18:29

Elijah Ford & The Bloom - As You Were

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Abbandonata la corte di Ryan Bingham attorno al 2010, Elijah Ford, figlio dell’ex Black Crowes Marc Ford, ha finalmente dedicato tutto se stesso ad una carriera solista che ha fruttato un album nel 2011, un ep l’anno seguente e questo “As You Were”, perfetta istantanea di quello che attualmente propone con la sua touring band, The Bloom. Un robusto e variegato rock di stampo classico in cui non mancano le citazioni roots, ricco di espressività e di passione, di un retaggio familiare forte (non  a caso appaiono in queste session lo zio Chris Konte alle tastiere soprattutto e la madre Kristen alle armonie vocali) e di un bel talento musicale. Nato in California, Elijah si è trasferito ad Austin, Texas dove ora vive e dove negli studi di registrazione Arlyn ha inciso dieci ottime canzoni che compongono questo “As You Were”. Non mancano poi le inflessioni pop (nella più nobile tradizione americana), quelle che rendono ancora più godibili certe canzoni e conferiscono loro quella freschezza rendendo giustizia ad una vena compositiva di tutto rispetto. In questo senso “Try As You Might” e “The Way We Were” sono sintomatiche del suo amore per Tom Petty & The Heartbreakers e tutto il panorama rock degli anni settanta. Un inizio più che promettente. L’apertura di organo di “Say The Words” sembra proprio strappata ai Doors con il suono classico di Ray Manzarek in un contesto comunque diverso e ricco di passaggi veramente pregevoli. “Blessed” è un altro momento da ricordare, un granitico ed interessante brano con le chitarre elettriche sempre in primo piano e una melodia che entra subito in testa, così come l’ottima “Black & Red” sicuramente tra le mie preferite con la sua contagiosa vitalità ed energia. “Hollow Years” si pone sulla falsariga dei precedenti, sempre potente, sempre ispirata, “Daggers” è più acustica e vicina ai suoni country, “If Not Today” è ‘beatlesiana’ quanto basta e con le sue atmosfere sixties diversifica un po’ i suoni e rende molto piacevole la successione dei brani. Per concludere Elijah Ford ha scelto la lunga ed attendista “Relief” con ancora l’organo di Chris Konte protagonista e con le chitarre di Stew Jackson taglienti come non mai e “Faltering”, perfetta chiusura, piccolo gioiellino caratterizzato dalla pedal steel di Ben Massey. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:26

John Calvin Abney - Far Cries and Close Calls

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Originario dell’Oklahoma, al terzo album all’attivo, John Calvin Abney può essere accostato come sensibilità a personaggi come John Fullbright e Parker Millsap con i quali condivide la passione per la canzone d’autore unita  alla vicinanza a band americana come Jayhawks e Wilco. La sua esperienza come ‘sideman’ in compagnia di John Moreland e i Damn Quails lo ha fatto maturare moltissimo come strumentista e la ottima vena compositiva di quest’ultimo periodo ha fatto si che JC Abney confezionasse un piacevolissimo lavoro in cui emergono anche influenze dylaniane (del periodo d’oro tra “Blonde On Blonde” e “Highway 61 Revisited”). Le sue sono canzoni pervase talvolta da malinconia e in altri casi dalla gioia e dalla felicità, in un alternarsi di momenti che formano un insieme attraente e godibile, sospeso spesso tra acustico ed elettrico, sempre poeticamente rilevante. “I’ll Be Here, Mairead” colpisce per il suo incedere tra country e blues, significativo per inquadrare le radici del suo suono, “Beauty Seldom Seen” apre con una melodia eccellente, “Jailbreak” è ancora più rockeggiante e dal sapore sixties, “In Such A Strange Town” è descrittiva e meditativa, una ballata tra i momenti migliori dell’album, “Weekly Rate Palace” è un rockin’ country trascinante che ricorda un po’ i Green On Red, indimenticati alfieri dell’alternative country negli anni ottanta, “More Than Moonlight” porta alla memoria le ballate degli Uncle Tupelo senza mai risultare clone e con grande coinvolgimento, mentre ascoltando l’organo che introduce “Goodbye Temporarily” non possiamo non ricordare quello di Al Kooper in “Like A Rolling Stone”. “Far Cries And Close Calls” mostra un autore maturo e in gran forma che svaria tra diversi ‘mood’ presentando sempre canzoni credibili e genuine, nella migliore tradizione dello Stato che gli ha dato i natali. Da conoscere.
Remo Ricaldone

18:22

Lynne Hanson & The Good Intentions - 7 Deadly Spins

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La storia delle cosiddette ‘murder ballads’ affonda il proprio retaggio nella più profonda tradizione anglo-americana e ha rappresentato nel corso del tempo una vena ispirata e molto interessante. In tempi recenti di ‘politically correct’ il mainstream (country ma anche rock) ha cancellato queste tematiche per altre molto più innocue e spesso banali e pochi sono quei musicisti che ogni tanto ‘sdoganano’ questi racconti noir che non disdegnano venature ricche di humor, naturalmente nero. “7 Deadly Spins” è un ottimo concept album, anche se della durata di sole sette canzoni per poco più di venticinque minuti, presentatoci dalla bravissima cantante ed autrice canadese Lynne Hanson, musicista che nella sua carriera ha saputo personalizzare americana, blues e country music con un piglio solido e appassionato. I Good Intentions sono al suo fianco, una band nella quale spiccano le chitarre di Tony D e Scott Glass, con le tastiere di Chris Brown a colorare gli spazi concessi e le sporadiche apparizioni, sempre però incisive, della producer e a sua volta eccellente musicista Lynn Miles. Melodie intense e significative in perfetta simbiosi con i personaggi e le situazioni che si alternano nei vari brani, estrema cura dei particolari e arrangiamenti che fanno risaltare la sensibilità dei musicisti coinvolti, media compositiva molto alta sono le peculiarità che rendono affascinante questa proposta, dall’apertura affidata a “Gravedigger”, segnata da sentimenti ‘neri’ come vendetta e punizione. Splendido è il trittico formato da “Cecil Hotel”, ballata magnifica, “Black Widow” e la scorrevole “Run Johnny Run” con la splendida slide guitar di Glass House e il mandolino di Gilles LeClere a duettare.Comunque tutto l’album gode di una compattezza notevole e da rimarcare ci sono ancora la potente “First One’s Free” e “Waters Edge”, sopra la media per intensità e sicurezza. Il tutto a conferma del talento della musicista canadese che rappresenta al meglio una nazione che continua a proporre dischi ad altissimo livello.   www.lynnehanson.com

Remo Ricaldone

19:02

Reckless Kelly - Sunset Motel

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ogni nuovo disco della band dei fratelli Willy e Cody Braun regala emozioni profonde ed autentiche a riprova del fatto che sia una delle più belle realtà del panorama tra Texas e Oklahoma, con il giusto mix di grandi ballate acustiche e sferzanti rock chitarristici. E queste due appaiono in tutta la loro bellezza nelle tredici tracce che compongono “Sunset Motel”, nono lavoro in studio dei Reckless Kelly, tra i più belli ed intensi di una produzione sempre abbondantemente sopra la media. “How Can You Love Him (You Don’t Eeven Like Him)” è la perfetta sintesi del loro suono e apre giustamente l’album con una melodia ed un trasporto subito fortemente accattivanti. Un midtempo che subito fa spazio alle travolgenti chitarre elettriche della seguente “Radio”, rock che mostra gli artigli e colpisce nel cuore. In “Buckaroo” rimangono le chitarre elettriche ma i ritmi si fanno più rallentati e  la vena melodica dei fratelli Braun regala un’altra perla, bissata dall’evocativa magnifica “Sunset Motel”, capolavoro di equilibrio acustico e di potenza evocativa. In questa parte i Reckless Kelly coinvolgono con ballate dal sapore agrodolce, diretto e genuino come “The Champ”, altro numero di gran classe (e il bel mandolino di Cody Braun), “One More One Last Time” introdotta dall’armonica di Willy Braun, l’ancora splendida “Forever Today” interpretata da Willy con il cuore in mano. In “Volcano” è limpida la classe di Willy Braun come autore, capace di condensare e dispensare gioiellini elettro-acustici, sempre e comunque appassionante. “Give It Up” riporta in alto i ritmi con il fascino immediato di una canzone che non faticherà certo a diventare uno dei classici dal vivo, la corale “Who’s Gonna Be Your Baby Now” contraddistinta dalla pedal steel nelle sapienti mani di Marty Muse, ospite illustre assieme a Bukka Allen, Micky Braun (senza Motorcars), Chris Masterson ed Eleanor Whitmore, è ancora brillante e si fa ricordare con grande piacere, mentre “Moment In The Sun” scorre benissimo unendo chitarre elettriche, mandolino e un contagioso arrangiamento vocale che mi ricorda molto l’età d’oro del country-rock californiano. Il tempo ancora per due splendide melodie, quella di “Sad Songs About You”, asciutta, sofferta e tormentata e “Under Lucky Stars”, sognante chiusura, e subito la voglia è di mettere il tasto ‘repeat’ e riprendere tutto da capo. E se non bastasse, lo straordinario artwork della confezione è la ciliegina sulla torta con tutto il fascino vintage di un ‘pieghevole’ pubblicitario di un motel, con tanto di portachiave incluso. Caldissimamente consigliato.

Remo Ricaldone

19:00

Matt Harlan & Rachel Jones - In The Dark

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“In The Dark” è la dimostrazione limpida e la conferma della classe compositiva e dell’intenso calore interpretativo di Matt Harlan, una delle più belle voci del cantautorato texano (e americano, più in generale), talento del quale ci siamo più volte occupati in passato. In questo suo nuovo lavoro, breve (meno di mezzora) ma intrigante e straordinariamente espressivo, Matt ha stretto forti legami con Rachel Jones, tanto da condividere in pieno l’opera proposta. E la cristallina e pura voce di Rachel dona ulteriore fascino alle ballate del Nostro, colorando storie e personaggi che coinvolgono e conquistano. La produzione è nelle mani della coppia, una produzione asciutta ed efficace capace con pochi strumenti di dare vita a un suono efficace ed impeccabile. Una nervosa chitarra elettrica (come nella evocativa “Move Slow”), le tastiere e la fisarmonica di Tony Barilla, la batteria usata con parsimonia ed intelligenza nelle mani di Steve Candelari, la lap steel di Willy T Golden e poi le chitarre acustiche, protagoniste con tutto il loro calore per tutto il disco, sono il giusto ‘abito’ di queste otto canzoni che compongono “In The Dark”. Le fascinazioni bluesy di “Warm November”, la magnifica canzone che dà il titolo all’album, “My Mother’s Song (At Seventeen)” in cui Rachel Jones guida la melodia con estrema grazia, “Something Bigger”, poesia e musica all’unisono e la conclusione affidata a “Mozart” contribuiscono a far brillare un disco degno di affiancarsi alla migliore tradizione del Lone Star State in fatto di canzone d’autore. www.mattharlan.com.
Remo Ricaldone


18:58

Arty Hill - Live: Church On Saturday Night

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Arty Hill è un artigiano e un fine alchimista della country music. Proveniente dall’area di Baltimore, Maryland, Arty Hill ha spesso svolto la sua attività in Texas ed in Alabama, dove presso l’Hank Williams Museum di Montgomery tiene workshops di scrittura musicale. Sette album all’attivo e una carriera (e una vita) dedicata alla preservazione della più genuina country music e dell’honky tonk più ruspante e vitale che ora vengono celebrati da un live che racchiude il meglio della sua produzione aggiungendo un nuovo brano e tanta, tanta passione. “Live: Church On Saturday Night” ci presenta nel corso di quasi un’ora di musica, honky tonk, rockabilly e quel feeling tipico degli anni quaranta e cinquanta che parte dal citato Hank Sr. e arriva a quei musicisti che ne hanno rinvigorito il sound negli anni, da Commander Cody a Dale Watson per citare due tra i primi nomi che vengono in mente. Quindici brani tra cui il superclassico “Lovesick Blues” firmato da Cliff Friend e da Irving Mills negli anni venti e ripreso da moltissimi tra cui Hank Sr., la gustosa e morbida melodia di “Edinburgh Cowboy”, nuova canzone di Arty Hill, e “Omaha ICU” scritta a quattro mani da Arty Hill e da Bob Woodruff. Comunque è tutto il disco che ‘gira a mille’ e funziona benissimo grazie soprattutto ai Long Gone Daddys che accompagnano regolarmente Arty Hill e attualmente è un combo composto da Dave Chappell alla chitarra solista, Ira Gitlin al contrabbasso, Ed Hough alla batteria e Lynn Kasdorf alla pedal steel. Band dal suono pulitissimo e che suona veramente a memoria. I temi sono quelli classici della country music dei ‘good ol’ times’ con le storie di abbandoni, di sofferenze, d’amore e di ‘redenzione’ e i titoli ne sottolineano con chiarezza i contenuti, da “A Wreck Of A Man” a “Big Drops Of Trouble”, da “If You’re Looking For A Loser” a “Montgomery On My Mind” ma è tutta la selezione da prendere nella sua interezza e da ascoltare attentamente, meglio se con una bella birra ghiacciata. Un disco corroborante. www.artyhill.com.
Remo Ricaldone

18:54

Richard Shindell - Careless

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Richard Shindell è una delle voci più interessanti della canzone d’autore americana legata alle radici, attento, poetico e disincantato osservatore di una nazione in cui le contraddizioni sono all’ordine del giorno ma il cui fascino resiste nonostante tutto. Una manciata di dischi nell’arco di una ‘vita musicale’ che copre almeno tre decadi, una produzione parca e molto ponderata, indipendente e sempre significativa. Voce inconfondibile dell’America di provincia, Richard Shindell ha negli ultimi anni trovato stimoli e interessi in Argentina, a Buenos Aires ma quando deve incidere torna negli States e produce dischi eccellenti come questo suo ultimo “Careless”. L’album è una collezione di brani da centellinare, emozioni profonde tra testi mai banali e suoni che conglobano country, folk, pop, jazz, rock, blues in un insieme decisamente personale e riconoscibile. Apre una “Stray Cow Blues” pregna di aromi sudisti e inflessioni blues, elettroacustica e godibilissima e subito cambia registro con la title-track “Careless”, rarefatta e dalle tonalità jazzy, con le armonie vocali dell’amica e collega Lucy Kaplansky, le percussioni del veterano Jerry Marotta e ‘l’atmosferica’ tromba di James Suggs. Subito due gioiellini in un alternarsi di sensazioni che attraggono e affascinano. “The Deer On The Parkway” con le tastiere di Clifford Carter e il contrabbasso di Viktor Krauss è un altro degli highlights dell’album con il suo andamento cadenzato e la vocalità di Richard Shindell che ‘snocciola’ da par suo il testo, “Your Guitar” è commovente nella sua semplicità, perfetta nel suo scarno arrangiamento e con l’accenno alla splendida melodia del traditional “Shenandoah”, “Abbie” vede la presenza di Larry Campbell a rafforzare il suono con le sue chitarre elettriche e conquista per il suo mix di country music e cenni gospel, “Before You Go” è ballata pop dal fascino inalterato che cresce molto con gli ascolti, così come “Satellites” che unisce pop e folk ricordando certe ballate acustiche dei REM. “Careless” è uno di quei dischi da apprezzare senza chiusure preconcette, proprio per quel suo miscelare suoni come i grandi autori sanno fare. www.richardshindell.com.

Remo Ricaldone

18:52

King Of The Tramps - Cumplir Con El Diablo

Pubblicato da Remo Ricaldone |



King Of The Tramps è un quartetto che proviene dalla cittadina di Auburn nell’Iowa, non propriamente il luogo dal quale ci si aspetti un sudato e trascinante roots rock di marca sudista. E proprio al ‘deep south’ si rivolge il suono di Todd Partridge e soci (Adam Audlehelm alle tastiere e percussioni, Ryan Aum alla batteria e Ryan McAlister al basso), mischiando un febbrile rock’n’roll a radici blues e country con quel coinvolgimento che li avvicina a North Mississippi All Stars e  Chris Robinson Brotherhood, con la lezione dei grandi del soul e anche degli Stones in mente. “Cumplir Con El Diablo” è il loro quarto disco, un lavoro equilibrato e pregnante che contiene dieci momenti dal taglio aggressivo ma anche con il nostalgico coinvolgimento di ballate tipicamente ‘southern’. “See You On The Other Side” sembra una outtake da “Exile On Main Street”, sporca e bluesy con tanto di slide guitar e di fiati (Andy Poppen alla tromba e Aaron Ehrlich al sax) che ogni tanto colorano e danno sostanza al suono. Pulsante e potente è la seguente “Ain’t No God”, con voce filtrata che ricorda un Howlin’ Wolf coinvolto in una session rock, mentre “Nashville Line” è tra le più belle, con il ricordo romantico della stagione storica del cosiddetto ‘Southern Rock’, il tutto filtrato da una sensibilità tra country e blues. Tra i momenti da rimarcare in un disco dai tratti sempre orgogliosamente rock ci sono una robusta “Last Man Standing”, una godibilissima e più ‘rootsy’ “That’s How It Goes”, la trascinante “Depression” con un finale tiratissimo e quasi punk e le due conclusive “Old Crow” e “’89 Cutlass”, la prima con chiare inflessioni country, la seconda lunga ballata acustica veramente emozionante. Penso che Todd Partridge sia cresciuto con una bella dieta fatta di Rolling Stones (quelli che ritengo i più ispirati, tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta). Disco assolutamente piacevole. www.kingofthetramps.com.
Remo Ricaldone

17:12

Jack Ingram - Midnight Motel

Pubblicato da Remo Ricaldone |



A ben sette anni dal precedente lavoro discografico torna Jack Ingram, personaggio che nelle scorse decadi ha saputo coniugare la canzone d’autore texana a certo rockin’ country che nel Lone Star State ha vissuto stagioni esaltanti. Certo che il suo avvicinamento al mainstream, seppur mai cedendo in fatto di buon gusto e genuinità, lo ha un po’ ‘bruciato’, finendo per inficiarne un rendimento che ad inizio carriera lo aveva posto come uno dei nomi più interessanti della sua generazione di musicisti. Tutto questo tempo è servito a rivedere le sue priorità, decidendo saggiamente di recuperare il completo controllo della sua musica e di fare un po’ di ordine nella propria vita. L’affidarsi poi ad una delle più serie label indipendenti in fatto di roots music, la Sugar Hill Records, è stata la scelta più intelligente e “Midnight Motel” sta a testimoniare il valore di un ritrovato troubadour. Il disco è uno dei più personali e intimi della sua produzione, ricco di ballate e midtempo proposte in sequenza, quasi a voler ricreare lo spirito creativo e propositivo delle session in poco più di un’ora di durata. Ritroviamo con grande piacere un artista in cui maturità ed esperienze di vita hanno plasmato sonorità e melodie limpide ed intense, storie spesso sofferte ma affrontate con un piglio forte e pregnante. Gli inevitabili riferimenti alla vita ‘on the road’ per un musicista nella cui discografia appaiono numerosi live e che ha consacrato la carriera al contatto diretto con il pubblico, gli aneddoti divertenti e nostalgici, le amicizie e gli amori contrassegnati da grandi bevute e ritrovati nuovi stimoli sono le cose attorno a cui ruotano le canzoni del disco, aperto e chiuso da “Old Motel” (in versioni acustica ed elettrica), un po’ il manifesto sonoro di questo nuovo corso. “I Feel Like Drinkin’ Tonight” e soprattutto “I’m Drinking Through It” sono ‘drinking songs’ di ottima fattura, così come “Blaine’s Ferris Wheel”, “It’s Always Gonna Rain”, la splendida “What’s A Boy To Do” tra gli highlights dell’album e “Champion Of The World” sono episodi da sottolineare per questa ritrovata vena compositiva. Unico piccolo appunto è la mancanza di uno o due brani più trascinanti e ritmati, a spezzare un ‘mood’ rilassato e contemplativo. Comunque, bentornato Jack!.
Remo Ricaldone

A dimostrazione di quale ottimo periodo di ispirazione stia vivendo Michael Hearne, musicista con nel cuore il più genuino stile country e folk di marca texana, ecco undici canzoni raccolte in un disco inciso con l’amico Shake Russell in cui lo spirito più profondo del Lone Star State emerge con prepotenza. “Only As Strong As Your Dreams” è con il già recensito “Red River Dreams” l’esempio di un talento puro che meriterebbe ben più esposizione di quella che ha avuto nella sua carriera. Si potrebbe cominciare con “I Heart Texas”, straordinario atto d’amore verso la sua terra con citazioni di Guy Clark, Townes Van Zandt, Broken Spoke, Gruene Hall e la splendida regione dell’Hill Country ma è tutto il disco ad essere pervaso da un’aura poetica ispiratissima, dalla poesia di Charles John Quarto musicata da Shake Russell che dà il titolo al disco alla pimpante “I Got News For You”. E le notizie non possono che essere positive, con i sapori della Louisiana di “Loser’s Gumbo”, sapidissima, la nostalgia palpabile di “Irish Prayer” tra West ed Irlanda, “You make The Blues Feel Like A Sunny Day” semplicemente solare come dice il titolo e la magnifica cover di “Ballad Of The Snow Leopard And The Tanqueray Cowboy” di David Rodriguez a nobilitare un lavoro dalle emozioni senza tempo, un album che riporta alla mente le stagioni storiche della musica texana, quelle che hanno dato vita al mito di Austin e dei mille locali che ne arricchiscono la scena. www.michaelhearne.com e www.shakerussell.com i siti di riferimento per conoscere ed approfondire i due musicisti.
Remo Ricaldone

17:06

Dennis jay - Western & Country

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Già la scritta sulla copertina che dice: “Produced by Lloyd Maines” attira ed intriga, poi, appena messo il disco nel lettore cd, veniamo accarezzati e trascinati da un western swing semplicemente splendido, con la parte vocale a metà canzone come si usava fare ai tempi in cui in Texas (e non solo) impazzava questa  affascinante commistione di generi. “Western & Country” è un viaggio nel Lone Star State tra country music, suggestioni western, ballate messicane e western swing: i suoni classici interpretati con gusto e talento da Dennis Jay, cantante, chitarrista ed autore veramente interessante. La produzione poi non può che essere luminosa e impeccabile quando si tratta di Lloyd Maines, uno che non si ‘spende’ per tutti e che quando scende in campo lo fa con passione e convinzione, spesso come in questo caso arricchendo le canzoni con i suoi innumerevoli strumenti a corda (chitarre acustiche ed elettriche, pedal steel ,basso). In più in queste session sono presenti nomi noti della scena texana come Richard Bowden e Dennis Ludiker ai fiddles, Bukka Allen (figlio del leggendario Terry) al piano e Terri Hendrix all’armonica tra gli altri. Il risultato complessivo è quindi una gioia per le orecchie di chi apprezza la tradizione texana, quel melting pot di influenze che hanno trovato in quella terra un crocevia unico, ricco e diversificato, dal western swing della citata apertura di “Texas Skies Shining In A Cowgirl’s Eyes” al tex mex di “Primicia (Volver A Visitar)” (con Bukka alla fisarmonica), dal West raccontato con intensità emotiva di “The Thorns Of Your Roses” in cui Dennis Jay duetta con Lisa Gamache alla eccellente “The Lights Of Deadwood” dedicata al ricordo di Kent Finlay, poeta e musicista scomparso da non molto. Da citare ci sono comunque “A Picture In My Wallet”, classica ballatona country in cui Lloyd Maines lavora di fino con la sua pedal steel, “South Of Seguin”, “Right Up On The Edge” coinvolgente e appassionante e con l’inserimento della tromba di Richard Bowden a trasportarci ancora sul border, “My Baby’s Arms” con il fantasma di Hank Sr. dietro l’angolo, la descrittiva “The Gamble” con il sapore dei classici e la rilettura di “Streets Of Laredo” in completa solitudine imbracciando il banjo, tutte a contribuire ad un disco di ottimo impatto e dal fascino senza tempo.
Remo Ricaldone 

17:03

Jaime Michaels - Once Upon A Different Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le città americane in cui la canzone d’autore ha sempre rappresentato il cuore pulsante di quella scena musicale c’è sicuramente Boston, Massachussetts, dalle cui coffehouses e folk clubs sono usciti generazioni di grandi artisti. Jaime Michaels è uno di questi anche se poi ha deciso di viaggiare e scoprire nuovi orizzonti, trasferendosi a vivere in North Carolina e in New Mexico. Lunga è stata la sua carriera ma pochi i contributi discografici, calcolando che  è dagli anni settanta che Jaime Michaels porta in giro la sua musica. E “Once Upon A Different Time” può essere l’occasione per conoscere una vena ispirata e canzoni che parlano della sua vita ma rappresentano anche una sua personale visione delle problematiche del mondo, in particolare quella ambientale. Proprio da queste pressanti tematiche nasce una delle sue più intense creature, una ballata tanto poetica quanto dal messaggio accorato e forte: “Warming”, ‘grido’ e richiesta di attenzione verso il riscaldamento globale, tra i pericoli maggiori del nostro pianeta. Lo stile è sempre elegante e profondo, prettamente acustico e folkie, sempre molto godibile. Prova ne è la title track che apre il disco con arpeggi di acustica e una melodia subito apprezzabile e contagiosa. “No Paddle Wheel” gioca ancora sulle emozioni semplici ma al tempo stesso intriganti della canzone d’autore, “Crazy For Me” è onirica e ricorda le armonizzazioni di Crosby & Nash, “Somewhere Like Italy” come fa arguire il titolo è un omaggio al nostro paese in cui appare tra gli altri il cantautore Stefano Barotti al controcanto (in italiano), “A Little More” è interpretata con il cuore in mano, ballata scarna ma tremendamente efficace nella sua semplicità. E’ questo il ‘fil rouge’ che unisce i vari momenti che compongono questo “Once Upon A Different Time”, prodotto da Jono Manson con grande attenzione ai particolari, ad arrangiamenti efficaci dove ogni piccola sfumatura è al posto giusto. Ancora una volta il plauso (doppio) va alla Appaloosa Records per avere creduto in Jaime Michaels e per avere incluso tutte le traduzioni dei testi in italiano, cosa fondamentale soprattutto per un singer songwriter. A voi scoprire i talenti del musicista di Boston.
Remo Ricaldone

16:59

The O's - Honeycomb

Pubblicato da Remo Ricaldone |

John Pedigo e Taylor Young hanno illuminato le notti musicali di Dallas, Texas attraverso varie band tra rock e radici e nel 2008, dopo essersi incrociati parecchie volte nelle loro attività, hanno deciso di unire le forze per presentare un progetto denominato ‘The O’s’, staccando la spina spesso e volentieri e proponendo un godibile mix di folk, pop, country e rock. “Honeycomb” è il loro quarto disco, prodotto dall’esperto Chris ‘Frenchie’ Smith (Lost Bayou Ramblers e Meat Puppets tra i suoi progetti in veste di producer) e incentrato su un sound in cui banjo e chitarra, gli inserimenti di armonica e le armonizzazioni vocali formano un insieme decisamente piacevole e ‘radio friendly’. A me hanno subito ricordato un altro duo che, negli anni ottanta soprattutto, fecero parlare di se per l’ibrido tra le varie roots e l’anima rock’n’roll, i Proclaimers dei fratelli gemelli scozzesi Charlie e Craig Reid. Ed è proprio il loro amore per le fresche melodie pop, l’infatuazione per il rock’n’roll e i forti legami con le sonorità folk e country che risulta vincente e che pone The O’s come una bella realtà texana, anche se non ci sono molti legami con la scena a cui i lettori di Lone Star Time sono legati. Le canzoni sono il punto forte, tutte scritte a quattro mani da John Pedigo e da Taylor Young, tutte limpidamente coinvolgenti e ricche di fascino sincero e genuino. Le oltre 150 serate all’anno nei club texani e non hanno fatto si che si creasse un eccellente affiatamento e una solida maturazione, mantenendo quella grande voglia di emergere che negli anni non è mai venuta meno. “Brand New Start” è significativa della loro convinzione e della strada intrapresa, così come notevoli sono “Medicine", l’introduttiva “Fourteen Days”, “Go Slow”, la splendida “Reaper”, “Retribution” con le sue colorazioni country-gospel, “Woken Up” con l’aggiunta di Justin Currie alla voce e “Wanted”, highlights di un lavoro estremamente compatto e coeso. “Honeycomb”  ha un suono pulito, autentico e rilassatamente ‘down home’, non un capolavoro certamente ma fare la conoscenza con il duo texano è un’esperienza che regalerà ottime vibrazioni. www.WeAreTheOs.com.
Remo Ricaldone

00:04

Martha Fields - Southern White Lies

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Avevamo conosciuto Texas Martha con un disco dalle forti tinte honky tonk e ‘hard core’ country intitolato “Long Way From Home” in cui l’artista texana (di adozione) sviscerava con grande grinta e passione i suoni con cui era venuta a contatto negli ultimi anni. Ora “Southern White Lies” va ancora più a fondo nella ricerca del proprio retaggio musicale, quello appalachiano tra Eastern Kentucky e West Virginia che è indissolubile parte del dna di Martha Fields e di cui si è nutrita sin da bambina. Abbandonati momentaneamente chitarre twangy e pedal steel, ora c’è ampio spazio per fiddle, mandolino, dobro e banjo in un susseguirsi di melodie e ritmi acustici bluegrass, folk, country e old-time che richiamano le più genuine radici. Quello che è rimasto invariato e se possibile approfondito è l’approccio interpretativo di Martha, qui estremamente ‘vissuto’ e raccontato con grande pathos, sempre accompagnato da quella che è la sua tour band, un collaudato insieme di musicisti francesi che formano la sua nuova ‘famiglia musicale’ in quella che possiamo considerare la sua patria adottiva in questi anni. Manu Bertrand (dobro, banjo, mandolino, dobro e chitarra), Serge Samyn (contrabbasso), Olivier Lecrerc (violino) e Denis Bielsa (batteria) sono l’affiatata band che fornisce i ‘colori’ alle composizioni di Martha Fields e alle cover che mostrano le sue ispirazioni, sempre precisi e puntuali. L’esperto e famoso Tommy Detamore poi ha lavorato con classe in fase di post-produzione agli studi Cherry Ridge di Florasville in Texas e quello che abbiamo tra le mani è un prezioso disco introdotto da cinque eccellenti esempi della scrittura di Martha Fields, dalle profonde “Soul On The Move” alla title track passando per “Dead End”, fino al pregnante bluegrass di “Hard Times” e a “Do As You Are Told”. La parte centrale dell’album è incentrata sulle cover, a partire da “What Good Can Drinkin’ Do”, gustosissima ‘drinkin’ song’ seguita dalla notevole “Lonesome Road Blues”, un tradizionale che apre la strada alle celeberrime “Tell Me Baby” di Mickey Newbury e “California Blues” di Jimmie Rodgers, riviste in maniera calda e impeccabile. “What Are They Doing In Heaven” è un’altra ripresa dallo sconfinato patrimonio tradizionale e l’accoppiata “Where Do We Go Now” e “American Hologram” confermano quali passi avanti dal punto compositivo ha fatto la Nostra. “Southern White Lies” è un prodotto in cui si respira l’aria pura delle radici, un corroborante e rigenerante racconto del più genuino sud. Caldamente consigliato. www.texasmartha.com .
Remo Ricaldone

00:01

Michael Hearne - Red River Dreams

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Michael Hearne è un musicista che meriterebbe ben altra fama internazionale tra coloro che apprezzano la country music e la canzone d’autore, un talento sbocciato tra Texas e New Mexico che negli anni ha proposto con continuità dischi su dischi in cui sono emerse limpide doti compositive e un talento interpretativo di rarà intensità. Nipote del grande Bill Hearne con il quale ha più volte collaborato in passato, Michael in questi ultimi anni ha stretto un proficuo legame artistico con Shake Russell e ha proseguito una carriera solista di gran classe. “Red River Dreams” è puro esempio di tutto ciò, un viaggio sonoro nel sudovest americano tra suggestioni western, country music e folk, una melodiosa e poetica ode alla natura e ai personaggi che la abitano. Lo stesso Michael Hearne, con la collaborazione fattiva di Don Richmond che contribuisce con estrema bravura anche a livello strumentale, è dietro alla consolle nella veste di produttore, con un lavoro di gran gusto e passione. La grande amicizia con Shake Russell è suggellata anche qui da una serie di splendide canzoni che formano un po’ il ‘fil rouge’ del disco, dalla apertura affidata a “Red River Dreams” a “The Highway Is A Friend Of Mine” in cui il mito della strada rivive con sincerità, fino alla nostalgica “Back In The Day”. Jon Ims e Chuck Pyle sono stati suoi grandi ispiratori e “Magic” e “Endless Sky” sono rispettivamente nitidi esempi di classe compositiva, scevra da ogni condizionamento commerciale. Le celeberrime “Early Morning Rain” di Gordon Lightfoot, “Return Of The Grievous Angel” di Gram Parsons e la eccellente “Drunken Lady Of The Morning” sono altre tre ottime cover, mentre tra gli originali sono ancora da segnalare “June 25, 2009” sorprendentemente dedicata al ricordo di Michael Jackson (ma con una ottima melodia country/folk), “Blue Enough” e “On Our Way Down To The Sea” a completare un quadro affascinante e molto attraente. www.michaelhearne.com.
Remo Ricaldone

23:58

Clarence Bucaro - Pendulum

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Clarence Bucaro è un musicista che ha vagabondato per gli States carpendo da ogni esperienza materiale prezioso da inserire in un songwriting maturo e ricco di spunti letterari. Dalla nativa Cleveland, Ohio fino all’attuale residenza di Brooklyn, NY, passando per New Orleans e Los Angeles,
ha saputo costruirsi una musicalità che, attraverso una discografia fatta di una decina di lavori, si è arricchita di sfumature e sonorità degne della più nobile canzone d’autore. Con questo suo “Pendulum”, breve ed intenso, contenente dieci nuovi brani, la produzione nelle mani dell’esperto Tom Schick lo porta verso Wilco e Ryan Adams con i quali il producer ha lavorato in passato. L’album vive di fascino bohemienne e di folk songs dal taglio intenso e genuino, ritagliandosi uno spazio importante nell’ambito americana, con inflessioni country (e l’uso della pedal steel dietro la quale siede Rich Hinman ne è la conferma) e il mai sopito amore per il sud a guidare le intenzioni di Clarence Bucaro. Eccellente è l’apertura della title-track “Pendulum”, una ballata agrodolce dal ritmo cadenzato, così come il duetto con Alison Moorer nella conclusiva “Strangers”, composta a quattro mani con la brava cantautrice legata per un certo periodo a Steve Earle. In mezzo si susseguono una serie di quadretti melodiosi e a tinte pastello, poeticamente rilevanti e sempre in bilico tra country e canzone d’autore, da “Tragedy” a “Girl In The Photograph”, da “Emerald Eyes” a “Love Like The Last Chance”, tutti equilibrati e gustosi. I tamburi ma anche il piano wurlitzer e la fisarmonica di Alex Hall, il basso e le tastiere di Scott Ligon fanno da perfetta base sulla quale si sviluppa un disco che cresce con gli ascolti e che potrà essere il compagno perfetto per le vostre serate autunnali. Da segnalare infine il consueto prezioso lavoro della label italiana Appaloosa che include sempre i testi in inglese ed in italiano per poter meglio penetrare il significato di queste canzoni.

Remo Ricaldone

16:51

Western Centuries - Weight Of The World

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Weight Of The World”, tanto per sgombrare subito ogni dubbio, è a mio parere uno dei più brillanti e godibili country albums usciti quest’anno, uno di quei dischi che sanno rivitalizzare un suono come solo alcune produzioni indipendenti oggi sanno fare. I Western Centuries provengono dall’area di Seattle (non propriamente nota per la country music) ma suonano con lo spirito puro del Lone Star State, hanno inciso in quel di Nashville sotto la produzione di uno che ci sa fare come Bill Reynolds, già con i Band Of Horses, e colpiscono, al debutto, dritto al cuore. I ragazi comunque non sono di primo pelo, Cahalen Morrison vanta già una serie di dischi di grande valore, prima con Eli West e non molto tempo fa accompagnato dai Country Hammer, Jim Miller (co-fondatore dei Donna The Buffalo) ha un passato ricco di esperienze, Ethan Lawton è un autore transitato attraverso bluegrass e punk (!), Rusty Blake alla pedal steel e Dan Lowinger al basso sono famosi a livello locale come sidemen. Il suono è quello che colpisce subito, limpido e puro, pedal steel, fiddle e chitarre scintillanti, voci e cori ottimamente curati. Il repertorio poi aggiunge un ulteriore motivo di apprezzamento, dodici canzoni che vanno dall’honky tonk alla ballata con inflessioni e profumi di Louisiana o di swing, mantenendo alto il livello per tutta la durata del disco, senza cali di ispirazione. Non c’è un momento sprecato, una canzone sotto tono, dall’introduttiva “Weight Of The World” alla chiusura affidata a “Rock Salt”. Assolutamente da conoscere, sperando in un riscontro anche commerciale (pur nei limiti purtroppo di una produzione indipendente e quindi con budget ridotto) per una band che potrà dare molto alla causa della vera e genuina country music. www.westerncenturies.com.
Remo Ricaldone

16:48

Levi Parham - These American Blues

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Ancora una volta l’Oklahoma ci regala un personaggio da tenere d’occhio, un nome relativamente nuovo (ha esordito ‘solo’ nel 2013) ma capace di condensare i suoni sudisti, dal rock al blues, dal country al soul, con grande efficacia e bravura. Il musicista di McAlester sa come scrivere, è dotato di una voce personale e “These American Blues” mostra una maturità e un talento veramente eccellenti. La produzione di Jimmy LaFave, la magia degli storici Cedar Creek Studios in terra texana, la presenza di ottimi nomi come Radoslav Lorkovic alle tastiere, Tim Easton e Seth Lee Jones alle chitarre e David Leach al basso (per citare i più significativi) sono le armi vincenti per una serie di canzoni dalle melodie contagiose e intense, presentate con piglio sicuro ed impeccabile. La title-track apre il disco con grinta e il ‘tiro’ giusto, perfetta per introdurre il personaggio, tra Ryan Bingham e alcune cose di John Hiatt, “Ain’t The Man To Tell You So” è una ballata elegante con venature ‘southern’, profumata di soul, interpretata con il cuore, così come la seguente “Steal Me” con Sam Cooke come riferimento. “Wrong Way To Hold A Man” è un altro momento di grande fascino, elettroacustica, con inflessioni folk ma anche con uno spirito rock sempre presente, “Gonna Be A Long Day” presenta tratti country con una melodia aperta e nitida e un intreccio di chitarra slide e tastiere splendido. L’album prosegue con interpretazioni sempre convincenti e brani dalla ottima fattura, con la solida “I’m Behind Ya”, “Waiting Game” poetica e intensa ballata, il godibilissimo country blues  “Don’t Care None (But I Used To)”, “Central Time” tra le più rockeggianti dell’album e la chiusura affidata alla accorata “Love Comes Around” quali momenti da sottolineare in un lavoro che pone Levi Parham tra le migliori nuove leve della scena ‘oklahoman’. www.leviparham.com
Remo Ricaldone

16:45

Michael McDermott - Willow Springs

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il ritorno in grande alla musica di Michael McDermott era stato sancito anche dal recente disco con la sua band The Westies di cui ci siamo già occupati su queste ‘pagine’ ma un suo lavoro solista a così breve distanza e con così tanta qualità sinceramente non ce lo aspettavamo. “Willow Springs” è uno dei punti più alti della poetica del musicista di Chicago, un disco ancora più apprezzabile grazie alla ormai consueta etichetta italiana Appaloosa che ci presenta i testi sia in inglese sia in italiano, modo per penetrare meglio temi e situazioni spesso amari, disperati e intensamente tragici pur con una forza interiore che non può non far pensare ad una grande voglia di riscatto. Bob Dylan e Bruce Springsteen (e tutti i loro ‘epigoni’) sono punti di riferimento imprescindibili, sin dalla splendida title-track che apre con calore e ispirazione. Qui e per molti momenti dell’album è notevole l’apporto vocale, al fiddle e umano di Heather Horton, mentre le chitarre di Lex Price e di Will Kimbrough e le tastiere di John Deaderick danno il giusto contributo di talento unito a estremo gusto. “Willow Springs” è un lavoro solido e stimolante in cui Michael McDermott scrive ed interpreta come mai in precedenza, con una maturità che spesso si pone una spanna sopra il bellissimo esordio di inizio anni novanta. E’ così puro godimento apprezzare le sue nuove creature, incastonate tra rock e radici, arrangiate con cura e dovizia di particolari dallo stesso McDermott, dalla springsteeniana “Getaway Car” che sembra veramente una ‘outtake’ di “Darkness On The Edge Of Town” o di “The River” alla coinvolgente “Butterfly”, storia d’amore e dipendenze. “Half Empty Kinda Guy” è spigliata e scorrevole con una bella armonica e lo spirito giusto di un grande troubadour, “One Minus One” ballata cantata con il cuore in mano, la magnifica “Folksinger”, “Let A Little Light In” che rimanda alle connessioni tra rock e soul del primissimo Springsteen, quello di “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle” e le tre splendide ballate che chiudono l’album, molto diverse tra loro ma con lo stesso inimitabile pathos, impreziosiscono e nobilitano un disco che cresce ascolto dopo ascolto, un disco da cui è difficile staccarsi.
Remo Ricaldone


16:42

Willie Sugarcapps - Paradise Right Here

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Per parecchio tempo in una zona rurale dell’Alabama meridionale una serie di cantanti, autori, strumentisti legati all’ambiente roots si sono ritrovati a fare musica per diletto e anche per trovare nuovi stimoli. Tra i tanti, da Mary Gauthier a Malcolm Holcombe, da Alvin Youngblood Hart a Randall Bramblett, ci sono stati cinque musicisti che hanno scoperto di avere affinità comuni e hanno deciso di unire le proprie forze per creare un ‘supergruppo’ capace di condensare talenti e attitudini. Grayson Capps, Will Kimbrough, Corky Hughes e il duo formato da Anthony Crawford e Savana Lee (noti come Sugarcane Jane) hanno così preso il nome di Willie Sugarcapps e nel 2013 debuttato con un disco omonimo che ha regalato loro ottime recensioni e la voglia di proseguire nel progetto comune. Eccoci così a “Paradise Right Here”, secondo lavoro ancora una volta prodotto da Trina Shoemaker e registrato negli storici Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama, un disco in cui, seppur caratterizzato non da una scrittura comune ma dall’unione di diverse ‘penne’, possiamo apprezzare passioni e amori molto simili, vibranti e coesi. L’unione di country music fieramente tradizionale ma con un piglio gustosamente contemporaneo, suoni più ‘neri’ come blues e gospel, la passione per l’old time mediato attraverso una formazione rock sono le caratteristiche di un disco suonato e cantato con freschezza e inventiva, sempre piacevole e divertente. “Dreamer’s Sky” può essere il manifesto delle loro intenzioni, un brano scritto da Will Kimbrough in cui si insinua il violino di Anthony Crawford su un tempo deliziosamente tradizionale. “Faded Neighborhood” fa emergere lo spirito country di Savana Lee il cui canto che si alterna con quello di Kimbrough, Capps e dello stesso Crawford rende ancora più multiforme la proposta. L’apporto di Grayson Capps è più cantautorale, profondo ed intimista con “May We Love” e “Rosemary And Time” veri gioiellini di equilibrio e poesia, quello di Anthony Crawford un po’ più tradizionale come in “Find The Good” dai toni gospel mentre continuo a preferire il songwriting di Will Kimbrough, a mio parere ‘guida’ della band. Oltre alla già citata introduzione sono da ricordare per sottolineare la sua classe compositiva “The Highway Breaks My Heart”, robusta ed evocativa, la nostalgica e swingata “Magnolia Springs” in cui ci si immerge nei ‘roaring twenties’ e la lunga “Paradise Right Here”, piccolo capolavoro melodico in cui il nostro si accompagna a banjo ed armonica. Band da seguire, se mantiene questi equilibri ci regalerà ancora tanta grande musica. www.williesugarcapps.com.
Remo Ricaldone

16:39

Al Scorch - Circle Round The Signs

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Al Scorch è cresciuto a musica e impegno politico in una città come Chicago in cui tradizione e rock hanno creato mix veramente intriganti. L’amore per la musica old-time, per il punk e per i suoni irlandesi ne hanno forgiato lo spirito e le sue storie accompagnate da banjo e chitarra sono qui a dimostrarlo. “Circle Round The Signs” vede Al Scorch approdare all’etichetta ‘di casa’ Bloodshot Records, sempre sensibile quando le radici vengono coniugate con il rock più sudato e febbricitante e l’azzeccato binomio tra gli strumenti acustici e la grinta con cui queste canzoni sono interpretate è decisamente vincente. La partenza ai cento allora di “Pennsylvania Turnpike” come se gli Old Crow Medicine Show fossero nati in Irlanda è il migliore dei biglietti da visita, così come l’intrigante vena dixieland di “Everybody Out” porta alla memoria le Seeger Sessions di Bruce Springsteen. Al Scorch è uno storyteller vero, uno spirito libero che trascina con la stessa verve di un Chuck Ragan o dei Flogging Mollys, altri due esempi. “Insomnia” con i suoi repentini cambi di ritmo è un altro momento topico dell’album con fiddle e banjo protagonisti, “Lonesome Low” fa raffreddare un attimo le corde e lo fa con una melodia semplice e coinvolgente, nostalgica e calda, “Want One” riprende con immutato vigore un percorso godibilissimo. Spirito folk ed energia punk. “Slipknot” resuscita le grandi string bands degli anni trenta con un pizzico di blues e con la proverbiale forza, l’orgogliosa “Love After Death” profuma d’Irlanda mentre dal lato ‘tranquillo’ si segnalano “City Lullaby” e la tersa melodia di “Poverty Draft” con il french horn di Justin Amolsch ad accompagnare l’acustica di Al Scorch. Bella sorpresa quella di Mr. Scorch, da seguire.
Remo Ricaldone

18:19

The Grahams - Glory Bound

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Alyssa e Doug Graham sono una collaudata coppia che con questo secondo album intitolato “Glory Bound” si pone tra le cose più intriganti e potenti uscite dall’Oklahoma in questi ultimi tempi. Prodotto ed inciso nel cuore di una terra che negli anni ha proposto innumerevoli grandi acts, “Glory Bound” vede dietro alla consolle l’eccellente Wes Sharon (già con John Fullbright e Parker Millsap, due tra i nomi più importanti fuorusciti dalla fucina di talenti dell’Oklahoma) che impreziosisce il suono, grazie anche alla presenza di nomi come Ryan Engleman alle chitarre elettriche e steel e Gabe Pearson alla batteria (entrambi membri dei Turnpike Troubadours), Byron Berline al fiddle (icona bluegrass ma con storiche collaborazioni nel mondo rock, con Rolling Stones e poi con i Flying Burrito Brothers), John Fullbright a piano, chitarra e armonica, Dan Walker a piano, organo e fisarmonica e lo stesso producer a basso e percussioni. Un combo che viaggia a mille all’ora, preciso, pungente, potente. Tutte le canzoni sono firmate dagli stessi Grahams, con l’aiuto dell’amico di infanzia Bryan McCann in un pregevole insieme al tempo stesso coeso e variegato, ispirato e multiforme, tra country music, rock, folk e spruzzate ‘southern’. Il 2016 è l’anno più importante nella carriera della coppia, con un film documento sulle canzoni ispirate ai treni intitolato “Rattle The Hocks” diretto e prodotto da Cody Dickinson dei North Mississippi All Stars e un’attività live intensissima. Tornando a “Glory Bound” una delle caratteristiche è senz’altro la voce di Alyssa Graham, protagonista con una voce estremamente potente e modulata, vero perno sul quale ruotano le dodici canzoni, tutte interessanti e trascinanti. La canzone che dà il titolo alla raccolta è posta in cima alla selezione e subito porta, con il suo ritmo e la sua possanza, la vera country music al centro dell’attenzione. Grande sezione ritmica e le chitarre elettriche di Ryan Engleman che esaltano. “Gambling Girl” aggiunge rock e blues in buone dosi e mantiene alto il ritmo mentre “Blow Wind Blow” è uno dei gioielli contenuti in questo album, una melodia fiera ed orgogliosa di chiara impronta folk ma sostenuta da un arrangiamento potente e ancora il fiddle di Byron Berline, una ballata con i ‘controfiocchi’. “Lay Me Down” è più tenue e dolce con accenti gospel assolutamente affascinanti e un’ennesima interpretazione vocale da incorniciare, “Kansas City” è invece un irresistibile bluegrass in cui Byron Berline ‘torna a casa’ mostrando, nonostante gli anni, doti  straordinarie. “Mama” è ancora country-gospel con il bel dobro di Doug Graham e una melodia molto tradizionale, in “The Wild One” aleggia lo spirito della Band di Robbie Robertson in una ballata ariosa e decisamente coinvolgente, “Griggstown” rappresenta un altro ‘highlight’, country music e folk amalgamati alla perfezione. “Biscuits” con la sua grazia acustica e il suo indolente piglio country-blues, il duetto tra piano e dobro, descrive benissimo i suoni e il mood sudista, “Borderlands” si colora naturalmente di Messico ma rimane una splendia country ballad, una delle più belle del disco, elegante e pregnante, così come “The Spinner” impreziosita dalla pedal steel di Ryan Engleman e interpretata con il cuore da Alyssa Graham. Chiude un album da ricordare “Promised Land”, degna conclusione con freschezza, grande sincerità e una country music come dovrebbe sempre essere concepita e suonata. Cinque stelle. www.TheGrahamsMusic.net.
Remo Ricaldone

18:16

June Star - Pull Awake

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Chi ha amato l’alternative country di una delle band seminali del genere come gli Uncle Tupelo o in questi anni i Son Volt di Jay Farrar, naturale continuazione di quell’avventura, troverà nei June Star stimoli e fascinazioni che faranno rivivere le pagine più belle dell’incontro fra rock e radici. Nati nel 1998 nella cittadina di Westminster, a poche miglia da Baltimore, Maryland, i June Star sono la band di Andrew Grimm, cantante, autore, ottimo chitarrista e anche banjoista. Con David Hadley alla pedal steel, Kurt Celtnieks alla batteria e il produttore Andy Bopp a chitarre, tastiere e percussioni a completare la line-up, i June Star firmano uno dei migliori lavori della loro già corposa produzione discografica, l’undicesimo disco dal 1998. Già la voce del leader ricorda spesso quella di Jay Farrar, profonda ed evocativa, assolutamente a proprio agio sia nelle ballate acustiche sia nei brani più rock. Grande è l’attenzione per la letteratura (June Star è il nome di uno dei protagonisti di uno dei romanzi di Flannery O’Connor, tra le ‘grandi firme’ del Sud degli States) e quello che viene fuori è un album dal fascino sorprendente che cresce ascolto dopo ascolto fino ad entrare definitivamente sotto pelle e a rappresentare una delle cose migliori dell’anno. “Pull Awake” non spreca una sola nota, gioca con passione e sincerità con le emozioni tra country, folk e rock mostrando quanto Andrew Grimm sia maturato e oggi possa raffigurare un moderno troubadour sulla scia dei grandi poeti prestati alla musica come Chris Knight e Steve Earle, per citare i primi due nomi che vengono in mente. Da “Tether” a “The King Is Dead”, i due ‘estremi’ del disco, ruotano personaggi e storie pregnanti, i luoghi dell’America più profonda con i suoi contrasti ma soprattutto con la sua estrema umanità. “Feathers”, “Proof”, “Walk Away”, “House Call”, “Wonders” sono piccoli gioiellini perfettamente incastonati in un insieme che riserverà momenti piacevolissimi. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:13

Wink Burcham - Cleveland Summer Nights

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il ‘low profile’ di Wink Burcham lo conferma troubadour sincero e tremendamente efficace nel raccontare l’America delle radici, nella continuità di uno sguardo al passato che però non rinuncia a raccontare le inquietudini del presente in un legame fresco e ricco di spunti autobiografici e spesso con la sensibilità dello storyteller più arguto. Wink è nativo di Tulsa, Oklahoma e ha una manciata di album all’attivo, l’ultimo dei quali è una interessante ‘presentazione’ per il mercato europeo pubblicata nel 2015 ed intitolata “Cowboy Heroes & Old Folk Songs” con canzoni da un paio di ‘vecchie’ registrazioni. Ha inoltre diviso il palco con grandi come Dale Watson, Wayne ‘The Train’ Hancock, Pokey LaFarge, Ramblin’ Jack Elliott, nomi ai quali in certa misura può essere collegato per il suo amore per la country music più tradizionale, per la canzone folk d’autore e per il blues acustico ‘Piedmont style’. Tutto questo e molto altro può essere colto in questo “Cleveland Summer Style”, un viaggio nel cuore dell’American heartland con estrema efficacia stilistica, parco e misurato negli arrangiamenti e, cosa importante, con estrema genuinità. La registrazione praticamente live in studio dona inoltre quella naturalezza che inevitabilmente può ridursi in seguito a (talvolta) lunghe session che aumentano la possibilità di routine. Wink Burcham attraversa territori musicali amati, quelli che passano dalla country music anni cinquanta con lo spirito di Johnny Cash nella melodia di “Lay Your Burden Down” con pregnanti venature gospel alla suadente “I’ll Never Leave The Honky Tonks” immaginando lo spirito di Hank Williams che sorride, dalla magnifica rilettura di “Cowboy Heroes & Old Folk Songs” dal forte sapore ‘vintage’ alla riproposizione del classico di Del Reeves (anno di grazia 1960) “Women Do Funny Things”.  “Hallelujah (Gonna Rest My Soul)” ci porta invece nelle misteriose paludi del Delta, con tanto di arrangiamento fiatistico che rimanda a certe cose della Band, “Case Of The Blues” è un country-blues prezioso, “Made To Laugh” una ballata folk di forte presa. Da sottolineare ancora quelli che a mio parere sono i momenti più commoventi, profondi e accorati, “Cleveland Summer Nights” e “Wide River To Cross” del grande Buddy Miller, esempio cristallino della bravura di Wink Burcham sia come autore che come interprete. Album pregiato e da centellinare. www.winkburcham.com.

Remo Ricaldone

18:09

Wild Ponies - Radiant

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La coppia formata da Telisha e Doug Williams, anime del progetto Wild Ponies, conferma ancora una volta quanto la scena musicale di East Nashville sia brillante e propositiva. A tre anni di distanza dal precedente “Things That Used To Shine”, l’alternative (alle major di Music City) country dei Wild Ponies acquisisce ancora più profondità e accorata passione, sviscerando i molteplici aspetti della vita viaggiando all’interno della mente e delle problematiche ad essa legate con estrema bravura, confezionando una serie di canzoni che appassioneranno coloro che apprezzano coppie come Buddy e Julie Miller o che hanno goduto dei dischi di Emmylou Harris in compagnia di Rodney Crowell. “Radiant” inizia un po’ in sordina con due brani che necessitano di alcuni ascolti per essere pienamente penetrati, prima di aprirsi con una selezione di qualità sopraffina. Se “Born With A Broken Heart” e la title-track “Radiant” entrano pian piano sotto pelle per poi rivelarsi nella loro bellezza, è con l’eccellente “Tower And The Wheel” che la vena melodica di Telisha e Doug Williams si manifesta nella forma migliore, con la steel di Fats Kaplin ad avvolgere una canzone veramente affascinante. Doug Williams è quindi protagonista di una ottima “Mom And Pop”, pura country music che riporta agli anni storici, con riferimenti a Cash, Jones e ad altri grandi mentre a seguire c’è una “Unplug The Machine” più rock e pop, assolutamente rivitalizzante. “The Night We Never Met” è country music al top, una ballata scarna ed essenziale, semplice ma toccante nel profondo, “Big Blue Sun”, più movimentata e moderna, si giova di un’altra bella performance di Telisha Williams e di un ottimo break chitarristico di Doug Williams mentre ancora da segnalare, nella compattezza compositiva di un lavoro meditato e riuscito, la tradizione appalachiana che emerge nella comunque elettrica “Lullaby” (grazie all’eccellente fiddle di Fats Kaplin), la forza irresistibile di una “Graveyard Train” con tutta la potenza elettrica delle chitarre e di un fiddle che lascia il segno e il capolavoro finale, a due voci, di “Love Is Not A Sin” in cui si evocano June e Johnny e la country music più pura. www.wildponies.net.
Remo Ricaldone



VENERDI' 05 AGOSTO 2016
in collaborazione con LONESTAR TIME

16° SAVONIERO COUNTRY FESTIVAL!!!
Western Swing & Honky-Tonk Revival Edition

THE WESTERN FLYERS (TEXAS)
BREELAN ANGEL (TEXAS)
DON DIEGO TRIO (ITA)


A volte ritornano…ed anche il più importante festival italiano dedicato alla country music ritorna puntuale senza troppi fronzoli…come ogni anno…e come ogni anno l’accento è tutto sulla musica live!!!
Quest’anno abbiamo voluto dare spazio ad una rosa di musicisti stellari con l’idea di una ideale travolgente jam che ci accompagnerà per tutta la sera in una rassegna dedicata alla riscoperta delle sonorità più tradizionali…partendo dal Western Swing…passando attraverso l’honky-tonk più duro…fino al giovane cantautorato nella forma più rispettosa che una canzone si possa consegnare alla country music!
Mattatori della serata, direttamente dal Texas, i favolosi THE WESTERN FLYERS!
The Western Flyers è un “giovane” incredibile combo nato dall’unione di tre musicisti che rappresentano l’eccellenza mondiale nel proprio strumento; basterebbero le parole di Marty Stuart a presentare JOEY MCKENZIE alla chitarra…”quando ho sentito la prima volta suonare Joey l’ho subito proclamato il migliore”…basterebbero le vittorie, tra le tante, al National Swing Fiddle Championship…quelle al Bob Wills Festival and Fiddle Contest in Greenville, Texas e le tre consecutive al Colorado State Fiddle Championship per presentarvi KATIE GLASSMAN al violino/fiddle per darvi un’idea del mostruoso talento che si esibirà sul palco di Savoniero…basterebbe aggiungere l’eccellenza di GAVIN KELSO al contrabbasso per completare un trio che vi sbalordirà al di là di ogni immaginazione...vederli e ascoltarli dal vivo nelle loro mirabolanti esecuzioni non ha prezzo!!!...e da luglio sarà già disponibile anche il loro primo lavoro discografico “Wild Blue Yonder”, giusto per portarsi a casa un souvenir di una band che, credeteci (almeno per sfinimento!), non avete idea di come suona!!!...ci ringrazierete per averli portati in qua! ;)))
A rappresentare la bandiera italiana ed a tenere le redini dell’honky-tonk sound più radicale abbiamo voluto il DON DIEGO TRIO, unica band europea invitata ad esibirsi all’Ameripolitan Awards Concert ad Austin, Texas…sorta di organizzazione “carbonara” a difesa di un “certo suono” fortemente voluta e sostenuta da quella leggenda di Dale Watson in risposta alla decadenza della attuale scena Country! Il suono del Don Diego Trio, capitanato dalla virtuosa chitarra di Diego Geraci (ex Adels), maestro nostrano della Telecaster, non cede a compromessi ed il tipico twang di generi come l’honky-tonk, il rockabilly, e lo swing di matrice texana ne esce in una miscela esplosiva!
“Roadhouse Stomp”, il loro ultimo album, è un gioiellino del genere che nobilita la produzione italiana di settore!
Special guest della serata, anche lei direttamente dal Texas, la giovane cantautrice BREELAN ANGEL! Gusto per la melodia tradizionale e attenzione alla scrittura dei grandi cantautori la portano in fretta alla ribalta della scena musicale texana dove viene “coccolata” da nomi affermati come Loretta Lynn, Randy Rogers, Aaron Watson per citarni alcuni fino ad attirare l’attenzione di Trent Willmon che ne produce l’ultimo album “Diamond In A Rhinestone World”; 5 singoli alla radio sparsi ai vertici di diverse charts ed uno sponsorship voluto da BudLight Beer la lanciano sulla strada di un successo annunciato che, come nostra tradizione, vogliamo reclamare a Savoniero dove, anche un po’ presuntuosamente, abbiamo “portato fortuna” a tanti! :)
Non mancherà l’ottimo cibo ed un po’ di birra e vino!
Ci si vede sotto il palco!!!

Cucina aperta dalle ore 19. Concerti e djset a seguire.

INFOLINE: FLAVIO 339.2428933 MAX 335.6924056 CRI 392.9123507
www.savoniero.it
www.lonestartime.com

17:25

Carter Sampson - Wilder Side

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quarto disco per la cantante proveniente da Oklahoma City, un lavoro decisamente riuscito composto da dieci momenti il cui fascino consiste nel tratteggiare situazioni e personaggi che animano la grande provincia americana con un tocco agrodolce che ammalia e seduce. L’approccio di Carter Sampson è profondo e genuino dove country music e cenni folk si incontrano nella maniera più naturale possibile. Arrangiamenti e soprattutto qualità compositive sono impeccabili, le interpretazioni giocano a stimolare le sensazioni più accorate e poetiche. “Wilder Side” apre con la canzone che ne dà il titolo e questo basta a fissare le giuste coordinate su cui si svilupperà il prosieguo dell’album, una storia passionale che centra subito il segno. “Highway Rider” e soprattutto la seguente “Run Away” con il magnifico lavoro di dobro di Travis Linville sono altri due veri gioiellini acustici, mentre “Holy Mother” incarna il meglio della country music tra Texas ed Oklahoma ricordando certe cose dell’ultima Kelly Willis e di Holly Williams con cui condivide immaginario ed emotività. “Everything You Need” è un’altra ballata da ricordare con un’attenzione alla melodia che la rende (a questa è la costante di tutto il disco) orecchiabile ed estremamente godibile. Più tradizionale è la seguente “Medicine River” con Woody Guthrie e la canzone folk nel cuore e nella mente, “Take Me Home With You” mantiene il passo di un midtempo prezioso ed evocativo, così come “Wild Bird”, “Tomorrow’s Light” accarezzata dalle tastiere di Ryan Jones e “See The Devil Run” a completare una selezione i cui colori e sapori si arricchiscono di cenni autobiografici sconfinando spesso in Texas e in Tennessee. Gran bel disco.
Remo Ricaldone

17:23

Carrie Rodriguez - Lola

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La texana Carrie Rodriguez è la dimostrazione chiara e lampante di quanto sia stata e sia tuttora importante per la musica del Lone Star State la componente ‘ispanica’. In questo suo disco che segna il ritorno all’incisione dopo alcuni anni c’è tutto l’amore per le proprie radici e per le grandi cantanti messicane che hanno contribuito a nobilitare anche la musica proposta a ‘nord del border’. Il progetto “Lola” è infatti nato dall’ispirazione della prozia Eva Garza, nota cantante negli anni quaranta e si è sviluppato grazie alla collaborazione di grandissimi artisti come i chitarristi Bill Frisell, Luke Jacobs e David Pulkingham, il contrabbassista Viktor Krauss e il batterista Brannen Temple, uniti qui sotto il nome di The Sacred Hearts. Gustosamentein e costantemente in bilico tra i due lati del border, Carrie Rodriguez mostra in questo album,  e più che nei suoi precedenti, una bravura vocale straordinaria, sia dal punto di vista tecnico sia da quello del coinvolgimento consegnandoci alcune delle migliori pagine del suo repertorio. La magnifica “Llano Estacado” (dalla zona aspra e desertica del Texas occidentale da cui proviene Carrie), la appassionante “I Dreamed I Was Lola Beltran” firmata a quattro mani con Susan Gibson, vero gioiellino, “Que Manera De Perder”  duetto con Luke Jacobs interpretato in inglese e spagnolo tirando fuori ogni possibile grammo di cuore e anima, “Z”  più elettrica  ed  indirizzata verso suoni americani e country, l’affascinante “Noche De Ronda” classica melodia ‘mexican’ in cui Miss Rodriguez dà il massimo e Bill Frisell ricama all’elettrica in modo eccellente, la pigra e docile “Caricias” composta con il fido Luke Jacobs impegnato qui anche alla pedal steel, l’essenziale “The West Side” e la conclusiva “Si No Te Vas” che non sfigurerebbe in uno dei dischi di Ry Cooder o dei Texas Tornados in fatto di tipica ballata nortena sono a mio parere gli episodi culminanti di un disco che cresce molto con gli ascolti e che conferma una delle più belle voci texane. Lode alla label italiana Appaloosa per avere distribuito e reso facilmente reperibile qui da noi questo pregevole album.
Remo Ricaldone

17:19

Andy Ferrell - At Home And In Nashville

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La musica di Andy Ferrell, giovane cantante ed autore al debutto con questo “At Home And In Nashville”, è forgiata nella più pura tradizione appalachiana, pur con grande personalità e attualità, fresca, brillante e rigenerante. Nato a Boone, cittadina del North Carolina situata nel cuore delle Blue Ridge Mountains, tra i luoghi cardine delle radici appalachiane, Andy ha formato il suo stile ascoltando religiosamente Hank Williams e Townes Van Zandt, Doc Watson e il blues, non disdegnando la canzone tra folk e pop che dagli anni sessanta ha avvicinato alla tradizione generazioni di ascoltatori. Da relativamente pochi anni sulle scene, è riuscito con facilità ad imporsi a livello locale grazie ad un approccio limpido e genuino, perfetto mix delle varie esperienze che ha vissuto in giro per gli States. “At Home And In Nashville” è riferito alle due differenti facce qui presentate: la prima incisa nella città del Tennessee, impeccabilmente prodotta nei Quad Studios con la presenza di una ottima serie di sidemen tra cui spiccano Robin Ruddy, eccellente a pedal steel, banjo e dobro, la bravissima fiddler Wanda Vick (già con le Wild Rose, country band al femminile protagonista tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta) e John Magnie, fisarmonicista il cui nome è indissolubilmente legato alla bella esperienza con i neworleansiani Subdudes e una seconda ‘tranche’ che vede Andy Ferrell in perfetta solitudine di fronte al pubblico della Jones House nella nativa Boone. Le canzoni di Andy Ferrell sono tutte nate ‘on the road’, ritratti con uno stile agrodolce e piacevolissimo dei suoi vagabondaggi, tutte pervase dal senso di libertà tipico della canzone americana, intepretate con pregevole tecnica chitarristica e notevole impostazione vocale. La prima parte colpisce per freschezza e spontaneità, dalle tonalità bluesy di “Last Dime Blues” alla magnifica melodia di “Poor man’s Son” che non sarebbe dispiaciuta alla Band, dalla nostalgia che permea “Time Crawls By” alle intense “Another New Year’s Eve” e “Photographs And Letters”, fino al trascinante country shuffle di “Nobody To Answer To”. Nella seconda spiccano naturalmente le doti di picker e di entertainer del nostro, con la deliziosa “High Water, Low Bridge”, l’outlaw song “Run Billy Run”, “The Price Of Freedom” e “Waltz For You” che chiude il disco con forti tinte folk. Un nuovo nome da segnare sulla propria agenda. www.andyferrellmusic.com.
Remo Ricaldone

17:03

Achilles Wheel - Devil In The Yard

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Achilles Wheel è il nome di una band della California settentrionale nata sull’onda dello sconfinato amore per la musica dei Grateful Dead, ispirandosi soprattutto al loro periodo più vicino alle radici, quello che li ha portati ad incidere i due dischi che io ritengo i loro capolavori assoluti: “American Beauty” e “Workingman’s Dead”. Johnny ‘Mojo’ Flores e Paul Kamm sono i leader, le due voci principali che hanno sorprendenti assonanze con quelle di Jerry Garcia e Bob Weir e autori della maggior parte dei brani del loro repertorio, appassionato e attratto dalle jam strumentali anche se non avvicinandosi alle chilometriche lunghezze di certi brani dei Dead. Tre album all’attivo partendo dal 2012, anno in cui debuttarono con “Thirteen Hours”, per proseguire con il notevole “Stones To Sand” del 2014 e questo “Devil In The Yard”, loro recentissima uscita discografica. Oltre ai due chitarristi Flores e Kamm, nella classica tradizione dei Grateful Dead ci sono due batteristi, Mark McCartney e Gary Campus, Shelby Snow al basso e il membro aggiunto Ben Jacobs a tastiere e fisarmonica. Il loro repertorio è decisamente equilibrato e coinvolgente, un roots rock elegante che ha nel gusto per la melodia e gli eccellenti incroci chitarristici i punti di forza. Spesso il country-rock è il loro riferimento, logicamente e chiaramente di ispirazione californiana in cui rivestono grande importanza le armonie vocali, sempre curatissime. “Let It Ride”, “No Diamonds In A Coal Mine”, “Sweet Bye And Bye” e la title-track “Devil In The Yard” formano un poker iniziale di grande presa, perfetto manifesto delle loro intenzioni mentre sono rimarchevoli “I Was Feeling Alright” gustosamente country oriented, “Big Old Careless Heart” che sembra proprio una outtake di Garcia e soci, la romantica “Along The Way” con mandolino e accordion, molto dylaniana e l’intensa e sofferta “Suddenly”, ulteriori motivi per apprezzare la proposta degli Achilles Wheel, decisamente una band da conoscere. www.achilleswheel.com.
Remo Ricaldone

17:00

Echo Bloom - Red

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Echo Bloom è la band guidata dal cantante, autore e chitarrista Kyle Evans, cresciuto nel profondo sud degli States ma artisticamente legato a Washington DC, Los Angeles e San Francisco dove ha operato con successo proponendo la sua ‘via alla musica delle radici’ con saggezza e grande bravura. Unendo rock e roots music Kyle Evans ha raccolto attorno a se il chitarrista Josh Grove, il banjoista Steve Sasso, Aviva Jaye alle tastiere e la sezione ritmica formata da Jason Mattis al basso e Shareef Taher alla batteria, dando vita ad una band solida e duttile, capace di cambiare pelle con grande naturalezza. “Red” è il secondo disco di una triade in cui i colori rappresentano l’immaginario al quale ispirarsi, seguendo stati d’animo e sensibilità diverse. Nel 2015 era stato pubblicato “Blue”, un disco le cui ispirazioni viravano verso sonorità vicine al mondo folk. Album incensato dalla rivista No Depression che aveva speso commenti molto, molto lusinghieri. Ora “Red” avvicina gli Echo Bloom ad atmosfere più country rock, condividendo aspirazioni e inflessioni con band come Son Volt e talvolta Wilco, insomma l’alternative country nella sua accezione più nobile. La produzione è nelle mani dello stesso Kyle Evans, autore del materiale nella sua interezza, proponendo talvolta un suono che acquisisce tonalità psichedeliche (come nella affascinante ed ipnotica “Willingham”) ma che non disdegna un più robusto sguardo alle radici come nella limpida melodia country di “Another Rose”, introdotta da splendide armonie vocali. “Texas Two” è intimista e inevitabilmente legata al country/folk di marca texana, “Revenge” è per contro un rock ruvido e tagliente che guarda al passato con riverenza e passione, “Leaving Charleston” è uno dei punti più alti di queste session, la migliore introduzione al suono degli Echo Bloom. Da ricordare sono poi “Evangeline”, robusto incrocio tra Green On Red, Old ‘97s e alcune cose di Ryan Adams, “In Orbit” eterea ed estremamente poetica con l’introduzione della pedal steel di Michael William Levine e uno sviluppo melodico di classe, con lo strumentale “Cynthia’s Song” a fare da perfetta introduzione e “Country Op” che chiude il disco con il ritorno a sonorità country. Il prossimo capitolo sarà “Green”, chiusura in cui i suoni saranno, a detta di Kyle e soci, maggiormente pop. Staremo a vedere (e a sentire).
Remo Ricaldone

16:16

The Westies - Six On The Out

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dietro al nome Westies si cela Michael McDermott, talento troppo presto passato nel dimenticatoio dopo lo strabiliante esordio di “620 West Surf” datato 1991. Problemi di dipendenze da alcol e droga e una fragilità particolare lo ha ‘bloccato’ per anni ma da qualche tempo possiamo celebrare il suo ritorno con una carriera a ‘doppia corsia’: da una parte la discografia a proprio nome e dall’altra questa, al secondo capitolo, con i Westies. Rock e radici, il racconto struggente e crudo di un’America desolata, tragica ma tremendamente poetica, la forza lirica di un ritrovato periodo di grande forma, tutto questo contribuisce a fare di questo “Six On The Out” un lavoro estremamente consigliato, ricco di spunti e di sfumature, nella migliore tradizione di chi ha unito rock e poesia, da Bruce Springsteen a John Mellencamp, passando per Elliott Murphy, Willie Nile e molti altri. La scrittura è asciutta, stringata e pregna di quel pathos quasi cinematografico che abbiamo apprezzato attraverso libri e film, le interpretazioni sono caratterizzate da cuore e sentimento, emozioni e sincero coinvolgimento. Tutte, dall’iniziale “If I Had A Gun” a “Sirens” che conclude questo romanzo a tinte ‘noir’. E noi possiamo godere in maniera completa le storie di Michael McDermott in quanto la benemerita label milanese Appaloosa, come ormai da tradizione, unisce i testi tradotti in italiano. La solida “Pauper’s Sky”, le tinte drammatiche e  straordinariamente vere della magnifica “Parolee”, vertice compositivo dell’album a mio parere, “The Gang’s All Here” altra grande canzone dalla melodia più country-folk, il frizzante folk-rock di “Everything Is All I Want For You” che paga inevitabilmente pegno a Bob Dylan, tra i grandi ispiratori di Mr. McDermott, “Henry McCarty” altro capolavoro assoluto, forte ed orgogliosa ballad segnata indelebilmente dal violino di Heather Horton, la vibrante “Santa Fe” in cui fanno bella mostra le chitarre di Will Kimbrough, tra i protagonisti di queste sessions, le storie tragiche e le sofferenze umane presenti nelle comunque bellissime ed affascinanti “Once Upon A Time” e nella già citata “Sirens” formano un blocco decisamente intrigante ed attraente. “Six On The Out” entrerà facilmente tra i preferiti a fine anno in molte liste, un album dalle tinte forti che cresce ascolto dopo ascolto e che difficilmente uscirà dai vostri/nostri lettori cd.
Remo Ricaldone

16:14

Hayes Carll - Lovers And Leavers

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra i cantautori più sensibili in terra texana, Hayes Carll torna dopo cinque anni dal precedente “KMAG YOYO”, disco che gli aveva dato visibilità e notevole apprezzamento da parte di critica e pubblico. Cinque anni in cui molto è cambiato per Hayes, cinque anni in cui ha dovuto ricostruirsi una carriera e una vita dopo il fallimento della sua label e quello del suo matrimonio. “Lovers And Leavers” porta con se le tracce di questi anni difficili, certamente più riflessivo e meditato, autoprodotto con cura, ancora una volta però mostrando capacità compositive e interpretative di qualità. La produzione è nelle mani di Joe Henry, in questi anni tra i producers più attivi e considerati, con un suono modulato e attento ai particolari, a partire da una sezione ritmica nella quale spiccano i tamburi di Jay Bellerose, un elemento fidatissimo e spesso usato da Mr. Henry per dare quel tocco personale alle canzoni alle quali partecipa. L’album è denso di ballate di classe, a partire dalle note di apertura affidate a “Drive” e proseguendo con le vivide immagini evocate da “Sake Of The Song” con i fantasmi dei compianti Townes Van Zandt e recentemente di Guy Clark e “Good While It Lasted”. Le performance sono coinvolgenti e intensamente vissute, voce e arpeggi chitarristici ci guidano in un viaggio ispirato, dipingendo personaggi e storie che gli amanti della canzone texana hanno imparato a conoscere e ad amare attraverso Ray Wylie Hubbard, Joe Ely, Butch Hancock, Robert Earl Keen e via discorrendo. “You Leave Alone”, interiore e sofferta, “My Friends” con le ‘pennate’ di una pedal steel che a me ricorda le desolate ma affascinanti lande desertiche del West Texas è tra le cose più intriganti del disco mentre il pianoforte ha ampio spazio in un’altra ballata che lascia il segno, “The Love That We Need”. “The Magic Kid” scava nuovamente nelle emozioni più reali, un racconto ben delineato e ottimamente strutturato con l’inserimento di un piano ‘wurlitzer’ che dà sostanza alla melodia, “Love Is So Easy” ha il sapore delle vecchie ballate di Guy e Townes e “Jealous Moon” congeda Hayes Carll nel modo più naturale avvolgendoci con la delicatezza del binomio chitarra acustica e wurlitzer al quale Jay Bellerose aggiunge tutta la sua tecnica e bravura alle percussioni. “Lovers And Leavers” è sicuramente più dimesso e interiore rispetto al precedente ma guadagna molto con gli ascolti fino ad insinuarsi nel cuore di chi ama i nomi citati e ai quali Hayed Carll mostra grande amore e affinità.

Remo Ricaldone

16:13

Peter Cooper - Depot Light/Songs Of Eric Taylor

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Eric Taylor è uno dei grandi della scena texana, degno di comparire in quell’olimpo musicale al fianco di nomi come Townes Van Zandt, Guy Clark, Richard Dobson, Billy Joe Shaver, Lyle Lovett, in grado di rendere le proprie composizioni vere poesie e vividi racconti di vita. Parte del suo straordinario repertorio rivive grazie all’amore e al profondo rispetto che Peter Cooper, tra i migliori esponenti della parte più genuina di Nashville, nutre per Eric Taylor. “Depot Light” è un vero atto di rispetto, di devozione e di stima, dodici momenti che rendono piena giustizia alla poetica e alla capacità di tratteggiare vicende intense quanto pregne di grazia e personalità. Prodotto dallo stesso Peter Cooper e dal bravissimo Thomm Jutz, musicista e spesso producer tedesco trapiantato negli States, “Depot Light” è interpretato con gusto, strabiliante tecnica e delicatezza da una serie di session men che rappresentano il meglio di una Music City sincera e vibrante come la violinista Andrea Zonn, Justin Moses eccellente a dobro, mandolino e banjo, Pat McInerney alle percussioni, Joey Miskulin alla fisarmonica, Mark Fain al basso ed Eric Brace, un grande cantante ed autore fortemente legato a Peter Cooper da amicizia e condivisione di ideali, alle armonie vocali. Naturalmente le canzoni sono il punto forte di questo piatto, presentate con convinzione e forza, commozione e dolcezza, in un susseguirsi di emozioni che specialmente in “Charlie Ray McWhite”, “Deadwood”, “All So Much Like Me”, “Prison Movie” e “Louis Armostring’s Broken Heart” toccano il loro apice. “Depot Light” è un lavoro estremamente coeso dove tutte le canzoni sono legate come da un ‘fil rouge’ che permette di apprezzare doti compositive non comuni, tra realtà e fantasia, passato e presente. Ed emerge ancora una volta l’America marginale ma più intrisa di sentimento che abbiamo imparato ad amare attraverso letteratura, cinematografia e musica. Tutte caratteristiche che troviamo tra queste note, tra questi versi. Caldamente consigliato a chi cerca la migliore canzone d’autore. www.redbeetrecords.com.

Remo Ricaldone

Iscriviti alla newsletter