18:19

The Grahams - Glory Bound

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Alyssa e Doug Graham sono una collaudata coppia che con questo secondo album intitolato “Glory Bound” si pone tra le cose più intriganti e potenti uscite dall’Oklahoma in questi ultimi tempi. Prodotto ed inciso nel cuore di una terra che negli anni ha proposto innumerevoli grandi acts, “Glory Bound” vede dietro alla consolle l’eccellente Wes Sharon (già con John Fullbright e Parker Millsap, due tra i nomi più importanti fuorusciti dalla fucina di talenti dell’Oklahoma) che impreziosisce il suono, grazie anche alla presenza di nomi come Ryan Engleman alle chitarre elettriche e steel e Gabe Pearson alla batteria (entrambi membri dei Turnpike Troubadours), Byron Berline al fiddle (icona bluegrass ma con storiche collaborazioni nel mondo rock, con Rolling Stones e poi con i Flying Burrito Brothers), John Fullbright a piano, chitarra e armonica, Dan Walker a piano, organo e fisarmonica e lo stesso producer a basso e percussioni. Un combo che viaggia a mille all’ora, preciso, pungente, potente. Tutte le canzoni sono firmate dagli stessi Grahams, con l’aiuto dell’amico di infanzia Bryan McCann in un pregevole insieme al tempo stesso coeso e variegato, ispirato e multiforme, tra country music, rock, folk e spruzzate ‘southern’. Il 2016 è l’anno più importante nella carriera della coppia, con un film documento sulle canzoni ispirate ai treni intitolato “Rattle The Hocks” diretto e prodotto da Cody Dickinson dei North Mississippi All Stars e un’attività live intensissima. Tornando a “Glory Bound” una delle caratteristiche è senz’altro la voce di Alyssa Graham, protagonista con una voce estremamente potente e modulata, vero perno sul quale ruotano le dodici canzoni, tutte interessanti e trascinanti. La canzone che dà il titolo alla raccolta è posta in cima alla selezione e subito porta, con il suo ritmo e la sua possanza, la vera country music al centro dell’attenzione. Grande sezione ritmica e le chitarre elettriche di Ryan Engleman che esaltano. “Gambling Girl” aggiunge rock e blues in buone dosi e mantiene alto il ritmo mentre “Blow Wind Blow” è uno dei gioielli contenuti in questo album, una melodia fiera ed orgogliosa di chiara impronta folk ma sostenuta da un arrangiamento potente e ancora il fiddle di Byron Berline, una ballata con i ‘controfiocchi’. “Lay Me Down” è più tenue e dolce con accenti gospel assolutamente affascinanti e un’ennesima interpretazione vocale da incorniciare, “Kansas City” è invece un irresistibile bluegrass in cui Byron Berline ‘torna a casa’ mostrando, nonostante gli anni, doti  straordinarie. “Mama” è ancora country-gospel con il bel dobro di Doug Graham e una melodia molto tradizionale, in “The Wild One” aleggia lo spirito della Band di Robbie Robertson in una ballata ariosa e decisamente coinvolgente, “Griggstown” rappresenta un altro ‘highlight’, country music e folk amalgamati alla perfezione. “Biscuits” con la sua grazia acustica e il suo indolente piglio country-blues, il duetto tra piano e dobro, descrive benissimo i suoni e il mood sudista, “Borderlands” si colora naturalmente di Messico ma rimane una splendia country ballad, una delle più belle del disco, elegante e pregnante, così come “The Spinner” impreziosita dalla pedal steel di Ryan Engleman e interpretata con il cuore da Alyssa Graham. Chiude un album da ricordare “Promised Land”, degna conclusione con freschezza, grande sincerità e una country music come dovrebbe sempre essere concepita e suonata. Cinque stelle. www.TheGrahamsMusic.net.
Remo Ricaldone

18:16

June Star - Pull Awake

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Chi ha amato l’alternative country di una delle band seminali del genere come gli Uncle Tupelo o in questi anni i Son Volt di Jay Farrar, naturale continuazione di quell’avventura, troverà nei June Star stimoli e fascinazioni che faranno rivivere le pagine più belle dell’incontro fra rock e radici. Nati nel 1998 nella cittadina di Westminster, a poche miglia da Baltimore, Maryland, i June Star sono la band di Andrew Grimm, cantante, autore, ottimo chitarrista e anche banjoista. Con David Hadley alla pedal steel, Kurt Celtnieks alla batteria e il produttore Andy Bopp a chitarre, tastiere e percussioni a completare la line-up, i June Star firmano uno dei migliori lavori della loro già corposa produzione discografica, l’undicesimo disco dal 1998. Già la voce del leader ricorda spesso quella di Jay Farrar, profonda ed evocativa, assolutamente a proprio agio sia nelle ballate acustiche sia nei brani più rock. Grande è l’attenzione per la letteratura (June Star è il nome di uno dei protagonisti di uno dei romanzi di Flannery O’Connor, tra le ‘grandi firme’ del Sud degli States) e quello che viene fuori è un album dal fascino sorprendente che cresce ascolto dopo ascolto fino ad entrare definitivamente sotto pelle e a rappresentare una delle cose migliori dell’anno. “Pull Awake” non spreca una sola nota, gioca con passione e sincerità con le emozioni tra country, folk e rock mostrando quanto Andrew Grimm sia maturato e oggi possa raffigurare un moderno troubadour sulla scia dei grandi poeti prestati alla musica come Chris Knight e Steve Earle, per citare i primi due nomi che vengono in mente. Da “Tether” a “The King Is Dead”, i due ‘estremi’ del disco, ruotano personaggi e storie pregnanti, i luoghi dell’America più profonda con i suoi contrasti ma soprattutto con la sua estrema umanità. “Feathers”, “Proof”, “Walk Away”, “House Call”, “Wonders” sono piccoli gioiellini perfettamente incastonati in un insieme che riserverà momenti piacevolissimi. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:13

Wink Burcham - Cleveland Summer Nights

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il ‘low profile’ di Wink Burcham lo conferma troubadour sincero e tremendamente efficace nel raccontare l’America delle radici, nella continuità di uno sguardo al passato che però non rinuncia a raccontare le inquietudini del presente in un legame fresco e ricco di spunti autobiografici e spesso con la sensibilità dello storyteller più arguto. Wink è nativo di Tulsa, Oklahoma e ha una manciata di album all’attivo, l’ultimo dei quali è una interessante ‘presentazione’ per il mercato europeo pubblicata nel 2015 ed intitolata “Cowboy Heroes & Old Folk Songs” con canzoni da un paio di ‘vecchie’ registrazioni. Ha inoltre diviso il palco con grandi come Dale Watson, Wayne ‘The Train’ Hancock, Pokey LaFarge, Ramblin’ Jack Elliott, nomi ai quali in certa misura può essere collegato per il suo amore per la country music più tradizionale, per la canzone folk d’autore e per il blues acustico ‘Piedmont style’. Tutto questo e molto altro può essere colto in questo “Cleveland Summer Style”, un viaggio nel cuore dell’American heartland con estrema efficacia stilistica, parco e misurato negli arrangiamenti e, cosa importante, con estrema genuinità. La registrazione praticamente live in studio dona inoltre quella naturalezza che inevitabilmente può ridursi in seguito a (talvolta) lunghe session che aumentano la possibilità di routine. Wink Burcham attraversa territori musicali amati, quelli che passano dalla country music anni cinquanta con lo spirito di Johnny Cash nella melodia di “Lay Your Burden Down” con pregnanti venature gospel alla suadente “I’ll Never Leave The Honky Tonks” immaginando lo spirito di Hank Williams che sorride, dalla magnifica rilettura di “Cowboy Heroes & Old Folk Songs” dal forte sapore ‘vintage’ alla riproposizione del classico di Del Reeves (anno di grazia 1960) “Women Do Funny Things”.  “Hallelujah (Gonna Rest My Soul)” ci porta invece nelle misteriose paludi del Delta, con tanto di arrangiamento fiatistico che rimanda a certe cose della Band, “Case Of The Blues” è un country-blues prezioso, “Made To Laugh” una ballata folk di forte presa. Da sottolineare ancora quelli che a mio parere sono i momenti più commoventi, profondi e accorati, “Cleveland Summer Nights” e “Wide River To Cross” del grande Buddy Miller, esempio cristallino della bravura di Wink Burcham sia come autore che come interprete. Album pregiato e da centellinare. www.winkburcham.com.

Remo Ricaldone

18:09

Wild Ponies - Radiant

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La coppia formata da Telisha e Doug Williams, anime del progetto Wild Ponies, conferma ancora una volta quanto la scena musicale di East Nashville sia brillante e propositiva. A tre anni di distanza dal precedente “Things That Used To Shine”, l’alternative (alle major di Music City) country dei Wild Ponies acquisisce ancora più profondità e accorata passione, sviscerando i molteplici aspetti della vita viaggiando all’interno della mente e delle problematiche ad essa legate con estrema bravura, confezionando una serie di canzoni che appassioneranno coloro che apprezzano coppie come Buddy e Julie Miller o che hanno goduto dei dischi di Emmylou Harris in compagnia di Rodney Crowell. “Radiant” inizia un po’ in sordina con due brani che necessitano di alcuni ascolti per essere pienamente penetrati, prima di aprirsi con una selezione di qualità sopraffina. Se “Born With A Broken Heart” e la title-track “Radiant” entrano pian piano sotto pelle per poi rivelarsi nella loro bellezza, è con l’eccellente “Tower And The Wheel” che la vena melodica di Telisha e Doug Williams si manifesta nella forma migliore, con la steel di Fats Kaplin ad avvolgere una canzone veramente affascinante. Doug Williams è quindi protagonista di una ottima “Mom And Pop”, pura country music che riporta agli anni storici, con riferimenti a Cash, Jones e ad altri grandi mentre a seguire c’è una “Unplug The Machine” più rock e pop, assolutamente rivitalizzante. “The Night We Never Met” è country music al top, una ballata scarna ed essenziale, semplice ma toccante nel profondo, “Big Blue Sun”, più movimentata e moderna, si giova di un’altra bella performance di Telisha Williams e di un ottimo break chitarristico di Doug Williams mentre ancora da segnalare, nella compattezza compositiva di un lavoro meditato e riuscito, la tradizione appalachiana che emerge nella comunque elettrica “Lullaby” (grazie all’eccellente fiddle di Fats Kaplin), la forza irresistibile di una “Graveyard Train” con tutta la potenza elettrica delle chitarre e di un fiddle che lascia il segno e il capolavoro finale, a due voci, di “Love Is Not A Sin” in cui si evocano June e Johnny e la country music più pura. www.wildponies.net.
Remo Ricaldone



VENERDI' 05 AGOSTO 2016
in collaborazione con LONESTAR TIME

16° SAVONIERO COUNTRY FESTIVAL!!!
Western Swing & Honky-Tonk Revival Edition

THE WESTERN FLYERS (TEXAS)
BREELAN ANGEL (TEXAS)
DON DIEGO TRIO (ITA)


A volte ritornano…ed anche il più importante festival italiano dedicato alla country music ritorna puntuale senza troppi fronzoli…come ogni anno…e come ogni anno l’accento è tutto sulla musica live!!!
Quest’anno abbiamo voluto dare spazio ad una rosa di musicisti stellari con l’idea di una ideale travolgente jam che ci accompagnerà per tutta la sera in una rassegna dedicata alla riscoperta delle sonorità più tradizionali…partendo dal Western Swing…passando attraverso l’honky-tonk più duro…fino al giovane cantautorato nella forma più rispettosa che una canzone si possa consegnare alla country music!
Mattatori della serata, direttamente dal Texas, i favolosi THE WESTERN FLYERS!
The Western Flyers è un “giovane” incredibile combo nato dall’unione di tre musicisti che rappresentano l’eccellenza mondiale nel proprio strumento; basterebbero le parole di Marty Stuart a presentare JOEY MCKENZIE alla chitarra…”quando ho sentito la prima volta suonare Joey l’ho subito proclamato il migliore”…basterebbero le vittorie, tra le tante, al National Swing Fiddle Championship…quelle al Bob Wills Festival and Fiddle Contest in Greenville, Texas e le tre consecutive al Colorado State Fiddle Championship per presentarvi KATIE GLASSMAN al violino/fiddle per darvi un’idea del mostruoso talento che si esibirà sul palco di Savoniero…basterebbe aggiungere l’eccellenza di GAVIN KELSO al contrabbasso per completare un trio che vi sbalordirà al di là di ogni immaginazione...vederli e ascoltarli dal vivo nelle loro mirabolanti esecuzioni non ha prezzo!!!...e da luglio sarà già disponibile anche il loro primo lavoro discografico “Wild Blue Yonder”, giusto per portarsi a casa un souvenir di una band che, credeteci (almeno per sfinimento!), non avete idea di come suona!!!...ci ringrazierete per averli portati in qua! ;)))
A rappresentare la bandiera italiana ed a tenere le redini dell’honky-tonk sound più radicale abbiamo voluto il DON DIEGO TRIO, unica band europea invitata ad esibirsi all’Ameripolitan Awards Concert ad Austin, Texas…sorta di organizzazione “carbonara” a difesa di un “certo suono” fortemente voluta e sostenuta da quella leggenda di Dale Watson in risposta alla decadenza della attuale scena Country! Il suono del Don Diego Trio, capitanato dalla virtuosa chitarra di Diego Geraci (ex Adels), maestro nostrano della Telecaster, non cede a compromessi ed il tipico twang di generi come l’honky-tonk, il rockabilly, e lo swing di matrice texana ne esce in una miscela esplosiva!
“Roadhouse Stomp”, il loro ultimo album, è un gioiellino del genere che nobilita la produzione italiana di settore!
Special guest della serata, anche lei direttamente dal Texas, la giovane cantautrice BREELAN ANGEL! Gusto per la melodia tradizionale e attenzione alla scrittura dei grandi cantautori la portano in fretta alla ribalta della scena musicale texana dove viene “coccolata” da nomi affermati come Loretta Lynn, Randy Rogers, Aaron Watson per citarni alcuni fino ad attirare l’attenzione di Trent Willmon che ne produce l’ultimo album “Diamond In A Rhinestone World”; 5 singoli alla radio sparsi ai vertici di diverse charts ed uno sponsorship voluto da BudLight Beer la lanciano sulla strada di un successo annunciato che, come nostra tradizione, vogliamo reclamare a Savoniero dove, anche un po’ presuntuosamente, abbiamo “portato fortuna” a tanti! :)
Non mancherà l’ottimo cibo ed un po’ di birra e vino!
Ci si vede sotto il palco!!!

Cucina aperta dalle ore 19. Concerti e djset a seguire.

INFOLINE: FLAVIO 339.2428933 MAX 335.6924056 CRI 392.9123507
www.savoniero.it
www.lonestartime.com

17:25

Carter Sampson - Wilder Side

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quarto disco per la cantante proveniente da Oklahoma City, un lavoro decisamente riuscito composto da dieci momenti il cui fascino consiste nel tratteggiare situazioni e personaggi che animano la grande provincia americana con un tocco agrodolce che ammalia e seduce. L’approccio di Carter Sampson è profondo e genuino dove country music e cenni folk si incontrano nella maniera più naturale possibile. Arrangiamenti e soprattutto qualità compositive sono impeccabili, le interpretazioni giocano a stimolare le sensazioni più accorate e poetiche. “Wilder Side” apre con la canzone che ne dà il titolo e questo basta a fissare le giuste coordinate su cui si svilupperà il prosieguo dell’album, una storia passionale che centra subito il segno. “Highway Rider” e soprattutto la seguente “Run Away” con il magnifico lavoro di dobro di Travis Linville sono altri due veri gioiellini acustici, mentre “Holy Mother” incarna il meglio della country music tra Texas ed Oklahoma ricordando certe cose dell’ultima Kelly Willis e di Holly Williams con cui condivide immaginario ed emotività. “Everything You Need” è un’altra ballata da ricordare con un’attenzione alla melodia che la rende (a questa è la costante di tutto il disco) orecchiabile ed estremamente godibile. Più tradizionale è la seguente “Medicine River” con Woody Guthrie e la canzone folk nel cuore e nella mente, “Take Me Home With You” mantiene il passo di un midtempo prezioso ed evocativo, così come “Wild Bird”, “Tomorrow’s Light” accarezzata dalle tastiere di Ryan Jones e “See The Devil Run” a completare una selezione i cui colori e sapori si arricchiscono di cenni autobiografici sconfinando spesso in Texas e in Tennessee. Gran bel disco.
Remo Ricaldone

17:23

Carrie Rodriguez - Lola

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La texana Carrie Rodriguez è la dimostrazione chiara e lampante di quanto sia stata e sia tuttora importante per la musica del Lone Star State la componente ‘ispanica’. In questo suo disco che segna il ritorno all’incisione dopo alcuni anni c’è tutto l’amore per le proprie radici e per le grandi cantanti messicane che hanno contribuito a nobilitare anche la musica proposta a ‘nord del border’. Il progetto “Lola” è infatti nato dall’ispirazione della prozia Eva Garza, nota cantante negli anni quaranta e si è sviluppato grazie alla collaborazione di grandissimi artisti come i chitarristi Bill Frisell, Luke Jacobs e David Pulkingham, il contrabbassista Viktor Krauss e il batterista Brannen Temple, uniti qui sotto il nome di The Sacred Hearts. Gustosamentein e costantemente in bilico tra i due lati del border, Carrie Rodriguez mostra in questo album,  e più che nei suoi precedenti, una bravura vocale straordinaria, sia dal punto di vista tecnico sia da quello del coinvolgimento consegnandoci alcune delle migliori pagine del suo repertorio. La magnifica “Llano Estacado” (dalla zona aspra e desertica del Texas occidentale da cui proviene Carrie), la appassionante “I Dreamed I Was Lola Beltran” firmata a quattro mani con Susan Gibson, vero gioiellino, “Que Manera De Perder”  duetto con Luke Jacobs interpretato in inglese e spagnolo tirando fuori ogni possibile grammo di cuore e anima, “Z”  più elettrica  ed  indirizzata verso suoni americani e country, l’affascinante “Noche De Ronda” classica melodia ‘mexican’ in cui Miss Rodriguez dà il massimo e Bill Frisell ricama all’elettrica in modo eccellente, la pigra e docile “Caricias” composta con il fido Luke Jacobs impegnato qui anche alla pedal steel, l’essenziale “The West Side” e la conclusiva “Si No Te Vas” che non sfigurerebbe in uno dei dischi di Ry Cooder o dei Texas Tornados in fatto di tipica ballata nortena sono a mio parere gli episodi culminanti di un disco che cresce molto con gli ascolti e che conferma una delle più belle voci texane. Lode alla label italiana Appaloosa per avere distribuito e reso facilmente reperibile qui da noi questo pregevole album.
Remo Ricaldone

17:19

Andy Ferrell - At Home And In Nashville

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La musica di Andy Ferrell, giovane cantante ed autore al debutto con questo “At Home And In Nashville”, è forgiata nella più pura tradizione appalachiana, pur con grande personalità e attualità, fresca, brillante e rigenerante. Nato a Boone, cittadina del North Carolina situata nel cuore delle Blue Ridge Mountains, tra i luoghi cardine delle radici appalachiane, Andy ha formato il suo stile ascoltando religiosamente Hank Williams e Townes Van Zandt, Doc Watson e il blues, non disdegnando la canzone tra folk e pop che dagli anni sessanta ha avvicinato alla tradizione generazioni di ascoltatori. Da relativamente pochi anni sulle scene, è riuscito con facilità ad imporsi a livello locale grazie ad un approccio limpido e genuino, perfetto mix delle varie esperienze che ha vissuto in giro per gli States. “At Home And In Nashville” è riferito alle due differenti facce qui presentate: la prima incisa nella città del Tennessee, impeccabilmente prodotta nei Quad Studios con la presenza di una ottima serie di sidemen tra cui spiccano Robin Ruddy, eccellente a pedal steel, banjo e dobro, la bravissima fiddler Wanda Vick (già con le Wild Rose, country band al femminile protagonista tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta) e John Magnie, fisarmonicista il cui nome è indissolubilmente legato alla bella esperienza con i neworleansiani Subdudes e una seconda ‘tranche’ che vede Andy Ferrell in perfetta solitudine di fronte al pubblico della Jones House nella nativa Boone. Le canzoni di Andy Ferrell sono tutte nate ‘on the road’, ritratti con uno stile agrodolce e piacevolissimo dei suoi vagabondaggi, tutte pervase dal senso di libertà tipico della canzone americana, intepretate con pregevole tecnica chitarristica e notevole impostazione vocale. La prima parte colpisce per freschezza e spontaneità, dalle tonalità bluesy di “Last Dime Blues” alla magnifica melodia di “Poor man’s Son” che non sarebbe dispiaciuta alla Band, dalla nostalgia che permea “Time Crawls By” alle intense “Another New Year’s Eve” e “Photographs And Letters”, fino al trascinante country shuffle di “Nobody To Answer To”. Nella seconda spiccano naturalmente le doti di picker e di entertainer del nostro, con la deliziosa “High Water, Low Bridge”, l’outlaw song “Run Billy Run”, “The Price Of Freedom” e “Waltz For You” che chiude il disco con forti tinte folk. Un nuovo nome da segnare sulla propria agenda. www.andyferrellmusic.com.
Remo Ricaldone

17:03

Achilles Wheel - Devil In The Yard

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Achilles Wheel è il nome di una band della California settentrionale nata sull’onda dello sconfinato amore per la musica dei Grateful Dead, ispirandosi soprattutto al loro periodo più vicino alle radici, quello che li ha portati ad incidere i due dischi che io ritengo i loro capolavori assoluti: “American Beauty” e “Workingman’s Dead”. Johnny ‘Mojo’ Flores e Paul Kamm sono i leader, le due voci principali che hanno sorprendenti assonanze con quelle di Jerry Garcia e Bob Weir e autori della maggior parte dei brani del loro repertorio, appassionato e attratto dalle jam strumentali anche se non avvicinandosi alle chilometriche lunghezze di certi brani dei Dead. Tre album all’attivo partendo dal 2012, anno in cui debuttarono con “Thirteen Hours”, per proseguire con il notevole “Stones To Sand” del 2014 e questo “Devil In The Yard”, loro recentissima uscita discografica. Oltre ai due chitarristi Flores e Kamm, nella classica tradizione dei Grateful Dead ci sono due batteristi, Mark McCartney e Gary Campus, Shelby Snow al basso e il membro aggiunto Ben Jacobs a tastiere e fisarmonica. Il loro repertorio è decisamente equilibrato e coinvolgente, un roots rock elegante che ha nel gusto per la melodia e gli eccellenti incroci chitarristici i punti di forza. Spesso il country-rock è il loro riferimento, logicamente e chiaramente di ispirazione californiana in cui rivestono grande importanza le armonie vocali, sempre curatissime. “Let It Ride”, “No Diamonds In A Coal Mine”, “Sweet Bye And Bye” e la title-track “Devil In The Yard” formano un poker iniziale di grande presa, perfetto manifesto delle loro intenzioni mentre sono rimarchevoli “I Was Feeling Alright” gustosamente country oriented, “Big Old Careless Heart” che sembra proprio una outtake di Garcia e soci, la romantica “Along The Way” con mandolino e accordion, molto dylaniana e l’intensa e sofferta “Suddenly”, ulteriori motivi per apprezzare la proposta degli Achilles Wheel, decisamente una band da conoscere. www.achilleswheel.com.
Remo Ricaldone

17:00

Echo Bloom - Red

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Echo Bloom è la band guidata dal cantante, autore e chitarrista Kyle Evans, cresciuto nel profondo sud degli States ma artisticamente legato a Washington DC, Los Angeles e San Francisco dove ha operato con successo proponendo la sua ‘via alla musica delle radici’ con saggezza e grande bravura. Unendo rock e roots music Kyle Evans ha raccolto attorno a se il chitarrista Josh Grove, il banjoista Steve Sasso, Aviva Jaye alle tastiere e la sezione ritmica formata da Jason Mattis al basso e Shareef Taher alla batteria, dando vita ad una band solida e duttile, capace di cambiare pelle con grande naturalezza. “Red” è il secondo disco di una triade in cui i colori rappresentano l’immaginario al quale ispirarsi, seguendo stati d’animo e sensibilità diverse. Nel 2015 era stato pubblicato “Blue”, un disco le cui ispirazioni viravano verso sonorità vicine al mondo folk. Album incensato dalla rivista No Depression che aveva speso commenti molto, molto lusinghieri. Ora “Red” avvicina gli Echo Bloom ad atmosfere più country rock, condividendo aspirazioni e inflessioni con band come Son Volt e talvolta Wilco, insomma l’alternative country nella sua accezione più nobile. La produzione è nelle mani dello stesso Kyle Evans, autore del materiale nella sua interezza, proponendo talvolta un suono che acquisisce tonalità psichedeliche (come nella affascinante ed ipnotica “Willingham”) ma che non disdegna un più robusto sguardo alle radici come nella limpida melodia country di “Another Rose”, introdotta da splendide armonie vocali. “Texas Two” è intimista e inevitabilmente legata al country/folk di marca texana, “Revenge” è per contro un rock ruvido e tagliente che guarda al passato con riverenza e passione, “Leaving Charleston” è uno dei punti più alti di queste session, la migliore introduzione al suono degli Echo Bloom. Da ricordare sono poi “Evangeline”, robusto incrocio tra Green On Red, Old ‘97s e alcune cose di Ryan Adams, “In Orbit” eterea ed estremamente poetica con l’introduzione della pedal steel di Michael William Levine e uno sviluppo melodico di classe, con lo strumentale “Cynthia’s Song” a fare da perfetta introduzione e “Country Op” che chiude il disco con il ritorno a sonorità country. Il prossimo capitolo sarà “Green”, chiusura in cui i suoni saranno, a detta di Kyle e soci, maggiormente pop. Staremo a vedere (e a sentire).
Remo Ricaldone

16:16

The Westies - Six On The Out

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dietro al nome Westies si cela Michael McDermott, talento troppo presto passato nel dimenticatoio dopo lo strabiliante esordio di “620 West Surf” datato 1991. Problemi di dipendenze da alcol e droga e una fragilità particolare lo ha ‘bloccato’ per anni ma da qualche tempo possiamo celebrare il suo ritorno con una carriera a ‘doppia corsia’: da una parte la discografia a proprio nome e dall’altra questa, al secondo capitolo, con i Westies. Rock e radici, il racconto struggente e crudo di un’America desolata, tragica ma tremendamente poetica, la forza lirica di un ritrovato periodo di grande forma, tutto questo contribuisce a fare di questo “Six On The Out” un lavoro estremamente consigliato, ricco di spunti e di sfumature, nella migliore tradizione di chi ha unito rock e poesia, da Bruce Springsteen a John Mellencamp, passando per Elliott Murphy, Willie Nile e molti altri. La scrittura è asciutta, stringata e pregna di quel pathos quasi cinematografico che abbiamo apprezzato attraverso libri e film, le interpretazioni sono caratterizzate da cuore e sentimento, emozioni e sincero coinvolgimento. Tutte, dall’iniziale “If I Had A Gun” a “Sirens” che conclude questo romanzo a tinte ‘noir’. E noi possiamo godere in maniera completa le storie di Michael McDermott in quanto la benemerita label milanese Appaloosa, come ormai da tradizione, unisce i testi tradotti in italiano. La solida “Pauper’s Sky”, le tinte drammatiche e  straordinariamente vere della magnifica “Parolee”, vertice compositivo dell’album a mio parere, “The Gang’s All Here” altra grande canzone dalla melodia più country-folk, il frizzante folk-rock di “Everything Is All I Want For You” che paga inevitabilmente pegno a Bob Dylan, tra i grandi ispiratori di Mr. McDermott, “Henry McCarty” altro capolavoro assoluto, forte ed orgogliosa ballad segnata indelebilmente dal violino di Heather Horton, la vibrante “Santa Fe” in cui fanno bella mostra le chitarre di Will Kimbrough, tra i protagonisti di queste sessions, le storie tragiche e le sofferenze umane presenti nelle comunque bellissime ed affascinanti “Once Upon A Time” e nella già citata “Sirens” formano un blocco decisamente intrigante ed attraente. “Six On The Out” entrerà facilmente tra i preferiti a fine anno in molte liste, un album dalle tinte forti che cresce ascolto dopo ascolto e che difficilmente uscirà dai vostri/nostri lettori cd.
Remo Ricaldone

16:14

Hayes Carll - Lovers And Leavers

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra i cantautori più sensibili in terra texana, Hayes Carll torna dopo cinque anni dal precedente “KMAG YOYO”, disco che gli aveva dato visibilità e notevole apprezzamento da parte di critica e pubblico. Cinque anni in cui molto è cambiato per Hayes, cinque anni in cui ha dovuto ricostruirsi una carriera e una vita dopo il fallimento della sua label e quello del suo matrimonio. “Lovers And Leavers” porta con se le tracce di questi anni difficili, certamente più riflessivo e meditato, autoprodotto con cura, ancora una volta però mostrando capacità compositive e interpretative di qualità. La produzione è nelle mani di Joe Henry, in questi anni tra i producers più attivi e considerati, con un suono modulato e attento ai particolari, a partire da una sezione ritmica nella quale spiccano i tamburi di Jay Bellerose, un elemento fidatissimo e spesso usato da Mr. Henry per dare quel tocco personale alle canzoni alle quali partecipa. L’album è denso di ballate di classe, a partire dalle note di apertura affidate a “Drive” e proseguendo con le vivide immagini evocate da “Sake Of The Song” con i fantasmi dei compianti Townes Van Zandt e recentemente di Guy Clark e “Good While It Lasted”. Le performance sono coinvolgenti e intensamente vissute, voce e arpeggi chitarristici ci guidano in un viaggio ispirato, dipingendo personaggi e storie che gli amanti della canzone texana hanno imparato a conoscere e ad amare attraverso Ray Wylie Hubbard, Joe Ely, Butch Hancock, Robert Earl Keen e via discorrendo. “You Leave Alone”, interiore e sofferta, “My Friends” con le ‘pennate’ di una pedal steel che a me ricorda le desolate ma affascinanti lande desertiche del West Texas è tra le cose più intriganti del disco mentre il pianoforte ha ampio spazio in un’altra ballata che lascia il segno, “The Love That We Need”. “The Magic Kid” scava nuovamente nelle emozioni più reali, un racconto ben delineato e ottimamente strutturato con l’inserimento di un piano ‘wurlitzer’ che dà sostanza alla melodia, “Love Is So Easy” ha il sapore delle vecchie ballate di Guy e Townes e “Jealous Moon” congeda Hayes Carll nel modo più naturale avvolgendoci con la delicatezza del binomio chitarra acustica e wurlitzer al quale Jay Bellerose aggiunge tutta la sua tecnica e bravura alle percussioni. “Lovers And Leavers” è sicuramente più dimesso e interiore rispetto al precedente ma guadagna molto con gli ascolti fino ad insinuarsi nel cuore di chi ama i nomi citati e ai quali Hayed Carll mostra grande amore e affinità.

Remo Ricaldone

16:13

Peter Cooper - Depot Light/Songs Of Eric Taylor

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Eric Taylor è uno dei grandi della scena texana, degno di comparire in quell’olimpo musicale al fianco di nomi come Townes Van Zandt, Guy Clark, Richard Dobson, Billy Joe Shaver, Lyle Lovett, in grado di rendere le proprie composizioni vere poesie e vividi racconti di vita. Parte del suo straordinario repertorio rivive grazie all’amore e al profondo rispetto che Peter Cooper, tra i migliori esponenti della parte più genuina di Nashville, nutre per Eric Taylor. “Depot Light” è un vero atto di rispetto, di devozione e di stima, dodici momenti che rendono piena giustizia alla poetica e alla capacità di tratteggiare vicende intense quanto pregne di grazia e personalità. Prodotto dallo stesso Peter Cooper e dal bravissimo Thomm Jutz, musicista e spesso producer tedesco trapiantato negli States, “Depot Light” è interpretato con gusto, strabiliante tecnica e delicatezza da una serie di session men che rappresentano il meglio di una Music City sincera e vibrante come la violinista Andrea Zonn, Justin Moses eccellente a dobro, mandolino e banjo, Pat McInerney alle percussioni, Joey Miskulin alla fisarmonica, Mark Fain al basso ed Eric Brace, un grande cantante ed autore fortemente legato a Peter Cooper da amicizia e condivisione di ideali, alle armonie vocali. Naturalmente le canzoni sono il punto forte di questo piatto, presentate con convinzione e forza, commozione e dolcezza, in un susseguirsi di emozioni che specialmente in “Charlie Ray McWhite”, “Deadwood”, “All So Much Like Me”, “Prison Movie” e “Louis Armostring’s Broken Heart” toccano il loro apice. “Depot Light” è un lavoro estremamente coeso dove tutte le canzoni sono legate come da un ‘fil rouge’ che permette di apprezzare doti compositive non comuni, tra realtà e fantasia, passato e presente. Ed emerge ancora una volta l’America marginale ma più intrisa di sentimento che abbiamo imparato ad amare attraverso letteratura, cinematografia e musica. Tutte caratteristiche che troviamo tra queste note, tra questi versi. Caldamente consigliato a chi cerca la migliore canzone d’autore. www.redbeetrecords.com.

Remo Ricaldone

16:10

Rod Melancon - LA 14

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“LA 14” è ‘solo’ un ep, cinque canzoni per poco più di un quarto d’ora, ma è dovere segnalarlo per la forza espressiva, tra rock e country music, di questo giovane nome che proviene dal profondo sud della Louisiana. Dopo due album, questo terzo lavoro, pur nella sua brevità descrive benissimo la passione, la grinta, la capacità di descrivere la provincia americana e i protagonisti che la vivono ogni giorno, al pari di suoi famosi predecessori ai quali Rod Melancon guarda con affetto e riverenza, da Johnny Cash a Bruce Springsteen. Prodotto da Brian Whelan, chitarrista che ha legato il proprio nome in particolare alla sua militanza nella band di Dwight Yoakam, l’ep si snoda tra tradizione e rock, avvicinandosi un po’ all’approccio di Hank III, celebrando i luoghi in cui Rod Melancon è cresciuto e a cui è legato indissolubilmente, facendo tesoro delle influenze alle quali è stato ‘esposto’ fin da bambino. Country music, rock psichedelico, southern blues, swing, tutto appare centrifugato e riproposto con quel tocco autobiografico che contribuisce a rendere queste cinque canzoni estremamente credibili ed efficaci. “Perry” è una tragica  storia di violenza e dipendenze, un roots-rock duro e robusto tra Springsteen, Steve Earle e Chris Knight, “Dwayne And Me” è uno dei punti più alti del disco, lenta ed attendista, maggiormente country nelle influenze, ballata dal forte carisma. “A Man Like me Shouldn’t Own A Gun” è più tradizionale con la presenza di un fiddle che sposta le atmosfere verso il Texas, inevitabilmente. Asciutta e notevole country music. “Lights Of Carencro” è invece dura ed affilata, una ‘sciabolata’ rock per un racconto ancora funesto ed angoscioso, raccontato da Rod Melancon con la voce filtrata. Certamente fulcro ispirativo di questo ep. “By Her Side” è più delicata musicalmente, una elegante e riflessiva ballata country con la splendida pedal steel di Marty Rifkin. “LA 14” è l’antipasto di un disco a lunga durata che presumibilmente uscirà nel corso dell’anno. E se questo è l’inizio c’è da aspettarsi ancora grandi cose da questo interessantissimo nuovo nome dalla Louisiana. www.rodmelancon.com.
Remo Ricaldone

16:09

Ben Kunder - Golden

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Ennesimo gran bel disco che ci arriva dal Canada ed ennesima dimostrazione di quanto solida e brillante sia la scena musicale roots da quelle parti. Ben Kunder è un debuttante discograficamente parlando, un artista che solo ora ha abbracciato la carriera musicale ‘full time’ dopo anni in cui ha diviso in parti uguali musica, piccole parti come attore e il mestiere di falegname. La comunità musicale canadese lo ha conosciuto ed accolto grazie ad anni in cui si è fatto le ossa nei piccoli club portando con se esperienze ed influenze tra country, rock e folk. Ora “Golden” lo pone tra gli esordi più interessanti degli ultimi anni, un ottimo album prodotto dallo stesso Ben Kunder e da John Dinsmore che mostra scrittura matura ed adulta, grande passione e una buona dose di versatilità. I suoi innumerevoli viaggi coast-to-coast attraverso tutto il Canada ne hanno forgiato una musicalità figlia dei grandi suoi connazionali, dalla Band ai Cowboy Junkies, da Neil Young alla ricca tradizione della canzone d’autore. Nove intriganti storie interpretate con una voce calda, pastosa e genuina, un suono arricchito dalla preziosa pedal steel di Aaron Goldstein, già con la band dei fratelli Timmins e con la ‘country sensation’ Daniel Romano, da una solida sezione ritmica formata da Anna Ruddick al basso e da Rich Knox alla batteria, e dalle tastiere di Brian Murphy. Di notevole impatto è l’iniziale ed esplicativa “Travelling”, una melodia che si impone subito per una bellezza che si fa ricordare a lungo ma tutto il disco scorre tra cristalline ballate acustiche come “Bags And Barrells”, deliziosamente autobiografica come la maggior parte delle canzoni incluse, e compatti rock come “Half Moon” in cui fa capolino l’influenza di Bruce Springsteen. “Golden” è il classico disco la cui forza sta nella coesione e nella brillantezza del materiale, da “Love And Motion” alla canzone che dà il titolo alla raccolta, da “Love On The Run” al finale affidato ad una “Against All Odds” che rimanda al miglior Israel Nash Gripka con cui Ben Kunder condivide molte affinità. www.benkunder.com.
Remo Ricaldone

23:12

Dub Miller - The Midnight Ambassador

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Uno dei pionieri di quel movimento tra rock e radici che ha base in Oklahoma e in Texas, Dub Miller ci aveva affascinato e conquistato con quel bellissimo disco che si intitolava “Post Country”(il suo secondo dopo "American Troubadour"), pubblicato nel 2002 e ancora oggi tra le cose più belle degli ultimi anni in questo ambito sonoro. Da allora però un silenzio discografico lunghissimo, spezzato solo da qualche fugace apparizione come quella nel tributo alla musica di Robert Earl Keen del disco “Undone” in cui interpretava una ottima “Front Porch Song”. Quattordici anni sono un’eternità nel ‘music biz’ ma ora, riprendendo miracolosamente una carriera che lo vede ispiratissimo come se tutto questo tempo non fosse passato, ecco “The Midnight Ambassador”, prodotto da Adam Odor e accompagnato da una serie di grandi della scena texana. Dub Miller non ha lasciato nulla al caso, ci consegna dodici grandi canzoni e le interpreta da par suo, con grande coinvolgimento e convinzione. Il disco è inciso tra gli Yellow Dog Studios di Wimberley, Texas e i mitici studi Abbey Road di Londra e vede come ospiti alcuni tra i musicisti che abbiamo avuto più volte la fortuna di apprezzare in questi anni,  Cody Braun (fiddle e mandolino), Brady Black (ancora al fiddle), l’immarcescibile Lloyd Maines, Matt Skinner, lo stesso producer Adam Odor e Scott David alle chitarre tra gli altri.  E poi, su tutto, c’è lui, Dub Miller, a guidare con mano ferma queste canzoni profondamente ispirate, con l’intenzione di riproporsi alla guida di questo panorama musicale in cui alla base c’è passione, intensità e voglia di esprimere i propri sentimenti attraverso storie vere. Dalla classica ballata acustica “Things I Love About You” con l’incipit “I like the way a big Gibson guitar sounds in a dark empty room….” in cui pian piano si inseriscono steel, sezione ritmica e chitarra elettrica a completare una melodia senza tempo, ci rendiamo conto di quanto ci sia mancato un autore ed un interprete come Dub Miller. “Broken Crown” coinvolge subito con un intro eccellente, il suono è scintillante, la melodia mostra ancora qualità superiori, più rock ma con le radici country in bella mostra. “The Day Jesus Left Odessa” è uno dei capolavori del disco, intensa ed interiore, cadenzata e guidata con sapienza dal fiddle di Cody Braun, “Mandi Jean” è movimentata e spumeggiante, certamente più ‘leggera’ ma con un irresistibile lavoro ritmico che ricorda certe cose di Buddy Holly, “Charlie Goodnight” ha il sapore e i colori di una ballata western ed è ‘raccontata’ con piglio certamente convincente. “Comfortably Blue” mostra tracce quasi bluegrass grazie al bel lavoro di banjo e mandolino e ad un ritmo coinvolgente, “The Last Church Bell” con la sua coralità incantevole è un altro momento topico del disco, “Taking Our Sunshine Away” porta le atmosfere in ambiti piacevolmente rock’n’roll, “Big Chief Tablet” alza il tiro con una splendida melodia che la avvicina alla Louisiana. A completare questa raccolta di nuove canzoni, Dub ci regala ancora una ballata western ricca di pathos con “Ain’t No Cowboy”, saga di oltre sei minuti, “The Midnight Ambassador” che ha le coordinate della più classica delle country ballads e una “Sailboat Song” che sprizza divertimento ed ironia, perfetta per dare un ‘arrivederci’ a presto ad un altro disco. Speriamo non tra altri quattordici anni! www.dubmiller.com. 

Remo Ricaldone

23:06

Robbie Fulks - Upland Stories

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Robbie Fulks è un artista poliedrico che si è sempre mosso tra l’alternative country e la tradizione cantautorale legata al folk, strettamente ispirato a trame roots sia quando si esprime in chiave acustica sia quando la sua musica si fa più elettrica e robusta. Nato in Pennsylvania ma cresciuto principalmente nel North Carolina, si è fatto le ossa prima a New York dove ha ‘battuto’ storici locali folk come il Gerde’s Folk City nel Village e poi, dai primi anni ottanta a Chicago, sua attuale residenza e seconda casa. Una dozzina di album all’attivo e una notevole messe di progetti ai quali ha collaborato o che ha curato direttamente sono il background di un talento vero, di un personaggio sempre propositivo e brillante. “Upland Stories” lo vede nella veste di troubadour legato al folk e al country più vicino alle radici, una delle migliori collezioni di brani che abbia mai confezionato. Voce splendidamente melodiosa, calda, dal fraseggio perfetto, stile melodicamente sempre rilevante e penna solida e mai banale: queste sono le caratteristiche che qui appaiono nitide e fresche. Dall’iniziale “Alabama At Night”, tra gli highlights dell’album, alla deliziosa “Baby Rocked Her Dolly” dalle tinte quasi appalachiane, dal country blues rilassato e caldo di “Sarah Jane” con un pickin’ che mi ricorda il miglior Dave Van Ronk (quello che ha ispirato “A Proposito Di Davis” dei fratelli Coen) alla fascinosa melodia old time di “Aunt Peg’s New Old Man”, tutto scorre in modo naturale e dannatamente piacevole. Efficaci sono ancora, per citare qualche titolo, “South Bend Soldiers On” notevole nella sua discrezione e nell’approccio accorato e poetico, “America Is A Hard Religion” in cui banjo e fiddle accompagnano una melodia chiaramente ‘old timey’, la sognante e quasi onirica “A Miracle”, le venature ‘southern di “Sweet As Sweet Comes” caratterizzata da un piano elettrico molto soul, la magnifica “Katy Kay” ancora pregna di bluegrass e tradizione country e “Fare Thee Well, Carolina Gals” che impeccabilmente chiude un disco al cui interno albergano tanti motivi per essere acquistato. Consigliato caldamente e sicuramente tra i miei dischi preferiti dell’anno.
Remo Ricaldone

23:02

Shurman - East Side Of Love

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Tornano, a distanza di quattro anni dal precedente disco, i texani Shurman, ancora guidati da Aaron Beavers, qui anche nelle vesti di produttore. “East Side Of Love” ce li riconsegna ispiratissimi, con un suono di grande presa, rock e radici proposti con  gusto e  genuinità, chitarre pulsanti ma anche la finezza di un songwriting rimarchevole. Con Aaron Beavers, chitarre e voce, ci sono Michael Therieau al basso, Harley Husbands alle chitarre soliste e Clint Short alla batteria, a formare un quartetto forse mai così possente e quadrato. Pedal steel, tastiere, cello e percussioni smussano un po’ gli ‘angoli’ e perfezionano il loro rock’n’roll in cui elementi ‘southern’ e ispirazioni texane contribuiscono a renderlo godibile e fortemente vissuto. La title-track “East Side Of Love”, “Never Gonna Quit” e “If I Could I Would” mettono subito le carte in tavola e mostrano il loro felice momento di forma in tutta la sua pienezza. La voce roca di Aaron Beavers svetta su tutto ma sono le canzoni a fare la differenza, sfornate per la maggior parte dallo stesso leader quasi a cercare di superare il periodo personale sofferto dopo il divorzio e la ‘ricollocazione’ in quel di Austin, Texas. “Time To Say Goodbye”, “Somebody Else’s Trouble”, “California Carry Me Away”, “You Don’t Have To Love Me”, “Dive Right In” sono quadretti di vita vissuta intensamente e le interpretazioni sono profonde e ricche di pathos e afflizione. Quello dei Shurman è un rock senza ‘conservanti’ o ‘coloranti’, sempre in primo piano quando si tratta di celebrare il suo potere salvifico, un rock che certamente non apporta nulla di rivoluzionario ma che mostra il suo lato più genuino.
Remo Ricaldone

22:59

Dave Insley - Just The Way That I Am

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Dave Insley è uno dei più interessanti country singers di Austin, Texas. Con la sua band di accompagnamento, i Careless Smokers, è di scena ogni sabato sera al White Horse, noto locale della capitale texana con una gustosa miscela di classica country music e honky tonk. “Just The Way That I Am” è il suo quarto disco, lavoro che esce a distanza di ben otto anni dal precedente “West Texas Wine” e che rappresenta alla perfezione il suo caloroso ed intenso amore per la tradizione. L’album è piacevolissimo e scorre molto bene attraverso una serie di canzoni frutto di un ottimo periodo di ispirazione e di fruttuosa collaborazione con alcuni nomi storici della scena country texana e californiana. Se “I Don’t Know How This Story Ends” è nobilitata dalle preziose armonie vocali di Kelly Willis che duetta nella eccellente “Win Win Situation For Losers”, “Call Me If You Ever Change Your Mind” vede la magistrale chitarra di Redd Volkaert caratterizzare uno degli highlights del disco. “Arizona Territory, 1904” (ispirata rilettura di un classico di Marty Robbins) è una western ballad di grandissima classe che, grazie alle chitarre di Rick Shea, alla pedal steel di Bobby Snell e i contrappunti della tromba e dell’accordion di Jimmy Shortell, si pone come un altro dei momenti migliori. Con “Please Believe Me” si torna indietro agli anni cinquanta, piano e sax che irrobustiscono una (rock) ballad  di pregio, mentre il country-swing la fa da padrone in “Footprints In The Snow” con un’interpretazione che mi ricorda il grandissimo John Hartford della fine degli anni settanta quando univa bluegrass e country music in  maniera sublime. “Dead And Gone” mostra tutta l’ironia ed il gusto per la country music più sincera di un musicista come Dave Insley che sa riproporre con talento una materia troppo spesso concepita con superficialità e banalità, “No One To Come Home To” vede la presenza di Dale Watson con la sua inconfondibile voce e questo basta per renderla interessante, naturalmente oltre ad un arrangiamento di chiara marca texana. Ancora Kelly Willis fa capolino nella notevole “Everything Must Go”, scritta a quattro mani da Dave Insley e da Rosie Flores, “We’re All Here Together Because Of You” si avvale ancora di un grande lavoro alla chitarra elettrica di Redd Volkaert, oltre all’armonica di Matt Hubbard e alle armonizzazioni vocali di Elizabeth McQueen, ad ulteriore conferma della bravura del protagonista, da conoscere ed apprezzare per competenza e genuinità. www.daveinsley.com.

Remo Ricaldone

22:55

Eric Brace & Peter Cooper - C&O Canal

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Eric Brace e Peter Cooper sono tra i migliori esponenti di quella eccellente scena musicale, sempre in bilico tra la country music più legata alle radici, il folk, la canzone d’autore e l’alternative country, che vede East Nashville rappresentare, ormai da anni, il lato più positivo di Music City. Grandi amici nella vita e perfetti nel loro integrarsi con le loro personalità, Eric Brace e Peter Cooper tornano assieme ciclicamente, prendendosi una giusta pausa dalle loro carriere personali (per Eric è consigliatissimo fare attenzione alla sua band storica, i Last Train Home) e “C&O Canal” è una deliziosa raccolta di cover di brani che i due amano incondizionatamente. Prodotto da Thomm Jutz, tedesco che ormai a Nashville è quasi una celebrità nell’ambito ‘americana’, l’album prende il titolo da una magnifica canzone di John Starling, notissimo in ambito bluegrass e country per la sua militanza con i Seldom Scene, così come, sempre dal suo repertorio viene ripresa “He Rode All The Way To Texas”, ballata dai toni estremamente poetici. La celeberrima “Boulder To Birmingham” di Emmylou Harris è interpretata con attenzione e grande rispetto, mentre un vero gioiello è “John Wilkes Booth” firmata da Mary Chapin Carpenter, altro momento topico di queste registrazioni. “Blue Ridge”, tra bluegrass e country, fa nuovamente rivivere i Seldom Scene, sia per l'arrangiamento strumentale sia per le parti vocali, magistralmente miscelate. “Rainy Night In Texas” è una ballata ancora di grande pregio, con il banjo di Justin Moses a segnare il tempo e una performance vocale pienamente soddisfacente, “Been Awhile” è un midtempo di classe con la fisarmonica di Jeff Taylor (ottima in tutto il disco) a cesellare, “Love Was The Price” di Alice Gerrard è inevitabilmente più legata alle tradizioni appalachiane e “Boat’s Up The River” (di John Jackson) ha il country blues nel cuore. Bella chiusura per un lavoro fatto con quell’amore artigianale che traspare da ogni traccia, da ogni sfaccettatura. Eric Brace e Peter Cooper non hanno bisogno di altre conferme. Basta conoscerli. www.redbeetrecords.com.
Remo Ricaldone

18:33

Tom Gillam & The Kozmic Messengers - Beautiful Dream

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nonostante sia sulle scene da parecchio e abbia inciso ben otto dischi, Tom Gillam non ha ottenuto quel successo commerciale che meriterebbe, visto il suo suono corposamente rock sulla scia di Black Crowes, Lynyrd Skynyrd, Little Feat e Warren Haynes, con le radici country e blues sempre presenti. Nativo del New Jersey, Tom è da anni che risiede ad Austin, Texas ed è chiaro quanto siano stati importanti gli album ascoltati nei suoi ‘formative years’, da Johnny Cash a Johnny Winter, da Buck Owens agli Allman Brothers, in un insieme altamente trascinante e divertente. “Beautiful Dream” è di grande impatto, fortemente influenzato dai suoni degli anni settanta, con le chitarre elettriche in bella evidenza ma con oasi acustiche che smussano certi aspetti taglienti e rock. Un disco che si ascolta in un fiato e che regge benissimo prolungati ascolti, senza inventare nulla ma rileggendo con passione e bravura una storia musicale che ci ha dato tantissimo tra i sessanta e i settanta del secolo scorso (!). Da una “Tell Me What You Want” che apre il disco con la classica ritmica ‘in levare’ dei Little Feat alle trascinanti “All About Me” e “Just Don’t Feel Like Love”, dalla rilettura di “Good Day In Hell” dal repertorio degli Eagles a “Better Things To Do” con una slide guitar che non può non ricordare i fratelli Allman, tutto concorre per ricreare un suono perfetto per un piccolo (e fumoso) club o una barroom, luoghi dove Tom Gillam e i suoi Kozmic Messengers si esibiscono in genere. “Flying Blind” riporta alla mente i Lynyrd Skynyrd mentre “Red Letter Day” e “Lazy Sunday” sono fortemente influenzate dalla country music, “DNG” uno splendido duetto di chitarre acustiche che ancora rimanda alla mente la ABB e “Sail Away” un altro gioiellino ‘unplugged’. “Beautiful Dream” è l’occasione perfetta per fare uscire dall’anonimato Tom Gillam, certamente derivativo ma concepito e proposto con il cuore. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:30

Malcolm Holcombe - Another Black Hole

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Avevamo lasciato Malcolm Holcombe con il bellissimo “The RCA Sessions”, disco che celebrava la sua musicalità in maniera forte e vibrante rispolverando il meglio del suo parco seppur intenso repertorio e ora, a sorpresa vista la scarna discografia del musicista del North Carolina, un nuovo lavoro che conferma un periodo di grande ispirazione e di vitalità compositiva. “Another Black Hole” è un altro dei punti più alti della discografia di Malcolm Holcombe e si avvale della eccellente produzione di Ray Kennedy (coadiuvato da Brian Brinkerhott) che esalta la musicalità di un vero talento della scena roots americana, in perfetto equilibrio tra country, folk e blues. Il suono è limpido ed evocativo, assolutamente in sintonia con le storie raccontate, dense di personaggi veri e genuini colti in ambientazioni di grande fascino e poesia, con uno storyteller come Malcolm Holcombe capace di tirare fuori tutta l’essenza di un’America ‘ai margini’ ma proprio per questo schietta ed autentica. Con Malcolm Holcombe c’è sempre Jared Tyler, fidatissimo pard da tempo fine cesellatore con le sue chitarre ma anche con banjo, mandolino e dobro, mentre non perde un colpo la sezione ritmica formata da Dave Roe al basso (acustico ed elettrico) e Ken Coomer alla batteria e percussioni, con ‘special guest’ un redivivo Tony Joe White alla chitarra elettrica. La scaletta è essenziale e qualitativamente notevole, dieci episodi di un unico ‘body of work’ che risulta coeso e prezioso, a volte musicalmente più acustico e bucolico, in altri momenti più oscuro e sofferto. E se un brano come “Papermill Mall” sorprende piacevolmente per un approccio più rock ed elettrico, il mood complessivo, più interiore ed acustico, mantiene alta l’attenzione grazie ad una buona varietà di temi e di arrangiamenti. L’apertura affidata ad una cristallina “Sweet Georgia” con il banjo di Jared Tyler, “Heidelberg Blues”, “Someone Missin’”, “Leavin’ Anna” e inevitabilmente la title-track “Another Black Hole” compongono la spina dorsale dell’album e sicuramente saranno ricordate tra le migliori canzoni del repertorio di uno straordinario troubadour. www.malcolmholcombe.com .
Remo Ricaldone 

18:27

Josh Harty - Holding On

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Arriva dal North Dakota una voce veramente interessante in quel crogiuolo di suoni e sensazioni che è il panorama ‘americana’, fonte inesauribile di grandi talenti spesso lontani da ogni forma di business inteso come mero sfruttamento commerciale. Josh Harty, cresciuto a Fargo ma presto attratto dalla strada e subito divenuto un instancabile viaggiatore che ha portato la propria musica attraverso tutti gli States e gran parte dell’Europa, ha già inciso una manciata di dischi che ne hanno forgiato carattere e doti compositive, oltre a doti vocali indiscutibili. E proprio la voce, calda, modulata e ottimamente bilanciata, che risalta subito dalle prime note di “Holding On”, title track del suo nuovo album, una eccellente canzone in cui banjo e mandolino si intrecciano piacevolmente. Inflessioni country si inseriscono su una struttura cantautorale matura ed adulta, arrangiata con grande bravura dalla coppia Blake Thomas (fido collaboratore di Josh Harty) e Mark Whitcomb, dando vita ad un progetto degno di nota e meritevole di attenzione, ispirato profondamente dalle innumerevoli esperienze ‘on the road’ del nostro. “The Kind” coglie ancora nel segno con una melodia ed una interpretazione da ricordare, con le chitarre elettriche di Blake Thomas a fare da base. “Round And Round”, “Learn To Fight”, “Ballad For A Friend”(con Dylan e il blues nell’anima), la dinamica “Wired”, “You And The Road” (un country rock bellissimo), “Shiver In The Dark”(la più elettrica e robusta) sono poi momenti intensi e fortemente personali, esperienze di vita raccontate con forza affidandosi ad elementi roots (folk, blues, country) e ogni tanto a fascinazioni rock. www.joshharty.com.
Remo Ricaldone

18:24

Matt Patershuk - I Was So Fond Of You

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Matt Patershuk è l’ennesimo grande musicista che proviene dal Canada e che ci mostra quanto sia profonda e credibile la country music ‘north of the border’, sempre fedele allo spirito originario della tradizione ma splendidamente attuale nei temi e nei personaggi. Nato a Burns Lake nel British Columbia, Matt è cresciuto nelle immense praterie dell’ovest canadese e ora risiede nella minuscola cittadina di LaGlace, Alberta da dove è partito per Nashville sotto l’egida di Steve Dawson, nome notissimo in Canada per essere apprezzato musicista e produttore, per incidere questo secondo disco solista con l’aiuto di un ristretto manipolo di strumentisti. Già la scelta di registrare il tutto in presa diretta, senza sovraincisioni o effetti particolari, per sottolineare la semplicità e la naturalezza della proposta, è vincente, ma quello che rende degno di nota e di attenzione è la capacità di condensare nei pochi minuti di una canzone tutte le emozioni e le sensazioni di storie vere e pregnanti, coinvolgenti e appassionate. “I Was So Fond Of You” è quindi un lavoro che rimane nel cuore e nella mente e chiede solo  di essere scoperto per sfoggiare tutta la propria poesia e intensità. L’umanità di un Willie Nelson, l’ironia e l’arguzia di un John Prine, la classe compositiva di un Kris Kristofferson fanno capolino in questi undici quadretti che si sviluppano tra country music e inflessioni folk, tutti egualmente significativi, tutti nitidamente tratteggiati. I controcanti di Ana Egge aggiungono quel tocco poetico e struggente alle storie di Matt Patershuk, talvolta tristi e sofferenti come la title-track e “Harviestown” che, come tutto il disco, sono dedicate al ricordo della sorella scomparsa nel 2013 vittima di un incidente stradale causato da un automobilista ubriaco, altre volte pervase da humor e brio come “Burnin’ The Candle At Both Ends” e “Smoke A Little Cigarette”. Un fiddle, un accordo di chitarra elettrica, l’arpeggio di una acustica, il tranquillo accompagnamento di una sezione ritmica precisa e mai invadente, sono le caratteristiche peculiari di un disco molto positivo e senza tempo, vicino come ispirazione ai songwriter country texani e in generale ad un suono che ormai si trova solo nelle produzioni indipendenti. Da conoscere e apprezzare. www.mattpatershuk.com.
Remo Ricaldone

10:01

Randy Rogers Band - Nothing Shines Like Neon

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A più di due anni di distanza da “Trouble” torna in studio la band di Randy Rogers che nel frattempo non era stato certo con le mani in mano, regalandoci un eccellente doppio cd/dvd live al Floore’s Country Store di Helotes, Texas nel 2014 e l’altrettanto godibile “Hold My Beer vol.1” in compagnia di Wade Bowen. “Nothing Shines Like Neon” è questa volta prodotto da Buddy Cannon, espertissimo producer di Nashville legato profondamente ad una country music distante anni luce da quel suono stereotipato dell’attuale Music City ed intelligente abbastanza per far emergere sempre la personalità di un gruppo del calibro della Randy Rogers Band. Ne esce così fuori un lavoro prima di tutto piacevolissimo e personale, ricco di spunti e di ospiti ma soprattutto notevole dal punto di vista compositivo, con un buon contributo da parte dello stesso produttore in veste di autore e un giusto equilibrio tra originali e cover. “San Antone” firmata da Keith Gattis apre l’album e subito si candida ad essere tra le migliori per fascino e sentimento, con il fiddle di Brady Black in primo piano mentre “Rain And The Radio” annerisce un po’ i suoni con un’intro di piano elettrico interessante e poi si snoda una melodia che non aggiungerà nulla alla bravura di Randy ma che risulta deliziosa. “Neon Blues” è un’altra melodia fascinosa e sofferta, interpretata con il cuore, “Things I Need To Quit” è asciutta e solida, tra le migliori del disco, una love song che rimane dentro e chiede solo di essere riascoltata, “Look Out Yonder” vede la presenza di Alison Krauss e di Dan Tyminski in una melodia naturalmente acustica e più classicamente country, con inevitabili interventi di fiddle e pedal steel. Altra performance da ricordare. “Tequila Eyes” mi ricorda certe vecchie ballate dei primi Brooks & Dunn, evocativa e poetica, con ancora il fiddle di Brady Black a caratterizzare la melodia, “Takin’ It As It Comes” è trascinante e positiva, un vero ‘honky tonk anthem’ in cui fa bella mostra Jerry Jeff Walker, perfettamente a proprio agio tra rock e country. Acustica e romantica “Old Moon New” è da mettere tra le cose più sentimentali di Randy Rogers, una pausa prima del trittico finale che ci consegna una sinuosa e notturna “Meet Me Tonight”, “Actin’ Crazy” con la presenza di Jamey Johnson che la orienta verso una country music  sincera e genuina dall’inconfondibile ‘taglio’ texano e “Pour One For The Poor One”, altra gemma incastonata nella più classica tradizione. Un altro lavoro che pone Randy Rogers e la sua band quale capofila della musica che amiamo.
Remo Ricaldone


09:59

Waco Brothers - Going Down In History

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nati a Chicago, Illinois ormai più di ventanni fa, i Waco Brothers hanno rappresentato l’alternative country più viscerale e ‘rockistico’, imparentato sia con lo spirito punk che con la tradizione, giocato spesso e volentieri su ritmi frenetici e travolgenti. La voce e la chitarra di Jon Langford sono in prima fila in questa proposta vitale, solida e spontanea, coadiuvate da una sezione ritmica indiavolata formata da Joe Camarillo alla batteria (già con i NRBQ) e da Alan Doughty al basso e rafforzate dal chitarrista Dean Schlabowske e dal mandolinista Tracey Dear. Da parecchi anni non facevano un disco nuovo in studio (anche se per la verità l’album in questione è stato registrato praticamente live, buona la prima), le ultime apparizioni discografiche i Waco Brothers le avevano fatte con un disco ‘on stage’ e uno come ‘back up band’ per Paul Burch nel 2012. “Going Down In History” ce li riconsegna con l’intatta forza e grinta degli esordi, con un buon bagaglio di canzoni e l’amore incontaminato per il rock’n’roll grezzo e battagliero dei Clash unito a quello per il retaggio country, inevitabilmente distante mille miglia da ogni tipo di ‘mainstream’. Disco passionale e godibile questo, a partire dall’inizio di “DIYBYOB”, acronimo per ‘Do It Yourself Bring Your Own Beer’ vero manifesto di intenti per una band cresciuta nelle barrooms e nei piccoli e fumosi locali della Windy City, fino alla conclusione affidata a “Orphan Song” firmata da Jon Dee Graham. In mezzo ci sono pochi momenti per tirare il fiato, sempre sul filo del rasoio di un rockin’ country che dal vivo deve essere veramente impetuoso e vorticoso. “We Know It”, “Receiver”, “All Or Nothing”, “Had Enough” e “Devil’s Day” contribuiscono fattivamente a formare un ‘body of work’ roccioso che li pone come una delle band migliori in quel territorio turbolento e ondivago che è l’alternative country americano.
Remo Ricaldone

09:57

Richard Dobson & W.C. Jameson - Plenty Good People

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Richard Dobson e W.C. Jameson sono due grandi troubadour texani, due cari amici che uniscono la loro poetica in un disco emozionante e ispirato che gioca sulle emozioni, sulle riflessioni e sulle considerazioni di due veterani che fanno parte del gotha della country music e della canzone d’autore di ispirazione folk del Lone Star State. Richard Dobson è da tantissimi anni, più di venticinque, emigrato in Europa per continuare a proporre album dal taglio nitido e capace, degno di affiancarsi a gente come Waylon & Willie, Billy Joe Shaver e Guy Clark con cui condivide le stesse sonorità, riuscendo sempre a rendersi credibile e a confermare la definizione che una volta diede Nanci Griffith, l’Hemingway della Country Music. W.C Jameson è molto meno noto e meno prolifico ma le sue prove discografiche sono sempre state quelle di un eccellente artigiano dei suoni texani, descrivendo con arguzia e sagacia i luoghi e i personaggi di quelle terre. “Plenty Good People” è un delizioso viaggio e un piacevole incontro tra due compagni di avventure in cui vengono raccontate storie con lo spirito di una rimpatriata che è lo sprone per riproporre le proprie esperienze. Queste session sono affrontate con grande passione, immensa classe e immutata voglia di fare musica. Dieci brani in cui le collaborazioni portano alle splendide “Brother River”, “Hard Rock Arkansas”, la title-track “Plenty Good People” e “Woman Up In Dallas, Woman In New Orleans” e dai rispettivi cataloghi arrivano la classica “Living With A Loaded Gun” e “A Matter Of Professional Pride” per Mr. Dobson, “I’m Waitin’” e “I’m Just Free” per Mr. Jameson, tutte con lo spririto outlaw nel cuore e l’honky tonk come motivo di vita. Due sono le cover e se “A Step Away From Homeless” (di Bud & Charey Steel) è una piacevole sorpresa, “Me And Paul” ci fa ritrovare il classico di Wille Nelson in una veste riverente e calda. I due protagonisti si alternano naturalmente con le loro voci ancora capaci di commuoverci e coinvolgerci, mentre dal punto di vista strumentale sono da segnalare il lavoro prezioso di Andre Mathews alle chitarre acustiche ed elettriche, quello di Javier Chaparro al violino e quello di Franci Jarrard a fisarmonica e tastiere, ad evocare spesso il border e i suoi colori. Un grazie sentito all’etichetta elvetica Brambus che in questi anni e attraverso ben quattordici album ha permesso ad un grande come Richard Dobson di esprimersi e di regalarci tante gemme.
Remo Ricaldone

09:55

Bianca De Leon - Love, Guns & Money

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Quarto lavoro per la brava cantante texana che ha saputo ritagliarsi una solida base di appassionati anche (o soprattutto) in Europa grazie ad una voce limpida e modulata, ad uno stile prettamente acustico che si ispira alla country music ‘made in Texas’ ma anche alla grande tradizione cantautorale che ha fatto del Lone Star State uno dei crocevia più importanti in fatto di commistioni e incroci di stili ed influenze. “Love, Guns & Money” è inciso dal vivo negli studi The East Side Flash di Austin con una manciata di grandi nomi come il batterista Paul Pearcy, protagonista di centinaia di session con il suo preciso e volitivo drumming, il tastierista Radoslav Lorkovic, tra i migliori pianisti della scena indie americana e John Inmon, altro veterano in Texas a partire dalla sua storica militanza nella Lost Gonzo Band di Jerry Jeff Walker. Il disco scorre con grande naturalezza e forza poetica al di qua e al di la del border, nelle terre che sono nel cuore alla musicista di chiare origini ‘mexican’, dalla pregnante “Buscando Para Ti” e “Guns And Money” in cui il Messico ha un ruolo primario grazie alla fisarmonica di Mr. Lorkovic che accarezza ed affascina. Se “Independence Day” è più elettrica anche se mai con toni troppo aggressivi, già dalla seguente “I Sang Patsy Cline” si celebra una delle influenze maggiori di Bianca De Leon e nelle ottime “Nothin’” e “Ramblin’ Man”, unite in un medley di buona fattura, vengono omaggiati rispettivamente Townes Van Zandt e Hank Williams Sr., altri due chiari punti di riferimento. “The Bottle’s On The Table” ha ancora il sapore di una country music che si può ormai trovare solo nelle produzioni indipendenti, acustica e accorata, così come il delizioso country waltz di “This Time”. “Silence Speaks Louder Than Words” e “Garden In The Sun” ci regalano ancora emozioni acustiche e completano un disco rilassante e pregnante che merita attenzione. www.biancadeleon.com.
Remo Ricaldone 

17:18

Lost Immigrants - Live At The White Elephant Saloon

Pubblicato da Remo Ricaldone |

James Dunning è a mio parere uno dei più ispirati tra gli attuali protagonisti della scena musicale texana, autore, cantante e chitarrista che negli anni ha mostrato qualità e talento guidando i Lost Immigrants attraverso dischi di eccellente fattura. Dopo i tre ep della serie “An Americana Primer” i Lost Immigrants tornano alla dimensione live per la seconda volta, la loro forma più efficace, significativa e passionale. Rispetto a “Baptized: Live From The Hill Country” molto è cambiato; innanzitutto la band che supporta James Dunning ora composta dal bassista Eric McGinnis, dal tastierista Ryan Pool e dal batterista Chad Stewart, poi il repertorio, tutto originale, inevitabilmente più ampio e ricco, senza l’inserimento di cover e di ‘citazioni’ che avevano caratterizzato il loro album numero due. Come dice il titolo il disco è stato inciso al White Elephant Saloon di Fort Worth di fronte ad un pubblico caldo ed attento, in un’atmosfera perfetta per proporre il mix di rock e radici tipico dei Lost Immigrants. 78 minuti abbondanti dove si alternano country music e rock’n’roll nella più classica formula texana, una sequenza assolutamente vincente che si apre con “Gone” e si chiude con “Leaving Laredo” e che in molti momenti porta le canzoni ad ampliarsi e a fondersi in un insieme godibilissimo. “Baptized By Texas”, “Jean Harlow” e “Let’s Drive” che sfocia in “Evangeline” e sfiora i dieci minuti vedono la band arricchire le melodie originarie con gusto ed intelligenza. Da sottolineare ancora la magnifica “My Last Name”, il divertente honky tonk di “You Can’t Kill George Jones” e poi “Rolling Stone”, “Abilene”, “AM Radio” e le limpide “Angel Wings” (dal trittico “An Americana Primer”) e “Great Big Wheel” a rendere questo “Live At The White Elephant Saloon” disco prezioso e immancabile nella collezione degli appassionati di Texas Music. I Lost Immigrants ne incarnano il lato più propositivo, talvolta romantico, acustico e country, talvolta grintoso, solido ed elettrico. Merito dell’inossidabile James Dunning che guida con mano sicura questa band che mi sento di consigliare caldamente. www.lostimmigrants.com.
Remo Ricaldone 

17:14

Joe Ely - Panhandle Rambler

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Un nuovo disco di Joe Ely è sempre un avvenimento per gli appassionati di Musica, un appuntamento che negli ultimi anni si è diradato (questo arriva a quattro anni dal precedente) ma che soddisfa sempre in pieno per intensità, poesia e purezza interpretativa. “Panhandle Rambler” può giustamente essere considerato uno dei migliori della sua gloriosa discografia, un capitolo in cui sono condensate tutte le emozioni a cui ci ha abituato nel corso degli anni, country music, tex-mex, rock, spruzzate ‘spanish’ grazie alla presenza di una serie di amici che anche qui rendono preziose ed indimenticabili le canzoni. La chitarra flamenco di Teye (che apre, stupefacente, l’album con “Wounded Creek”), la fisarmonica e le tastiere di Joel Guzman, la slide di Lloyd Maines, la steel di Jim Hoke, le straordinarie chitarre acustiche ed elettriche di Kenny Vaughn, Rob Gjersoe, Gary Nicholson e Jeff Plankenhorn, il magistrale fiddle di Warren Hood e una sezione ritmica che vede alternarsi gente come Davis Mclarty, Glenn Fukunaga e Dave Roe tra gli altri, tutto concorre a rendere speciale questo album e a farcelo apprezzare nella sua semplicità e nella sua profondità. Joe è in grande forma compositiva e lo conferma pienamente con veri gioielli come “Here’s To The Weary”, “You Saved Me”, “Coyotes Are Howlin’”, “Southern Eyes”, “Burden Your Load” e “Wonderin’ Where”, solo per citare alcuni degli episodi che compongono “Panhandle Rambler”, senza dimenticare di ‘citare’ l’amico di tante avventure Butch Hancock di cui riprende “When The Nights Are Cold” e Guy Clark, autore di una splendida “Magdalene”. La formula che contraddistingue la proposta di Joe Ely è nel corso degli anni rimasta identica, quello che è maturato è il suo storytelling, la sua poetica ormai assurta al rango di classico per quanto riguarda la musica americana delle radici, il suo rapportarsi alla terra che gli ha dato i natali e che continua ad essere una straordinaria fonte di ispirazione con i suoi panorami aspri e duri ma ricchi di inevitabile fascino. La produzione, nelle mani ormai stabili di Joe Ely che controlla pienamente ogni livello nella costruzione dei suoi dischi, è veramente esente da pecche, prevalentemente acustica come impianto ma ricca di colori, di profumi, di sfumature che la rendono così variegata da essere in ogni momento godibile e scorrevole. Un disco questo che merita di essere annoverato tra le cose migliori uscite da quelle fertili terre da parecchi anni a questa parte.
Remo Ricaldone

17:13

David Newbould - The Devil Is His Name

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Torna all’incisione David Newbould, anche se ‘solo’ per un ep con quattro brani per poco più di quindici minuti, dopo l’ottimo “Tennessee” di cui ci eravamo occupati tempo fa. Nonostante la brevità dell’opera è giusto segnalare questa uscita per la forza espressiva, l’ispirazione e la bravura del musicista di origine canadese ma da parecchio residente negli States (tra Austin, New York e Nashville) che conferma un eccellente stato di forma ma che, causa budget sempre ridotti per artisti che si autoproducono, si concretizza in una forma ridotta. David Newbould meriterebbe di poter incidere un disco a ‘tempo pieno’ ma per ora possiamo accontentarci di queste splendide canzoni, a partire dalla potente e trascinante “The Devil Is His Name” caratterizzata da un indiavolato fiddle nelle mani di Peter Hyrka. Un roots rock di grande presa ed efficacia. “Love You Like I Don’t Know How” è per contro una ballata dal sapore folk che mostra il suo lato più riflessivo e intimo con una melodia che conquista dopo poche note, “Standing At The Crossroads Too Long” ritorna ad atmosfere più elettriche pur mantenendo la forma di ballata, veramente eccellente con un intreccio chitarristico di ottima caratura tra Andrew Sovine e lo stesso Newbould. A chiudere questo (troppo) breve ep c’è “Clam Bake City”, altra notevole composizione acustica sorretta da un soffice tappeto percussionistico (Joe Dorn dietro ai tamburi) in cui emergono gli arpeggi di chitarra acustica e gli abbellimenti elettrici in sottofondo creano suggestioni che ammaliano. Un disco e un musicista da tenere in considerazione aspettando un suo album ‘full length’. www.davidnewbould.com.

Remo Ricaldone

11:40

Stoney LaRue - Us Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Disco molto particolare nella sua genesi questo “Us Time”, eccellente nuovo album di uno dei beniamini di Lone Star Time. Stoney ha infatti coinvolto in prima persona i fans nella scelta del materiale, in un rapporto sempre primario e propositivo, compilando una selezione di originali e di cover, splendidamente prodotta dalla coppia R.S. Field e Van Fletcher. Ad accompagnare Stoney LaRue in questa sua nuova avventura ci sono nomi di grandissimo rilievo come il chitarrista David Grissom, il fiddler e mandolinista Warren Hood e il batterista Greg Morrow solo per citare i più noti, non tralasciando il bravissimo Kevin Sciou alle chitarre e le tastiere di Steven Conn. Ancora una volta ispiratissimo nelle interpretazioni, Stoney ci sorprende con cover come “Into The Mystic” di Van Morrison, certamente la più inusuale ma tra le più belle dell’album, “Feet Don’t Touch The Ground” di Brandon Jenkins, “Train To Birmingham” di John Hiatt, “Box #10” di Jim Croce e la classicissima “Wichita Lineman” di Jimmy Webb, tutte decisamente di gran classe. Meno note le riprese di “Oklahoma Breakdown” di Michael Hosty, la soffice country ballad “Empty Glass” firmata a quattro mani da Dean Dillon e Gary Stewart e la ‘mexican flavored’ “Seven Spanish Angels” composta da Troy Seals in cui appare a duettare con Stoney, Cody Canada in un altro momento topico dell’album. Buone anche le tre canzoni in cui nella scrittura Stoney LaRue viene affiancato da Dean Dillon (una riflessiva “Us Time”), da Brandon Jenkins (“Til The Morning Comes”, altra ballata di pregio) e da Mando Saenz (una bella e trascinante “Easy She Comes”), segno positivo di forma per il musicista texano ma attualmente residente in Oklahoma. “Us Time” è quindi caldamente consigliato, non solo ai fans che non avranno certo bisogno di particolare sprone nell’acquisto, a coloro che seguono la sempre attiva scena tra Oklahoma e Texas.
Remo Ricaldone

La parabola di Ted Hawkins è stata nel contempo straordinaria e drammatica, luminosa e sofferta, bellissima e tragica. Adolescenza e giovinezza passata tra riformatori e carcere, con la Musica a tenerlo aggrappato alla vita e a dargli opportunità e sprazzi di felicità, Ted Hawkins è stato cantante (e qui lo rsicopriremo, autore) di eccezionale e vibrante personalità ed intensità, capace di passare con naturalezza da Sam Cooke ad Hank Williams, setacciando il più genuino ‘songbook’ americano delle radici, interpretandolo con sapienza e vigore. Per lungo periodo, lasciato il nativo Sud, fece il ‘busker’ per le strade di Venice, California fino alla metà degli anni ottanta quando fu scoperto, per caso, da un dj inglese che lo portò in patria facendolo diventare un piccolo caso discografico e dandogli quel po’ di notorietà che meritava. Qualche disco pubblicato per piccole label indipendenti (e anche uno per la nobile Rounder Records) e nel 1994 il grande salto con un album per la Geffen, “The Next Hundred Years”, che improvvisamente fece parlare di lui su larga scala, dandogli fama e denaro. Poi, altrettanto improvvisamente, la morte il 1° gennaio 1995 e un lungo, immeritato oblio. “Cold And Bitter Tears” cerca di focalizzare nuovamente gli appassionati su Ted Hawkins e questa volta sul suo essere autore, coinvolgendo musicisti che renderanno sicuramente appetibile questo prodotto ai lettori di Lone Star Time. Texani di nascita o di adozione, musicisti che hanno lasciato un’impronta importante sul suolo dello ‘Stato della Stella Solitaria’ sono qui riuniti per rendere omaggio a Mr. Hawkins con interpretazioni di grande livello, con alcune canzoni decisamente indimenticabili e commoventi. James McMurtry, Gurf Morlix, Evan Felker dei Turnpike Troubadours, Sunny Sweeney e poi band come The Damnations e Shinyribs, Jon Dee Graham, Mary Gauthier, Tim Easton, Kasey Chambers e Steve James nobilitano un lavoro tanto corposo quanto intenso, poetico e dotato di grande forza espressiva. Non serve quindi soffermarsi su ogni brano per apprezzarne l’importanza, basta lasciarsi trasportare in questi quindici momenti che sottolineano la statura di un musicista che merita di essere ricordato e amato. Al di la delle etichette con cui definiamo le varie sfaccettature della musica americana, qui c’è l’essenza dei suoni che compongono quel variegato e colorato quadro, con tanta anima ed amore.
Remo Ricaldone

11:28

Dick LeMasters - Gasoline & Fire

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dopo “One Bird, Two Stones” di cui ci siamo occupati in passato, il texano Dick LeMasters si è subito messo in moto incidendo una manciata di canzoni che in un primo momento dovevano fungere da base per poi arrangiarle in studio. Questi demo hanno rivelato una tale ispirazione in veste scarna ed acustica che lo stesso Dick ha deciso di pubblicarli così, senza aggiungere nulla, mantenendo la loro forma originaria. Scelta forse un po’ temeraria che però si è rivelata azzeccata vista la forza interiore e  poetica di questi dodici brani che  fanno emergere un nuovo Dick LeMasters (quantomeno a noi che non abbiamo avuto mai la fortuna di vederlo dal vivo), più vicino alla grande tradizione texana tra country e folk, con inevitabili riferimenti a Townes Van Zandt e Guy Clark. Dal robusto rock, blues e country elettrico del primo suo lavoro siamo passati ad una serie di ballate di grande livello che dal vivo probabilmente riceveranno rifacimenti elettrici ma che ora risplendono di luce propria e sottolineano le doti compositive del nostro. Non mancano la grinta blues apprezzata nel precedente disco come in “No More Sufferin’”, “In His Hands” e “Good Life” ma quello che secondo me rende molto interessante l’album sono le ballate che lo presentano come eccellente troubadour, a cominciare dalla title-track che apre questo “Gasoline & Fire”. Storie intense interpretate con il cuore, ecco come appaiono “I Pour Out My Soul”, tra Guy Clark e Joe Ely, “Ok ‘Til It Isn’t”, “Cold-Hearted Whiskey”, “Hurricane” e “Right On Me”, momenti di assoluto valore che nobilitano un disco da apprezzare centellinandolo con cura. Un musicista che merita la vostra attenzione, accostando questo suo lato acustico a quello solidamente elettrico del suo precedente lavoro. www.DickLeMastersMusic.com.
Remo Ricaldone

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