12:00

Ted Russell Kamp - Walkin' Shoes

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il nome di Ted Russell Kamp è assurto ad una certa notorietà grazie al suo prezioso lavoro al basso con Shooter Jennings soprattutto, ma anche con Jessi Colter, Wanda Jackson e Rosie Flores per citare qualche nome. Limitarsi a questo però è fare un torto alla grande musicalità di un nome da aggiungere alla lista dei musicisti che sanno unire country music, soul, rock e blues come i veri talenti sanno fare in maniera credibile e godibile. La sua carriera solista ha visto pubblicazioni sempre di buon livello con alcuni picchi qualitativi che lo hanno portato ad essere apprezzato molto nella scena indipendente roots e questo “Walkin’ Shoes” non fa altro che aggiungere un nuovo tassello, solido, fresco e brillante. La produzione (nelle mani dello stesso TRK) è limpida, le canzoni, pur con suoni che magari non aggiungeranno nulla di rivoluzionario, di eccellente fattura, le performance sicure e pregnanti. A noi basta per consigliare un disco ampiamente soddisfacente dove ci si muove tra sensazioni country, echi sudisti, citazioni che rimandano alla Band, a Leon Russell, a Rodney Crowell, a Tony Joe White per dare un’idea. Il filo conduttore è naturalmente country, dall’apertura di “Home Away From Home” il cui ritmo rimanda al sound epocale della Sun Records, passando per “Paid By The Mile”, la tenue e classica ballad “This Old Guitar”, un trittico di classe. Più rock è “We Don’t Have To Be Alone”, sempre con quel profumo delle terre a sud della linea Mason-Dixon, mentre “Heart Under Pressure” ha una melodia pregevole che la rende tra le ballate più limpide, “Tail Light Shine” riporta il tutto al blues-rock in un’alternanza tra suoni più country e altri venati da un’aura soul-blues. E’ poi storia a parte, canzone eccellente in cui la voce ed il basso di Ted Russell Kamp sono i soli protagonisti, “Highway Whisper”, certamente tra gli ‘highlights’ dell’album, con una ‘seconda parte’ in cui spiccano l’ottima “Get Off The Grid”, l’introspettiva “Freeway Mona Lisa”, le tonalità ‘neworleansiane’ della sincopata e splendida “Less Thinkin’, More Drinkin’” in cui rivive lo spirito più genuino della città della Louisiana e la movimentata “Roll On Through The Night” che chiude l’album evocando lo spirito di Delaney & Bonnie e i suoni anni settanta. Disco, questo “Walkin’ Shoes”, ricco ed articolato che conferma la bravura e la genuinità di Ted Russell Kamp.
Remo Ricaldone


Sembravano essersi un po’ persi anche se con numerosi cambi di line-up avevano continuato ad esibirsi con alterne fortune ed ecco ritornare i Kentucky Headhunters, band che alcuni ricorderanno per il loro debutto nel 1989 intitolato “Pickin’ On Nashville”, probabilmente il loro disco di maggior successo. Le radici della band comunque risalivano ad una ventina di anni prima quando i fratelli Richard e Fred Young formarono gli Itchy Brothers che si trasformarono anni dopo nei Kentucky Headhunters, gruppo che vide negli ‘anni d’oro’ la presenza di un’altra coppia di fratelli, Doug e Ricky Lee Phelps, ben presto fuoriusciti per cercare gloria al di fuori dei KH. Quello dei Kentucky Headhunters è stato sempre un robusto rock con forti iniezioni di blues e country che li ha spesso fatti apprezzare da un pubblico trasversale ma che è un po’ stato anche il loro limite commerciale. Dal vivo hanno sempre dato il massimo e la loro naturale propensione per la dimensione live è qui confermata da “Live At The Ramblin’ Man Fair” pubblicato dalla label chicagoana dedita al grande blues Alligator Records. Inciso in terra d’Albione, l’album ci regala una bella carrellata di solido e trascinante rock naturalmente pervaso da inflessioni blues che si percepiscono anche da chiare scelte di repertorio, a partire da “Big Boss Man” di Willie Dixon che introduce con calore e coinvolgimento questa selezione. “Have You Ever Loved A Woman” ripercorre le stesse strade del più genuino ‘southern rock’ alla maniera classica della Allman Brothers Band con un pregevole rincorrersi di assoli chitarristici e una accorata performance vocale, “Shufflin’ Back To Memphis” si muove ancora nel ‘deep south’ tra soul e blues. Da ricordare ancora un paio di originali, firmati dalla band, come “Walking With The Wolf” e la bella “Ragtop” che si inseriscono con bravura in un contesto molto tirato e vigoroso. Non si aggiunge nulla alla ‘storia’ del rock sudista ma qui in gran parte siamo davanti ad un gruppo che si trova a suo agio davanti al pubblico che con nostalgia ricerca questo mix di rock, blues e (poco) country e non vuole novità particolari. Discreta è poi la cover della celeberrima “Don’t Let Me Down” di beatlesiana memoria, qui ulteriormente virata verso un rock (un po’ ‘sgangherato’ per la verità) di grana grossa. Ad arricchire la proposta ci sono poi tre brani incisi in studio con la collaborazione preziosa del pianista Johnnie Johnson, storico partner tra gli altri di Chuck Berry. Un tris che comprende una ottima “Rock Me Baby” di Arthur ‘Big Boy’ Crudup” a cui segue una trascinante “Rock’n’Roller” ancora con il sontuoso pianismo di Mr. Johnson. “Hi-Heel Sneakers” congeda i Kentucky Headhunters riprendendo il vecchio hit (era il 1964) di Tommy Tucker interpretato anche da Elvis Presley, da Janis Joplin e da Carl Perkins tra gli altri. Un finale di gran classe.
Remo Ricaldone

11:52

James Maddock - If It Ain't Fixed, Don't Break It

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Già dalla copertina si evince quanto James Maddock voglia mostrare il suo lato più rock’n’roll, più nostalgicamente legato alla ‘golden era’ degli anni cinquanta e sessanta, lasciando momentaneamente da parte il romanticismo asciutto ed evocativo degli album precedenti. Il musicista di Leicester, Inghilterra ma ormai ‘adottato’ a tutti gli effetti dagli States ha quindi ripreso con scelta felice i suoni del rock primigenio, quelli in cui fanno capolino inflessioni soul e doo-wop con un gusto della melodia e del ritmo decisamente trascinanti. “If It Ain’t Fixed, Don’t Break It” è un godibilissimo viaggio attraverso quelle sonorità colorate a tinte forti e calde che rimandano via via ai primi Blasters e agli esordi dei Los Lobos, a quell’urgenza di riprendere strade per nulla scontate ma che suonano ancora oggi fresche e vibranti. La band che lo segue passo passo è il solito fedele trio formato dalla batteria di Aaron Comess, dal basso di Drew Mortali e dalle scintillanti tastiere di Ben Stivers, con l’aggiunta delle armonie vocali di Joy Askew e Shannon Conley a dare quell’ulteriore tocco spensierato e ‘vintage’ alle canzoni. James Maddock ha sempre amato profondamente Bruce Springsteen e Van Morrison, due suoi ‘fari’ musicali, e anche in questo disco emergono spesso certe inflessioni rock e soul che rimandano ai vecchi lavori dei sopracitati. Una sola cover e nove originali sono gli ‘ingredienti’ di questa ricetta che ci riporta indietro negli anni senza risultare fiacca e debole ma con un piglio stimolante e soprattutto divertente. Uno spirito festaiolo e frizzante che parte da “Discover Me” con colorazioni vicine a certo rockabilly e passa dalla cover sorprendente di “Loretta” di Townes Van Zandt qui rivoltata come un calzino e fatta diventare un contagioso rockin’ country, dalla lunga ed articolata “Calling My People” con un botta e risposta degno dei migliori soul men e si chiude con il rock’n’roll a la Jerry Lee Lewis di “Land Of The Living”. Disco questo che, pur sembrando un semplice ‘divertissement’, conferma la profonda onestà intellettuale, la genuinità e la passione di Mr. James Maddock.
Remo Ricaldone

11:49

Hat Check Girl - Cold Smoke

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dietro al nome Hat Check Girl ci sono Peter Gallway e Annie Gallup, musicisti che perseguono una carriera solista che ha dato ad entrambi piena soddisfazione e critiche molto positive. Peter Gallway ha una lunga e nobile storia che parte dal Greenwich Village degli anni sessanta e che prosegue con profonda ispirazione e una discografia che comprende una quindicina di titoli. Chitarrista e polistrumentista di talento, Peter Gallway ha prodotto lavori interessanti come la retrospettiva dei giorni d’oro del Village (“Bleecker Street: Greenwich Village in the ‘60”) e il tributo all’arte di una grande poetessa come Laura Nyro (“Time And Love: The Music Of Laura Nyro”) confermandosi artista sensibile e poeticamente rilevante. Vocalist notevole è Annie Gallup, cresciuta ad Ann Arbor, Michigan e assurta ad una discreta notorietà nell’ambito della canzone d’autore per apparizioni ai più importanti festival della stagione concertistica americana come il Kerrville Folk Festival. Da metà anni novanta Annie Gallup ha inciso undici album solisti e la sua parte all’interno del progetto Hat Check Girl è basilare per equilibrio e grazia. “Cold Smoke” è il settimo capitolo della coppia e conferma un’ispirazione folk in cui fascinazioni celtiche (grazie anche all’ottimo fiddle di Deirdre Wood Becher) si fondono con inflessioni ‘dark’ e l’amore per Leonard Cohen e tutta quella generazione di songwriters che fanno della poesia e della melodia tradizionale il loro credo. Più volte la tradizione emerge dalle tredici canzoni che formano il disco, filtrata attraverso una visione originale e personale e “Andersonville”, “Cobalt Blue”, “Cold Smoke Road”, “Highway Of Tears” e “Sycamore Lake” sono gioiellini senza tempo. Spesso le atmosfere si fanno evocative ed oniriche con ballate che rimandano al Bruce Cockburn più meditativo o certo indie folk di matrice acustica. “Songbird Of Cincinnati”, “Thirteen Cents An Hour”, “Letters” e “Liza Blue” sono in questo senso tra le più valide in un contesto comunque dove il formato ballata mostra sempre qualità superiore alla media. “Cold Smoke” è l’ideale presentazione del mondo dei Hat Check Girl, perfetto per introdurre due personaggi decisamente validi.
Remo Ricaldone

18:16

Kevin Deal - Long Road Home

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dieci album nel corso di ventanni: una produzione sempre al di sopra della media, profonda, passionale e legata a filo doppio con la grande tradizione country e folk texana. Quello di Kevin Deal è un percorso scandito da una serie di lavori sempre concentrati su una canzone d’autore intensa, sottolineata da una serie di ospiti/amici tra i migliori della scena del Lone Star State, da Lloyd Maines, icona texana che gli ha prodotto i dischi e li ha arricchiti grazie alla sua enorme sensibilità musicale, a Richard Bowden, fiddler extraordinaire in centinaia di lavori, da Terri Hendrix, songwriter intelligente e sagace a Pat Manske, fine batterista e sideman di classe, tutti nomi che qui ritroviamo con inalterata bravura. “The Long Road Home” segue il precedente “Nothing Left To Prove” pubblicato tre anni fa e lo fa con la stessa grande qualità compositiva, se possibile migliorata negli anni come un buon vino, con un talento nel dipingere situazioni ed emozioni che ha pochi eguali anche in quelle terre così fertili e produttive. C’è sempre l’enorme contributo strumentale di Lloyd Maines che qui si supera esibendosi a pedal e lap steel, chitarre acustiche, mandolino e banjo con la sua consueta grande modestia e finezza e un altrettanto grande peso specifico ce l’ha Richard Bowden, il cui fiddle spesso si libra attraverso brani che sono il suo più naturale ‘habitat’, tra country music e tradizione folk. Due sono le cover inserite in questo “The Long Road Home”, due super classici non facili da riproporre viste le numerosissime cover, “Knockin’ On Heaven’s Door” di Bob Dylan e “Ring Of Fire” di June Carter e Merle Kilgore, due momenti rifatti con fedeltà ed amore per gli originali che forse non aggiungeranno nulla ma sono esempi di notevole bravura e sentimento da parte di Kevin Deal. Concentrandoci invece sugli originali, qui c’è da scegliere in un repertorio di eccellente livello, subito fissato dalla title-track che apre il disco con forza poetica e quella vena malinconica che spesso pervade le atmosfere proposte. “My Heart” è un altro dei ‘manifesti’ di Kevin, ballata dal cuore grande e dalle movenze folk, “If You Can’t Put It Down” è una country song dalla nitida melodia con Lloyd Maines inconfondibile alla steel, “Bountiful Yield” è uno degli ‘highlights’ dell’album elevandosi per la sua struggente atmosfera. Più elettrica e cadenzata è “A Reckoning”, più intima e ‘folkie’ “My Friend” mentre “Pushing Away The Dark” è piena di speranza e aspettativa, con il mandolino di Andy Leftwich (già violinista per ani con i Kentucky Thunder di Ricky Skaggs) ad accarezzarci con tocchi lievi. “Broken Upon The Rock” ha il sapore genuino del bluegrass con banjo, fiddle ed un ‘chorus’ decisamente gospel, “All The King’s Horses” è leggermente ‘irish’ ed è vincente per profondità emotiva e interpretazione notevole. “Of Dust And Smoke” e “Keeping The Faith” chiudono il disco con eguale umanità e spirito solidale, due ulteriori motivi per avvicinarsi ad un disco che si è un punto d’arrivo ma al tempo stesso un promettente passo verso una maggiore e sperabile fama.
Remo Ricaldone

18:15

Katie Cole - Things That Break, Pt. 1

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Australiana ma residente a Nashville, Katie Cole è una delle più promettenti nuove voci femminili di quella scena, capace di sorprendere per intensità e calore ma anche talentuosa come autrice grazie a notevoli capacità descrittive ed intensità nelle emozioni. Scoperta dal produttore Howard Willing, già con Sheryl Crow e Glen Campbell, Katie ha saputo subito catturare lo spirito ‘americana’ inserendo nel suo stile country music ma anche colorazioni gospel ed un pizzico di pop che non ha spostato equilibri perfetti nelle sue canzoni. Una discografia ancora parca quella di Miss Cole che comprende un paio di ep ed un album intitolato “Lay It All Down” che ha visto un prezioso ‘cammeo’ di Kris Kristofferson ed ora un altro ‘lavoro breve’ (cinque canzoni ma tutte decisamente intriganti) che la proietta ulteriormente tra le figure di maggior spessore del genere, sulla scia della bravissima Patty Griffin alla quale la possiamo tranquillamente paragonare. “Broke” introduce il disco con il banjo di Ilya Toshinsky (chi si ricorda il gruppo russo dei Bering Strait che per breve tempo fece parlare di se nella Nashville di qualche anno fa?) che caratterizza una ballata di grande presa e fascino, seguita subito dopo da “All My Winters”, evocativa ‘folk song’ acustica interpretata con un’intensità non comune ed attraversata da una chitarra elettrica magnifica per gusto e poetica. “Rest In Pieces” è la conferma delle doti compositive di Katie Cole, della grazia con cui ‘maneggia’ le canzoni e del cuore che ci mette in ogni nota. Un altro gioiellino da ricordare come la seguente “Graceland”, pervasa da inflessioni gospel, una storia in cui nostalgia e ricordi sono in primo piano. A chiudere questo ep c’è poi “Time On My Hands” in cui le emozioni acustiche raggiungono l’apice, tra la citata Patty Griffin e la migliore Lee Ann Womack. Disco molto, molto interessante che speriamo presto venga seguito da una seconda parte, in attesa di un altro album ‘full length’.
Remo Ricaldone


16:56

Richard Dobson - I Hear Singing

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Richard Dobson è stato uno dei musicisti che ha scritto la storia della scena texana al pari di Townes Van Zandt, di Guy Clark, di Rodney Crowell, ponendosi sullo stesso straordinario livello musicale e poetico. Le sue canzoni negli anni sono state riprese (con ottimi risultati peraltro) da gente come Nanci Griffith, Carlene Carter, Dave Edmunds e anche da Johnny Cash ma la sua ‘fama’ è rimasta ristretta tra i fan e gli addetti ai lavori. Ricardo, come gli amici erano soliti chiamarlo, ci ha lasciati nel dicembre del 2017 quasi al termine delle registrazioni di questo album intitolato “I Hear Singing” e terminato con qualche piccolo ritocco negli studi svizzeri di Schaffausen. Proprio lo stato elvetico lo ha accolto a fine anni novanta e Richard Dobson ha trovato lì le migliori condizioni per intraprendere quella che è stata l’ultima parte della sua carriera artistica incidendo una decina di eccellenti album per la Brambus Records. Country music, folk, influssi mariachi, una certa fascinazione per sonorità celtiche  e il suo inconfondibile stile narrativo da storyteller puro sono state le peculiarità che hanno reso grande Mr. Dobson e certamente il vuoto lasciato sarà difficilmente colmabile, alla luce anche di questo notevolissimo suo ultimo lavoro. Sedici canzoni di cui tre cover e collaborazioni compositive di grande pregio fanno di questo “I Hear Singing” disco prezioso ed imprescindibile per chi ama la canzone d’autore texana e tutto il fascino evocativo che rappresenta. Già con le prime note di “A Better Word For Love” abbiamo la percezione di un lavoro profondo, melodicamente rilevante ed interpretato con una inusitata forza, quasi ad avvertire che il tempo a disposizione era poco. Il fiddle di Aaron Till dona ulteriori colorazioni ad una ballata che ha del classico senza tempo con le sue tonalità folk e tutti gli artisti coinvolti, anche quelli che partecipano solo in misura minima, danno veramente il meglio di loro stessi, da Mark Wise e Peter Uehlinger che con le loro chitarre formano un tappeto sonoro ineguagliabile a Brent Moyer e Bill Chambers che regalano piccoli sprazzi di classe con i loro ‘cammeo’. “Fisherman’s Son” è guidata da un banjo di forte impatto poetico mentre la struggente forza di “I Will Fight No More Forever”, di “Footprints (The Immense Journey)” e della title-track “I Hear Singing” ci consegnano un poeta ancora in grado di dire la sua nell’attuale panorama country-folk. Le collaborazioni sono come detto importanti, a partire da “Entre Ayer Y Manana” firmata con Mike Blakely e pervasa da un’aura ‘mexican’ deliziosa e poi con “Everything I Need” scritta a quattro mani con il bravo e misconosciuto George Ensle e con “So Have I” con Guy e Susanna Clark. Le cover infine sono il suo personale omaggio a musicisti che ha amato profondamente come Chris Smither la cui “Leave The Light On” risplende di luce propria, “Thirsty In The Rain” composizione di Peter Rowan e “Less Of Me” di Glen Campbell, entrambe più che riuscite. Tutto qui è comunque cantato con il cuore in mano, con infinita classe e l’accompagnamento strumentale non prevale e non soffoca la personalità ancora carismatica di Richard Dobson ma la sottolinea con bravura ed intelligenza. Ci mancherai moltissimo, Ricardo. Buon viaggio.
Remo Ricaldone

16:50

Helen Rose - Trouble Holding Back

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La gestazione del disco di esordio per Helen Rose è stata lunga all’incirca due anni ma ne è valsa la pena. “Trouble Holding Back” ci presenta un’altra figura femminile dell’amplissimo panorama roots americano che merita tutta l’attenzione possibile e al tempo stesso propone un’artista difficilmente etichettabile viste le molteplici influenze presenti. Blues ma anche country music, rock e soul, un incrocio tra Nashville, New Orleans e Muscle Shoals che incuriosisce e che appaga per intensità ed originalità. Helen Rose si fa produrre dall’ex Lone Justice Marvin Etzioni che contribuisce notevolmente anche a livello compositivo e ci regala dieci canzoni in cui emerge tutta la sua vibrante musicalità e in cui spesso si accompagna al sax interpretando il materiale con grande grinta. Il rock cadenzato di “Love And Whiskey”, imbevuto di aromi sudisti e di colorazioni calde, apre l’album e lo indirizza verso suoni sensuali e passionali mentre la seguente “Flatlands Of North Dakota” è uno dei punti più alti, avvicinando Helen Rose ad una delle sue maggiori influenze, Bobby Gentry, la cui “Ode To Billy Joe” rieccheggia tra le note e gli arrangiamenti. “When The Levee Breaks” è un traditional la cui performance rimanda alle potenti vocalità di Rhiannon Giddens, “John Coltrane On The Jukebox” è basata sul classico dei Dream Syndicate (“John Coltrane Stereo Blues” del 1984) ed è pregna di soul e blues, tra Mavis Staples e Janis Joplin, “Mississippi Moon” è una fascinosa ballata che ci porta nel Delta con tutte sue le affascinanti e misteriose storie. “Dangerous Tender Man” segue ancora questa strada fatta di suoni sudisti miscelati assieme per formare un insieme variegato e solido, evocativo e compatto, mentre la title-track “Trouble Holding Back” aperta dal sax di Helen Rose ci fa immergere nuovamente nel sound di New Orleans. Il trittico finale si apre con “Oh Glory Be”, numero soul di alta classe alla maniera di Muscle Shoals, prosegue con “The Mountain” firmata da Steve Earle che emoziona e commuove per l’estrema partecipazione in una ballata pianistica eccellente e si chiude con “Love On Arrival”, scarna ed intensa canzone firmata dalla coppia Rose/Etzioni che cresce mano a mano graffiando e coinvolgendo con qualità. Disco questo molto personale, pur attingendo a varie sonorità ed ispirandosi ad altri artisti. Disco che merita attenzione.
Remo Ricaldone

16:44

Kaz Murphy - Ride Out The Storm

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Anche se al suo attivo ci sono solo quattro album solisti, Kaz Murphy è attivo da alcune decadi e la sua carriera musicale è ampia, variegata e pienissima di esperienze, fin dai suoi ‘anni formativi’ nel South Jersey e a Philadelphia. Appassionato di rock’n’roll e di folk music, Kaz Murphy ha suonato in innumerevoli bands, spostandosi di continuo all’interno degli States, da Santa Fe a Los Angeles e poi per un breve periodo anche in Austria. Poi ha condiviso il palco con Pete Seeger e Jesus And Mary Chain, i Derailers e i Big Star, con membri dei Whiskeytown (la band di Ryan Adams agli esordi) e con gli Afghan Whigs definendo così quanto diversificate siano le sue influenze. “Ride Out The Storm” lo vede tornare alla ribalta con un disco decisamente azzeccato grazie ad una vena compositiva intensa ed intrigante dove trovano spazio le passioni per i perdenti, gli ultimi, quelli ai margini della società dei consumi. La produzione contribuisce in maniera fattiva alla riuscita del disco e Scrappy Jud Newcomb (che ha lavorato con Slaid Cleaves, Ray Wylie Hubbard e Patty Griffin tra gli altri) qui ‘cuce’ un suono consistente ma non sovraprodotto attorno alle canzoni di Kaz Murphy, con la presenza dei tamburi di Pat Manske (veterano del Lone Star State), Jon Notharthomas al basso (già con la band di Ian McLagan) e Penny Jo Pullus alle armonie vocali. Lo stesso Scrappy Jud Newcombe gioca un ruolo fondamentale con le sue numerose chitarre, acustiche ed elettriche, il basso, il mandolino in un disco suonato con estrema convinzione e registrato nello storico The Zone, studio di registrazione di Dripping Springs, Texas. Con la sua voce calda e corposa Kaz Murphy disegna storie in cui i protagonisti si muovono entro i confini di un’America talvolta misteriosa, altre volte intrisa di sofferenza o di speranza, sulle ali di un suono tra country music, canzone d’autore folk e ‘americana’, con accenti ispirati e poetici. Da “When People Come Together” che introduce la selezione alle eccellenti “Soft Heart” (quasi una border song), “Thunderhead” e “Where You Come From” dalle immagini nitide ed evocative e dalle chitarre ‘riverberate’ che sanno molto di sixties, l’album si snoda con semplice scorrevolezza e regala più di un momento da ricordare. Tra questi sono da citare “Somebody Could Be Me”, country music che sa di Texas in modo classico, “Stella Rae” deliziosamente rock anche se acustica, un po’ sulla falsariga di quello che faceva Jonathan Richman tra gli anni settanta e i primi ottanta e la bella ballata “Forget About The World Tonight” interpretata ancora con grande cuore. Disco esemplare di un’America ‘di periferia’ ma sempre accorata e genuina.
Remo Ricaldone

19:05

Joe Ely - The Lubbock Tapes - Full Circle

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Parlare di Joe Ely è sfogliare alcune tra le pagine più belle della musica texana e non solo. Joe è un’icona, un talento puro che negli anni ha un po’ diradato le sue uscite discografiche (da anni si autoproduce gli album con immutato valore e vigore) ma ha mantenuto intatto un indomito spirito da storyteller tra country music, folk e rock’n’roll. Quel suo essere perennemente in bilico tra country e rock gli ha forse impedito di raggiungere un maggiore successo commerciale in un business dove era (è?) essenziale etichettare i prodotti ma lo ha reso protagonista di una stagione indimenticabile dove ha sciorinato una serie impressionante di grandi dischi collaborando con altri talenti come Butch Hancock e Jimmie Dale Gilmore con lui nelle avventure a nome Flatlanders ed è stato affiancato da tutti i grandi strumentisti del Lone Star State. “The Lubbock Tapes – Full Circle” è come dice il titolo una sorta di chiusura del cerchio e di ritorno a casa nel suo amato West Texas in una serie di demo incisi tra il 1974 ed il 1978 in un periodo in cui la MCA diede a Mr. Ely ampia fiducia dando alle stampe ben dodici album nell’arco di un ventennio. Proprio in quegli anni Joe Ely espresse uno straordinario songbook qui ‘riscoperto’ attraverso incisioni fresche e cristalline. La produzione è a quattro mani divisa tra Joe e uno dei suoi mentori, l’immenso Lloyd Maines e le registrazioni sono state effettuate negli storici Caldwell Studios di Lubbock. Qui ritroviamo melodie indimenticabili e tuttora pregne di straordinaria poetica, canzoni che Joe Ely distribuì nei suoi primi dischi e che rappresentano il suo concetto di ‘Texas Music’. Sedici canzoni (nei titoli è stata ‘dimenticata’ la magnifica “Tennessee’s Not The State I’m In”) che testimoniano tutta la grandezza di un nome imprescindibile per chi segue la musica delle radici. “Windmills And Watertanks” apre l’album e ci fa subito entrare in quei paesaggi aspri, evocativi ed affascinanti tra il Llano Estacado ed il Panhandle, il (West) Texas in tutto il suo incanto e charme. “Because Of The Wind” “B.B.Q. & Foam”, “Standin’ At A Big Hotel”, “If You Were A Bluebird”, “I’ll Be Your Fool” hanno il sigillo dei classici e in queste  inedite versioni mostrano nuove sfumature, nuovi colori, nuove tonalità. Quello di “The Lubbock Tapes – Full Circle” è un viaggio sonoro che non vorremmo mai terminare, un percorso fatto di alternanze tra country e rock, tra ballate e grintosi uptempo, con uno sguardo profondo ed intenso ai suoi (e nostri) luoghi del cuore. Chi conosce Joe Ely non avrà bisogno di ulteriori ‘spinte’ per acquistare il disco, chi (colpevolmente) non lo conosce ancora può essere la base su cui costruire la conoscenza di un vero ed unico troubadour.
Remo Ricaldone

19:02

Surrender Hill - Tore Down Fences

Pubblicato da Remo Ricaldone |


L’avventura musicale di Robin Dean Salmon, sudafricano trapiantato da parecchi anni in Texas e poi in perenne movimento tra il Lone Star State, New York, Nashville ed il sudovest, e Afton Seekins, talentuosa vocalist cresciuta tra l’Alaska e l’Arizona, si arricchisce di un nuovo capitolo, il terzo, intitolato “Tore Down Fences”. L’album è stato inciso in soli due giorni a Nashville e propone ancora una volta tutto il vigoroso e solido mix di country music coniugato in modo vario ed interessante, sfumato con un pizzico di soul e di rock. “Tore Down Fences” conferma tutto il buono che si era detto in occasione del precedente “Right Here Right Now”, sottolinea nuovamente la bravura compositiva della coppia e fa emergere la freschezza interpretativa di artisti capaci di proporre una country music credibile e genuina. E se in  “Time Moves On” Afton segue i classici senza tempo del genere con un’attenzione spontanea nel dare un afflato sudista alle proprie performances, in “Up In Flames” Robin gioca con le emozioni più autentiche in una canzone tra folk e country. I rimandi vocali, la bellezza degli arrangiamenti e la qualità più che buona dei brani fa si che il disco scorra con naturalezza attraverso i tredici brani che lo compongono senza particolari cadute di tono, senza aggiungere dosi inutili di zucchero e senza i ‘trucchi’ che spessono vengono usati nelle produzioni delle major di Music City. “I Ride Alone”, folk song sublime, la soffice country music della title-track “Tore Down Fences”, la pulsante “Forever”, convincente e significativa, l’intensa “Stones” dai toni accorati e persuasivi e poi ancora titoli come “Misbehave”, “If I Can’t Have You”, “PBR & Cigarettes” sono tra i preferiti di un lavoro degno di attenzione per una bella realtà della musica delle radici. Surrender Hill, un nome da tenere d’occhio.
Remo Ricaldone

18:59

Jack Ballengee Morris - West Virginia Refugee

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Attualmente residente a Columbus, Ohio, Jack Ballengee Morris ha le sue radici familiari e musicali ben piantate negli Appalachi della West Virginia e questo retaggio emerge chiaramente in questo suo bel disco intitolato “West Virginia Refugee”, nove canzoni dall’impianto acustico che rendono giustizia alle sue qualità compositive e di performer. Disco essenziale e per questo genuino e profondamente sincero, “West Virginia Refugee” ha poche ma efficaci frecce al proprio arco, dall’accompagnamento strumentale composto da cello, fisarmonica, batteria e dalle chitarre acustiche del protagonista al tono gustosamente tradizionale e ‘folkie’ dei brani. “California’s Edge” apre l’album con il forte sapore delle ballate di Woody Guthrie, con lo stesso piglio orgoglioso e permeato di tradizione, “Lick All My Wounds” coniuga la canzone d’autore prendendo ad esempio i ‘padri’ del genere ricordando anche espressivamente il grande John Prine, “Eskimo Pie”, con l’accordion di Tom Boyer ed il cello di Peter Fox è poesia efficace ed evocativa. Tre esempi della qualità di Jack Ballengee Morris, sicuramente ed inevitabilmente derivativo ma al tempo stesso interessante e spontaneo. “Thread The Line” accarezza con grande dolcezza grazie ad una melodia che  ci porta in territori affascinanti mentre la canzone che titola il disco è indissolubilmente legata al duro lavoro nelle miniere con un ‘march time’ che rimanda al folk revival dei sixties. “Beggars Will Ride” evoca ancora la migliore ballata folk, profonda, sofferta, rigorosa, “Tower I Fell” la segue a ruota con grande partecipazione e ancora il cello a sottolinearne la carica emotiva, “Poor JFK” riprende la tradizione politica e sociale tipica della folk song con un esempio tutto da gustare e la conclusiva “In The Dark” suggella un percorso fatto di coerenza ed impegno non disgiunto da una piacevolezza di fondo che rende il tutto, a mio parere, consigliato a coloro che cercano nella musica anche qualcosa di più approfondito. Da ascoltare.
Remo Ricaldone

18:56

The Plastic Pals - Psychic Reader

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Band solida e rocciosa, un quartetto in cui due chitarre, basso e batteria esprimono con grande bravura tutta la passione per un classico (roots)rock di marca americana: questo e altro sono i Plastic Pals, da Stoccolma, Svezia. Al terzo disco il gruppo guidato dal chitarrista e cantante Hakan ‘Hawk’ Soold amplia confini già discretamente variegati dove le radici del più classico rock’n’roll emergono in un insieme di buonissima qualità. “Psychic Reader” ha al suo interno citazioni ‘Pub rock’ tipicamente anni settanta, soul e americana con il supporto di una interessante serie di musicisti incontrati in questi anni in giro per il mondo. Il violinista dei Camper Van Beethoven Jonathan Segel, le tastiere del ‘nostro’ Francesco Bonfiglio membro dei bravissimi Lowlands e quelle del grande Chris Cacavas il cui nome rimane indissolubilmente legato alla stagione con i Green On Red donano inflessioni profonde al suono dei Plastic Pals rendendole ancora più godibili e fresche. Tutto il materiale inserito in questo “Psychic Reader” è a firma del leader Hakan Soold a conferma di talento e di un ottimo stato di forma, gli arrangiamenti sono dinamici e compatti, le chitarre sono una base robusta sulla quale sviluppare melodie intriganti. La title-track che introduce l’album è un po’ il manifesto delle intenzioni dei quattro ragazzi svedesi e apre strade percorse con piglio sicuro. “Shame The Devil” ricorda certe band americane del cosiddetto ‘Paisley Underground’, movimento che rivitalizzò il rock in una decade, gli anni ottanta, dove imperava l’elettronica, in una bella cavalcata chitarristica, “Cat On A Hot Tin Roof” ha ancora chitarre che trascinano e la possente ritmica nelle mani di Bengt Alm (basso) e Olov Oqvist (batteria), “Weight Of The World” è una (classica) ballatona rock con un profumo di ‘dejà vu’ che non toglie nulla alla sua intensità, “Timing Is Everything” è un altro momento da ricordare per pulizia di suono ed incisività che personalmente mi ricorda il primo Elliott Murphy e la New York degli anni settanta. “Riding With Elvis” occupa poi un posto di rilievo nell’economia dell’album, un ulteriore momento di ottimo rock sciorinato con sicurezza e naturalezza da una bella realtà musicale europea che non ha nulla da invidiare ai colleghi d’oltreoceano.
Remo Ricaldone


17:22

Ben De La Cour - The High Cost Of Living Strange

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Disco sorprendente e personaggio completamente sconosciuto ma portatore di sensazioni forti e rimarchevoli, uno storyteller decisamente intrigante con il suo particolare ‘americanoir’ come ama definire il suo mix di canzone d’autore e country music narrate con piglio appunto personale e vicino allo spirito ‘noir’ di molti scrittori contemporanei. Nato e cresciuto a Brooklyn, Ben ha ‘toccato’ Los Angeles prima di puntare la bussola verso New Orleans e poi a Nashville, inevitabilmente attratto dalla ricca scena della ‘zona est’ della capitale della country music. “The High Cost Of Living Strange” è disco breve (solo otto canzoni) ma diretto, tagliente ed intrigante, un lavoro pieno di azzeccate caratterizzazioni, di storie ‘ai margini’ e narrate su diversi piani letterari. Mai banale, l’album rimanda alla scrittura dei grandi della tradizione texana con nel cuore Townes e Guy Clark, con lo stesso amore per le mille sfaccettature dell’animo umano e con gli stessi ‘fondali’ sui quali costruire storie di grande peso specifico. Bella voce, una produzione scarna, grandi doti di troubadour: “The High Cost Of Living Strange” è l’ennesima dimostrazione che ‘less is more’ quando la qualità narrativa è alta. “Uncle Boudreaux Went To Texas”, “Guy Clark’s Fiddle”, “Dixie Crystals”, il fascino ‘dark’ di “Tupelo”, “Face Down Penny”, basterebbero questi titoli per fare di questo disco uno dei più interessanti lavori di quest’anno ma è l’atmosfera complessiva che rende l’album un prodotto altamente consigliato. Dar fiducia ad un nome sconosciuto è in questo caso quasi doveroso. Se si ama la canzone americana raccontata con profondità e amore allora non ci sono dubbi. Quello di Ben De La Cour è il vostro disco.
Remo Ricaldone

17:19

Eric Lindell - Revolution In Your Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nato e cresciuto nella Bay Area di San Francisco, Eric Lindell ha da sempre subito il fascino meticcio dei suoni del Sud ed in particolare della Louisiana. E proprio nel ‘Bayou State’ che poi ha deciso di trasferire la sua sede e dal 1999 ha intrapreso la sua carriera discografica, accasandosi subito con la storica label blues di Chicago Alligator Records che ha creduto in lui ristampandogli i suoi primi lavori indipendenti. Blues, Southern soul ma anche honky tonk e rock’n’roll sono state, sin dai suoi primi passi, le connotazioni stilistiche di Eric Lindell che le ha metabolizzate riconsegnandocele con stile, qualità e grande intensità, passando nel corso degli anni attraverso varie etichette e relative fasi artistiche. “Revolution In Your Heart” segna il suo ritorno a casa, ritrovando l’amata Alligator Records e riconquistando l’originaria e fresca ispirazione anche grazie alle recenti vicende del proprio Paese. Come è solito fare Mr. Lindell, il musicista di San Mateo, California suona praticamente tutti gli strumenti, evidenziando una personalità multiforme e una tecnica eccellente. Uniche eccezioni sono la batteria e le percussioni dietro le quali siede Willie McMains e il prezioso cammeo di Kevin McKendree che dona il proprio talento al piano nella fascinosa “Millie Kay”. L’album è solido e brillante in tutte le sue sfaccettature, sia quando emerge la nostalgia per la nativa California in un brano comunque pregno di colorazioni ‘neworleansiane’ come “Kelly Ridge” sia quando rock e soul, blues e country si incrociano nelle ottime “Shot Down” e “Claudette”. “Millie Kay” è tra le cose migliori del disco con le sue atmosfere gustosamente country e un’interpretazione che rimanda ai Whiskey Myers più ‘soffici’ e ad altre band sudiste, “How Could This Be?” è scritta  a quattro mani con Seth Walker con ottimi risultati, “Grandpa Jim” mostra assonanze con i Departed di Cody Canada per quel suo ‘mischiare le carte’ e fondere stili diversi come è prassi nel ‘deep south’ mentre, per citare i momenti che più coinvolgono, “The Sun Don’t Shine” è rock’n’roll imbevuto nel più autentico ‘swamp’, graffiante e anche armonioso. Bentornato Eric!
Remo Ricaldone

17:14

Neilson Hubbard - Cumberland Island

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Grazie alla proficua avventura musicale con gli Orphan Brigade, Neilson Hubbard ha impresso una decisa accelerazione ad una carriera che ora si è arricchita di un ulteriore eccellente capitolo discografico. Dopo aver esplorato i misteri del ‘deep south’ durante la Guerra di Secessione e aver scoperto le affascinanti e imperscrutabili Grotte di Osimo nelle Marche, Neilson Hubbard ritorna a raccontare le terre sotto la ‘Mason-Dixon line’, soffermandosi sull’Isola di Cumberland, al largo della Georgia. Là vive una colonia di cavalli selvaggi, discendenti da quelli portati attorno al 1600 dai ‘conquistadores’ spagnoli, che dona un ulteriore tocco di fascino ad un’isola che, proprio per la sua natura, conserva tratti particolari e poco conosciuti. A questo si aggiungono ricordi personali carichi di affetto, concorrendo a creare un filo narrativo di grandissima profondità espressiva e poesia. Accanto a Neilson Hubbard c’è il fidato pard irlandese Ben Glover che qui ha un ruolo fattivo nella produzione, nella composizione (almeno metà delle canzoni presenti porta la sua firma, a quattro mani con Neilson) e nel contributo strumentale. Stilisticamente le ballate presentate recano tracce di folk, di jazz, di soul e di country, ricordando l’indimenticato lavoro di grandi come John Martyn, Nick Drake, del Van Morrison del periodo americano negli anni settanta e inevitabilmente di Glen Hansard. Gli arrangiamenti sono soffici e ispirati, chitarre acustiche e pianoforte sono protagonisti e gli inserimenti di violino e fiati non fanno altro che esaltare l’afflato poetico dei brani, in un susseguirsi di rimandi ricchi di suggestione. Per sua natura questo è il classico album che cresce molto con gli ascolti e aiuta molto il consueto straordinario lavoro di traduzione in italiano dei testi, ormai ‘marchio di fabbrica’ della label lombarda Appaloosa Records. “Cumberland Island” è un racconto intimo ed accorato degno di un talento puro, una selezione che accarezza il cuore e dona pace e serenità a chi si apre a queste canzoni, da “Don’t Make Me Walk Through This World On My Own” a “My Heart Belongs To You”, da “Oh Black River” a “How Much Longer Can We Bend” e anche quando i ritmi si fanno più accelerati (“If The Sun Comes Up Tomorrow” e “That Was Then”) la grazia e la dolcezza rimangono le caratteristiche vincenti. “Cumberland Island” merita attenzione e di essere maneggiato con la dovuta considerazione. Regalerà momenti assolutamente pregnanti.
Remo Ricaldone

17:11

Ben Bedford - The Hermit's Spyglass

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Ben Bedford è un poeta, Ben Bedford è un musicista di grande spessore: su queste due caratteristiche si basa una carriera ed una discografia che ha portato l’artista di Springfield, Illinois ad incidere cinque album nel corso di una dozzina d’anni, un percorso ‘parco’ ed essenziale che si arricchisce ora di un lavoro che ben inquadra il suo essere profondo e rigoroso. “The Hermit’s Spyglass” è un disco in cui Ben Bedford si esibisce in completa solitudine e racconta di storie apparentemente ordinarie, storie concepite nella sua residenza ai confini della prateria dell’Illinois in compagnia dell’amato Darwin, gatto con il quale ha condiviso emozioni e sensazioni. “Per il mio amico, il gatto Darwin e per tutti gli altri che vivono in maniera univoca e bella e non hanno bisogno di un libretto di istruzioni”: questa è la filosofia che guida questo breve ‘racconto’ fatto di ballate e momenti strumentali che fanno da base ad un susseguirsi di considerazioni sulla vita e sui suoi significati reconditi. Tra canzone d’autore folk e ispirazioni (quasi) country, “The Hermit’s Spyglass” conquista poco a poco, crescendo come tutti i dischi precedenti in maniera sicura e diretta, regalando passioni a piene mani ed avvicinandosi al lavoro di personaggi che lo hanno influenzato nella scrittura come i canadesi Bruce Cockburn e Gordon Lightfoot, per esempio. “Morning Rise”, “Little Falcon, “Coyotes” e “Morning Conversations” sono canzoni dall’ampio respiro e dalla cristallina bellezza mentre “Larkspur Awakes”, “The Mule And The Horse” e “Thunderstorm” sono splendidi quadretti strumentali che descrivono in modo esaustivo queste sensazioni. Un altro sforzo compositivo completato con l’ormai consueta bravura per un personaggio il cui peso poetico lo ha reso tra le figure di spicco della canzone americana delle radici.
Remo Ricaldone

16:12

Garrick Rawlings - Garrick Rawlings

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Garrick Rawlings è un musicista fatto della stessa pasta di gente come Dave Alvin e Rick Shea (per cui ha aperto i concerti), condivide gli stessi modelli di Townes Van Zandt, Tom Russell, John Prine e di tutta la canzone americana tra country e folk. Nato a Wichita, Kansas, Garrick ha ‘vagabondato’ per gli States fino a fissare la sua dimora a Prescott, Arizona, incarnando con fascino ‘hobo’ canzoni dallo spirito libero ed indomito figlie del grande songbook americano. Prodotto da Rick Shea che gli ha cucito addosso un abito ideale per le sue canzoni, “Garrick Rawlings” è disco dai molti motivi per essere amato, con originali e cover che si alternano formando un insieme maturo e cristallino. Partendo dalle due cover si evince subito quanto Mr. Rawlings sia stato influenzato sia dalle più classiche radici del suono americano sia da certo rock che possiamo definire ‘roots’: “Friend Of The Devil”, tra le più belle melodie dei Grateful Dead e “Poncho & Lefty”, ‘signature song’ di Townes Van Zandt sono state riprese da innumerevoli cantanti con ottimi risultati e queste versioni non pretendono di aggiungere nulla se non mostrare l’enorme debito di riconoscenza verso artisti di basilare importanza. Gli originali hanno invece l’ampio respiro del west americano con le sue inflessioni ‘mexican’ (per esempio la bella “No Tengo Palabras” con le armonie vocali di Perla Batalla) ed il tipico ‘muoversi’ della country music concepita in California seguendo l’esempio dei vari Shea, Russell, Alvin ma anche Woody Guthrie e Ramblin’ Jack Elliott, sicuramente due influenze basilari. “Lights Of Marfa” ci porta nei deserti texani in una canzone fortemente evocativa, “Lost In Time” con il mandolino di Rick Shea a guidare la melodia scorre con grande efficacia, “Eye Of A Thief” tipico ‘talkin’’ nella più schietta tradizione, “I Don’t Care What You Say” dalle movenze quasi bluegrass e “Whiskey, Cryin’, Pain…” ballatona country dai toni intensi sono solo alcuni ‘assaggi’ di una proposta che troverà molti estimatori tra coloro che seguono le produzioni indipendenti, quelle che propongono il meglio della tradizione che arriva dagli States. Bel personaggio questo Garrick Rawlings, da tenere d’occhio e a cui dare fiducia.
Remo Ricaldone

16:07

Jimmy Rankin - Moving East

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Jimmy Rankin è colui al quale, a pieno diritto, spetta il compito di portare avanti la storia musicale dell Rankin Family, per anni gli ambasciatori di quel Canada che univa la tradizione celtica della Nova Scotia alla country music più fresca e piena di inventiva in una serie di dischi che ebbero anche buoni riscontri commerciali. Fin da piccolo Jimmy ha seguito queste sue due influenze che ne hanno caratterizzato una carriera lunga e importante dal punto di vista artistico e che da qualche tempo lo vede solista. Dopo un periodo di circa sette anni passato a Nashville Jimmy Rankin ‘torna a casa’ ritrovando nuovi stimoli riprendendo quel filo conduttore alla fine mai lasciato, quantomeno nel proprio cuore. “Moving East” è disco forte, orgoglioso, cristallino nelle melodie e vibrante nei testi e vede il protagonista alle prese con un repertorio quasi interamente originale, prodotto magistralmente da Joel Plaskett che cuce attorno a Jimmy Rankin il suono ideale, elettro-acustico, con l’intervento di numerosi eccellenti musicisti canadesi. J.P. Cormier è un talentuoso picker qui a banjo e mandolino, Ashley MacIsaac è una straordinaria fiddler che porta avanti la tradizione musicale di Cape Breton, tra le più caratteristiche di tutto il Canada, Ilda Chiasson è una pianista dal tocco finissimo ed ispirato. Complicato a questo punto segnalare un brano piuttosto che un altro vista la coesione e la forza complessiva di un album che alterna country e folk con grande esperienza e sapienza, rivisitando i suoni roots con gusto e sagacia. “Loving You Never Gets Old”, “Down At The Shore”, la pimpante “The Rawleigh Man”, “Turn That Boat Around”, la rockeggiante “Been Away” sono titoli che si fanno ascoltare con grandissimo piacere, ma è tutto l’album a risultare credibile e accorato in un continuo rimando di influenze che hanno formato musicalmente Jimmy Rankin. Consigliato.
Remo Ricaldone

16:03

Nichole Wagner - And The Sky Caught Fire

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Primo disco a ‘lunga durata’ per Nichole Wagner, musicista residente ad Austin, Texas che unisce con grande grazia ed ispirazione una poetica tipica della canzone d’autore a una passione per certo roots-rock, sempre coniugato in deliziose modalità elettro-acustiche. “And The Sky Caught Fire” si avvale della produzione esperta di Justin Douglas che divide le chitarre con l’ottimo Will Sexton, in qualche maniera ‘band leader’ di un notevole manipolo di sidemen che comprende le tastiere nelle mani Jan Fleming, la sezione ritmica composta dal bassista Grant Himmler e dalla batteria di Chris Haulser, il tutto arricchito dalle ‘ospitate’ di Rod Picott e di Terry Klein che prestano le loro voci rispettivamente in “Fires Of Pompeii” e “Dynamite”. L’amore per rock e country è sempre presente nelle dieci canzoni che compongono l’album in cui viene ripresa la splendida “Reconsider Me” di Warren Zevon e in cui viene dedicata al mai troppo compianto Tom Petty una eccellente “Yellow Butterfly”. Evocative sono le immagini che appaiono attraverso una sofferta “The Last Time”, scorrevoli e piacevolissime quelle dell’iniziale “Winner Take All”, fresche e cristalline quelle della sciolta e trascinante “This Kind Of Love” dove l’amore per la California degli anni settanta e quello per la migliore tradizione ‘alternative country’ vengono a contatto in una delle migliori canzoni del disco. Da segnalare anche, ad ulteriore conferma della bontà della selezione, una “Let Me Know” che mi ricorda un po’ Kelly Willis grazie ad inflessioni country che emergono naturalmente, l’intensità poetica della già citata “Fires Of Pompeii (We Should Walk Away)”, “Rules Of Baseball” con tutto il sapore della country music contemporanea che si suona dalle parti di Austin e “Sparks & Gasoline” ancora sulla lunghezza d’onda della miglior ‘Texas Music’. E poi riascoltare le melodie del caro vecchio Warren Zevon è per me sempre fonte di commozione e grande, grandissimo piacere e la “Reconsider Me” ripresa da Nichole Wagner è degnissimo tributo ad uno dei più grandi poeti rock. Brava Nichole!
Remo Ricaldone

16:00

Brad Colerick - Nine Ten Thirty

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La scena musicale di South Pasadena, California è da anni segnata dalle molteplici attività promozionali ed artistiche di Brad Colerick, personaggio tornato dalla parentesi nashvilliana con un bel bagaglio di esperienze da mettere al servizio di un panorama tra i più vivi della parte meridionale del Golden State. Cinque sono gli album all’attivo per Brad Colerick e questo suo più recente “Nine Ten Thirty” (il codice postale della cittadina, a rimarcare orgogliosamente i propri legami) è un perfetto esempio di come al caldo sole californiano si possano miscelare country music, rock e un pizzico di pop e rendere quest’unione dannatamente piacevole. Oltre al protagonista ci sono in queste sessions tutti artisti che risiedono a South Pasadena, a partire dall’eccellente pianista Billy Childs per citare il più noto nell’ambiente, citando anche il lavoro proficuo di Tim Fleming a pedal steel, dobro e chitarre e di Guillermo Guzmàn a basso e percussioni. Undici sono gli originali che fanno bella mostra in questa selezione come detto molto, molto piacevole, giocata su intrecci di chitarre, una spruzzata di percussioni, interventi di steel e dobro ad avvicinare ulteriormente alle radici country e soprattutto ad un gusto melodico spiccato e godibilissimo. Piccole storie di provincia come “Bachelorette Party”, “The Big One”, la significativa title-track, “The Healer” con nel dna la grande tradizione armonica californiana, una “Great Year” con sapore forte dei classici tra country e canzone d’autore, l’estrema dolcezza di “Almost Home”, ancora la country music genuina di “Superhero of the MTA” sono a mio parere i momenti di maggiore interesse del disco. Disco che si chiude con l’unica cover, scelta per celebrare ancora South Pasadena situata sulla mitica Route 66 e il classico di Bobby Troup è qui ripreso con grande passione e modestia. “Nine Ten Thirty” conferma quanto ispirate siano le scene musicali delle piccole cittadine, troppe volte poco considerate.
Remo Ricaldone

22:45

Andrew Sheppard - Steady Your Aim

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Cresciuto ad Hailey, Idaho e poi trasferitosi in California inseguendo il suo ‘sogno artistico’, Andrew Sheppard è tra le migliori sorprese dell’anno in ambito country e roots,  dopo un percorso che lo ha visto alle prese inizialmente con rock e punk per poi abbracciare le radici. La sua visione è comunque alternativa a quanto ci viene spacciato per country dalle major, una lucida e quasi ‘cinematografica’ concezione di suoni che sanno di backroads e di percorsi ‘poco battuti’ e per questo sinceri ed autentici. “Steady Your Aim” è il suo secondo disco ma è come se introducesse per la prima volta un musicista che sente l’urgenza di unire tradizione e suoni contemporanei in modo personale anche se l’influenza di gente come Israel Nash Gripka, Sturgill Simpson e molti nomi della scena Red Dirt  e texana è palpabile. Dieci canzoni che formano un quadro intenso e colorato, dall’introduttiva “Take A Walk With Me” alla solida ed elettrica “Red Wine & White Roses”, con “Here At The Bottom” che rappresenta tutta la verve e la forza della più genuina country music e “Travel Light And Carry On”, tra le migliori del lotto, con le sue profonde inflessioni texane. “Steady Your Aim” ha rari cali di tensione, tutto scorre perfettamente oliato tra ballate e momenti più vivaci con un Andrew Sheppard pronto a cogliere ogni sfumatura delle storie raccontate. Tra queste si distinguono la canzone che dà il titolo al disco e poi ancora “Not My Kind” con il suo carico di nostalgia e fascino, “Lies As Cheap As Whiskey” che potrebbe essere uscito da un album di Cory Morrow, il descrittivo country waltz intitolato “Holy Water” e l’acustica “Further Away” che congeda un lavoro in cui la country music viene rinvigorita come solo nelle produzioni indipendenti viene fatto. Vale assolutamente la pena dare fiducia ad un album magari non facilissimo da reperire (ma le vie di internet sono infinite) ma che propone un nome molto, molto promettente da affiancare al meglio della attuale produzione alt-country.
Remo Ricaldone

22:42

Kate Campbell - Damn Sure Blue

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Kate Campbell è una delle voci più intense nel raccontare il sud degli Stati Uniti: lei è nata nella zona del Delta ed è cresciuta assorbendo il meglio di quella cultura, dalla country music al blues, dal folk al pop ed al soul. La letteratura è sempre stata al centro della sua crescita come donna e come artista, i diritti civili un punto fisso del suo credo, scrittori come Flannery O’Connor, Eudora Welty e William Faulkner riferimenti imprescindibili. Sono passati più di ventanni dal suo esordio, il celebrato “Songs From The Levee” dal quale è iniziata una carriera all’insegna della coerenza stilistica e dell’amore per una terra dalla quale sono germogliati i migliori suoni d’America. Riconosciuta ormai come musicista di primo piano nell’unire attraverso le ‘strade secondarie’ Nashville a Muscle Shoals e a Memphis, Kate Campbell ciclicamente ci regala dischi dall’afflato poetico e dai suoni intensi e “Damn Sure Blue” non sfugge a questa regola. Grazie all’accorta e sagace produzione di uno dei migliori nomi in questo ambito, Will Kimbrough, a sua volta musicista di straordinario livello artistico, Kate Campbell porta a termine uno dei suoi lavori più lucidi e solidi in un alternarsi di cover e di collaborazioni compositive che vedono coinvolti lo stesso Will Kimbrough e Tom Kimmel, firme che lavorano sulla sua stessa lunghezza d’onda. Le cover sono sempre fortemente personalizzate e perfettamente riuscite, dalla forte denuncia sociale di “Ballad Of Ira Hayes” del folk singer ‘nativo’ Peter LaFarge, tra i protagonisti più oscuri degli anni sessanta, a “The Great Atomic Power” dei Louvin Brothers, ripresa con piglio orgoglioso e potente, da “Forty Shades Of Green” di Johnny Cash a “Christ, It’s Mighty Cold Outside”, intinta nella migliore tradizione gospel del sud.  Gli originali sono poi la vera forza dell’album con melodie che fanno emergere la tradizione country nel modo più genuino e aggiungono testi impegnati e poetici al tempo stesso. “Damn Sure Blue”, “Change Should’ve Come By Now” e “Long Slow Train” sono un trittico che inizia il disco in modo splendido, tre canzoni che rappresentano l’essenza della country music, di come dovrebbe essere questa musica e di cosa dovrebbe rappresentare. Non meno ispirate sono poi la struggente “This, And My Heart Beside” avvolta da armonie folk che rubano il cuore, “When You Come Back Home”, pregnante country song che mi ricorda le prime cose di Mary Chapin Carpenter e “Sally Maxcy” che si pone ancora sul versante folk del’opera. Un disco questo che rappresenta al meglio terre che hanno espresso artisticamente le cose migliori unendo le tante culture che le hanno abitate, terre rigogliose, terre ricche di grande musica.
Remo Ricaldone

22:37

Eliza Gilkyson - Secularia

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Sono ben venti gli album incisi da Eliza Gilkyson, californiana ma residente da parecchi anni ad Austin, Texas, una carriera sempre più improntata verso una canzone d’autore in cui gli elementi country e folk sono stati inseriti in un percorso introspettivo e fortemente poetico, ricco di suggestioni e di riferimenti letterari. Il profondo senso della famiglia dove Eliza è cresciuta attorniata da musicisti (il padre Terry un leggendario songwriter, il fratello Tony tra i fondatori dei Lone Justice, roots-rock band di Los Angeles) , il suo rifiuto per ogni tipo di dogma religioso o politico, la sua sempre presente ispirazione poetica, sono queste le coordinate sulle quali è cresciuta e sulle quali ha basato la sua carriera artistica ed il suo percorso umano. “Secularia” è un insieme di poesie musicate con estrema bravura, prodotte dal figlio Cisco Ryder a cui è affidato il compito di confezionare il più efficace ‘abito’ possibile. Il risultato è ancora una volta degno di nota anche grazie al coinvolgimento di nomi importanti della scena musicale di Austin, da Warren Hood, efficace e profondo nei suoi interventi al fiddle, a Mike Hardwick, chitarrista talentuoso che all’elettrica gioca sulle note più intime per rendere ulteriormente pregnanti le melodie di Eliza Gilkyson. Piccoli/grandi cammeo si susseguono in queste canzoni, regalandoci emozioni intense come quando il mai troppo compianto Jimmy LaFave, in una delle sue ultime sessions, si unisce ad Eliza per una coinvolgente rilettura del traditional “Down By The Riverside”, oppure l’amica Shawn Colvin dona armonie vocali da sogno ad una accorata “Conservation”. Molti amici passano dagli Studi 45 di Austin per un contributo, da Chris Gage a Michael Hearne, da Betty Soo alla mandolinista Kym Warner, in punta di piedi ma lasciando una traccia importante in un disco in cui la spiritualità è vissuta in maniera intima e sincera, dalla magnifica “In The Land Of The Lord” in cui si punta il dito contro l’odio profuso in nome delle religioni, passando per “Solitary Singer”, “Lifelines” (con una eccellente pedal steel nelle mani di Mike Hardwick), “Dreamtime”, “Through The Looking Glass” e “Sanctuary”, canzoni che rubano il cuore e mostrano, senza filtri, orpelli o artifizi, l’essenza vera di una grande artista.
Remo Ricaldone

22:35

Kat Danser - Goin' Gone

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Goin’ Gone” è un viaggio emozionante attraverso i vari suoni che caratterizzano il profondo sud degli States, un percorso fatto di polverosi ‘juke joints’ e ‘honky tonks’ fondendo le molte influenze che Kat Danser, partendo dalla sua Edmonton, Alberta, ha accumulato nel corso degli anni. Folk, blues, rockabilly, country, jazz sono qui centrifugati con estrema bravura ed interpretati con voce espressiva, modulata e potente, affidandosi poi alla profonda esperienza di un nome come Steve Dawson che è sinonimo di suoni distillati e centellinati con intelligenza. Lo stesso Steve Dawson è protagonista con le sue chitarre e la pedal steel in un album in cui si alternano e si intrecciano fiddle e sax, armonica e mandolino in un susseguirsi di grandi emozioni. La grande esperienza in concerto di Kat Danser, al quinto disco pubblicato, è qui al servizio di un progetto ricco di fascino che viene inaugurato da una title-track dove blues e country convivono felicemente sprizzando energia da tutti i pori. “Voodoo Groove” ha tutto il misterioso fascino delle commistioni sonore del Delta con ancora in primo piano le chitarre elettriche del produttore, “Memphis, Tennessee” è più squisitamente blues con slide ed armonica che duettano in modo splendido mentre “Chevrolet Car” è la prima cover (di Sam McGee) che riporta i suoni ad una arcaica country music proposta con guizzi di pura arte. La pedal steel guida invece la sinuosa “Kansas City Blues”, ballata dai toni nostalgici tra le migliori del disco, subito seguita da “Hol’ Up, Baby” che convince per intensità e ritmo, ricordando un po’ la Michelle Shocked più ‘nera’. “Train I Ride” è molto ‘cinematografica’ ed evocativa, il sax ad accarezzare, ancora country e blues a braccetto, gli echi di Merle Travis e dell’autore, il leggendario Mississippi Fred McDowell, “My Town” è un altro gioiellino da incorniciare con tutto il suo fascino ‘old fashioned’ e lo spirito del primissimo Ry Cooder a fare capolino. A suggellare l’album una più elettrica e nervosa “Light The Flame”, notturna ed oscura, tra canzone d’autore (viene in mente certo Bruce Cockburn) e roots-rock, e “Time For Me To Go” più rilassata e modulata, ottima per congedare un’artista dalle eccellenti doti e potenzialità che in questo “Goin’ Gone” ci regala più di un brivido, più di un’emozione. Consigliato.
Remo Ricaldone

22:32

Vanessa Peters - Foxhole Prayers

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Cantautrice con base a Dallas, Texas, Vanessa Peters è un’interessante musicista che si muove tra canzone d’autore e quella scena ‘indie’ che prende spunto in eguale misura da folk, pop e rock, proponendo uno stile che si potrebbe avvicinare a certe cose di Natalie Merchant, Suzanne Vega e Shawn Colvin. Undici album all’attivo per Miss Peters e un’attività senza pause che l’ha portata ad esibirsi spesso al di fuori degli States con ottimi riscontri di critica per la sua vena compositiva piena di riferimenti letterari e per interpretazioni sempre accorate ed autentiche. E’ da parecchio tempo che i suoi album li pubblica grazie al cosiddetto ‘crowdfunding’, segno che la sua base di fan è ampia e fedele e il suo più recente lavoro, questo “Foxhole Prayers”, non sfugge alla regola, rivelandosi raccolta di canzoni che mantengono alta la qualità complessiva, al netto di alcune scelte di arrangiamento che inseriscono (per fortuna poco) loop percussivi e vocoder per dare un tocco contemporaneo e moderno a ballate che personalmente preferisco più scarne ed essenziali. Quando capita ciò il risultato è decisamente positivo come nell’iniziale “Get Started” in cui si avvicina molto alle voci citate in precedenza e la produzione di Rip Rowan che ha lavorato in passato con Old 97’s e Rhett Miller qui mostra le sue qualità migliori. “Lucky” ricorda il roots-rock dei 10,000 Maniacs e risulta tra le più immediate e scorrevoli delle canzoni del disco, così come in “This Riddle” quando le atmosfere si fanno più meditative e sognanti, con Vanessa Peters convincente e sicura. La liricità della title-track “Foxhole Prayers”, la scioltezza con cui affronta una pregevole “Just One Of Them”, le emozioni che pervadono la bellissima ballata conclusiva “What You Can’t Outrun” sono poi valori aggiunti che innalzano il classico disco che cresce moltissimo con gli ascolti, un disco che al netto di qualche piccolo neo negli arrangiamenti (parere personale) mostra un’artista dal grande talento.
Remo Ricaldone

19:00

Malcolm Holcombe - Come Hell Or High Water

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Uno stile ormai ampiamente rodato e riconoscibile basato sulla commistione tra folk, country e blues, una voce i cui sedimenti si sono stratificati negli anni arrivando a toni rochi, arruffati ma estremamente affascinanti, come quelli di un hobo che, nei suoi pellegrinaggi, trova tutto il romanticismo e la durezza della vita a contatto con perdenti, sognatori, viaggiatori e la nobiltà della classe lavoratrice. Questo e non solo è Malcolm Holcombe, musicista del North Carolina in cui convivono tutti i misteri, le scoperte e la florida ricchezza di terre che negli ultimi secoli hanno visto alternarsi momenti drammatici e pregni di storia che ne hanno disegnato i confini, geografici e interiori. Il suo carattere schivo, un po’ selvatico e poco propenso a scendere a compromessi gli hanno forse negato un posto d’onore nell’olimpo della musica americana ma, con grande perseveranza, ha snocciolato con regolarità dischi sempre più maturi e completi, pervasi da una sensibilità e da una poetica unici. Malcolm Holcombe è scolpito nella stessa roccia di cui fanno parte grandi come James McMurtry, Greg Brown, Townes Van Zandt e Ray Wylie Hubbard, per citare alcuni artisti ai quali è stato accostato, con una personalità forte ed orgogliosa che l’amico, produttore (con Marco Giovino) e straordinario polistrumentista Jared Tyler ha saputo far emergere  in un crescendo veramente notevole. L’equilibrio dei suoni, la profondità dei testi e l’incisività delle melodie è stato un traguardo raggiunto con naturalezza e, specialmente in questa sua ultima produzione ha raggiunto vette molto, molto alte. Dal precedente “Pretty Little Troubles” è cambiato poco a livello musicale, qui ritroviamo intatto il suono ormai marchio di fabbrica di Malcolm Holcombe, prettamente acustico ma sempre carico di pathos, calore e intensità, con pochi ‘aiuti’ ma con ogni strumento al proprio posto a partire dalle chitarre, dal dobro e dal mandolino di Jared Tyler, dalle percussioni sparse di Marco Giovino, dalle voci di Iris DeMent (qui anche al piano) e di Greg Brown, profondi ammiratori del musicista delle Blue Ridge Mountains. Tredici canzoni, tredici storie di volta in volta commoventi, delicate, misteriose e tenui, brani che sono indissolubilmente legate tra loro per formare un insieme di estrema sentimento e poesia “Left Alone”, “New Damnation Alley”, “Black Bitter Moon”, “Old North Side”, “Brother’s Keeper” e “Torn And Wrinkled” sono solo alcuni esempi della grandezza di un poeta vero. Un artista che, nonostante tutto, continua a rimanere uno dei molti ‘best kept secrets’ della musica d’oltreoceano.
Remo Ricaldone

18:56

David Olney - This Side Or The Other

Pubblicato da Remo Ricaldone |


David Olney è un poeta, un veterano di mille session, un ‘musician’s musician’ come dicono negli States, un artista la cui trentennale carriera ha forse ricambiato poco in termini di successo commerciale David Olney ma che lo ha visto rivestire il ruolo di padre putativo della Nashville più creativa e dinamica. I suoi sono dischi meditati e vissuti, le sue canzoni ricche di significato e di passione, la sua musicalità gli è valsa paragoni con gente come Johnny Cash, Tom Waits e Guy Clark. “This Side Of The Other” è un altro importante tassello di una carriera intensa e preziosa e vede la produzione nelle mani dell’esperto Steve Dawson che affianca lo stesso Olney in un lavoro artigianale curato nei minimi dettagli senza perdere in spontaneità. Il tema ricorrente di queste canzoni sono i muri, fisici e a volte mentali, l’accoglienza e la migrazione in tempi in cui questi argomenti sono di strettissima e drammatica realtà. Cosa vuol dire nascere da una parte o dall’altra di un muro, cosa comporta trovarsi di fronte ad esso durante il duro viaggio alla ricerca di una condizione migliore: sono queste ed altre le domande a cui David Olney cerca di rispondere con queste splendide canzoni pervase di country music, di folk, di una canzone d’autore mai così lucida e impegnata come nella migliore tradizione. A queste registrazioni partecipano grandi come Charlie McCoy, armonicista extraordinaire, le sorelle McCrary, tra le portavoci della più sincera tradizione del sud, Fats Kaplin alla fisarmonica e al oud, strumento a corda di origine araba, Anne McCue alle armonie vocali e allo stesso Steve Dawson a chitarre, pedal steel, mandolino e wurlitzer tra gli altri. Nove piccoli gioiellini e una cover, la sorprendente versione di “She’s Not There” degli Zombies di Rod Argent, che sono uniti da un filo rosso, tematico e musicale, di grande efficacia ed ispirazione a partire dalla significativa “Always The Stranger” che subito entra nel ‘mood’ dell’album con un bel ‘train time’ a la Johnny Cash, lo splendido fiddle di Ward Stout che segna la melodia e l’armonica di Mr. McCoy da pelle d’oca. “Wall” lo avvicina come suoni ad alcune cose di Tom Waits, ritmica originale, interpretazione sofferta e il piano wurlitzer di Steve Dawson che fornisce nuances jazzy, “Border Town” è già dal titolo storia di ‘immigrants & refugees’ con inevitabili colorazioni messicane e una eccellente chitarra acustica nelle mani di Steve Dawson. “I Spy” prosegue nelle storie di confine, in bilico tra due mondi, tra due culture, “Running From Love” è commovente e accorata, una canzone dalla solida ritmica e dagli interventi di fiddle e armonica ancora una volta strepitosi, “This Side Or The Other” è invece un country waltz che sa di classico, una canzone che coinvolge per dolcezza e poesia mentre “Death Will Not Divide Us” è ancora country music nel senso più genuino del termine, solida e impegnata. Così come nelle due canzoni precedenti la pedal steel è protagonista di “Open Your Heart (And Let Me In)”, soffice e aggraziata con le sorelle McCrary a dare quel tocco in più e “Stand Tall” ha qualcosa di Kris Kristofferson nel dna e quel sapore di country music d’autore tipico degli anni settanta, preludio alla già citata “She’s Not There” che congeda un grande artista che merita di essere apprezzato in maniera più ampia.
Remo Ricaldone

18:52

Jay Pinto - Jay Pinto

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dalla più tenera età Jay Pinto ha subito il fascino della musica, avvicinandosi via via ad una canzone d’autore che prende spunto sia dal folk ma anche da melodie più pop, nel senso più nobile del termine. Originario di Boston, Massachussetts, Jay si è presto trasferito sulla West Coast, facendo base prima a Sacramento e poi a Los Angeles e a San Francisco. E’ però a Seattle che ha trovato l’atmosfera giusta e una scena musicale accogliente e propositiva, incontrando Tom Kennedy per formare un duo chiamato Bananafish con cui ha inciso quattro dischi e condiviso il palco con Shawn Colvin e Ani DiFranco tra gli altri. Conclusa l’esperienza in duo Jay Pinto si è concentrato sulla produzione solista e al suo attivo ci sono un primo ep intitolato semplicemente “9 Song Demo” e alcuni anni dopo (siamo nel 2012) un album a ‘lunga durata’ che ha chiamato “Blink”, con alcune sue canzoni che nel frattempo venivano inserite in serie tv di successo come “I Sopranos” per fare un esempio. Questo disco omonimo è però quello che, nelle intenzioni del protagonista, si spera possa fargli fare il salto verso una maggiore notorietà internazionale, seppur sempre in ambito indipendente. Sono nove le canzoni che fanno dell’album un lavoro di buona profondità poetica, di melodie orecchiabili e di arrangiamenti freschi e gustosi improntati ad un suono acustico tra folk e pop. Voce interessante, buon ‘pickin’’ e un senso melodico intimista e aggraziato sono le peculiarità di una bella realtà del cantautorato americano, con canzoni come “Stray”, “Through The Eyes Of A Fisherman” e “Paradise” che introducono il lavoro nella maniera migliore, e con brani da ricordare come “From Pineapple Avenue To Marginal Way”, “Change Of Heart” e “Push” che rafforzano la convinzione di trovarci di fronte un artista che può dare molto alla scena folk(pop) d’oltreoceano.
Remo Ricaldone


Album numero undici (in poco meno di due decadi) per uno dei beniamini di Lone Star Time, quel Jason Boland che è da considerare una delle figure guida di quel suono, concepito e nato tra Texas ed Oklahoma, che ha saputo fondere mirabilmente country music e rock, centellinando in misura variabile i due ingredienti. Con i fidi Stragglers ‘ridotti’ a trio, con il vecchio compagno di Università e batterista Brad Rice, Grant Tracy a completare la sezione ritmica al basso e lo straordinario Nick Worley a fiddle e mandolino, Jason Boland non sbaglia un colpo, tale è il talento compositivo, l’eccellente espressività della voce e l’intelligenza nello stilare una scaletta coinvolgente ed intensa. “Hard Times Are Relative” vede la produzione a quattro mani divisa tra l’esperto Adam Odor e David Percefull che ritroviamo qua e la a colorare alcune canzoni con tastiere e chitarre e come ‘membro esterno’ ma sempre ispiratissimo specialmente alla pedal steel, Cody Angel.  La selezione è come detto felicissima nel proporre una stimolante ed appassionante country music talvolta rafforzata da elementi più rock che non spostano equilibri cercati e trovati con sagacia. Il frizzante inizio affidato a “I Don’t Deserve You” ne è la conferma più riuscita, con la pedal steel in primissimo piano e le armonie vocali di Sunny Sweeney a dare un tocco in più alla melodia. Un piccolo classico. “Hard Times Are Relative”, la title-track, gioca sulle emozioni più profonde con una ballata interpretata con grande classe da Jason Boland e un corollario di strumenti che accarezzano, dal dobro al banjo (nelle mani di Noah Jeffries) alla pedal steel, “Right Where I Began” è una godibilissima e cadenzata country song, un altro brano perfetto per coinvolgere il pubblico in concerto, con Cody Angel a ‘fare i numeri’ all’elettrica. “Searching For You” è un altro degli ‘highlights’ del disco, con la fisa di Bukka Allen e uno spirito honky tonk che conquista mentre “Do You Remember When” è un’altra ballatona dalla grande forza interiore, cantata con il cuore in mano. Il ritmo risale con la seguente “Dee Dee Oo’d”, pregna di buon vecchio rock proposto con la classe di Jason Boland che assieme a Stoney LaRue firma poi una “Going, Going, Gone” semplicemente monumentale, con il fiddle di Nick Worley che vola alto. Il trittico finale comprende “Tattoo Of A Bruise” pimpantissima e nobilitata dagli intrecci di pedal steel e fiddle, “Predestined” più acustica e rilassata e, unica cover “Grandfather’s Theme” di Randy Crouch, intensa, pulsante ed evocativa, degno finale per un disco tra i migliori dell’anno. E non solo in questo ambito musicale.
Remo Ricaldone

15:35

Greg Hawks - I Think It's Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Una delle più piacevoli sorprese di questo 2018, “I Think It’s Time” è l’ultimo sforzo solista in ordine di tempo per Greg Hawks, polistrumentista ed autore proveniente da Chapel Hill, North Carolina, ispiratissimo e talentuoso artista che con le canzoni inserite nell’album in questione ha metabolizzato alla perfezione tutte le sue molteplici influenze. Cresciuto e maturato attraverso l’amore nei confronti di country music, rock, pop e soul, Greg Hawks è in possesso di una voce dalle eccellenti tonalità e sfumature, una bravura chitarristica con pochi eguali e una scrittura decisamente brillante. Se dal punto di vista delle liriche c’è uno sguardo preoccupato e negativo per la piega politica di questi ultimi tempi negli States, da quello strettamente musicale la cristallina bellezza delle melodie rende “I Think It’s Time” un disco ampiamente positivo e bilanciato ottimamente nelle diverse inflessioni, risultando infine godibile oltre misura. Greg riesce al tempo stesso a risultare personale e derivativo, capace di condensare negli undici brani dell’album un’intensità e una particolarità notevoli, ricordando di volta in volta le ballate di Tom Petty, le spigliate radici country di Dwight Yoakam, la profondità dell’ultimo Johnny Cash e la brillantezza degli storici Big Star di Alex Chilton, alfieri del sud tra rock e soul. La semplice bellezza delle melodie, gli intrecci chitarristici sempre di grande ‘appeal’, performance vocali di grande impatto emotivo sono tra le qualità di queste sessions, a creare un insieme scorrevole e più che soddisfacente, senza pause, dall’iniziale “So Lonely” alla conclusiva “Another Possibility”, con la collaborazione in fase di mixing da parte di Chris Stamey (il cui nome è legato ai dB’s, allo stesso Alex Chilton e ai Whiskeytown) e con gli interventi alla pedal steel di Allyn Love. “From One To The Other Extreme” ha nel dna la country music di icone del genere come Buck Owens o George Jones mentre la più impegnata (politicamente e socialmente) è certamente “The King Of Hate”, ballata più acustica che ricorda la ‘west coast’ degli anni settanta. “I Think It’s Time” (la canzone) è più rilassata, con un ‘gioco’ di chitarre ancora efficace, così come la seguente “Things I Did Not Say” che riporta in primo piano una country music pregevolissima. E’ un viaggio colorato e vivido quello di Greg Hawks, quello di un musicista che ha ancora molto da dare a coloro che ancora si emozionano quando ascoltano i suoni roots. Uno dei dischi più godibili di questi mesi.
Remo Ricaldone

15:32

Son Of The Velvet Rat - The Late Show

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Da anni Georg Altziebler e la sua partner Heike Binder vivono nel deserto californiano di Joshua Tree, divenuto una sorta di ‘buen retiro’ per artisti e musicisti, un po’ come fu Laurel Canyon tra gli anni sessanta e settanta. Il  debutto discografico della coppia austriaca in terra americana con il curioso nome di Son Of The Velvet Rat fu nel 2017 grazie ad un album prodotto niente meno che da Joe Henry intitolato “Dorado” in cui appariva anche Victoria Williams, una delle voci della scena alt-country attratta dal fascino del Mojave. I suoni sono riconducibili ad una sorta di incrocio tra un folk con tinte ‘noir’e tentazioni rock, come se si incontrassero i Green On Red e i Velvet Undergound in un territorio del cuore profondamente influenzato dai colori, dai silenzi e dall’asprezza dei deserti del sudovest americano. A seguire quell’esordio ci fu un lungo tour promozionale che portò i Son Of The Velvet Rat tra Europa e States e questo “The Late Show” documenta alcuni momenti significativi riprendendo canzoni di “Dorado” e da alcuni progetti precedenti, con l’aggiunta di una nuova composizione, “Another Glass Of Champagne”, tagliente ed elettrica, che conferma il prolifico momento di forma della band. Tra la movimentata “Surfer Joe”, coinvolgente e trascinante, e “Moment Of Fame” che non nasconde influenze ‘dylaniane’, c’è tutto l’immaginario legato alla più profonda provincia americana, quella dimenticata dalle cronache ma che riveste un’importanza basilare per il suo substrato umano e per le reminiscenze cinematografiche. Il folk-rock orgoglioso di “Lovesong No.9” con ancora nel cuore Bob Dylan, la secca e solida “Friends With God”, rock di notevole forza espressiva, “Sweet Angela” sofferta ed emozionale e la chiusura di “Carry On” fanno di questo disco un ulteriore punto a favore per i Son Of The Velvet Rat, bella realtà della scena indie americana, pur con le loro origini europee.
Remo Ricaldone

15:29

Ben Kunder - Better Human

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Non è facile ripetere un esordio di grande intensità e profondità come  era “Golden”, l’inizio di una promettente carriera discografica per il canadese Ben Kunder e “Better Human”, secondo album in uscita a settembre 2018, rileva una leggera involuzione nella musica, pur regalandoci una manciata di buone canzoni. Tra Israel Nash e Ray LaMontagne, in bilico tra un evocativa canzone d’autore e inflessioni pop, Ben Kunder ripete certe insicurezze che hanno caratterizzato gli ultimi lavori dei musicisti citati con qualche ‘balbettio’ negli arrangiamenti (soprattutto nei primi due brani l’uso di tastiere elettroniche che appesantiscono melodie peraltro non male), con una crescita mano a mano che l’album si sviluppa attraverso ballate e midtempo di interessante fattura. La voce è sempre una delle peculiarità migliori, calda, modulata ed intensa, con interpretazioni che mostrano una sensibilità non comune e uno sguardo al mondo e alle sue contraddizioni intelligente e profondo. Le tonalità country del debutto sono quasi assenti ma è con la terza canzone del disco, una “Better Days” empatica e brillante, che “Better Human” si risolleva e risale un po’ la china grazie ad una produzione che finalmente riesce a far esprimere tutta la poetica di Ben Kunder. Aaron Goldstein che già aveva contribuito alla piena riuscita del primo disco di Ben e qui nei panni del produttore, dimostra una volta di più che la semplicità e la linearità dei suoni sono la carta vincente, soprattutto quando si parla di roots music ed in effetti i momenti migliori sono una docile “Hard Line” con echi ‘younghiani’, “I Will Be Your Arms” dove emergono tonalità country molto apprezzate, “Lay Down” che ha il sapore di certe cose della Band, un trittico che vale l’intero cd. Da ricordare e sottolineare l’intimismo di una acustica “Come On” veramente deliziosa e la conclusiva “Night Sky”, ancora una ballata da incorniciare in un seconda parte del disco che migliora il giudizio pur rimanendo una buona spanna sotto il suo predecessore.
Remo Ricaldone

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