22:45

Andrew Sheppard - Steady Your Aim

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Cresciuto ad Hailey, Idaho e poi trasferitosi in California inseguendo il suo ‘sogno artistico’, Andrew Sheppard è tra le migliori sorprese dell’anno in ambito country e roots,  dopo un percorso che lo ha visto alle prese inizialmente con rock e punk per poi abbracciare le radici. La sua visione è comunque alternativa a quanto ci viene spacciato per country dalle major, una lucida e quasi ‘cinematografica’ concezione di suoni che sanno di backroads e di percorsi ‘poco battuti’ e per questo sinceri ed autentici. “Steady Your Aim” è il suo secondo disco ma è come se introducesse per la prima volta un musicista che sente l’urgenza di unire tradizione e suoni contemporanei in modo personale anche se l’influenza di gente come Israel Nash Gripka, Sturgill Simpson e molti nomi della scena Red Dirt  e texana è palpabile. Dieci canzoni che formano un quadro intenso e colorato, dall’introduttiva “Take A Walk With Me” alla solida ed elettrica “Red Wine & White Roses”, con “Here At The Bottom” che rappresenta tutta la verve e la forza della più genuina country music e “Travel Light And Carry On”, tra le migliori del lotto, con le sue profonde inflessioni texane. “Steady Your Aim” ha rari cali di tensione, tutto scorre perfettamente oliato tra ballate e momenti più vivaci con un Andrew Sheppard pronto a cogliere ogni sfumatura delle storie raccontate. Tra queste si distinguono la canzone che dà il titolo al disco e poi ancora “Not My Kind” con il suo carico di nostalgia e fascino, “Lies As Cheap As Whiskey” che potrebbe essere uscito da un album di Cory Morrow, il descrittivo country waltz intitolato “Holy Water” e l’acustica “Further Away” che congeda un lavoro in cui la country music viene rinvigorita come solo nelle produzioni indipendenti viene fatto. Vale assolutamente la pena dare fiducia ad un album magari non facilissimo da reperire (ma le vie di internet sono infinite) ma che propone un nome molto, molto promettente da affiancare al meglio della attuale produzione alt-country.
Remo Ricaldone

22:42

Kate Campbell - Damn Sure Blue

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Kate Campbell è una delle voci più intense nel raccontare il sud degli Stati Uniti: lei è nata nella zona del Delta ed è cresciuta assorbendo il meglio di quella cultura, dalla country music al blues, dal folk al pop ed al soul. La letteratura è sempre stata al centro della sua crescita come donna e come artista, i diritti civili un punto fisso del suo credo, scrittori come Flannery O’Connor, Eudora Welty e William Faulkner riferimenti imprescindibili. Sono passati più di ventanni dal suo esordio, il celebrato “Songs From The Levee” dal quale è iniziata una carriera all’insegna della coerenza stilistica e dell’amore per una terra dalla quale sono germogliati i migliori suoni d’America. Riconosciuta ormai come musicista di primo piano nell’unire attraverso le ‘strade secondarie’ Nashville a Muscle Shoals e a Memphis, Kate Campbell ciclicamente ci regala dischi dall’afflato poetico e dai suoni intensi e “Damn Sure Blue” non sfugge a questa regola. Grazie all’accorta e sagace produzione di uno dei migliori nomi in questo ambito, Will Kimbrough, a sua volta musicista di straordinario livello artistico, Kate Campbell porta a termine uno dei suoi lavori più lucidi e solidi in un alternarsi di cover e di collaborazioni compositive che vedono coinvolti lo stesso Will Kimbrough e Tom Kimmel, firme che lavorano sulla sua stessa lunghezza d’onda. Le cover sono sempre fortemente personalizzate e perfettamente riuscite, dalla forte denuncia sociale di “Ballad Of Ira Hayes” del folk singer ‘nativo’ Peter LaFarge, tra i protagonisti più oscuri degli anni sessanta, a “The Great Atomic Power” dei Louvin Brothers, ripresa con piglio orgoglioso e potente, da “Forty Shades Of Green” di Johnny Cash a “Christ, It’s Mighty Cold Outside”, intinta nella migliore tradizione gospel del sud.  Gli originali sono poi la vera forza dell’album con melodie che fanno emergere la tradizione country nel modo più genuino e aggiungono testi impegnati e poetici al tempo stesso. “Damn Sure Blue”, “Change Should’ve Come By Now” e “Long Slow Train” sono un trittico che inizia il disco in modo splendido, tre canzoni che rappresentano l’essenza della country music, di come dovrebbe essere questa musica e di cosa dovrebbe rappresentare. Non meno ispirate sono poi la struggente “This, And My Heart Beside” avvolta da armonie folk che rubano il cuore, “When You Come Back Home”, pregnante country song che mi ricorda le prime cose di Mary Chapin Carpenter e “Sally Maxcy” che si pone ancora sul versante folk del’opera. Un disco questo che rappresenta al meglio terre che hanno espresso artisticamente le cose migliori unendo le tante culture che le hanno abitate, terre rigogliose, terre ricche di grande musica.
Remo Ricaldone

22:37

Eliza Gilkyson - Secularia

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Sono ben venti gli album incisi da Eliza Gilkyson, californiana ma residente da parecchi anni ad Austin, Texas, una carriera sempre più improntata verso una canzone d’autore in cui gli elementi country e folk sono stati inseriti in un percorso introspettivo e fortemente poetico, ricco di suggestioni e di riferimenti letterari. Il profondo senso della famiglia dove Eliza è cresciuta attorniata da musicisti (il padre Terry un leggendario songwriter, il fratello Tony tra i fondatori dei Lone Justice, roots-rock band di Los Angeles) , il suo rifiuto per ogni tipo di dogma religioso o politico, la sua sempre presente ispirazione poetica, sono queste le coordinate sulle quali è cresciuta e sulle quali ha basato la sua carriera artistica ed il suo percorso umano. “Secularia” è un insieme di poesie musicate con estrema bravura, prodotte dal figlio Cisco Ryder a cui è affidato il compito di confezionare il più efficace ‘abito’ possibile. Il risultato è ancora una volta degno di nota anche grazie al coinvolgimento di nomi importanti della scena musicale di Austin, da Warren Hood, efficace e profondo nei suoi interventi al fiddle, a Mike Hardwick, chitarrista talentuoso che all’elettrica gioca sulle note più intime per rendere ulteriormente pregnanti le melodie di Eliza Gilkyson. Piccoli/grandi cammeo si susseguono in queste canzoni, regalandoci emozioni intense come quando il mai troppo compianto Jimmy LaFave, in una delle sue ultime sessions, si unisce ad Eliza per una coinvolgente rilettura del traditional “Down By The Riverside”, oppure l’amica Shawn Colvin dona armonie vocali da sogno ad una accorata “Conservation”. Molti amici passano dagli Studi 45 di Austin per un contributo, da Chris Gage a Michael Hearne, da Betty Soo alla mandolinista Kym Warner, in punta di piedi ma lasciando una traccia importante in un disco in cui la spiritualità è vissuta in maniera intima e sincera, dalla magnifica “In The Land Of The Lord” in cui si punta il dito contro l’odio profuso in nome delle religioni, passando per “Solitary Singer”, “Lifelines” (con una eccellente pedal steel nelle mani di Mike Hardwick), “Dreamtime”, “Through The Looking Glass” e “Sanctuary”, canzoni che rubano il cuore e mostrano, senza filtri, orpelli o artifizi, l’essenza vera di una grande artista.
Remo Ricaldone

22:35

Kat Danser - Goin' Gone

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Goin’ Gone” è un viaggio emozionante attraverso i vari suoni che caratterizzano il profondo sud degli States, un percorso fatto di polverosi ‘juke joints’ e ‘honky tonks’ fondendo le molte influenze che Kat Danser, partendo dalla sua Edmonton, Alberta, ha accumulato nel corso degli anni. Folk, blues, rockabilly, country, jazz sono qui centrifugati con estrema bravura ed interpretati con voce espressiva, modulata e potente, affidandosi poi alla profonda esperienza di un nome come Steve Dawson che è sinonimo di suoni distillati e centellinati con intelligenza. Lo stesso Steve Dawson è protagonista con le sue chitarre e la pedal steel in un album in cui si alternano e si intrecciano fiddle e sax, armonica e mandolino in un susseguirsi di grandi emozioni. La grande esperienza in concerto di Kat Danser, al quinto disco pubblicato, è qui al servizio di un progetto ricco di fascino che viene inaugurato da una title-track dove blues e country convivono felicemente sprizzando energia da tutti i pori. “Voodoo Groove” ha tutto il misterioso fascino delle commistioni sonore del Delta con ancora in primo piano le chitarre elettriche del produttore, “Memphis, Tennessee” è più squisitamente blues con slide ed armonica che duettano in modo splendido mentre “Chevrolet Car” è la prima cover (di Sam McGee) che riporta i suoni ad una arcaica country music proposta con guizzi di pura arte. La pedal steel guida invece la sinuosa “Kansas City Blues”, ballata dai toni nostalgici tra le migliori del disco, subito seguita da “Hol’ Up, Baby” che convince per intensità e ritmo, ricordando un po’ la Michelle Shocked più ‘nera’. “Train I Ride” è molto ‘cinematografica’ ed evocativa, il sax ad accarezzare, ancora country e blues a braccetto, gli echi di Merle Travis e dell’autore, il leggendario Mississippi Fred McDowell, “My Town” è un altro gioiellino da incorniciare con tutto il suo fascino ‘old fashioned’ e lo spirito del primissimo Ry Cooder a fare capolino. A suggellare l’album una più elettrica e nervosa “Light The Flame”, notturna ed oscura, tra canzone d’autore (viene in mente certo Bruce Cockburn) e roots-rock, e “Time For Me To Go” più rilassata e modulata, ottima per congedare un’artista dalle eccellenti doti e potenzialità che in questo “Goin’ Gone” ci regala più di un brivido, più di un’emozione. Consigliato.
Remo Ricaldone

22:32

Vanessa Peters - Foxhole Prayers

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Cantautrice con base a Dallas, Texas, Vanessa Peters è un’interessante musicista che si muove tra canzone d’autore e quella scena ‘indie’ che prende spunto in eguale misura da folk, pop e rock, proponendo uno stile che si potrebbe avvicinare a certe cose di Natalie Merchant, Suzanne Vega e Shawn Colvin. Undici album all’attivo per Miss Peters e un’attività senza pause che l’ha portata ad esibirsi spesso al di fuori degli States con ottimi riscontri di critica per la sua vena compositiva piena di riferimenti letterari e per interpretazioni sempre accorate ed autentiche. E’ da parecchio tempo che i suoi album li pubblica grazie al cosiddetto ‘crowdfunding’, segno che la sua base di fan è ampia e fedele e il suo più recente lavoro, questo “Foxhole Prayers”, non sfugge alla regola, rivelandosi raccolta di canzoni che mantengono alta la qualità complessiva, al netto di alcune scelte di arrangiamento che inseriscono (per fortuna poco) loop percussivi e vocoder per dare un tocco contemporaneo e moderno a ballate che personalmente preferisco più scarne ed essenziali. Quando capita ciò il risultato è decisamente positivo come nell’iniziale “Get Started” in cui si avvicina molto alle voci citate in precedenza e la produzione di Rip Rowan che ha lavorato in passato con Old 97’s e Rhett Miller qui mostra le sue qualità migliori. “Lucky” ricorda il roots-rock dei 10,000 Maniacs e risulta tra le più immediate e scorrevoli delle canzoni del disco, così come in “This Riddle” quando le atmosfere si fanno più meditative e sognanti, con Vanessa Peters convincente e sicura. La liricità della title-track “Foxhole Prayers”, la scioltezza con cui affronta una pregevole “Just One Of Them”, le emozioni che pervadono la bellissima ballata conclusiva “What You Can’t Outrun” sono poi valori aggiunti che innalzano il classico disco che cresce moltissimo con gli ascolti, un disco che al netto di qualche piccolo neo negli arrangiamenti (parere personale) mostra un’artista dal grande talento.
Remo Ricaldone

19:00

Malcolm Holcombe - Come Hell Or High Water

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Uno stile ormai ampiamente rodato e riconoscibile basato sulla commistione tra folk, country e blues, una voce i cui sedimenti si sono stratificati negli anni arrivando a toni rochi, arruffati ma estremamente affascinanti, come quelli di un hobo che, nei suoi pellegrinaggi, trova tutto il romanticismo e la durezza della vita a contatto con perdenti, sognatori, viaggiatori e la nobiltà della classe lavoratrice. Questo e non solo è Malcolm Holcombe, musicista del North Carolina in cui convivono tutti i misteri, le scoperte e la florida ricchezza di terre che negli ultimi secoli hanno visto alternarsi momenti drammatici e pregni di storia che ne hanno disegnato i confini, geografici e interiori. Il suo carattere schivo, un po’ selvatico e poco propenso a scendere a compromessi gli hanno forse negato un posto d’onore nell’olimpo della musica americana ma, con grande perseveranza, ha snocciolato con regolarità dischi sempre più maturi e completi, pervasi da una sensibilità e da una poetica unici. Malcolm Holcombe è scolpito nella stessa roccia di cui fanno parte grandi come James McMurtry, Greg Brown, Townes Van Zandt e Ray Wylie Hubbard, per citare alcuni artisti ai quali è stato accostato, con una personalità forte ed orgogliosa che l’amico, produttore (con Marco Giovino) e straordinario polistrumentista Jared Tyler ha saputo far emergere  in un crescendo veramente notevole. L’equilibrio dei suoni, la profondità dei testi e l’incisività delle melodie è stato un traguardo raggiunto con naturalezza e, specialmente in questa sua ultima produzione ha raggiunto vette molto, molto alte. Dal precedente “Pretty Little Troubles” è cambiato poco a livello musicale, qui ritroviamo intatto il suono ormai marchio di fabbrica di Malcolm Holcombe, prettamente acustico ma sempre carico di pathos, calore e intensità, con pochi ‘aiuti’ ma con ogni strumento al proprio posto a partire dalle chitarre, dal dobro e dal mandolino di Jared Tyler, dalle percussioni sparse di Marco Giovino, dalle voci di Iris DeMent (qui anche al piano) e di Greg Brown, profondi ammiratori del musicista delle Blue Ridge Mountains. Tredici canzoni, tredici storie di volta in volta commoventi, delicate, misteriose e tenui, brani che sono indissolubilmente legate tra loro per formare un insieme di estrema sentimento e poesia “Left Alone”, “New Damnation Alley”, “Black Bitter Moon”, “Old North Side”, “Brother’s Keeper” e “Torn And Wrinkled” sono solo alcuni esempi della grandezza di un poeta vero. Un artista che, nonostante tutto, continua a rimanere uno dei molti ‘best kept secrets’ della musica d’oltreoceano.
Remo Ricaldone

18:56

David Olney - This Side Or The Other

Pubblicato da Remo Ricaldone |


David Olney è un poeta, un veterano di mille session, un ‘musician’s musician’ come dicono negli States, un artista la cui trentennale carriera ha forse ricambiato poco in termini di successo commerciale David Olney ma che lo ha visto rivestire il ruolo di padre putativo della Nashville più creativa e dinamica. I suoi sono dischi meditati e vissuti, le sue canzoni ricche di significato e di passione, la sua musicalità gli è valsa paragoni con gente come Johnny Cash, Tom Waits e Guy Clark. “This Side Of The Other” è un altro importante tassello di una carriera intensa e preziosa e vede la produzione nelle mani dell’esperto Steve Dawson che affianca lo stesso Olney in un lavoro artigianale curato nei minimi dettagli senza perdere in spontaneità. Il tema ricorrente di queste canzoni sono i muri, fisici e a volte mentali, l’accoglienza e la migrazione in tempi in cui questi argomenti sono di strettissima e drammatica realtà. Cosa vuol dire nascere da una parte o dall’altra di un muro, cosa comporta trovarsi di fronte ad esso durante il duro viaggio alla ricerca di una condizione migliore: sono queste ed altre le domande a cui David Olney cerca di rispondere con queste splendide canzoni pervase di country music, di folk, di una canzone d’autore mai così lucida e impegnata come nella migliore tradizione. A queste registrazioni partecipano grandi come Charlie McCoy, armonicista extraordinaire, le sorelle McCrary, tra le portavoci della più sincera tradizione del sud, Fats Kaplin alla fisarmonica e al oud, strumento a corda di origine araba, Anne McCue alle armonie vocali e allo stesso Steve Dawson a chitarre, pedal steel, mandolino e wurlitzer tra gli altri. Nove piccoli gioiellini e una cover, la sorprendente versione di “She’s Not There” degli Zombies di Rod Argent, che sono uniti da un filo rosso, tematico e musicale, di grande efficacia ed ispirazione a partire dalla significativa “Always The Stranger” che subito entra nel ‘mood’ dell’album con un bel ‘train time’ a la Johnny Cash, lo splendido fiddle di Ward Stout che segna la melodia e l’armonica di Mr. McCoy da pelle d’oca. “Wall” lo avvicina come suoni ad alcune cose di Tom Waits, ritmica originale, interpretazione sofferta e il piano wurlitzer di Steve Dawson che fornisce nuances jazzy, “Border Town” è già dal titolo storia di ‘immigrants & refugees’ con inevitabili colorazioni messicane e una eccellente chitarra acustica nelle mani di Steve Dawson. “I Spy” prosegue nelle storie di confine, in bilico tra due mondi, tra due culture, “Running From Love” è commovente e accorata, una canzone dalla solida ritmica e dagli interventi di fiddle e armonica ancora una volta strepitosi, “This Side Or The Other” è invece un country waltz che sa di classico, una canzone che coinvolge per dolcezza e poesia mentre “Death Will Not Divide Us” è ancora country music nel senso più genuino del termine, solida e impegnata. Così come nelle due canzoni precedenti la pedal steel è protagonista di “Open Your Heart (And Let Me In)”, soffice e aggraziata con le sorelle McCrary a dare quel tocco in più e “Stand Tall” ha qualcosa di Kris Kristofferson nel dna e quel sapore di country music d’autore tipico degli anni settanta, preludio alla già citata “She’s Not There” che congeda un grande artista che merita di essere apprezzato in maniera più ampia.
Remo Ricaldone

18:52

Jay Pinto - Jay Pinto

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dalla più tenera età Jay Pinto ha subito il fascino della musica, avvicinandosi via via ad una canzone d’autore che prende spunto sia dal folk ma anche da melodie più pop, nel senso più nobile del termine. Originario di Boston, Massachussetts, Jay si è presto trasferito sulla West Coast, facendo base prima a Sacramento e poi a Los Angeles e a San Francisco. E’ però a Seattle che ha trovato l’atmosfera giusta e una scena musicale accogliente e propositiva, incontrando Tom Kennedy per formare un duo chiamato Bananafish con cui ha inciso quattro dischi e condiviso il palco con Shawn Colvin e Ani DiFranco tra gli altri. Conclusa l’esperienza in duo Jay Pinto si è concentrato sulla produzione solista e al suo attivo ci sono un primo ep intitolato semplicemente “9 Song Demo” e alcuni anni dopo (siamo nel 2012) un album a ‘lunga durata’ che ha chiamato “Blink”, con alcune sue canzoni che nel frattempo venivano inserite in serie tv di successo come “I Sopranos” per fare un esempio. Questo disco omonimo è però quello che, nelle intenzioni del protagonista, si spera possa fargli fare il salto verso una maggiore notorietà internazionale, seppur sempre in ambito indipendente. Sono nove le canzoni che fanno dell’album un lavoro di buona profondità poetica, di melodie orecchiabili e di arrangiamenti freschi e gustosi improntati ad un suono acustico tra folk e pop. Voce interessante, buon ‘pickin’’ e un senso melodico intimista e aggraziato sono le peculiarità di una bella realtà del cantautorato americano, con canzoni come “Stray”, “Through The Eyes Of A Fisherman” e “Paradise” che introducono il lavoro nella maniera migliore, e con brani da ricordare come “From Pineapple Avenue To Marginal Way”, “Change Of Heart” e “Push” che rafforzano la convinzione di trovarci di fronte un artista che può dare molto alla scena folk(pop) d’oltreoceano.
Remo Ricaldone


Album numero undici (in poco meno di due decadi) per uno dei beniamini di Lone Star Time, quel Jason Boland che è da considerare una delle figure guida di quel suono, concepito e nato tra Texas ed Oklahoma, che ha saputo fondere mirabilmente country music e rock, centellinando in misura variabile i due ingredienti. Con i fidi Stragglers ‘ridotti’ a trio, con il vecchio compagno di Università e batterista Brad Rice, Grant Tracy a completare la sezione ritmica al basso e lo straordinario Nick Worley a fiddle e mandolino, Jason Boland non sbaglia un colpo, tale è il talento compositivo, l’eccellente espressività della voce e l’intelligenza nello stilare una scaletta coinvolgente ed intensa. “Hard Times Are Relative” vede la produzione a quattro mani divisa tra l’esperto Adam Odor e David Percefull che ritroviamo qua e la a colorare alcune canzoni con tastiere e chitarre e come ‘membro esterno’ ma sempre ispiratissimo specialmente alla pedal steel, Cody Angel.  La selezione è come detto felicissima nel proporre una stimolante ed appassionante country music talvolta rafforzata da elementi più rock che non spostano equilibri cercati e trovati con sagacia. Il frizzante inizio affidato a “I Don’t Deserve You” ne è la conferma più riuscita, con la pedal steel in primissimo piano e le armonie vocali di Sunny Sweeney a dare un tocco in più alla melodia. Un piccolo classico. “Hard Times Are Relative”, la title-track, gioca sulle emozioni più profonde con una ballata interpretata con grande classe da Jason Boland e un corollario di strumenti che accarezzano, dal dobro al banjo (nelle mani di Noah Jeffries) alla pedal steel, “Right Where I Began” è una godibilissima e cadenzata country song, un altro brano perfetto per coinvolgere il pubblico in concerto, con Cody Angel a ‘fare i numeri’ all’elettrica. “Searching For You” è un altro degli ‘highlights’ del disco, con la fisa di Bukka Allen e uno spirito honky tonk che conquista mentre “Do You Remember When” è un’altra ballatona dalla grande forza interiore, cantata con il cuore in mano. Il ritmo risale con la seguente “Dee Dee Oo’d”, pregna di buon vecchio rock proposto con la classe di Jason Boland che assieme a Stoney LaRue firma poi una “Going, Going, Gone” semplicemente monumentale, con il fiddle di Nick Worley che vola alto. Il trittico finale comprende “Tattoo Of A Bruise” pimpantissima e nobilitata dagli intrecci di pedal steel e fiddle, “Predestined” più acustica e rilassata e, unica cover “Grandfather’s Theme” di Randy Crouch, intensa, pulsante ed evocativa, degno finale per un disco tra i migliori dell’anno. E non solo in questo ambito musicale.
Remo Ricaldone

15:35

Greg Hawks - I Think It's Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Una delle più piacevoli sorprese di questo 2018, “I Think It’s Time” è l’ultimo sforzo solista in ordine di tempo per Greg Hawks, polistrumentista ed autore proveniente da Chapel Hill, North Carolina, ispiratissimo e talentuoso artista che con le canzoni inserite nell’album in questione ha metabolizzato alla perfezione tutte le sue molteplici influenze. Cresciuto e maturato attraverso l’amore nei confronti di country music, rock, pop e soul, Greg Hawks è in possesso di una voce dalle eccellenti tonalità e sfumature, una bravura chitarristica con pochi eguali e una scrittura decisamente brillante. Se dal punto di vista delle liriche c’è uno sguardo preoccupato e negativo per la piega politica di questi ultimi tempi negli States, da quello strettamente musicale la cristallina bellezza delle melodie rende “I Think It’s Time” un disco ampiamente positivo e bilanciato ottimamente nelle diverse inflessioni, risultando infine godibile oltre misura. Greg riesce al tempo stesso a risultare personale e derivativo, capace di condensare negli undici brani dell’album un’intensità e una particolarità notevoli, ricordando di volta in volta le ballate di Tom Petty, le spigliate radici country di Dwight Yoakam, la profondità dell’ultimo Johnny Cash e la brillantezza degli storici Big Star di Alex Chilton, alfieri del sud tra rock e soul. La semplice bellezza delle melodie, gli intrecci chitarristici sempre di grande ‘appeal’, performance vocali di grande impatto emotivo sono tra le qualità di queste sessions, a creare un insieme scorrevole e più che soddisfacente, senza pause, dall’iniziale “So Lonely” alla conclusiva “Another Possibility”, con la collaborazione in fase di mixing da parte di Chris Stamey (il cui nome è legato ai dB’s, allo stesso Alex Chilton e ai Whiskeytown) e con gli interventi alla pedal steel di Allyn Love. “From One To The Other Extreme” ha nel dna la country music di icone del genere come Buck Owens o George Jones mentre la più impegnata (politicamente e socialmente) è certamente “The King Of Hate”, ballata più acustica che ricorda la ‘west coast’ degli anni settanta. “I Think It’s Time” (la canzone) è più rilassata, con un ‘gioco’ di chitarre ancora efficace, così come la seguente “Things I Did Not Say” che riporta in primo piano una country music pregevolissima. E’ un viaggio colorato e vivido quello di Greg Hawks, quello di un musicista che ha ancora molto da dare a coloro che ancora si emozionano quando ascoltano i suoni roots. Uno dei dischi più godibili di questi mesi.
Remo Ricaldone

15:32

Son Of The Velvet Rat - The Late Show

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Da anni Georg Altziebler e la sua partner Heike Binder vivono nel deserto californiano di Joshua Tree, divenuto una sorta di ‘buen retiro’ per artisti e musicisti, un po’ come fu Laurel Canyon tra gli anni sessanta e settanta. Il  debutto discografico della coppia austriaca in terra americana con il curioso nome di Son Of The Velvet Rat fu nel 2017 grazie ad un album prodotto niente meno che da Joe Henry intitolato “Dorado” in cui appariva anche Victoria Williams, una delle voci della scena alt-country attratta dal fascino del Mojave. I suoni sono riconducibili ad una sorta di incrocio tra un folk con tinte ‘noir’e tentazioni rock, come se si incontrassero i Green On Red e i Velvet Undergound in un territorio del cuore profondamente influenzato dai colori, dai silenzi e dall’asprezza dei deserti del sudovest americano. A seguire quell’esordio ci fu un lungo tour promozionale che portò i Son Of The Velvet Rat tra Europa e States e questo “The Late Show” documenta alcuni momenti significativi riprendendo canzoni di “Dorado” e da alcuni progetti precedenti, con l’aggiunta di una nuova composizione, “Another Glass Of Champagne”, tagliente ed elettrica, che conferma il prolifico momento di forma della band. Tra la movimentata “Surfer Joe”, coinvolgente e trascinante, e “Moment Of Fame” che non nasconde influenze ‘dylaniane’, c’è tutto l’immaginario legato alla più profonda provincia americana, quella dimenticata dalle cronache ma che riveste un’importanza basilare per il suo substrato umano e per le reminiscenze cinematografiche. Il folk-rock orgoglioso di “Lovesong No.9” con ancora nel cuore Bob Dylan, la secca e solida “Friends With God”, rock di notevole forza espressiva, “Sweet Angela” sofferta ed emozionale e la chiusura di “Carry On” fanno di questo disco un ulteriore punto a favore per i Son Of The Velvet Rat, bella realtà della scena indie americana, pur con le loro origini europee.
Remo Ricaldone

15:29

Ben Kunder - Better Human

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Non è facile ripetere un esordio di grande intensità e profondità come  era “Golden”, l’inizio di una promettente carriera discografica per il canadese Ben Kunder e “Better Human”, secondo album in uscita a settembre 2018, rileva una leggera involuzione nella musica, pur regalandoci una manciata di buone canzoni. Tra Israel Nash e Ray LaMontagne, in bilico tra un evocativa canzone d’autore e inflessioni pop, Ben Kunder ripete certe insicurezze che hanno caratterizzato gli ultimi lavori dei musicisti citati con qualche ‘balbettio’ negli arrangiamenti (soprattutto nei primi due brani l’uso di tastiere elettroniche che appesantiscono melodie peraltro non male), con una crescita mano a mano che l’album si sviluppa attraverso ballate e midtempo di interessante fattura. La voce è sempre una delle peculiarità migliori, calda, modulata ed intensa, con interpretazioni che mostrano una sensibilità non comune e uno sguardo al mondo e alle sue contraddizioni intelligente e profondo. Le tonalità country del debutto sono quasi assenti ma è con la terza canzone del disco, una “Better Days” empatica e brillante, che “Better Human” si risolleva e risale un po’ la china grazie ad una produzione che finalmente riesce a far esprimere tutta la poetica di Ben Kunder. Aaron Goldstein che già aveva contribuito alla piena riuscita del primo disco di Ben e qui nei panni del produttore, dimostra una volta di più che la semplicità e la linearità dei suoni sono la carta vincente, soprattutto quando si parla di roots music ed in effetti i momenti migliori sono una docile “Hard Line” con echi ‘younghiani’, “I Will Be Your Arms” dove emergono tonalità country molto apprezzate, “Lay Down” che ha il sapore di certe cose della Band, un trittico che vale l’intero cd. Da ricordare e sottolineare l’intimismo di una acustica “Come On” veramente deliziosa e la conclusiva “Night Sky”, ancora una ballata da incorniciare in un seconda parte del disco che migliora il giudizio pur rimanendo una buona spanna sotto il suo predecessore.
Remo Ricaldone

17:30

The Eric Hisaw Band - Street Lamp

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Per chi segue le ‘pagine’ di Lone Star Time non è mistero che la scena musicale tra Texas ed Oklahoma rappresenti una vera e propria fucina di talenti e un polo di attrazione tra i più vibranti dell’intero panorama statunitense. Sono talmente tanti gli artisti degni di nota che spesso si scoprono o si rivalutano personaggi dalla carriera già ampiamente rodata e dalla notevole ‘fan base’ seppur a livello regionale. Non sfugge a questa regola Eric Hisaw, cantante, chitarrista ed autore nativo del New Mexico ma ormai da considerarsi un texano a tutti gli effetti, capace di condensare le migliore tradizione rock con le radici texane tra country music e canzone d’autore. Eric ha al suo attivo una manciata di dischi che hanno sempre confermato la bontà di una proposta essenziale e sagace, con interpretazioni rimarchevoli, tra le migliori che il Texas abbia sfornato in questi anni. Era da alcuni anni che Mr. Hisaw non pubblicava un nuovo disco e “Street Lamp” colma alla perfezione questo vuoto grazie ad una selezione ancora una volta eccellente. L’album è inciso nel Texas più rurale, a Boerne, poco più di diecimila abitanti nella magnifica Hill Country, sotto la produzione di Shawn Sahm, figlio del leggendario Doug e protagonista di queste sessions alle tastiere. Alla fisarmonica c’è Josh Baca dei Los Texmaniacs mentre la sezione ritmica è nelle mani della coppia Nela Walker e Jimmy Wilner, rispettivamente a basso e batteria. Sette sono gli originali e una cover a mostrare i vari ‘stati d’animo’ di Eric Hisaw con “Hurry It Up”, godibilmente rock, ad aprire la selezione. Tra gli Stones e i Blasters “Hurry It Up” è incisiva ed essenziale, chitarristica e trascinante, seguita subito dopo da una title-track pervasa da un’aura di romanticismo veramente vincente, una canzone ispirata arricchita da una fisa che ci porta vicino al border. “Clouds” rimanda ai Los Lobos degli esordi con una melodia che denota l’eccellente stato di forma di Eric Hisaw, evocativa e stimolante, “Desert Sun” è una ballata che ricorda ancora gli Stones, quelli di “Exile” o di “Sticky Fingers”, un altro punto di riferimento del disco. “Little Piece” rivitalizza certo rock anni sessanta con il suo stile stringato ed efficace, “So Close” è un soffio affascinante di Messico, un bolero presentato con intatto amore per quei suoni e un Josh Baca che ammalia con i suoi interventi all’accordion. A chiudere una “Reservation Radio” pregna di grande country music, una ballata di peso citando il grande Merle Haggard e, unica cover come detto, “Revolutionary Ways” firmata da Doug Sahm e da lui incisa negli anni settanta, un travolgente rock che congeda nella maniera migliore un album breve, intenso, stringato, vitale. Alla prossima, Eric!
Remo Ricaldone

17:28

Bobbo Byrnes - Two Sides To This Town

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Bobbo Byrnes, sempre infaticabile con le sue molteplici attività in qualità di front man di band come Riddle & The Stars e The Fallen Stars o come solista, bissa il suo interessante “Motel Americana” con questo “Two Sides To This Town” che, oltre che confermare ottime doti, ci porta per mano in quel caleidoscopico mondo che è il panorama ‘americana’. Tra Green On Red e Jayhawks, Uncle Tupelo e il più nobile cantautorato tra rocke e radici, Bobbo riprende cover di qualità e le affianca ad un ‘songwriting’ decisamente efficace, sempre in bilico tra acustico ed elettrico, tra l’urgenza di certo rock e la suadente delicatezza delle ballate country/folk. Qui vengono citati e ripresi due nomi che Bobbo Byrnes ama ed apprezza, Chris Knight con una ottima “Jealous Kind” e Matthew Ryan con “Dam”, dando sempre l’impressione di credibilità e personalità nel rendere proprie canzoni altrui. Due cover azzeccate alle quali si possono affiancare le iniziali “Angelia” e “Heart Like Mine” dall’afflato roots e  la splendida ballata elettrica intitolata “Glad” dove affilate chitarre elettriche sferzano l’aria pur in una dimensione di tangibile e accorata poesia. “Massachussetts” è un’altra boccata d’aria fresca, un midtempo magari non originalissimo ma denso di passione e genuinità, un duetto (con Tracy Byrnes, anche al basso) di qualità, “Welfare Cadillac” si veste un po’ di soul con fiati e organo a dare calore al tutto, “Last Hurrah” invece riprende tonalità più acustiche e country con una melodia tra le migliori del disco. A completare un album comunque succinto ed essenziale ci sono “Summer Wine”, ballata elettrica che a me ricorda alcune cose di Neil Young negli anni settanta e “Vegas”, più spedita e trascinante, con ancora i Green On Red nel cuore. Un lavoro questo che dimostra quanto Bobbo Byrnes abbia da raccontare in termini di storie  di sensazioni. Una vita vissuta intensamente.
Remo Ricaldone

17:26

The Circus In Flames - Outside America

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dietro all’affascinante progetto The Circus In Flames c’è la figura di Doug Andrew, canadese, veterano dalle mille esperienze nei più diversi campi musicali, dal folk al blues, dal country al gospel al rhythm and blues, una sorta di vera antologia della musica americana delle radici. Dietro alla sua voce, alle sue chitarre e alla sua armonica ci sono gli strumenti a corda di Brian Barr, la batteria di Ed Goodine, il contrabbasso di Bernie Addington ed il banjitar (sorta di ibrido tra chitarra e banjo) di Brian Thalker, un combo vitale, propositivo e vigoroso che da’ vita ad un album, intitolato significativamente “Outside America”, in cui l’amore sconfinato per i suoni delle radici viene declinato con in mente ovviamente la Band di Robbie Robertson ma anche il nostalgico e passionale suono ‘old fashioned’ di un Pokey LaFarge. Con tonalità a volte ‘dark’, a volte spigliatamente ‘old time’, Doug Andrew e soci si confrontano con suoni che sembrano parte del loro dna, pur essendo nati a molte, molte miglia dai luoghi di origine dei generi citati. Tutto il materiale proposto è rigorosamente originale, interpretato con quella verve e quel talento che Mr. Andrew ha costruito nel corso di almeno tre decadi, spesso condividendo progetti con grandi della musica americana come per esempio il bel tributo a Ian Tyson in cui apparivano gente come Chris Hillman e i conterranei Gordon Lightfoot e Blue Rodeo. Dalle tonalità seppiate ricche di fascino antico ma anche di effervescente contemporaneità spiccano brani come “Wake Up In The River”, la lunga e per certi versi ‘dylaniana’ “The Magic Kiss”, “Come Out Marissa”, “Wicked Tongue” torrido soul sudista, “Closer To Montgomery” che si avvicina con il suo passo cadenzato e sicuro al classico suono della Band, “Don’t Believe I’m The Same Man” tra ironia e (acoustic) rock e “Frozen Morning” che ci lascia con il gusto dolce e nostalgico di una ballata che ho subito accostato ai vecchi dischi di Dillard & Clark. “Outside America” è, nonostante il titolo, un bel viaggio nel cuore degli States, un viaggio che si arricchisce ad ogni ascolto di particolari e cresce esponenzialmente in piacevolezza.
Remo Ricaldone

17:24

Chris Thomas - Bound To The Ocean

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Chris Thomas, musicista inglese del Devon, è uno dei tanti musicisti attratti dalla musica americana, affascinato dalle sue aperture armoniche e da quello spirito libero peculiarità dei suoni legati alle radici. Inevitabilmente l’approccio è filtrato attraverso la lente di ingrandimento e la sensibilità di chi vive al di qua dell’Atlantico, con tutto il bagaglio e l’eredità artistica di chi prima di lui ha intrapreso queste strade. Il percorso che ha portato all’esordio intitolato “Bound To The Ocean” ha incrociato pop e rock ma anche country e canzone d’autore, arricchendosi via via di esperienze che ora vengono evidenziate in questo album fresco e rivitalizzante, spesso pregno di sonorità che rimandano all’estate e a melodie subito facilmente memorizzabili. “Whenever I Sing Georgia” traccia la via con inflessioni che ricordano il Jimmy Buffett più legato a radici country e riprendono citazioni autobiografiche e familiari che in gran parte del disco rendono la selezione accorata e intima. Spesso come nella tenue “If Not You” ci si avvicina ad una canzone d’autore intelligente ed ispirata salvo ‘riattaccare la spina’ e rinvigorire il sound come in “Don’t Follow Me”, non spingendosi però oltre i confini di un (soft) rock un po’ ‘seventies’. Tra armonie vocali che sanno di California come nella limpida “So Long, Travelling Away”, reminiscenze beatlesiane e nostalgie ‘folkie’, il disco scorre con estrema naturalezza, regalando piccoli sprazzi di poesia come la pianistica “Listen To Me” in cui la voce rimanda a Don Henley, “Sun Kiss” capolavoro di equilibrio e di sentimenti pop, “Gwendolyn Rose” che grazie al bel banjo si avvicina a sonorità country e la swingante forza di “Heart Is Broke” con tutta la sua lucentezza acustica. “Bound To The Ocean” rivela ottime doti interpretative e compositive di un artista che ha trovato la giusta strada per esprimere i molti riferimenti musicali a cui si è avvicinato negli anni.
Remo Ricaldone

16:46

Craig Bickhardt - Home For The Harvest

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Craig Bickhardt è stato uno dei migliori autori della Nashville più ispirata tra la fine degli anni ottanta e la decade successiva, le sue canzoni sono entrate nei repertori di gente come Johny Cash, Alison Krauss, B.B. King, Tony Rice, Kathy Mattea e tanti altri. Dal 2006 ha lasciato Music City per cercare nuovi stimoli e per rifuggire dal progressivo inaridimento della vena artistica del grande business delle major e ha inciso cinque dischi indipendenti dando libero sfogo ad un songbook che negli anni si è arricchito e che ha mantenuto un livello qualitativo eccellente. Craig non ha mai tradito la sua indole di autore sensibile e profondo e in questi anni ha avuto l’opportunità di mostrare anche notevoli doti chitarristiche e interpretative, qui sublimate attraverso tredici canzoni dal taglio acustico con pochi ma mirati interventi strumentali di ospiti di indubbio valore come il mandolinista Andy Leftwich, il bassista Byron House, le tastiere di Catherine Styron  e l’irish whistle e la concertina di John Mock a portare un po’ di sapore d’Irlanda alla introduttiva “Steady As She Goes”. Il disco è una ispirata carrellata di quadretti in cui il sessantaquattrenne della Pennsylvania esprime tutta la sua forma ed il suo talento. Una canzone d’autore in bilico tra country music e folk senza tempo, accorata, nostalgica ed evocativa. Le sue storie di provincia sono spesso frutto di collaborazioni con vecchi e nuovi amici autori, come Barry Alfonso con cui firma ben cinque canzoni, Thom Schuyler altro compositore noto nella Nashville di una ventina di anni fa e Nathan Bell, songwriter di grande talento. Da rimarcare, in un album complessivamente a livelli più che buoni, la bellezza e la finezza di melodie come “The Way You Loved Me”, “Racing The Bullet”, “Greener Past” con il suo carico di rimpianto, “Chesapeake Bay” cristallina e pura, “I’m Sure The Rain” con un’intro che ricorda il miglior James Taylor, “It Takes A Winding Road”, “West Of Wherever You Are”, “Sonoma” e “One Little Light”, per citare quelle che di primo acchitto risultano le più intriganti. Un percorso quello di Craig Bickhardt che non lo porterà in cima alle classifiche ma che lo conferma storyteller di primo livello.
Remo Ricaldone

16:41

Bruce T. Carroll - Finding You

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Ormai Bruce T. Carroll ci ha preso gusto: dopo l’ottimo “Ruckus And Romance” che lo ha fatto conoscere agli appassionati della canzone d’autore roots e un’attività live che lo ha portato a condividere il palco con anime a lui affini come il compianto Jimmy LaFave, Slaid Cleaves, Ellis Paul e Dan Bern tra gli altri, ecco il seguito a quelle canzoni piene e profonde. ‘Solo’ un ep, sei canzoni per poco più di venticinque minuti ma qui ritroviamo le stesse emozioni, lo stesso coinvolgimento e la stessa capacità di affrontare temi universali in maniera poetica e vera. Un disco questo “Finding You” che ha come ‘filo rosso’ il tema del ritrovare e riconquistare quel qualcosa che si è perso, in termini di sentimenti, di situazioni e di passioni, un lavoro ancora una volta estremamente diretto ed appassionante, con il piglio deciso ed accorato caratteristica dei grandi artisti. E se “Fox In The Henhouse” è una considerazione su quello che era l’America tempo addietro e sui cambiamenti attuali, il resto è formato da temi che accostano elementi autobiografici anche struggenti (come nella splendida “If You’re Still There” sul valore degli affetti nei momenti più bui e dolorosi) a sentite dichiarazioni d’amore e di speranza. Il tutto raccontato con quella voce splendidamente e delicatamente ‘abrasiva’ che accarezza i nostri cuori e le nostre anime con tutta la sapienza e finezza possibili. “Just Like Finding You”, “I Will Never Leave”, “If That’s The Way You Feel”, “Who Never Felt The Need” e le altre citate sono canzoni che regaleranno momenti intensi a chi darà loro fiducia. Bentornato Bruce….
Remo Ricaldone

16:39

Dirk Hamilton - Yep!

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Tra il 1976 ed il 1980 Dirk Hamilton, musicista che dall’Indiana si trasferì a Los Angeles per fornire un contributo magari non fondamentale ma certamente eccellente dal punto di vista artistico con il suo mix di folk-rock-soul-country che doveva tantissimo a Van Morrison, Bob Dylan e Graham Parker in primis, fece quattro dischi che ancora oggi risultano più che godibili, soprattutto l’accoppiata “Meet Me At The Crux” del 1978 ed il seguente “Thug Of Love” di due anni dopo. A seguire ci fu un periodo in cui, scoraggiato dalle politiche delle major, si dedicò a tutt’altro ma il suo percorso discografico rimase nel cuore di molti, in particolare di quel grande appassionato che fu Franco Ratti che diede a Dirk Hamilton la possibilità di tornare ad incidere grazie ad un contratto con la Appaloosa Records. Di quella stagione “Yep!”, pubblicato nel 1994 fu una delle cose migliori, il più vicino allo spirito e all’ispirazione di quell’irripetibile inizio di carriera, un disco che a distanza di parecchi lustri mantiene intatta la sua forza ed il suo fervore. E’ quindi  più che benvenuta la ristampa di quel lavoro, stimolante, accorato ed orgolioso, in cui il protagonista è affiancato da una serie di nomi di valore assoluto, a partire da una sezione ritmica sagace e discreta formata da Paul Pearcy alla batteria e David Hayes al basso, nobitato dalla tastiere e dalla fisarmonica di Radoslav Lorkovic, stimolato dal fiddle di Champ Hood, con le chitarre ed il mandolino di Marvin Denton a ricamare sulle melodie di Mr. Hamilton. Tra Los Angeles ed Austin, Texas queste session ci hanno regalato veri piccoli gioiellini come “Soul And Body”, la frizzante canzone che da’ il titolo all’album, le suggestioni ‘spanish’ di Boy On A Roof”, “Lonely Videos” e “The 1-2 Sucker Punch”  in cui fa rivivere lo spirito dell’amato Van Morrison in  ballate elettro-acustiche i cui vocalizzi sono quelli tipici che ci hanno fatto apprezzare i suoi primi dischi, il Graham Parker più ‘caraibico’ nella fresca “On A Volcano”, “Rainbows In The Night” intimista e soffusa e “Tunnel At The End Of The Light”, ballata tra le migliori del lotto, con “The Only Thing That Matters” una delle più vicine alle ispirazioni degli esordi. Ad arricchire questa ristampa c’è un pregevole secondo disco che documenta le attività live di Dirk Hamilton di quel periodo (1994/95), colto in concerto tra Sassuolo, Carpi e Ferrara e le consuete ed eccellenti traduzioni di ogni brano, ormai tradizione della label italiana.
Remo Ricaldone

18:27

American Aquarium - Things Change

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Il vulcanico e sempre ispirato BJ Barham ha deciso di rifondare i suoi American Aquarium con una vera rivoluzione, chiamando a se Shane Boeker alle chitarre elettriche, Joey Bybee alla batteria, Ben Hussey al basso e Adam Kurtz alla pedal steel e chitarre per un album sintomaticamente intitolato “Things Change”. Ma se i protagonisti sono cambiati, quella che non è mai venuta meno è la forza, la grinta e il talento di uno dei migliori nomi della scena tra rock e radici americana in un lavoro di notevolissimo vigore espressivo, sempre in bilico tra le sonorità country e sferzate rock che travolgono l’ascoltatore. Così i ‘nuovi’ American Aquarium sono scesi a Tulsa, Oklahoma e si sono affidati ad un produttore illuminato come John Fullbright che ha chiamato in qualità di ospiti altri grandi ‘oklahomans’ come il leggendario fiddler Byron Berline, John Moreland e Jamie Lin Wilson che hanno prestato le loro voci nel corso del disco. “Things Change” si apre subito con la ruvida bellezza di “The World Is On Fire”, splendida introduzione ad una serie di canzoni la cui forza si basa anche su un notevole coinvolgimento ‘politico’ del leader il cui occhio attento a quello che è l’America contemporanea è lucido e poeticamente splendido. “Crooked & Straight” e “Tough Folks”  ribadiscono con il loro spirito rock quanto sia profondo il songwriting di BJ Barham che qui si avvicina molto ai Drive-by Truckers. “When We Were Younger Men” è un vero capolavoro di intima poesia e commovente nostalgia, una ballata tra le migliori scritte da BJ a mio parere, la cui melodia viene esaltata da un break di pedal steel che colpisce dritto al cuore, “One Day At A Time” con il piano di John Fullbright è un altro eccellente esempio del momento ispirativo di Mr. Barham, secco, scarno e disilluso ma tremendamente coinvolgente. Con “Things Change” la ballata si fa tagliente, guidata da una voce roca e sferzante che denota una grande voglia di esprimere sentimenti talvolta contrastanti, sofferenza e speranza accomunati nei pochi minuti di un ottimo brano mentre i suoni più classici della country music emergono dalla successiva “Work Conquers All”, decisamente ispirata dalla terra di Oklahoma. In perfetto stile ‘outlaw’ c’è poi “I Gave Up The Drinking (Before She Gave Up On Me)”, ‘drinking song’ piena di passione e anche di ironia seguita “Shadows On You”, un’altra ballata toccante e accorata con fisarmonica e fiddle, da incorniciare. La chiusura è invece affidata a “’Till The Final Curtain Falls”, un po’ più ordinaria come ballata ma nobilitata da una pedal steel meravigliosa, costante presenza in un album di grande qualità.
Remo Ricaldone

18:23

Annie Keating - All The Best

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Quale migliore occasione per ‘rileggere’ il songbook della newyorchese Annie Keating è “All The Best”, raccolta che focalizza tutta la bravura di una delle migliori autrici e cantanti dell’attuale panorama alt-country e americana. Quattordici brani tratti dalla decina di album pubblicati durante una carriera che l’ha vista imporsi per grande intensità emotiva e quei tratti musicali che l’hanno accostata ai grandi del genere, Lucinda Williams su tutti ma naturalmente con la sensibilità di Bob Dylan e John Prine. Storie dal taglio roots che però contengono uno spirito rock espresso se non chiaramente attraverso un suono elettro-acustico di grande presa, in un esemplare feeling dove vengono ripresi temi autobiografici ed universali con grande senso melodico. Sarebbero da citare tutti i brani, tale è stato l’acume nel compilare questo disco, dall’introduttiva “Ghost Of The Untraveled Road”, splendida ‘road song’, alla coinvolgente “Belmont”, dalla delizia folk di “Forever Loved” all’affascinante “Coney Island”, poetico atto d’amore nei confronti della sua città natale. “In The Valley” è emozionante per scrittura e performance, “Storm Warning” è grintosa e decisamente (roots)rock, “Water Tower View” espressiva ed incisiva, “Kindness Of Strangers” struggente nel raccontare gli incontri durante i tanti tour, “You Bring The Sun” cristallina ed ispirata. Ciliegina sulla torta, godibile e significativa è la cover di “All The Best” di John Prine, ispirazione e punto di riferimento di una canzone d’autore intelligente e sagace che Annie Keating ha saputo riprendere con grande, grandissima bravura.
Remo Ricaldone

18:21

B.R. Lively - Into The Blue

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B.R. Lively, al secolo Bryan Blaylock, ha mosso i primi passi artistici in quel di Dallas, Texas prima di trasferirsi ad Athens, Georgia per gli studi e per ampliare orizzonti personali e perché no anche musicali.  Sono passati parecchi anni da quei tempi e ora “Into The Blue” focalizza una maturità raggiunta anche grazie all’aiuto, fattivo e prezioso, di Gordy Quist, membro storico dei Band Of Heathens, dalla quale provengono anche la sezione ritmica formata da Richard Millsap alla batteria e Scott Davis al basso (ma anche a chitarre acustiche ed elettriche, piano e banjo). I tre formano una solida base sulla quale si snodano le canzoni di B.R. Lively, piccoli ma incisivi acquerelli elettro-acustici che mostrano un’intensità non comune e la capacità di condensare emozioni e avvincenti sensazioni. Il suo è un country-folk che risulta una via di mezzo tra Ryan Adams e la tradizione texana, talvolta come nella jazzata e deliziosa “Summertime Sky” uscendo un po’ dal seminato ma facendolo sempre con grande cuore e talento. “The Blue”, canzone che apre il disco è senz’altro significativa in questo senso, con tutto il suo bagaglio di poesia e di incanto, mentre “Oh These Days” è più sognante ed onirica, semplice ed intrigante nella sua dimensione folk. “Lonesome” è malinconica ma cristallina nel suo arpeggio chitarristico, calda ed avvolgente anche grazie alle armonie vocali di Lauren Hunt, protagonista di parecchi momenti del disco, “The Day That I Die” lo avvicina maggiormente ad una country music riflessiva ed intimista, vicina idealmente a certa canzone d’autore, “Minute By Minute” ci consegna una delle ballate più belle dell’album, una melodia da incorniciare e un’interpretazione notevole, canzone che ci porta verso una parte ancora più ispirata che comprende la pianistica “Fighters” con il supporto di un quartetto d’archi, l’orgogliosa e intensa “Coyote”, un country-folk eccellente, “Free Of” altra ballata da sottolineare per forza espressiva e “Gratitude”, chiusura perfetta con banjo, chitarre acustiche e un taglio splendidamente texano. B.R. Lively è un altro nome da tenere d’occhio e da aggiungere al (lungo) elenco di eccellenti autori e cantanti che affollano la scena del Lone Star State.
Remo Ricaldone

18:18

Ben Glover - Shorebound

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Parallelamente all’attività negli Orphan Brigade in compagnia degli americani Neilson Hubbard e Joshua Britt, l’irlandese Ben Glover prosegue un percorso solista che lo vede impegnato a creare una canzone d’autore adulta e matura, modellata su una struttura che deve parecchio alla ballata tradizionale, almeno nei temi e nei modelli, ma al tempo stesso fortemente inserita in un contesto contemporaneo che l’avvicina ai suoni roots americani. L’abilità nel ‘colorare’ queste storie con tonalità a volte delicatamente pastello, in altri casi con maggiore intensità e vigore, è caratteristica peculiare di Ben Glover, in grado di ammaliare l’ascoltatore che cerca emozioni profondamente radicate nel retaggio popolare, risultando sempre credibile e genuino. “Shorebound” è la naturale prosecuzione dello splendido “The Emigrant” pubblicato sempre dalla nostrana Appaloosa Records nel 2016, forse leggermente meno immediato del precedente ma ricco di spunti che lo rendono prodotto profondamente poetico ed intenso. La produzione è sempre dello stesso Ben con Neilson Hubbard, con la scelta di dare maggiore enfasi alle armonie vocali con il coinvolgimento di una serie di eccellenti nomi come Amy Speace, Mary Gauthier, Kim Richey e Gretchen Peters tra gli altri, in un susseguirsi di momenti avvincenti e anche commoventi. Lo stile compositivo di Ben Glover è qui esaltato da una serie di canzoni dal fascino schietto e spontaneo, da “Northern Star” a “A Wound That Seeks The Arrow”, due perfetti esempi di equilibrio, ricercato ma sincero e anche quando ci si avvicina a stilemi più rock come in “Wildfire”, la classe e i toni con cui si esprime Mr. Glover sono decisamente indovinati. “Catbird Seat” è poi ballata intensa, la cui drammaticità e arte poetica la pone tra le migliori del disco, così come “Ride The River”, espressiva e flessuosa, l’evocativa “Song For The Fighting” con nel cuore, quasi inevitabilmente, il miglior Mike Scott e i suoi Waterboys, la più americaneggiante “My Shipwrecked Friend” che con la conclusiva “Keeper Of My Heart” si congeda con tanta umanità e accorata passione, caratteristiche di un autore e cantante di notevole personalità.
Remo Ricaldone

18:14

Mario Rojas - Lost Angelino

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Terzo album per il musicista residente a Los Angeles ma che si è formato musicalmente a Dallas, Texas dove ha assorbito la lezione tra blues e country/folk di personaggi come Freddie King e Ray Wylie Hubbard. Mario Rojas non si è ‘fermato’ a questi suoni ma ha pian piano inglobato nella sua musica un po’ tutto quello che ha ascoltato nelle radio, dal rock al pop, dal soul alla canzone d’autore e ora questo disco ce lo riconsegna con un suono decisamente piacevole e melodicamente rilevante che deve molto, al primo ascolto, a grandi del pop-rock inglese come Elvis Costello e Nick Lowe. Se vocalmente lo si può accostare all’Elvis Costello più americano e gradevole, musicalmente la sua visione dei suoni a stelle e strisce è vicina al ‘melting pot’ californiano dove attualmente vive, un mix di pop, country-rock e blue-eyed soul maturato al sole della west coast. Con la produzione dell’amico Ed Tree, “Lost Angelino” si presenta come un album elettro-acustico dalle tonalità calde ed avvolgenti, sin dall’iniziale “Temporary Crown”, perfetta pop-song interpretata con quel piglio tipico dei californiani degli anni settanta. “Beatle Boots” è invece pregna di un soul estremamente fresco e stimolante, un brano che potrebbe tranquillamente essere una outtake di un disco di Mr. Costello, “Lost Angelino” è scorrevole e cristallina, melodicamente tra le migliori di questa selezione composta da undici originali che mettono in luce la buona vena ed il talento di Mario Rojas. Su questa traccia si possono inserire “Blue Light Follow” con la bella pedal steel di Jeremy Long, “Valerie” con tutto il bagaglio delle più classiche melodie pop degli anni sessanta, un bagaglio che Mario ha messo a frutto anche nelle belle “Red Dress” e “Everything” ma è un po’ tutto il disco che viaggia su binari più che dignitosi e soprattutto corroboranti.
Remo Ricaldone


“Dancehall Dreamin’” è al tempo stesso un tributo alla musica di Pat Green e alla rinascita in questi ultimi anni, diciamo da inizio anni duemila, delle tante preziose dance halls texane dove si è ripreso con nuova, grande energia a proporre musica, quella irresistibile tra country music e rock’n’roll di cui Pat è uno degli esponenti più importanti. E l’importanza della figura di Mr. Green nella rinascita di certa musica figlia del Lone Star State è qui ribadita da una serie di musicisti che lo omaggiano con amore, passione e rispetto. William Clark Green, uno di quelli che ha ripreso il testimone con talento e notevolissima bravura ci regala una versione potente di “Wrapped” che apre l’album nel migliore dei modi. Un ulteriore passo avanti lo fa poi la Randy Rogers Band con special guest Radney Foster in una meravigliosa cover di “Three Days”, reinterpretata con un’urgenza e una forza espressiva che lascia stupefatti. John Baumann è invece alle prese con una meno nota “Nightmare”, gioiellino acustico che ammalia per bellezza e cuore (“Bring back Towns Van Zandt and my heroes back to me.'Cause I can play their songs but it ain't the way they do,It ain't the way they do." è una parte della canzone che commuove fortemente), Jack Ingram fa sua l’inconfondibile melodia di “Wave On Wave” mantenendo lo spirito originario ma dandone una versione ricca di personalità, con Michael Ramos al piano che ricorda certe ballate di Bob Seger. Altro gioiellino lo troviamo nella versione che la Josh Abbott Band ci regala di “Take Me Out To The Dancehall”, pura gioia e amore per il Texas e le sue peculiarità e ricchezze artistiche con banjo e fiddle in primo piano e una melodia perfetta per essere cantata in concerto. L’eccellente country singer di Amarillo Aaron Watson non poteva mancare all’appuntamento e la sua versione di “Crazy” rende onore ad una ottima melodia, naturalmente nelle corde più intime del nostro. Pura country music ‘Texas style’ con pedal steel e fiddle (nelle sapienti mani di Milo Deering) da brividi. Walt Wilkins è invece alle prese con “Washington Avenue”, una composizione di Pat Green forse meno nota ma cristallina e country al midollo, l’amico fraterno Cory Morrow sceglie la splendida “Adios Days” per omaggiare Pat e l’operazione funziona alla grande. “Dancehall Dreamer” è rivista da Drew Holcomb che ce la ripropone nella sua essenza più acustica e ‘folkie’ mentre la chiusura del disco è affidata ad una “Southbound 35” in cui Kevin Fowler mette tutta la sua carica rock. Un finale col botto per un disco che curiosamente contiene altre dieci tracce audio in cui vengono spiegate  le storie dietro le canzoni. Disco decisamente godibile.
Remo Ricaldone

17:58

Tom Peterson - Black Hills Gold

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Tom Peterson è un veterano dal punto di vista artistico, i suoi primi passi musicali li ha mossi partendo dalle molte band di cui ha fatto parte negli anni settanta ma non è mai riuscito a raggiungere una notorietà sufficiente per un successo purtroppo solo sfiorato e sognato. Dalla nativa Sioux Falls, South Dakota passando per Boulder, Colorado prima e Nashville poi, Tom Peterson ha raccolto molti estimatori tra gli addetti ai lavori e questo “Black Hills Gold”, chiaro riferimento alle amate terre da cui proviene, è inciso interamente in quel di Austin, Texas con la produzione di un nome di rilievo come l’ottimo chitarrista Chris Gage. Accanto a Chris Gage e al suo grosso lavoro strumentale (oltre alle chitarre è notevole il suo apporto a lap steel, dobro, piano, fisarmonica e organo hammond) troviamo gente del calibro di Lloyd Maines, suo grande fan, alla pedal steel, Paul Pearcy alla batteria, David Carroll al basso e Christine Albert, soave vocalist in una serie di sessions preziose e rimarchevoli. Quella di Tom Peterson è country music e anche folk di pura marca texana, dalla eccellente slow ballad “Broken Heart Of Mine” alla mossa “As Is” impreziosita dall’armonica di Spider Mackenzie fino al delizioso western swing di “Big Fish Eat The Little Fish” caratterizzato da una serie di interventi di fiddle, piano e steel. “Black Hills Gold” è tra le più intense composizioni dell’album, interpretata con logico coinvolgimento visto che si parla dei luoghi natali di Mr. Peterson, “Global Warming” riporta la country music dove dovrebbe stare grazie ad una melodia pura e un arrangiamento lineare, “Fetch The Old Man Home” è un ‘waltz’ di qualità, un classico gioiellino country acustico, “Goodbye Denver” torna a ‘swingare’ con classe e tutta la nostalgia che apporta una pedal steel superlativa, così come la frizzante e dinamica “Magic Bird”, texana al 100%. “Iowa Driver”, rock che rimanda a Doug Sahm per intensità e ispirazione e “The Muddy Muddy Mo”, decisamente più tradizionale e dalla forza suggestiva chiudono un lavoro che riporta Tom Peterson all’attenzione degli appassionati, suggellando un ritorno ancora più gradito dopo i gravi problemi di salute che lo hanno afflitto negli anni passati.
Remo Ricaldone

17:55

Kerri Powers - Starseeds

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nata nel Connecticut e con una buona fan-base in tutto il New England, Kerri Powers è una cantautrice di grande efficacia e sensibilità, attratta fortemente dai suoni anni settanta e capace di risultare sempre profondamente credibile nel raccontare storie in cui messaggi di sentimenti universali si mischiano ad inevitabili tratti autobiografici. Da sempre innamorata della musica, Kerri ha potuto intraprendere la carriera artistica solo dopo aver dato la precedenza alla vita privata, matrimonio e figli, riuscendo comunque a raggiungere il pubblico che segue canzone d’autore e ‘americana’ grazie a grandi doti espressive. "Starseeds" è il perfetto veicolo per conoscere la sua musica e la sua personalità, la ghiotta occasione per apprezzare un eccellente ‘songbook’ originale e le sue doti di interprete. “Peeping Tom” porta subito grandi emozioni con un ‘pickin’’ chitarristico gustoso e tipicamente bluesy, un voce sinuosa ed affascinante e un irresistibile feeling sudista, seguito da una più nostalgica “Somewhere On The Vine” che ha il sapore dei classici, ricordando il miglior Kris Kristofferson grazie ad un notevole appeal country. “Bicycle Man” riporta le atmosfere verso un blues sporco ed estremamente affascinante, eccellente slide che guida la melodia e Kerri Powers che una volta di più ‘vive’ la storia raccontata, “Polly” è invece la prima cover, una melodia magnifica scritta da Gene Clark che faceva parte del repertorio Dillard & Clark e qui ripresa con grande cuore ed anima. Tra i capolavori del disco, definitivamente. “Mine The River” è elettrica e potente, sempre tipicamente anni settanta con forti influenze soul e gospel, “Free Bird Flying” è decisamente più intima e accorata grazie ad un ‘mood’ contraddistinto da un arpeggio di acustico delicato e poetico e da una performance vocale intensa, “Moon ‘n Stars” è di una bellezza scarna ed essenziale e proprio per questo più profonda, con Kerri Powers che canta con una carica veramente sensuale. Il trittico che ci porta verso la conclusione dell’album è formato dalla solida melodia di “Rocking Boat” le cui coordinate sono tra country e soul, da una “Grace And Harmony” che prende ancora spunto dal ‘southern sound’ più profondo e dalla seconda cover, una “Can’t Find My Way Home” dal repertorio Blind Faith che non finisce mai di stupire per freschezza e adamantina bellezza, mai scalfita dal passare degli anni. Kerri la fa sua con sicurezza e naturalezza confermando quanto la sua voce sia personale e intrigante. Un’artista da conoscere.
Remo Ricaldone


Jim Patton e Sherry Brokus animano da molti lustri le notti di Austin, Texas con la loro calda e genuina versione della tradizione country/folk che nel Lone Star State continua ad essere viva e vegeta. Da qualche anno non si facevano vivi, da quell’ottimo “The Great Unknown” che nel 2013 aveva affascinato i critici e il pubblico che li segue fedelmente nei clubs della capitale texana. “The Hard Part Of Flying” si affida alla produzione di Rob Flynt e la scelta è scontata visti i legami di amicizia che lega Patton & Brokus al polistrumentista e producer. Logica come l’affidarsi ad una serie di nomi che rappresentano la Austin più acustica e tradizionale, dalla country music al folk: Rich Brotherton e Marvin Dykhuis sono due chitarristi sopraffini la cui classe e gusto con cui affrontano ogni session li ha resi tra i più ricercati da quelle parti, Warren Hood è un fiddler con i fiocchi, Mary Cutrufello e ‘Scrappy’ Jud Newcomb con le loro apparizioni regalano ancora più interesse a queste canzoni, prettamente acustiche e ricche, ricchissime di sincero coinvolgimento. Tutto il materiale è originale e fondamentale è il coinvolgimento compositivo di un altro eccellente nome del Texas più cantautorale, Jeff Talmadge, così come il maggior ruolo vocale di Sherry Brokus con tonalità che mostrano sempre più esperienza e consapevolezza è un altro tassello nella riuscita dell’album. “My Hometown’s Not My Hometown Anymore”, “Learning To Fall”, “Drunk In Baltimore” duetto gustosamente pervaso da una country music genuina e vera, “She Doesn’t Love Him Anymore” deliziosamente ‘old fashioned’ tanto da ricordare le classiche ballate country che raccontano di amori senza speranza, “Doin’ Time” dalle tonalità folk e poi ancora “Down At The Anchor Inn” vicina al rock ma sempre rigorosamente ‘unplugged’ e la ciliegina sulla torta di “Still Got A Little Wild In Me” fresca e rigenerante sono i momenti più rimarchevoli di un disco sincero quanto i due protagonisti.
Remo Ricaldone

“When The Wind Blows” è prima di tutto un profondo atto d’amore e di affetto verso una delle figure più importanti della canzone americana, a distanza di più di ventanni dalla sua scomparsa un riferimento ancora fondamentale e un’ispirazione forte ed orgogliosa: Townes Van Zandt. Veramente rimarchevole è il fatto che questo progetto sia nato in Italia grazie all’infinita passione di un manipolo di coraggiosi. Da una quindicina d’anni infatti a Figino Serenza, piccolo centro del comasco, si tiene un festival che omaggia Townes nella maniera più sentita e condivisa, ospitando musicisti che provengono dagli States ma anche dall’Inghilterra, dalla Svezia e dall’Italia tra gli altri, in un’alternanza di emozioni e vibrazioni positive che hanno portato al concepimento e alla realizzazione di questo corposo doppio cd che contiene ben trentadue canzoni per circa due ore di musica. Il songbook di Townes Van Zandt, amplissimo e di grande qualità anche nei suoi aspetti più oscuri e meno conosciuti, si rivela in tutta la sua bellezza con la presenza di gran parte dei suoi classici e dei suoi gioiellini più rari. Ampia e diversificata è la partecipazione degli artisti, coinvolti grazie ad una eco notevole che il festival ha avuto all’estero, ed è naturalmente la presenza di nomi come Joe Ely, Terry Allen, Malcolm Holcombe, Sam Baker (sua è anche la copertina del disco con un intenso ritratto di Townes), Matt Harlan, Tim Grimm, David Olney, Michael McDermott, Thom Chacon, Slaid Cleaves e James Maddock che nobilita il progetto, con interpretazioni oltre che personali, sempre pregnanti e ricche di coinvolgimento. Condensare le emozioni e la struggente poetica di Townes Van Zandt è compito decisamente complicato ma, grazie all’ampiezza della proposta abbiamo un quadro a mio parere esaustivo del suo repertorio, con riletture a volte sorprendenti e con il denominatore comune dell’estremo rispetto nei confronti dell’artista texano. A colpirci sono poi gli episodi sulla carta ‘minori’ ma che si rivelano veri punti di forza della selezione, a partire da una eccellente “Tecumseh Valley” tradotta in italiano da Andrea Parodi, un lavoro non facile che si rivela riuscitissimo per poi proseguire con la bella “Snowin’ On Raton” di jaime Michaels, una splendida cover di “Pancho & Lefty” del poco noto Paul Sachs, “Flyin’ Shoes” ripresa con la consueta grande umanità e sagacia da Radoslav Lorkovic, “Highway Kind” di Chris Buhalis, “At My Window” riletta con efficacia da Jono Manson e una sorprendente “Our Mother The Mountain” di Jack Trooper, figlio del mai troppo compianto Greg. Tra le tante canzoni non c’è una nota fuori posto a livello di coinvolgimento emotivo, tutti danno il massimo per contribuire ad un album in cui ognuno potrà trovare i momenti preferiti e dove la garanzia di qualità è ampiamente presente. Doppiamente consigliato.
Remo Ricaldone

22:22

I See Hawks In L.A. - Live And Never Learn

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La scena roots di Los Angeles da quasi sessantanni ha rappresentato uno dei cardini e dei poli d’attrazione più vivaci e vibranti d’America. Al caldo sole californiano sono maturate generazioni di musicisti che hanno saputo unire con grande maestria country, folk e bluegrass con il rock, aprendo strade spesso inusitate e sperimentando con brillantezza quei suoni. I See Hawks In L.A. sono dal 1999 tra i migliori portabandiera dei legami tra rock e country music, con otto dischi all’attivo che rimandano agli anni d’oro (tra sessanta e settanta) della musica westcoastiana. Personalmente il loro approccio mi ricorda spesso quello dei primi New Riders Of The Purple Sage, quelli che, sotto l’egida di Jerry Garcia, grande appassionato di country e bluegrass, aggiunsero il loro tocco personale di rock e soul (da Bo Diddley a Johnny Otis) e un pizzico di psichedelia ad insaporire il tutto. Rob Waller e Paul Lacques sono al timone della band dai suoi esordi e negli anni hanno tenuto dritta la barra non rinunciando mai a comporre ottime country songs formando un repertorio piacevolissimo e di grande coerenza. Alle chitarre dei due leader si aggiungono il bassista Paul Marshall e la batterista Victoria Jacobs in un quartetto compatto e coeso al quale danno una mano in queste sessions il bravissimo Richie Lawrence alle tastiere, Dave Zirbel che con la sua pedal steel ripercorre le gesta del grande Buddy Cage (dei New Riders) e Dave Markowitz al fiddle. “Live And Never Learn” è un disco ricco di eccellenti country songs come la canzone che da’ il titolo all’album, “Poour Me”, “The Last Man In Tujunga” e “White Cross” in particolare, un poker d’assi che nobilità il disco, con il grande amore per l’ambiente di “Ballad For The Trees” e “Planet Earth”, il rock e la psichedelia che si susseguono nella divertente “Stoned With Melissa”, la delicata e poetica “The Isolation Mountains” e la nostalgica “Stop Me”, gioiellini di una selezione che conferma I See Hawks In L.A. tra più valide band indipendenti roots. E che nome!
Remo Ricaldone

22:19

True North - Open Road, Broken Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Attraverso una serie di apprezzate partecipazioni ai migliori festival americani, Kristen Grainger e Dan Wetzel hanno fatto conoscere la loro musica, ispirata profondamente dalla canzone d’autore, dalla country music più propositiva e da certa musica bluegrass, dando vita ad una band dall’evocativo nome di True North. Con quattro lavori all’attivo la band proveniente dall’Oregon si è proposta come bella realtà e questo “Open Road, Broken Heart” è disco dalle melodie intense e dallo spirito più genuinamente ‘on the road’. Tra originali e cover ci troviamo di fronte ad una selezione con molti aspetti da rimarcare per i suoi intrecci strumentali e per le ottime armonie vocali. Partendo dalle cover troviamo la azzeccata “Without You” presa dal repertorio acustico solista di Eddie Vedder che magari non ha la profondità vocale dell’ex leader dei Pearl Jam ma mantiene intatte tutte le ‘nuances’ e le suggestioni dell’originale, “Wilder Than Her” splendida composizione del purtroppo poco conosciuto cantautore Fred Eaglesmith, la perfetta rivisitazione della notevole “The Eye” di Brandi Carlile molto simile all'originale nel suo affascinante schema vocale e “Mighty Bourbon” di Justin Evan Thompson. Tra i brani scritti dai True North sono altrettanto preziosi l’iniziale “One-Way Ticket”, “Small Wonders” vicina come spirito al mondo bluegrass con il bel banjo di Dan Wetzel, “Ratio Of Angels To Demons”, la folkeggiante “Seed, Leaf, Flower, Seed” e le ottime “I’m Gone “ e “You Come Around” che ci congedano con una grazia e un’armonia uniche. A completare la band, attualmente un quartetto, oltre ai citati Kreisten Grainger e Dan Wetzel  ci sono Dale Adkins alle chitarre acustiche e al banjo e Suzanne Pearce Adkins al basso. Band da conoscere assolutamente se avete un debole per il lato acustico del suono americano.
Remo Ricaldone


Duo dal nome affascinante ed originale, Society Of Broken Souls arriva dall’Iowa ed è la creatura di Dennis James e Lauryn Shapter, polistrumentisti al secondo album con questo nome ma con una corposa attività assieme antecedente a questo progetto. “Midnight And The Pale” è la perfetta compenetrazione delle due anime della band, un pregevole viaggio nella canzone d’autore di estrazione folk dove sono chiare le influenze dei grandi della musica delle radici e l’ispirazione di personaggi come Gillian Welch & David Rawlings, Jack Hardy (grandissimo e misconosciuto songwriter nato in Indiana ma divenuto icona del Greenwich Village tra gli anni settanta ed ottanta), John Prine e Townes Van Zandt. Fortemente evocative e di grande peso poetico, le canzoni che compongono questo “Midnight And The Pale” formano un insieme profondo sotto l’aspetto introspettivo dei testi, spesso con sfumature ‘noir’ e sempre con una visuale particolare e piacevolissimo dal punto di vista delle melodie. Gli arrangiamenti sono al tempo stesso essenziali ma non troppo scarni, con un ottimo uso delle tastiere (organo e piano) e delle chitarre acustiche ed elettriche, inserendo poi banjo, violino ed armonica a sottolineare il loro legame con le radici di un suono molto legato alla terra natale, il Midwest, dove le  inevitabili inflessioni country e folk ricevono ogni tanto i benefici influssi del sud, con soul e gospel a fare capolino. Un album complessivamente ottimo dove sarebbe fare torto a qualcuna se citassimo una canzone piuttosto di un’altra, tale è l’impressione di coesione e di scorrevole racconto nell’alternanza di emozioni, da “Ghosts Of Kansas” a “Wide And High” che aprono e chiudono il disco. Un altro validissimo duo da aggiungere ai nostri preferiti.
Remo Ricaldone

22:12

Case Garrett - Aurora

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La vita di Case Garrett è stata travagliata e ricca di esperienze che ne hanno segnato ispirazioni e caratterizzato un percorso iniziato nel nativo Missouri e per ora fermo nello Stato di New York dove risiede. Un percorso musicale che si è via via arricchito partendo dall’amore per le tradizioni country e folk per poi sfociare in un suono interiore, intenso e di grande presa. “Aurora” è il suo più recente sforzo discografico e sintetizza tutto questo proponendo una country music che lo avvicina come spirito ai nostri amati personaggi che si muovono tra Texas ed Oklahoma. Album essenziale questo che esalta le linee melodiche insite nelle canzoni e si avvale delle capacità di nomi non noti ma molto, molto bravi. Michael Douchette è alla pedal steel, Jenee Fleenor al fiddle, Kevin Post al dobro, Jimi K. Bones alle chitarre elettriche ed acustiche ed al mandolino, mentre la sezione ritmica è nelle mani di Shawn Fichtner alla batteria e Eric Swiontkowski al basso. La più incisiva tra le canzoni dell’album, ripresa una seconda volta con un missaggio alternativo è “Going Down To Mobile”, trascinante e coinvolgente, il vero ‘faro guida’ di queste sessions, mentre “She Never Liked Elvis” è una gustosa country song cantata con trasporto da Case come “Long Way Down”, tra le più struggenti. “Call Me The Breeze” è proprio il classico di J.J. Cale e la versione di Case Garrett aggiunge toni outlaw alla già bella melodia che diventa una canzone country venata di colorazioni ‘southern’. Un altro momento da ricordare è poi “The Thought Of You”, country music coi fiocchi, anche questa molto texana nello spirito, mentre più venata di gospel è “Fill ‘er Up”, cadenzata e godibilissima. “Aurora” è un disco da considerare attentamente per chiunque apprezzi la country music più autentica, forse un po’ troppo breve come durata. Vista la qualità delle canzoni avremmo apprezzato un paio di canzoni in più per un artista comunque molto interessante.
Remo Ricaldone

22:08

Mongrel State - Mestizo

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Le vie della musica americana tra rock e radici sono certamente infinite e si possono trovare incroci all’apparenza improbabili ma che rivelano sorprese piacevolissime. Come la band dei Mongrel State, quattro musicisti che si sono trovati nelle strade di Dublino e pur provenendo da luoghi diversi hanno stretto un proficuo legame artistico che ha dato vita ad una band dalle attitudini rock e rockabilly che vengono arricchite da una robusta dose di blues, country e suggestioni del border. A Darren Flynn, bassista irlandese di Sligo il merito di aver creduto per primo in questo progetto, subito seguito dall’italiano Claudio Mercante, chitarrista con la passione per il blues e poi dallo spagnolo Guillermo Gonzalez Rodriguez e dall’argentino Sebastian Jezzi, rispettivamente alle tastiere e alle percussioni. Quattro personaggi il cui bagaglio culturale e musicale ha impreziosito di sfumature particolari il suono dei Mongrel State che un paio di anni fa hanno inciso autonomamente questo loro debutto intitolato “Mestizo”, ora ripubblicato con una maggiore diffusione e con la possibilità di riproporre il loro intrigante ‘melting pot’ di rock’n’roll e di radici ispaniche che a volte richiamano il sound dei Calexico ai quali in certi momenti possono essere accostati (specialmente nella evocativa “Quiero Volver”), con uno sporco ‘hard blues’ e alternative country dietro l’angolo. “Monster” e “Ten Steps Ahead” che introducono il disco rappresentano il lato più rock della band, anticipatori di una selezione che si diversifica passando dal blues stralunato di una “Zombies On The Highway” che rimanda fortemente ai Doors alle colorazioni western di una “Stray Dogs” elettrica e trascinante, dalla splendida ed (elettro) acustica “How Many More Times” dal sapore molto ‘southern’ al ‘boogie-blues’ di marca texana di “Dirty Trick” che mi ricorda i Fabulous Thunderbirds di Jimmie Vaughan. “Mestizo” è il classico album che ad ogni ascolto si arricchisce di particolari e di gradazioni nuove, un lavoro estremamente godibile e sincero.
Remo Ricaldone

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