Ciao Ragazzi, 
il recente terremoto ha fatto di tutto per mettere in ginocchio l’Emilia e purtroppo è riuscito a creare un disastro che va oltre quello che si può percepire attraverso i media!
Noi di LonestarTime viviamo a 20 minuti dalle zone colpite dove abbiamo tanti cari amici e supporters travolti dall’evento e attraverso le loro testimonianze ci siamo trovati impotenti e devastati nell’anima seppur personalmente scampati da danni materiali!
La paura delle scosse continue ci sta mettendo a dura prova ma non c’è verso che molleremo il colpo ed il primo passo che faremo per reagire è aiutare dove il sisma è stato durissimo; in occasione del concerto di Jackson Taylor di questo venerdì 1 Giugno; The Sinners, presso il Club Retrò di Vicenza, allestiremo un punto di raccolta di tutti quei beni di prima necessità che possano contribuire a garantire alla popolazione colpita una partenza dignitosa alla ricostruzione della propria terra; abbiamo un van ed alcuni mezzi da riempire quindi credo che tutti gli amici veneti non ci deluderanno; l’invito è ovviamente esteso anche a chi non entra per il concerto ma voglia comunque contribuire, quindi passate parola e condividete tramite facebook anche con i Djs e gruppi che passerebbero poi la serata in un altro locale!

Ecco l’elenco che oggi ci ha fornito la protezione civile dei beni urgentemente necessari:

Cibo a lunga conservazione (Pasta, pelati, tonno, fagioli, ecc)
Latte in polvere/omogeneizzati
Pannolini per bambini e per adulti
Prodotti per l'igiene personale (Salviette detergenti, dentifricio, spazzolini, ecc)
Giocattoli per bambini
Bicchieri, piatti e posate di plastica, carta da cucina.
Abbiamo sempre predicato la assoluta umanità e verità della musica che promuoviamo ed è giunto il momento di dare ancora una volta prova di coerenza e sensibilità!!!



Max & Cri.

21:25

Jackson Taylor live in Italy!

Pubblicato da Cristian |

10:42

Sons Of Bill - Sirens

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Se il precedente “One Town Away” li aveva posti all’attenzione degli appassionati di americana per una bravura e un talento decisamente sopra la media, questo “Sirens” definisce con ancora maggiore chiarezza le coordinate e il suono della band dei tre fratelli Wilson. James, Sam e Abe hanno infatti trovato in David Lowery un produttore che ha saputo valorizzare un repertorio cresciuto in qualità e classe, una serie di canzoni che crescono ascolto dopo ascolto in maniera esponenziale. Rock e radici sempre a braccetto, belle le chitarre nelle mani di James e Sam Wilson mentre Abe alle tastiere, Seth Green al basso e il nuovo entrato Todd Wellons alla batteria completano una band che a pieno titolo può affiancarsi alle cose migliore proposte in questo periodo. “Sirens” è un disco ben bilanciato tra momenti riflessivi e malinconici e altri più rock e ‘aperti’, una notevole cavalcata in cui i testi, chiari e penetranti, si accostano a melodie azzeccate e brillanti. “Santa Ana Winds”, l’amara “Angry Eyes” dal sapore quasi springsteeniano, “Siren Song” con i suoi ‘…broken hearts and rock and roll..’, la lunga ed articolata “Turn It Up”, “Life In Shambles” che mi ricorda i suoni degli indimenticabili Long Ryders e il loro approccio sonoro, “This Losing Fight” fresca e dal refrain subito memorizzabile, l’agrodolce “Radio Can’t Rewind” e la intensa ballad “Virginia Calling” che chiude questo lavoro sono momenti che si faranno ricordare per lirismo e profondità, rendendo questo nuovo lavoro dei Sons Of Bill caldamente consigliato. www.sonsofbill.com. Remo Ricaldone

10:40

The Byron Dowd Band - The Byron Dowd Band

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Byron Dowd arriva da quella fertile terra tra Texas e Oklahoma e incarna alla perfezione gli stilemi ai quali siamo profondamente legati, quello stare in bilico tra rock e radici, tra il vigore del rock’n’roll e la poesia della country music. Il suo debutto omonimo è un ottimo biglietto da visita e lo pone tra le grandi promesse del futuro della musica del Lone Star State. Dieci brani scritti dallo stesso Byron con quel piglio diretto e genuino che lo ricollega alle sue grandi influenze, da Steve Earle a Ryan Bingham, dai Son Volt a Ryan Adams. Coadiuvato dalla sezione ritmica nelle mani di Ben Moore (basso) e Cory Carroll (batteria) e da una lunga serie di sidemen tra cui spiccano Milo Deering a dobro e steel, il bravissimo fiddler Ben Wechsler e il chitarrista Andy Timmons, Byron Dowd percorre una strada in cui rock, blues, country e folk si intersecano facendo confluire la sua visione del mondo che lo circonda e le sue aspettative e sogni. “Stained Dirt”, che appare in una versione acustica a chiudere l’album, è giustamente posta all’inizio di questo lavoro ed è una delle più importanti canzoni presenti, subito seguita dalla poetica intrigante di “Sinner’s Lament” con un fiddle che strappa il cuore. Se “Pompeii’s Dogs” è ruvida e bluesy, “Footsteps” è una magistrale ballata che rimarrà a lungo nella nostra mente, “Punch A Train” è coinvolgente e melodiosa, “One Hill” evoca luoghi e sensazioni profonde (…”We past Llano in a real hard snow, and yes indeed we best head home…”) grazie anche ad un bellissimo inserimento di piano di Brad Neher, “Keepin’ Gone” non sfigurerebbe nel repertorio di Cory Morrow con il suo andamento ‘southern’ e l’intreccio tra fiddle e armonica, “Six Feet Above” è acustica e rilassata e “It’s All Sunshine” è classicamente texana. Questo è un disco che contribuirà certamente a far conoscere un interessantissimo nome nuovo della scena texana, un talentuoso songwriter e performer che attendiamo con ansia nel suo prossimo disco. www.thebyrondowdband.com. Remo Ricaldone

JWW alias Jeremiah W. Wade e i suoi Prospectors sono considerati uno dei più brillanti nuovi acts che in Texas ripropongono il classico western swing e i suoni collegati alla country music che si suonava negli anni trenta e quaranta del secolo scorso. Dopo l’immancabile gavetta che li ha portati a girare gli States e l’Europa accompagnando nomi come Big Sandy and His Fly’Rite Boys e Wanda Jackson, i Prospectors hanno concentrato il loro lavoro tra Austin e i club del Texas centrale suonando regolarmente in posti come il Broken Spoke, il Continental Club e il Ginny’s Little Longhorn. Nel 2009 hanno pubblicato un ep che è stato accolto ottimamente e che ha fatto la apripista a questo vero debutto intitolato “It’s High Past Time”, disco freschissimo e divertente, un impeccabile viaggio sulle orme di Bob Wills, Milton Brown ed Ernest Tubb, i loro eroi musicali. Comunque gran parte del materiale è originale, frutto del songwriting del leader e chitarrista Jeremiah W. Wade e dell’altro chitarrista (solista) Tom Umberger, con spazio anche per una composizione del bravo pianista Massimo Gerosa, di evidenti origini italiane. Western swing abbiamo detto, ma anche classico honky tonk, boogie e influenze ‘tejane’, queste sono le sonorità che pervadono l’album, suonato con classe cristallina e riverente omaggio alle proprie radici ma anche evitando il rischio di essere solo un’opera soltanto archeologica. Questi suoni sono ancora molto radicati ed amati in Texas ed è normale incontrare band come queste nelle tantissime barrooms presenti in tutto lo Stato. Per quanto riguarda le canzoni sono da ricordare due godibilissime cover, “Ain’t Nobody’s Business But My Own” in cui eccellente è la parte vocale della bassista Shannon Marino e “What Have I Done That Made You Go Away?” di Moon Mullican, mentre trascinanti sono i due boogie, “M.G. Boogie” e “Big Bend Boogie”, la messicana “No Friend To The Lonely”, la title-track “It’s High Past Time”, “Lone Star Beer”, “Insufficient Funds” e “Live And Let Live”. Tutto il disco è comunque da apprezzare nel suo insieme, godendo ogni nota o passaggio sognando qualche polveroso honky tonk texano. http://www.reverbnation.com/jwwandtheprospectors. Remo Ricaldone

JP Harris, ventinovenne nativo di Montgomery, Alabama ma attualmente con base a Nashville, si presenta come uno dei più interessanti nomi di quella che potremmo definire ‘hard core country music’, quella musica ormai lontanissima parente di quella che ci viene proposta dall’asfittico panorama delle major di Music City. JP dall’età di quattordici anni ha ‘vissuto’ la strada facendo tantissimi lavori, dal falegname al raccoglitore di mele, dal costruttore di banjo al busker, continuando a perseguire il suo sogno di diventare musicista a tutti gli effetti. Grazie alla sua testardaggine e ad una etichetta rinomata in ambito indie come la Cow Island Music di Northampton, Massachussetts, JP Harris esordisce con questo “I’ll Keep Calling”, un disco che farà felici gli estimatori di gente come Dale Watson e di tutti coloro che ancora credono nella vera country music. Le session si sono tenute a Eunice, Louisiana, negli studi SavoyFaire di Joel Savoy che presta il suo prezioso fiddle alle canzoni del nostro, sempre tremendamente credibili e intense. Ad affiancare JP Harris c’è la sezione ritmica dei Red Stick Ramblers, eccellente band che unisce country music e suoni della Louisiana, con Eric Fey al basso e Glenn Fields alla batteria, con Asa Brosius magistrale alla pedal steel e il chitarrista Chris Hartway, già membro di due piccole band culto come The Dixons e Defibulators. Naturalmente le tante esperienze accumulate in questi anni da JP Harris sono presenti nelle tematiche delle canzoni, gioie e speranze ma spesso anche delusioni comprese in “Two For The Road”, “Badly Bent”, “The Day You Put Me Out”, “Just Your Memory”, “Return To Sender” (no, non è quella di Elvis), “I’m Stayin’ Here”, “Cross Your Name”, “Gear Jammin’ Daddy”, “Take It All”, tutti brani che già dai titoli sono significative e che concorrono a formare un lavoro molto, molto bello. www.cowislandmusic.com per approfondire il discorso su questo e altri prodotti simili. Remo Ricaldone

Di lui non si sa molto, solo che i genitori erano proprietari di un locale sul cui palco si sono alternati grandi della musica americana come Leon Russell e Michael Martin Murphey, fino a Chris Knight e Jack Ingram e che Jonathan Jeter ha assorbito ogni nota, ogni frase e ogni emozione di quei concerti. Jonathan ha girato gli States al seguito dei All American Rejects ubriacandosi di rock’n’roll ma non dimenticandosi delle radici di quel suono, proponendo finalmente nel 2009 una sua band, The Revelators. “Late To My Own Funeral” pur essendo un EP con soli cinque brani è il suo importantissimo debutto, un dischetto che ci mostra un musicista cresciuto e molto promettente. “19 Doin’ 20” esordisce con vigore e grande musicalità, “Come On” è forse il momento più intenso e poetico, “Barfly” prosegue con le stesse atmosfere rarefatte, “Eventually” scuote dalle fondamenta con un rock’n’roll granitico e travolgente, “Voodoo Woman” è affascinante con quel ‘southern feel’ che idealmente lo avvicina ai grandi del rock al di sotto della Mason Dixon line. Da seguire attendendo un disco ‘completo’. www.jonathanjetermusic.com. Remo Ricaldone

10:30

Screen Door Porch - The Fate & The Fruit

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo già occupati del disco di esordio di questa coppia residente ufficialmente a Jackson Hole, Wyoming ma spesso ospite del Lone Star State per incidere la propria musica, un mix di canzone d’autore folk, di country music alternativa e di spruzzate rock. Aaron Davis è un polistrumentista dalla carriera ricca di episodi significativi e di riconoscimenti da parte di quella critica più sensibile verso l’immenso panorama indie, Seadar Rose è bravissima interprete oltre che interessante chitarrista dal tocco vellutato e al tempo stesso incisivo. “The Fate & The Fruit” è il naturale prosieguo dell’album omonimo, inciso negli stessi studi Ramble Creek di Austin, Texas sotto la produzione di Britton Beisenherz e con l’aiuto di un ristretto ma ottimo manipolo di sidemen. Le atmosfere durante tutto il disco sono seducenti, poetiche e penetranti, con un gusto della melodia decisamente spiccato e un approccio naturale in cui aleggia una roots music figlia di Neil Young (quello tagliente con i Crazy Horse per intenderci), di Ryan Adams al tempo dei Whiskeytown e della languida vocalità di Lucinda Williams. Le avversità della vita, l’irrequietezza che porta a continui viaggi e spostamenti, le illusioni, la gioia, la fuga, i personaggi incontrati lungo la strada, sono queste le tematiche e le coordinate entro cui si svolgono le storie che ci raccontano i Screen Door Porch, storie scarne ma sempre affascinanti come i luoghi che fanno da sfondo a queste canzoni. “Devil’s Honey”, “Needle And A Record” e “Burnin’ At Both Ends” sono il trittico con cui inizia il disco e anche tre dei momenti più significativi con il loro alternarsi di acustico ed elettrico, di vigore e di introspezione. “Polka Dot Dress”, nostalgica e dolce, è un altro momento da rimarcare, così come “Right Down To It” che rimanda alla Band di Robbie Robertson, “Easy Chair” una ballata acustica di classe, “Mountains Are Heroes” e “Long Are The Days”. Un disco che in definitiva mi sento di raccomandare per la sua genuinità e sincerità. www.screendoorporch.com. Remo Ricaldone

16:06

Nuovo singolo e nuovo album per Rodney Hayden!

Pubblicato da Cristian |

Debutta ufficialmente oggi il nuovo singolo di Rodney Hayden, "Buckaroo Man", spettacolare rilettura di un classico di Dave Stamey e canzone ufficiale di questa stagione del team di baseball dei Boston Red Sox.
L'esordio del singolo è proprio oggi al Fenway Park di Boston, e
presto uscirà anche il resto dell'album dal titolo "Atascosa Sand".

Il singolo è acquistabile su Itunes cliccando qui
Eccovelo in anteprima!


09:17

Turnpike Troubadours - Diamonds & Gasoline

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Alla vigilia del loro nuovo album e della loro prossima apparizione italiana è doveroso ritornare su questo straordinario secondo disco dei Turnpike Troubadours, band che proviene da Tahlequah, Oklahoma. Dopo l’esordio intitolato “Bossier City”, “Diamonds & Gasoline” è stato il disco della consacrazione per il gruppo guidato da Evan Felker, personaggio senz’altro da seguire con attenzione per la bravura vocale e compositiva, una delle più fresche proposte del panorama roots. La produzione di Mike McClure non poteva che essere lo spunto per regalarci un disco dalle tinte elettro-acustiche, ispiratissimo in ogni nota, sofferto, maturo, brillantissimo. Largo uso di fiddle, steel, armonica, banjo e mandolino, una sezione ritmica sempre precisa e solida, ispirazioni folk, country, spruzzate cajun, sono le caratteristiche primarie del suono dei Troubadours, melodie che colpiscono subito e continuano ad affascinare ascolto dopo ascolto, mantenendo inalterata forza espressiva e mostrando uno sconfinato amore per le tradizioni. “Every Girl” è subito un capolavoro, firmato a quattro mani con il promettentissimo John Fullbright, “767” mantiene alta la tensione, “1968” è un’altra melodia che ricorderemo a lungo e poi via via con le splendide “Kansas City Southern”, “Whole Damn Town”, “The Funeral”, “Diamonds & Gasoline”, “Shreveport”, fino alla conclusiva “Long Hot Summer Days” con la voglia di riascoltare da capo un disco di così notevole classe. Da non perdere assolutamente l’occasione per conoscere questi Turnpike Troubadours, a partire dal prossimo album, e per chi può’ gustandosi il loro debutto italiano. www.turnpiketroubadours.com.
Remo Ricaldone

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