18:35

Brant Croucher - Blanco County Lights

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Un altro nome da aggiungere alla lunghissima serie di musicisti che nobilitano la scena texana: Brant Croucher, da Houston, personaggio dalla natura irrequieta e curiosa che l’ha portato a vivere qua e la tra Stati Uniti, Europa e Sud America vivendo con i più svariati lavori. Naturalmente quello che a noi più interessa è la musica e “Blanco County Lights” soddisfa appieno la nostra voglia di suoni ispirati tra country, folk e rock delle radici. Brant Croucher torna a casa per incidere questo disco con la produzione, impeccabile, di Jack Saunders che presta anche il suo basso e la sua chitarra mostrando grande sensibilità, così come Rick Richards sempre preciso alla batteria, Eleanor Whitmore al fiddle e Sam Austin alle chitarre, espressivo come pochi. Ospiti speciali sono poi Riley Osbourn le cui tastiere ravvivano la frizzante “Joie De Vivre” tra Texas e Louisiana, Lloyd Maines al dobro nella deliziosa “Drink (Drink Drink)”, Matt Harlan alle armonie vocali nella magistrale ballata pianistica che dà il titolo all’album, Willy T. Golden ottimo alla lap steel. Pregevolissime sono l’apertura di “When You Come To Me” con un crescendo poetico eccellente in cui il suono si fa sostanzioso grazie anche a fiddle e lap steel, “Doing Well” cadenzato midtempo di gran classe, “Theodora”, acustica ed evocativa, “Still The One” classicamente texana, “84 Boxes” scorrevole rockin’ country e “Free Will”, altro gioiellino acustico. “Blanco County Lights” riserverà sicuramente momenti godibilissimi e non faticherà a rientrare tra i preferiti di chi ama il suono texano e, più in generale, gli intrecci sonori che potremmo definire ‘alt-country’ o ‘americana’. www.brantcroucher.com.
Remo Ricaldone

18:32

Scott MacLeod - Flicker And Fade

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quarto disco all’attivo per Scott MacLeod, canadese da Calgary, Alberta,  musicista roots dalle ottime doti compositive e performer di grande pregio. “Flicker And Fade” è una sorta di viaggio attraverso gli alti e bassi della vita, vissuto intensamente tra country music e rock delle radici, prodotto in maniera eccellente e suonato con quella passione che lo avvicina a Steve Earle e a gran parte della scena tra Texas e Oklahoma che tanto amiamo. I nomi coinvolti sono per noi assolutamente sconosciuti ma la loro caratura è tale da rendere l’ora circa di questo disco decisamente godibile. Ballate e trascinanti momenti rock compongono una selezione in cui pedal steel, mandolino e talvolta banjo non stonano affatto accanto a chitarre elettriche grintose ed energiche, sempre guidate da una voce espressiva, efficace ed intensa. “Hope She Understands” è un bel biglietto da visita, pregnante e signiificativo ma è con “Never Too Late” e soprattutto con “Jump In My Step” che l’album decolla grazie ad una grande passione per il rock’n’roll filtrato naturalmente attraverso i suoni roots. “2 Run Deep” si posiziona vicino alla country music  più ‘alternative’ di band come  Son Volt tanto per fare un nome, “You Never Asked” è più ‘folkie’ e acustica grazie anche al banjo e al mandolino di Todd Maduke, “On The Mend” è ancora acustica, ballata dalle tonalità agrodolci che appassiona, “Worse For Wear” è una cadenzata canzone country la cui melodia non si pone in maniera particolarmente originale ma grazie all’interpretazione risulta genuina e vincente, “Just Around The Corner” è frizzante e grazie ad un ‘refrain’ coinvolgente e a una bella pedal steel che lavora sottotraccia risulta tra le più positive, “Cursed Pull For The Water” è ancora sulla stessa falsariga tra country e rock mentre la chiusura affidata alla lunghissima “Straight Ahead” (più di 15 minuti!) è da applausi con il suo alternarsi di parti acustiche ed elettriche, di momenti riflessivi da ballata a break strumentali di grande presa. Quest’ultimo è certamente il momento topico di un lavoro che comunque si mantiene su un livello più che buono e conferma doti umane e musicali di prima grandezza. www.scottmacleod.ca.
Remo Ricaldone

18:29

Wayne Haught - Fingers

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Nato e cresciuto in Ohio, nella più profonda provincia americana, Wayne Haught ha accumulato esperienze di vita e di musica attraverso un percorso lungo e articolato trasferendosi dapprima a Oakland dove ha fatto parte di numerose band tra country music e rock e poi scegliendo le colline della Sonoma County quale residenza. Nel 2011 ha debuttato con l’interessante album intitolato “The Crying Kind” che ci ha presentato un musicista dalle tante facce, dall’amata country music di Johnny Cash, Waylon Jennings e Hank Williams alla canzone d’autore folk  con risvolti spesso ‘dark’, dal rockabilly più scarno e scheletrico al blues, fino a reminiscenze quasi bluegrass. Le liriche sono poi di grande spessore e sensibilità con storie che narrano di amore e morte, di gioia e di dolore, di amicizia e di perdita, il tutto con profondità e cuore non comuni. Ora Wayne Haught arriva al secondo disco prodotto dal grande Peter Case in cui l’ex Plimsouls guida con classe un solido manipolo di ottimi musicisti nel supportare queste dieci nuove composizioni. Lo stesso producer non si esime dall’aggiungere il suo tocco strumentale (al piano, organo e voce) in tre canzoni mentre David Steele alle chitarre, Don Heffington alla batteria e Greg Leisz al dobro, tutti coinvolti negli anni nelle registrazioni di gente come John Prine, Lucinda Williams, Emmylou Harris, Bob Dylan, Steve Earle e Lone Justice tra gli altri, suonano con la consueta, straordinaria bravura. “Fingers” è quindi, inevitabilmente, ricco di spunti e di canzoni che lasciano il segno, dalla bellissima “Where Bluebirds Sing” che apre l’album con un tocco molto tradizionale (e anche molto texano) alla immaginifica “Political Song For Waylon Jennings To Sing” con il bel mandolino di Craig Eastman (bravo anche al fiddle) e un’atmosfera che si fa più elettrica e ‘outlaw’, dal rockabilly ‘sporco’ e viscerale di “Release Me To The Mouth Of Glory” a “Mail Pouch Chew Tobacco” nuovamente sulle corde di una country music ‘fuorilegge’ e genuina. “Horseshoe Tattoo” ha ancora l’andamento dei classici tra country music e spunti sudisti, la title-track “Fingers” aperta dal fiddle di Craig Eastman è interpretata con passione e sincerità, “Death Week In Memphis” è ballata magistrale, pungente ed evocativa, mentre alla lunga e discorsiva “All The Way To Heaven’s Gate” è affidata la chiusura di un disco che conferma Wayne Haught talento da tenere in considerazione. www.waynehaught.com .
Remo Ricaldone

19:00

Matt Ellis - The Greatest Escape

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato a Sydney, Australia ma residente da una decina di anni in California, Matt Ellis arriva al quinto disco in una carriera che sta raggiungendo livelli veramente ottimi, ponendolo tra i nomi più interessanti nel panorama roots-rock e alt-country. Dopo l’ottimo “Births, Deaths & Marriages” che lo aveva visto protagonista di un album intenso e ispirato in cui facevano bella mostra di se Greg Leisz, straordinario polistrumentista attualmente tra i migliori negli States come chitarrista e come virtuoso a pedal steel e slide, e parte dei Calexico, ci propone “The Greatest Escape”, ancora una volta con la collaborazione di Craig Schumacher (ingegnere del suono già con Neko Case, Jayhawks e Calexico). Il disco, inciso tra Tucson, Arizona e la California, mostra quanto Matt Ellis sia maturato dal punto di vista compositivo e interpretativo, formando con il precedente una coppia assolutamente rilevante. Più elettrico di “BD&M”, “The Greatest Escape” unisce la vena da puro ‘balladeer’ di Matt con la sua passione per il roots-rock più genuino, da Neil Young, sempre un’ispirazione per le generazioni recenti o meno che si muovono tra rock e radici, a Tom Petty e Ryan Adams. Bella voce, appena roca e sempre stimolante, arrangiamenti in cui la band suona con grandissimo affiatamento e cuore, dalle chitarre di Josh Norton alla batteria e alle percussioni di Fernando Sanchez, dalla pedal steel (ma anche la chitarra elettrica) di Tim Walker al basso di Grant Fitzpatrick fino alle armonizzazioni vocali della moglie Vavine: la ricetta risulta semplice ma proprio per questo efficace e invitante. Un disco questo che cresce con gli ascolti e conquista senza fatica il cuore di chi è sensibile alle commistioni tra elettrico ed acustico, tra rock e country/folk, a partire dall’accoppiata “On The Horizon” e “Thank You Los Angeles”, i due brani scelti per presentare questo lavoro, ma senza dimenticare le belle “The Greatest Escape”, “Greyhound 89”, “Texas Sky”, “Don’t Mind Losing”, “I Know A Killer” e “Ain’t No One Winning”. Disco consigliato senza remore. www.mattellis.com.
Remo Ricaldone

18:57

Ronnie Fauss - Built To Break

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Dopo l’ottimo esordio con “I Am The Man You Know I’m Not”, tra le sorprese degli ultimi anni in quella terra fertilissima a cavallo di Oklahoma e Texas, Ronnie Fauss conferma le più rosee aspettative con un altro disco fiero e solidissimo intitolato “Built To Break”, nuovamente co-prodotto con Sigurdur Birkis, già batterista di Will Hoge e qui dietro a tamburi e percussioni con la consueta forza e compattezza. Ronnie è un bravo autore e un performer in crescita, formatosi ancora prima del suo debutto grazie ad una sfilza di ep che avevano aperto la strada ad un primo lavoro già impeccabile e qui è supportato ottimamente da una bella serie di nomi, anche se poco noti al grande pubblico, a cominciare da Devin Malone nelle cui mani passano con uguale fascino e intensità dobro, mandolino, banjo, lap steel, pedal steel e chitarre, per poi citare il bravo tastierista (e fisarmonicista) Chris Tuttle e il chitarrista Sadler Vaden, tra i protagonisti di queste nuove undici canzoni che compongono “Built To Break”. Non possiamo non rimanere conquistati dal duetto con il leader dei Old 97’s Rhett Miller nella robusta e trascinante “Eighteen Wheels” o non scioglierci tra le note della più acustica e country “Never Gonna Last” in cui a duettare c’è la voce di Jenna Paulette e il fiddle di Megan Palmer gioca di fino con grande gusto. “Song For Zula” di nuovo acustica, la determinazione dell’iniziale “Another Town”, “Old Life” “Come On Down”, “The Big Catch” e “I’m Sorry Baby (That’s Just The Way It Goes)” mostrano ancora esemplari doti compositive e talento in quantità per un disco nuovamente consigliato, sia per coloro che hanno conosciuto Ronnie Fauss grazie al precedente album sia per coloro che si imbattono per la prima volta in questo nome che possiamo tranquillamente accostare a quanto di buono è stato fatto in questi anni in quelle terre. www.ronniefauss.com.
Remo Ricaldone

18:54

The Far West - Any Day Now

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo già occupati dei Far West da Los Angeles, California in occasione del loro debutto omonimo che li poneva come una delle migliori promesse di questi anni in fatto di alternative country e ‘americana’, una band con i numeri giusti per affermarsi in questa amplissima scena musicale. Ora con questo “Any Day Now” possiamo tranquillamente affermare che i Far West mantengono intatta la loro gustosa ricetta sonora e la portano ad ulteriore maturazione anche grazie a qualche aggiustamento nella line-up di cui non fa più parte Erik Kristiansen che aveva caratterizzato il loro suono con la sua eccellente pedal steel ma, con l’inserimento delle chitarre di Aaron Bakker, delle tastiere di James Williams e del nuovo batterista Travis Popichak (che sostituisce Tony Sanborn) si ricompatta e si arricchisce di nuove ‘colorazioni’. E’ proprio grazie al piano di James Williams che molte canzoni aumentano di pathos, di intensità. Naturalmente a guidare la band c’è ancora la voce di Lee Briante, uno dei punti di forza, con il contributo notevole dell’altro membro originale Robert Black a basso e mandolino. “Any Day Now” è album maturo e completo in cui le classiche influenze country californiane che avevamo apprezzato con il precedente lavoro vengono ‘personalizzate’ con le sonorità quasi ‘neworleansiane’ di “Leonard”, le godibili atmosfere tra pop e jazz di “Oh, Love!” e la ballata pianistica “Across The Bed” con i suoi echi romantici e appassionati. Questi sono i brani più originali del disco ma è con l’iniziale “On The Road”, con la notevole “Hudson Valley”, la vivace “The Bright Side”, la profonda “These Arms Will Be Empty””, l’eredità della Band in “Walk Light On This Poor Heart”, ballata country di grande spessore, “Words From A Letter”, “Wichita” che ricorda i migliori Green On Red e “She’s Gonna Leave Him Too” che i Far West rendono l’album speciale, a mio parere una delle più brillanti produzioni dell’anno appena trascorso. Un combo che ritroveremo ancora e che merita la vostra attenzione. www.thefarwestband.com.
Remo Ricaldone

18:51

Drew Holcomb & The Neighbors - Medicine

Pubblicato da Remo Ricaldone |



La ‘medicina’ a cui si fa riferimento nel titolo è, naturalmente, la Musica e il suo valore terapeutico e salvifico, il suo essere compagna e ispiratrice attraverso i momenti belli ma soprattutto quelli brutti della nostra vita. E medicina è stata anche per Drew Holcomb, musicista nato a Memphis, Tennessee ma attualmente residente a Nashville, da una decina di anni accompagnato da The Neighbors, la band di cui fa parte la moglie Ellie (voce e chitarra), Nathan Dugger (chitarre e tastiere) e Rick Brinsfield (basso), che la celebra in un lavoro che segue di poco meno di due anni “Good Light” che ha ricevuto buone critiche e un discreto livello di esposizione mediatica. “Medicine” è inciso in completa armonia con la propria ‘musa’, dando il giusto spazio all’ispirazione e lasciando scorrere le emozioni durante una serie di sedute di registrazione in cui non c’è stato spazio per sovraincisioni o ‘trucchi’ vari, partendo da un approccio tipicamente cantautorale ma arricchendolo di country, folk, rock, pop e soul, i suoni ai quali Drew Holcomb è stato esposto fin dall’adolescenza. Queste sono canzoni d’amore e di amicizia ma anche di vita quotidiana, di sofferenza e di fede, interpretate con il piglio di chi ha vissuto intensamente le storie che racconta. Bello è anche il senso melodico che pervade “Medicine”, pregno di momenti che chiedono di essere riascoltati e goduti appieno attraverso le performance di un artista che ha girato in lungo e in largo gli States e ha assorbito la ricchezza di un Paese straordinariamente variegato come ispirazioni. Dall’introduzione di “American Beauty” alla conclusione di “When It’s All Said And Done” sono poche le pause ispirative e, pur non essendo assolutamente un capolavoro, “Medicine”  si farà ricordare nel corso di quest’anno come disco di grande sincerità e limpidezza. www.drewholcomb.com.
Remo Ricaldone

18:48

The New Madrids - Through The Heart Of Town

Pubblicato da Remo Ricaldone |



“Through The Heart Of Town” è uno dei più interessanti debutti del 2014. A proporcelo sono quattro ragazzi scozzesi (Donny McElligott a chitarre, mandolino e percussioni, Owen Nicholson a chitarre, pedal e lap steel e tastiere, Callum Keith al basso e Maurice McPherson alla batteria) e un inglese (Ian Hutchison, voce e chitarre) profondamente innamorati di quel suono tra il classico rock americano e le radici country che ci ha regalato grandi musicisti e grandi dischi negli ultimi venticinque anni, dagli Uncle Tupelo (punto di riferimento imprescindibile) ai Jayhawks, ai Whiskeytown. Formatisi nel 2010 i New Madrids hanno portato la loro musica in giro per le isole britanniche prima di sbarcare negli Stati Uniti dove hanno incontrato e collaborato con gente come Jesse Dayton, Hayes Carll, Nanci Griffith e Brennen Leigh (che appare come ospite in un brano del disco), maturando uno stile brillante e vibrante, solido e variegato. “Wrapped Up” è manifesto della loro limpida musicalità con una melodia che intriga subito e un arrangiamento perfettamente bilanciato, “You” ce li presenta in veste più elettrica e grintosa e questa alternanza tra suoni più (alt) country e rock prosegue con intatta ispirazione per tutto l’album dove non ci sono punti deboli e dove sono da sottolineare le venature soul tipicamente sudiste di “Shake” con i fiati di Bruce Michie, la nitida bellezza di “Hey Christine” con la pedal steel a ‘dipingere’ con gusto, la convincente melodia di “Shine A Light” interpretata con genuina passione, “Big Fun” un rockin’ country di chiara marca texana, la lunga “Long Is The Way” con i suoi eccellenti arpeggi acustici che mi ricordano i Black Crowes più rootsy e “Alaska”, altra ballata di grande pregio con la presenza vocale della già citata Brennen Leigh. Questi ragazzi di Perth hanno colto nel segno con un disco che si fa ascoltare con grande piacere, un lavoro già adulto che spero possa essere il viatico per una carriera luminosa. www.thenewmadrids.com.
Remo Ricaldone

09:28

Stoney LaRue - Aviator

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo lasciati con il bellissimo “Velvet”, disco che confermava l’avvenuta affermazione di Stoney LaRue quale alfiere di quella che è una delle scene musicali migliori negli States, quella tra Texas e Oklahoma, terre fertili e pregne di country music e folk ma anche di roccioso rock’n’roll. “Aviator” ci riconsegna un personaggio straordinario, un ispirato e talentuoso musicista nato a Taft, Texas nel 1977 ma che ha sempre guardato a nord, all’Oklahoma, quale fonte di ispirazione per la propria musica. Ancora Mike McCarthy e Frank Liddell siedono dietro alla consolle in veste di produttori e il grande amico Mando Saenz quale produttore esecutivo, co-autore e vocalist, per un lavoro dai suoni prettamente acustici, magnificamente arrangiati e proposti in collaborazione con grandi nomi degli studi di registrazione di Nashville, dalla sezione ritmica formata da Glenn Worf al basso e Jerry Roe alla batteria alle chitarre acustiche di Randy Scruggs, al fiddle di Glen Duncan, alla steel di Jim Hoke tra gli altri. Ci troviamo ancora una volta di fronte ad una selezione di grande impatto, fresca nelle melodie e solida nelle interpretazioni, sempre fedele allo spirito con il quale Stoney ha contraddistinto la sua carriera, tra l’amata country music, la canzone d’autore che dalle sue parti ha visto nascere alcuni tra i più grandi nomi della musica americana e le sonorità preziose del profondo sud. “First One To Know”, “One And Only” e “Aviator” basterebbero a nobilitare l’album con le loro sonorità cristalline, ma è tutto il disco a viaggiare su livelli più che buoni con una menzione particolare per “Golden Shackles” con l’armonica che lavora di fino, il fiddle a pennellare e il ritmo che cresce, “’Til I’m Moving On” cadenzata e graziosamente pigra, tipicamente ‘southern’, “Still Runnin’” dove piano e steel si intrecciano e introducono una ballata appassionata, l’agrodolce “Million Dollar Blues” e la lunga “Studio A Trouble Time Jam” dove Stoney LaRue scava nel rock’n’roll più classico tra passato e presente. “Aviator” non ha bisogni di molti inviti, chi conosce la musica di Stoney ritroverà le emozioni e le sensazioni che ha condiviso in passato,  per chi invece non lo conosce ancora potrà essere il primo tassello per un piacevolissimo viaggio all’indietro nella sua discografia. www.stoneylarue.com.
Remo Ricaldone

09:26

Brad Colerick - Tucson

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Cresciuto nel Nebraska ma attualmente residente in California, Brad Colerick ha assorbito i suoni del sudovest aggiungendo influenze country alla sua ispirata vena cantautorale e proponendo con questo suo recente “Tucson” un lavoro rimarchevole e assolutamente godibile. “Tucson” è stato per lui un viaggio della mente in cui ha potuto esprimere e presentare i suoi sogni e le sue speranze, affidandosi ad una bella serie di musicisti che hanno contribuito a colorare un songbook di tutto rispetto. Charlie White e Steve Hanson in primis sono i protagonisti di queste session con i loro strumenti a corda, chitarre, pedal steel, banjo, mandolino, dobro, vere ‘guide’ di arrangiamenti sempre eccellenti e poi Dave Roe (basso) e Ken Loggins (batteria) precisi e solidi come sezione ritmica e le apparizioni come ospiti di April Verch al fiddle, Herb Pedersen alle armonie vocali e Phil Parlapiano alle tastiere quali ciliegine su una torta naturale e genuina, tutti musicisti dalle grandi doti e dalla notevole sensibilità. La title-track apre con una slide che ricorda le atmosfere desertiche di Ry Cooder in “Paris, Texas” per poi subito aprirsi ad una melodia tra le più belle del disco, “Blue Horizon” ha nel banjo che la caratterizza il suo punto di forza, “”This Is What I  Do (Mighty Keeper)” è una delle melodie più intriganti per una ballata che rimane scolpita nella memoria, “Late Winter Snow” è riflessiva e accorata, “Brakeman’s Door” è pimpante con il suo ‘bluegrass feel’, interpretata con forza e orgoglio, “Tragedy” è più amara ma ancora profonda e sentita mentre la chiusura è affidata a “Roll On”, tra country e ‘americana’, un altro gioiellino. Questi sono secondo me i punti di forza di un disco che scorre molto bene, mai banale, decisamente un lavoro riuscito per un artista talentuoso. www.bradcolerick.com.
Remo Ricaldone

Secondo lavoro per i New American Farmers, la nuova creatura sotto cui si celano i nomi di Nicole Storto e Paul Knowles, musicisti dalle radici profondamente legate ai suoni tra country music, folk-rock e americana. Dopo il positivo “Brand New Day” di cui ci siamo occupati in precedenza, “The Farmacology Sessions” si attesta maggiormente su suoni più influenzati dagli anni sessanta con una predilezione per i Byrds (quelli più ‘psichedelici’ della seconda parte dei 60s), i Jefferson Airplane più roots e per CSNY, non dimenticando il country-rock più ‘cosmico’ tra Gram Parsons e i New Riders Of The Purple Sage. Un disco questo che cresce in maniera esponenziale ascolto dopo ascolto, affascinando per un approccio trasversale che rende la proposta sempre intrigante ed originale, pur con i riferimenti sopra citati. Le chitarre elettriche di Paul Knowles, affiancate a quelle dell’ex Green On Red Chuck Prophet (altra grande influenza è stata la band di Dan Stuart e Chuck Prophet) e alle pedal steel e lap steel di Dave Zirbel formano una base solida e compatta sulla quale si sviluppano i temi melodici per la maggior parte frutto della partnership Storto/Knowles. Tre sono le cover tra cui spicca una bella cover del classico di Hank Williams Sr. “I’m So Lonesome I  Could Cry”, riproposta con un taglio contemporaneo che non ne sminuisce la forza e il fascino. La byrdsiana “The Door Into Summer” che assomiglia ad una outtake da “Notorious Byrd Brothers” e la movimentata “Rain In The Summertime” piena di colori sixties sono le altre due cover, mentre tra gli originali spiccano “Down At The Pharmacy” dal refrain che mi ricorda i Kinks più ‘rurali’ con in primo piano la pedal steel, l’elettrica “Aiming For The Daylight” che non nasconde un omaggio ai Green On Red, “The Garden”, sontuosa ballata elettrica che non stonerebbe nel repertorio di Israel Nash Gripka e la limpida e cristallina “Just A Note” con chitarre acustiche e steel a caratterizzare la melodia. Un disco molto interessante, non solo per nostalgici ma per coloro che subiscono il fascino delle ‘commistioni’ sonore. www.newamericanfarmers.org.
Remo Ricaldone

09:20

Victor Camozzi - Cactus & Roses

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato a Waco ma residente attualmente ad Austin, Texas, Victor Camozzi rappresenta il classico texano tra country music, canzone d’autore e passioni roots-rock, in possesso di una voce e di una propensione musicale che lo avvicina molto a Robert Earl Keen con cui condivide senso melodico e sonorità. Al terzo album con questo “Cactus & Roses” prosegue il suo bel percorso fatto di canzoni dal sapore agrodolce che parlano di rapporti interpersonali e di vita quotidiana in maniera credibile e sincera. Il polistrumentista Matt Downs e il drummer Gary Mallaber, veterano di mille sessions, lo accompagnano attraverso una serie di brani che risultano piacevoli e scorrevoli, perfetti per chi ha seguito la scena del Lone Star State in questi anni. “Pretty Smile”, “Bottom Of My Broken Heart”, “The Lost Girl”, “Ballad Of The Mystiqueros” formano un’intrigante introduzione ad un disco che conferma una crescita compositiva ed interpretativa magari non straordinaria ma di buon valore. “The Other Side Of The Mountain”, la title-track “Cactus & Roses”, “Crooked” e “Daddy Don’t Do Cocaine” meritano una citazione particolare per approccio e profondità nell’affrontare i vari aspetti delle emozioni che ci coinvolgono e che rendono la vita meritevole di essere vissuta. Merito poi del citato Matt Downs per avere curato la produzione in modo intelligente, dando spazio alla personalità di Victor Camozzi facendo emergere la sua passione per i suoni della terra texana.
Remo Ricaldone 

LONESTARTIME.COM PRESENTA:

RICH O’TOOLE & BLEU EDMONDSON CHRISTMAS ACOUSTIC TOUR

- Giovedì 11 dicembre 2014 @ Draft American Slow Diner, San Marino (località Domagnano)

- Venerdì 12 dicembre 2014cena di Natale di Lonestartime @ I Vizi del Pellicano Fosdondo di Correggio (Reggio Emilia); e prenotazione cena entro il 10/12

Con il solito immancabile entusiasmo Lonestar Time mette sotto l’albero di Natale un regalo per tutti gli appassionati di Texas Music e country-rock in genere; un regalo che vuole essere un semplice ma sincero ringraziamento per tutti quelli che ci seguono costantemente e che vuole celebrare insieme ai fans un altro anno di attività live uniche nel settore in attesa di un 2015 che si annuncia pieno di esaltanti sorprese!
Si festeggia insieme con il ritorno in Italia del giovane talento texano RICH O’TOOLE e con la prima volta in Europa di BLEU EDMONDSON!!

RICH O'TOOLE
Il sound di Rich O’Toole, che non nasconde incondizionato amore per personaggi come Springsteen, Robert Earl Keen e Pat Green, è una miscela esplosiva di rock, blues e alt-country che porta alla ribalta, con rinnovata forza e prorompente energia, tutti gli elementi tipici della musica americana rivisitando il folk ed il rock tradizionale alla luce di una sferzata di chitarre elettriche senza snobbare l’attitudine per un certo power-pop più maturo capace di coinvolgere anche il pubblico giovane normalmente più avezzo alle proposte di MTV (e la cosa ci sembra decisamente un pregio!) e soprattutto senza perdere di vista la scrittura del miglior cantautorato made in Usa.
In questo tour lo vedremo nella veste acustica più country-folk oriented dove l’attenzione sarà concentrata proprio sulla sua abilità di cantautore presentando, oltre ad i suoi successi, una serie di brani inediti tratti dal suo ultimo lavoro Jaded.

BLEU EDMONDSON
Bleu Edmondson è uno dei punti di forza dell’attuale scena musicale texana ed incarna al meglio quel genere che oggi viene indicato con il nome di Texas Red Dirt Music dove la musica roots/rock americana incontra le diverse influenze del country, del blues e del tipico cantautorato made in Texas. Edmondson incide i primi dischi del 2001 e del 2002 sotto la guida di Lloyd Maines, immenso produttore discografico considerato il re mida della Texas Music, e da allora si piazza costantemente ai vertici della Texas Chart finendo ogni anno tra i primi 50 artisti nelle classifiche di riepilogo dei passaggi radiofonici del Lonestar State.
Il songwriting di Bleu è l’esempio concreto dell’espressione “real music for real people!” e non tradisce la scuola di personaggi come Bruce Springsteen e Willie Nelson o come Waylon Jennings e Uncle Tupelo; canzoni che suonano tanto fresche e oneste quanto taglienti e profonde dove il romanticismo urbano del rock stradaiolo incontra tutta la poetica tipica dell’ hill country texano.
Con più di 200 concerti all’anno Bleu porta un giro un live show tra i più potenti della scena texana.
Gli ultimi due album "Lost Boy"  e "The Future Aint What It Used To Be" sono tuttora due pietre miliari nel panorama musicale del Lonestar State.

Support Live Music, Support Songwriting, Support Texas Music and…MERRY XMAS BABY!!!!

18:52

Malcolm Holcombe - Pitiful Blues

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Originario della regione chiamata Piedmont nel North Carolina, storicamente una delle più fertili del sud statunitense, Malcolm Holcombe rappresenta con grande carisma e forza espressiva quel musicista in perenne bilico tra country music, blues e folk, capace di proporre un suono scarno, desertico ma al tempo stesso pieno e ispirato. Voce roca e abrasiva, stile chitarristico notevole, doti compositive eccellenti, Malcolm Holcombe vanta una carriera più che ventennale ma solo nove dischi, preziosi scrigni dove si possono trovare veri gioiellini, tutti frutto della sua vena poetica, della sua vita vagabonda. “Pitiful Blues” è inciso tra North Carolina e Tulsa, Oklahoma (ma Malcolm è più volte sceso in Texas a conferma di una vicinanza con i grandi troubadours del Lone Star State come Townes Van Zandt e Guy Clark) ed è ancora una volta ‘affidato’ alla sapienza e alla passione di Jared Tyler, fedele pard di Mr. Holcombe in questi anni. Con un piccolo contributo da parte di un manipolo di oscuri ma ispirati sidemen il gioco è fatto e l’album viaggia su melodie e sonorità che appassioneranno i fan dei grandi songwriter roots americani. Dall’arpeggio che introduce la title-track “Pitiful Blues” alla magnifica “Roots” per poi proseguire con  momenti accorati ed emozionanti come “By The Boots”, “Words Not Spoken”, “Savannah Blues”, “Words Of December” (splendido esempio di una musica tutt’uno con la propria terra), “The Music Plays On”, è chiaro quanto Malcolm Holcombe rappresenti il lato più intrigante della canzone d’autore figlia della tradizione. Un disco questo che entra nel cuore nella maniera più diretta ed immediata per occuparne uno spazio sostanzioso e duraturo. www.malcolmholcombe.com.
Remo Ricaldone

18:50

John Cowan - Sixty

Pubblicato da Remo Ricaldone |

John Cowan ha rappresentato nel corso degli ultimi quarantanni circa il musicista dalle amplissime vedute in fatto di musica delle radici, fissando le proprie passioni in un percorso di grande rilievo, pur con qualche inevitabile pausa di riflessione. Ed è altrettanto inevitabile che ora, alla soglia dei sessantanni, il bassista e cantante nella straordinaria stagione dei New Grass Revival di Sam Bush e Bela Fleck ora impegnato nella divertente e fattiva collaborazione con i riformati Doobie Brothers, tiri le fila di una carriera notevolissima. “Sixty” è infatti la summa dei suoni che lo hanno formato, dalla country music al bluegrass (o new grass che dir si voglia), dal soul al pop degli anni cinquanta e sessanta. Alla produzione c’è John McFee, grandissimo chitarrista prima di tutto e anche lui membro dei Doobies, in grado di sfruttare al meglio il talento vocale di John Cowan, da sempre una delle voci più caratteristiche con il suo timbro alto e nitido, assolutamente non appannato dagli anni ma forse ora ancora più espressivo. Se l’iniziale “Things I Haven’t Done” riprende idealmente le radici new grass pur in un contesto rockeggiante e con l’apporto di Rodney Crowell alle armonie vocali, la cristallina armonia del piccolo classico dei Flying Burrito Brothers targati Rick Roberts si sviluppa sul banjo di Bernie Leadon e sul mandolino di Chris Hillman che di quella formazione furono  membri fondanti e fondamentali. “Devil Woman” firmata da Marty Robbins e l’indimenticabile “Miss The Mississippi (And You) dal repertorio di Jimmie Rodgers lo riportano alla storia della country music, pur con arrangiamenti volutamente diversi ed originali, la prima virata verso il pop, la seconda con spirito sudista e quasi dixieland. Sam Bush collabora in “Rising From The Ashes”, eccellente composizione del producer John McFee, rivisitazione del suono al quale John Cowan è legato da parecchie decadi, quell’unione di bluegrass e roots rock (usando un termine moderno) che fece la fortuna dei New Grass Revival mentre “Happiness”, eterea e sognante, proviene dal repertorio dei Blue Nile. “Fate Full Of Shadow” con le sapienti e delicate percussioni del veterano Kenny Malone, il dobro di John McFee e la matura performance di John Cowan è un altro punto fisso del disco, seguito dalla sorprendente cover della beatlesiana “Run For Your Life”, qui arrangiata con bel spirito rock e le belle chitarre di Jim Messina e la steel di Jay Dee Maness. Ancora da citare “Sugar Babe” di Jesse Colin Young tra new grass e Bakersfield, l’affascinante “Who’s Gonna Cry For You” tra rock e afflati blues e con l’apporto vocale di Alison Krauss e la conclusiva “Feel Like Going Home” di Charlie Rich dove l’accompagnamento pianistico di Leon Russell esalta la vocalità, ancora una volta splendida, di Mr. John Cowan.
Remo Ricaldone

18:46

Yvette Landry - Me & T-Coe's Country

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dopo due ottimi dischi in cui la musicista di Breaux Bridge, Louisiana si è fatta apprezzare per un approccio vitale e brillante alle radici country, Yvette Landry decide di celebrare la tradizione, di affrontare alcune delle canzoni da lei più amate, veri classici senza tempo. La scelta, a mio parere coraggiosa e vincente, è quella di spogliare queste canzoni da ogni orpello per fare emergere le melodie e per far risaltare la sua voce. Chitarra acustica e pedal steel, nelle mani dell’ottimo Richard Comeaux, sono gli unici ingredienti di “Me & T-Coe’s Country”, un piacevolissimo viaggio attraverso un repertorio rivisitato con profondo rispetto ed amore. “Tennessee Waltz”, “Cold, Cold Heart”, “I Fall To Pieces”, “Together Again”, “It Wasn’t God Who Made Honky-Tonk Angels”, “Hey Good Lookin’”, “Bucket’s Got A Hole In It” hanno veramente bisogno di poche presentazioni per chi segue la country music più tradizionale e qui escono fuori in tutta la loro grandezza con gli svolazzi di pedal steel che impreziosiscono queste nuove versioni. Ad aggiungersi a questi super classici ci sono “Can I Go Home With You”, altra cover ma di Caleb Klauder, nuovo grande country singer e le originali “Together, Forever” e “Memories Of Clelia”, due brani della stessa Yvette Landry che ben si inseriscono nella selezione. Unica eccezione alla regola del duetto chitarra acustica/pedal steel è la conclusica “I’m Leaving It Up To You”, bonus track dal sapore anni cinquanta, ballata godibilissima caratterizzata dal piano di Eric Adcock e dalla chitarra elettrica di Roddie Romero. “Me & T-Coe’s Country” riporta la country music alla semplicità originaria grazie ad un’artista che la ama e la rispetta, cosa non così comune tra coloro che la ripropongono in questi anni. Consigliato. www.yvettelandry.com.
Remo Ricaldone

18:44

James Hand - Stormclouds In Heaven

Pubblicato da Remo Ricaldone |

James Hand è un tradizionalista, un puro cultore del retaggio della country music, nato in quella fertile terra al centro del Texas in cui è inevitabile crescere al suono di Hank Williams Sr., Lefty Frizell, Ray Price o Ernest Tubb, tutti nomi ai quali, nel corso di una carriera discografica certamente parca ma qualitativamente eccellente, si è sempre ispirato. E’ comunque solo da una quindicina di anni che la sua musica, un mix di country music, echi bluegrass e basi gospel, ha avuto un riscontro, attirando l’attenzione di Willie Nelson e Ray Benson che in qualche modo lo hanno aiutato ad uscire dall’anonimato. Tra il 2006 e il 2009 ha inciso due ottimi dischi per la Rounder, etichetta che lo ha supportato e permesso di ampliare la sua ‘fan base’. “The Truth Will Set You Free” e “Shadow On The Ground” sono infatti due significativi esempi di una credibile country music in cui la tradizione emerge in maniera prepotente e non è mai mero esercizio archeologico. “Stormclouds In Heaven” focalizza ora le radici gospel di James Hand in una selezione ampia ed articolata che riprende anche due episodi già editi, “If I Live Long Enough To Heal” e “Men Like Me Can Fly”, dai due sopracitati album per la storica label del Massachussetts. Il resto è composto interamente da materiale originale, nessuna concessione ai classici del genere, un godibile e sentito omaggio ad un aspetto sempre presente nella musica sia ‘bianca’ sia ‘nera’ del profondo sud. Ad arricchire un suono prettamente acustico ci sono molti nomi noti della scena texana, dai preziosi dobro e ‘resonator’ di Cindy Cashdollar al frizzante fiddle dell’Asleep At The Wheel Jason Roberts, oltre agli eccellenti pianisti Floyd Domino e Earl Poole Ball e alla veterana Lisa Pankratz alla batteria. “Lord Above” con il mandolino di Brennen Leigh, la pianistica “Baby’s Promise”, le profonde “Tomorrow When”, “No One Ever Dies”, la title-track “Stormclouds In Heaven”, “Devil Ain’t No Quitter” e “There Is A Time” contribuiscono a completare un bel quadro delle doti di un musicista di grande caratura. Disco valido e consigliato a coloro che amano la tradizione. www.jameshand.com.
Remo Ricaldone

18:40

Davey O. - No Passengers

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Da Buffalo, New York arriva questo interessante cantante ed autore tra i finalisti nel 2013 nella categoria ‘New Folk’  dell’annuale appuntamento del Kerrville Festival nelle magnifiche colline della ‘Hill Country’ texana. Non è il suo esordio, ha una manciata di lavori autoprodotti alle spalle e una crescente popolarità a livello locale tra la costa est e il midwest, grazie anche all’apertura dei concerti di Eric Andersen, Suzanne Vega, Poco e altri musicisti tra folk e country. “No Passengers” è una sorta di ep, sette canzoni dal taglio intimo ed intelligente, quasi autobiografico, ma anche uno sguardo all’America di oggi nell’accezione più personale e privata. “Main Street” è uno sguardo a quanto siano cambiate le caratteristiche, umane e ‘topografiche’, delle tante ‘small towns’ a causa della crisi economica, “The Song I Wrote” e “The Walk” celebrano i rapporti interpersonali, tra amore ed amicizia, “Ask Yourself The Question” è una considerazione sul lavoro e su come fare a motivarsi per tirare avanti, “Standing In These Shoes”, tra le più belle della selezione, parla ancora di sentimenti e del valore che si danno alle cose che ci appartengono. In chiusura un bel tributo a Johnny Cash, uno dei grandi ai quali Davey O. si sente più legato, pur stilisticamente molto diverso: una cover del classico “Long Black Veil” riproposta con il cuore in mano. “No Passengers”, pur nella sua brevità, risulta completo ed espressivo, un ennesimo esempio di vitalità della scena roots. Un nuovo nome che merita di essere apprezzato. www.daveyo.com.
Remo Ricaldone


VENERDI' 24 OTTOBRE 2014 a I VIZI DEL PELLICANO
via Ronchi di Fosdondo, Correggio (RE) ore 22.30

Rod Picott racchiude nella sua musicalità quanto di meglio la canzone d’autore americana ha da offrirci in questi anni. La sua è una discografia di grande qualità, arricchita ora da “Hang Your Hopes On A Crooked Nail”, un lavoro ancora una volta appassionato e profondo, intensamente meditato e proposto con la consueta maestria. La produzione dell’esperto RS Field non fa che accrescere la bontà di un progetto di per se rimarchevole le cui storie ci parlano dell’America che più amiamo, quella apparentemente marginale ma senza dubbio più vera e sincera.
La profonda stima ed amicizia nei confronti di Slaid Cleaves, altro grande personaggio, ci regala “You’re Not Missing Anything”, “Where No One Knows My Name” e “Dreams”, quest’ultima composta con la collaborazione dell’amica e partner musicale Amanda Shires, con la quale firma “I Might Be Broken Now”, pigramente e deliziosamente countreggiante.
L’ottimo periodo di forma che sta attraversando Rod Picott è poi dimostrato da una serie di eccellenti canzoni come “65 Falcon”, la ‘texana’ “Mobile Home”, “All The Broken Parts”, “Milkweed” aperta dalle note evocative del piano di Joe Pisapia e la intima “Nobody Knows”, tutti momenti in cui Rod canta veramente con il cuore in mano.
Per info: Max 3356924056 - Cri 3929123507

09:30

Jim Keaveny - Out Of Time

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“Out Of Time”, quinto disco per Jim Keaveny, musicista nato a Bismarck, North Dakota ma attualmente residente a Terlingua, Texas dopo parecchi anni di vita ad Austin, è il suo salto di qualità, il suo lavoro più bello e maturo. Dopo innumerevoli esperienze in cui ha girato gli States in autostop e nei treni merci, Jim Keaveny ha fissato le sue storie nelle canzoni di album come “These Old Things” (2000), “The Great Historical Bum” (2002), “A Boot Stomping” (2005) e soprattutto “A Music Man” (2009) in cui già si intravedeva una crescita sicura e decisa nel materiale, crescita in qualche modo completata con “Out Of Time” in cui country music e folk si intersecano con una forza non comune, ricordando spesso il Bob Dylan più ispirato della svolta elettrica degli anni sessanta. “Eugene To Yuma” è subito diretta e affascinante, un quadretto di grande ispirazione che ci consegna tutto il talento e la classe di Mr. Keaveny, subito seguita da “From The Black” che ha il sapore della country music ‘old fashioned’ dei seventies e da “Anything Without You” che sembra una outtake da “Blonde On Blonde” o da “Highway 61 Revisited” di Mr. Zimmerman. Oltre a questo trittico iniziale il livello si mantiene alto e l’estro continuo con le ottime “Ridin’ Boots” (ancora molto dylaniana con l’armonica in primo piano), “Out Of Sight” (altra storia piena di riferimenti autobiografici), la deliziosa “Changing”, “Lucy Ain’t Got No Arms”, “The Girl” dinamica e frizzante e “The Yippee-I-Ay Song” discorsiva e poetica. Un disco questo ricco di spunti e di riferimenti, giocato sempre sul filo dei ricordi, interpretato con quella sfrontatezza e quella verve che hanno coloro che hanno veramente vissuto le situazioni descritte nelle proprie canzoni. Un artista maturato come in buon vino..e come il buon vino da gustare e da centellinare. www.jimkeaveny.com.
Remo Ricaldone

09:26

Stan martin - Whiskey Morning

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Stan Martin e la sua fida Telecaster tornano alla ribalta con l’album numero cinque di una discografia pregna di ottima country music, figlia di una tradizione che ormai è patrimonio condiviso quasi esclusivamente dal panorama indipendente, in maniera viva e vitale. “Whiskey Morning” è una raccolta di limpide country songs tra California e Texas, con forti legami alla Music City dal retaggio più tradizionale, un viaggio ancora più sorprendente se consideriamo che Stan Martin proviene dalla east coast, dai sobborghi meridionali di Boston, Massachussetts. “Whiskey Morning” è quasi inevitabilmente concepito, registrato e proposto nella maniera più ‘old school’ possibile, senza aggiunte digitali o giochini di studio, interpretato con grande cuore e passione, prodotto in compagnia di Dave Roe, bassista già collaboratore di Johnny Cash e Dwight Yoakam. I nomi coinvolti sono poi veterani di mille session, esperti ma sempre ispirati, in grado di catturare quello spirito essenziale e crudo tipico di un suono che, per risultare credibile e reale, ha bisogno di semplicità e sincerità. Il resto lo fa l’estro e la bravura compositiva di Stan Martin, autore di tutto il materiale presente nel disco in una sorta di tributo alle proprie radici e ai propri miti musicali. Onestà e grande sensibilità sono i denominatori comuni di una selezione che si avvicina di volta in volta a Merle Haggard, a Buck Owens, a George Jones, a Dwight Yoakam, a Kris Kristofferson, pur mantenendo una piacevole aura contemporanea. Da “Damn This Town”, grande ballata acustica, a “Running Away” in cui si intrecciano pedal steel e telecaster in maniera veramente classica, dal fascino agrodolce di “Singer Of Songs” alle connessioni tra country e pop di “The Note”, tutto concorre nel tratteggiare un quadro più che chiaro sulle intenzioni e sulla voglia di Stan Martin di porsi come vero tradizionalista. Disco da centellinare e da godere nella sua interezza. www.stanmartin.net.
Remo Ricaldone

09:23

Bob Cheevers - On Earth As It Is In Austin

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Prosegue con grande sicurezza e forza poetica la seconda (o terza?) giovinezza di Bob Cheevers, saldamente ancorato alla tradizione cantautorale di Austin, Texas, tra country music e folk. “On Earth As It Is In Austin” è ancora una volta, significativamente, un omaggio alla città che lo ha accolto e valorizzato appieno, proponendo quindici canzoni in cui appaiono altrettanti nomi importanti della scena della capitale texana in un contesto essenzialmente acustico, intimo e ispiratissimo. La vena poetica di Bob Cheevers, il suo fine senso dell’umorismo, il suo puro talento compositivo (che ha colpito gente come Johnny Cash e Waylon Jennings tra gli altri, e non è poco) sono qui evidenti e chiari, in un continuo intrecciarsi di chitarre acustiche. Walt Wilkins, Stephen Doster, Will Sexton, Chris Gage, Bradley Kopp, Dustin Welch, Warren Hood e Marvin Dykhuis sono solo alcuni dei nomi coinvolti in un album che si dipana per oltre un’ora e che mostra quanto sia efficace il songwriting di Bob Cheevers, oltre al nitido timbro vocale che rimanda subito a Willie Nelson, tra i preferiti del Nostro. Ed è proprio su queste assonanze che Bob ironizza e tributa il suo affetto a Willie nella ottima “You Sound Just Like Willie” e nella toccante canzone che dà il titolo al disco, mentre da rimarcare, tra le piccole gemme presenti, “My First Rodeo”, addolcita ulteriormente da una bella pedal steel, “Made In Mississippi” dalle tonalità bluesy e un po’ misteriose, “Snake Oil Man” con la presenza al banjo del figlio di Kevin Welch, la splendida “Hey Hey Billy” attraversata dal fiddle di Warren Hood, le emozioni di “West Texas Sundown”, le reminiscenze ‘mexican’ di “I Don’t Need A Thing” e la lunga, rarefatta “Paradise Lost”, perfetta per chiudere un lavoro che è il manifesto ideale delle intenzioni e della passione di un nome che merita attenzione e apprezzamento. www.bobcheevers.com.
Remo Ricaldone

09:20

Jesse Brewster - March Of Tracks

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Terzo disco indipendente per Jesse Brewster, cantante, autore e buon chitarrista il cui percorso ‘evolutivo’ lo ha portato ad inserirsi con bravura in quel panorama ‘americana’ che tanto ha dato in termini di ispirazione e passione. Country music, southern rock, folk e una spruzzata di soul sono le coordinate entro le quali si sviluppa questo “March Of Tracks”, lavoro maturo e piacevolissimo, certamente non rivoluzionario ma con una bella serie di canzoni che si fanno ricordare. “Make Or Break” apre con un bel midtempo, con la giusta dose ‘rockin’’, ispirato e coinvolgente, “Circles” è più soft, acustica, melodia sempre azzeccata, “Left To Lose”, sempre sulla stessa falsariga, gioca su sfumatura più country grazie alla pedal steel, mentre “Waiting For My Chance” è tra le più positive di un disco che ha qualche momento di pausa (le non felicissime “Can’t Keep A Good Man Down” e “Lady Luck”, tranquillamente evitabili) ma che riesce a proporsi spesso con guizzi di talento compositivo e vivace musicalità. “Rest Of My Life”, un country-rock d’autore da cui emerge una contagiosa carica positiva, “Innocent Sinners” riporta i suoni ai gruppi country-rock degli anni settanta, dai Poco agli Ozark Mountain Daredevils, “Cowboys And Loneliness” uno strumentale evocativo e cinematografico, “Accomplice” che chiude con un bel pickin’ chitarristico e suoni tra country e blues, sono certamente i momenti su cui soffermarsi con maggiore attenzione, gli ‘highlights’ che rendono interessante l’album. A mio parere un musicista sulla giusta strada per affermare completamente il suo talento, magari ‘sfoltendo’ un po’ un repertorio che necessita una maggiore focalizzazione. www.jessebrewster.com.
Remo Ricaldone


Per la prima volta in Italia i due artisti americani in tour di supporto ai loro nuovi album!...Country....Blues....Gospel...Roots Music...quanto di meglio la scena americana ci può regalare grazie a due splendidi artisti!

Cominciamo alle 21 con una cena su prenotazione:
(DA CONFERMARE ENTRO mercoledì 8 ottobre) al numero 3385450243.

_Tortelli di patate con sugo di funghi porcini
_Costine di maiale in salsa barbecue con patate al forno e spinaci al burro
_Torte miste della casa

Prezzo 20€.

(Il costo della cena include anche il biglietto degli spettacoli)

Kaizen dj fino a tarda notte.

Ingresso 5 euro riservato ai soci 
Arci Reggio Emilia (pagina ufficiale) .

Jason Eady è cresciuto a Jackson, Mississippi dove ha inevitabilmente frequentato la scuola primaria del blues, del delta e della soul-music arrivando ad esibirsi per clubs già all'età di 14 anni; il passo, e l'esigenza naturale, dall'interpretare i grandi classici alla ricerca di un proprio songwriting lo ha portato un pò in giro per approdare finalmente in Texas, dove l'attenzione particolare per il cantautorato lo ha immediatamente riconosciuto come uno dei talenti più interessanti in circolazione! Adottato senza esitazione dalla scena country/red dirt ha conquistato la massima stima di colleghi-amici come Cody Canada, Jason Boland, Drew Kennedy e molti altri tra cui Kevin Welch, con il quale lavora alla produzione di ben tre dei sei dischi fin qui registrati; in particolare, negli ultimi due, la ricerca per le sonorità più country e roots lo spingono, nonostante la fiera produzione indipendente, a debuttare in billboard tra i primi 40 albums di settore ridando dignità ad un genere ormai piegato alle leggi del business più spregiudicato! L'album "AM Country Heaven" diventa subito uno dei manifesti della nuova ri(e)voluzione musicale tradizionale americana dove lo spirito di artisti come Merle Haggard o George Jones rivive alla luce di un songwriting sorprendentemente maturo e credibile! L'ultimo splendido "Daylight & The Dark" arriva come la più bella delle conferme; registrato anche questo con un cast di musicisti stellari definisce una volta per tutte la strada di Jason Eady, portatore sano di quel blues/country sound tipico di certe frequenze radio AM...esattamente dove il nostro paradiso musicale può ancora esistere!!!

Courtney Patton, texana di nascita, ha la sua fonte di ispirazione nel rock/folk anni settanta e nella country music più classica; l'ultimo album "Triggering A Flood" è stato salutato dalla critica come una piccola gemma di Americana/Country music dove la splendida voce di Courtney, caratterizzata da un inconfondibile ed intrigante Texas-twang è esaltata da un songwriting affidato ad una penna particolarmente interessante; diverse le collaborazioni che la stanno portando alla ribalta della scena internazionale tra cui quella con la leggenda red dirt Mike McClure che per lei ha speso parole di grande approvazione!


17:41

Lost Immigrants - An Americana Primer: vol. 3

Pubblicato da Remo Ricaldone |

James Dunning e soci chiudono la trilogia di “An Americana Primer” con un episodio ancora una volta intrigante, più elettrico del precedente e di nuovo confermando il loro status di primaria importanza nel panorama del Lone Star State. Le due chitarre elettriche del leader e di Blake Brownlee, la sezione ritmica formata da Chad Stewart alla batteria e da Eric McGinnis al basso e le tastiere di Ryan Pool avvolgono le nuove sette canzoni firmate da James Dunning, sette ulteriori esempi della sua vitalità e del suo talento. “Reaching Out” apre con grande energia il disco, “Cry Me a River Blues” lo fa librare alto grazie ad una eccellente melodia, una delle migliori dell’album, “Straight To The Grave” è rocciosa e molto sudista, tutta slide e sudore, “Angel Wings” ha ancora dalla sua una melodia ispirata ed evocativa, interpretata con grande cuore, “Gimme A Holiday” alza il tiro con un rock più ‘easy’ e godibilissimo, “Love Love Love” è ballata elettro-acustica orecchiabile e fresca, “I Can’t Be Trusted With A Heart Like Yours” chiude in bellezza presentandoci una band in gran spolvero, decisamente in grado di competere con il meglio che il Texas ci ha proposto in questi anni. E non è poco. Una trilogia da prendere in blocco, senza remore. www.lostimmigrants.com
Remo Ricaldone

17:39

Hannah Aldridge - Razor Wire

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“Razor Wire” segna il debutto per Hannah Aldridge, una nuova ed interessante ‘chanteuse’ che proviene dal sud, figlia del grande  Walt Aldridge, firma nobile tra country music e canzone d’autore. Come il padre la ventiseienne Hannah divide il proprio mondo tra Nashville e Muscle Shoals, Alabama, terra pregna di tutti quei suoni che hanno creato gran parte della musica americana delle radici. Le sue sono canzoni che molti hanno definito ‘dark americana’, piccoli quadretti in cui i protagonisti si caratterizzano per la nuda e cruda verità delle loro storie, raccontate con sensualità e realismo, senza la paura di risultare artefatti o forzati. Una cantante ed autrice già adulta, nonostante sia all’esordio, in grado di proporre un repertorio solido e profondo. I dieci brani contenuti in questo “Razor Wire” sono maturi sia dal punto di vista delle interpretazioni sia da quello della qualità melodica, suonati con talento da un manipolo di eccellenti su cui spiccano le chitarre acustiche ed elettriche e la lap steel di Andrew Sovine e cantati con vera emozione e disincanto da una figura femminile decisamente degna di nota. La canzone che dà il titolo alla raccolta, ripresa anche come ‘hidden track’ in versione acustica al termine, vede la partecipazione alle armonie vocali di Dylan LeBlanc ed è uno splendido esempio delle qualità sopra citate, “Try” è la ripresa di un brano di Jason Isbell e gli stessi 400 Unit, la band che accompagna l’ex Drive-by Truckers, supportano la voce di Miss Aldridge, “Parchman” è una ballata strepitosa in cui si affacciano le tastiere di Andrew Higley, “Howlin’ Bones” è un’altra bella fotografia del sud contemporaneo e al tempo stesso una sorta di dichiarazione di indipendenza, “Black & White” e “Lonesome” sono invece due momenti autobiografici, il primo ispirato dal figlio Jackson e il secondo dal divorzio dei genitori, due intimi atti d’amore nei confronti dei propri cari, “Old Ghost” è scorrevole e limpida tra country, soul, rock e americana, gli stili che permeano un album che non faticherà ad entrare nei vostri cuori. Un album che ha il grosso merito di dare voce ad un’artista che farà ancora parlare di se in futuro e che per il momento si pone come una delle grandi promesse della nostra musica. www.Hannah-Aldridge.com.
Remo Ricaldone

Approcciare dischi come questo “The Flower Of Muscle Shoals” è come rigenerarsi attraverso i suoni della ‘old school’ della country music, godere di suoni che ormai si trovano solo nelle produzioni indipendenti. Cahalen Morrison, nativo del New Mexico ma attualmente residente a Seattle, Washington, ha sempre amato i suoni country ma è solo in questo suo nuovo progetto con i Country Hammer che li ritrova e li ripropone con grande classe e talento. Il percorso di Cahalen Morrison lo ha visto infatti esplorare suoni più tradizionali ed acustici, grazie all’amicizia con Tim O’Brien e la partnership con Eli West con il quale qualche anno fa ha inciso il bellissimo “Our Lady Of The Tall Trees”. “The Flower Of Muscle Shoals” è un pregevolissimo viaggio attraverso honky tonk e two-steps che potrebbe essere uscito da una qualunque ‘ballroom’ texana ma che è invece stato concepito e registrato nel nordovest americano che negli ultimi anni è diventato fulcro di un interessante movimento country legato fortemente alle radici. Impeccabile la produzione dello stesso Cahalen che firma anche tutto il repertorio e guida queste dodici canzoni con piglio fiero e sicuro. Da “Nighttime Is Here On The Valley” a “A Daddy In Tennessee”, attraverso la limpida title-track, la magistrale “The Delta Divine” con il sapore dei vecchi classici, “Over And Over And Over Again” cadenzata e modulata, l’acustica “I’ve Won Every Battle, But I’ve Lost Every War” riflessiva e sofferta, la frizzante e mossa “San Luis” e i sapori quasi cajun di “Hobbled And Grazing”, tutto il disco risplende dell’ispirazione di un musicista consapevole e sensibile, un nome che merita tutta l’attenzione degli appassionati e dei nostalgici di un suono troppe volte stravolto in nome del business. For ‘die hard’ country fans. www.cahalen.com.
Remo Ricaldone

11:53

Micky & The Motorcars - Hearts From Above

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A distanza di tre anni dal precedente “Raise Your Glass”, Micky & The Motorcars tornano con il loro disco più ispirato e godibile a conferma di quanto il quintetto guidato dai fratelli Micky e Gary Braun possa dare ancora alla musica del Lone Star State e non solo. “Hearts From Above” è infatti un lavoro ricco di canzoni che lasciano il segno per poesia, melodia e intepretazioni impeccabili, con un suono spesso in mirabile equilibrio tra acustico ed elettrico. La produzione è degli stessi Micky & The Motorcars assieme a Willy Braun dei Reckless Kelly che contribuisce con classe e talento anche alla stesura di buona parte del repertorio. Sono proprio le canzoni a rendere questo album uno dei migliori dell’anno, a partire dalla eccellente title-track giustamente posta in cima alla selezione, splendidamente scritta a quattro mani da Micky e Willy Braun. Proseguendo non troviamo un momento sprecato, una pausa, un appannamento, con l’inserimento a livello compositivo di grandi nomi come Jason Eady nella robusta “Hurt Again”, Dustin Welch in “Destined To Fall”, Ted Russell Kamp in “My Girl Now” e Brian Keane in “Fall Apart” e “Southbound Street”, tutte con l’incedere orgoglioso tipico della band texana. Da citare ancora la bella cover di “Sister Lost Soul” firmata da Alejandro Escovedo e Chuck Prophet, scelta intelligente ed azzeccata tale da sembrare una loro canzone. Ricco è anche il ‘parterre’ di ospiti ad integrare una band comunque solida ed affiatata, con, oltre ai citati fratelli Micky e Gary Braun, le chitarre di Dustin Schafer e la sezione ritmica affidata a Joe Fladger al basso e Bobby Paugh alla batteria: Willy Braun appare anche alla chitarra acustica e alle percussioni, Cody Braun imbraccia un ispirato fiddle, Bukka Allen non smentisce una classe cristallina con la sua fisarmonica ma anche alle tastiere (hammond e wurlitzer), Jon Dee Graham e Marty Muse si alternano alla steel e Brian Standefer, meno appariscente ma non meno bravo, al cello. Un disco tutto da godere quindi nella sua genuina musicalità, un altro importante passo in una discografia ormai importante (sono sette i dischi di Micky & The Motorcars) che li pone come una delle migliori band tra rock e radici.
Remo Ricaldone

11:50

Matt Harlan - Raven Hotel

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Raven Hotel” non solo conferma le qualità compositive e interpretative dello storyteller di Houston ma eleva il livello della proposta ponendolo a fianco dei migliori esponenti della canzone d’autore texana, mostrando una crescita costante e decisa. Matt ha una voce espressiva ed incisiva, una grande classe nel tratteggiare storie e situazioni, uno stile chitarristico pulito e dinamico e “Raven Hotel” mostra tutto questo in maniera eloquente. Accanto a lui, assieme agli strumenti a corda di Rich Brotherton (chitarre acustiche ed elettriche, banjo, lap steel, dobro e basso), troviamo tra gli altri la fisarmonica, l’organo e il piano di Bukka Allen, figlio del grande Terry, le tastiere di Floyd Domino (protagonista assoluto nella inusuale “Burgundy & Blue”, jazzata e notturna), il basso di Glenn Fukunaga, veterano di mille sessions, il prezioso cammeo di Mickey Raphael all’armonica e il violino di Maddy Brotherton. Un quartetto d’archi introduce “Old Spanish Moss”, ballata stellare che apre l’album, seguita dalla più mossa “Half Developed Song” che, con la solida “Rock & Roll”, l’eccellente title-track, “Old Allen Road” dalle nuance ispaniche, “Slow Moving Train” e “Rearview Display”, unico brano firmato in compagnia di George Ensle e Buffalo Rogers, rappresenta un po’ la spina dorsale di questa ispirata raccolta di canzoni. Merita poi una segnalazione speciale “Riding With The Wind” in cui viene dato ampio spazio alla voce di Rachel Jones, già vocalist nel precedente disco, che dona ulteriore grazia e limpidezza ad una ballata pianistica affascinante. “Raven Hotel” non faticherà ad inserirsi tra i preferiti dell’anno in corso per tutti coloro che apprezzano i singer-songwriters, categoria che ha visto il Lone Star State, da decenni, sempre in prima fila. www.mattharlan.com.
Remo Ricaldone

11:46

Robyn Ludwick - Little Rain

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Dopo uno splendido disco come “Out Of These Blues” non è facile riproporsi a quei livelli di poesia e di forza espressiva ma per Robyn Ludwick, eccellente ‘chanteuse’ texana sorella di Bruce e Charlie Robison, la sfida non è impossibile. “Little Rain”, il suo quarto album, si affida nuovamente alla produzione di Gurf Morlix, ai suoi suggerimenti, al suo tocco sapiente anche quando imbraccia chitarre, tastiere, banjo, pedal steel, percussioni e alla sola sezione ritmica formata dall’esperto Rick Richards alla batteria e al marito, John Ludwick, al basso. Un combo essenziale, vitale, sempre propositivo. Quello che fa di “Little Rain” un altro episodio molto positivo nella discografia di Robyn Ludwick sono inevitabilmente le canzoni, tutte scritte dalla stessa, basate principalmente sul formato ballata o ‘midtempo’, ricche di quel fascino sudista che può accomunare il risultato a quello di Lucinda Williams, Mary Gauthier o di Rosanne Cash. Le interpretazioni sono sofferte, vissute, spesso sensuali ed estremamente profonde, gli arrangiamenti equilibrati e talvolta in bilico tra ‘southern soul’, country e rock, sempre e comunque impeccabili. Da “Longbow, OK” a “Stalker” che aprono e chiudono questo disco, passando per “Honky Tonk Feelin’”, “Little Weakness”, “Something Good”, “Mama”, “Lafayette” (composta a quattro mani con Bill Chambers) e “Over Me”, abbiamo un quadro più che esaustivo del talento e della classe di un’artista che nel corso di questi ultimi anni si è proposta come una delle figure femminili più credibili e genuine della scena roots. Un altro centro per Robyn Ludwick. Brava! www.robynludwick.com.
Remo Ricaldone

11:43

Jeff Black - Folklore

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Due giornate di inizio gennaio, un piccolo studio a Nashville, Tennessee, uno storyteller ispirato, una manciata di canzoni che toccano il cuore…questo in estrema sintesi è “Folklore”, undicesimo capitolo di una discografia ricca e preziosa per una delle più belle voci del panorama cantautorale americano. Quelle di Jeff Black sono nitide (e un po’ ‘seppiate) istantanee dall’America più genuina, quella della sconfinata provincia fatta di ‘small towns’ e di ‘backroads’, lontana dalle luci e dal glam delle metropoli. “Folklore” lo vede incidere in solitaria, con le chitarre acustiche, il banjo e l’armonica a fare da unico corollario alle sue storie profonde, alle emozioni che sanno regalarci momenti che rimangono impressi nella nostra mente e che hanno il sapore dei classici. “Rider Coming”, “Folklore” e “Break The Ground” sono il trittico che introduce l’album e che conquista l’ascoltatore per il loro carisma, il loro godibile fascino, “63’ Mercury Meteor” è discorsiva e scorrevole, “Cages Of My Heart”, “No Quarter” e “Tom Domino” hanno classe e bellezza, dolcezza e poesia, “Sing Together” è l’omaggio ad uno degli eroi della Musica Americana, Pete Seeger, “Flat Car” e “Decoration Day” completano, in qualità di ‘bonus tracks’ un disco dal fascino senza tempo, quello della semplicità ma al tempo stesso della profondità delle cose vere. Sembra di essere con Jeff Black nello stesso ‘front porch’, ad ascoltare la sua voce matura e piacevolissima, il suo preciso ed articolato stile chitarristico, le sue interpretazioni sincere ed accorate. “Folklore” merita un ascolto attento, di essere centellinato come un buon vino invecchiato alla perfezione, pieno e profumato e Jeff Black merita senz’altro di avere una platea più ampia rispetto al pur notevole apprezzamento degli addetti ai lavori e degli appassionati. www.jeffblack.com.
Remo Ricaldone

18:10

Jonny Two Bags - Salvation Town

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jonny Wickersham, noto con il nome d’arte di Jonny Two Bags, ha legato il proprio nome ai Social Distortion, un’istituzione a Los Angeles, una band passata nel corso degli anni da un furioso punk rock a una sempre maggiore fascinazione per i suoni roots di un classic rock vivace e pregnante. Il debutto con “Salvation Town” non fa che esaltare le passioni di Jonny per le proprie radici, presentandoci un suono estremamente variegato che unisce country music e rock insaporendo il tutto con echi irish, cajun e anche ispanici con una ricetta tipicamente californiana. Con la produzione equamente condivisa con David Kalish il cui lavoro con Rickie Lee Jones tra gli altri lo ha reso tra i personaggi più in vista a L.A., dieci canzoni che mostrano un’ispirazione eccellente e una serie di ospiti notevolissimi, il disco viaggia su binari gustosissimi e sempre sopra la media, consegnandoci uno dei prodotti più piacevoli di quest’anno. Jackson Browne duetta in “Then You Stand Alone”, David Lindley mostra che gli anni non hanno intaccato la sua tecnica mostruosa e il suo gusto sopraffino con tutti gli strumenti a corda che passano tra le sue mani, David Hidalgo nobilita ed arricchisce la già ottima “Wayward Cain”, Greg Leisz alle chitarre conferma di essere un musicista straordinario, Pete Thomas, già con la band di Elvis Costello, è solidamente dietro ai tamburi mentre i Social Distortion Danny McGough alle tastiere, Brent Harding al basso e il mago della fisarmonica Joel Guzman completano una line-up da urlo. “One Foot In The Gutter” mette subito le carte in tavola in un disco dalla grande forza espressiva, “Avenues” unisce Irlanda, Louisiana e Messico in un mix irresistibile, “Ghosts” è una folk ballad tra le migliori cose dell’album, “Hope Dies Hard” è più elettrica con la slide di David Lindley a ricamare sulla melodia, “Alone Tonight” è inequivocabilmente country. Tutto “Salvation Town” è degno e meritevole di segnalazione, un lavoro che celebra le molte facce  dei suoni delle radici e le doti di Jonny Two Bags.
Remo Ricaldone

18:07

Spaghetti Jensen - Men At Work

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il Pavese e l’Emilia sono le due zone in cui si è sviluppato maggiormente l’amore per la musica americana delle radici, tra country music, rock e folk, regalandoci una serie di musicisti che possono dire la loro anche in ambito internazionale. Gli Spaghetti Jensen, al terzo disco con questo “Men At Work”, proseguono imperterriti con una proposta musicale che li pone tra country music e southern rock, sempre più vibrante e spumeggiante dal punto di vista strumentale e con decisi miglioramente anche da quello vocale. Già l’introduzione strumentale a queste sette interessanti nuove canzoni funge da banco di prova e da ‘riscaldamento’, un assaggio delle ottime capacità tecniche di Roberto Bonfatti, Dario Benazzi e soci. “The Boys In The Band” può poi considerarsi il momento più esplicito e chiaro di quanta strada abbiano fatto e dei loro miglioramenti anche dal punto di vista interpretativo, mentre le solide “Hollywood Playmate” e “Teamwork” si pongono come le canzoni più grintose e ‘southern’. Tra i miei preferiti ci sono anche “Three Chords For This Song” e “Hopeless Dreams” dove le chitarre acustiche prevalgono e le atmosfere si fanno più distese ma non meno intriganti. “Men At Work” è in definitiva un album che scorre fresco e brillante, anche se magari un paio di canzoni in più avrebbero reso il tutto più compiuto e pieno, mostrando la band come una delle belle realtà italiane in fatto di ‘american music’.
Remo Ricaldone

18:05

Mark Jungers - I'll See You Again

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La discografia di Mark Jungers, tra i più sensibili songwriters che hanno trovato terreno fertile in terra texana, si arricchisce di un nuovo capitolo che conferma una vena che non accenna a scemare. “I’ll See You Again” ce lo restituisce con il suo gustoso mix di country music, echi folk e pulsazioni ‘southern’ pur avendo origini in Minnesota, sempre in grado di unire poesia e genuina passione per storie e personaggi dalla grande umanità. La sua esperienza è ormai assodata, confermata da una produzione impeccabile dove suoni elettrici ed acustici sono ottimamente bilanciati e il repertorio, interamente a sua firma, non concede pause o cadute di tono. Spiccano tra i nomi coinvolti in questo “I’ll See You Again” quelli di Gurf Morlix e Gabe Rhodes, presenze costanti nelle produzioni texane di questi anni, ma musicisti come Adrian Schoolar (chitarre e dobro), Wes Green (mandolino) e Josh Flowers (basso) pur molto meno noti, contribuiscono in maniera sostanziale a colorare le composizioni di Mark Jungers. Le iniziali “I’ll Be Home” e “I Don’t Want To Live Here”, la bluesy “Everybody Knows But”, le incisive “Do You Still Care”, “Johnson Farm”, “What About You” e “Working Like A Dog” sono la struttura portante dell’album, un lavoro ricco di piccoli e preziosi quadretti di vita quotidiana intensamente proposti da un artista che merita tutta l’attenzione di chi ama la canzone d’autore del Lone Star State. www.markjungers.com è il sito web consigliato per approfondire la sua conoscenza, attraverso la sua mezza dozzina di opere precedenti.
Remo Ricaldone 

18:02

Trevor Alguire - Miles Away

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo già occupati del suo precedente disco intitolato ‘Till Sorrow Begins To Call” che confermava Trevor Alguire come uno dei più interessanti musicisti canadesi che si muovono entro i territori country, folk e americana, al pari di gente come Corb Lund e Deep Dark Woods. “Miles Away”, suo disco numero cinque, è la fotografia di quello che propone in concerto essendo inciso praticamente live in studio con i suoi fedeli pards Jeff Asselin, batterista e anche in veste di co-produttore, e Marc Decho, bassista. Undici nuove canzoni dal piglio deciso e ispirato, a partire dalla canzone che dà il titolo all’album e lo apre con la forza di chitarre elettriche che ricordano i Son Volt più elettrici e una solida sezione ritmica. Trevor Alguire è in forma smagliante, sia vocalmente sia dal punto di vista compositivo, sempre attento a sviscerare i vari momenti del quotidiano, la vita in giro per il Canada e per gli States, i rapporti con coloro che lo circondano. Ballate e  mid tempo per la maggior parte, che beneficiano di melodie che rimangono in testa dopo pochissimi ascolti, una freschezza che emerge da ogni nota. “Wounded Soul” è tra le più belle, “How Do You Know” dal refrain contagioso e dalle chitarre spumeggianti si candida come un’altra tra le migliori, “Cold Words” ha un andamento meditativo e un approccio amaro e disilluso, “Long Gone Away” racconta con forza e nostalgia la vita di una piccola cittadina di provincia e di come sia cambiata nel corso del tempo, “Rusty Old Strings” ha il passo delle classiche country songs di stampo tradizionale, “So Sad Lately” cambia registro e riporta indietro agli anni del rock’n’roll e del rockabilly, mentre a chiusura dell’album è posta una notevole “What Will Be Will Be” a dimostrazione delle chiare doti di storyteller del musicista canadese. Da conoscere ed apprezzare per coloro che amano le commistioni tra canzone d’autore e radici. www.trevoralguire.com.
Remo Ricaldone



A distanza di poco di un anno dall’ottimo “Cheaters Game” che suggellava una profonda unione di intenti e personale tra Bruce Robison, membro storico di una delle grandi famiglie musicali texane (con il fratello Charlie e la sorella Robyn Ludwick) e Kelly Willis, eccellente vocalist che negli anni ha acquistato una profondità e un’espressività notevolissime dal punto di vista interpretativo, torna una delle coppie regina della scena del Lone Star State. “Our Year” segue la falsariga del precedente: stesso produttore nella persona di Brad Jones, stessi studi nashvilliani ma con una produzione degna del loro Stato natale, stessa freschezza e amore per la country music filtrata attraverso una sensibilità ricca e propositiva. Fondamentale è la scelta del materiale da interpretare, azzeccata in “Cheaters Game” come in questo “Our Year”, a partire dal classico “Harper Valley PTA”, grande successo nel 1968 per Jeannie C. Riley a firma Tom T. Hall, ripreso con gusto e grazia. Il resto è certamente meno noto ma non meno intenso, con una spanna sopra tutto la bellissima melodia di “Departing Louisiana” di Robyn Ludwick, la solida “Motor City Man” del compianto Walter Hyatt, autore troppo spesso sottovalutato, il waltz-time di “Carousel” firmato a quattro mani da Bruce Robison e da Darden Smith, gli echi quasi a la Buddy Holly di “Lonely For You”, “Shake Yourself Loose” classica country ballad di T Bone Burnett qui in una delle più belle performance di Kelly Willis e “Anywhere But Here”, sicuramente una delle migliori creature di Bruce. In definitiva un disco piacevolissimo, fresco, intepretato con classe, senza strafare ma dando il giusto peso alle canzoni, arrangiandole con un talento limpido e chiaro. www.bruceandkellyshow.com per ulteriori informazioni.
Remo Ricaldone

15:38

Fabio Gualerzi - Fabio Gualerzi

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Trentanni, emiliano, Fabio Gualerzi debutta con un disco omonimo che è il manifesto delle sue passioni musicali, il rock americano in primis, proposto in salsa texana mutuando la lezione delle ultime generazioni provenienti dal Lone Star State, da Randy Rogers a Ryan Bingham. Dieci canzoni scritte dallo stesso Fabio che mostrano grande coraggio e vitalità, unendo la lingua italiana, non certo adattissima dal punto di vista metrico in un contesto simile, a una base veramente convincente in cui rock e radici si incontrano, un po’ come anni fa fece John Mellencamp nel suo “Lonesome Jubilee”. Le storie raccontate sono semplici e immediate, e proprio per questo credibili, esperienze di vita con tutto il proprio bagaglio di esperienze, di speranze e di delusioni. Musicalmente come detto ci sono più di uno spunto da cui partire per una carriera interessante, con la robusta ballata midtempo “La Stanza #43”, il tiro rock di “Il Giro Com è”, la delicata “Credi Nel Destino”, la più cupa “Notte” con le chitarre elettriche che sferzano l’aria, la più acustica “Noi” con un bell’arrangiamento in cui si miscelano con sapienza armonica, banjo e chitarre, “La Voce Di Questo Demone” dalla bella melodia incalzante e con azzeccati interventi di steel guitar e la conclusiva “Il Suo Tempo” ancora la bella unione di chitarre elettriche e violino, una spanna sopra tutte. Brani che sicuramente dal vivo potranno essere ulteriormente rivitalizzate. In definitiva “Fabio Gualerzi” è un lavoro che merita,  proposto con un entusiasmo che fa superare anche qualche piccola ingenuità e che, come detto, può essere foriero di altre belle cose in futuro. Auguri Fabio!
Remo Ricaldone

15:35

Otis Gibbs - Souvenirs Of A Misspent Youth

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sette dischi all’attivo, un ‘body of work’ ormai definito e maturo, paragoni con Steve Earle e il Bruce Springsteen più acustico (io aggiungerei Chris Knight con cui condivide la capacità di raccontare l’America più vera e genuina), insomma Otis Gibbs merita di uscire da quella ‘nicchia’ che lo vede in compagnia di tanti altri grandi della Musica a stelle e strisce. “Souvenirs Of A Misspent Youth” è l’occasione ideale per il cantante ed autore di Wanamaker, Indiana ora residente a East Nashville di fare conoscere le sue grandi doti compositive e il suo stile asciutto e profondo che lo ha avvicinato idealmente ai nomi citati in precedenza. Le dieci canzoni presentate in questa occasione (nove sue ed una, “Wrong Side Of Gallatin” scritta da Amy Lashley, sua compagna e interessante autrice) formano un insieme estremamente coinvolgente, sono storie di vita vissuta, di ricordi di famiglia, di esperienze che hanno toccato Otis Gibbs nel profondo e che lui  interpreta con il cuore in mano, ispirandosi musicalmente alla grande tradizione americana, con echi appalachiani ma con uno spirito attuale e moderno. “Ghosts Of Our Fathers”, “The Darker Side Of Me” e “With A  Gun In My Hand”, già dai titoli, evocano sofferenza e nostalgia, dolore ma anche speranza, con banjo, steel guitar e fiddle sempre presenti a ricordare le proprie radici. Country music e folk permeano ancora i ricordi di “Back In My Day Blues”, “It Was A Train” e la nitida melodia di “Cozmina” che apre l’album. Un lavoro caldamente consigliato per una delle figure più interessanti per quanto riguarda certa canzone d’autore americana. Da affiancare, nel vostro scaffale, ai dischi dei musicisti citati. www.otisgibbs.com.
Remo Ricaldone

15:32

Eddie Seville - Ragged Hearts

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Proviene dal New England Eddie Seville, cantante, autore, produttore, attivissimo band leader con svariate piccole realtà della scena ‘costiera’ orientale come Vibro-Kings e Steel Rodeo. Tra i suoi mille impegni anche una carriera solista che lo ha portato ad incidere questo sorprendente gioiellino intitolato “Ragged Hearts”, gustoso mix di alternative country e roots rock ispirato e vibrante. Voce passionale e leggermente roca, una vena compositiva che tributa omaggi chiari e definiti (l’iniziale “A Crooked Mile” mi ha ricordato il primissimo Springsteen mentre “The Queen Of Kerosene” è una country song che starebbe benissimo nel repertorio di Charlie Robison) ma che risulta sempre dannatamente credibile per via di una freschezza che pochi possono vantare: queste sono solo le principali caratteristiche di Eddie Seville, artista caleidoscopico e propositivo. “Ashes To Ashes” ci porta vicino al confine con il Messico con una storia intensa a metà tra Joe Ely e Dave Alvin, “Love’s Got A Hold” lo avvicina al roots rock di Will Hoge, “I’m Pacing Myself” segue a ruota con una melodia trascinante tra rock e radici, “Horseshit” è texana al 100%, vera e pregnante, “The Last Train” mi ricorda il John Hiatt più acustico e rootsy, evocando il potere salvifico del rock’n’roll, “Save My Soul”, seppur molto derivativa, è potente e solida mentre “The Hardest Thing To Do” chiude l’album con gli echi delle ballate di Southside Johnny e di Willy De Ville. Un album che gioca apertamente le proprie carte dando spazio alle mille influenze di Eddie Seville, confezionato sicuramente in maniera artigianale ma che riserverà tanti momenti godibili. Buon ascolto. www.eddieseville.com.
Remo Ricaldone

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