09:17

Thom Chacon - Blood In The USA

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Blood In The USA” è un disco la cui genesi ha aspetti particolari: registrato praticamente in presa diretta nell’arco di una giornata, l’album è rimasto nel cassetto per circa un paio d’anni, dando la precedenza alla vita privata di Thom Chacon e ora ‘riemerge’ con tutta la sua forza espressiva e tutta la sua urgenza letteraria, divenuto fortemente attuale soprattutto dopo questi anni di politica negli States. Il musicista di Durango, Colorado torna quindi dopo lo splendido disco omonimo di qualche anno fa e l’esordio prodotto artigianalmente intitolato “Featherweight Fighter” che ne definiva stile e immagine di profondo ed intelligente storyteller. “Blood In The USA” è nuovamente prodotto da Perry Margouleff, amico di lunga data di Thom Chacon, con lo stesso approccio crudo ma al tempo stesso struggentemente poetico che chiedono queste storie di confine, queste storie di ricerca di libertà e di vita migliore. Tra Woody Guthrie e Bob Dylan, Townes Van Zandt e John Prine ma anche con lo spirito dello Springsteen più interiore ed intimista, Thom Chacon mostra attraverso queste sue nuove nove canzoni quanto potente sia il suo messaggio e quanto grande sia il suo coinvolgimento nei confronti dei protagonisti che si muovono all’interno di un paesaggio spesso depresso e duro, affascinante nella sua asprezza ma che non perdona chi sta dalla parte dei perdenti. “I Am An Immigrant” è inevitabilmente il manifesto e l’ideale apertura del disco, limpida e disperata storia narrata attraverso chi ha subito violenze e soprusi sulla strada verso un mondo migliore, mentre in “Union Town” emerge la crisi del lavoro dopo la chiusura delle miniere di carbone e nella title-track “Blood In The USA” il grido di denuncia nei confronti dei troppi casi di violenze nei confronti delle persone di colore. Questo trittico forma un po’ la spina dorsale di un album sempre impegnato, sempre estremamente vibrante nel presentare composizioni il cui compito è di mostrare i vari aspetti dell’animo umano, positivi o negativi che siano, dalla accorata poesia di “Easy Heart” all’amore narrato in “Something The Heart Can Only Know”, praticamente l’unica ‘love song’ del disco. “Empty Pockets” è un altro dei capolavori delll’album, un altro racconto di immigrati e dell’affrontare i cambi climatici che determinano la crisi del lavoro dei contadini, “A Bottle, Two Guitars And A Suitcase” una pregevolissima ‘road song’ narrata con il consueto, eccellente stile narrativo, “Work At Hand” una canzone che ha sempre come protagonisti i cosiddetti ‘blue collar’ e la commovente poesia insita nella conclusiva “Big As The Moon”, il cuore grande come la luna, come quello di Thom Chacon.

Remo Ricaldone

09:15

Zachary Richard - Gombo

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sin dall’inizio della sua carriera discografica a metà anni settanta, Zachary Richard ha sempre avuto l’istinto dell’ambasciatore della musica della Louisiana nel mondo, con la volontà spesso messa in atto di far conoscere i suoni ‘meticci’ della sua terra tra cajun, zydeco, country music, blues e soul ad un pubblico più ampio possibile, senza cedere a nessun compromesso. Dopo tutti questi anni e una serie notevolissima di dischi, il musicista di Scott, Louisiana è da considerare uno dei pilastri di uno stile orgoglioso e impegnato fortemente sia dal punto di vista sociale sia da quello ambientale, attento a rivestire le sue composizioni di un afflato poetico senza dimenticare il divertimento e la proverbiale ‘joie de vivre’ insita nella popolazione del suo Stato natale. “Gombo” è un lavoro lungo (quasi un’ora di musica senza il minimo sentore di stanchezza) ed articolato che conferma uno stato di grazia che lo ha portato negli anni scorsi ad incidere grandi dischi come lo splendido “Le Fou” e anche “Last Kiss”, forse leggermente inferiore ma sempre a livelli ottimi. Ben quindici canzoni che si dividono tra francese ed inglese, ambientate tra la Louisiana e il Canada e che mostrano un coinvolgimento emotivo sempre ai massimi livelli, nelle ballate e nei brani più trascinanti e divertenti con una produzione dove parte importante la rivestono gli strumenti acustici (spesso guidati dalla accordeon di Zachary  o dal violino di Francis Covan) ma con una corposa base percussiva a supportare i momenti più ritmati. Tra l’iniziale e travolgente “Zydeco Jump” e la conclusione affidata alla ‘bonus track’ intitolata “La Saskatchewan”, scorrevole ed ispirata ballata elettroacustica, ci sono tutte le infinite sfumature del suono di Zachary Richard, dalla commovente e straordinaria “La Ballade Du Irving Whale” alla ‘dark ballad’ “Jena Blues” con tutto il suo carico di atmosfere ‘swamp’ fino alla pura poesia cajun di “Catherine, Catherine”, all’intensità di “Manchac”, di “Au Bal Du Bataclan”, di “Dans Les Grands Chemins”. “Gombo” è comunque un lavoro che segue per tutta la sua durata un filo rosso che unisce passato e presente, Canada e Stati Uniti in un percorso che è un po’ quello della popolazione di lingua francese che dovette forzatamente emigrare per questioni politico-religiose con tutto il carico di sofferenza e di patimenti. Un disco la cui forza sta nella grande musicalità e carisma di Zachary Richard.
Remo Ricaldone

09:13

Emily Herring - Gliding

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Emily Herring è una delle più interessanti voci che affollano la splendida scena musicale di Austin, Texas, cantante ed autrice dalla forte connotazione country ma che non disdegna, come da tradizione, commistioni con swing, honky tonk e ‘gyspy jazz’. Al quarto album all’attivo Emily sfoggia tutto il suo talento attraverso dieci canzoni che sotto la produzione dell’esperto Steve Fishell brillano di luce propria e compongono un quadro variegato e godibilissimo. “Gliding” si avvale anche della presenza di alcuni sidemen che rappresentano la ‘crema’ della scena della capitale texana, dall’enorme chitarrista Redd Volkaert a Glenn Fukunaga, bassista in mille e mille sessions, dal batterista Dave Sanger allo stesso producer Steve Fishell prezioso a pedal steel e dobro. Ne esce quindi, inevitabilmente, un lavoro che nobilita una volta di più la country music made in Texas con una bella scelta tra cover ed originali in un’alternanza scelta con sagacia ed intelligenza. “Gliding”, la canzone che da il titolo all’album, apre con una melodia che conquista subito per freschezza ed intensità, cantata con passione da Emily Herring, “Midnight” porta la firma di Boudleaux Bryant e Chet Atkins e ci porta indietro nel tempo, tra Patsy Cline e Tammy Wynette, “Yellow Mailbox” colpisce ancora nel segno e ci culla con un’altra eccellente melodia. Nell’alternanza tra passato e presente si segnalano ancora la limpida melodia di “Best Thing I’ve Seen Yet” con Redd Volkaert che con grande naturalezza fa ‘i numeri’, la pura country music di “Right Behind Her” dedicata (come tutto il disco) alla madre scomparsa, la magistrale celebrazione delle radici musicali in “The Last Of The Houston Honky Tonk Heroes”, la cover di “All The Millers In Milwaukee” di Mary Cutrufello (con la stessa Mary a dividere le parti vocali) con ancora nel cuore la più classica country music. Il trittico finale conferma uno stato di forma solido e stabile con la swingante “Balmorhea” dal sapore gustosamente ‘old fashioned’ e un bravissimo Steve Fishell al dobro, la trascinante “Semi Truck” di Billy Farlow e Bill Kirchen già punto fisso del repertorio di Commander Cody e dei suoi Lost Planet Airmen e “Getting By” che pigramente conclude un disco che si gode dalla prima all’ultima nota e mostra tutte le qualità di un’artista da seguire. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

09:12

Mary Gauthier - Rifles And Rosary Beads

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Mary Gauthier è una delle autrici che meglio sanno raccontare i mille contrasti della società americana attraverso una scrittura sempre lucida e dal notevole afflato poetico, attenta a fissare nelle sue canzoni emozioni e peso narrativo. Solo personaggi come Rosanne Cash, Kate Campbell, Iris DeMent e Lucinda Williams, per restare in ambito femminile, hanno saputo farsi portavoce come la Gauthier di un’America sensibile alle tematiche di uguaglianza e di fratellanza, pilastri della Costituzione americana troppo spesso ignorati. “Rifles And Rosary Beads” segna una pagina importante nella carriera della musicista di New Orleans, Louisiana ed è un disco intenso e commovente nel cercare di metabolizzare i tanti traumi della guerra nel fisico e nella mente dei protagonisti. Le canzoni che formano l’album sono in gran parte legate dal doppio filo dell’esperienza dei veterani e dei loro parenti, scritte dalla Gauthier con loro condividendo sofferenza e speranza, amore e morte. Un disco poetico che si apre con la testimonianza di un sopravvissuto alla guerra che si porta a casa tutte le ferite (fisiche e psicologiche) che ancora lo rendono fragile e inerme, una “Soldiering On” lancinante e pregevole. “Got Your Six”, la splendida “The War After The War”, il fortissimo senso di colpa dei sopravvissuti per aver perso amici fraterni in “Still On The Ride” e ancora “Bullet Holes In The Sky”, “Brothers”, la title track in cui si intrecciano ‘Fucili e Grani di Rosario”, le dipendenze che caratterizzano e scandiscono la vita dei veterani in “Morphine 1-2”, “Iraq” e “Stronger Together” sono i capitoli di una storia drammatica che accomuna i reduci delle tante (troppe) guerre americane. Un messaggio universale che Mary Gauthier sa trasmettere con efficacia e grande, grandissima forza espressiva.

Remo Ricaldone

18:29

Grayson Capps - Scarlett Roses

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Se il precedente “Love Songs, Mermaids & Grappa” aveva contribuito a mantenere alta l’attenzione nei confronti dell’eccellente songwriter nativo dell’Alabama ma di casa a New Orleans e dintorni con una preziosa raccolta antologica e l’avventura con i Willie Sugarcapps confermava quanto preziosa sia la scena indipendente tra rock e radici d’oltreoceano, questo “Scarlett Roses” ha il notevole pregio di riconsegnarci nuove canzoni di Grayson Capps dopo ben sei anni. E l’attesa è stata ampiamente ripagata con uno dei suoi dischi più intensi, personali e vissuti, con una serie di canzoni che sono la perfetta fotografia di un periodo non sempre felice e sereno ma spesso venato da tormenti, maliconie e le difficoltà che la vita para davanti ad ognuno di noi. Rock, blues, country e tutto quello che è ricollegabile ai suoni che sono peculiarità sotto la Mason-Dixon Line fanno bella mostra in queste nove capitoli di una storia raccontata con convinzione e passione, calore e sensibilità. Il disco è pubblicato con la consueta sagacia ed intelligenza dalla nostrana Appaloosa Records ed è frutto di session tenutesi tra Maurice, Louisiana e Mobile, Alabama, due coordinate basilari della vita musicale e non solo di Grayson, session nobilitate da una solida band di cui fanno parte Corky Hughes le cui chitarre acustiche, elettriche e lap steel rinforzano queste canzoni e le rendono granitiche, Rufus Ducote solidissimo bassista che con i tamburi di Russ Broussard e le percussioni di Trina Shoemaker sono un po’ il cuore pulsante e le fondamenta di un sound sempre propositivo e ricco. Ospite gradito è poi Dylan LeBlanc che presta la propria voce ad una “New Again” dalle tonalità ispirate e nitide, arricchita dall’armonica di Mr. Capps a dare ‘nuance’ folk. “Scarlett Roses” è comunque un disco con solide basi rock, un disco vissuto dalla prima all’ultima nota con quella grinta e quell’amore per le proprie radici che sono tra le grandi qualità di un musicista che ha sempre vissuto da ‘best kept secret’ e che probabilmente questa sempre sarà la sua particolarità. La title-track apre alla grande l’album, lo fa con una melodia che subito entra nel cuore e mostra quanto sia sensibile il cuore di Grayson Capps e quanto maturo sia il senso letterario che lui ha nel dna (il padre Ronald Everett Capps è uno scrittore validissimo noto soprattutto per “Una Canzone Per Bobby Long”, libro dal quale fu tratto un film con John Travolta e Scarlett Johansson). “Hold Me Darling” è fascinoso blues sudista, pregnante di umori caldi e sensuali, un altro punto a favore di questo disco, “Bag Of Weed” coinvolge con un’altra melodia degna delle cose migliori della produzione di Mr. Capps. “You Can’t Turn Around” è più eterea e le sue inflessioni jazzy la rendono fresca e limpida, “Thankful” è ancora genuino e cristallino ‘southern sound’ con reminiscenze della Allman Brothers Band targata Dickey Betts con la country music che fa capolino, “New Again” è ballata con il cuore in mano, delicata e poetica mentre “Hit ‘Em Up Julie” riporta alto il ritmo con un blues roccioso. A completare una selezione incisiva ed intensa ci sono poi una “Taos” elettrica e viscerale, road song affascinante e la conclusiva “Moving On”, magnifica per il suo modo di narrare. Disco caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:25

James Maddock - Insanity Vs. Humanity

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da Leicester, Inghilterra a New York è stato un inevitabile passo nel percorso musicale di James Maddock, musicista innamorato profondamente di quel rock che viene in contatto con soul e canzone d’autore figlio di Bruce Springsteen, Van Morrison e di tutti quei grandi personaggi che negli anni si sono riconosciuti in questi suoni, da Dirk Hamilton a Southside Johnny fino a Graham Parker. James Maddock si è distinto per genuinità, passione e per quell’urgenza poetica nel raccontare storie urbane di amore e redenzione, con profondo gusto melodico e il supporto di una serie di eccellenti sidemen che hanno caratterizzato ottimi dischi come “Sunrise On Avenue C” (probabilmente il suo lavoro più significativo), il live “At Rockwood Music Hall” e “Wake Up And Dream” incisi tra il 2009 ed il 2011. “Insanity Vs. Humanity” riporta ad alti livelli la sua musica dopo un periodo di appannamento e fa piacere che a dargli fiducia ci sia una label italiana come la sempre più attiva Appaloosa. Il suono è corposo ed ispirato, le tastiere in primo piano (non purtroppo con l’immenso Oli Rockberger qui ospite all’organo ma comunque con il bravo Ben Stivers), chitarre che sferzano e una rodata sezione ritmica con i fedelissimi Drew Mortali al basso e Aaron Comess alla batteria. Ospiti graditissimi sono poi il mai troppo considerato Garland Jeffreys alle armonie vocali e l’eccellente David Immergluck dei Counting Crows, grande amico e più volte compagno di tour acustici di James Maddock al mandolino. “Insanity Vs. Humanity” è album lungo, composito e stimolante, lo stato di forma compositivo di James Maddock è eccellente e lo dimostra subito con una “I Can’t Settle” avvolgente nella melodia e arrangiata con gusto e acume dove chitarre e tastiere si amalgamano perfettamente. Tra i momenti più significativi a mio parere risaltano una “Watch It Burn” rockistica al punto giusto con un refrain che mi ricorda certe cose di Bob Seger, la splendida “The Mathematician” traboccante di umanità e di cuore, “What The Elephants Know” solida rock ballad che profuma tanto di Sud, “Kick The Can” a rappresentare il classico ‘script’ di James Maddock, midtempo sospeso tra nostalgia e ricordi, il gustoso ritratto di “The Old Rocker” in una cadenzata canzone che riporta ai fasti del grande rock di marca britannica negli anni settanta, dai Faces a tutto il cosiddetto ‘pub rock’ e poi la title-track, una ballata pianistica notevole in cui si contrappone la follia (umana) e l’umanità e “Nearest Thing To Hip” forse il punto più poetico e alto dell’album, tra il primo Springsteen e Van ‘The Man’, pianoforte in primo piano, melodia da ricordare. Un disco questo che ad ogni ascolto riserva nuove scoperte e grandi emozioni.

Remo Ricaldone

18:12

Rod Picott - Out Past The Wires

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Rod Picott è una delle più belle voci del cantautorato americano legato alle radici, un musicista che ha intrapreso relativamente tardi la sua carriera ma che l’ha impreziosita attraverso diciassette anni e nove album con storie estremamente efficaci e profonde, caratterizzate da una innata capacità di fotografare la vita e le emozioni ‘blue collar’ di personaggi le cui gioie e i dolori, le piccole vittorie e le amare sconfitte sono patrimonio comune di vite altrettanto comuni. L’intensità con la quale Rod Picott ha affrontato questi racconti, il suo occhio partecipe ed empatico nei confronti dei protagonisti, il suo essere così dettagliato e insieme poetico ha giocato sempre un ruolo vincente in una serie di dischi che sono da ricordare per misura ed intensità. “Stray Dogs”, “Girl From Arkansas”, la collaborazione con Amanda Shires in un insieme di mirabili duetti, “Welding Burns”, “Hang Your Hopes On A Crooked Nail” e il più recente “Fortune” pubblicato tre anni fa circa, sono solo alcuni titoli di un viaggio impeccabile ed ineccepibile che ora si arricchisce di un poderoso doppio album intitolato “Out Past The Wires” le cui ventidue nuove canzoni determinano la summa e la maturazione di un vero poeta che ha contemporaneamente messo alle stampe un suo libro di piccoli racconti e poesie che approfondiscono i personaggi di questi brani. La produzione è quella sapiente di Neilson Hubbard (impegnato in questo periodo anche come membro degli Orphan Brigade) che con l’eccellente Will Kimbrough alle chitarre, Lex Price al basso (acustico ed elettrico), Kris Donegan alle chitarre e Evan Hutchings alla batteria gioca un ruolo fondamentale nel ‘dare un suono’ corposo e al tempo stesso intimo alle composizioni di Rod Picott, dalle ballate ai midtempo ai momenti più rock. Il lavoro di scrittura è naturalmente ed inevitabilmente impegnativo ed ambizioso, non un vero concept album ma con denominatore comune la voglia di narrare la vita di provincia e i suoi protagonisti, a partire da una “Be My Mollie” che ricorda, specialmente quando entra in campo l’armonica, le atmosfere cupe ma affascinanti di “Nebraska” di Bruce Springsteen. Sul primo disco spicca la cruda genuinità e schiettezza di “Better Than I Did”, perfetto esempio della profonda amicizia che lega Rod Picott ad un altro grande storyteller come Slaid Cleaves con cui vengono firmate anche “Primer Gray”, “Fire Inside” e “Falling Down”, limpidi esempi di grande canzone d’autore. “On The Way Down” è fresca e corroborante, “Blanket Of Stars” struggente e accorata, “A Better Man” piccolo gioiello di equilibrio tra country, rock e umori sudisti, “Coal” è un altro momento di notevole forza ed ispirazione. Ancora da citare sul secondo disco ugualmente infarcito da canzoni il cui impatto poetico e sonoro è più che ragguardevole, sono “Dead Reckoning” ballata superba, “Store Bought” e “Hard Luck Baby” solide e (roots) rock, “Medicine Man” che non sfigurerebbe assolutamente negli album acustici di Springsteen, “Straight Job” asciutta ed incantevole e “Little Things” che chiude nella maniera migliore, con le piccole/grandi emozioni che sa regalare Rod Picott.
Remo Ricaldone

18:08

Cousin Harley - Blue Smoke: The Music Of Merle Travis

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Cousin Harley è un piccolo ma solido combo formato da tre musicisti canadesi profondamente innamorati di rockabilly e di country music. Il chitarrista e cantante Paul Pigat ne è il leader e, poco prima di incidere un suo album solista, si accorge che il 29 novembre 2017 cade il centesimo anniversario dalla nascita di uno dei suoi miti musicali, Merle Travis, leggendaria figura nella storia della country music. Accantonato subito il progetto richiama in studio i suoi pards, Keith Picot al basso e Jesse Cahill alla batteria, buttandosi anima e corpo in quello che è un sentito e accorato omaggio alla musica di Merle Travis, filtrato naturalmente dalla sua enorme passione per i suoni ‘old fashioned’ del rockabilly. Ne esce un prodotto che si gusta dalla prima all’ultima nota, un disco fresco e pimpante che inanella una serie di classici ma anche brani meno noti della produzione del chitarrista kentuckiano con l’aggiunta di un originale che ne omaggia il luogo di origine, Rosewood. I Cousin Harley sono ormai una band rodata, al sesto disco, e Paul Pigat un artista a tutto tondo che ha condiviso il palco con musicisti del calibro di Brian Setzer, James Burton, Jakob Dylan e Reverend Horton Heat per citarne alcuni e questo suo tributo è la grande conferma di un talento e un ‘sense of humor’ notevoli. Tra i superclassici non potevano mancare “Sixteen Tons”, “Dark As A Dungeon” e “Smoke Smoke Smoke That Cigarette” con le loro irresistibili melodie, veri classici del grande libro della musica americana mentre forse meno note ma non meno pregevoli risultano la title-track “Blue Smoke”, “Deep South”, “Cincinnati Lou”, “So Round, So Firm, So Fully Packed”, “Too Much Sugar For A Dime”, “Fat Gal”, tutte pervase da massicce dosi di swing, country music e rock’n’roll ‘primigenio’. Una selezione decisamente vincente e godibilissima chiusa dall’unico brano scritto per l’occasione da Paul Pigat, una “Rosewood” in perfetto Travis-style, con un classico finger-picking a suggellare un album che è una vera boccata d’aria fresca. Rigenerante.

Remo Ricaldone

18:05

The Hens - Chicon

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il cantante, chitarrista ed autore Dave Aaronoff ha bazzicato i locali di Boston e dintorni per anni, proponendo principalmente ‘garage-rock’ e simili alla guida di band dai nomi curiosi come The Mighty Mighty Bosstones, Muck And The Mires e The Protagonists, poi, nel 2014 ha deciso di dirigere la ‘barra’ a sudovest per stabilirsi ad Austin, Texas e intraprendere una nuova carriera, una nuova avventura. Ha incontrato e ‘assoldato’ un manipolo di musicisti dalla buona esperienza in ambito country e western swing e ha formato una sua nuova band dal nome The Hens. La fiddler e cantante Heather Rae Johnson ed il chitarrista Tom Umberger erano già membri di JWW & The Prospectors, notevole combo western swing (con quest’ultimo già parte degli Stepsiders, gruppo di accompagnamento di Jason Arnold), mentre il bassista Ricky Rees ha fatto parte degli Skyline Wranglers, altra bella realtà texana. Con questa line-up Dave Aaronoff e soci hanno inciso questo “Chicon”, piacevolissimo viaggio nel Lone Star State più tradizionale tra profumi country e attitudini swing, un disco dalle tante godibili sfumature che aggiunge una nuova pagina al già ricco panorama texano. La maggior parte del materiale è firmato dallo stesso Aaronoff con due cover scelte con sagacia omaggiando due nomi leggendari della storia della country music come Merle Haggard di cui riprende “You Don’t Have Very Far To Go” e George Jones la cui “Burn Your Playhouse Down” fa bella mostra nella parte conclusiva dell’album. Dal resto emerge il grande amore per le sonorità roots e la fedeltà a stilemi lungi dall’essere banali o stanchi, ma risultando sempre estremamente godibili, a partire dalla nitida melodia di “When You’re Gone” dove si aggiungono la ispirata armonica del leader, il preciso e discreto drumming di Matt Myers e il bel fiddle di Heather Rae Johnson, costante presenza in tutto l’album. “What She Sees In Him” è l’apertura ideale di questo “Chicon”, limpida melodia classicamente country, texana al 100% con il fiddle a guidare una band sicura e compatta, “Easier Said Than Done” è invece swing nella sua accezione più divertente e deliziosa interpretato con grande convinzione e grande amore, “Town Without A Train” riprende il filo della tradizione country con inalterata bravura e il duetto tra Aaronoff e Johnson è tra le cose migliori del disco, “Tell Me Why (You’re So Good To Me)” nell’alternanza tra suoni country e swing si pone come una ottima via di mezzo, suonata ‘in punta di dita’ con infinita classe. Ancora da citare sono poi “Heavy Heart” sinuosa e agile, una rilassata e scorrevole “Walking Papers” e la frizzante “Drunk On Love” che vede protagonista vocale e con il suo eccellente fiddle Heather Rae Johnson a suggellare un lavoro consigliato a chi voglia fare il pieno di autentica Texas music.
Remo Ricaldone

18:02

Pi Jacobs - A Little Blue

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Pi Jacobs, californiana, al settimo disco, ha inciso quello che probabilmente è una svolta e al tempo stesso l’inizio di un nuovo capitolo nella sua carriera all’insegna di suoni tra blues, rock e americana. L’incontro quasi casuale con Aaron Ramsey, produttore e musicista di notevole talento legato a suoni più acustici e roots, in un locale di Floyd, Virginia dove le radici sono intense e sempre in bella vista ha portato Pi Jacobs a rivedere le sue prospettive, a scrivere con un’insospettata nuova forza espressiva. E così questo “A Little Blue” rivive di limpida luce acustica e le composizioni acquistano connotazioni maggiormente roots in un percorso molto ‘laid back’, efficace ed espressivo. Tra chitarre acustiche, dobro, lap steel e un notevole intreccio di voci, maschili e femminili, il disco ha i suoi momenti più felici e pregevoli in “We Always Come Home” dalle sfumature cromatiche che virano verso certo (southern) soul, nella potente ancorchè acustica “Dead Man” con un bell’incrocio tra chitarre e dobro, in una “Dance Clean” molto esplicativa del ‘nuovo corso’ di Pi Jacobs in cui passato e presente si amalgamano con classe, in “The Moment” profonda e meditativa, in “Good Things” in cui riemerge il passato dell’artista cresciuta a San Francisco con blues rock nelle vene, in “Faking It” ballata sontuosa tra gli ‘highlights’ dell’album così come “Weed And Wine” in un’accoppiata decisamente vincente. “A Little Blue” pone Pi Jacobs tra le voci più genuine del panorama ‘americana’ in una cornice acustica che la avvicina sia alle figure femminili che provengono dalla tradizione sia a quelle che propongono una visione di canzone d’autore più mainstream. In ogni caso un disco elegante e significativo.

Remo Ricaldone

17:13

Barney Bentall - The Drifter & The Preacher

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Anima rock e attitudine cantautorale, Barney Bentall ha contribuito a nobilitare il panorama musicale canadese con la sua notevole personalità e una passione che lo ha visto esplorare suoni diversi con la stessa grande qualità. Il musicista di Toronto, ora nella sua piena maturità artistica, ha guidato per buona parte degli anni novanta una rock band, i Legendary Hearts, per poi trasferirsi nel British Columbia e dare spazio alla sua passione per la vita all’aria aperta in un ranch ad allevare bestiame. Il richiamo della musica comunque lo ha riportato ad incidere affidandosi ad una delle storiche label canadesi, la True North Records, avvicinandosi maggiormente alle radici con un suono più vicino a country e folk ma non cancellando i suoi amori ‘giovanili’. Dal 2006 in avanti Barney Bentall ha proposto lavori di eccellente fattura, spesso accompagnandosi a due singer-songwriters di vaglia come Shari Ulrich e Tom Taylor con cui ha inciso un paio di album. “The Drifter & The Preacher” è il disco della età adulta e dell’equilibrio tra i suoni che ne hanno costruito la personalità, una raccolta di storie affascinanti che lo confermano prosecutore della straordinaria scuola cantautorale canadese, al pari e a fianco di gente come Ian Tyson, Murray McLauchlan, Blue Rodeo e perché no avvicinandosi talvolta alla poesia e alla prosa di grandi come John Prine e Jackson Browne. Arrangiamenti attraenti dove strumenti acustici ed elettrici si amalgamano perfettamente, echi della Band che spesso emergono dalle tracce, tenui interventi fiatistici che si intrecciano con il fiddle di Kendel Carson, melodie sempre evocative e vivide, queste sono i principali aspetti positivi di queste session. “The Miner” apre il disco e si configura come il manifesto programmatico di Barney Bentall con una melodia magnifica e la forza descrittiva degna delle cose migliori del conterraneo Robbie Robertson con la Band. Un ritratto orgoglioso e nitido del nativo Canada. “In The Morning” è poesia pura con la pedal steel di Scott Smith e i controcanti femminili veramente deliziosi, “The Preacher” è dedicata alla figura del padre di Barney, cadenzata tra country e folk con il banjo di Dave Barber a caratterizzare la melodia, “Don’t Wait For Me Marie” gioca sull’accoppiata iniziale tra dobro e fiddle per poi sciogliersi in una canzone dal sapore tradizionale ma dai contorni solidi e forti, uno degli ‘highlights’ dell’album. Tra le pieghe di una raccolta di estremo fascino troviamo altri piccoli gioiellini come “Say Goodbye To Albert Comfort”, ballata fascinosa dove si fondono alla perfezione elementi country e folk grazie all’acume e all’intelligenza di Barney Bentall qui in stato di grazia, “On The Shores Of Grise Fjord” è un altro momento da ricordare per intensità e per dolcezza, una carezza che assieme a “Moon At The Door” e a “The Drifter” contribuisce a rendere questo disco una bella e fresca sorpresa.

Remo Ricaldone

17:09

Bruce T. Carroll - Ruckus And Romance

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Per parecchi anni Bruce T. Carroll si è esibito sui palchi di New York City facendosi conoscere in ambito locale come performer di talento e autore dalla notevole sensibilità e humour. Proprietario di un locale di fama a Larchmont, Stato di New York chiamato Watercolor Cafe che lo ha impegnato per lunghi anni, Bruce è tornato alla composizione raccogliendo una serie di canzoni che ben rappresentano il suo mondo, mostrando un grande cuore e la capacità di esprimere l’ampia gamma di sensazioni che vanno dal dolore della perdita all’amore coniugato sempre in maniera intelligente e mai banale. “Ruckus And Romance” ci presenta un artista che inevitabilmente raccoglie l’eredità di personaggi come Bob Dylan, Tim Buckley, Paul Siebel ma anche James Taylor e John Prine ma lo fa con personalità e originalità, supportato da una serie di sidemen di classe, dalle chitarre elettriche di Marc Shulman alle tastiere di Clifford Carter, dall’acustica di David Spinozza alla magnifica voce di Nicole Alifante, protagonista più volte di queste canzoni e i violini di Sara Milonovich e Tracy Grammer a dare quell’ulteriore tocco poetico a canzoni che sono comunque melodicamente eccellenti. “When Two Worlds Collide” apre nel modo migliore l’album, con grande freschezza, una splendida aura tra country music e canzone d’autore e con tutta la forza e la convinzione di un impegno sociale a favore dei rifugiati di tutto il mondo. “These Things Are Mine” è più intima e personale, una riflessione sulle varie fasi della vita interpretata con vivacità e una voce che coinvolge e conquista, “A Dream Is A Dream” è veramente sognante grazie a Nicole Alifante e ai suoi interventi vocali in una canzone sospesa tra passato e presente, sogno e realtà. “The House On The Hill” ci porta invece alla dura realtà della grande crisi economica di questi anni con la perdita tra le più pesanti, quella della casa, con un’accoppiata di grande fascino composta dal violino di Sierra Noble e la fisarmonica di Jon Cobert. Il disco poi prosegue con tematiche alle quali tutti possiamo relazionarci come separazioni, legami che nascono e che finiscono con quel tocco agrodolce da ottimo storyteller. Da sottolineare la scorrevole “Shakedown” che a me ricorda certe cose del James Taylor in bilico tra influenze pop e colorazioni soul, “Hurt You Instead” introdotta dall’angelica voce di Nicole Alifante che rimanda alla primissima Joni Mitchell per purezza e bellezza, mentre la conclusiva “Angel Angel” è il sigillo di un godibilissimo lavoro. Alla prossima, Bruce….

Remo Ricaldone



BART CROW from TEXAS Live In Italy!
LONESTAR TIME XMAS PARTY 2017!
7 Dicembre 2017 @ Artigiani Della Vita (Modena)


Bart Crow non ha più bisogno di tante presentazioni...da giovane promessa a figura portante dell’attuale scena musicale texana sono passati un bel po’ dischi, più di 130 concerti all’anno, 6 singoli al primo posto della Texas Music Chart, l’invito a suonare alla Grand Ole Opry di Nashville e anche un debutto al primo posto nella Billboard chart di settore...tutto da artista fieramente indipendente come la migliore tradizione texana insegna! Bart Crow è un cantautore nel segno di chi è cresciuto a Townes Van Zandt e a sogni sparsi lungo la strada dove lo struggersi per la propria passione a volte compie qualche piccolo miracolo. Il sound, sempre in bilico fra la sensibilità del country/folk e fra sferzate rock più taglienti, ha trovato una definitiva consacrazione in “The Parade”, l’ultimo album che ci presenta un Bart ormai maturo, capace di raccontare la realtà con il crudo romanticismo di chi vive una vita on the road e intanto cresce una famiglia con tre figli,sul piatto non c'è trucco o finzione ma tutta la verità e onestà artistica di un moderno troubadour!

L’occasione di vedere e sentire Bart Crow in azione in Italia in un contesto intimo e senza barriere, strettamente a contatto con l’artista, è il regalo esclusivo che il Circolo Artigiani Della Vita e Lonestartime.com vi offrono in una serata speciale...dove non solo celebreremo a nostro modo l’arrivo del Natale, ma soprattutto, ancora una volta, spingeremo la cultura, la musica e la condivisione un po' più in là!


EVENTO RISERVATO AI SOCI

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10 EURO Comprensivi di Contributo per l'artista + 1 calice + tessera (PER CHI NON POSSEDESSE GIÀ LA TESSERA)

5 EURO Comprensivi di 1 calice + contributo per l'artista ( per CHI POSSIEDE GIÀ LA TESSERA)

7 EURO Comprensivi di 1 drink o birra artigianale + contributo per l'artista.
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Presso il nostro circolo vi è la possibilità di cenare con prodotti artigianali.

Primi piatti caldi
Contorni caldi e freddi
Taglieri di salumi classici o degustazione
Tartare di Chianina o Fassona
Dolce del giorno

E' gradita la comunicazione di partecipazione.
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INFO E CONTATTI
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2007: l’esordio con “Bossier City”, tre anni dopo nel 2010 “Diamonds & Gasoline” seguito nel 2012 da “Goodbye Normal Street”,  nel 2015 dall’omonimo “Turnpike Troubadours” e ora da “A Long Way From Your Heart”. In dieci anni la band di Tahlequah, Oklahoma ha bruciato le tappe per presentarsi come una delle più vibranti, brillanti e toste band tra country e rock della scena americana. Il leader Evan Felker è ormai da considerare un artista dalle straordinarie doti compositive e dalla carismatica presenza alla guida di un sestetto dalla vitalità veramente travolgente con le chitarre elettriche di Ryan Engleman a graffiare e a portare talvolta su sentieri ‘southern rock’, il fiddle di Kyle Nix ad imperversare e a caratterizzare un suono sempre pregnante e godibile, la sezione ritmica con il bassista RC Edwards e il batterista Gabriel Pearson solida come non mai e la pedal steel e il dobro di Hank Early a spostare stabilmente il sound verso le radici interpretate con reverenza ma anche con la voglia di personalizzarle e renderle contemporanee. Tutto questo e molto altro sono i Turnpike Troubadours il cui nuovo “A Long Way From Your Heart” conferma una qualità, per chi li conosce e li apprezza, mai in discussione e la cui attesa è ampiamente ripagata da undici momenti di grande fascino e bellezza. A me ricordano in molti momenti un’altra band con cui condividono lo scettro di miglior band roots attualmente negli States, gli Old Crow Medicine Show di Ketch Secor, questi ultimi maggiormente acustici ma con la tendenza sempre ad unire country, folk e bluegrass ad una attitudine al rock della migliore tradizione, con tanta attenzione alla melodia e performance sempre ispirate e accorate. Bastano pochissime note della introduttiva “The Housefire” con armonica e fiddle all’unisono a un’interpretazione sopraffina per rendersi conto dello stato di forma dei Troubadours in un midtempo che subito rimane nel cuore. “Something To Hold On To” non lascia tregua e coinvolge con un’altra splendida melodia ed un suono più robusto e ‘southern’ con chitarre elettriche e fiddle a rincorrersi ed intrecciarsi, mentre la successiva “The Winding Stair Mountain Blues” ha radici tra country e bluegrass, inflessioni quasi ‘irish’ e un piglio frizzante e trascinante con ancora il fiddle di Kyle Nix a farla da padrone e Evan Felker al banjo. “Unrung” è più acustica e rilassata, coinvolgente e maggiormente cantautorale, “A Tornado Warning” ha un riff di fiddle che mi ricorda i migliori Waterboys e un altro momento da ricordare per gusto e passione, “Pay No Rent” è ballata sontuosa, tra gli ‘highlights’ del disco (impresa non facile trovare la canzone migliore). Proseguendo nell’ascolto “The Hard Way” ha ritmo e una melodia dall’impianto solido,  un lavoro di pedal steel che si dipana per tutto il brano in modo affascinante, “Old Time Feeling (Like Before)” è già dal titolo esplicativa, nostalgica e un po’ malinconica con un ottimo dobro, “Pipe Bomb Dream” ha sfumature quasi western, chitarre ‘twangy’ e l’immancabile accoppiata pedal steel e fiddle a cucire il tutto, “Oklahoma Stars” è inevitabilmente l’atto d’amore di Felker e soci verso il proprio Stato natale in un’altra ballata condotta in maniera magistrale. A chiudere il tutto c’è invece “Sunday Morning Paper” con tutto il suo bagaglio di classe e di grande country music. Tra i dischi dell’anno. Punto.

Remo Ricaldone

17:05

Gill Landry - Love Rides A Dark Horse

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Gill Landry ha legato il proprio nome ad una delle migliori band del panorama acustico delle radici come gli Old Crow Medicine Show, da cui è uscito per l’urgenza di proporre suoni maggiormente intimi e legati al racconto della canzone d’autore tra country e folk. “Love Rides A Dark Horse” trova il musicista nativo della Louisiana alle prese con una narrazione forse mai come oggi intensa e vissuta, dovuta alle prove che la vita gli ha riservato e che ne hanno forgiato una personalità profonda e ‘scura’. Townes Van Zandt è sempre stato per Gill Landry una guida e un’ispirazione, il suo modo di esporre lo vede vicino al grande texano e, specialmente in questo suo nuovo disco, le ballate compongono un insieme veramente affascinante e diretto, con la pedal steel sempre in agguato, una sezione ritmica discreta e mai invadente e il gusto per storie che spesso hanno un retrogusto amaro e sofferto. “Denver Girls” piuttosto che “Bird In A Cage” o la struggente e ‘country-flavored’ “Broken Hearts & Things We’ll Never Know” sono momenti che lasciano il segno, ammaliano per senso melodico e interpretazioni di eccellente caratura, “The One Who Won The War” è un altro ‘highlight’ per un album che cresce enormemente con gli ascolti visto che il ‘mood’ è principalmente basato su ballate e midtempo. Da citare ancora una “The Only Game In Town” narrata con il cuore in mano, a volte vicina come suoni all’immaginario bucolico di “Harvest” di Neil Young, con ancora la pedal steel che disegna splendidamente, “Scripted Love” che ha nel dna la country music autentica di un Sturgill Simpson o di Chris Stapleton (voce a parte), “The Woman You Are” dai cenni autobiografici che evoca afflizioni ma anche speranze e la conclusiva “The Real Deal Died” dove aleggia in fantasma di Leonard Cohen in una performance poetica e tormentata. Probabilmente il lavoro più maturo e pregnante per un artista dalle grandi doti.

Remo Ricaldone

17:02

Terra Lightfoot - New Mistakes

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Canadese di Hamilton, Ontario, performer di razza e autrice profonda e di qualità, Terra Lightfoot arriva al terzo disco condensando benissimo le passioni originarie in un ‘melting pot’ di country, blues, rock’n’roll e soul che colpisce per potenza ed incisività. Dopo un album come “Every Time My Mind Runs Wild” che l’ha fatta conoscere anche al di qua dell’oceano, “New Mistakes” riprende quel discorso con rinnovata grinta, con quella bravura chitarristica non comune in ambito femminile che l’ha avvicinata idealmente ad alcuni suoi miti come John Fogerty e Van Morrison, mentre la sua voce ha la forza di una Joan Jett e la sensualità di una Dusty Springfield. Grande figura, carismatica sul palco, Terra ha condiviso passioni e affinità artistiche con Blue Rodeo, Bruce Cockburn e Gordon Lightfoot e questo suo nuovo lavoro fotografa con lucidità doti da vera ‘roots rock woman’, sempre genuina, sempre sincera e trascinante. Terra Lightfoot sa accarezzare, scuotere, commuovere e travolgere con uno stile si derivativo ma con quel ‘quid’ di personalità necessario a rendere credibili le sue canzoni, intrattenendo piacevolmente e regalandoci momenti godibilissimi, dalla ‘radio-friendly’ “Paradise” che introduce il disco alle rocciose “Pinball King”, “Stars Over Dakota”, “Slicked Back Kid” in cui le chitarre elettriche sono sferzanti e graffianti, da ballate sontuose come “Drifter”, “Ruthless” e “Lonesome Eyes” a gioiellini acustici come “You Get High” e “Three In The Morning”. Con il cuore vicino a gente come Bonnie Raitt per quel suo collegare l’urgenza rock e l’anima soul aggiungendo passioni e colorazioni roots, Terra Lightfoot ha i numeri giusti per collocarsi a fianco delle migliori figure femminili della musica americana. Da scoprire.
Remo Ricaldone

18:17

Ronnie Fauss - Last Of The True

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ronnie Fauss ormai è da considerare tra le migliori voci uscite dal Texas in questi anni, un artista che non nasconde l’amore per la canzone d’autore più nobile e l’alternative country dalle tonalità più convincenti, quello che proprio nel Lone Star State ha scritto pagine storiche. “Last Of The True” è per il musicista di Dallas l’occasione per produrre finalmente la propria musica dopo due comunque ottimi album sotto l’egida di Sigurdur Birkis, drummer per Will Hoge e il risultato è ancora una volta estremamente positivo con quella carica emotiva e quella convinzione frutto di una carriera finora impeccabile. Il suono è vibrante, la qualità delle canzoni sempre sopra la media e la scelta delle cover una volta di più intelligente ed azzeccata. Partendo proprio da queste ultime troviamo “New Madrid” di Jeff Tweedy e dei suoi Uncle Tupelo riletta con una classe che non lascia dubbi sulle qualità di Ronnie Fauss per poi interpretare con passione una “The Velocity Of Saul At The Time Of His Conversion” dal repertorio degli Okkervil River tra le più intriganti band di americana degli ultimi anni e chiudere con una accorata “Don’t Think Twice It’s All Right” capolavoro di Bob Dylan trattandola con delicatezza e tanto feeling. Tra gli originali invece spiccano il duetto con Ben Kweller in “Saginaw Paper Mill”, l’ottima “No One To Blame But Yourself” in cui fanno bella mostra le armonie vocali di Deryl Dodd, l’accoppiata vincente di “Big Leagues” e “Twenty-two Years” che sgombrano subito il campo sulle intenzioni di Mr. Fauss con grinta e tanta energia, “I Think We’re Going To Be Okay” sognante ballata con le belle tastiere di Chris Tuttle e le sempre splendide chitarre di Paul Niehaus, “Big Umbrella” dal piglio orgogliosamente texano che penso non avrà difficoltà ad essere cantato in coro dai fortunati che assisteranno ad un suo concerto e “Bright Lights Of L.A.” fluida e rilassata con la pedal steel di Paul Niehaus incisiva e coinvolgente. Ronnie Fauss merita tutta la nostra attenzione, è arrivato il momento di dare fiducia alla sua proposta magari recuperando anche i suoi precedenti due album, “I Am The Man You Know I’m Not” e “Built To Break”, caldamente consigliati.
Remo Ricaldone

18:13

Dick LeMasters - Incompatible Things

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sulla falsariga del precedente ottimo “Gasoline & Fire” il texano Dick LeMasters gioca ancora le sue carte con un disco acustico di notevole fattura nel solco della migliore tradizione del Lone Star State. Guy Clark, Jerry Jeff Walker, Townes Van Zandt e Kris Kristofferson sono le principali fonti di ispirazione di queste ballate interpretate con gran classe e l’apporto importante di Douglas Greer alle armonie vocali e di Mickey Rouse al contrabbasso. Dick ha dimostrato grande intensità anche quando ‘attacca la spina’ e propone sonorità tra rock e blues ma queste canzoni scarne ed asciutte sono probabilmente quelle che più ha nel cuore facendo emergere melodie e inflessioni che rendono giustizia ad uno storytelling sempre brillante. La tonalità vocale di Dick LeMasters spesso mi ricorda quella di Jerry Jeff Walker come nella ispirata “Laguna Madre”, una delle mie preferite, intrisa del più bel Texas feeling mentre “Make A Grown Man Sigh” non sfigurerebbe in una cover di Kris Kristofferson con cui condivide emozioni e colori. “A Few Words Now & Then”, “Incompatible Things”, “Sunday Morning”, “Fences” e “Heathen In Your Midst” scavano nel profondo delle relazioni umane e lo fanno con quella poetica tipica degli artisti che si possono definire troubadours e storytellers, quelli per cui una storia è importante e deve essere raccontata con intensità e con il proprio ‘heart on the sleeve’ come si usa dire negli States. E tutto questo si trova in “Incompatible Things”, disco che scalderà i nostri cuori nelle prossime fredde serate invernali. Basta dare fiducia e fare entrare nel nostro cuore queste melodie. www.DickLeMastersMusic.com.
Remo Ricaldone

18:10

Levi Cuss - Just Below Radio (vol. 1 & 2)

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Levi Cuss è l’ennesimo interessante musicista canadese che propone una miscela di country music venata di canzone d’autore e roots-rock dal piglio deciso ed intrigante, uno sguardo alla musica americana degno dei personaggi che lo hanno profondamente influenzato, da Townes Van Zandt a Jason Isbell. “Just below Radio” è la sua terza uscita discografica e segue di poco “Night Thief” che lo ha fatto conoscere ed apprezzare per una profondità espressiva notevole e per un approccio carismatico e incisivo. L’originalità di Levi Cuss è anche nello scegliere un formato particolare come quello del doppio ep, quasi come se volesse distinguere in due momenti distinti questa proposta che comunque rimane forte e rilevante. Due mini cd di quattro brani ciascuno con un inizio decisamente ‘southern’ tra Black Crowes e Band Of Heathens grazie a due canzoni come “White Lies” e “One Night Stand” dal suono vicino a quello prodotto, per esempio, negli studi Muscle Shoals. “Hardwood” è invece un una sontuosa country ballad, cadenzata ed affascinante, con forti legami texani e la pedal steel del produttore Steve Dawson sugli scudi mentre “The Hunt” nuovamente si ‘annerisce’ e mantiene alta la qualità con un suono che Gregg Allman non avrebbe disdegnato. Il secondo disco si apre con un eccellente ‘rockin’ country’ dal titolo “Shoreditch High”, vibrante e scorrevole, seguito da una “Blew It All Away” ammaliante con richiami a Jayhawks e Wilco e da “Junction 21” che nuovamente interpreta l’alternative country con il piglio giusto. A chiudere c’è invece “Alena”, un altro momento da sottolineare, un’altra ballata intensa che mostra quanta qualità ci sia nelle composizioni di Levi Cuss, artista sensibile e genuino. www.levicuss.com.
Remo Ricaldone 

Aaron Nathans e Michael G. Ronstadt sono tra i migliori interpreti di quella scena che si divide tra canzone d’autore folk e country music, dando significato creativo a brani in gran parte acustici che suonano sempre originali e propositivi. Al secondo disco inciso in coppia e dopo una carriera ricca di esperienze e di ricerca, Nathans & Ronstadt hanno raggiunto una coesione eccellente e “Hang On For The Ride” conferma tutta la maturità e la profondità di brani che sanno raccontare con onestà tutti i contrasti della vita esaltando i chiaroscuro emozionali che si trovano tra gioie, dolori e speranze. La produzione è brillante e ricca di soluzioni strumentali particolari che si basano sulle chitarre di Aaron Nathans e sul cello di Michael G. Ronstadt, spesso avvolgenti e affascinanti come nell’introduttiva “Northwind” il cui ‘waltz time’ ci fa subito entrare nel mood dell’album, riflessivo ma al tempo stesso stimolante. “Hang On For The Ride” è tra gli ‘highlights’ di una selezione mai banale o risaputa che si avvale di una manciata di canzoni assolutamente da ricordare come in “Turncoat Peanut” in cui si materializza l’ironia e l’oscuro fascino di un Tom Waits o in “Undone” con i suoi controcanti e il cello che coinvolge e guida la melodia. “The Strength To Not Fight Back” ha proprio il piglio forte ed orgoglioso della migliore tradizione folk, “Old Film” è nostalgica e rilassata, “Another One Bites The Dust” (proprio quella!) è completamente stravolta fino a renderla una ‘murder ballad’ piena di swing, con “Peace & Safety” e “Run Run Away” indefinibili e originali mix di tradizione e pulsioni contemporanee. Un disco questo da apprezzare proprio perché dà una lettura delle radici singolare ed insolita. Dedicato a chi vuole sperimentare nuove strade.
Remo Ricaldone


16:16

The White Buffalo - Darkest Darks Lightest Lights

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Darkest Darks Lightest Lights” conferma in toto le qualità di Jake Smith, musicista dell’Oregon ma cresciuto in California che sotto lo pseudonimo White Buffalo è una delle realtà più trascinanti e vibranti della scena tra rock e radici a stelle e strisce. Nella musica di Mr. Smith le colorazioni sono sempre intense come dice il titolo, vissute emozionalmente con il cuore in mano e l’anima attraversata da forti contrasti. Il rock ma anche la canzone d’autore e le suggestioni country sono nelle mani di White Buffalo uno strumento malleabile ed estremamente passionale, con interpretazioni di grande forza espressiva. L’album, il sesto della serie a distanza di due anni dal precedente “Love And The Death Of Damnation” segue una linea ben precisa tracciata in equilibrio tra atmosfere elettriche e rock ma con la presenza delle sue classiche ballate a smorzare una selezione sempre dannatamente piacevole. Le carte giocate sono sempre all’insegna delle emozioni forti, con quel pizzico di ironia che è una delle caratteristiche basilari di come si dovrebbero affrontare le sfide della vita, profondendo in ogni canzone tutto il vigore e la grinta possibile. Con una voce a metà strada tra Eddie Vedder e certo Bruce Springsteen, Jake Smith convince ancora con una selezione che parte subito a mille con la splendida “Hide And Seek” con a ruota uno dei primi singoli, la travolgente “Avalon” e poi l’iniezione di blues di “Robbery” per poi cullarci con la suadente “The Observatory”, ballata sontuosa che assieme a “If I Lost My Eyes” e “I Am The Moon” forma un trittico a cui è difficile resistere a meno che si abbia il cuore di pietra. Quella di White Buffalo è l’America delle ‘back roads’, di quelle strade polverose e fuori mano dove è scritta la storia più genuina, dove i personaggi lottano per sopravvivere e cercare un sogno molto, troppo spesso aleatorio. La romantica America di cui ci parla in queste canzoni è quella che abbiamo amato attraverso la letteratura e  il cinema (spesso quello indipendente), mostrandoci il suo volto più vero e mai banale. Canzoni come “Border Town – Bury Me In Baja”, “Nighstalker Blues” e “Madam’s Soft Madam’s Sweet” sono decisamente sopra la media, offerte con quel piglio convincente e potente che per Jake Smith ormai è un marchio di fabbrica consolidato. Disco caldamente consigliato.

Remo Ricaldone

16:14

The Whiskey Charmers - The Valley

Pubblicato da Remo Ricaldone |

The Whiskey Charmers sono una band guidata dalla coppia formata da Carrie Shepard, cantante e principale autrice del materiale proposto e da Lawrence Daversa, eccellente chitarrista (sia acustico che elettrico) ma anche apprezzabile alla steel guitar. Al secondo album dopo l’esordio omonimo datato 2015 la formazione residente nell’area di Detroit ci presenta un mix di country music con inflessioni folk, western e roots rock che denota grande maturità artistica e la capacità di creare immagini vivide ed affascinanti. La critica li ha avvicinati a nomi come Cowboy Junkies e Chris Isaak tra gli altri per saper inserire quel tocco un po’ onirico e sognante tipico soprattutto della band canadese dei fratelli Timmins e io inserirei anche quello di Natalie Merchant per l’approccio vocale e certe tonalità e colorazioni. “The Valley” è un lavoro discografico di notevole coesione in un ‘corpus’ compositivo che in qualche momento può essere accusato di qualche ripetizione ma proprio qui sta anche l’aspetto positivo: proprio per ‘legare’ i vari brani queste canzoni hanno peculiarità simili, dall’iniziale “Desert” alle note conclusive di “Warnings”. Un album questo che scorre molto naturalmente e scivola via con estrema piacevolezza, con le chitarre elettriche di Lawrence Daversa che caratterizzano i brani con un gusto vicino a certe sonorità sixties con (per esempio) un Dick Dale in mente o con l’amore per certo western e con la voce di Carrie Shepard che, pur non con una straordinaria estensione, guida con dolcezza e soavità. “Dirty Little Blues” ‘sporca’ leggermente il mood complessivo con inflessioni bluesy mentre canzoni come “The Valley”, “Meet Me There”, “Full Moon”, “Songbird” e “Coal” risultano di buona caratura e formano un po’ la spina dorsale di un disco che intrattiene con bravura. www.thewhiskeycharmers.com.
Remo Ricaldone

16:12

Mark Martyre - Rivers

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Quando ci si imbatte in personaggi come Mark Martyre e in dischi come questo “Rivers” la prima cosa che viene in mente è chiedersi come mai siano sfuggiti prima e perché non siano riusciti a farsi conoscere se non (in questo caso) dopo ben cinque album. E’ il destino dei tanti ‘best kept secrets’, di quei musicisti che, nonostante siano autori di grandi canzoni proposte con  altrettanto grande pathos e passione rimangono in quell’eterno status di artisti noti ad una ristretta cerchia di appassionati. Mark Martyre fa parte di quella ricca scena musicale che è Toronto, Canada, scena nota ai più per certo rock e, in questo caso, per la canzone d’autore roots. Folk e country, poesia e sguardo lucido e disincantato alle dinamiche che muovono i nostri giorni, queste sono le coordinate e i riferimenti delle canzoni di  Mark Martyre, dotato di una splendida ed espressiva voce roca, veicolo perfetto per raccontare le sue storie che sono un po’ anche le nostre. Passato e presente che si intrecciano, ricordi agrodolci e la speranza sempre presente, nonostante tutto, che i nostri sogni si possano in qualche modo avverare, la sofferenza e le gioie dei rapporti interpersonali. L’autore, in questo caso, racconta con dolce ‘savoir faire’ le proprie debolezze e le proprie aspirazioni su un tappeto avvolgente e coinvolgente di chitarre ma anche di piano, accordion e violino, con melodie che subito entrano sotto la pelle per dare conforto e sollievo, spesso con il supporto vocale della bravissima Stacey Dowswell, ottimo contraltare alla voce di Mark. ”Rivers” è proprio come un fiume di emozioni, scorre naturalmente con i suoi episodi passando attraverso influenze che si possono scorgere qua e la come John Prine e Nick Drake, Bob Dylan (inevitabilmente) e Leonard Cohen e altri che magari ciascuno ricorderà. Da “Come Lie Beside Me, Dear” a “Never Forget You” non c’è una nota sprecata e anzi gli ascolti ripetuti sveleranno sempre più dettagli e particolari in una selezione vissuta e profondamente partecipata. Un disco che ci accompagnerà fedelmente per le prossime giornate autunnali ed invernali come un caro amico con il quale è sempre bello condividere le proprie emozioni. www.markmartyre.com.

Remo Ricaldone

16:10

Jim Byrnes - Long Hot Summer Days

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jim Byrnes è un’icona in Canada dove ha trovato il terreno e l’atmosfera ideale per proporre la propria visione di roots music, profondamente influenzata dagli anni in cui viveva a St. Louis e ascoltava molta musica ‘nera’ tra blues, soul e rock. “Long Hot Summer Days” è un disco forte ed orgoglioso, probabilmente il disco definitivo per il sessantanovenne Byrnes ancora una volta affiancato alla produzione e alle innumerevoli chitarre da Steve Dawson, partner ed amico da anni. Un disco dalle forti connotazioni soul che però passano quasi in secondo piano ampliando le influenze fino ad arrivare ad una roots music di classe e infinito talento, con performance che colgono sempre nel segno e mostrano quanto Jim Byrnes meriti di essere conosciuto più compiutamente, magari cominciando da questo suo ultimo lavoro. Le influenze sono naturalmente molteplici ma possiamo cominciare con una sontuosa versione di “The Shape I’m In” della Band, qui rivisitata con personalità e grande carattere, con un andamento un po’ ‘strascicato’ ma decisamente affascinante con l’armonica di Steve Marriner e i cori ‘black’ semplicemente deliziosi. Bobby ‘Blue’ Bland è stata un’altra influenza fondamentale per il nostro e la gospel-oriented “Ain’t No Love In The Heart Of The City” si avvicina molto alle tonalità fluide e morbide del grande cantante soul, “There Is Something On Your Mind” rimanda all’amore per Van Morrison con un altro pezzo di bravura interpretativa sorretto da un arrangiamento fiatistico misurato e pregevolissimo ed un ‘break’ chitarristico killer, “Deep Blue Sea” originale firmato da Jim Byrnes e Steve Dawson mi ricorda le melodie soul di Southside Johnny e dei suoi Asbury Jukes, cristallina melodia che ricorda i gloriosi anni del doo-wop. Tra le cover invece spiccano una scura e misteriosa “Weak Brain, Narrow Mind” di Willie Dixon, la convincente “Ninety Nine And A Half (Won’t Do)” composta dal trio d’eccezione Eddie Floyd, Wilson Pickett e Steve Cropper e la ‘Allmaniana’ “Something Inside Me” di Elmore James. Da segnalare ancora l’acustica ed essenziale “Anywhere The Wind Blows” che ci trasporta negli anni della Great Depression e la sofferta e vissuta “Long Hot Summer Days” che chiude il sipario su un disco che si ricorderà a lungo e può essere l’ideale porta d’ingresso per conoscere un musicista dalle qualità indiscutibili.
Remo Ricaldone

09:46

Rick Shea - The Town Where I Live

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Rick Shea è uno dei migliori nomi della scena californiana roots, tra country music, folk, rock’n’roll e profumi ‘mexican’, una delle voci che hanno caratterizzato una terra che assieme al Texas ha da sempre regalato forti emozioni e una visione originale e personale delle radici. Con personaggi come Dave Alvin, Tom Russell e il compianto Chris Gaffney, Rick rappresenta quanto di meglio il ‘Golden State’ ci abbia dato negli anni, grazie ad una voce calda e modulata e una scrittura limpida e pura. Rick Shea ha mosso i primi passi negli honky-tonks di San Bernardino e ha poi assimilato la lezione dei vari Woody Guthrie, Chuck Berry, Howlin’ Wolf e Curtis Mayfield, mostrando una passione ad ampio raggio nei confronti di tutto quello che la musica americana ha creato, presentando una country music sempre credibile e autentica. “The Town Where I Live” non smentisce tutto questo e anzi lo rimarca in modo veramente convincente attraverso dieci splendide canzoni supportate dai fidi The Losin’ End, ossia Stephen Patt a tastiere e fisarmonica, Dave Hall al basso e Steve Mugalian alla batteria, band in perfetta sintonia con le chitarre, la pedal steel, il mandolino ed il dobro del leader. Le iniziali “Goodbye Alberta” e “The Road To Jericho” inquadrano già alla perfezione il mood del disco, in gran parte occupato da midtempo e ballate notevolissime, cantate veramente con il cuore in mano, “The Starkville Blues” è un honky-tonk magistrale, molto texano come spirito mentre la title-track “The Town Where I Live” ha tutto il sapore, grazie anche all’uso della fisarmonica, delle ‘storie di confine’, struggenti e nostalgiche, romantiche e un po’ polverose. “Hold On Jack” è un cadenzato ‘rockin’ country’ sempre con la fisa in primo piano e le chitarre che sorreggono una bella melodia, “Trouble Like This” è una ballata ‘enorme’ interpretata con il piglio dei classici in uno dei momenti più alti del disco, “(You’re Gonna Miss Me) When I’m Gone” alza nuovamente i ritmi aggiungendo un pizzico di rock alla country music (o viceversa). Il trittico finale regala ancora emozioni con una “The Angel Mary And The Rounder Jim” ballata sontuosa che si muove tra country music e folk con echi western, la cover brillante di “Guess Things Happen That Way” di Jack Clement e una “Sweet Little Mama” pigro country blues che chiude un album da considerare tra i più godibili dell’anno nelle produzioni country.
Remo Ricaldone

09:43

Tom Savage - Everything Intertwined

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Già dal titolo si intuisce quanto intrecciate siano le passioni musicali del musicista di Kingston, Ontario, tra roots rock, alternative country e classic rock in un insieme piacevolissimo e ottimamente amalgamato. Tom Savage ha alle spalle una carriera più che ventennale dove ha affinato buone doti chitarristiche e il profondo amore per uno ‘storytelling rock’ che, anche per tonalità vocali e similitudini sonore, lo avvicina a personaggi come Elliott Murphy (il primo nome che mi è venuto in mente ascoltandolo), Bruce Springsteen (il primo, il più ruvido ma anche genuino) e Wilco. C’è anche nei solchi di questo album l’amore per la più nobile canzone d’autore dove imprescindibili sono le influenze di Bob Dylan, Townes Van Zandt e Neil Young, anche per affinità geografiche con quest’ultimo. “Everything Intertwined” è l’alternarsi di ballate e momenti rockeggianti, con il comune denominatore di un trasporto non comune e di una poetica rock che abbiamo amato negli artisti citati in precedenza. Le chitarre e la voce di Tom Savage, le tastiere di Tony Silvestri, il basso di Seamus Cowan e la batteria di Bonz Bowering formano un insieme solido e molto unito, sempre godibile sia quando ci si lascia trasportare dall’urgenza rock di “Burnt By The Sun” con le chitarre che squillano limpide, di “Mean To Me” con la sua vicinanza ai primi dischi di Springsteen e la tagliente e tosta “17 Years”, sia quando i toni si fanno più meditati come nella splendida apertura di “Forever”, midtempo dalle dinamiche azzeccate e che colpiscono nel segno. Tom Savage poi ci conquista con una manciata di ballate assolutamente splendide, da “Kids” che rimanda al primo Elliott Murphy, quello di capolavori come “Aquashow” o “Just A Story From America” a “Cold But Free” e alla title-track “Everything Intertwined”, sospese tra il potere salvifico della musica e le prove che la vita ci sottopone. Consigliato a chi ancora crede nel potere e nella poesia  del (roots) rock.
Remo Ricaldone

09:40

Amelia White - Rhythm Of The Rain

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da East Nashville, la parte più creativa e pregiata della cosiddetta Music City, Amelia White emerge con il seguito ad uno dei dischi di maggior interesse delle ultime stagioni in fatto di alternative country e americana, quel “Home Sweet Hotel” che l’ha presentata come voce genuina e profonda, artista dalle qualità grandi umane. “Rhythm Of The Rain” è stato concepito in pochissimi giorni in un periodo particolarissimo per Amelia White, tra la morte della madre e il suo matrimonio. Due eventi che, in maniera naturalmente opposta, hanno caratterizzato la nascita di queste nove canzoni, in molti casi composte con nomi importanti della canzone d’autore americana come John Hadley, Anne McCue, Ben Glover, Lorne Entress e Lori McKenna. Il suo sguardo all’America di provincia, l’attenzione ai dettagli nelle storie raccontate, l’intimismo sfiorato con poesia e la nostalgia dei sentimenti sono alcune delle peculiarità che fanno di Amelia White una musicista da conoscere, oltretutto in possesso di una voce calda e appassionata, vicina come spirito a Lucinda Williams ma a mio parere più modulata e intensa. Amore, perdita, destino, politica e tutto ciò che colleghi queste emozioni sono qui raccontate con bravura da una voce sempre coinvolgente, sin dall’apertura di “Little Cloud Over Little Rock”, ballata dai toni nitidi e dalla sicura presa. “Rhythm Of The Rain” con il suo andamento cadenzato, proprio come il ritmo della pioggia, prosegue con un’altra canzone piena di cuore e anima, “Sinking Sun” è un altro piccolo gioiellino country con tutta la nostalgia e il ricordo di emozioni passate, con il banjo di Sergio Webb a rinforzare la melodia, “Yuma” è una ballata turgida e corposa firmata a quattro mani con Ben Glover, una narrazione quasi cinematografica e decisamente cristallina, “Said It Like A King” è canzone d’autore doc anche per la presenza a livello compositivo di Lori McKenna (già con Brandon Rhyder nel suo ultimo disco) e Lorne Entress e per gli inserimenti al violino di Eamonn McLoughlin. Da sottolineare ancora, ad impreziosire ulteriormente l’album, un’intensa “Let The Wind Blow Cold”, agrodolce e sognante, un altro pezzo di bravura a chiudere un disco che cresce enormemente con gli ascolti e conferma quanto di buono Amelia White ha proposto nella sua carriera discografica.

Remo Ricaldone

09:37

Jefferson Ross - Live At Hillbilly Haiku

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Le serate di Nashville sono sicuramente molto interessanti e, tra gli innumerevoli locali che propongono ottima musica, un posto di rilievo lo occupa l’ “Hillbilly Haiku House Concerts”, luogo dove cantautori e musicisti dell’area alt-country e americana possono trovare il pubblico giusto a cui proporre le proprie canzoni. Dal 1993 si sono alternati i migliori nomi di passaggio a Nashville e i residenti nella Music City e Jefferson Ross, cantante, autore, pittore e molto altro proveniente dalla Georgia ci intrattiene con grande senso poetico e passione folk attraverso il meglio della sua produzione. Un concerto il suo scarno ma fortemente ispirato in cui, con il supporto dell’eccellente chitarrista e produttore Thomm Jutz, riesce con innato talento a raccontare il Sud come un vero letterato e uno storyteller dalla vivida immaginazione e nitidezza. Per anni ha condiviso il palco con grandi della country music come George Strait, Reba McEntire e Vince Gill, oltre a collaborazioni con la canadese Terri Clark e dal 2010 è tornato a vivere nella nativa Georgia con la moglie, dedicando i propri sforzi a sonorità maggiormente acustiche e legate alla tradizione folk. In questo album Jefferson rilegge brani dei suoi precedenti quattro lavori solisti con intimo coinvolgimento e anche con arguzia ed ironia prediligendo sempre la cura dei testi e la melodiosa e accorata bellezza di immagini legate a filo doppio ai suoi luoghi del cuore. Da “Two Horses” che apre questo “Live At Hillbilly Haiku” alle notevoli “Yesterday’s Paper”, “Dunwoody Train” e “Isle Of Hope” si passa alle divertenti “Slap It On” e “Family Drama” che rappresentano il lato più ‘leggero’ ed umoristico, mentre una menzione particolare va alla nuova “Soul Is Made Of Broken Things”, perfetto veicolo per la musicalità dell’artista di Atlanta. Disco che snocciola momenti di forte coinvolgimento e di acuta analisi umana. www.jeffersonross.com.
Remo Ricaldone

09:33

Lisa Biales - The Beat Of My Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Lisa Biales, artista dell’Ohio nata e cresciuta in una famiglia musicale che l’ha portata ad amare tutti i suoni dell’ampio spettro roots americano, mostra con la sua ‘parabola’ quanto siano affini ed assimilabili i retaggi sonori ‘bianchi’ e ‘neri’, gli honky tonks e i juke joints, la country music e il folk da una parte, il blues, il soul ed il jazz dall’altra. Lisa ha cantato e suonato nelle chiese e ai matrimoni, ha fatto parte di bands country, alternative rock, folk e bluegrass per poi innamorarsi dei suoni della ‘black America’ del sud incidendo una manciata di dischi di assoluto valore e di notevole cuore ed anima. “The Beat Of My Heart” è in questo senso il perfetto veicolo per una vocalità fiera ed orgogliosa, forte di un repertorio di primissimo ordine e con il supporto di una ‘backup band’ fatta di veterani di mille sessions, un album estremamente godibile e raffinato. “Disgusted” apre il disco con un ‘groove’ irresistibile nella più classica tradizione blues con i fiati a sorreggere una melodia lineare che trascina, “What A Man” è southern soul al suo meglio come le grandi sue colleghe del passato e il pensiero va subito ad Aretha Franklin per citare un nome, subito seguito da un’altra gemma come “I Don’t Wanna Hear It”, in puro stile ‘sixties’. “Be My Husband” è frutto del genio compositivo di Nina Simone e qui assume le connotazioni di New Orleans vicine ai Neville Brothers, “Messin’ With The Blues” è sinuosa e ‘bluesy’ in una magnifica performance di Miss Biales, qui al top, “Said I Wasn’t Gonna Tell Nobody” ci porta invece nel più genuino gospel, trascinante e corale mentre deliziosamente jazz è “Crying Over You”, melodia e versione senza tempo. “Don’t Let Nobody Drag Your Spirit Down” è una delle canzoni più recenti dell’album, scritta da Eric Bibb e interpretata ancora una volta con una bravura decisamente sopra la media, grondante blues e gospel. La chiusura del disco è poi affidata a una cover riuscitissima di un brano della cantautrice folk Carrie Newcomer, qui riletta con spirito ‘black’ per adattarne la struttura al suono complessivo dell’album e “I Should Have Known Better” rifulge di luce propria, godibile e veramente ottima, mentre  con “Brotherly Love” della texana Brenda Burns ci si immerge in una ballata da ‘roadhouse bar’ pregnante e coinvolgente. Un album che è un rigenerante bagno nella più genuina anima ‘black’ americana. www.lisabiales.com.
Remo Ricaldone 

18:57

Rachel Laven - Love & Luccheses

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Cresciuta in una famiglia musicale di San Antonio, Texas, Rachel Laven è una delle più fresche ed interessanti nuove voci femminili tra country e folk, dotata di un talento nitido e, nonostante abbia soltanto ventiquattro anni, un’esperienza più che decennale con l’apparizione ai maggiori festival del Lone Star State (da quello storico di Kerrville all’appuntamento voluto e creato da Larry Joe Taylor anni fa) e l’incisione di tre dischi con la sua ‘family band’, due lavori solisti e un ep con un suo progetto in cui si avvicina a suoni bluegrass. “Love & Luccheses”è l’album che si prefigge di farla conoscere anche al di fuori dei confini texani e mostra tutta la sua grazia, forza espressiva e talento attraverso undici canzoni pregne di emozioni e trasporto. Ispirata da nomi come Kacey Musgraves, Jason Isbell e Chris Stapleton, Rachel Laven ha affinato doti compositive di grande qualità e le dieci canzoni di questo disco (una è la cover di un eccellente brano di Walt Wilkins) sono il coronamento di quattro anni di lavoro e di introspezione personale. Il suono è pulito e diretto, semplice come richiedono gli stilemi country ma raffinato e impeccabilmente arrangiato, con pedal steel e fiddle protagonisti sia durante le ballate sia negli uptempo più spigliati. Non ci sono artifizi o concessioni zuccherose nella migliore tradizione texana, a partire da “Finish Line” che non lascia dubbi sul contenuto del disco, fino alla splendida ballata acustica intitolata “Song For Mary” che conclude un percorso coinvolgente. All’interno di questo c’è l’accorata “Each Other’s Shoes” tra le più intense ballate del disco, “Do You Dare” pimpante e trascinante ‘rockin’ country’ con una menzione per il fiddle di Andrew White sempre puntuale e il piano di Scott Burns, la title-track “Love & Luccheses” che non può non rimandare alle migliori ‘ballads’ delle Dixie Chicks, una delle gemme più fulgide, “Only Thing Familiar” dalle trame acustiche e intensamente personali, “The Moon” profumatamente country e inevitabilmente texana e “Something Like Heaven” scritta da Walt Wilkins e perfetta per la personalità di Rachel. Disco che si gode dalla prima all’ultima nota anche quando si prende qualche pausa e visto il carattere di Rachel Laven un lavoro che la pone a fianco delle migliori rappresentanti al femminile del Lone Star State.
Remo Ricaldone

18:54

Matt Patershuk - Same As I Ever Have been

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Definire un musicista come Matt Patershuk country è certamente limitativo ed impreciso sebbene spesso emergano forti inflessioni che lo portano nel cuore di questi suoni. Il canadese di La Glace, Alberta abbraccia in maniera ampia e completa lo spettro delle sonorità roots americane e lo fa con una personalità e un talento che spero lo possano far conoscere ed amare da molte più persone e non più come uno dei segreti meglio custoditi della numerosa schiera di musicisti ‘north of the border’ che in questi anni abbiamo apprezzato. Il suo terzo disco intitolato “Same As I Ever Have Been” segue il già notevole “I Was So Fond Of You” di cui ci eravamo già occupati e prosegue ed amplia quella visione originale e magistralmente poetica che è una delle peculiarità di Mr. Patershuk, vero poeta e artista a tutto tondo. Un grande passo in avanti in termini di suoni con la produzione di Steve Dawson a proporre una continuità di intenti ma con un ‘songbook’ che si arricchisce di colorazioni e di emozioni che conquistano. I suoni sono secchi, scarni, essenziali sempre vibranti ed incisivi  quando Matt Patershuk evoca i suoi amori musicali, dalla country music di Johnny Cash, Kris Kristofferson o Waylon Jennings al country blues di Fred McDowell o al cantautorato di John Prine e il tutto si incastra alla perfezione componendo un quadro nitido seppur variopinto.  In poco meno di un’ora di viaggio passiamo da una “Sometimes You’ve Got To Do Bad Things To Do Good” roca ed ‘annerita’ quasi come se uscisse dal repertorio di un Tom Waits dedito a sonorità roots a due gemme country come “Gypsy” e la ruspante “Hot Knuckle Blues”, entrambe impreziosite dalle armonie vocali di Ana Egge. Poi è tutta una serie di rimandi alla tradizione, filtrati da una sensibilità notevole e da un filosofeggiare su temi country e blues tipico dei grandi. “Good Luck” è imbevuta dalle sonorità paludose del Delta, con il mandolino di John Reischman a rafforzare la melodia e il drumming eccelso di Jay Bellerose, a mio parere uno dei migliori batteristi in circolazione, “Memory And The First Law Of Thermodynamics” mi ricorda un Terry Allen canadese con la sensazione di poesia ed ispirazione sempre presente. Da sottolineare ancora la splendida naturalezza country di “Blank Pages And Lost Wages”, corposa nell’arrangiamento con le chitarre elettriche di Steve Dawson, il fiddle di Josh Zubot e Ana Egge sempre deliziosa, la ruvida bellezza di “Cheap Guitar”, ipnotico blues che il sax di Jerry Cook rimanda a certe cose dei Los Lobos e ancora ai ‘Lupi’ di East L.A. si può rifare la ‘mexican flavored’ “Sparrows”. Un disco questo che in qualche modo riconcilia come approccio ai suoni roots, nella concezione ampia e diversificata che Matt Patershuk interpreta e che lo impone come uno dei nomi più validi di una scena come quella canadese che non finisce mai di stupire.
Remo Ricaldone

18:50

Skip Denenberg - The Morningstar Sessions

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Skip Denenberg è un apprezzato songwriter di Philadelphia che in questi anni ha avuto la possibilità di dividere il palco e di lavorare a stretto contatto con gente come Willie Nelson (con cui ha stretto amicizia durante un Farm Aid di qualche anno fa), Neil Young, Steve Earle, Jerry Jeff Walker, Steve Forbert e Donovan, alcuni dei suoi eroi musicali, conquistando a livello locale una buona fama e seguito. Il suo approccio alla canzone country e folk (con qualche inflessione blues) è genuina e molto interessante e questo suo “The Morningstar Sessions”, inciso praticamente dal vivo in studio con la presenza di un ristretto pubblico, testimonia una vena melodicamente piacevole e un taglio narrativo efficace. Accompagnato da un combo limitato come numero ma veramente solido in cui fanno bella mostra il polistrumentista Tom Hampton (chitarre, pedal steel e mandolino), il bassista Daniel Faga e il batterista Tommy Geddes, Skip Deneberg snocciola le sue storie con estrema naturalezza e semplicità, centrando spesso il bersaglio e consegnandoci storie da ricordare per cristallina bellezza e fascino artigianale. Su tutte la frizzante “Emmylou”, naturalmente dedicata alla Harris, splendida e cadenzata canzone country in cui pedal steel e banjo caratterizzano uno dei momenti più significativi del disco, “I Think About Us (The Wedding Song)” più elettrica ma ugualmente coinvolgente e nostalgica, “The Ballad Of Tex Cobb” tra rock e radici con reminiscenze ‘springsteeniane’ e anche vicine alle prime cose di Steve Earle, così come la seguente “A Lot To Learn About Love” dalle tonalità ugualmente vicine al cantautorato roots-rock. Quella di Skip Denenberg è una proposta in cui spesso emergono le sue passioni rock anche se ogni tanto le sonorità country-folk spostano il baricentro del suono verso la tradizione. In questo senso c’è da segnalare “My Pet Peeve (The Valentine Song)” in cui la country music è sincera e godibile, così come la fluida e scorrevole melodia di “Million To One”, la malinconica “September” e lo spirito e i suoni sixties di “Wages Of Spin” e “His Old Tattoo”. Bel disco che cresce notevolmente con gli ascolti.

Remo Ricaldone

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