grande musica che nobilitano un prodotto da centellinare come il buon vino.

Remo Ricaldone

16:58

Jesse Brewster - The Lonely Pines

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Jesse Brewster ha trascorso la maggior parte della sua vita in California, assorbendo naturalmente le armonie e le inflessioni che hanno reso il cosiddetto ‘Golden State’ uno dei luoghi del cuore della musica americana e non solo, abbracciando un po’ tutte le arti figurative e la letteratura. Il country-rock è senza dubbio tra i suoni a lui più congeniali e la gradevolezza del suo timbro vocale, gli arrangiamenti ottimamente bilanciati e una buona facilità di scrittura rendono la sua proposta appretibile sia a chi ama certo (soft) rock che a chi segue con interesse le radici country qui declinate con gusto e sagacia. “The Lonely Pines” è disco coeso che non manca di proporre un artista maturo e sincero, pronto a raccogliere l’eredità di chi prima di lui ha voluto accostare generi diversi sotto l’etichetta di ‘country-rock’, stile che ha vissuto la sua stagione d’oro nella prima parte degli anni settanta. Naturalmente qui le sonorità sono adattate ad una contemporaneità che da’ comunque spazio a reminiscenze chiare e ad una nostalgica ma efficace proposta musicale. “So Much Good Right Here”, l’iniziale “Let’s Run Away”, la rilassata (nonostante il titolo) “Kicking And Screaming”, “Close To Home”, “Bitter Pill” e la bella conclusione affidata a “Amber Kinney” fungono un po’ da spina dorsale ad un album piacevolissimo che lascerà un dolce sapore nei cuori di chi è rimasto legato ad un periodo per certi versi irripetibile, senza però risultare scontato o ripetitivo.

Remo Ricaldone

 

16:57

The Contraptionists - Working Man's Dread

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Questo è al tempo stesso un debutto ed il proseguimento di un percorso musicale molto interessante che lega due musicisti californiani: Paul Givant e Stephen Andrews. I due, rispettivamente chitarrista ma anche al banjo e alle percussioni e bassista/percussionista, sono fianco a fianco da un decennio almeno nei Rose’s Pawn Shop, quintetto di ‘americana’ con un buon seguito a livello locale e ora scelgono il nome Contraptionists per proporre un progetto più personale. “Working Man’s Dread” è quindi un lavoro che si focalizza sul songwriting di Paul Givant e sulla musicalità del duo che emerge in tutta la sua freschezza seguendo la linea tracciata soprattutto da Jayhawks e Wilco ma anche da tutte quelle bands che hanno nibilitato quel sound chiamato ‘roots-rock’, ‘alternative country’ e ‘insurgent country’. La qualità delle canzoni è mediamente molto buona, sufficientemente varia e specchio fedele e completo delle influenze che hanno caratterizzato la vita musicale dei protagonisti, sin dall’introduttiva “River Lethe”, seguita a ruota da un efficacissimo trittico formato dalla ‘title-track’, da “Past The Speed Of Sound” e da “Flotation Device” che sono anche gli ‘highlights’ dell’album. Gli elementi rock e quelli più roots si fondono con semplicità rendendo l’ascolto decisamente godibile, passando attraverso momenti intensi come “Murky Floor”, “Empire Of Smoke”, “Ember Days” e “Dream Song” che riflettono sensibilità non comuni toccando storie di strada, racconti talvolta drammatici e d’amore e unendo speranza, dolore e gioia. Un disco che è una bella sorpresa nel panorama indipendente contemporaneo.

Remo Ricaldone

23:44

Hope Dunbar - Sweetheartland

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Hope Dunbar è cresciuta con il miglior ‘imprinting’ musicale che ne ha forgiato doti compositive e soprattutto approccio fresco, dinamico e incisivo. Indigo Girls, Nanci Griffith, Patty Griffin, John Prine e inevitabilmente Joni Mitchell sono riferimenti a cui Hope non rinuncia mai nel suo sound e questo suo secondo disco intitolato “Sweetheartland” è il manifesto più nitido del suo essere cantante ed autrice. La sua voce è sempre ‘pungente’ e stimolante così come è irresistibile è la sua scrittura che prende a piene mani dal patrimonio più genuino della musica americana, dal folk alla country music fino al gospel e alla più nobile tradizione pop. Vincente è poi la produzione affidata alla coppia Jesse Thompson e Zach Smith, capaci di far emergere tutto il candore, la poesia e l’umanità contenute in queste canzoni, tutte significative e profondamente vissute. L’artista ora residente in Nebraska dopo essere cresciuta in California, aver vissuto in Iowa e fatto esperienze di studio in Sudamerica, ha qui raggiunto una maturità che si esplica anche nel saper affrontare brillantemente inflessioni soul come nella calda ed accorata “Dog Like You”, fare un tributo assolutamente struggente al mentore John Prine nella canzone dallo stesso titolo e poi profondere a piene mani grinta, verve e grazia allo stesso tempo in brani come l’iniziale “Sweetheartland”, “Evacuate”, “Dust”, “What Were You Thinking?” e “Woman Like Me”, quest’ultima a sintetizzare il suo saper portare a livelli notevoli canzone d’autore e radici. Un album questo che farà felici coloro che amano i cantautori ma anche quelli che apprezzano roots-rock e quel particolare accostare country e folk, qui sempre ispirato e autentico.

Remo Ricaldone

23:41

Rachel Baiman - Cycles

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Rachel Baiman è musicista dalle molte sfaccettature:  nata a Chicago e cresciuta artisticamente a Nashville, ha via via acquisito esperienze che dall’iniziale amore per la tradizione folk l’hanno portata a sonorità che con questo suo suo nuovo lavoro intitolato “Cycles”, a quattro anni dal precedente “Shame”, si arricchiscono di sfumature country-folk ma con attitudini che pescano da certo rock e pop pur rimanendo con la barra dritta verso suoni roots. Le canzoni che compongono l’album hanno vari livelli di lettura e convergono tematicamente sui ‘cicli’, storici, sociali e personali, tutti affrontati con estrema convinzione e maturità, portando alla luce un nome nuovo che apporterà ulteriori spunti all’attuale scena indipendente americana che guarda con attenzione al proprio retaggio ma lo interpreta con fascinazioni contemporanee. L’intensità delle performances, l’attenzione agli arrangiamenti cercando di ottenere il giusto equilibrio tra semplicità e ricchezza cromatica, la qualità della scrittura, sono tutti elementi che rendono godibile ed importante questo lavoro, certamente il più intrigante della ancora breve carriera artistica di Rachel Baiman. Tutto il materiale è firmato dalla stessa Rachel, talvolta con la collaborazione di Olivia Hally, fortemente coinvolta anche nella produzione e nelle session come musicista, con l’eccezione di una splendida cover di “Rust Belt Fields”, una delle tante notevolissime canzoni firmate dalla coppia Rod Picott e Slaid Cleaves, due tra i più interessanti songwriters americani. Molti sono i momenti da sottolineare per intensità e acume e chi scrive mette in primo piano “Joke’s On Me” dalla melodia coinvolgente e dal gustoso passo country, la deliziosa “Wyoming Wildflowers” che la avvicina ad altre ottime figure femminili come Kris Delmhorst e Lori McKenna, le tentazioni acustiche di “When You Bloom (Colorado)”, “Ships In The Night”, la sua poesia e un affascinante banjo in sottofondo, “No Good Time For Dying” country song spogliata da ogni orpello e diventata intensa ballata sui ‘cicli della vita’ e “The Distance” che suggella in chiusura un approccio sempre limpido e pregno di significato. “Cycles” è il classico disco che cresce con gli ascolti e che una volta entrato nel cuore non si abbandona facilmente.

Remo Ricaldone

 

23:38

Son Of The Velvet Rat - Solitary Company

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Prosegue con grande ispirazione il viaggio musicale dell’austriaco Georg Altzliebler che con la moglie Heike Binder è ormai da anni di casa nei dintorni di Joshua Tree, nel deserto californiano, ‘nascondendosi’ dietro al moniker di Son Of The Velvet Rat. Prendendo spunto da una canzone d’autore fortemente espressiva e poetica figlia al tempo stesso degli chansonnier francesi e dei grandi storytellers americani come Townes Van Zandt, Sam Baker e anche Terry Allen, Mr. Altzliebler ha rivestito il proprio suono affidandosi ad un minimalismo desertico che predilige l’essenziale ma che non vuol dire scarno o povero, mostrando un ottimo stato di forma confermato da questo suo nuovo album intitolato “Solitary Company”. Disco in cui emerge tutta la forza evocativa di una scrittura adulta fatta di istantanee affascinanti, del sapore di luoghi senza tempo e di un’umanità vagabonda alla costante ricerca di una creatività piena e compiuta. Dalle prime e timide note della eccellente “Alicia” alle tonalità seppiate della conclusiva “Remember Me” c’è tutto lo spettro musicale e le dinamiche di un artista che ha saputo calarsi perfettamente in un angolo d’America che negli anni ha costituito il ‘buen retiro’ per molti, godendo di paesaggi di straordinaria attrattiva e seduzione. Echi western come in “Stardust” in cui appare, ‘morriconianamente’, un fischio, rimandi al Dylan di ‘Pat Garrett & Billy The Kid” nella espressiva “When The Lights Go Down”, la country music della spigliata “The Ferris Wheel” e le interessanti “11 & 9” e “The Only Child” a formare un insieme di ottima personalità e sagacia. “Solitary Company” è conferma di uno status ormai consolidato, foriero di prossime promettenti tappe in un percorso finora  irreprensibile.

Remo Ricaldone

Nonostante sia la prima volta che incrociamo il nome di Roger Johnson, l’artista americano è sulle scene da decenni, ispirandosi fortemente a quell’unione di rock e radici che tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta passò alla storia come ‘country-rock’. Accompagnato da una serie di musicisti riuniti sotto il nome di Rialto Valley Regulators, Roger Johnson firma con questo “Mod Americana” un lavoro sorprendentemente fresco e godibile, lungo (oltre i 70 minuti) ma sempre apprezzabile per qualità delle canzoni, manifesto nitido delle sue influenze, dei personaggi con cui è cresciuto e da cui ha preso ispirazione. I Byrds innanzitutto e il suono californiano (per melodie ed armonie vocali) dei Flying Burrito Brothers ma anche di grandi songwriters come John Stewart e, per spirito affine, a Tom Russell in un pregevole gioco di rimandi storici e di arrangiamenti intelligenti e deliziosi. “This Summer Feeling” è l’apertura perfetta per assaporare tutto il gusto dei ‘sixties’ con chitarre in gran spolvero, un farfisa in sottofondo e l’entusiasmo profuso in un brano decisamente, come dice il titolo, estivo. A seguire molti sono i brani da citare per riferimenti che chi ha amato i musicisti citati in precedenza potrà apprezzare, dalla più riflessiva “Waiting For The Rain” e le sue belle chitarre acustiche alla notevole “California, New Old Times Together” con tanto di un accenno di ‘Jingle jangle’ inevitabilmente ‘byrdsiano’, fino alla country music spigliatamente vintage di “Am I Right?” e a quella più cantautorale di “On The Road (Tammy’s Song)”. “Burn The House Down” e la successiva “Two Will Do” rimarcano belle qualità mentre la title-track “Mod Americana” confermano quanto importante sia stata la ‘british invasion’ negli anni sessanta per la ‘crescita’ del rock negli States. Insomma un disco dove c’è molta carne al fuoco e che tranne rari momenti riesce a tenere alta l’attenzione nonostante la lunga durata e suona fresco e rigenerante.

Remo Ricaldone

09:53

Heath Cullen - Springtime In The Heart

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“Springtime In The Heart” segna il ritorno, a cinque anni di distanza dal precedente album, del musicista australiano Heath Cullen, uno dei più interessanti performers di quelle terre, uno con gli agganci giusti ma che purtroppo non gli hanno permesso di imporsi come meriterebbe. Infatti se il suo disco di cinque anni fa intitolato “Outsiders” lo vedeva in compagnia di Elvis Costello e dei suoi Imposters, questo lo pone ai vertici della sua ispirazione anche grazie alla produzione impeccabile di Joe Henry e dell’apporto prezioso di un serie di incredibili sidemen americani come Jay Bellerose ai temburi, Jennifer Condos al basso, Adam Levy alle chitarre, Patrick Warren alle tastiere e ai fiati Levon Henry, figlio di Joe. Buona parte del repertorio è firmato dallo stesso Heath Cullen, tranne l’intensa e roca “Song That I Know” scritta a quattro mani con Joe Henry dal quale prende una forte ispirazione e “Kill Switch” di T Bone Burnett che chiude nel migliore dei modi la selezione con grande poesia e coinvolgimento. Le canzoni di Heath Cullen sono pregne di profondità poetica e di peso letterario, a formare atmosfere sognanti, sofferte e struggenti, interpretate con maestria da una band che non fa che sottolineare la bellezza delle melodie. A volte ci si avvicina alle sonorità di certi album di Tom Waits, in altre c’è tutto il tormento ma anche l’incanto dei dischi di Joe Henry, rimarcando sempre e comunque un talento notevolissimo. “Things Are Looking Up” ne è uno degli esempi più fulgidi, la più azzeccata introduzione ad una selezione che aumenta il proprio fascino ad ogni ascolto, “The Song Always Remembers” è canzone d’autore nella sua forma più alta, degna del più importante cantautorato americano con le sue ‘nuances’ tra folk e country mentre “Cowboy Truths (For Sam Shepard)” è un accorato tributo ad una delle figure guida della letteratura e del cinema d’oltreoceano. “Hurry My Heart” è delicata e poetica e inevitabilmente rimanda agli ultimi lavori di Joe Henry, in bilico tra i generi e dove in ogni nota si percepisce passione e intensità e a piene mani, “The Shape Of Your Name” è perfettamente posizionata tra Leonard Cohen e ancora Tom Waits, quello di “Rain Dogs” e di “Mule Variations” e per citare un altro titolo “Home” racchiude tutta la musicalità di un eccellente nome della nostra musica: Heath Cullen.

Remo Ricaldone

09:51

Eddie Seville - High & Lonesome

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Eddie Seville in questi anni ha portato avanti una sua eccellente carriera solista e l’attività come frontman degli Steel Rodeo, ottima band di alternative country. “High & Lonesome” è ‘solo’ un ep con cinque canzoni ma tale è la forza interpretativa, l’intensità di ogni brano e l’approccio magnifico tra rock e radici che il progetto, in un primo momento pensato per accompagnare le date americane ed europee, risulta degnissimo di rappresentare un notevole capitolo della sua carriera musicale. “All Night Radio” apre con una ventata di freschezza e dinamismo che mette subito le cose in chiaro e mostra il livello di forma di Eddie Seville. Un inizio trascinante. La title-track “High & Lonesome” è invece country music dai toni particolarmente ispirati e stimolanti con pedal steel e piano, rispettivamente nelle mani di Peter Adams e Jimmy Wilkas, a guidare la melodia, “One More Guitar” sottolinea tutto l’amore di Eddie Seville per le radici dei suoni rock con un midtempo di grande presa e “Seeds In The Wind” riporta alla mente sonorità a la Steve Earle, perfettamente in bilico tra country music e inflessioni ‘irish’. A chiudere c’è invece una “Talking To Myself” che non fa che celebrare le più belle intonazioni roots con un ennesimo esempio della bravura di un artista assolutamente da conoscere ed apprezzare. Lo aspettiamo con impazienza in un album ‘a lunga durata’.

Remo Ricaldone

09:50

David Grissom - Trio Live 2020

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David Grissom è una delle migliori chitarre del panorama tra rock e radici, indimenticabile nelle bands di Joe Ely, John Mellencamp e anche di James McMurtry nei suoi esordi. La sua straordinaria tecnica, una naturalezza notevolissima e il gusto dei suoi fraseggi hanno segnato alcuni dei migliori album dei musicisti citati ma David Grissom non si è fermato ad una pur rimarchevole carriera da ‘back up artist’ ma ha voluto intraprendere una carriera solista certamente non di altissimo profilo commerciale ma che ha sempre più spostato il suo baricentro verso un blues elettrico corposo e solido. Certo i fan di un certo roots-rock con il quale David Grissom si era fatto conoscere ed apprezzare possono essere un pochino delusi ma il suo eccellente stile è sempre il suo marchio di fabbrica. Esempio plastico è questo documento live che lo mostra in un concerto tenuto in uno dei più storici club di Austin, Texas, il Saxon Pub in compagnia del suo trio in una bella carrellata del suo attuale percorso sonoro. Con Bryan Austin alla batteria e Chris Maresh e Glenn Fukunaga che si alternano ai bassi, David Grissom snocciola un repertorio di classe riprendendo due suoi ispiratori come Freddie King nella conclusiva “Boots Likes To Boogie” e Albert Collins in “Don’t Lose Your Cool”. Il classico “Crosscut Saw” è qui riproposto con gusto e finezza mentre il resto della scaletta proposta in un album tutto sommato non particolarmente lungo è firmato dallo stesso Grissom tra strumentali e brani cantati, da “Way Jose” alla lunga ottima “Never Came Easy To Me”, per chi scrive uno dei momenti migliori dell’album. Un disco questo che magari non aggiungerà nulla alla classe di David Grissom come chitarrista ma che lo pone su un piano di assoluta grandezza tra i grandi ‘manici’ della musica americana contemporanea.

Remo Ricaldone

 

09:48

Doug Schmude - Mileposts

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Doug Schmude ha vissuto in ben otto degli stati americani e ha raccolto da tutti grandi ispirazioni per ‘costruire’ un suono in perfetto bilico tra acustico ed elettrico, tra country e folk, tra rock e blues. Nato in Louisiana, cresciuto tra Texas ed Oklahoma, ha risieduto per anni nella parte più alternativa di Nashville e ora vive nel sud della California, condensando uno stile accattivante che supera brillantemente doti non particolari dal punto di vista vocale con una buona vena compositiva che ha reso i suoi album decisamente godibili. Non sfugge a questa regola il suo più recente lavoro che si intitola “Mileposts” le cui canzoni sono il giusto compendio delle tematiche affrontate da Doug Schmude, dal fascino irresistibile esercitato dalla vita errabonda di “Mileposts In The Rear View” ai ricordi di “Feels Like Texas”, fino all’accorato tributo ad uno dei suoi mentori in “A World Without John Prine”. “The Ballad Of Early” è un altro momento da sottolineare per freschezza, incisività ed un approccio naturale e ‘leggero’, “All The Lines On My Face” è ballata intrisa di elementi autobiografici, resi ancora più autentici da una bella vena country-folk mentre “Old Crow” mantiene forti legami con una country music decisamente tradizionale, rimandando ancora al compianto grande storyteller di Maywood, Illinois. A congedare un disco breve ma esauriente c’è “Maybe I Just Won’t Go Home Tonight”, riflessiva e poetica, una ballata che non fa che confermare la bontà della proposta di Doug Schmude.

Remo Ricaldone

18:29

Ben De La Cour - Shadow Land

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Ben De La Cour ha vissuto ogni storia narrata e ogni emozione provata l’ha trasposta nelle sue intense e profonde canzoni incluse nei suoi quattro eccellenti album. Le dipendenze, i disturbi psicologici che lo hanno portato per lunghi periodi nei centri di cura e riabilitazione, le speranze e le sofferenze che hanno segnato una vita dove la musica ha reso tutto meritevole di essere vissuto, sono stati capitoli fondanti del suo percorso umano ed artistico. I brani che escono da queste esperienze riflettono in maniera significativa le sfumature ‘dark’, la drammaticità e anche la profonda poesia di uno storyteller vero che dal 2013 ha trovato il luogo ideale dove fermarsi nella parte est di Nashville dove grande è lo spazio per la creatività e per il perseguimento della valorizzazione del proprio talento. Le meditazioni sul senso della vita, gli amori perduti, le violenze, le emozioni vere sono alla base anche di questo appassionante nuovo album intitolato “Shadow Land”, dodici quadretti vividi ed intensi incisi nella quiete ispiratrice di Winnipeg, Manitoba dove Ben De La Cour mette tutta la sua potenzialità espressiva, la sua voce ricca di pathos e la sua forma musicale tra country music, espressionismo folk e tentazioni rock. Tra gli echi quasi western dell’iniziale “God’s Only Son” e le intense considerazioni autobiografiche di “The Last Chance Farm”, le colorazioni gotiche appalachiane di “High Heels Down The Holler” e le taglienti critiche alle corporazioni di “In God We Trust…All Others Pay Cash” emerge in tutta la sua forza una delle migliori figure della scena cantautorale americana in quello che probabilmente è il suo lavoro più completo e lucido, il più rilevante e rimarchevole. La porta ideale per conoscere Ben De La Cour e magari iniziare un percorso a ritroso nella sua produzione discografica.

Remo Ricaldone

18:27

Ellis Delaney - Ordinary Love

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Spesso viene fatto il percorso inverso ma in questo caso la cantautrice texana Ellis Delaney ha trovato i giusti riferimenti e il terreno fertile nel Minnesota dove si è trasferita e dove ha creato il suo perfetto ‘microcosmo’ in cui elaborare toccanti storie su basi folk e country. “Ordinary Love” è già il suo album numero dieci ed è sempre sorprendente scoprire quanta ottima musica si produca ogni anno e quanta rimanga sconosciuta ai più. Ellis Delaney ha dalla sua la capacità di condensare una grande vivacità lirica con eccellenti doti di performer e le sue canzoni, nonostante i tempi bui che stiamo vivendo tra pandemie, cambiamenti climatici e violenze razziali, riescono a strappare un sorriso aprendo il cuore a sentimenti senza tempo e limiti come amore e condivisione. La produzione è limpida e semplice e proprio per questo risulta fresca e godibile, prettamente acustica ma ricca di gradazioni e manda il messaggio di una grande ispirazione nei confronti delle grandi voci che probabilmente l’hanno coinvolta come Joni Mitchell, Carole King, Shawn Colvin o Kate Wolf. Caparbio e appassionato, il messaggio insito in queste canzoni è che nonostante tutto si debba ricercare lo straordinario nell’ordinario, quanto di più rivoluzionario ci possa essere nell’apparente dicotomia di questa affermazione. L’esuberante e toccante ottimismo di brani come “The Finest Adventure”, della title-track “Ordinary Love”, “Pie For Breakfast”, “Happy Life”, “Now Is The Time” e la conclusiva “Better Angels” definiscono il mood complessivo di un disco di notevole fattura e meritevole dell’attenzione di chi apprezza la più sincera canzone d’autore.

Remo Ricaldone

18:25

Spike Flynn - Postcards From The Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Spike Flynn, singer-songwriter australiano di Sydney, è personaggio che gode di grande stima e considerazione in patria e si sta facendo apprezzare all’estero per una vena scarna e rigorosa che ha richiamato paragoni con lo stile poetico di un Guy Clark e, aggiungerei, di Sam Baker. Le cartoline evocate nel titolo del suo nuovo disco sono frutto di un viaggio interiore verso quella che viene considerata ‘casa’, non solo dal punto di vista fisico ma soprattutto da quello allegorico e intimo dove si cerca amore e protezione, affetto e luogo di tranquillità e pace. Anche le bellezze naturali dei luoghi dai quali proviene Spike Flynn hanno notevole importanza nel costruire un suono che inevitabilmente guarda a folk e country ma viene declinato aggiungendo un approccio personale che certamente non manca al nostro. La ‘circolarità’ del viaggio, il tornare alle proprie radici, l’universalità di un messaggio fondato su condivisione e curiosità, resilienza e passione sono il filo conduttore di questo “Postcards From The Heart” dove i colori virano verso tonalità pastello e le immagini si fanno via via vivide e ispiratrici. “Neon Lit Café”, “The Gypsy Dancer”, “The Weatherman” dove il racconto assume ancora più forza espressiva grazie agli interventi di chitarra elettrica e delle tastiere (rispettivamente Adam Pringle e Graeme Molloy che si esprimono sempre a livelli eccellenti), “A Hard Place To Hide”, la ruvida country music di “Stone To Sand” e le suggestioni di una deliziosa “My Home Town” sono capitoli fondamentali per apprezzare un disco che ascolto dopo ascolto conquista con le sue storie luminose come i cieli stellati dei deserti australi.

Remo Ricaldone

18:23

Soo Line Loons - Soo Line Loons

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nuova ed attivissima band che proviene dal Minnesota, i Soo Line Loons sono già al terzo album in poco più di due anni e questo loro nuovo disco omonimo non fa che attirare l’attenzione di chi apprezza alternative country e suoni simili. Molto seguiti e amati per il loro focoso ‘appeal’ in concerto, i Soo Line Loons nascono grazie all’incontro di Grant Glad e Robin Hatterschide, interessante polistrumentista il primo, batterista il secondo che ben presto hanno arricchito la line-up con il bassista Matthew Fox (ottimo anche a lap steel ed armonica), l’amico di infanzia di Grant Glad Erik Lofstgaarden a mandolino, tastiere e banjo e la madre di Robin Hatterschide, Kristi, violinista di estrazione folk. L’approccio è intenso e spesso trascinante, fascinoso e misterioso in alcune belle ‘murder ballads’, legato si alla tradizione ma con molte deviazioni in un percorso mai scontato o banale. “Old Mill” e “Been A Long Winter” fissano subito coordinate forti e solide, sorprendendo poi con una “Can’t Stop Singin’ The Blues” che aggiunge caratteristiche ‘black’ ad un melodia comunque importante, così come “Don’t Let Me Go”, contagiosa per le sue sonorità un po’ ‘swampy’ e sudiste. “Hope” gode della presenza della notevole slide guitar nelle mani di Charlie Parr, ospite prezioso che arricchisce atmosfere prettamente ‘country flavored’, così come bella è la melodia di “What They Don’t Tell You” e la conclusiva “Amen” è ballata toccante ed intensa. Non manca qualche piccolo neo, qualche peccatuccio di gioventù che però non inficia un giudizio positivo su una band che con un po’ di fortuna potrà dire la sua nell’affollato mondo roots americano.

Remo Ricaldone

 

18:37

India Ramey - Shallow Graves

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nata in Georgia e cresciuta in Alabama, India Ramey è stata inevitabilmente cresciuta con i suoni più classici della country music ma la sua forte personalità l’ha portata ad interpretarli con uno stile che porta spesso inflessioni ‘scure e misteriose’ e anche vicino al grande patrimonio folk, peculiarità assoluta del profondo sud. “Shallow Graves” ne definisce contorni spesso legati a certo alternative-country, ricchi di grinta, poesia e lancinante passione, con una scrittura lucida che prende spunto dall’America di oggi per creare un insieme impeccabilmente cucito dalla produzione di Mark Petaccia, in passato a fianco di Jason Isbell nel suo eccellente album intitolato “Southeastern”. I riverberi e gli echi western di chitarra elettrica dell’iniziale title-track “Shallow Graves” mettono subito in chiaro quali siano le qualità di India Ramey in una canzone di grande presa e fascino, seguita dalla corposa e trascinante “Up To No Good” con ancora un bel tappeto di chitarre elettriche. Chitarre che rendono ‘dark’ le atmosfere della notevole “The Witch”, un altro bel esempio di country music che guarda alle proprie radici ma lo fa con uno sguardo attuale ed intenso. “Keep Hope Alive” è cristallina con un’interpretazione che rimanda alla migliore Nanci Griffith e introduce una “Debutante Ball” dallo spirito country più classico e con una pedal steel che imperversa. “You And Me Against The World” sposta gli equilibri verso ovest e conferma anche il talento compositivo di India Ramey, “Hole In The World” è più acustica e intima, una soffice ballata resa ancora più delicata dagli interventi di violino. “Montgomery Behind Me” è una melodia deliziosa e senza tempo e di nuovo vengono in mente gli splendidi dischi di Nanci Griffith degli anni ottanta per purezza vocale e arrangiamenti tenui e sognanti mentre incisiva e splendidamente interpretata è la seguente “King Of The Ashes”. A chiudere c’è l’unica cover, una “Angel Of Death” di Hank Williams Sr. che conferma tutto l’amore e il rispetto di India Ramey per le più pure radici country.
Remo Ricaldone

18:35

John McDonough - Second Chances

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Residente da parecchi anni (quasi venticinque) ad Austin, Texas, John McDonough ha proposto una sua personale e attraente visione cantautorale attraverso otto lavori discografici che hanno tracciato un percorso coerente e apprezzato dalla critica e dal pubblico della capitale texana. La sua è una canzone d’autore che unisce con grande bravura folk e inflessioni pop, profondità poetica e ottime doti artistiche che ora prendono corpo in forma acustica con un progetto che lui aveva nel cassetto da tempo e che, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, ha potuto realizzare. “Second Chances” è la rilettura di brani inseriti per la maggior parte nei suoi album del 2014, “Dreams And Imagination” e del 2016, “Surrounding Colors”, canzoni a cui John McDonough è particolarmente legato e che ora si giovano di nuove ed eccellenti versioni. L’impronta acustica dona ulteriore fascino ai brani come l’iniziale “The Place Where I Belong”, tra gli ‘highlights’ dell’album che lo introduce con convinzione e poesia. Le chitarre di John McDonough e di Kris Farrow che si intrecciano naturalmente, gli archi delicati di Steve Bernal e Niamh Fahy che accompagnano i momenti più intimi e le armonie vocali di Cody Rathmell sono gli unici protagonisti di questo album, essenziale e genuino come il mood che contraddistingue canzoni come “Your Love Sets Me Free”, intensa love song, “Tonight’s The Night” (no, non è quella di Young) e “Nowhere Else To Run” altro gioiellino di equilibrio e di tensione acustica. Da rimarcare ancora la purezza di “Give Me One More Day To Say Goodbye” e “Planes Fly Too Low” con un lavoro eccellente della coppia Bernal- Fahy a cello e violino, due ulteriori mtivi per considerare più che azzeccato questo nuovo lavoro di John McDonough.

Remo Ricaldone

18:31

Kristin Larkin - Waking Up

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Kristin Larkin è tra le voci più promettenti della attuale scena di Nashville, città che continua ad essere un importante polo di attrazione specialmente per quanto riguarda i suoni folk e country. “Waking Up” rappresenta bene le sue sfumature vocali ed artistiche presentandoci dieci brani dalla notevole freschezza e dalla cristallina sincerità compositiva. Talvolta venato da una piacevole sfumatura pop che personalmente mi ricorda certe cose di Natalie Merchant con i 10,000 Maniacs, in altri momenti caratterizzata da forti impronte country-folk, il repertorio di Kristin Larkin sa coinvolgere per maturità e genuinità. Gli anni con i Remember The Ocean, la sua band di quando risiedeva in Florida e il suo album indipendente “Regardless” del 2014 hanno sicuramente tracciato un percorso che con questo suo nuovo disco acquista solidità ed ispirazione sin dall’iniziale, splendida “Tread Lightly” che rappresenta un po’ il manifesto della sua visione artistica ed umana. “That’s Beautiful” è leggera e piacevolissima con i suoi rimandi alla band di Natalie Merchant mentre “When You’re Lying” e “As We Go Along” hanno un gusto ‘vintage’ grazie a melodie e ‘riverberi’ che ci portano nei decenni passati. Tra gli altri momenti che vale la pena sottolineare ci sono “Like A Country Song”, classicamente country per temi e sonorità, “Little Cowboy”, una ballata intensa così come “Exactly” e “Shelter” che si avvalgono di interpretazioni profondamente ispirate e di una bella personalità che affiora in tutto questo “Waking Up”, lavoro caldamente consigliato a chi ama le voci femminili che si muovono tra i suoni roots.

Remo Ricaldone

18:29

Cousin Harley - Let's Go!

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Settimo disco per una delle più trascinanti realtà della scena canadese tra rock’n’roll e country music, esuberante  e dinamico trio che ha segnato alcune delle pagine più frizzanti degli ultimi anni da quelle parti. Cousin Harley vedono le chitarre di Paul Pigat, i tamburi di Jesse Cahill e il contrabbasso di Keith Picot fornire la giusta dose di energia e potenza in un repertorio ricco di rockabilly che spesso sfocia verso country music e blues, rivolgendo ogni tanto la propria attenzione ad un atteggiamento quasi punk per intensità. “Let’s Go!” ha la stessa freschezza degli esordi ormai avvenuti venti anni fa e si gusta come un ‘shot’ di tequila o di whisky, lasciando in bocca quel sapore un po’ vintage ma mai meno che brillante e gustoso. La Gretsch di Paul Pigat è la protagonista con tonalità tipiche degli anni cinquanta e sessanta, confermando la statura di un musicista che negli anni ha collaborato con James Burton, Brian Setzer degli Stray Cats e Jeff Beck per citare qualche nome, ponendosi in primo piano nel panorama roots-rock canadese. La sezione ritmica segue passo passo le intuizioni del leader e fornisce anche qui una base rocciosa e che specialmente dal vivo infiamma con facilità un pubblico che ha creato una bella ‘fan base’ ad una formazione decisamente meritevole di attenzione. Dieci brani , dieci conferme di un combo contagioso e ricchissimo di entusiasmo e “Lets’ Go!” non chiede altro di essere goduto fino all’ultima nota.

Remo Ricaldone

 

09:41

Rod Picott - Wood, Steel, Dust & Dreams

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dopo l’intenso “Tell The Truth & Shame The Devil” che scavava nel profondo l’anima di Rod Picott, il songwriter nato nel New Hampshire, cresciuto nel Maine e ora residente a Nashville da’ alle stampe quella che è un po’ la summa del suo prezioso lavoro di ‘artigiano della canzone’ negli anni, con un doppio album che ripercorre una serie di canzoni rilette con grande piglio poetico, la giusta dose di nostalgia e, soprattutto, una musicalità che lo ha reso tra i migliori esponenti della scena cantautorale americana. Filo conduttore delle canzoni che formano questo amplissimo quadro artistico è la profonda amicizia con un altro grande autore e cantante, Slaid Cleaves, un legame che risale ai tempi in cui entrambi vivevano nella cittadina di South Berwick, Maine ed è proseguito negli anni anche a distanza con un proficuo scambio di canzoni, di idee, di suggerimenti. La produzione è nelle mani di Neilson Hubbard, già membro degli Orphan Brigade ma anche fotografo, videomaker e produttore affermato per sensibilità e ingegno che mantiene il sound complessivo essenziale e scarno per fare emergere tutta la bellezza delle melodie, spesso commoventi e coinvolgenti. Con Rod Picott, qui come si suol dire con il suo ‘heart on the sleeve’, con il cuore in mano, ci sono le chitarre di Will Kimbrough, sempre ispiratissime, il mandolino ed il basso di Lex Price, le leggere percussioni e le armonie vocali di Neilson Hubbard, la slide acustica di Matt Mauch e il ‘cammeo’ di Slaid Cleaves in “Bring It On”. Come detto ci troviamo di fronte ad un repertorio di grande impatto emotivo e di ampio respiro ed è un grande piacere ritrovare vecchi gioiellini come “Rust Belt Fields”, “River Runs”, “Broke Down”, “Wrecking Ball”, “Welding Burns” e molti altri, riletti in maniera intima e con la consapevolezza del passare del tempo e dell’importanza delle amicizie e dei rapporti umani con coloro che hanno attraversato la vita artistica e personale di Rod Picott. Un disco questo che regalerà emozioni a chi darà la giusta attenzione alle storie contenute, arricchite dalle note, preziosissime, allegate al libretto che accompagna “”Wood, Steel, Dust & Dreams”.

Remo Ricaldone

 

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