A distanza di poco di un anno dall’ottimo “Cheaters Game” che suggellava una profonda unione di intenti e personale tra Bruce Robison, membro storico di una delle grandi famiglie musicali texane (con il fratello Charlie e la sorella Robyn Ludwick) e Kelly Willis, eccellente vocalist che negli anni ha acquistato una profondità e un’espressività notevolissime dal punto di vista interpretativo, torna una delle coppie regina della scena del Lone Star State. “Our Year” segue la falsariga del precedente: stesso produttore nella persona di Brad Jones, stessi studi nashvilliani ma con una produzione degna del loro Stato natale, stessa freschezza e amore per la country music filtrata attraverso una sensibilità ricca e propositiva. Fondamentale è la scelta del materiale da interpretare, azzeccata in “Cheaters Game” come in questo “Our Year”, a partire dal classico “Harper Valley PTA”, grande successo nel 1968 per Jeannie C. Riley a firma Tom T. Hall, ripreso con gusto e grazia. Il resto è certamente meno noto ma non meno intenso, con una spanna sopra tutto la bellissima melodia di “Departing Louisiana” di Robyn Ludwick, la solida “Motor City Man” del compianto Walter Hyatt, autore troppo spesso sottovalutato, il waltz-time di “Carousel” firmato a quattro mani da Bruce Robison e da Darden Smith, gli echi quasi a la Buddy Holly di “Lonely For You”, “Shake Yourself Loose” classica country ballad di T Bone Burnett qui in una delle più belle performance di Kelly Willis e “Anywhere But Here”, sicuramente una delle migliori creature di Bruce. In definitiva un disco piacevolissimo, fresco, intepretato con classe, senza strafare ma dando il giusto peso alle canzoni, arrangiandole con un talento limpido e chiaro. www.bruceandkellyshow.com per ulteriori informazioni.
Remo Ricaldone

15:38

Fabio Gualerzi - Fabio Gualerzi

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Trentanni, emiliano, Fabio Gualerzi debutta con un disco omonimo che è il manifesto delle sue passioni musicali, il rock americano in primis, proposto in salsa texana mutuando la lezione delle ultime generazioni provenienti dal Lone Star State, da Randy Rogers a Ryan Bingham. Dieci canzoni scritte dallo stesso Fabio che mostrano grande coraggio e vitalità, unendo la lingua italiana, non certo adattissima dal punto di vista metrico in un contesto simile, a una base veramente convincente in cui rock e radici si incontrano, un po’ come anni fa fece John Mellencamp nel suo “Lonesome Jubilee”. Le storie raccontate sono semplici e immediate, e proprio per questo credibili, esperienze di vita con tutto il proprio bagaglio di esperienze, di speranze e di delusioni. Musicalmente come detto ci sono più di uno spunto da cui partire per una carriera interessante, con la robusta ballata midtempo “La Stanza #43”, il tiro rock di “Il Giro Com è”, la delicata “Credi Nel Destino”, la più cupa “Notte” con le chitarre elettriche che sferzano l’aria, la più acustica “Noi” con un bell’arrangiamento in cui si miscelano con sapienza armonica, banjo e chitarre, “La Voce Di Questo Demone” dalla bella melodia incalzante e con azzeccati interventi di steel guitar e la conclusiva “Il Suo Tempo” ancora la bella unione di chitarre elettriche e violino, una spanna sopra tutte. Brani che sicuramente dal vivo potranno essere ulteriormente rivitalizzate. In definitiva “Fabio Gualerzi” è un lavoro che merita,  proposto con un entusiasmo che fa superare anche qualche piccola ingenuità e che, come detto, può essere foriero di altre belle cose in futuro. Auguri Fabio!
Remo Ricaldone

15:35

Otis Gibbs - Souvenirs Of A Misspent Youth

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sette dischi all’attivo, un ‘body of work’ ormai definito e maturo, paragoni con Steve Earle e il Bruce Springsteen più acustico (io aggiungerei Chris Knight con cui condivide la capacità di raccontare l’America più vera e genuina), insomma Otis Gibbs merita di uscire da quella ‘nicchia’ che lo vede in compagnia di tanti altri grandi della Musica a stelle e strisce. “Souvenirs Of A Misspent Youth” è l’occasione ideale per il cantante ed autore di Wanamaker, Indiana ora residente a East Nashville di fare conoscere le sue grandi doti compositive e il suo stile asciutto e profondo che lo ha avvicinato idealmente ai nomi citati in precedenza. Le dieci canzoni presentate in questa occasione (nove sue ed una, “Wrong Side Of Gallatin” scritta da Amy Lashley, sua compagna e interessante autrice) formano un insieme estremamente coinvolgente, sono storie di vita vissuta, di ricordi di famiglia, di esperienze che hanno toccato Otis Gibbs nel profondo e che lui  interpreta con il cuore in mano, ispirandosi musicalmente alla grande tradizione americana, con echi appalachiani ma con uno spirito attuale e moderno. “Ghosts Of Our Fathers”, “The Darker Side Of Me” e “With A  Gun In My Hand”, già dai titoli, evocano sofferenza e nostalgia, dolore ma anche speranza, con banjo, steel guitar e fiddle sempre presenti a ricordare le proprie radici. Country music e folk permeano ancora i ricordi di “Back In My Day Blues”, “It Was A Train” e la nitida melodia di “Cozmina” che apre l’album. Un lavoro caldamente consigliato per una delle figure più interessanti per quanto riguarda certa canzone d’autore americana. Da affiancare, nel vostro scaffale, ai dischi dei musicisti citati. www.otisgibbs.com.
Remo Ricaldone

15:32

Eddie Seville - Ragged Hearts

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Proviene dal New England Eddie Seville, cantante, autore, produttore, attivissimo band leader con svariate piccole realtà della scena ‘costiera’ orientale come Vibro-Kings e Steel Rodeo. Tra i suoi mille impegni anche una carriera solista che lo ha portato ad incidere questo sorprendente gioiellino intitolato “Ragged Hearts”, gustoso mix di alternative country e roots rock ispirato e vibrante. Voce passionale e leggermente roca, una vena compositiva che tributa omaggi chiari e definiti (l’iniziale “A Crooked Mile” mi ha ricordato il primissimo Springsteen mentre “The Queen Of Kerosene” è una country song che starebbe benissimo nel repertorio di Charlie Robison) ma che risulta sempre dannatamente credibile per via di una freschezza che pochi possono vantare: queste sono solo le principali caratteristiche di Eddie Seville, artista caleidoscopico e propositivo. “Ashes To Ashes” ci porta vicino al confine con il Messico con una storia intensa a metà tra Joe Ely e Dave Alvin, “Love’s Got A Hold” lo avvicina al roots rock di Will Hoge, “I’m Pacing Myself” segue a ruota con una melodia trascinante tra rock e radici, “Horseshit” è texana al 100%, vera e pregnante, “The Last Train” mi ricorda il John Hiatt più acustico e rootsy, evocando il potere salvifico del rock’n’roll, “Save My Soul”, seppur molto derivativa, è potente e solida mentre “The Hardest Thing To Do” chiude l’album con gli echi delle ballate di Southside Johnny e di Willy De Ville. Un album che gioca apertamente le proprie carte dando spazio alle mille influenze di Eddie Seville, confezionato sicuramente in maniera artigianale ma che riserverà tanti momenti godibili. Buon ascolto. www.eddieseville.com.
Remo Ricaldone

Sturgill Simpson è oggi uno dei veri continuatori della tradizione ‘outlaw’, uno dei pochi emersi in questi anni di recessione,anche dal punto di vista musicale, nel panorama country. Dopo aver lasciato da parte l’esperienza Sunday Valley che dal 2004 al 2012 fu al centro della sua vita musicale, Sturgill ha messo in cantiere due dischi di grande qualità, “High Top Mountain” nel 2013 e ora “Metamodern Sounds In Country Music”, titolo che riprende in maniera inequivocabile il classico di Ray Charles che nei primissimi anni sessanta rivedeva la country music dandole un’aura calorosamente soul. Il suo mentore Waylon Jennings è presente in ogni traccia di un lavoro in cui c’è profondo amore per le vere radici ma anche un particolare gusto ‘psichedelico’ in certi arrangiamenti, con il producer Dave Cobb (Jason Isbell, Lindi Ortega e Jamey Johnson tra gli altri) che lavora con efficacia e bravura. Nove brani, un disco stringato ma che lascia il segno, una conferma per un artista che potrà dare ancora tanto alla country music e che si affianca a gente come Jamey Johnson e  Shooter Jennings per quanto riguarda un certo spirito indomitamente ‘fuorilegge’, soprattutto se si pensa all’attuale scena nashvilliana mainstream. “Turtles All The Way Down”, “Life Of Sin”, “Living The Dream”, “Voices”, “Long White Line”, il country gospel di “A Little Light” e la profonda “Just Let Go” sono solo alcuni titoli che potranno fare innamorare gli orfani di quello che fu un movimento basilare per il riequilibrio della country music dopo le abbuffate di archi e melassa degli anni sessanta. Sturgill Simpson from Kentucky colpisce ancora nel segno con la sua voce, le sue canzoni e un approccio decisamente indovinato.
Remo Ricaldone

17:26

Doghouse Flowers - Chasing The Sun

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Formatisi nel 2012, I Doghouse Flowers, quartetto guidato dalla voce di Justin Reuther che è anche il principale autore del materiale della band, si sono trasferiti da New Orleans a Milwaukee, Wisconsin mantenendo però tutto l’amore per i suoni tra rock e radici tipici di latitudini più meridionali. Il loro debutto intitolato “Chasing The Sun” in uscita nei primi mesi del 2014 ci presenta una band solida e matura in cui le chitarre elettriche di Brian Scheehle rimandano alla memoria i grandi del southern rock e la sezione ritmica con Mike Budde alla batteria e Jon Ziegler, che è anche il produttore, al basso è capace di seguire con grande forza un suono gustosamente in bilico tra country-rock (“So Wrong” sembra uscita direttamente da un vecchio album dei Pure Prairie League per esempio) e il ‘new breed’ texano degli ultimi dieci/quindici anni. Leroy Deuster è il valore aggiunto di queste session, splendido alla pedal steel e al dobro, Matt Meixner è all’organo hammond e al piano wurlitzer, Chrissie Dzioba dà un tocco in più con una voce calda e modulata. “Meet Me In Milwaukee” omaggia la loro ‘nuova’ città di adozione, “Someday” è tra le più coinvolgenti, degna del miglior sound che arriva dal Lone Star State con il suo notevole intreccio chitarristico, “Slip Away” è ancora frizzante, “Too Old To Learn”, la title-track “Chasing The Sun”, “Me And You”, ballata di pregio, “All You Have Are Yesterdays” e la più elettrica “No Luck With You” sono il giusto manifesto di una band onesta e sincera, maturata attraverso le varie esperienze di musicisti non più giovanissimi che hanno trovato grazie a Justin Reuther terreno fertile per esprimere la loro passione per i suoni della country music dagli anni settanta ad oggi. www.thedoghouseflowers.com è il sito consigliato per approfondire la loro conoscenza.
Remo Ricaldone

Gal Holiday & The Honky Tonk Revue è una band che proviene da New Orleans, Louisiana che fa rivivere lo spirito, indomito e intramontabile, delle classiche ballrooms del Sud con il loro corollario di country music arricchito da stimolanti iniezioni di swing e honky-tonk. Dopo il godibile “Set Two” di poco più di un annetto fa, “Last To Leave” torna a focalizzare l’attenzione sulla brava Vanessa Niemann, frontwoman dalle grandi doti e sulla solida band che ha nelle chitarre elettriche di Chris Adkins e sulla pedal steel di Tony Martinez i propri punti di forza. Dal precedente album c’è da rimarcare la grande crescita compositiva di Miss Niemann, co-autrice di praticamente tutte le canzoni, veramente di qualità molto buona, mentre rimane inalterata la freschezza e la varietà della proposta, dall’iniziale “The Long Black Ribbon”, deliziosamente vintage con i suoi echi quasi western, alla conclusiva e romantica “You Mean The World To Me”. In mezzo passiamo dalla frizzante country music di “South Of I-12” alle sfumature sudiste di “Teach Me How To Two Step”, dallo ‘swingbilly’ di “She’s A Killer” alla modulata “Last To Leave”, fino a “Broken Rings” con lo spirito di Hank Sr. presente in ogni nota e al godibilissimo swing di “Rainy Nights, Sunny Days”. Il tutto condito da arrangiamenti sempre impeccabili e lo spirito genuino che accompagna questa band il cui ‘songbook’ nasce sia nella loro base nel French Quarter ma anche in oscure location nel bel mezzo di Texas, New Mexico, Colorado ed Arizona. www.galholiday.com.
Remo Ricaldone


Immancabile l'appuntamento con il Savoniero Country Festival che quest'anno si presenta alla 14° edizione con la solita ricetta a base di grande live music che lo ha portato ad essere il più importante country festival italiano!!! Se la lista delle bands e delle stars internazionali che si sono esibite nel corso degli anni è ormai piuttosto impressionante tanto vale assumersi la responsabilità e mantenere alto il nome del festival presentando anche quest'anno un headliner d'eccezione...e così..direttamente (e casualmente!) dal Texas...WILLIAM CLARK GREEN!!!
WCG è in tour a promuovere "Rose Queen", il suo terzo ed ultimo lavoro discografico, che lo ha definitivamente consacrato sulla Texas scene come uno dei nuovi nomi su cui puntare; non si vedeva tanta eccitazione attorno ad un nome dai tempi della Randy Rogers Band ed il suo live show sembra essere diventato ormai un must-see, uno di quelli da non perdere assolutamente! Se il sound è potente, costantemente in bilico tra country e rock e nel pieno rispetto della lezione Red Dirt (immaginate una sorta di crossover fra Willis Allan Ramsey, Waylon Jennings e Springsteen!!!), è la definitiva crescita e maturazione del songwriting che hanno portato il giovane texano in vetta alla Texas Chart coronando un anno di successi conquistando il prestigioso LonestarMusic Award come Miglior Canzone Dell'Anno con il singolo "She Likes The Beatles (I lIke The Stones)" e presentandosi come l'artista con più nominations.
Quest'anno abbiamo voluto dare più sfumature possibili alla musica che sentiremo sul palco del festival per accontentare ogni tipo di orecchio e così abbiamo pensato ad una band nostrana che con la sua miscela di Bluegrass, Country e Folk avrà il compito di aprire le danze...la MAMA BLUEGRASS BAND!!!
La MBB ha un piglio a dir poco esplosivo e non ci sembra modo migliore di cominciare una festa se non con una band che di far festa sul palco sembra intendersene parecchio! Uscito di recente, il loro nuovissimo album "Living In a B Movie" è una collection di brani inediti che accredita alla band uno spessore musicale di assoluto rispetto; quindi in poche e semplici parole...grande divertimento e ottima musica...per una band che farà saltare in piedi tutto il festival!!
La musica sarà poi inevitabilmente garantita ad oltranza ed in ogni momento giù dal palco con i due ormai resident Djs del festival: Dj Loris (Country Family) & Dj Steve (Valceno Country) accompagnati quest'anno da GianluTx Dj.
Garantita come sempre l'ottima cucina, la birra ed il vino per un'altra grandissima delirante edizione!!!

Support Live Music!!!!!!!

18:13

Nancarrow - Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Breve ma trascinante questo disco della band di Graham Nancarrow, bella realtà del panorama alt-country californiano, tra fascinazioni rock e amore per la tradizione sulla falsariga di Steve Earle, Old 97’s e White Buffalo, alcune delle loro grandi influenze. Country music ‘Bakersfield style’, inflessioni rock’n’roll, l’amore per Hank Sr., la freschezza e il vigore di certo ‘cowpunk’ che in California ha avuto negli anni tanti adepti, tutto questo è il suono dei Nancarrow che con “Heart” promettono un futuro certamente brillante e pieno di soddisfazioni. “Party” è uno dei manifesti più significativi della band, divertente e pieno di vitalità, con accenni quasi ‘irish’ e un’atmosfera particolarmente ‘festaiola’, “Fun” è una eccellente melodia che coinvolge per la sua bellezza e per un’interpretazione ruvida e certamente riuscita, “I’m Gone” ricorda gli inizi di Dwight Yoakam con un suono essenziale e la chitarra elettrica di Tommy Andrews che ‘fa i numeri’, “Second Last Resort” è più rilassata ma sempre frizzante grazie agli intrecci tra chitarra elettrica e steel (nelle mani di Russell Hayden), “Heart” invece rialza i toni con il suo ritmo indiavolato a la Jason & The Scorchers mentre “Smokey Tavern” chiude un disco che lascia un po’ l’amaro in bocca per la sua brevità con un’altra performance di qualità, un’altra country song da ricordare. Joe Weisiger, co-fondatore dei Nancarrow, al basso e Ron Kerner alla batteria completano una line-up affiatata e coesa che attendiamo ad una prossima uscita con un disco magari più lungo ma con la stessa verve e bravura. www.nancarrowmusic.com .
Remo Ricaldone

18:08

Grand Old Grizzly - Grand Old Grizzly

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Grand Old Grizzly è una nuova interessante band che arriva da Houston, Texas e che si pone in quell’affollata scena alt-country e americana che tanto ha dato alla musica delle radici d’oltreoceano. Will Thomas ne è il leader, autore della maggior parte del materiale, voce solista e in qualche modo colui che ha modellato un suono che ha punti in contatto con Uncle Tupelo, Old 97’s e, in certi momenti, il Tom Petty più roots. Mark Riddell (basso, tastiere e percussioni) e il batterista Paul Beebe sono gli altri membri, con l’aggiunta esterna in questo disco delle chitarre e della pedal steel di Craig Feazel, di Hunter Perrin e del banjo di Dustin Welch, figlio del grande Kevin, ospiti dal notevole ‘peso specifico’. Il disco omonimo dei Grand Old Grizzly fotografa con chiarezza lo stato di una band che negli ultimi anni si è fatta un bel nome nell’area di Houston ma che ora sta uscendo nel resto dello Stato e che, secondo speranze ben riposte, può fare un salto di qualità ed affiancarsi alle band più in vista a livello nazionale. A questo proposito la recente ‘apertura’ di concerti dei Blackberry Smoke può essere un buon viatico ad una loro meritata affermazione. Undici brani, undici momenti in cui si alternano country music, rock, attitudini quasi western e tutta la passione per i suoni che ci ha regalato il Lone Star State in questi anni, per un lavoro ricco di spunti interessanti e di un songbook già intrigante e vario. Da “The Mad Ones” che apre molto positivamente l’album a “Tallahassee”, una delle preferite dai fans e non solo, dall’acustica “Morning”, uno dei brani che vede protagonista il banjo di Dustin Welch alla cristallina “I Was Thinkin’” che avvicina i Grand Old Grizzly al cantautorato texano,  Robert Earl Keen in particolare, non mancano i momenti da ricordare e che rendono ancora più appetibile il disco. “Marvelistic Coward Band” è ancora guidata dal banjo e rafforzata da una pulsante sezione ritmica, “Approaching Cars” è ancora stilisticamente vicina a REK con le sue fascinazioni tra il West e il border con il Messico mentre “The Sundowners” mischia con estrema bravura canzone d’autore, country music e rock. Una ricetta musicale quella dei Grand Old Grizzly certamente già sentita e proposta da molti prima di loro ma presentata con grande genuinità e passione. E non è poco. www.grandoldgrizzly.com.
Remo Ricaldone



Una nuova vecchia storia quella dei Bastard Sons Of Johnny Cash, avventura musicale di Mark Stuart, grande autore e cantante che è il frontman di una delle migliori realtà della country music indipendente tra Texas e California. Cinque dischi nell’arco di una quindicina di anni, nessuna nota sprecata e un percorso coerente e sempre ispirato che ora si arricchisce con questo “New Old Story” che ci regala altre dieci perle nuove di zecca ma che hanno già il sapore dei classici. Già dal titolo “Highway Bound” mostra l’attitudine e l’amore per una country music ‘fedele alla linea’ con tanta pedal steel, fiddle e gran ritmo, “Well Worn Heart” è più melodica e dannatamente vera, niente lustrini, niente banalità. Proseguendo troviamo “No Honky-Tonks” legata a filo doppio ai grandi del genere, Willie, Waylon, Merle, Buck e via dicendo, “Poor Man’s Son”, altro gioiellino per il gusto della melodia e per la lucidità nel raccontare la dura vita di tutti i giorni, “Ain’t No Tellin’” delicata, acustica ed emozionante. “Leave A Light On” fresca e corroborante, “Into The Blue” che ricorda i migliori Mavericks per la sua vicinanza al border, “El Troubadour” story song ancora deliziosamente ‘mexican’, “New Old Story” pregna di tutto l’amore per la propria vita vissuta tra dance halls e honky tonks e “Bounds Of Your Heart”, accorata e romantica, mantengono alto il livello di un disco che senza difficoltà si pone come una delle cose migliori di questo 2014 in ambito country. Bentornato Mark, bentornati Bastard Sons Of Johnny Cash. www.bsojc.com.
Remo Ricaldone

22:10

Owen Temple - Stories They Tell / Live At The Saxon Pub

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Intelligentemente uniti in un unico doppio disco dalla tedesca Blue Rose qui in Europa, ecco i due album di Owen Temple pubblicati contemporaneamente a certificare il suo ottimo stato di forma artistica. E se il live al Saxon Pub di Austin, Texas inciso nel marzo del 2012 è una gustosa occasione per goderci un suo concerto con l’ormai fido producer Gabriel Rhodes alla chitarra acustica e con la sezione ritmica nelle mani di Josh Flowers al basso e Rick Richards alla batteria, “Stories They Tell”, il suo settimo lavoro in studio è un ulteriore passo in un discografia decisamente valida, un ulteriore e profondo sguardo al mondo di oggi attraverso una visione ironica, disincantata e sempre intelligente ed intrigante. Nel pur breve spazio di un disco singolo il live ci regala alcune perle del repertorio di Owen Temple, dalla eccellente “Medicine Man” (ripresa in una robusta versione dai Band Of Heathens) a “One Day Closer To Rain”, fino a “Mountain Home”, “Dirty South” e “Cornbread And Beans”, occasione ghiotta per apprezzare la sua vena melodica e le sue storie coinvolgenti. “Stories They Tell”, con le sue undici canzoni scritte in colalborazione con amici del calibro di Adam Carroll, l’ex Band Of Heathens Gordy Quist, Clay McClinton (figlio del grande Delbert) e A.J. Roach, prosegue nel solco dei precedenti lavori con un suono ampiamente collaudato in cui spiccano la pedal steel e il dobro di Tommy Spurlock, le armonie vocali di Colin Brooks e Jamie Wilson e i musicisti che lo accompagnano in concerto e che abbiamo citato per il suo live. L’atmosfera è spesso rilassata ed amichevole, i suoni in gran parte acustici, le canzoni spesso superiori alla media per incisività e acume, sin dalla bella accoppiata iniziale affidata e “Looking For Signs” e “Make Something”, entrambe composte dal solo Owen. L’allegorica “Cities Made Of Gold” è uno dei capolavori del disco, ambientato nel desertico Texas al confine con il Messico mentre “Man For All Seasons”, grazie alla sua fresca melodia, sarà certamente uno dei suoi classici dal vivo, “Be There Soon” è più country e cadenzata con un ottimo break di Tommy Spurlock al dobro, “Homegrown” è, come dice anche il titolo, profondamente radicata nel suolo texano, una ballata di grande presa. Da citare ancora sono “Johnson Grass” e “Six Nations Caledonia”, altre due canzoni che contribuiscono ad inquadrare la poetica di Owen Temple, un nome da affiancare tranquillamente al meglio del cantautorato del Lone Star State.
Remo Ricaldone

22:06

Grant Peeples - Punishing The Myth

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Grant Peeples è un musicista non facile da etichettare, un artista la cui visione musicale e il suo approccio non sono convenzionali, sia musicalmente che come tematiche. “Punishing The Myth” è il terzo disco prodotto da Gurf Morlix in un connubio artistico ormai consolidato, un rapporto anche umano solido e sempre foriero di buone vibrazioni. Disincantato, spesso critico, sempre originale, Grant Peeples propone un punto di vista alternativo ma che al tempo stesso rivisita influenze musicali classiche come blues, rock, country, folk, jazz. Il disco si ‘divide’ in due parti distinte a livello di sonorità e di ispirazione, una prima più grintosa, percussiva e movimentata e una seconda più riflessiva e melodicamente più rilassata. L’iniziale “You’re A Slave To Your Imagination” è uno dei momenti topici ed originali, dando voce a quella che lo stesso Grant definisce ‘l’anti-musa’, una sorta di ‘vocina’ che gli sussurra che tutto quello che sta facendo è inutile, una perdita di tempo. Ironica certamente ma anche profonda e personale. “Who Wouldn’t Thunk It?” è l’unica cover, scelta dal repertorio di Greg Brown, una delle voci più vicine alla concezione artistica del Nostro, mentre “The New American Dream”, “The Morning After The Coup” e “She Was A Wildflower” fissano con grande bravura le tante ispirazioni, da Kinky Friedman a Terry Allen, da Willie Nelson (specialmente nella bellissima “She Was A Wildflower”) a James McMurtry a Tom Waits. Nella seconda parte c’è da citare “Aunt Lou”, acustica e piena di riferimenti personali e di famiglia, eccellente ballata nella piena tradizione texana tra Guy Clark e Joe Ely, “The Hanging” con il duetto tra Grant Peeples ed Eliza Gilkyson, emozionante ed accorato e “It’s Too Late To Live In Austin”, talking blues di grande fascino che chiude un disco a cui approcciarsi con la voglia di conoscere e penetrare la musica di un artista dalle grandi doti e talento. Molto belle poi le voci femminili che accompagnano molte delle canzoni, da Sarah Mac ad Elizabeth Williamson, e l’apporto strumentale del producer Gurf Morlix, di Rick Richards alla batteria, di Gene Elders al violino e Brian Standefer al cello, tutti esperti sidemen di Austin, Texas. www.grantpeeples.com.
Remo Ricaldone

18:07

Whiskey Myers - Early Morning Shakes

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A distanza di quasi tre anni da quel grande affresco ‘southern’ tra rock e radici intitolato “Firewater” tornano i Whiskey Myers, band di Elkhart, East Texas che ormai è da considerare tra le migliori realtà del rock americano. “Early Morning Shakes” è più potente ed ispirato che mai, frutto di una maturazione che ha portato Cody Cannon e soci a diventare una delle punte di diamante di quella scena che unisce con passione il più nobile rock’n’roll alle proprie radici country e blues. Cody Cannon, sulle orme del mai dimenticato Ronnie Van Zandt, è la guida, sia dal punto di vista del materiale (frutto quasi interamente della sua penna) sia da quello del carisma e della forza interpretativa, Cody Tate e John Jeffers sono due chitarristi capaci di rinverdire i fasti di quel vero ‘wall of sound’ che furono i vecchi Lynyrd Skynyrd mentre Gary Brown al basso e Jeff Hogg alla batteria formano una granitica sezione ritmica. Affiatamento, feeling ed entusiasmo sono doti che i Whiskey Myers mostrano in ogni nota della loro musica, sia quando le atmosfere si fanno infuocate come in “Home” o nell’accoppiata iniziale di “Early Morning Shakes” e “Hard Roe To Row” (con la presenza della bravissima vocalist Kristen Rogers), sia quando emergono inflessioni più country come nelle splendide “Dogwood” e “Shelter From The Rain” (con la pedal steel di Robby Turner) o ancora nella rivisitazione, azzeccatissima, di “Need A Little Time Off For Bad Behavior” di David Allan Coe, uno dei padri della country music più ‘outlaw’. E così tutto il disco, nei suoi abbondanti cinquantadue minuti, cresce e appassiona ascolto dopo ascolto regalandoci altri grandi momenti come “Where The Sun Don’t Shine”, la più soft “Reckoning”, “Wild Baby Shake Me” che avvicina i Whiskey Myers a gente come Black Crowes e North Mississippi All Stars con cui certamente condividono idee e ideali e “Colloquy”, monumentale ballata posta in chiusura. Uno dei dischi dell’anno, senza se e senza ma.
Remo Ricaldone

18:05

The Palominos - Come On In

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da San Diego, California ecco una nuova band che rinverdisce i  fasti del cosiddetto ‘Bakersfield sound’, quella particolare branca della country music che negli anni cinquanta e sessanta fu la principale alternativa a Nashville. Suoni stringati e scintillanti, chitarre elettriche, pedal steel e armonie vocali curate e affascinanti, The Palominos ripropongono con gusto e fedeltà la musica che ha reso grandi Buck Owens, Wynn Stewart, Merle Haggard e, più recentemente, Dwight Yoakam, magari non aggiungendo nulla a quelle sonorità ma presentandocele con grande entusiasmo e freschezza. “Come On In” è il debutto della band dei fratelli Thomas e James Zurek, rispettivamente chitarre e basso, un invito ad assaporare quello che negli anni è rimasto un vero ‘trademark’, un sound che dalla sua nascita non ha perso nulla dell’originale fascino. Sette canzoni, poco più di un ep, ma un album che non ha una nota fuori posto, guidato dalla voce (e dalla chitarra acustica) di Lance Hawkins e sorretto dal drumming di Craig Packham che completa la line-up del combo californiano. Dall’introduttiva “Come On In” alla divertente ed ironica “You Provide The Heartbreak (I’ll Provide The Wine)” è un breve ma brillante viaggio nel tempo, nelle emozioni che ha sempre saputo regalare questa country music concepita al sole del ‘Golden State’ e si possono citare in blocco tutte le canzoni (tutte originali) quali begli esempi della bravura dei Palominos, da “What’s Her Name” e “No You Don’t”, da “It Could Happen To Anyone” a “Macon, Georgia” fino a “Mr. Used To Be”. Un disco questo da assaporare come una bella birra fresca, rinfrescante e corroborante e anche consigliato caldamente. www.thepalominos.com e www.randmrecords.com per ogni ulteriore informazione.
Remo Ricaldone

18:02

Darden Smith - Love Calling

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nato a Brenham, Texas nel 1962, Darden Smith può vantare una carriera discografica che supera il quarto di secolo, iniziata con il botto con uno splendido album intitolato “Native Soil” nel 1986 in cui apparivano ospiti come Lyle Lovett e Nanci Griffith e con una musicalità che lo accostava a Robert Earl Keen. Nel corso degli anni Darden ha diversificato la sua proposta anche grazie alla partnership con il cantautore inglese Boo Hewerdine, avvicinandosi a suoni meno roots ma non meno intensi e appassionati. Naturalmente tra alti e bassi ha continuato a sfornare dischi interessanti ed intelligenti ma questo suo esordio per l’etichetta nashvilliana roots Compass Records lo riporta ai suoi livelli migliori. Darden Smith ha sempre amato scrivere con altri suoi colleghi e “Love Calling” non smentisce questa sua abitudine regalandoci alcuni gioiellini come l’iniziale splendida “Angel Flight”, composta a quattro mani con Radney Foster. Proprio l’amicizia con il musicista di Del Rio, Texas è uno dei punti forti del disco, con la bellissima “Mine Till Morning” su tutte e le emozionanti “Better Now” e “Favorite Way”. “Reason To Live” è scritta con Jack Ingram, “Seven Wonders” con Harley Allen mentre tra le canzoni composte ‘in solitaria’ meritano una menzione la cristallina “Medicine Wheel” e “Baltimore”, due tra le sue più belle creature. Due brani live arricchiscono poi la versione deluxe, una sorprendente “I Say  A Little Prayer” dall’amplissimo songbook di Burt Bacharach e una rilettura acustica della canzone che dà il titolo all’album superiore all’originale e vicina come spirito a un songwriter come Bruce Cockburn. Azzeccata la produzione della coppia Jon Randall Stewart e Gary Paczosa, eccellente il contributo di alcuni ‘Nashville cats’ come Dan Dugmore alla pedal steel, John Jarvis alle tastiere, Byron House al basso, Pat Bergeson alle chitarre e i contrappunti vocali affidate alla brava Jessi Alexander, Shawn Colvin e allo stesso Radney Foster.
Remo Ricaldone

11:26

The Mallett Brothers Band - Land

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sulle scene dal 2009 e con tre dischi alle spalle, la band guidata da Luke e Will Mallett sono passati da grande band locale ad una delle migliori realtà della scena alt-country nazionale, un sestetto di grande forza e grinta che con questo “Land” ha prodotto un eccellente disco, uno dei più belli dell’anno scorso. Se già il precedente “Low Down” dava adito ad un processo di maturazione che stava portando il gruppo di Portland, Maine ai vertici in fatto di ispirazione ed estro, è certamente con questo loro ultimo album che la sintesi delle loro varie influenze viene presentata al meglio, tra country music e rock’n’roll. L’aver fatto poi da ‘apripista’ a gente del calibro di Josh Abbott Band, Turnpike Troubadours, Charlie Robison, Blackberry Smoke e 38 Special tra gli altri e calcato i migliori clubs d’oltreoceano come il Continental Club di Austin e il Bluebird Cafe di Nashville  ha sancito la crescita di una grande gruppo. Già dalla apertura affidata ad un vero gioiellino come “Blue Ridge Parkway” in cui appare Dave Mallett, grande figura del cantautorato americano e padre dei due leader della band, non possiamo non apprezzare passione e talento profusi in quantità. Dal travolgente rock’n’roll di “Little Bit Of Mud” alle sonorità più soffici di “In The Fold”, tra questi due estremi ci sono tutte le sfumature di un suono che racchiude il meglio della musica americana delle radici, tra taglienti chitarre elettriche e l’uso di steel, mandolino e dobro. “Farmer’s Tan”, la notevole “Take It Slow”, “Goodnight” (texana fino al midollo), “Somethin’ To Lean On”, “Getaway Queen” e “Piece Of Land” nobilitano poi questo lavoro rendendolo caldamente consigliato. www.mallettbrothersband.com.
Remo Ricaldone

11:23

Drew Landry Band - Sharecropper's Whine

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Drew Landry arriva dalla Louisiana ed è un interessantissimo musicista emerso grazie alla lungimiranza della coppia Scott H. Biram e Hank III che, nel corso di un loro tour assieme diedero la possibilità al loro roadie di proporre la propria musica. Da quel giorno Drew ha aperto i concerti di grandi nomi come Billy Joe Shaver, Cross Canadian Ragweed, Dwight Yoakam, David Allan Coe, Doug Kershaw e molti altri, esprimendosi con talento in un gustoso mix di country, folk e roots rock. Un paio di validi prodotti e poi questo “Sharecropper’s Whine”, lungo (più di 75 minuti e 17 brani) ed articolato lavoro che doveva anche essere la colonna sonora di un documentario mai pubblicato dal titolo “Last Man Standin’”, una delle sue più intense canzoni per cui Kris Kristofferson ha speso parole più che positive. Il disco ha avuto una genesi particolarmente sofferta ed ora esce con l’aggiunta di tre composizioni che arricchiscono un insieme che ci regala ottima musica e numerosi spunti di interesse. Su tutto c’è naturalmente “Last Man Standin’” ma anche la title-track in cui sembra rivivere lo spirito di Levon Helm grazie ad una splendida melodia, “Lap Of Luxury”, tra Steve Earle e John Hiatt, “Out West”, ballata di grande spessore, elettrica e tagliente, “Carry My Cross” con il suo fascino roots e una bella accoppiata slide/fiddle, l’evocativa e folkie “Over There”, la lunga ed ispirata “Sangre De Jesus” ambientata naturalmente sul border, le suggestioni nostalgiche di “Open Range” in cui rivive un West ormai lontano dal mito, la rauca e bluesy “3rd World Country Blues” e “Gone Home” in cui riprende la melodia del classico di Sam Cooke “Bringing It On Home To Me”. Drew Landry è un eccellente storyteller capace di mantenere alto l’interesse anche in un disco così lungo, ha le radici giuste ed entra di diritto in quella schiera di musicisti che sanno unire country music, canzone d’autore, blues, southern rock e, nel suo caso, un pizzico di retaggio della Louisiana. Merita assolutamente la vostra attenzione.
Remo Ricaldone 

09:38

Jason Eady - Daylight & Dark

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Dopo il buon successo ottenuto con il precedente “AM Country Heaven” che ha raggiunto buonissime posizioni nella chart di Billboard, il nuovo disco di Jason Eady, ormai una delle migliori voci di quella scena roots tra country music e folk, si affida ancora alla produzione di Kevin Welch, rivelandosi ancora più bello ed intenso del già ottimo predecessore. Jason è un cantante maturo ed estremamente espressivo e un autore sempre di grande efficacia, capace di raccontare l’America delle backroads come raramente capita in ambito country, aiutato in questo “Daylight & Dark” da un suono perfetto per le sue canzoni, ritagliato sulla sua personalità con intelligenza ed estro, affidato ad alcuni tra i nomi migliori e meno stereotipati della scena nashvilliana, da Richard Bennett alle chitarre elettriche ed acustiche a Fats Kaplin, veramente straordinario a steel guitar e fiddle. Le armonie vocali deliziose di Courtney Patton e Chris Schlotzhauer danno poi un tocco in più e contribuiscono ad aumentare il tasso poetico di una serie di brani difficili da dimenticare. Courtney è poi ispirata partner compositiva il cui apporto è notevole nelle peraltro eccellenti “The Other Side Of Abilene”, “We Might Just Miss Each Other” e “Lonesome Down And Out”, toccanti ed intime considerazioni sui rapporti interpersonali. E’ comunque tutto il disco a muoversi su livelli notevolissimi, dall’iniziale “OK Whiskey” che mostra subito quale sia il grado di forma di Jason Eady alla conclusiva ‘bonus track’ “A Memory Now’, texana fino al midollo, scritta a sei mani con Jim Lauderdale e Hayes Carll e con la presenza di quest’ultimo e del leader degli amati Turnpike Troubadours, Evan Felker. In mezzo sono ancora da citare la bella title track firmata da Jason e da Jamie Wilson, “One, Two..Many”, “Late Night Diner” della coppia Adam Hood e Pete Anderson e “Whiskey & You”, magistrali esempi di come, con semplicità, cuore e passione, si possa fare ancora country music credibile ed entusiasmante fuori dai banali schemi in cui troppo spesso viene confinata.
Remo Ricaldone

09:35

W. B. Givens - Locomotion

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Un altro nome nuovo si affaccia sul ricco panorama roots americano, un nuovo personaggio che nobilita la scena di East Nashville, la faccia più genuina e propositiva di Music City. W. B. Givens è cresciuto nella fertile ‘Hill Country’ del Mississippi settentrionale tra country music, bluegrass e folk e, dopo un breve periodo in cui ha vissuto ad Asheville, North Carolina, ha scelto di stabilirsi nella città del Tennessee dove ha trovato stimoli ed opportunità in un ambiente ricco di grande musica. La sua è una country music dalla forte connotazione melodica sulla quale inserisce una naturale propensione per la canzone d’autore, raccontando con passione luoghi e suoni che fin da piccolo ha assimilato, con una voce evocativa ed interessante. “Locomotion” si può considerare un perfetto manifesto attraverso il quale possiamo penetrare la sua musicalità, semplice ma decisamente vera e sincera. “Oh My God” è perfetta quale inizio di un viaggio sonoro che a mano a mano si arricchisce di connotati personali ed originali, un midtempo in cui è notevole il ruolo del fiddle in una melodia che ammalia. “Family Stone” è più intima e autobiografica, “The Desert” è ancora pregevole con il suo arrangiamento acustico e begli interventi di banjo e fiddle, “Low Fuel” è frizzante e divertente con l’apporto basilare della steel guitar che detta i tempi. W. B. Givens mostra talento e freschezza, gusto per la tradizione che emerge un po’ in tutte e undici le canzoni che compongono “Locomotion”, dalla vivace “Come Sunday” a “Death In The Afternoon”, ballatona caratterizzata dal bell’accostamento tra chitarra elettrica e steel, passando per l’acustica “Me, Andrew Marvell” e la bella country song “Back To Church”, altri due esempi della bontà della proposta. www.wbgivens.com.
Remo Ricaldone

10:43

Nathan Bell - Blood Like A River

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Quando un musicista riesce a risultare intenso, espressivo e mai tedioso usando quasi soltanto la sua voce e la sua chitarra, allora vuol dire che dietro c’è un ‘body of work’ di prim’ordine, una forza rara a trovarsi. Pochi sono i songwriters in grado di tenere alta l’attenzione durante tutto un disco grazie solo alle loro canzoni, al loro senso melodico, alla tensione con la quale propongono le loro ‘creature’. Mi vengono in mente in questo senso Chris Knight, James McMurtry e John Prine, tre nomi ai quali possiamo certamente accostare Nathan Bell, artista nativo del Tennessee sulle scene ormai da molti anni pur rimanendo uno dei tanti ‘best kept secrets’ in terra americana. Negli anni ottanta in coppia con Susan Shore e poi, più recentemente, con una produzione solista pregna di poesia e sentimento, Nathan Bell ha maturato una vena sempre più introspettiva e solida, decisamente scarna negli arrangiamenti ma sempre calda e rimarchevole dal punto di vista letterario. Già un disco come il recente “Black Crow Blue” ce lo consegnava come ottimo poeta e disincantato osservatore dell’America di provincia in tutte le sue più intricate rappresentazioni, mentre questo “Blood Like A River” gli fa fare un ulteriore grande passo in avanti verso una possibile e meritata consacrazione. Concepito e registrato nel corso di un mese, l’album lo vede come unico protagonista, anche come produttore ed ingegnere del suono. Dodici canzoni formano un lavoro ispirato e sincero, quasi un’esperienza catartica che Nathan Bell ha vissuto giocando sulle emozioni, su personaggi e situazioni che, in molti casi, meriterebbero una versione cinematografica o teatrale, tale è la loro energia. Pochissimi sono gli ‘overdubs’, anche in questo caso decisamente azzeccati. Dall’introduttiva “Names” a “All But Gone” che chiude il cerchio letterario ispirandosi agli scritti dello sconosciuto (qui da noi) Gaylord Brewer, è tutto un susseguirsi di amori, lotte, bevute, viaggi, insomma l’essenza della vita. “Really Truly”, “Fade Out”, “The Snowman”, “Blue Kentucky Gone (She Sang The Blue Kentucky Girl)”, “Turn Out The Lights”, “Fathers And Mothers” sono solo alcuni dei titoli che occupano uno spazio importante nel suo cuore e che contribuiscono fattivamente alla riuscita del disco. Folk, country, blues, soul e rock…tutto in un disco quasi solo per chitarra e voce. Scusate se è poco. www.nathanbellmusic.com.
Remo Ricaldone

Ci siamo già occupati di David Newbould in occasione del suo più recente album intitolato “Tennessee”, vera piacevolissima sorpresa di questi ultimi mesi. Questo interessante concerto, intelligentemente pubblicato in versione audio e video, ci presenta il musicista canadese nel suo periodo texano (attualmente risiede a Nashville), on stage in un piccolo club di Austin affiancato da una belle serie di amici che i lettori di Lone Star Time sicuramente conosceranno, da Redd Volkaert alla chitarra elettrica alla lap steel e al dobro di Cindy Cashdollar alle voci di Wendy Colonna e Beth Garner, quest’ultima anche al banjo. “The Long Way Home – Live From Austin” è quindi un buon compendio della produzione precedente di David Newbould, un lungo viaggio attraverso momenti riflessivi e momenti più movimentati e vivaci. Buon uso del piano, nelle mani di Dave Madden, inserimenti di pedal steel e violino e soprattutto il ‘songbook’ di un artista già maturo e capace. 73 minuti in cui possiamo apprezzare canzoni come “Goldmines”, “It Can Always Be Worse”, l’accorata “Old Friend”, la corale “Nobody Loves Me Like You Do” pregna di ‘Texas feeling’, la lunga, notturna e sinuosa “Something To Lose” arricchita dalle ‘nuances’ jazz della tromba di Steve Zirkel e i deliziosi intrecci tra piano e chitarra acustica di “Come What May”, momenti che aiutano a tracciare il profilo di un songwriter valido, la ‘preparazione’ al già citato “Tennessee”. www.davidnewbould.com.
Remo Ricaldone

11:07

The Deadfields - Often Wrong Never In Doubt

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Chi ha avuto l’occasione di accostarsi al loro debutto intitolato “Dance In The Sun” ricorderà una band pimpante, divertente, genuina e soprattutto indissolubilmente legata alle proprie radici, quelle tra country music, folk, bluegrass e rock che sono di casa nel Deep South. Proprio da quelle zone arrivano i Deadfields, quintetto formatosi tra South Carolina e Georgia che conferma con questo loro secondo disco quanto di buono era stato detto in occasione del precedente. Il gusto per la melodia, voci e strumenti (spesso acustici con largo spazio a banjo, dobro, mandolino e pedal steel) che si fondono perfettamente e quel senso di divertimento che pervade le loro canzoni (tutte originali tranne una personale rivisitazione di “All Apologies” firmata da Kurt Cobain): tutte peculiarità che ritroviamo intatte e che rendono la loro formula musicale, certamente non rivoluzionaria ma dannatamente piacevole, vincente. “Often Wrong Never In Doubt” già dal titolo rimarca un ‘sense of humour’  sempre presente e coinvolge subito l’appassionato di roots music per passione e forza interpretativa. “Cuttin’ Ties”, la title track “Often Wrong Never In Doubt”, “The Spark” (un country & western di ottima caratura), la nitida melodia di “Keep Me Clean”, la robusta “The Road Beckons” che li avvicina al classico suono roots rock texano degli ultimi anni, “Good Enough”, ballata dall’andatura mossa ed interessante, la già citata bella cover dei Nirvana di “All Apologies” e la grinta di “If It Don’t Matter” sono a mio parere i momenti che si fanno ricordare e che rappresentano un po’ la spina dorsale dell’album. Un album interpretato con sagacia e maestria da una band che si è saputa ritagliare un posto tra le cose più interessanti proposte dalla scena indipendente americana. www.thedeadfields.com.
Remo Ricaldone

11:04

Gordie Tentrees - North Country Heart

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“North Country Heart” non è un disco recentissimo ma non meritava di passare inosservato tale è la forza e la bellezza di molte delle canzoni contenute. A proporcelo è un cantante ed autore che da quindici anni circa risiede nel freddo Yukon, estremo nord canadese ma il cui suono ha tutto il calore e la poesia della roots music americana tra country, folk e blues. Come molti suoi conterranei, Gordie Tentrees, nato ad Hamilton, Ontario e cresciuto nella vicina Bancroft, sa rivisitare questi suoni con forza e passione, personalità e vitalità, annullando in un attimo la grande distanza che lo separa dai luoghi ‘musicali’ che lo ispirano. “North Country Heart” è il suo quinto lavoro, un disco in cui momenti riflessivi si alternano a ad altri in cui travolgente è la sua spinta e il suo entusiasmo. Queste session registrate in un piccolo studio di Whitehorse nello Yukon ci consegnano Gordie Tentrees in tutta la sua maturità artistica e personale al termine di un percorso lungo e non sempre facile. Basta accostarsi alla canzone che dà il titolo a questa raccolta, al suo ritmo incisivo e alla sua melodia subito memorizzabile oppure all’energia trasmessa da “Gypsy Wind” oppure ancora alle meditazioni di una eccellente ballata come “Black Seeds” per rendersi subito conto della qualità compositiva ed interpretativa del musicista canadese. Meritano ancora di essere citate la country music ispirata e sincera di “Hill Country News”, nome anche della band che lo accompagna in tour, “Skinny Trees” tra Canada e Texas, “Sideman Blues” tutta ritmo e sudore e, delicata e gustosamente folkie, “Wasted Moments”. Comunque un album assolutamente riuscito, lucido e genuino. www.tentrees.ca per ulteriori info.
Remo Ricaldone

11:01

Lincoln Durham - Exodus Of The Deemed Unrighteous

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Lincoln Durham è uno dei più originali tra i texani che bazzicano i club di tutto il sud. Il musicista nativo di Whitney, a nord di Austin, Texas ha infatti nel dna tutto il ‘melting pot’ nato a sud della Mason Dixon Line, dal blues al folk, filtrato attraverso una visione dura e pura, misteriosa e affascinante. Dopo l’esordio prodotto da un artista culto come Ray Wylie Hubbard, Lincoln si spinge ancora oltre nella sua ricerca dell’essenziale con la collaborazione del ‘nuovo’ producer George Reiff e di una manciata di amici. La sua musica è ruvida, tagliente, efficace, con una slide elettrica sempre in primo piano e una serie di percussioni di grande qualità nelle mani di Rick Richards, fido partner. Dalla iniziale “Ballad Of A Prodigal Son”, quasi una ‘work song’, cadenzata e soulful, sulla linea di certe cose dei Departed di Cody Canada. Ed è proprio la band dell’ex leader dei Cross Canadian Ragweed ad avere parecchi punti in comune con il suono di Lincoln Durham, tra rock, soul, blues e folk. “Sinner”, “Rise In The River”, “Annie Departee” e “Beautifully Sewn, Violently Torn” rimarcano i legami con certo southern rock con le loro linee tra il ‘gotico south’ dei Drive-by Truckers, la forza espressiva dei Whiskey Myers e i misteri del Delta. “Stupid man” si apre con un ottimo arpeggio di acustica e si candida ad essere tra le migliori canzoni del disco, così come la splendida ballata acustica intitolata “Keep On Allie” e gli echi appalachiani di “Exodus Waltz”, dai sapori tradizionali. Un disco questo “Exodus Of The Deemed Unrighteous” che si insinua ascolto dopo ascolto confermando il talento di un musicista che merita la vostra attenzione. www.lincolndurham.com.
Remo Ricaldone

09:06

Tim Easton - Not Cool

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Nonostante una copertina non particolarmente attraente, questo “Not Cool” è un disco ricco di ottima musica, tra roots e rock, tra Nashville (East Nashville, dove è stato registrato e concepito), Memphis e il Deep South. Tim Easton è nato nello Stato di New York, è cresciuto ad Akron, Ohio e ha vagabondato in lungo e in largo negli States e in Europa come nella migliore tradizione. Dalla fine degli anni novanta ha intrapreso una carriera discografica che non lo ha consegnato alla storia o portato al successo commerciale ma ha definito le coordinate per un suono figlio della tradizione country e blues ma anche di Bob Dylan (quello più ruvido e propositivo degli anni della ‘conversione’ elettrica a metà anni sessanta) e di tutti coloro che negli anni hanno mediato e filtrato le radici con uno spirito libero ed intelligente. “Not Cool” è un disco che si gusta tutto d’un fiato e lo si gode dalla prima all’ultima nota, ruspante, vivace, brillante, profondamente appassionato. Il suo tocco ruvido e genuino lo può avvicinare ai suoni degli anni cinquanta tra rockabilly e country music ma la musica risulta sempre attuale e godibile, al pari di gente come Wayne Hancock, Dale Watson, Bobby Bare Jr. o, in alcuni momenti, Hank III. Dall’iniziale “Don’t Lie” all’accorato tributo finale a Levon Helm di “Knock Out Roses (For Levon)” è tutto un rileggere i suoni più veri della Musica Americana con lo spirito di chi ha un profondo rispetto ma anche di chi cerca di aggiungere qualcosa di originale e autentico. “Troubled Times”, “Tired And Hungry” e “They Will Bury You” sono estremamente significative, a partire dai loro titoli, “Gallatin Pike Blues” percorre i sentieri di certo country blues ispirandosi ad un grande come Jorma Kaukonen, “Little Doggie (1962)” è Sun Records fino al midollo, “Crazy Motherfucker From Shelby, Ohio” graffia e coinvolge mentre la title-track è un’accorata e splendida ballata acustica. “Not Cool” è uno di quei piccoli dischi artigianali che riconciliano con la musica delle radici e che confermano la vitalità della scena indipendente americana (e di East Nashville in particolare). www.timeaston.com.
Remo Ricaldone

09:03

D.B. Rielly - Cross My Heart + Hope To Die

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Secondo lavoro per D.B. Rielly, newyorkese per caso, musicista profondamente innamorato dei suoni del sud, country music, americana, folk, zydeco e rockabilly. Se il primo album intitolato “Love Potions And Snake Oil” aveva ottenuto buone recensioni oltreoceano tra la critica (e anche, a livello locale, tra il pubblico), questo “Cross My Heart + Hope To Die” conferma buone doti compositive ed interpretative, presentando un disco sincero e godibile. Una sola cover, una rilettura originale in stile americana di un vecchio classico di Bob Seger come “Turn The Page”, e un repertorio tra sapide ballate come la notevole “Come Hell Or High Water” e la ‘orbisoniana’ “Some Day”, il gusto e i sapori della Louisiana come in “Wrapped Around Your Little Finger” e in “Roadrunner”, l’inevitabile influenza ‘dylaniana’ nella countreggiante “Moving Mountains” o nei suoni tradizionali di “Your Doggin’ Fool”, l’appassionata “It’s Gonna Be Me” guidata da una bella slide guitar, le scintillanti chitarre elettriche di “Untie Me” e l’irlandesità di “Fìorchroì (True Heart)” che rimanda a certe ballate di Steve Earle. Le storie sono di gente comune, di cameriere di sperduti diner di provincia, di predicatori, di stranieri incontrati nelle backroads, una visione sempre ricca di humour e sentimento, di profondo amore per il proprio paese. Un disco questo che riserverà più di un momento piacevole e da ricordare. www.dbrielly.com.
Remo Ricaldone

10:04

Haymaker - Now Now Now

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Arriva da Long Beach, California questo pimpante e vibrante quartetto tra rock’n’roll, country music e 60’s pop. “Now Now Now” è il loro lavoro più recente ed è sicuramente quello più maturo e ricco di spunti. Le loro radici musicali prendono spunto dalle band roots rock che già negli anni ottanta ripresero le giuste ispirazioni in un decennio tutto plastica e lustrini, dai Del Fuegos ai Bodeans fino ai Green On Red, citando anche John Hiatt e più recentemente Old 97’s, Wilco e Bottle Rockets quali fonti di ispirazione. I due leader sia come vocalist che come autori sono J.W. Surge e Mike Jacoby, quest’ultimo ottimo lead guitarist e mandolinista ai quali si aggiungono David Serby al basso (già autore di un paio di interessanti dischi solisti) e Dale Daniel alla batteria. La produzione, semplice ed efficace, è nelle mani di Ed Tree che dà anche una mano con le sue tastiere (Hammond B-3, wurlitzer e farfisa). Talento ed energia, freschezza e sincerità, queste sono le doti principali di una ‘barroom band’ che sicuramente darà tutto sul palco e che si sentirà un po’ limitata su disco, ma il risultato che ci viene proposto in questo “Now Now Now” è rimarchevole e degno di nota. Uno di quei album che si ha subito voglia di riascoltare appena concluso, perfetto per una festa o un viaggio in auto. “Stomp The Gas”, “Now Now Now”, “Marisol”, “Different Girl”, “Just Like Me” sono solo alcuni tra i momenti da citare, genuinamente in bilico tra rock, country e pop. Haymaker è una bella realtà californiana che merita tutta l’attenzione di chi ama le commistioni e i classici suoni della musica americana delle radici. www.haymakerband.com .
Remo Ricaldone

10:01

Chris Pickering - Circles

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Australiano con il cuore e la mente rivolta agli States ed in particolare a quella scena tra rock e radici, Chris Pickering ha programmato tra la fine del 2012 e questo 2013  tre ep che documentano le sue radici e ne delineano il sogno di affiancarsi ai grandi dell’alternative country a stelle e strisce. Dotato di una buona carica, di una efficace ‘penna’ e delle giuste influenze, Chris Pickering ricorda fortemente Ryan Adams e Jason Isbell, il primo per certe reminiscenze rock e il secondo per gusto melodico e poesia. “Circles” è il secondo e più recente prodotto di questa triade, è inciso a Nashville con una manciata di valenti sidemen e risulta particolarmente piacevole e godibile, nonostante il parere sia limitato a sole sei canzoni per poco più di ventidue minuti. L’iniziale “Circles” oltre a dare il titolo al disco è anche il momento più ruvido e rockeggiante, limpidamente legato a certe cose dei Whiskeytown di Ryan Adams mentre il ‘setting’ delle altre canzoni viene dato dalla successiva “Trivia”, più melodica e dolce con la presenza vocale di Caitlin Rose ad ingentilirne ulteriormente gli umori. “Oscillate” è una ballata pianistica con ancora in mente Mr. Adams, una canzone azzeccata per musicalità e spirito. “Broke My Own Heart” è acustica, soffusa ed intimista, una delle cose più riuscite di questo “Circles”, “Hold You To That” è una melodia maggiormente pop ma che risulta ugualmente positiva e consistente. A “Slip In Time” il compito di chiudere il disco con chitarre elettriche e steel che si incrociano sulla falsariga di alcune cose dei Jayhawks o di Jason Isbell. La scorrevolezza delle canzoni è sicuramente uno dei fattori che rendono questo lavoro riuscito e che aumentano la curiosità circa il suo prossimo album intitolato “Canyons” ed inciso a Joshua Tree, California. Alla prossima Chris!.... www.chrispickering.net.
Remo Ricaldone

10:29

The Deep Dark Woods - Jubilee

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Dopo un disco come “The Place I Left Behind” che rappresentava il loro punto più alto, non era facile per i canadesi Deep Dark Woods approcciarsi ad un nuovo lavoro. Lo hanno fatto ‘rifugiandosi’ in uno sperduto studio di registrazione nei boschi dell’Alberta, a Bragg Creek, lontano da ogni tipo di pressione. Ne è venuto fuori un disco di grande forza poetica, sempre in bilico tra Neil Young e The Band, due ispirazioni che continuano ad esercitare un grosso fascino tra le nuove leve dell’alternative country americano. “Jubilee”è forse un pizzico sotto l’album precedente ma contiene tutta l’espressività di una band fortemente coesa ed ispirata, guidata dal talento di Ryan Boldt, anche in questo caso autore della maggior parte del materiale presentato. L’inizio è affidato all’attendista “Miles And Miles”, subito seguita da una eccellente “18th Of December” che alza il tiro e si candida come una delle più riuscite melodie proposte. Il disco vede alternare midtempo e ballate in un susseguirsi di atmosfere spesso meditative e tipicamente autunnali, con riferimenti non casuali ad altri grandi conterranei come Bruce Cockburn o i Cowboy Junkies. Da “Picture On My Wall” a “Red, Red Rose”, altro highlight dell’album, fino a “East St. Louis”, “Bourbon Street”, “It’s Been A Long Time” e “Gonna Have A Jubilee” dove si miscelano con gran classe folk, rock e country. “Jubilee” è uno di quei dischi che crescono con molta discrezione, andando a sedimentarsi sotto pelle quasi senza accorgersene. Scopriremo quindi un fidato compagno durante i lunghi, freddi mesi invernali.
Remo Ricaldone 

10:20

David Newbould - Tennessee

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Cresciuto a Toronto, David Newbould ha vissuto a lungo ad Austin, Texas e poi a New York, prima di stabilirsi a Nashville dove ha raccolto tutte le sue precedenti esperienze per proporre un apprezzabilissimo mix di country, folk e roots rock. David Newbould è un autore ed un performer di razza, pronto a cogliere le sensazioni più genuine, a raccontare le storie più vivide e sincere. “Tennessee” è un po’ la summa di una carriera che lo ha visto incidere tre ep, un album ‘intero’ e un live inciso ad Austin e pubblicato in formato cd/dvd, con lo sguardo di un artista più assimilabile al cantautorato roots texano e ai bei suoni dell’East side di Nashville che al mainstream. A me personalmente il disco ricorda le emozioni di un Radney Foster, di un Brandon Rhyder o di un Wade Bowen, dove ballate più acustiche vengono accostate a momenti più movimentati e rock. “Always Coming Home” apre l’album e subito chiarisce gli intenti con una melodia e un piglio che conquistano per immediatezza e forza espressiva. “Don’t Give Me Your Heart” libera tutta la vitalità e il desiderio di vivere intensamente il proprio status nella maniera più spontanea. “Drifting Wayward” è una ballata dai toni caldi e soffusi, dalle sfumature country e con la splendida pedal steel di Dan Dugmore, uno degli ospiti più interessanti di queste session assieme al frontman dei Georgia Satellites Dan Baird, “You’re With Me” è ancora una ‘road song’ rimarchevole condotta con uno spirito più rockeggiante e trascinante in un duetto con Kalisa Ewing, sua partner compositiva. “Lucinda” è a mio parere uno dei momenti più luminosi del disco con la sua introduzione pianistica che presto sfocia in una ballata che rimanda alla memoria il Chris Knight più melodico, “It Can Always Be Worse” è più amara e dolorosa, un altro ‘highlight’ che merita attenzione. Ancora “Don’t Give Up On Love” e “She’s Got A Different Way”, pur in maniera diversa, elettrica la prima e decisamente più intima ed acustica la seconda, scavano con sensibilità e delicatezza nei rapporti interpersonali e mostrano doti poetiche notevoli. Una bella sorpresa questa, un artista meritevole e molto interessante. www.davidnewbould.com.
Remo Ricaldone

10:16

Israel Nash Gripka - Israel Nash's Rain Plans

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Dopo due dischi che lo hanno portato ad essere considerato uno dei nomi più validi della scena americana, Israel Nash Gripka ci presenta il suo disco forse più derivativo ma anche il più coeso e compatto, con lo sguardo sempre attento ai suoni dei primi anni settanta e il cuore rivolto ai musicisti che più lo hanno influenzato, da Neil Young alla Band a Ryan Adams. “Israel Nash’s Rain Plans” è pervaso dallo stesso umore sofferto ed evocativo che ha caratterizzato il loner canadese in “On The Beach”, “Tonight’s The Night” e anche in “Zuma”, con ballate elettroacustiche che a poco a poco si insinuano nella mente dell’ascoltatore fino a risultare affascinanti e attraenti. Con una voce meno roca e talvolta usando il falsetto che ricorda Neil Young, Israel Nash porta a termine un progetto che è una sorta di viaggio metafisico attraverso rock e radici, intriso di nostalgia e di genuino trasporto, caratterizzato da ottimi intrecci di chitarre elettriche ed acustiche. Un disco che come detto necessita di qualche ascolto per meglio penetrare le melodie e il significato di queste ballate, dall’iniziale “Woman At The Well” a “Through The Door” a “Just Like Water” che formano un trittico di grande spessore, per poi apprezzare quelle che a mio parere sono alcune delle sue canzoni più indicative come "Rain Plans”, “Iron Of The Mountain” introdotta da un gustoso arpeggio alla dodici corde acustica, “Mansions” che rimanda alle atmosfere di una “Cortez The Killer” ancora una volta di ‘younghiana’ memoria e “Rexanimarum” dall’andamento quasi ‘bandiano’ (nel senso del gruppo di Robbie Robertson). “Israel Nash’s Rain Plans” potrà benissimo essere un compagno fedele e sincero dei nostri prossimi pomeriggi autunnali di cui condivide colori e sapori.
Remo Ricaldone

15:57

Mando Saenz - Studebaker

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A cinque anni di distanza dal suo precedente disco ritorna in grande forma Mando Saenz, musicista nato in Messico a San Luis Potosi e trasferitosi negli States, dove, dopo parecchio girovagare, ha ‘trovato casa’ in Texas, a Corpus Christi. Il suo debutto fu un vero fulmine a ciel sereno, un magnifico esempio di american music tra folk e country intitolato “Watertown”, seguito da un buon secondo lavoro (“Bucket”, prodotto da R.S. Field nel 2008) che però non raggiungeva i livelli dell’esordio. “Studebaker” ora ‘riporta tutto a casa’ con una serie eccellente di canzoni prodotte da Mark Nevers (già con i Lambchop e Bobby Bare, Jr. tra gli altri) e con la collaborazione di Frank Liddell. Molti sono i cammeo che nobilitano l’album, da Jedd Hughes e Kenny Vaughn che contribuiscono ad ‘irrobustire’ il suono con le loro chitarre elettriche, a Kim Richey e Bobby bare, Jr. alle armonie vocali ma è la qualità del materiale a rendere vincente ed estremamente godibile il disco. Ballate e solidi momenti rockin’ country si alternano, con il denominatore comune di una voce dal timbro personale e dall’interpretazione notevolissima. Tra “Break Away Speed” e “Smiles At The Door” che aprono e chiudono questo terzo lavoro di Mando Saenz c’è tutto un mondo di emozioni, di storie appassionate e di suoni coinvolgenti, assolutamente da conoscere e che mi sento di consigliare caldamente. Un disco questo che si assapora come un buon vino e che come tale va centellinato. Sicuramente finirà tra i miei preferiti a fine anno. www.mandosaenzmusic.com.
Remo Ricaldone

15:54

J.R. Shore - State Theatre

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dal Canada continua ad arrivarci grande roots music, quasi come se da quelle terre si potesse avere una ‘visione privilegiata’ su quanto accade al di sotto del confine. J. R. Shore è un interessantissimo musicista i cui inizi sono coincisi con una grande passione per i Grateful Dead ma che, dopo ripetuti viaggi nel Deep South e una permanenza di due anni a Nashville, si è presto trasformata in un profondo amore per i suoni a sud della Mason Dixon line. La conoscenza e la collaborazione con personaggi del calibro di Buddy Miller, Guy Clark e Chip Taylor lo ha portato su un solido e resistente binario sonoro che attraverso tre dischi incisi tra il 2008 e il 2013 ha contribuito ad una crescita artistica esponenziale. “State Theatre” è il suo lavoro più composito e maturo, un percorso di limpida bellezza dove la musica americana viene affrontata e sviscerata in maniera sincera ed accorata. Bella voce, un talento compositivo indiscutibile e passione in dosi massicce, queste sono le caratteristiche di un prodotto che in più di un momento mi ricorda i Departed, la nuova band di Cody Canada, con un grande rispetto per i grandi della scena roots. “State Theatre” è un doppio disco che se da una parte ci presenta il J.R.Shore autore, dall’altra fa emergere le influenze che hanno forgiato il suo suono, con un secondo cd di cover più che significative. Canzoni come “Poundmaker”, “Holler Like Hell”, “Dash Snow”, “M.S. St. Louis”, “Spring Training”, “146” e  “The Ballad Of Dreyfus” sono decisamente sopra la media, frutto di un grande talento che trae spunto dai suoni di tre città americane che JR ama molto, Nashville, Austin e New Orleans. Il secondo cd come detto è composto da cover, otto momenti che vale la pena citare per capire da dove arrivano le radici di Mr. Shore, tutte interpretate con bravura e onestà intellettuale. “W.S. Walcott Medicine Show” della Band di Robbie Robertson è solida e robusta, “Blue Wing” è la nostalgica ballata di Tom Russell, scorrevole e pregna di ottima country music, “Smokey Joe’s Cafe” è della storica coppia di autori Leiber & Stoller, grintosa e ‘black’, “Sin City” è la classica ballata firmata Chris Hillman e Gram Parsons, qui in una versione pianistica ed appassionata, con i controcanti della brava Jan McKittrick, “For The Turnstiles” di Neil Young (dallo splendido “On The Beach”) è magistrale, “Redneck Mother” tributa il giusto riconoscimento al movimento outlaw texano con il classico di Ray Wylie Hubbard, “Deal” riporta a galla l’amore per i Grateful Dead e “The Late John Garfield Blues” chiude con un omaggio a John Prine, autore amatissimo. “State Theatre” è un disco ricco di spunti e di buona musica. Ancora grazie Canada! www.jrshore.com.
Remo Ricaldone

11:15

Rod Picott - Hang Your Hopes On A Crooked Nail

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Rod Picott racchiude nella sua musicalità quanto di meglio la canzone d’autore americana ha da offrirci in questi anni. La sua è una discografia di grande qualità, arricchita ora da “Hang Your Hopes On A Crooked Nail”, un lavoro ancora una volta appassionato e profondo, intensamente meditato e proposto con la consueta maestria. La produzione dell’esperto RS Field non fa che accrescere la bontà di un progetto di per se rimarchevole le cui storie ci parlano dell’America che più amiamo, quella apparentemente marginale ma senza dubbio più vera e sincera. La profonda stima ed amicizia nei confronti di Slaid Cleaves, altro grande personaggio, ci regala “You’re Not Missing Anything”, “Where No One Knows My Name” e “Dreams”, quest’ultima composta con la collaborazione dell’amica e partner musicale Amanda Shires, con la quale firma “I Might Be Broken Now”, pigramente e deliziosamente countreggiante. L’ottimo periodo di forma che sta attraversando Rod Picott è poi dimostrato da una serie di eccellenti canzoni come “65 Falcon”, la ‘texana’ “Mobile Home”, “All The Broken Parts”, “Milkweed” aperta dalle note evocative del piano di Joe Pisapia e la intima “Nobody Knows”, tutti momenti in cui Rod canta veramente con il cuore in mano. File under: Pure americana. www.rodpicott.com.
Remo Ricaldone

11:12

Richard Dobson - Here In The Garden

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Richard Dobson è uno dei grandi autori della musica texana, al pari di Guy Clark e di Townes Van Zandt. Purtroppo non ha ricevuto, secondo me, il giusto riconoscimento anche se è stato definito l’Hemingway della Country Music per la sua eccellente vena poetica. Sono ormai vent'anni che Richard ha stretto un proficuo sodalizio con l’etichetta svizzera Brambus e sono molti i dischi a cui fare riferimento per conoscere un artista orgoglioso, fiero e di grande caratura. “Here In The Garden” è uno dei migliori della sua lunga ed onorata carriera, prodotto con gusto ed intelligenza da Thom Jutz, musicista tedesco conosciuto a fine anni novanta e da allora fidato partner del Nostro. Il disco è essenzialmente acustico, suonato con una bravura ed un gusto difficili da trovare, ricco di ballate folk, country, influenze bluegrass e tentazioni irish e mexican, il tutto filtrato attraverso la sensibilità di Richard Dobson. “Here In The Garden” apre il disco con sapienza e passione, “Black Crow” si avvicina a territori più tradizionali con banjo e fiddle in primo piano, “The Stage At Leipers Fork” profuma profondamente d’Irlanda, la seguente “The Moon Is For Lovers” è una country song senza tempo. Sono solo i primi quattro brani e già ci troviamo di fronte ad un prodotto di gran classe, sul filo dei ricordi e privo di ogni retorica o svenevolezza. Lascio all’appassionato la sorpresa dello scoprire gli altri momenti, a mio parere tutti meritevoli di attenzione. Da rimarcare soltanto la splendida “It’s About Time”, “Tractor Supply” e la bonus track “GTT – Gone To Texas”, tre canzoni che da sole meriterebbero l’acquisto dell’album, una piccola grande gemma in quest’annata musicale. www.richard-j-dobson.ch e www.brambus.com per approfondire la sua conoscenza.
Remo Ricaldone

17:50

Jerry Miller - New Road Under My Wheel

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jerry Miller e la sua inseparabile chitarra Gretsch sono stati protagonisti della scena musicale di Boston, Massachussetts per molti anni in un vitale e fresco mix di country music, rockabilly, western swing e surf-rock. Il suo strepitoso stile, brillante, fantasioso e geniale hanno accompagnato innumerevoli band, creando un seguito di appassionati che ora possono godere finalmente di un ‘solo album’ che rende giustizia a questo ‘cult artist’. “New Road Under My Wheel” lo vede infatti protagonista a chitarra e pedal steel, con il supporto di Jason Beek alla batteria, John Sciascia al contrabbasso e e Roy Sludge alle tastiere in un alternarsi di strumentali ispiratissimi e brani in cui appaiono alcuni dei cantanti a cui Jerry ha prestato i propri servizi. Tra i primi spiccano “Travis Express”, “Round ‘Em Up”, “Moon Fallin’” (con gli Shadows nel cuore) e “Slaughter On Roosevelt Boulevard”, quattro magnifiche composizioni originali che denotano tecnica sopraffina e grandissimo gusto. “I’ve Got A  New Road Under My Wheels” è un western swing di gran classe cantato dalla voce modulata di Miss Tess che ci regala un’altra piccola gemma come “End Of The Line” dal repertorio di Bob Wills. Roy Sludge è protagonista vocale di tre tracce, “Brother Drop Dead” di Pee Wee King e Red Stewart (autori della celeberrima “Tennessee Waltz”) in una cover che rimanda ai migliori Alseep At The Wheel, “Detour” che si pone tra la band di Ray Benson e i Lost Planet Airmen di Commander Cody e “Steuben Street Blues”, più rilassata ed avvolgente. La classica “Eight More Miles To Louisville” di Grandpa Jones è un altro degli highlights del disco, in una azzeccata versione interpretata da Eric Royer che ci propone anche il traditional “Poor Ellen Smith”. Eilen Jewell è una dotatissima country singer che fa sua la frizzante “What A Little Moonlight Can Do”, introdotta dal vibrante pickin’ di Jerry Miller, degno erede della grande tradizione country degli anni quaranta e cinquanta. Un disco questo che è una sorta di viaggio a ritroso nel tempo in una riproposta che risulta sempre terribilmente attuale e contemporanea. www.signaturesounds.com.
Remo Ricaldone

17:48

Eric Taylor - Studio 10

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Eric Taylor è stato parte integrante, nei primi anni settanta, del movimento musicale di cui faceva parte Townes Van Zandt, Steve Earle e Guy Clark in quel di Houston, Texas. I semi di quel fertile periodo fecero nascere tutta una serie di grandi troubadour tra cui Lyle Lovett, Nanci Griffith (che fu per un breve periodo moglie di Eric) e Robert Earl Keen e contraddistinsero la canzone d’autore texana per gli anni a venire. Di tutti i nomi citati Eric Taylor fu quello più discontinuo (discograficamente parlando) e meno considerato al di fuori della ristretta cerchia di appassionati. Dallo straordinario esordio nel 1981 con “Shameless Love” abbiamo dovuto aspettare ben quattordici anni per godere nuovamente di brani firmati da Eric Taylor con un disco omonimo estremamente riuscito e solamente dal 1998 la sua produzione si è ‘regolarizzata’ regalandoci ancora emozioni e profonda poesia. “Resurrect”, “Scuffletown”, “The Great Divide”, “Hollywood Pocketknife” e il recente “Live At The Red Shack” ce lo hanno riconsegnato in tutta la sua forza espressiva. Ancora inciso negli studi Red Shack di Houston, questo “Studio 10” racchiude nuovamente l’essenza del songwriting di Eric Taylor, con l’aggiunta di una cover dell’ottimo cantautore dell’Indiana Tim Grimm, artista che si pone sulla sua stessa lunghezza d’onda. Le ballate acustiche di Mr. Taylor uniscono malinconia e disperazione ma anche speranza ed ironia attraverso personaggi ottimamente caratterizzati, come in “Molly’s Painted Pony” e “Adios”, addirittura visti con gli occhi di una donna, in “Reno”, in “Dark Corner Ice Water” e in “String Of Pearls”. “Studio 10” è anche un tributo ad alcuni amici scomparsi, da Susanna Clark a Frank Christian, da Bill Morrisey (a cui dedica la commovente “Bill”) a Dave Van Ronk (il cui stile viene omaggiato in “Francestown”), con introspezione e profonda riflessione. Chi ha un debole per la canzone d’autore e non conosce ancora Eric Taylor il consiglio è di accostarsi alla sua musicalità attraverso i suoi primi due lavori (oltretutto “Shameless Love” è stato edito anche su cd con bonus tracks) e i suoi ultimi due, scoprirete un grande musicista. www.bluerubymusic.com.
Remo Ricaldone

17:44

Tex Smith - A Wayfarer's Lament

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tex Smith è nato e cresciuto in Texas e le sue canzoni profumano di deserti, di polverose backroads e di solitari treni che attraversano lande i cui orizzonti si perdono nell’infinito. Al di là di una certa iconografia che lo avvicina a musicisti come Butch Hancock, Jimmie Dale Gilmore e alla country music degli anni cinquanta e sessanta (molte delle sue canzoni sarebbero perfette nella colonna sonora de ‘L’Ultimo Spettacolo’), qui vengono a contatto folk e country, umori roots rock filtrati attraverso i suoni della Sun Records. Tre dischi all’attivo per Tex Smith: il debutto nel 2009 con un disco omonimo che l’ha fatto conoscere anche al di fuori degli States, il secondo lavoro pubblicato un anno dopo ed intitolato “To A Bird Singing Woe” e questo “A Wayfarer’s Lament”, l’album che lo ha visto ‘rinascere’ dopo vicissitudini personali e familiari che hanno messo in pericolo la sua carriera e la sua vita stessa. Una sezione ritmica precisa e discreta come il suono di un ‘freight train’ a bassa velocità, le chitarre preziose di Ramsay Midwood, l’evocativa steel di Peter Stafford, una slide guitar e un piano qua e là, su queste coordinate viaggiano le storie di Tex Smith, tutte estremamente evocative, scarne e riarse dal sole texano, decisamente senza tempo. “A Wayfarer’s Lament” cresce ascolto dopo ascolto fino ad insinuarsi nel cuore di chi sogna luoghi e vicende raccontate da mille libri e film (e parlando ancora di cinema mi viene in mente il favoloso bianco e nero di “Hud Il Selvaggio” con Paul Newman), mostrando un artista il cui ‘body of work’ sta diventando decisamente rimarchevole. www.texsmith.net
Remo Ricaldone

17:39

Cold Satellite - Cavalcade

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dietro al progetto Cold Satellite c’è Jeffrey Foucault, cantautore del Wisconsin il cui percorso discografico si è distinto come uno dei più intriganti e poetici in un’America alternativa e ricca di suggestioni di provincia. Dopo una serie di dischi eccellenti che hanno arricchito la scena roots a partire dal 2001, nel 2010 Jeffrey Foucault ha deciso di dare una svolta alla propria produzione elettrificando sempre più le proprie ballate e rivestendole talvolta di un roots rock che spesso mi ricorda sia certe cose dei Cross Canadian Ragweed sia gente come James McMurtry o Chris Knight. “Cavalcade” è il secondo lavoro con questa nuova band che comprende Billy Conway alla batteria, Jeremy Moses Curtis al basso, David Goodrich alle chitarre elettriche ed acustiche e Alex McCollough alla pedal steel guitar, con la collaborazione del bravo Hayward Williams a tastiere e chitarre. Il repertorio è interamente nelle mani compositive di Jeffrey Foucault che ha stretto un forte patto artistico con la scrittrice e poetessa Lisa Olstein in un insieme ricco di pathos e di ispirazione. Ballate e momenti più rock si avvicendano con vigore in un disco che sicuramente farà guadagnare nuovi fan e non deluderà coloro che hanno amato la fase più acustica ed intimista di Jeffrey Foucault. Passato e presente convivono con naturalezza e ci consegnano un quadro certamente più variegato ma comunque coeso, tra rock e radici, tra country e blues, folk e rock. “Sleepers Wake”, la title track “Cavalcade”, la robusta “Elegy (In A Distant Room)”, “Bomblet” splendida ballata acustica che si trasforma in un ‘viaggio elettrico’ a la Neil Young, “Silver Whips” che rimanda a Cody Canada e soci, il bel rock di “Elsewhere” degno dei Long Ryders o dei Son Volt, “Tangled Lullaby” dalla melodia tradizionale ma dal piglio contemporaneo e “Every Boy, Every Blood” che chiude in punta di dita l’album sono momenti da scoprire, momenti che ci regaleranno emozioni. www.jeffreyfoucault.com.
Remo Ricaldone

14:39

Savoniero Country Festival 2013!

Pubblicato da Cristian |


























LONESTARTIME PRESENTA:

VENERDI’ 2 AGOSTO 2013

13° SAVONIERO COUNTRY FESTIVAL
HONKY-BLOOD EDITION!!!

JOHNNY FALSTAFF (TEXAS)
RODNEY HAYDEN (TEXAS)


Torna puntuale anche quest’anno l’appuntamento con il più importante country-music festival italiano!
Si festeggia il numero 13 con una edizione che ancora una volta si annuncia fortemente caratterizzata da due grandi ospiti musicali, entrambi texani doc, che mai come quest’anno ci riporteranno al sound più tradizionale della country-music!

Johnny Falstaff è un personaggio unico nel suo genere…chitarrista, cantante, violinista, attore e regista…i migliori (e peggiori!) honky-tonk bar texani sono il suo habitat naturale e quando la famiglia artistica vanta nomi come Dale Watson, Redd Volkaert etc. allora non ci sono dubbi sul dna di un artista che, giusto per dovere di cronaca, ha vinto un bel po’ di awards texani come Best Country Act! Se non avete ancora capito bene Falstaff suona honky-tonk con il piglio dei più grandi maestri del genere…senza disdegnare l’urgenza di sonorità cowpunk! Tra le sue passioni c’è poi il cinema che lo vede impegnato in alcuni progetti sia come regista che come attore…seguendo l’influenza dei classici B-movie indipendenti tanto cari a personaggi come Tarantino e Rodriguez!
In poche parole…prendete per esempio Johnny Cash, Quentin Tarantino, Social Distortion, Dwight Yoakam e li buttate dentro allo stesso vaso…da lì ne può uscire solo Johnny Falstaff!!!

Rodney Hayden è un gradito ritorno a Savoniero dove suonò ad una memorabile edizione in compagnia di Drew Kennedy e Jackson Taylor; amatissimo dagli appassionati italiani del genere che lo hanno visto più volte in tour nel nostro paese, basterebbe dire che il suo fan numero uno è un certo George Strait per mettere subito in chiaro le cose!!! Rodney torna con un nuovo album “Atascosa Sand” che, oltre ad essere imprescindibile in qualsiasi discografia country che si rispetti, vede accadere dei veri e propri miracoli musicali; uno di questi è proprio il fatto di avere scritto un pezzo con l’amico George Strait, cosa che in più di trent’anni di carriera e milioni di dischi venduti Strait non ha mai preso in considerazione di fare con nessuno a parte un paio di episodi a fine anni settanta! Sarà notevole l’opportunità di ascoltare i nuovi brani direttamente dalla sua voce!

Non mancherà come tutti gli anni il supporto dei Dj nostrani Loris della Country Family e Steve del Valceno Country che ci traghetteranno fino a notte fonda a suon del miglior Two Step!

Savoniero si conferma il più grande e famigerato honky-tonk bar d’Italia…country music di prima scelta su tutto…rigorosamente live…splendida accoglienza e ottimo cibo naturalmente non mancheranno!!!

Location: Campo sportivo di Savoniero, Palagano Di Modena

Free Entry!

Infos:
www.lonestartime.com
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3392428933 Flavio

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