18:51

Jason Isbell - The Nashville Sound

Pubblicato da Remo Ricaldone |



“The Nashville Sound” è titolo quantomai significativo ed orgogliosamente legato ad una realtà tra le più propositive del panorama roots attuale a testimoniare una nuova era nella storia di Music City, luogo indissolubilmente legato alla country music in cui, ciclicamente, i suoni più commerciali e quelli maggiormente ‘progressisti’ si contendono spazi e notorietà. L’invasione texana dei primi anni settanta con Guy Clark, Rodney Crowell, Steve Earle e Townes Van Zandt e la rinascita neo-tradizionalista dei secondi anni ottanta del secolo scorso si sono alternati a rigurgiti country-pop tra corsi e ricorsi storici e ora la ‘nuova Nashville’ ha i nomi di Chris Stapleton, Sturgill Simpson, Colter Wall, Tyler Childers e Brent Cobb, quest’ultimo cugino di colui che sta dietro alla maggior parte di queste produzioni, Dave Cobb. Proprio Jason Isbell, ex membro dei Drive-by Truckers, ha goduto del supporto di Dave Cobb che, assieme al superamento di problematiche personali e il raggiungimento di una certa stabilità fisica, ha contribuito a ‘ricostruire’ una carriera che lo ha portato a rappresentare uno dei personagi di punta di questa ‘nuova’ scena. Dopo capolavori come “Southeastern” e “Something More Than Free”, “The Nashville Sound” celebra nuovamente una partnership fertile e felice che suggella anche un periodo ispirativo decisamente ottimo. Accompagnato dai fidi 400 Unit e dalla splendida violinista (e partner nella vita, cosa non secondaria) Amanda Shires, Jason Isbell ci guida in quello che è il suo mondo musicale, tra ballate acustiche di grande presa e passione e ruvidi roots-rock in cui emerge tutta la sua grinta e la sua energia.  “Last Of My Kind”, “Tupelo”, “If We Were Vampires”, “Chaos And Clothes” e “Someone To Love” fanno parte del lato più intimista ed acustico di Jason, sempre delicatamente melodico ed ispirato. Quando le atmosfere si fanno invece più elettriche e corpose ecco le eccellenti “Cumberland Gap”, “White Man’s World”, “Anxiety” firmata a quattro mani con Amanda Shires”, “Molotov” e “Hope The High Road”, incisive e trascinanti tra rock e radici. Un disco che sicuramente finirà tra i migliori dell’anno in corso, l’ennesima conferma della grandezza di un musicista in grado di commuovere e cullare ma anche di graffiare e travolgere nella stessa maniera.
Remo Ricaldone

18:50

Jordi Baizan - Like The First Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Texano di Houston, Jordi Baizan ha la multiculturalità nel dna, a partire dalle sue radici catalane e dal matrimonio che l’ha visto sposare una ragazza messicana. Un retaggio culturale che non manca di emergere, pur in un contesto cantautorale tra folk e country, in questo suo esordio solista intitolato “Like The First Time”, disco breve (solo sei i brani per un totale che supera di poco i venti minuti) ma ricco di spunti interessanti che lo rendono musicista dalle ottime prospettive future. Relativamente da poco si è rimesso ‘on the road’ dopo aver cresciuto due figli e aver suonato in una band locale di Americana e rock con la quale ha inciso tre album e ha già ricevuto riconoscimenti per una piacevole vena acustica e dal gusto spesso autobiografico. Le sue doti compositive ed interpretative le possiamo apprezzare attraverso canzoni che hanno intrigato gente come Lloyd Maines e Chris Gage che appaiono in queste sessions lasciando il segno con la loro classe unica, il primo a dobro e chitarra slide, il secondo a tastiere e accordion. In più c’è da sottolineare il contributo di ‘Ren’ Renfree (chitarra acustica, mandolino e sezione ritmica) e Steve Thomas (fiddle) ad arricchire un suono acustico si ma pieno e ben strutturato. La media qualitativa è molto buona ma mi piace rimarcare l’intensità di “Meyerland” e di “Lazy”, mentre “All That We Need Is A Bridge” e “Red By The River” hanno dalla loro poesia e pathos. Queste di Jordi Baizan sono comunque canzoni mature e complete che chiedono solo di essere ascoltate e riascoltate. Noi intanto aspettiamo un disco magari di maggiore lunghezza. www.jordibaizan.com.
Remo Ricaldone

18:48

Susan Kane - Mostly Fine

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Quattro album all’attivo e una carriera musicale che ha portato Susan Kane a maturare un repertorio che prende spunto dalle radici familiari appalachiane (la madre è nativa del West Virginia) e le unisce al folk revival che ha sempre avuto un largo seguito nella nativa New York. “Mostly Fine” è composto da canzoni originali in cui dobro, fiddle, banjo, accordion, lap steel e chitarre acustiche formano un tappeto estremamente godibile in cui le melodie ‘disegnate’ da Susan Kane rendono prezioso un disco che scorre con grande naturalezza e autenticità. Ad accompagnare Susan in questo suo viaggio ci sono la violinista Lisa Gutkin (già con i Klezmatics), la dobro player Abbie Gardner del trio femminile Red Molly e una manciata di sidemen di valore anche se assolutamente poco conosciuti al di fuori del giro newyorkese roots, con una menzione particolare a Dan Bonis a mandolino e lap steel. Due sono le cover su cui è giusto soffermarsi, entrambe firmate dalla coppia Robert Hunter e Jerry Garcia, “Brown Eyed Women” e “Comes A Time”, tra le più valide di un repertorio comunque ricco di momenti da ricordare. “Jacksonville” è a mio parere tra le più intense e accorate, così come ottima è la country music di “Worn Out Lines” in cui a duettare con Susan kane c’è Fred Gillen Jr. “Slip On Shoes” ha il fascino sensuale del Sud e mi ricorda molto le atmosfere sospese di un classico come “Ode To Billie Joe” portatto al successo da Bobbie Gentry, “A Man Of Much Merit” gioca ancora sul filo delle emozioni regalandoci un’altra interpretazione da pelle d’oca e “Love Can Die” è ancora in bilico tra country e folk, con le proprie radici che emergono con forza. “Mostly Fine” è una bella sorpresa e l’ulteriore conferma di quanto ci sia da scoprire nell’immensa scena indipendente americana.
Remo Ricaldone

18:47

Kenny White - Long List Of Priors

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Kenny White, pianista nato a New York ma cresciuto oltre il fiume Hudson nel New Jersey, è uno di quei musicisti che non hanno mai raggiunto un significativo successo a proprio nome ma hanno costruito con il lavoro di anni, attraverso mille sessions, produzioni e dischi, un nome profondamente apprezzato dai colleghi e da coloro che hanno avuto la fortuna di incontrare nel proprio cammino. La base sulla quale Kenny White ha realizzato la sua musicalità è quantomai ampia e diversificata e comprende canzone d’autore, jazz, pop, musica da film e, per quello che maggiormente interessa a noi, i suoni delle radici, resi personali da un’ottica lucida e priva di pregiudizi, sempre pronta ad arricchirsi di nuovi stimoli e progetti. La partnership e il mutuo scambio di esperienze con gente del calibro di Peter Wolf della J.Geils Band (a cui ha prodotto tre dischi), Shawn Colvin, Shelby Lynne, Jonathan Edwards, Merle Haggard, Neko Case e Steve Earle tra gli altri ha maturato in lui uno stile che a volte può ricordare grandi pianisti (inevitabilmente, vista l’affinità strumentale) come Marc Cohn, Bruce Hornsby o Randy Newman ma che è sempre originale e profondo, talvolta ironico, sempre degno di nota. “Long List Of Priors” arriva a distanza di sei anni dal precedente disco e si avvale di una notevole serie di collaboratori, a partire dal grande chitarrista Duke Levine, dagli ottimi tamburi dietro ai quali si siede l’esperto Shawn Pelton e dalle ‘ospitate’ di David Crosby, del citato Peter Wolf e di Amy Helm, figlia dell’indimenticato Levon. La base pianistica delle canzoni di questo lungo e godibilissimo album danno ancora più l’impressione di una forte coesione e analogia, mostrando una notevole forma compositiva e un grande talento come performer. Kenny White ci regala così una serie di canzoni dal significato profondo, intense e toccanti, fin dall’introduttiva “A Road Less Traveled” con ai cori David Crosby, il fiddle di Larry Campbell (straordinario polistrumentista che qui presta i propri servigi al meglio della forma) e le chitarre resofoniche e il mandolino di Duke Levine. Indimenticabili sono poi le melodie che contraddistinguono e caratterizzano “Another Bell Unanswered”, con ancora Duke Levine e Larry Campbell che si dividono sapientemente le chitarre acustiche ed elettriche e il vecchio ‘Croz’ ad armonizzare la voce da par suo. C’è spesso in queste canzoni il sapore forte e distinto del Sud, con tutti i suoi contrasti cromatici, grazie anche ad arrangiamenti fiatistici strepitosi e a inflessioni gospel, come nella commovente ed orgogliosa “Charleston”, a ricordare una delle più odiose stragi razziste degli ultimi anni. “Cyberspace”, “The Other Shore”, “Glad-handed” (un gustoso duetto con Peter Wolf), la solitaria esibizione pianistica di “The Moon Is Low”, una “West L.A.” che non può non rimandare al caro vecchio Randy Newman, “4000 Reasons To Run” e “The Olives & The Grapes” regaleranno emozioni intense a chi ama la scena americana che incrocia la canzone d’autore e le radici.
Remo Ricaldone

15:07

SAVONIERO COUNTRY FESTIVAL 2017!

Pubblicato da Cristian |



SAVONIERO COUNTRY FESTIVAL 2017
Venerdì 4 agosto 2017
DEAD BRONCO (USA/SPAIN)
BLEU EDMONDSON (TEXAS)
VANESSA PETERS (TEXAS)


Non perde il ritmo la musica live del Savoniero Country Festival che quest’anno si concede per l’edizione numero 17...ma niente sfortuna….solo la solita vagonata di musica dal vivo internazionale e la solita memorabile nottata di grande divertimento ed intrattenimento!
La Line-up degli artisti ancora una volta presenta una selezione che non ha eguali nei festival nazionali di settore confermando come sempre massima attenzione alla musica senza compromessi!
Ad aprire le danze la cantautrice texana VANESSA PETERS con melodie dal piglio deliziosamente in bilico fra country e folk-pop. La Peters, nativa di Dallas, ha alle spalle più di 1000 concerti fra Usa e Europa...una segnalazione come Best Folk Artist dal The Dallas Observer...e produttori come Rip Rowan (Old 97s, Rhett Miller) con il quale ha registrato l’ultimo album “The Burden Of Unshakeable Proof” che ha guadagnato ottime recensione su riviste culto come No Depression e Americana UK.
Sarà poi compito dei DEAD BRONCO dare uno scossone al palco di Savoniero con uno show a dir poco devastante e pericoloso per i deboli di cuore! I Dead Bronco sono un combo USA/Spagna nato nel 2012 dall’unione del cantante/cantautore/attore Matt Horan, nativo della Florida, con una band di musicisti spagnoli; al primo lavoro ufficiale ottengono subito il riconoscimento come “Best Music Video” da CineMad che li porta già nel 2013 ad essere riconosciuti dalla BBC come una delle migliori sorprese dell’anno; il supporto che hanno ricevuto i quattro album in studio, tra cui un EP dedicato interamente ad Hank Williams, è stato enorme ed il recente “Bedridden & Hellbound”, appena uscito lo scorso febbraio, è un clamoroso gioiellino che testimonia perfettamente il sound dei Dead Bronco che hanno chiaramente il country di Johnny Cash e Hank Williams nel cuore ed il punk di Mike Ness nella pancia!
Ma non finisce qui perchè tra le esibizioni di Vanessa Peters e Dead Bronco avremmo un “traghettatore” d’eccezione...eccezionale a dir poco infatti lo special guest di questa diciassettesima edizione...sul palco di Savoniero avremo l’onore di ospitare…BLEU EDMONDSON!!!!!!! 
Bleu Edmondson (Texas) è uno dei punti di forza dell’attuale scena musicale texana ed incarna al meglio quel genere che oggi viene indicato con il nome di Texas Red Dirt Music dove la musica roots/rock americana incontra le diverse influenze del country, del blues e del tipico cantautorato made in Texas. Edmondson incide i primi dischi del 2001 e del 2002 sotto la guida di Lloyd Maines, mitologico produttore discografico considerato il re mida della Texas Music, e da allora si piazza costantemente ai vertici della Texas Chart finendo ogni anno tra i primi 50 artisti nelle classifiche di riepilogo dei passaggi radiofonici del Lonestar State.
Il songwriting di Bleu è l’esempio concreto dell’espressione “real music for real people!” e non tradisce la scuola di personaggi come Bruce Springsteen e Willie Nelson o come Waylon Jennings e Uncle Tupelo; canzoni che suonano tanto fresche e oneste quanto taglienti e profonde dove il romanticismo urbano del rock stradaiolo incontra tutta la poetica tipica dell’ hill country texano.
Il suo album “Lost Boy” è stato, insieme a “Rollercoaster” della Randy Rogers Band, considerato il disco più impattante della attuale scena Texana/Red Dirt e rimane una pietra miliare della discografia del genere degli ultimi 20 anni così come l’intera produzione di Edmondson è inevitabile per ogni appassionato di Texas Music!
Inutile cercare di spiegare l’emozione di accogliere Bleu al festival di quest’anno che ancora una volta si presta a scrivere una nuova pagina della solita memorabile storia che ogni anno si compie al Savoniero Country Festival!!!
...e a proposito di storia e di storie...di strane storie...sembra che quest’anno a Savoniero sia stato avvistato il fantasma di Hank Williams….guardatevi in giro...tenete le orecchie aperte...certa musica può anche causare visioni...e alcune fanno bene all’anima...portatevela dietro!

18:36

Robyn Ludwick - This Tall To Ride

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Cinque dischi nell’arco di dodici anni non sono molti ma ogni volta che Robyn Ludwick, magnifica voce texana, pubblica un album è come ritrovare una vecchia amica le cui storie affascinano e conquistano come la prima volta. E a tre anni dal precedente “Little Rain”, il perfetto amalgama di suoni country, folk e soul (inteso come fuoriuscito dalla propria anima, letteralmente) riemerge prepotentemente appena messa la puntina (idealmente!) sul primo brano di questo “This Tall To Ride”. Il marito John Ludwick torna alla produzione dopo due lavori sotto l’egida di Gurf Morlix ma il sound non cambia, stesso è il profondo pathos, stessi sono gli arrangiamenti in cui nemmeno una nota è lasciata al caso ma tutto fluttua naturalmente, stessa è la interpretazione, vissuta e a cui è difficile resistere. Inciso negli studi The Zone di Dripping Springs, Texas, “This Tall To Ride” è un album le cui dieci canzoni sono concatenate perfettamente, a creare un viaggio nell’America più vera e sofferta dove camere di motel e honky tonk bars fanno da elemento scenico dominante per storie di solitudine, struggimento, abbandono ma anche di speranza e di redenzione. Citare qualche titolo è come estrapolare qualche capitolo da un libro, alla fine inutile e pure fuorviante, meglio ascoltare e riascoltare un insieme che cresce in maniera esponenziale e che conferma Robyn Ludwick personaggio imprescindibile nel panorama roots americano. Dall’iniziale “Love You For It” alla conclusiva “Texas Jesus” e attraverso gioiellini come “Rock’n’Roll Shoes”, “Freight Train”, “Bars Ain’t Closin’”, “Wrong Turn Gone” e “Junkies And Clowns”, questo lavoro regala emozioni profonde, di volta in volta commuovendo o rendendoci partecipi di una storia più volte raccontata attraverso canzoni, film o libri ma che, nelle mani giuste, si rinnova e acquista sempre più fascino. Le chitarre acustiche ed elettriche di uno straordinario David Grissom sono poi lo strumento perfetto per fare risaltare queste canzoni, taglienti ed incisive, accorate e ammalianti. Un nuovo centro per Robyn Ludwick a dimostrazione che il dna (è la sorella di Bruce e Charlie Robinson) non mente. Noblesse oblige.
Remo Ricaldone

18:33

Susan Cattaneo - The Hammer & The Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |



E’ cosa rara pubblicare un doppio disco in studio e cosa ancora più rara è farlo con quella semplicità e sfrontatezza caratteristica peculiare per Susan Cattaneo, poliedrica musicista dell’area di Boston al quinto lavoro solista, probabilmente il suo più maturo e compiuto. “The Hammer & The Heart” mostra con fierezza e accorata personalità le varie sfaccettature di un suono che va dal roots/rock e rockabilly al country/folk, intepretato da una ‘house band’ di grandissima caratura. Ad aggiungere fascino e qualità a queste canzoni ci sono poi parecchi ospiti che ‘segnano’ un suono sempre ben definito ed equilibrato, con una produzione praticamente impeccabile merito della stessa Susan Cattaneo. L’album è diviso logicamente in due parti distinte, con un primo disco, “The Hammer”, tosto e grintoso, mentre il secondo, “The Heart”, è più acustico e vira verso atmosfere acustiche e roots. Scelta intelligente, a sottolineare si una continuità e un manifesto delle proprie intenzioni ma anche il ‘cambio’ di mood, è quella di affidare l’apertura dei due dischi a una splendida “Work Hard Love Harder”, melodia eccellente ripresa con trascinante verve rock in compagnia dei grandi Bottle Rockets, roots-rock band di St. Louis, Missouri e con suadente e delicata ispirazione con le voci dei Boxcars Lilies. Sempre sul primo cd è utile soffermarsi sulla magnifica ballata elettrica firmata ed interpretata da Susan con Mark Erelli intitolata “The River Always Wins”, tra i capolavori del disco, così come preziosa è la cover di “Does My Ring Burn Your Finger?” dal repertorio di Buddy & Julie Miller, mentre corroboranti sono le due ‘ospitate’ di Bill Kirchen (chitarrista extraordinaire) in “In The Grooves” e “When Love Goes Right”, travolgente rockabilly/blues la prima, romantica la seconda, affascinante la ritmica sincopata pregna di umori sudisti di “Ten Kinds Of Trouble”. Nella seconda parte gli highlights sono a mio parere, oltre alla citata “Work Hard Love Harder” finemente cesellata con dobro e mandolino, una “Carried” composta dalla cantautrice Jenee Halstead (con la stessa alle armonie vocali) che ammalia per dolcezza e seduzione, “Field Of Stone” con le ottime chitarre di Kevin Barry e il drumming di Marco Giovino (una sicurezza in tutto l’album) e “Fade To Blue” con un altro grandissimo chitarrista, Duke Levine. In chiusura una sorpresa, una inattesa versione di “Space Oddity” di David Bowie, acustica e accorata, in perfetta linea con una seconda parte riflessiva ed interiore. “The Hammer & The Heart” è pienamente la fotografia di un’artista il cui percorso artistico ha portato a condividere quello che potremmo tranquillamente definire ‘americana’ al proprio meglio, parte rock e parte ineccepibili ed eleganti sfumature acustiche. Da conoscere.
Remo Ricaldone

18:27

Loretta Hagen - Lucky Stars

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le migliori voci del lato più folkie del suono ‘americana’, Loretta Hagen torna a distanza di circa cinque anni dal precedente “Mud And Stone”, disco celebrato con ottime recensioni oltreoceano nell’ambito roots, e lo fa con un lavoro inevitabilmente meditato e fortemente ispirato alle esperienze di vita dell’ultimo periodo fatte di dolori e speranze, perdite e  grande voglia di ricominciare. La cantautrice del New Jersey dal punto di vista vocale mi ricorda molto Mary Chapin Carpenter e le affinità certamente non si esauriscono qui, le ballate e i midtempo accomunano i due personaggi per sensibilità e grazia. “Now That I’m Able”, eccellente nel mischiare folk e pop creando una melodia contagiosa e “Lucky Stars”, acustico e struggente tributo agli affetti presenti e passati presentano chiare analogie e lo stesso gusto melodico della sua conterranea. Molti comunque sono i momenti da ricordare come “This World Of Ours” ancora con grandi similitudini con il lavoro di Mary Chapin, un altro messaggio di condivisione e accoglienza, “Break” ancora efficace e coinvolgente, “Ladders” con un’altra melodia suadente che conquista e “You Were Brave” impreziosita dal violino di Tracy Grammer, una storia personale di sofferenza e dignità nell’affrontare le malattie (in questo caso della madre e della sorella). “Lucky Stars” è un disco suonato con il cuore e grande merito va al marito di Loretta, Gary Hagen, qui alla produzione, nelle vesti di ingegnere del suono e, ottimo, a chitarre acustiche ed elettriche mentre è da segnalare la presenza di un personaggio fondamentale della scena newyorkese in ambito folk, il bassista Mark Dann, vero ‘deus ex machina’ con il suo studio di registrazione per quanto riguarda il panorama cantautorale della East Coast.
Remo Ricaldone

17:47

Doug Schmude - Ghosts Of The Main Drag

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Ghosts Of The Main Drag” è, per sgombrare subito il campo da equivoci, un ottimo album in cui si incontrano il roots rock di Son Volt e Green On Red, le ballate acustiche arse dal sole di Texas ed Oklahoma (dove il nostro ha passato I suoi ‘formative years’) e le melodie ispirate a Reckless Kelly e Cross Canadian Ragweed. Chitarre elettriche che fendono l’aria e acustiche che accarezzano ma al tempo stesso scavano nel profondo, incisive e significative. Doug Schmude, nativo di Baton Rouge, Louisiana, si è fatto le ossa nel Lone Star State ma poi la voglia di viaggiare lo ha portato a Boulder, Colorado, Nashville e attualmente nel sud della California dove si è autoprodotto un disco da godere dalla prima all’ultima nota, corroborante e intenso. Polistrumentista eccellente, Doug è anche l’autore di tutte le canzoni e durante queste sessions registrate ad Irvine, città satellite di Los Angeles nella parte meridionale della metropoli, si è avvalso della partecipazione del fiddler Kyle Nix dei Turnpike Troubadours che si alterna a Jessy Greene (già con i Jayhawks), Bobbo Byrnes all’organo e al basso e a Joe Fick al contrabbasso. L’album entra subito nel vivo con una “Ghosts Of The Main Drag” aperta da un ottimo riff di chitarra elettrica e una solida melodia ‘rockin’ country’, “Small Town Eulogy”, con Kyle Nix al fiddle, non può non rimandare ai Troubadours e mostra notevoli affinità con la tanto amata scena ‘Red Dirt’, “One Thing Left To Say” è deliziosamente acustica, dobro e chitarre acustiche ricamano, Doug Schmude interpreta con sapienza, “Why’s It Take A Funeral?” ricorda il Dan Stuart con i Green On Red più intriganti ed espressivi. “Ghosts Of The Main Drag” è un lavoro equilibrato, ricco ma anche essenziale ed è arrangiato dando risalto alle melodie riuscendo a sottolinearne le qualità, alternando intelligentemente elettrico ed acustico. “Rusty Dog Tag” esprime con completezza tutto questo tra feedback elettrici e suggestioni roots, “Wooden Nickel” libera la melodia con una leggerezza non facile a trovarsi, profumi sixties e grande naturalezza, “Bailing Wire” è altamente evocativa, una ballata di classe, “Overpass” è più ‘leggera’, una piccola pausa prima delle conclusive, intense “Hazelton Road” e “Final Fais Do Do”, la prima dall’orgoglioso piglio ‘southern’ con la slide acustica protagonista, la seconda omaggio alla nativa Louisiana. Disco da inserire nella vostra collezione tra i migliori nuovi nomi della scena roots.
Remo Ricaldone

17:45

Jared Tyler - Dirt On Your Hands

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Mettetegli in mano qualsiasi strumento a corda e vi stupirà per straordinaria tecnica, cuore, sensibilità. Jared Tyler è un eccellente chitarrista (ma anche dobro player e mandolinista) nativo di Tulsa, Oklahoma, fedelissima ‘spalla’ di Malcolm Holcombe da anni ma capace di confezionare dischi a suo nome con la stessa maestria e poesia che infonde nei suoi intrecci chitarristici da ‘sideman’. “Dirt On Your Hands” è il suo disco numero tre, un magnifico viaggio che travalica i generi roots per toccare country music, blues, folk, soul, jazz, gospel, un lavoro di rara finezza che intriga dalla prima all’ultima nota. Questo grazie alle sue capacità compositive, alla sua saggezza nello scegliere le cover, ad una produzione impeccabile in cui è affiancato dall’esperto Dave Roe (che fornisce anche un solidissimo apporto come bassista in queste sessions) e alla presenza di pochi ma notevolissimi nomi come Kenny Vaughn dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart alle chitarre, Jellyroll Johnson all’armonica, Suzi Ragsdale alle armonie vocali e come ospiti Roger Ray della band di Jason Boland alla pedal steel, Casey Driessen al fiddle e, dulcis in fundo, l’amico fraterno Malcolm Holcombe. L’intensità delle interpretazioni vocali di Jared Tyler che personalmente ritengo raggiungano le vette di gente come Darrell Scott, Jeff Black o Buddy Miller e la raffinatezza e la sagacia con cui si esprimono i protagonisti sono le armi vincenti di questo disco, un lavoro la cui genuinità e semplicità conquista immediatamente. Già l’inizio di “Death Of Me” con l’aggiunta di tuba e clarinetto ci trasporta nel tempo e ci fa sognare come nei vecchi vinili degli anni trenta e quaranta, tra jazz e folk, riprendendo ispirazioni che in passato furono di David Bromberg e Ry Cooder mentre “Dressed In White” e “The Door” sono l’omaggio inevitabile al songbook di Malcolm Holcombe presentato con una tale forza e passione a cui è difficile resistere. La title-track “Dirt On Your Hands” è la più genuina ed autentica country music, strettamente acustica, profondamente radicata nel suolo sudista, “Heart Wide Open” è come dice il titolo una dichiarazione d’amore sulle note di uno degli ‘highlights’ dell’album. Semplicemente magnifica. Da sottolineare e da ricordare sono poi “Gwendolyn”, dalla melodia forse già sentita ma vincente per approccio e convinzione, “Lucky I Am” scorrevole e freschissima country song e i ricordi autobiografici gonfi di nostalgia nella suadente “Fort Gibson Lake” con la superba pedal steel di Roger Ray. Disco tra i più validi in ambito country ascoltati quest’anno.
Remo Ricaldone

17:41

Lynne Hanson - Uneven Ground

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Lynne Hanson sa essere graffiante e carezzevole, ruvida e inevitabilmente dolce, dotata com’è di un talento limpido e naturale nell’afferrare i momenti più significativi delle sue esperienze personali per trasporle in musica in un insieme che può ricordare Lucinda Williams, Kate Campbell o Mary Gauthier. Come molti suoi connazionali canadesi, la cantante ed autrice di Ottawa mostra una capacità non comune di interpretare le radici del suono americano accostando sensuali blues a deliziosi numeri country-folk, elettrificando spesso ma sempre con grande misura le sue canzoni. “Uneven Ground” non fa che confermare una vena ben lungi dall’esaurirsi, nel solco tracciato dai precedenti lavori, con uno spirito orgogliosamente legato alle più sincere tradizioni del sud a stelle e strisce. In Canada ha raggiunto una buona fama negli ambienti roots mentre negli ultimi anni è riuscita a ritagliarsi un discreto spazio negli States apparendo al famoso appuntamento texano del Kerrville Folk Festival dove ha saputo conquistare gli appassionati grazie al materiale dei suoi primi quattro dischi (incisi tra il 2006 e il 2014). “Uneven Ground” è un disco dalle molte qualità: una scrittura mai banale che affascina, arrangiamenti lineari curati senza sprecare una nota, interpretati da una ‘backup band’ esperta ed affidabile in cui spiccano le chitarre di Chris Carmichael e Scott Nolan, le tastiere di Jeremy Rusu e una sezione ritmica precisa e mai invadente formata da Christian Dugas alla batteria e MJ Dandeneau al basso. La personalità non manca a Lynne Hanson e le sue canzoni, vissute in maniera persuasiva ed effficace, entrano pian piano nel cuore per occupare uno spazio importante nella scena roots al femminile. “Carry Me Home”, “Dead Weight”, “Swallow Me Up”, “Devil Said Do”, “Uneven Ground”esprimono il lato più ‘bluesy’ di Lynne Hanson, espressivo ed intenso,  mentre brani come “Counting Heartbeats”, “Stronger”, “Broken With You” con una voce che ricorda in modo impressionante quella della compianta Kate Wolf, “Every Honest Misstep” ballata elettro-acustica di grande fascino, “One Grain At A Time” maliconica e pregna di fascino nostalgico raffigurano quello più poetico e intimista, più legato ad atmosfere cantautorali tra folk e country. Un disco che come detto ha il pregio di conquistare con gli ascolti e una figura di grande pregio e attrattiva.
Remo Ricaldone

17:35

Shawn Taylor - Balance

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato in Ohio e cresciuto in Massachussetts, Shawn Taylor ha assorbito dai genitori quella contagiosa voglia di vagabondare e di esplorare il mondo e la musica, proponendosi come genuino troubadour alla continua ricerca di suoni (roots) e di ispirazioni. Quattro album all’attivo e una incessante attività live nella quale ha condiviso il palco con gente come Maria Muldaur e il collega songwriter Peter Mulvey  hanno forgiato una personalità poliedrica e variegata. La country music e la tradizione appalachiana ma anche il folk-rock, il blues, il gospel e i suoni caraibici sono alla base di questo “Balance”, disco estremamente piacevole e scorrevole. Dotato di una voce roca e abrasiva che lo ha paragonato a Ray LaMontagne ma anche a Bruce Springsteen, Shawn Taylor nelle sue composizioni racconta le mille esperienze ‘blue collar’ della sua vita, focalizzando personaggi e situazioni che facilmente coinvolgono e appassionano, mentre il suo stile chitarristico deve molto al retaggio blues e folk ed è degno di suoi colleghi molto più noti. E’ appunto con un delicato e godibile ‘fingerstyle’ che si apre il disco, proponendo la title-track “Balance”, subito seguita dalle colorazioni reggae, mischiate a dosi di folk e rock, di “Wandering Roots”, esplicativo manifesto delle sue grandi passioni di musicista itinerante. Shawn Taylor ci sorprende poi  con una robusta e solida versione del classico dei Buffalo Springfield “For What It’s Worth”, incalza con “Love Is The Water” pregna di pulsazioni blues e gospel, ci culla con le note soffici tra folk e blues di “On Ice Cream And Parting”. “Dime And A Bottle Of Wine” è uno spigliato e fresco folk-rock dalla melodia ancora fortemente coinvolgente, ode alle cose semplici ma preziose, “Two Roads” ancora un folk-blues ruvido e piacevolissimo, “Black Water” aggiunge ‘elettricità’ e grinta ad un ‘clichè’ consolidato e di valore mentre “Goodnight” è la chiusura più logica, una ‘ninnananna’ dalle note nostalgiche ed accorate. Chiusura perfetta per un disco da cui trasudano onestà e genuinità, doti per cui apprezzare profondamente Shawn Taylor.
Remo Ricaldone

17:16

Ed Dupas - Tennessee Night

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato a Houston, Texas ma ben presto trasferitosi a Winnipeg, Canada, Ed Dupas è tornato negli States ricollocandosi nei dintorni di Detroit, Michigan, ad Ann Arbor per la precisione. Ed è un libero pensatore, nella musica e nella vita, un musicista che non si accontenta dell’idea ‘mainstream’ ma va alla ricerca di una sua via personale e genuina all’arte e questo suo secondo sforzo discografico intitolato “Tennessee Night” che segue di due anni l’esordio di “A Good American Life” sta a testimoniare appieno doti compositive e intepretative decisamente notevoli. Il suo è un fresco e corroborante, profondo ed intenso mix di country music, canzone d’autore e roots rock che lo avvicina idealmente alla scena tanto amata tra Texas ed Oklahoma. Qui rispetto al primo album c’è un maggior lavoro di produzione affidata al bravo Michael Crittenden che cuce attorno alla voce del protagonista un abito lineare, asciutto e sinceramente vissuto in cui la telecaster di Ed Dupas arricchisce un suono comunque elettro-acustico in cui fanno bella mostra steel e una eccellente serie di chitarre acustiche. Esperienze personali e temi sociali si alternano in queste undici canzoni, sempre in bilico tra la ballata e il formato ‘midtempo’, accorate e dotate di grande sensibilità. “Too Big To Fail” mette subito le carte in tavola con la forza dello storyteller che non disdegna suoni corposi e rock, tra sensibilità ‘blue collar’ e tematiche legate alla più vera ‘heartland country’. “Two Wrongs” colpisce ancora al cuore con grinta mentre “Heading Home Again” è splendidamente country, come dovrebbe sempre suonare, con le armonie vocali di Judy Banker e il banjo del producer Michael Crittenden. “Do It For Me” è ballata scarna, acustica, ma subito nobilitata dall’ingresso della steel e da un’atmosfera fascinosa, “Some Things” vede duettare Ed Dupas e Tara Cleveland in un’altra ballata intensa e pregnante, “Up Ahead” è ancora chitarra acustica e pedal steel, evocativa e pura, “Anthem” riprende vigore inserendo la spina ed elettrificando una ballata nuovamente sontuosa, “Everything Is In Bloom” è bucolica e godibilissima con i controcanti di Cole Hanson e un andamento cadenzato, “Promised Land” (no relation!) ha un piacevole ‘train time’ che la introduce e ne caratterizza lo svolgimento. “Tennessee Night”, title-track che vede nuovamente duettare Mr. Dupas e Cole Hanson introduce la chiusura affidata a “Hold Me Tight”, perfetta per dare l’arrivederci ad un nome relativamente nuovo qui da noi e che merita grande attenzione. File under: ‘Garage Country’.
Remo Ricaldone

17:12

June Star - Sleeping With The Lights On

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Andrew Grimm e soci tornano con un album che, a dispetto della copertina decisamente poco attraente e di una produzione ‘homemade’ che limita di fatto la sua diffusione, merita di essere conosciuto ed apprezzato. La band del Maryland, di fatto un trio ora con Andrew Grimm a chitarre, banjo e armonica, Andy Bopp al basso e Kurt Celtnieks alla batteria, si appresta a celebrare i ventanni di attività (il prossimo anno per la verità) con un disco forte ed orgoglioso che si può tranquillamente accostare a Son Volt, Long Ryders, Drive By-Truckers, Chris Knight e Steve Earle per affinità elettive e per quella visione sofferta, lucida, tormentata e schietta dell’America delle ‘strade blu’ e delle storie ordinarie di provincia. Country music e rock uniti indissolubilmente sotto l’egida di un personaggio come Andrew Grimm dalle radici musicali e letterarie più nobili ed intelligenti. Dodici istantanee dalle tonalità che variano dalla ballata acustica al febbricitante rock, dodici performance vere e passionali che formano un lavoro che riserverà grandi soddisfazioni agli appassionati dei nomi citati in precedenza. “Telegraph” si insinua in punta di piedi ed introduce l’album che ben presto prende corpo con brani come “Cinnamon” in cui rivivono le atmosfere tipicamente roots-rock dei Long Ryders, “Smoke And Diesel” gioiellino semi-acustico che starebbe benissimo nel repertorio dei Son Volt di Jay Farrar con cui Andrew Grimm condivide lo stesso timbro vocale e taglio interpretativo, “Faithless” dalla melodia cristallina, la lunga e jam elettrica di “Engine” che ricorda il buon vecchio Neil Young, “You’re Still Here” sofferta e dolente ma magnifica. Energia e poesia, sferzate elettriche e dolci arpeggi acustici, un dualismo che risulta vincente e che ci consegna una band (al dodicesimo album!) sempre più convincente e sicura. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone


17:09

Urban Desert Cabaret - Shadow Of A Doubt

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Dietro al curioso nome di Urban Desert Cabaret c’è la figura di Joe City Garcia, personaggio che ha attraversato i generi tra garage rock, punk e influenze tex mex prima di concentrarsi su sonorità country-folk che caratterizzano questa sua ultima ‘impersonificazione’. Legato a filo doppio al sudovest americano, dopo la giovinezza vissuta nel nord del New Mexico, Joe City Garcia ha trovato casa nel deserto del Mojave, dalle parti di Joshua Tree, luogo di estremo fascino, di fortissima ispirazione interiore, di maestosa attrazione ed incanto. Qui ha formato la sua personalità raccogliendo le indimenticabili ballate di Butch Hancock e Joe Ely, la tradizione western, l’immancabile colorazione ‘mexican’ riconsegnandole in questo “Shadow Of A Doubt”, dieci quadretti maturati sotto l’implacabile sole del deserto e ornati dal suo pregevole senso della melodia. “Windy Voice” è come dice il titolo una voce spinta dal vento caldo del deserto, attraente e genuina, semplicemente eccellente. “Delta Bar” e “Ain’t Got No Blues” si legano con naturalezza e proseguono un racconto apparentemente dimesso e scarno ma pregno di poesia e grazia. “Queen Of Light” è un’altra carezza e un racconto intepretato con grande schiettezza e spontaneità mentre l’armonica e il wurlitzer caratterizzano un altro piccolo gioiellino, “Wouldn’t You Agree”. Pochi strumenti, una steel, un violino, poche e discrete percussioni, un accenno di fisarmonica, il tutto centellinato e posizionato alla perfezione sulle canzoni di Joe City Garcia, una narrazione incisiva e coinvolgente. “Go Away”, “World On The Edge”, la più movimentata, un folk-rock degno del miglior Dylan ‘d’annata’, la title-track con una pedal steel evocativa e romantica e “Flagman” giusta chiusura e altro momento da ricordare, sono ancora canzoni che riescono ad entrare sottopelle e a rimanere a lungo nei nostri cuori. Joe City Garcia e i suoi Urban Desert Cabaret, altro nome da tenere d’occhio.
Remo Ricaldone

17:05

Surrender Hill - Right Here Right Now

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Lunga e nobile è la lista di duo che hanno interpretato la country music con piglio personale e positivo, spesso coniugando l’amore per la musica con legami affettivi forti e sostanziali. Il cantante, autore e chitarrista nato in Sudafrica Robin Dean Salmon, musicista che ha già al suo attivo una carriera considerevole e una grande voglia di girovagare che lo ha portato a calcare i palchi oltre che della madre patria anche quelli americani ed europei e Afton Seekins, cantante dalle notevoli capacità e dalle poliedriche attitudini e virtù hanno dal 2014 deciso di unire forze e passioni per comporre il duo denominato Surrender Hill. Dopo l’esordio del 2015 ecco l’album che focalizza maggiormente il loro repertorio, ne conferma il percorso fatto di country music con inflessioni folk e ‘americana’ che deve molto alla tradizione texana e a quella del sudovest americano, terra in cui Robin e Afton hanno deciso di trasferirsi. Ed è proprio a quelle zone che spesso va il pensiero ascoltando le splendide melodie, gli intrecci di chitarre acustiche, gli inserimenti di fisarmonica, le ‘pennate’ di pedal steel e la coinvolgente bellezza delle armonie vocali dei Surrender Hill. “Right Here Right Now” è un lavoro lungo e ottimamente strutturato che coinvolge subito con le pregevoli “Pouring Rainbow”, “Big Mama Big Daddy”, “I’ll Never Let Go” e “Run Away With Me”, un poker di emozioni che mette subito le carte in tavola collegando i suoni dei Surrender Hill alla country music dalle emozioni più sincere e senza tempo dei troubadour e degli outlaws texani. Nella variazione melodica del loro repertorio c’è spazio anche per canzoni dalle sfumature più pop, sempre però acustiche e preziosamente ricamate come “Girl In My Heart” e “Wildfire”, interpretate con quel coinvolgimento e pathos da risultare senza tempo. “Empty Bottle Of Dreams” e soprattutto “God Don’t Let The Road Disappear” con chiari riferimenti alla poetica di Rodney Crowell si candidano alle cose migliori del disco, così come la convincente “California” e la nostalgica e orgogliosa “It Don’t Feel Like Leaving”, canzoni che evocano luoghi ed emozioni indimenticabili.
Remo Ricaldone

23:26

Jason Eady - Jason Eady

Pubblicato da Remo Ricaldone |



E’ una crescita esponenziale quella di Jason Eady, tra le voci più belle ed intense in quei territori tra la country music e i suoni della tradizione folk e bluegrass proposti attraverso una visione ‘southern’ di estrema efficacia. E questo disco omonimo si affida nuovamente alla produzione di Kevin Welch per proporsi come uno dei più validi di una discografia sempre su livelli di eccellenza ma forse mai come in questo caso vigorosa e splendidamente vicina al cuore della tradizione. I suoni sono cristallini e sono centellinati con precisa cura e trovano nel fiddle e nel mandolino di Tammy Rogers, straordinaria ‘sidewoman’ e membro fisso degli Steeldrivers (a cui si avvicinano spesso le sonorità di questo album), nelle steel guitar e nel dobro dell’incommensurabile Lloyd Maines e nelle angeliche armonie vocali della texana Courtney Patton gli interpreti perfetti. La voce calda e modulata di Jason Eady è poi il veicolo principale per storie indissolubilmente legate ad una country music quasi dimenticata dalle nuove leve nashvilliane, storie in cui non si evita di trattare temi come perdita di identità e redenzione, vite vissute al margine della società a cui si chiede una ‘second chance’ per poter inseguire i propri sogni o soltanto godere dell’amore della persona amata. Non c’è una nota sprecata in queste dieci canzoni, non un momento in cui l’intensità lasci spazio alla routine o in cui il musicista di Jackson, Mississippi non mostri cuore e anima, spogliandosi di ogni barriera tra lui e l’ascoltatore. La qualità eccellente di questi brani è anche opera dei partners che hanno affiancato Jason nel creare emozioni pure, da Josh Grider ad Adam Hood, da Larry Hooper a Jamie Wilson ma lo stato di grazia compositivo di Jason Eady è veramente notevole. Dall’iniziale “Barabbas”, storia della voglia di approfittare di una seconda possibilità di un colpevole rilasciato al posto di un innocente in una metafora facilmente apprezzabile all’amara “No Genie In This Bottle” in cui appare come ospite Vince Gill alle armonie vocali, dalla pioggia che lava via tutti i problemi e i pensieri negativi di “Rain” alla profonda amicizia e rispetto del compagno di lavoro di “Black Jesus”, è tutto un susseguirsi di momenti coinvolgenti e appassionanti, così come “Drive”, “Why I Left Atlanta”, “40 Years” e “Waiting To Shine”, tra le migliori di un ‘songbook’ tutto da riscoprire. Disco che si pone come una delle cose più importanti ed emozionanti di quest’anno musicale.
Remo Ricaldone

23:23

Pierce Edens - Stripped Down Gussied Up

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Asheville, North Carolina è nel cuore degli Appalachi, luogo dove la tradizione emerge da ogni angolo e dove è inevitabile che il proprio retaggio si manifesti attraverso la propria personalità. Pierce Edens ha nel proprio dna le melodie, le storie, il fascino delle radici ed ha saputo renderle attuali mischiandole al rock della sua adolescenza, a quell’impatto forte ed orgoglioso che trasudano quei suoni. La rabbia, la misteriosa ed inquietante seduzione delle ‘murder ballads’ che affollano quelle terre, la voglia di rinascere dopo le dure esperienze della vita, l’amore e la morte, la perdita e la speranza, sono queste le basi sulle quali si sviluppano le canzoni di Pierce Edens, giunto al quinto disco (indipendente) dopo una lunga maturazione fatta di innumerevoli concerti e  giuste frequentazioni. “Stripped Down Gussied Up” può tranquillamente essere considerato il suo lavoro più completo e significativo, l’occasione ideale per conoscere un eccellente songwriter e un cantante la cui voce conquista per intensità e per profondità espressiva. Con Tom Waits e Van Morrison nel cuore e la più nobile tradizione cantautorale nell’anima, Pierce firma un disco in cui è accompagnato dall’eccellente Kevin Reese a chitarre, mandolino e banjo e dalle soffici percussioni e dal piano di Matthew Nelson in un viaggio veramente affascinante che tocca le corde più intime. Un’unica riuscitissima cover, quella di una “Mr. Siegal” firmata da Tom Waits e rifatta in maniera molto personale, e dieci composizioni originali che tratteggiano una personalità inquieta, complessa e intrigante in un contesto che spesso parte dalla canzone d’autore di radice folk per sfociare in un mix di rabbia punk come nella dura “The Bonfire” in cui sembra incontrare i bostoniani Dropkick Murphys o di fierezza urlata ricordando i White Buffalo e Chuck Ragan in “It’s Alright, It’s All Wrong” o ancora di bucolica serenità (sebbene sempre filtrata da una certa apprensione) in “The Bells Of Marshall”. Disco tra i più appassionanti dell’anno finora, originale e degno di grande considerazione.
Remo Ricaldone

23:20

Sam Baker - Land Of Doubt

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo già occupati di Sam Baker alcuni anni fa celebrando uno dei grandi autori texani, musicista e poeta i cui dischi sono veri gioielli di una tradizione che nel Lone Star State ha visto Townes Van Zandt, Guy Clark e Terry Allen raccontare luoghi e persone con estrema profondità e introspezione. Sam è artista a tutto tondo, di non facilissima assimilazione al primo ascolto ma la cui visione universale è tra le
più intelligenti e affascinanti. “Land Of doubt” segue un disco fondamentale come “Say Grace”, considerato dal Rolling Stone uno dei dieci migliori album country del 2013 e ripropone la stessa scarna musicalità in cui country e  folk (con echi anche jazzy grazie alla tromba di Dan Mitchell) convivono splendidamente. Neilson Hubbard siede alla consolle e intelligentemente non cambia registro al suono di Sam Baker, continuando a rivestirne le storie di pochi strumenti ma inseriti in modo impeccabile e perfetto, con l’immenso Will Kimbrough (già con Rodney Crowell e Todd Snider, per citarne alcuni) alle chitarre elettriche ed acustiche mentre gli archi di David Henry e Eamon McLoughlin aggiungono un ulteriore tocco poetico. Ascoltando questo “Land Of Doubt” si viene trasportati in un viaggio del cuore e della mente, ammaliati dall’eleganza degli arrangiamenti e portati a scavare nel profondo dell’animo umano. Relazioni complicate e sofferte terminate in modo inevitabilmente negativo, storie di veterani di guerra e della loro profonda sofferenza, la lotta per sopravvivere di madri single e l’umanità delle piccole storie, tutte con sullo sfondo il magnifico scenario naturale del Sud Ovest, affollano queste canzoni, tutte meritevoli di essere penetrate nel loro significato più recondito e vero. Da “Summer Wind” che introduce l’album a “Land Of Doubt” che chiude il tutto (“Stars and crosses/ crosses and stars/we meet at the border/with its beauty and its scars…”), questo lavoro ha l’andamento dei migliori film o libri americani degli ultimi tempi, naturalmente quelli più introspettivi ed interiori. Rimarchevoli sono poi la cadenzata “Moses In The Reeds” composta a quattro mani con Mary Gauthier che sembra uscita da “Lubbock On Everything” di Terry Allen con cui condivide humor e sensibilità, “The Feast Of St. Valentine” e “Say The Right Words” commoventi e fortemente coinvolgenti, la struggente “Peace Out”, unite assieme da una serie di interludi strumentali che formano un unico, eccellente racconto.

Remo Ricaldone

23:17

Davey O. - A Bright Horizon Line

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il viaggio, inteso come metafora della vita o più semplicemente come punto di vista geografico, è al centro di queste canzoni, splendidi acquerelli acustici dipinti da Davey O. (all'anagrafe Ostrowski), cantautore di Buffalo, New York che riprende una interessante carriera discografica a tre anni dal precedente “No Passengers”, album molto apprezzato dagli addetti ai lavori. “A Bright Horizon Line” ci parla di nostalgia di casa dopo lunghi tour, di accettazione di quello che ci riserva la vita, in positivo ed in negativo, di nuove persone conosciute ‘on the road’, di speranze e disillusioni, un percorso sonoro di impatto molto positivo, giocato su intrecci acustici in cui alle chitarre del protagonista si uniscono pochi ma ispirati ospiti, dalla brava ed esperta Tracy Grammer che presta la propria voce in un paio di brani all’incisivo mandolino (e anche fiddle) di Eric Lee che spesso fa da spalla in maniera ispirata a Davey O., dal dobro dell’ottimo Pat Wictor al piano di Matt Nakoa. “Coming Home” e “To Buffalo” esprimono con grande urgenza poetica l’amore per i propri ‘luoghi del cuore’ mentre canzoni come “In Its Own Time”, “Nothing Could Go Wrong” e “My Parade” esprimono in tutta la loro saggezza il bisogno di accettare e di superare le sfide che la vita quotidiana di porta ad affrontare, mentre “For Them” e la splendida “The Easy Work” che apre l’album sono frutto di episodi vissuti durante viaggi musicali in cui il protagonista si arricchisce di nuove conoscenze ed amicizie. Unica e un po’ sorprendente cover è “Don’t Dream It’s Over”, un grosso hit per i Crowded House qui ripreso in una ‘first take’ semplice quanto efficace. “A Bright Horizon Line” potrà essere un prezioso compagno di viaggio nelle vostre serate più intime e poetiche.
Remo Ricaldone


23:13

Jim Keaveny - Put It Together

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Torna il cantautore di Bismarck, North Dakota ormai naturalizzato texano con il naturale seguito di “Out Of Time” pubblicato ormai tre anni fa. Il Bob Dylan ‘western’ di “Pat Garrett & Billy The Kid” e “Desire”, la più nobile canzone folk di Woody Guthrie e Ramblin’ Jack Elliott, quella non meno intensa di Townes Van Zandt  e di Terry Allen unita al fascino della musica del border: queste sono le coordinate sonore di brani concepiti in quel di Terlingua, Texas, terra fertile di storie intriganti e intense. Fiati mariachi, accordeon e guitarron sono i protagonisti assoluti accanto alla voce arsa dal sole e plasmata dal vento del deserto texano di Jim Keaveny, con i protagonisti di storie quasi cinematografiche nati dagli innumerevoli viaggi di Jim Keaveny che all’età di 19 anni si mise a viaggiare in lungo e in largo nel continente americano in autostop e sui treni merci. Country music, folk, tex-mex e fascinazioni western sono fissati ormai indelebilmente in una personalità un po’ sfuggente ma sempre affascinante di un vero troubadour, efficace quanto genuino, profondo e capace di tratteggiare con grande umanità lo spirito dei personaggi presenti. “What Ain’t Got”, “Six Days In A Jailhouse”, “Limbo And Grim (Slight Return)/The Mariachi Mantra”, “Put It Together”, “The Grand Forks” e “Leave This Town” sono solo alcuni dei momenti più significativi e difficilmente dimenticabili di un lavoro legato a filo doppio a tutte quelle ‘terre di confine’ tra Messico e Stati Uniti così ricche di storia e spesso di tragici epiloghi, una vera tavolozza di colori e di sapori in cui Jim Keaveny si trova perfettamente a proprio agio da storyteller puro e incontaminato. Da citare le steel guitar (lap o pedal) di Alex McMahon, la fisarmonica di David Barclay Gomez, la tromba di Eric Ortiz e le chitarre di Chet O’Keefe, protagonisti assoluti di queste sessions che nobilitano un’ottima vena compositiva. Chi è affascinato da questi luoghi e da questi suoni non potrà farsi sfuggire questo disco, magari abbinandolo al citato “Out Of Time” di cui è naturale seguito.
Remo Ricaldone

23:10

Bobbo Byrnes - Motel Americana

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Bobbo Byrnes è un musicista dalla carriera indirizzata in molte direzioni, collaboratore di band come Riddle & The Stars (di cui abbiamo già parlato su queste pagine) e ora in veste solista, un personaggio la cui passione per le radici e per certo country-rock o alternative country si esplica in queste dodici canzoni che formano “Motel Americana”, genuino ed onesto esempio di come il panorama indipendente sia quello in grado di proporre le cose più significative in questo ambito. Fresco e diretto, “Motel Americana” è un album elettroacustico in cui originali e cover si amalgamano per formare un suono che deve molto all’età d’oro californiana tra fine anni sessanta e inizio settanta, con quello spirito californiano dove grande importanza rivestono le armonie vocali e gli arrangiamenti si basano su una sezione ritmica soffice e mai invadente, ottimi intrecci chitarristici e inserimenti frequenti di violino, mandolino, dobro e pedal steel. Certamente la più celebre tra le canzoni presenti è la cover di “No Expectations”, tra le più roots degli Stones, più volte ripresa da musicisti di estrazione country e folk (ma anche bluegrass) qui rilassata e decisamente riuscita con un bel lavoro dello stesso Bobbo Byrnes alla pedal steel ma non meno riuscite sono “To Her Door” di Paul Kelly e “Hate This Town” di Slim Dunlap, quest’ultima arricchita dal violino di Geo Hennessy. “Millsboro” è tra le melodie più intriganti, acustica e profondamente country, “Solitaire” è più vivace e ritmata, “Nothing Needs To Be Said” riflessiva e incisiva mentre trascinante e rock risulta “1,2,3”, la più movimentata del disco, molto ‘sixties’. “Long Way To Nashville” chiude un disco semplice e per questo diretto e godibile, certamente non un capolavoro ma degno e onesto. Qualità per nulla scontate.
Remo Ricaldone

18:34

Tim Grimm - A Stranger In This Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le più belle ed importanti voci della canzone d’autore roots in circolazione, Tim Grimm vanta una carriera tutto sommato parca ma ricca di gioiellini ai quali va ad aggiungersi questo “A Stranger In This Time”, disco legato a filo doppio alla propria terra (l’Indiana, centro e non solo geograficamente dell’American Heartland) in cui tutte le canzoni vanno ad inserirsi formando una raccolta ‘a km. zero’ genuina e sincera. Personalità estremamente variegata, grande storyteller e musicista, Tim Grimm da anni è tornato nelle colline del suo Stato natale gestendo una fattoria e proponendo una serie di magnifici acquerelli sonori, quadretti di provincia che solo gente come John Gorka, Chris Knight, la conterranea ed amica Carrie Newcomer e pochi altri riescono a rendere così veri, diretti e cristallini. Per la prima volta Tim coinvolge nel processo di registrazione l’intera famiglia, rafforzando così quanto detto in precedenza e dando spazio ad emozioni pure e musicalità che partono dal patrimonio folk per abbracciare country, blues e certo roots rock. La moglie Jan Lucas Grimm, la sua voce e la sua armonica danno l’appassionato tocco femminile a questi suoni, i figli Connor al basso e Jackson a chitarre acustiche ed elettriche, banjo e mandolino conferiscono invece sostanza strumentale e cuore, con l’aggiunta delle precise percussioni di Hannah Linn e del fiddle di Diederik Van Wassenaer a completare un quadro nel quale tutto, sfumature e contorni, è impeccabilmente poetico. Per entrare nel mondo di Tim Grimm basta accostarsi alle prime note dell’apertura affidata a “These Rolling Hills”, ai versi che recitano ‘I come from these rollin’ hills, my feet know the path I walked when I was a kid…’, mentre la seguente “Gonna Be Great” recitata con grande trasporto, mi ricorda le cose migliori di un Leonard Cohen e l’intensa “Black Snake” contiene la forza narrativa di un Chris Knight o del più recente John Mellencamp. Deliziose per melodie e performances sono poi “Hard Road”, “The Hungry Grass”, “So Strong”, “Over Hill And Dale”, tutti momenti che trasudano amore, nostalgia e ricordi radicati nel suolo nativo. Un percorso questo che, circolarmente come un romanzo di William Least Heat-Moon, appassiona l’ascoltatore portandolo per mano a conoscere personaggi dal fascino universale pur in un contesto assolutamente americano. “A Stranger In This Time” rappresenta uno degli apici compositivi di Tim Grimm e, in concomitanza con un nuovo tour italiano, esce per la ‘nostra’ benemerita Appaloosa, con tanto di testi originali e traduzioni a fronte. Consigliato caldamente.
Remo Ricaldone

09:42

Son Volt - Notes Of Blue

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Jay Farrar è senza ombra di dubbio una delle figure guida di certo alternative country (termine che ha lui stesso contribuito a coniare con gli Uncle Tupelo) e la creatura musicale che da anni ormai lo rappresenta ha sempre più fornito le basi per capire quanto fondamentale sia questa sua visione, quanto importante sia diventato il suo talento compositivo, quanto efficace sia la sua voce, sofferta e riconoscibilissima. Se “Honky Tonk” era splendida rilettura di una country music genuina e propositiva, lontana mille anni luce dalle ‘paillettes’ nashvilliane, “Notes Of Blue” aggiunge tonalità nere, tra blues e ‘swamp’ capaci di rendere la proposta dei Son Volt tra le più belle dell’attuale panorama americano. “Promise The World” e “Back Against The Wall” sono le due canzoni che aprono il disco, perfetto trait d’union con il precedente lavoro, magistralmente interpretate con quell’afflato acustico e cristallino che è un marchio di fabbrica del songbook di Jay Farrar, la prima con una magnifica pedal steel nelle mani di Jason Kardong e il violino di Gary Hunt a rendere più solida la melodia, la seconda più corposa e di grande impatto. E’ con “Static” che si rivela la matrice più bluesy, quella che caratterizza gran parte del resto dell’album, naturalmente non le canoniche dodici battute tipiche ma suoni filtrati attraverso la personalità di Jay Farrar, qui talentuoso come da tempo non lo sentivamo. Il muro di chitarre elettriche che caratterizza “Static” è notevole (piacerebbe molto al vecchio Neil Young), “Cherokee St.” segue con chitarre che acquistano il fascino ‘swamp’ tipicamente sudista e “The Storm” smorza i toni con una ballata acustica country-blues che omaggia i padri del genere. “Lost Souls” è decisamente la più rock con un altro bel ‘wall of sound’ di chitarre elettriche e una convincente performance, “Midnight” persegue ancora le tematiche care al blues ma il suono è più rock, più elettrico, “Sinking Down” è pulsante fluido rincorrere tra rock e blues, tra radici e polverose slide, “Cairo And Southern” è invece eterea e sognante, un viaggio acustico nella mente e nel tempo perfetto per preparere il finale di un disco scorrevole che mostra (se ce ne fosse bisogno) la grandezza di Jay Farrar. “Threads And Steel” gioca ancora sulla dicotomia tra rock e blues con le chitarre elettriche che suonano magnificamente, ‘twangy’ e sostanziose, Son Volt at their best.
Remo Ricaldone

09:38

Malcolm Holcombe - Pretty Little Troubles

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Torna con cadenza regolare la voce strascicata ed evocativa, la caratterizzazione un po’ arruffata ma densa di riferimenti country, folk, blues e old-time di Malcolm Holcombe, musicista che arriva dalle Blue Ridge Mountains del North Carolina con il suo bagaglio di radici tradizionali filtrate da una grande personalità ed originalità. “Pretty Little Troubles” segue infatti di appena un anno “Another Black Hole” e ne segue anche le impronte fatte di notevole devozione per la sua terra e di profondo amore per la canzone d’autore tra Texas (chiaro e frequente il riferimento alla scrittura di Guy Clark per esempio) e gli Stati a sud della linea Mason-Dixon. La produzione passa dalle esperte mani di Ray Kennedy, dietro alla consolle del precedente album, a quelle altrettanto sapienti di Darrell Scott, tra i migliori ‘storytellers’ in circolazione e abbastanza intelligente da non cambiare suoni e inflessioni, mantenendo intatto il fascino un po’ ‘obliquo’ e variegato di Malcolm Holcombe, qui ancora profondo ed introspettivo, affascinante e misterioso. I suoni blues e gospel della tradizione afro-americana sono fusi con maestria con quelli country, folk e anche ‘irish’ del retaggio bianco, risultando naturalmente affiancati ad una vena cantautorale pura ed incontaminata. “Yours No More” ad esempio vede eccellenti colorazioni gospel incontrare la canzone folk, “To Get By” fa rivivere i ‘good old days’ con i suoi suoni tra bluegrass e old-time senza aver paura di essere ‘politically correct’ nel linguaggio e nell’approccio, “Outta Luck” è ballata superba che inevitabilmente ricorda il songbook di Darrell Scott, qui sempre presente con i suoi strumenti a corda. E accanto a Darrell Scott c’è il mandolino e il dobro del fedelissimo Jared Tyler, le chitarre del grande Verlon Thompson a ribadire il legame con il citato Guy Clark, l’esperto basso di Dennis Crouch, l’armonica di Jelly Roll Johnson che fa capolino qua e la, Joey Miskulin alla fisarmonica e il mitico Kenny Malone alle percussioni. Un ‘parterre de roi’ insomma che nobilita una vena compositiva sempre ottima come dimostra “South Hampton Street” con il fascino di certe canzoni marinare e la dolcezza un po’ bohemienne per la presenza della fisarmonica, la cristallina bellezza di “Rocky Ground” ballata nostalgica intepretata col cuore pensando a Guy Clark, “Bury, England” altro gioiellino di equilibrio acustico tra chitarre, dobro, mandolino e armonica, “Damn Weeds” folk song che riporta all’età d’oro del revival della canzone tradizionale nei primi anni sessanta con Dave Van Ronk in mente, “The Eyes O’ Josephine” con tutto il suo fascino anglo-scoto-irlandese e “We Struggle”, discorsiva e rilassata. Solo alcuni esempi questi che non fanno che confermare un ‘body of work’ decisamente superiore alla media e meritevole di essere apprezzato e conosciuto.

Remo Ricaldone

09:33

Travis Green - A Little Too Late

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nato e cresciuto ad Austin, Texas ma con forti legami affettivi con il nord Europa e con la Scandinavia in particolare, Travis Green sorprende piacevolmente con questo “A Little Too Late”, suo esordio fresco e brillante tra country music, rock’n’roll e rhythm and blues. La produzione, essenziale e limpida, è nelle mani del norvegese Kid Andersen, il cui notevole contributo a chitarra elettrica e pedal steel aggiunge il tocco in più a queste canzoni già di per se godibili, rivestendo il songwriting di Travis Green di una patina pimpante e preziosa. Le tastiere di Jim Pugh, il suo stile pianistico che deve molto ai padri del rock’n’roll è un’altra carta vincente, a partire da “A Little Too Late”, title-track che funge da apertura, decisamente vincente. “Please Don’t Cry” va più nel profondo di una country music viva e corroborante, intensamente radicata nel ‘South’, con chitarre elettriche e tastiere sempre ispiratissime. Un altro piccolo gioiellino. Le seguenti “Everybody Knows” e “The Only Love” invece sterzano bruscamente verso un trascinante e sorprendente ‘southern soul & blues’, una parentesi che si stacca dal resto del disco ma in cui Travis Green si trova perfettamente a proprio agio e in cui fa capolino il sax di Nancy Wright e l’organo, caldo e avvolgente, di Jim Pugh a seguire le orme di un Booker T. Jones per esempio. “Keep You Off My Mind” è invece un rock molto ‘sixties’, una via di mezzo tra i Mavericks e i Texas Tornados, in cui è protagonista ancora una volta Jim Pugh con la farfisa che non può non portare alla mente quella dell’indimenticabile Augie Meyers. “Damage Done” con il suo andamento quasi western è un altro momento da ricordare, così come il rock’n’roll poderoso e impeccabile di “Caroline”, le commistioni tra blues e rock nella splendida ballata intitolata “Road Runs Cold”, la splendida “Salt And Sand”, tra gli highlights del disco, un country-rock dalle intense colorazioni ‘southern’ e la chiusura di “Don’t Forget”, country music più classica e sempre insaporita dalle tastiere di Jim Pugh che la pone nei territori tra la Band e, più recentemente, i texani Band Of Heathens.
Remo Ricaldone 

18:53

Drew Holcomb And The Neighbors - Souvenir

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Drew Holcomb è uno di quei musicisti che con grande naturalezza travalica i generi, mostrandosi sempre e comunque coerente, onesto e accorato. Country music, canzone d’autore, roots-rock e pop sono da sempre nel dna del musicista residente a East Nashville, da una decina d’anni alla guida dei Neighbors in cui milita anche la moglie Ellie Holcomb. Negli anni è andato in tour facendo da ‘opening act’ a gente come Pat Green, Ryan Adams, Avett Brothers, Los Lobos e Robert Earl Keen tra gli altri e ha inciso una manciata di ottimi dischi. A due anni di distanza da “Medicine”, lavoro che lo aveva giustamente posto all’attenzione dei critici per freschezza e profondità espressiva, ecco “Souvenir” a confermare tutto quanto di buono si era detto nei suoi confronti, esibendo una bella carica e una pregevole vivacità. “California” e “Fight For Love” sono due perfetti esempi di tutto ciò, la prima con il fascino country-rock tipico della west coast, la seconda con grinta e coinvolgimento in una delle migliori armonie del disco. E se “Rowdy Heart, Broken Wing” lo presenta come riflessivo folk singer, “Mama’s Sunshine, Daddy’s Rain” lo pone tra la band di Zac Brown e Jimmy Buffett da qualche parte nei Caraibi, divertente e divertito mentre “Black & Blue” è ballata perfetta tra pop e country music, aggraziata soprattutto per la presenza di Mrs. Holcomb. “Postcard Memories” è acustica e sognante, in perfetta sintonia con il titolo, giustamente carica di nostalgia, “Yellow Rose Of Santa Fe” ha invece tutto l’ incanto della più sincera country music, un gioiellino, “Wild World” congeda Drew Holcomb con tutta l’emozione possibile e con la classica ‘ciliegina sulla torta’. Miglior chiusura non poteva esserci per un disco che, al netto di un paio di arrangiamenti poco felici che rientrano nei peccati veniali, merita attenzione e considerazione.
Remo Ricaldone

18:47

Kurt Deemer Band - Gaslight

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Regolari e puntuali protagonisti delle notti musicali nell’area tra Washington, D.C. e Baltimora, la Kurt Deemer Band si presenta come fresca realtà nel panorama tra il classic rock di Tom Petty e certo alternative country. “Gaslight” è il loro convincente debutto discografico dopo una lunga gavetta caratterizzata da innumerevoli concerti e l’affinamento di un songwriting giunto ad una completa maturazione. Pedal steel e il caratteristico organo hammond sono le peculiarità dei loro arrangiamenti, brillanti ed efficaci, scorrevoli e piacevolissimi. Il songbook proposto da Kurt Deemer e il suo robusto lavoro chitarristico stanno alla base di un risultato veramente positivo, con temi cari come disillusione e redenzione, la determinazione a perseverare nel proprio percorso personale nonostante le quotidiane difficoltà e la speranza alla fine di ogni canzone. Alle spalle del leader  ci sono il batterista inglese Steve Rose, sempre preciso e solido, i bassisti Matt Wilschke e Kris Maher ad alternarsi mentre gli assoli chitarristici sono del bravo John Christensen, le tastiere e la pedal steel di Roy Bell. La canzone che dà il titolo a questo album è quella che subito colpisce per attrattiva e fascino, un brano il cui andamento non è certo originalissimo ma gode di un’interpretazione di classe e cuore. “Burningman” è un altro momento topico, scorrevole, corale ed incisivo, “She Breaks” è ‘tompettyana’ fino al midollo con l’aggiunta di una pedal steel che dona corpo e fascino alla melodia mentre “Come Close”  bissa l’amore per il musicista di Gainesville, Florida. Da segnalare ancora, in un lavoro importante come coesione e vigore, “28 Days” con un bell’intro di pedal steel e armonica, “Unspoken” e poi ancora “Kiss Off The Night”, un trittico che chiude in bellezza tra rock e radici. Una nuova buona band da seguire.
Remo Ricaldone

18:45

Ryan Adams - Prisoner

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Prisoner” segna un momento importante nella vita di Ryan Adams, un capitolo personale ed artistico di grande valenza per il prolifico musicista ex leader dei seminali Whiskeytown. A tre anni dal suo precedente disco (omonimo) di brani originali, “Prisoner” gioca subito le sue carte con una magistrale “Do You Still Love Me?” che a mio parere è una delle sue migliori canzoni da parecchi anni a questa parte ed è l’ideale anello di congiunzione con “Ryan Adams”. La title-track “Prisoner” è più sciolta e rilassata grazie ad una melodia che affascina mentre molte sono le composizioni che a livello tematico si legano al sofferto e recente divorzio, da “Haunted House” a “To Be Without You”, fino a “Anything I Say To You Now” e a “Broken Anyway”. Dal punto di vista della qualità delle canzoni non ci sono grandi novità, il filo conduttore che dallo splendido “Ashes & Fire” passa attraverso il citato album omonimo è lo stesso di questo “Prisoner” e quindi ne ritroviamo le stesse ballate e midtempo tra rock e radici che hanno reso grande l’artista di Jacksonville, North Carolina. Tra Dylan e Springsteen si muovono molte delle canzoni di “Prisoner”, dalla eccellente “Doomsday” introdotta da una bella armonica alla struggente “Shiver And Shake”, scarna ed intensa, dando qualche volta l’impressione di un (piacevole) ‘deja vu’ ma risultando con gli ascolti un lavoro corposo ed ispirato. “Breakdown” è convincente nel suo alternare emozioni acustiche ad intrecci chitarristici che sono ormai una peculiarità negli ultimi dischi di Ryan Adams, “Outbound Train” segue ancora le tracce dello Springsteen più introverso ed acustico, dando però forza ad una narrazione veramente solida. “Tightrope” e “We Disappear” chiudono un po’ in sordina un disco comunque che conferma doti e talento, magari non sorprendente come i suoi primi lavori ma che pone Ryan Adams come ispiratore di tanti musicisti che mischiano rock e radici.

Remo Ricaldone

18:42

Ian Fitzgerald - You Won't Even Know I'm Gone

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ian Fitzgerald è uno dei tanti grandi songwriters che animano la scena indipendente americana e che meritano, per  capacità interpretative e per quella ‘urgenza’ poetica che li distingue dalla massa, un ‘posto al sole’ e il riconoscimento da parte di pubblico e critica. Cresciuto con il Bob Dylan tra folk e rock degli anni sessanta, quello di “Highway 61 Revisited” e “Blonde On Blonde”, il Ryan Adams in bilico tra acustico ed elettrico del primo periodo solista post Whiskeytown e il Bruce Springsteen ruvido ed un po’ naif degli esordi, Ian Fitzgerald ha confezionato con questo “You Won’t Even Know I’m Gone” il lavoro giusto per sfondare la porta che lo divide dall’anonimato, pur con il fascino del troubadour personale e impassibile che non vuole essere confuso con la massa. Dieci canzoni dall’impeccabile equilibrio lirico e strumentale in cui le storie raccontano esperienze difficili da discernere tra il reale e la fantasia, descritte con mirabili capacità letterarie e dalle colorazioni country, folk e rock. In molti momenti le chitarre elettriche della coppia Jesse Emmanuel Smith e Seamus Weeden irrobustiscono le sonorità con iniezioni di genuino rock, mentre la viola di MorganEve Swain dona colore e inflessioni tradizionali e il contributo alla produzione e quello strumentale di Eric Lichter sono il tocco definitivo ad un disco che suona sempre fresco e credibile. Sono molti gli spunti di interesse in questo album, molti i momenti che si fanno ricordare per convinzione e sincerità, dalla travolgente “When All Else Fails” che a me ha ricordato subito i Turnpike Troubadours di Evan Felker alla pregevole “”Something Tells Me” che nuovamente mostra assonanze con la band dell’Oklahoma. E’ comunque tutto il disco a risultare eccellente, dalle più tenui ed acustiche “Trouble, Me, And China Lee” che trasporta l’ascoltatore in una dimensione sudista in cui si incontrano folk e blues, “Monroe” ballata ‘dylaniana’ veramente affascinante e la intensa ed intima “All That’s Left” alle frizzanti “Camille”, “Forget The Address” e “The First Port”. Caldamente consigliato. www.ianfitzgeraldmusic.com .
Remo Ricaldone

18:39

Whitney Rose - South Texas Suite

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Canadese di nascita ma con le radici ben piantate nel suolo texano, Whitney Rose può benissimo essere la ‘next big thing’ della country music più genuinamente tradizionale grazie al suo approccio vibrante e vitale ben rappresentato da questo suo terzo disco, l’ep intitolato “South Texas Suite” che segue “Heartbreaker Of The Year” prodotto da Raul Malo. Residente ad Austin, Texas, Whitney è andata a registrare queste ottime sei canzoni negli studi di Dale Watson facendosi affiancare da grandi nomi della scena texana come Redd Volkaert alla chitarra elettrica, Earl Poole Ball al piano ed Erik Hokkanen al fiddle, per citare i più noti, confezionando un gustosissimo seppur troppo breve percorso all’interno dei suoni più legati agli anni cinquanta e sessanta. “Three Minute Love Affair” ci porta subito ‘south of the border’ con un’interpretazione intensa e calda, supportata dalla fisarmonica di Michael Guerra, limpida e cristallina. Sensuale e godibilissima è poi “Analog”, melodia senza tempo ricca di swing impreziosita dal break chitarristico di Redd Volkaert, splendidamente honky tonk è “My Boots”, vissuta ed interpretata con grande coinvolgimento mentre “Bluebonnets For My Baby” mischia country music e pop come si faceva in passato, legando la melodia a quelle di Patsy Cline e Tammy Wynette. “Lookin’ Back On Luckenbach” è un ulteriore omaggio al Lone Star State e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere grande una scena musicale unica e irripetibile, un tributo dolce, sinuoso e classicamente country. A chiudere questi ventidue minuti interessanti e brillanti c’è una “How ‘Bout A Hand For The Band” in cui si mettono in mostra i session men presenti nel disco in uno strumentale che funge da coda e da congedo, dando appuntamento (speriamo) ad un nuovo lavoro ‘a lunga durata’ per la cantante ed autrice di Prince Edward Island.
Remo Ricaldone

18:36

Peter Rowan - Texican Badman

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Peter Rowan occupa un posto importantissimo nell’ambito della musica delle radici americana con la sua caleidoscopica personalità e la sua carriera così ampia, diversificata e ancora oggi sinonimo di qualità sopraffina. Country music, rock, tex-mex, folk, bluegrass e tanto altro hanno caratterizzato le molte decadi di un artista quantomai lucido e genuino con qualsiasi suono. “Texican Badman” è una preziosa e significativa ristampa che riporta alla luce un capitolo importante legato al nostro Paese dove conta molti fans e dove si è più volte esibito in concerto. L’album in questione, pubblicato dalla Appaloosa nel lontano 1980, si avvale di un cast di eccezione che comprende Jerry Garcia e il drummer Bill Kreutzmann dei Grateful Dead, il mandolinista extraordinaire David Grisman, il genio della fisarmonica Flaco Jimenez che con Hugo Gonzalez al bajo sexto e Isaac Garcia alla batteria rappresenta l’anima tex-mex del disco, i fratelli Chris e Lorin Rowan alle armonie vocali, il bassista John Kahn compagno di Peter Rowan in numerose avventure tra le quali quella del supergruppo Old & In The Way e Jimmy Fuller alla pedal steel guitar. Ad aprire questa selezione c’è una “Sweet Melinda” che subito ci porta nei territori dei Grateful Dead con la classica chitarra elettrica di Jerry Garcia che guida da par suo una nitida melodia firmata dallo stesso Peter Rowan.  Grande rilievo hanno poi ben quattro canzoni firmate dal grande Terry Allen, genio texano (anche se nato a Wichita, Kansas) le cui composizioni rappresentano come poche la vera essenza di una terra così unica e particolare: “Four Corners”, “A Vacant Sea”, la title-track “Texican Badman” e “What Of Alicia” sono altrettanti significativi quadretti acustici della più profonda provincia texana, così come la ‘mexican flavored’ “Squeeze Box Man” riporta in vita il turgido suono elettrico di musicisti come Doug Sahm o i Texas Tornados. Anche “I Can’t Help It”, rilettura di un vecchio classico di Hank Williams Sr., gode di un arrangiamento con tanto di fisarmonica che ricorda il Ry Cooder più vicino al ‘border’ mentre il trittico finale, firmato dallo stesso Rowan, si segnala per ottima qualità e scrittura brillante. “While The Ocean Roars”, la ancora ‘Grateful Dead style’ “Awake My Love” e “On The Blue Horizon”, eccellente, chiudono un disco godibilmente attuale e degno di essere ricordato e riassaporato.

Remo Ricaldone

11:43

Randy Thompson - War, Peace, Love, Fear

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nonostante sia attivo discograficamente da tre decadi, Randy Thompson ha inciso solo una manciata di dischi (sette, per la precisione) che però lo hanno confermato tra i più genuini esponenti di quei suoni che prendono spunto dal retaggio country ma lo declinano in maniera fresca, spontanea, personale. Avevamo lasciato il musicista di Clifton, Virginia con il suo disco intitolato “Collected” del 2012, lavoro con il quale Randy aveva mostrato una maturità notevole e una forma artistica di prima qualità ma purtroppo quello che ha impedito un’ulteriore affermazione nel music business è la mancata regolarità nelle incisioni, ben cinque anni da quel bel capitolo. L’instancabile attività live lo ha comunque mantenuto in gran forma e i tour al di qua e al di la dell’Atlantico hanno forgiato questo nuovo, eccellente “War, Peace, Love, Fear”. Randy Thompson emerge nuovamente con queste nuove nove canzoni che si collocano perfettamente nell’atmosfera di questi anni, con tutte le contraddizioni, i sentimenti, le paure e le speranze di tutti noi. Con una grande tecnica chitarristica, sia all’acustica che all’elettrica, un talento compositivo non scalfito dagli anni e un approccio sempre positivo e coerente, Randy ha costruito una selezione senza cedimenti o noia, a partire dalla solida e corposa “Midnight Blue”. Rock e radici si miscelano nella seguente “Better Not Get Me Started”, con tutti quei sapori sudisti che sono una sua caratteristica peculiare e con ancora eccellenti incroci chitarristici mentre “Forever On My Mind” ha l’andamento morbido della ballata acustica e una melodia che appassiona. “All Good Now” pesca nella country music più sincera proponendo una magnifica slide guitar che personalmente ricorda il miglior Sonny Landreth e, inevitabilmente grazie ad un bel fiddle, ci porta verso la Louisiana e i suoi colori. “Last Letter Home” è nuovamente ispirata alla tradizione, deliziosamente acustica e struggente nella melodia, con un prezioso mandolino a caratterizzarla, “What Side Are You On” è più aggressiva e orgogliosa con un andamento magari non originalissimo ma convincente ed efficace, con la presenza di un banjo a conferma di indissolubili legami con le proprie radici. Con la country music nel proprio cuore, Randy Thompson ci regala una  superba “Someday Soon” e a seguire una “Drown In The Mainstream” dall’inossidabile spirito rock, vicino alle pulsioni rock di un grande come Joe Ely al quale si avvicina come assonanze. “33rd Of August” che chiude l’album fa invece rivivere la più classica country music texana con una canzone che rimanda a personaggi  imprescindibili come Waylon, Willie, Guy Clark o Jerry Jeff Walker, tutti nomi che vengono in mente ascoltando questo piccolo gioiellino. Degna chiusura per un disco godibile che si spera venga presto bissato. www.randythompson.net.
Remo Ricaldone 

Iscriviti alla newsletter