23:12

Dub Miller - The Midnight Ambassador

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Uno dei pionieri di quel movimento tra rock e radici che ha base in Oklahoma e in Texas, Dub Miller ci aveva affascinato e conquistato con quel bellissimo disco che si intitolava “Post Country”(il suo secondo dopo "American Troubadour"), pubblicato nel 2002 e ancora oggi tra le cose più belle degli ultimi anni in questo ambito sonoro. Da allora però un silenzio discografico lunghissimo, spezzato solo da qualche fugace apparizione come quella nel tributo alla musica di Robert Earl Keen del disco “Undone” in cui interpretava una ottima “Front Porch Song”. Quattordici anni sono un’eternità nel ‘music biz’ ma ora, riprendendo miracolosamente una carriera che lo vede ispiratissimo come se tutto questo tempo non fosse passato, ecco “The Midnight Ambassador”, prodotto da Adam Odor e accompagnato da una serie di grandi della scena texana. Dub Miller non ha lasciato nulla al caso, ci consegna dodici grandi canzoni e le interpreta da par suo, con grande coinvolgimento e convinzione. Il disco è inciso tra gli Yellow Dog Studios di Wimberley, Texas e i mitici studi Abbey Road di Londra e vede come ospiti alcuni tra i musicisti che abbiamo avuto più volte la fortuna di apprezzare in questi anni,  Cody Braun (fiddle e mandolino), Brady Black (ancora al fiddle), l’immarcescibile Lloyd Maines, Matt Skinner, lo stesso producer Adam Odor e Scott David alle chitarre tra gli altri.  E poi, su tutto, c’è lui, Dub Miller, a guidare con mano ferma queste canzoni profondamente ispirate, con l’intenzione di riproporsi alla guida di questo panorama musicale in cui alla base c’è passione, intensità e voglia di esprimere i propri sentimenti attraverso storie vere. Dalla classica ballata acustica “Things I Love About You” con l’incipit “I like the way a big Gibson guitar sounds in a dark empty room….” in cui pian piano si inseriscono steel, sezione ritmica e chitarra elettrica a completare una melodia senza tempo, ci rendiamo conto di quanto ci sia mancato un autore ed un interprete come Dub Miller. “Broken Crown” coinvolge subito con un intro eccellente, il suono è scintillante, la melodia mostra ancora qualità superiori, più rock ma con le radici country in bella mostra. “The Day Jesus Left Odessa” è uno dei capolavori del disco, intensa ed interiore, cadenzata e guidata con sapienza dal fiddle di Cody Braun, “Mandi Jean” è movimentata e spumeggiante, certamente più ‘leggera’ ma con un irresistibile lavoro ritmico che ricorda certe cose di Buddy Holly, “Charlie Goodnight” ha il sapore e i colori di una ballata western ed è ‘raccontata’ con piglio certamente convincente. “Comfortably Blue” mostra tracce quasi bluegrass grazie al bel lavoro di banjo e mandolino e ad un ritmo coinvolgente, “The Last Church Bell” con la sua coralità incantevole è un altro momento topico del disco, “Taking Our Sunshine Away” porta le atmosfere in ambiti piacevolmente rock’n’roll, “Big Chief Tablet” alza il tiro con una splendida melodia che la avvicina alla Louisiana. A completare questa raccolta di nuove canzoni, Dub ci regala ancora una ballata western ricca di pathos con “Ain’t No Cowboy”, saga di oltre sei minuti, “The Midnight Ambassador” che ha le coordinate della più classica delle country ballads e una “Sailboat Song” che sprizza divertimento ed ironia, perfetta per dare un ‘arrivederci’ a presto ad un altro disco. Speriamo non tra altri quattordici anni! www.dubmiller.com. 

Remo Ricaldone

23:06

Robbie Fulks - Upland Stories

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Robbie Fulks è un artista poliedrico che si è sempre mosso tra l’alternative country e la tradizione cantautorale legata al folk, strettamente ispirato a trame roots sia quando si esprime in chiave acustica sia quando la sua musica si fa più elettrica e robusta. Nato in Pennsylvania ma cresciuto principalmente nel North Carolina, si è fatto le ossa prima a New York dove ha ‘battuto’ storici locali folk come il Gerde’s Folk City nel Village e poi, dai primi anni ottanta a Chicago, sua attuale residenza e seconda casa. Una dozzina di album all’attivo e una notevole messe di progetti ai quali ha collaborato o che ha curato direttamente sono il background di un talento vero, di un personaggio sempre propositivo e brillante. “Upland Stories” lo vede nella veste di troubadour legato al folk e al country più vicino alle radici, una delle migliori collezioni di brani che abbia mai confezionato. Voce splendidamente melodiosa, calda, dal fraseggio perfetto, stile melodicamente sempre rilevante e penna solida e mai banale: queste sono le caratteristiche che qui appaiono nitide e fresche. Dall’iniziale “Alabama At Night”, tra gli highlights dell’album, alla deliziosa “Baby Rocked Her Dolly” dalle tinte quasi appalachiane, dal country blues rilassato e caldo di “Sarah Jane” con un pickin’ che mi ricorda il miglior Dave Van Ronk (quello che ha ispirato “A Proposito Di Davis” dei fratelli Coen) alla fascinosa melodia old time di “Aunt Peg’s New Old Man”, tutto scorre in modo naturale e dannatamente piacevole. Efficaci sono ancora, per citare qualche titolo, “South Bend Soldiers On” notevole nella sua discrezione e nell’approccio accorato e poetico, “America Is A Hard Religion” in cui banjo e fiddle accompagnano una melodia chiaramente ‘old timey’, la sognante e quasi onirica “A Miracle”, le venature ‘southern di “Sweet As Sweet Comes” caratterizzata da un piano elettrico molto soul, la magnifica “Katy Kay” ancora pregna di bluegrass e tradizione country e “Fare Thee Well, Carolina Gals” che impeccabilmente chiude un disco al cui interno albergano tanti motivi per essere acquistato. Consigliato caldamente e sicuramente tra i miei dischi preferiti dell’anno.
Remo Ricaldone

23:02

Shurman - East Side Of Love

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tornano, a distanza di quattro anni dal precedente disco, i texani Shurman, ancora guidati da Aaron Beavers, qui anche nelle vesti di produttore. “East Side Of Love” ce li riconsegna ispiratissimi, con un suono di grande presa, rock e radici proposti con  gusto e  genuinità, chitarre pulsanti ma anche la finezza di un songwriting rimarchevole. Con Aaron Beavers, chitarre e voce, ci sono Michael Therieau al basso, Harley Husbands alle chitarre soliste e Clint Short alla batteria, a formare un quartetto forse mai così possente e quadrato. Pedal steel, tastiere, cello e percussioni smussano un po’ gli ‘angoli’ e perfezionano il loro rock’n’roll in cui elementi ‘southern’ e ispirazioni texane contribuiscono a renderlo godibile e fortemente vissuto. La title-track “East Side Of Love”, “Never Gonna Quit” e “If I Could I Would” mettono subito le carte in tavola e mostrano il loro felice momento di forma in tutta la sua pienezza. La voce roca di Aaron Beavers svetta su tutto ma sono le canzoni a fare la differenza, sfornate per la maggior parte dallo stesso leader quasi a cercare di superare il periodo personale sofferto dopo il divorzio e la ‘ricollocazione’ in quel di Austin, Texas. “Time To Say Goodbye”, “Somebody Else’s Trouble”, “California Carry Me Away”, “You Don’t Have To Love Me”, “Dive Right In” sono quadretti di vita vissuta intensamente e le interpretazioni sono profonde e ricche di pathos e afflizione. Quello dei Shurman è un rock senza ‘conservanti’ o ‘coloranti’, sempre in primo piano quando si tratta di celebrare il suo potere salvifico, un rock che certamente non apporta nulla di rivoluzionario ma che mostra il suo lato più genuino.
Remo Ricaldone

22:59

Dave Insley - Just The Way That I Am

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dave Insley è uno dei più interessanti country singers di Austin, Texas. Con la sua band di accompagnamento, i Careless Smokers, è di scena ogni sabato sera al White Horse, noto locale della capitale texana con una gustosa miscela di classica country music e honky tonk. “Just The Way That I Am” è il suo quarto disco, lavoro che esce a distanza di ben otto anni dal precedente “West Texas Wine” e che rappresenta alla perfezione il suo caloroso ed intenso amore per la tradizione. L’album è piacevolissimo e scorre molto bene attraverso una serie di canzoni frutto di un ottimo periodo di ispirazione e di fruttuosa collaborazione con alcuni nomi storici della scena country texana e californiana. Se “I Don’t Know How This Story Ends” è nobilitata dalle preziose armonie vocali di Kelly Willis che duetta nella eccellente “Win Win Situation For Losers”, “Call Me If You Ever Change Your Mind” vede la magistrale chitarra di Redd Volkaert caratterizzare uno degli highlights del disco. “Arizona Territory, 1904” (ispirata rilettura di un classico di Marty Robbins) è una western ballad di grandissima classe che, grazie alle chitarre di Rick Shea, alla pedal steel di Bobby Snell e i contrappunti della tromba e dell’accordion di Jimmy Shortell, si pone come un altro dei momenti migliori. Con “Please Believe Me” si torna indietro agli anni cinquanta, piano e sax che irrobustiscono una (rock) ballad  di pregio, mentre il country-swing la fa da padrone in “Footprints In The Snow” con un’interpretazione che mi ricorda il grandissimo John Hartford della fine degli anni settanta quando univa bluegrass e country music in  maniera sublime. “Dead And Gone” mostra tutta l’ironia ed il gusto per la country music più sincera di un musicista come Dave Insley che sa riproporre con talento una materia troppo spesso concepita con superficialità e banalità, “No One To Come Home To” vede la presenza di Dale Watson con la sua inconfondibile voce e questo basta per renderla interessante, naturalmente oltre ad un arrangiamento di chiara marca texana. Ancora Kelly Willis fa capolino nella notevole “Everything Must Go”, scritta a quattro mani da Dave Insley e da Rosie Flores, “We’re All Here Together Because Of You” si avvale ancora di un grande lavoro alla chitarra elettrica di Redd Volkaert, oltre all’armonica di Matt Hubbard e alle armonizzazioni vocali di Elizabeth McQueen, ad ulteriore conferma della bravura del protagonista, da conoscere ed apprezzare per competenza e genuinità. www.daveinsley.com.

Remo Ricaldone

22:55

Eric Brace & Peter Cooper - C&O Canal

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Eric Brace e Peter Cooper sono tra i migliori esponenti di quella eccellente scena musicale, sempre in bilico tra la country music più legata alle radici, il folk, la canzone d’autore e l’alternative country, che vede East Nashville rappresentare, ormai da anni, il lato più positivo di Music City. Grandi amici nella vita e perfetti nel loro integrarsi con le loro personalità, Eric Brace e Peter Cooper tornano assieme ciclicamente, prendendosi una giusta pausa dalle loro carriere personali (per Eric è consigliatissimo fare attenzione alla sua band storica, i Last Train Home) e “C&O Canal” è una deliziosa raccolta di cover di brani che i due amano incondizionatamente. Prodotto da Thomm Jutz, tedesco che ormai a Nashville è quasi una celebrità nell’ambito ‘americana’, l’album prende il titolo da una magnifica canzone di John Starling, notissimo in ambito bluegrass e country per la sua militanza con i Seldom Scene, così come, sempre dal suo repertorio viene ripresa “He Rode All The Way To Texas”, ballata dai toni estremamente poetici. La celeberrima “Boulder To Birmingham” di Emmylou Harris è interpretata con attenzione e grande rispetto, mentre un vero gioiello è “John Wilkes Booth” firmata da Mary Chapin Carpenter, altro momento topico di queste registrazioni. “Blue Ridge”, tra bluegrass e country, fa nuovamente rivivere i Seldom Scene, sia per l'arrangiamento strumentale sia per le parti vocali, magistralmente miscelate. “Rainy Night In Texas” è una ballata ancora di grande pregio, con il banjo di Justin Moses a segnare il tempo e una performance vocale pienamente soddisfacente, “Been Awhile” è un midtempo di classe con la fisarmonica di Jeff Taylor (ottima in tutto il disco) a cesellare, “Love Was The Price” di Alice Gerrard è inevitabilmente più legata alle tradizioni appalachiane e “Boat’s Up The River” (di John Jackson) ha il country blues nel cuore. Bella chiusura per un lavoro fatto con quell’amore artigianale che traspare da ogni traccia, da ogni sfaccettatura. Eric Brace e Peter Cooper non hanno bisogno di altre conferme. Basta conoscerli. www.redbeetrecords.com.
Remo Ricaldone

18:33

Tom Gillam & The Kozmic Messengers - Beautiful Dream

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nonostante sia sulle scene da parecchio e abbia inciso ben otto dischi, Tom Gillam non ha ottenuto quel successo commerciale che meriterebbe, visto il suo suono corposamente rock sulla scia di Black Crowes, Lynyrd Skynyrd, Little Feat e Warren Haynes, con le radici country e blues sempre presenti. Nativo del New Jersey, Tom è da anni che risiede ad Austin, Texas ed è chiaro quanto siano stati importanti gli album ascoltati nei suoi ‘formative years’, da Johnny Cash a Johnny Winter, da Buck Owens agli Allman Brothers, in un insieme altamente trascinante e divertente. “Beautiful Dream” è di grande impatto, fortemente influenzato dai suoni degli anni settanta, con le chitarre elettriche in bella evidenza ma con oasi acustiche che smussano certi aspetti taglienti e rock. Un disco che si ascolta in un fiato e che regge benissimo prolungati ascolti, senza inventare nulla ma rileggendo con passione e bravura una storia musicale che ci ha dato tantissimo tra i sessanta e i settanta del secolo scorso (!). Da una “Tell Me What You Want” che apre il disco con la classica ritmica ‘in levare’ dei Little Feat alle trascinanti “All About Me” e “Just Don’t Feel Like Love”, dalla rilettura di “Good Day In Hell” dal repertorio degli Eagles a “Better Things To Do” con una slide guitar che non può non ricordare i fratelli Allman, tutto concorre per ricreare un suono perfetto per un piccolo (e fumoso) club o una barroom, luoghi dove Tom Gillam e i suoi Kozmic Messengers si esibiscono in genere. “Flying Blind” riporta alla mente i Lynyrd Skynyrd mentre “Red Letter Day” e “Lazy Sunday” sono fortemente influenzate dalla country music, “DNG” uno splendido duetto di chitarre acustiche che ancora rimanda alla mente la ABB e “Sail Away” un altro gioiellino ‘unplugged’. “Beautiful Dream” è l’occasione perfetta per fare uscire dall’anonimato Tom Gillam, certamente derivativo ma concepito e proposto con il cuore. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:30

Malcolm Holcombe - Another Black Hole

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Avevamo lasciato Malcolm Holcombe con il bellissimo “The RCA Sessions”, disco che celebrava la sua musicalità in maniera forte e vibrante rispolverando il meglio del suo parco seppur intenso repertorio e ora, a sorpresa vista la scarna discografia del musicista del North Carolina, un nuovo lavoro che conferma un periodo di grande ispirazione e di vitalità compositiva. “Another Black Hole” è un altro dei punti più alti della discografia di Malcolm Holcombe e si avvale della eccellente produzione di Ray Kennedy (coadiuvato da Brian Brinkerhott) che esalta la musicalità di un vero talento della scena roots americana, in perfetto equilibrio tra country, folk e blues. Il suono è limpido ed evocativo, assolutamente in sintonia con le storie raccontate, dense di personaggi veri e genuini colti in ambientazioni di grande fascino e poesia, con uno storyteller come Malcolm Holcombe capace di tirare fuori tutta l’essenza di un’America ‘ai margini’ ma proprio per questo schietta ed autentica. Con Malcolm Holcombe c’è sempre Jared Tyler, fidatissimo pard da tempo fine cesellatore con le sue chitarre ma anche con banjo, mandolino e dobro, mentre non perde un colpo la sezione ritmica formata da Dave Roe al basso (acustico ed elettrico) e Ken Coomer alla batteria e percussioni, con ‘special guest’ un redivivo Tony Joe White alla chitarra elettrica. La scaletta è essenziale e qualitativamente notevole, dieci episodi di un unico ‘body of work’ che risulta coeso e prezioso, a volte musicalmente più acustico e bucolico, in altri momenti più oscuro e sofferto. E se un brano come “Papermill Mall” sorprende piacevolmente per un approccio più rock ed elettrico, il mood complessivo, più interiore ed acustico, mantiene alta l’attenzione grazie ad una buona varietà di temi e di arrangiamenti. L’apertura affidata ad una cristallina “Sweet Georgia” con il banjo di Jared Tyler, “Heidelberg Blues”, “Someone Missin’”, “Leavin’ Anna” e inevitabilmente la title-track “Another Black Hole” compongono la spina dorsale dell’album e sicuramente saranno ricordate tra le migliori canzoni del repertorio di uno straordinario troubadour. www.malcolmholcombe.com .
Remo Ricaldone 

18:27

Josh Harty - Holding On

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Arriva dal North Dakota una voce veramente interessante in quel crogiuolo di suoni e sensazioni che è il panorama ‘americana’, fonte inesauribile di grandi talenti spesso lontani da ogni forma di business inteso come mero sfruttamento commerciale. Josh Harty, cresciuto a Fargo ma presto attratto dalla strada e subito divenuto un instancabile viaggiatore che ha portato la propria musica attraverso tutti gli States e gran parte dell’Europa, ha già inciso una manciata di dischi che ne hanno forgiato carattere e doti compositive, oltre a doti vocali indiscutibili. E proprio la voce, calda, modulata e ottimamente bilanciata, che risalta subito dalle prime note di “Holding On”, title track del suo nuovo album, una eccellente canzone in cui banjo e mandolino si intrecciano piacevolmente. Inflessioni country si inseriscono su una struttura cantautorale matura ed adulta, arrangiata con grande bravura dalla coppia Blake Thomas (fido collaboratore di Josh Harty) e Mark Whitcomb, dando vita ad un progetto degno di nota e meritevole di attenzione, ispirato profondamente dalle innumerevoli esperienze ‘on the road’ del nostro. “The Kind” coglie ancora nel segno con una melodia ed una interpretazione da ricordare, con le chitarre elettriche di Blake Thomas a fare da base. “Round And Round”, “Learn To Fight”, “Ballad For A Friend”(con Dylan e il blues nell’anima), la dinamica “Wired”, “You And The Road” (un country rock bellissimo), “Shiver In The Dark”(la più elettrica e robusta) sono poi momenti intensi e fortemente personali, esperienze di vita raccontate con forza affidandosi ad elementi roots (folk, blues, country) e ogni tanto a fascinazioni rock. www.joshharty.com.
Remo Ricaldone

18:24

Matt Patershuk - I Was So Fond Of You

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Matt Patershuk è l’ennesimo grande musicista che proviene dal Canada e che ci mostra quanto sia profonda e credibile la country music ‘north of the border’, sempre fedele allo spirito originario della tradizione ma splendidamente attuale nei temi e nei personaggi. Nato a Burns Lake nel British Columbia, Matt è cresciuto nelle immense praterie dell’ovest canadese e ora risiede nella minuscola cittadina di LaGlace, Alberta da dove è partito per Nashville sotto l’egida di Steve Dawson, nome notissimo in Canada per essere apprezzato musicista e produttore, per incidere questo secondo disco solista con l’aiuto di un ristretto manipolo di strumentisti. Già la scelta di registrare il tutto in presa diretta, senza sovraincisioni o effetti particolari, per sottolineare la semplicità e la naturalezza della proposta, è vincente, ma quello che rende degno di nota e di attenzione è la capacità di condensare nei pochi minuti di una canzone tutte le emozioni e le sensazioni di storie vere e pregnanti, coinvolgenti e appassionate. “I Was So Fond Of You” è quindi un lavoro che rimane nel cuore e nella mente e chiede solo  di essere scoperto per sfoggiare tutta la propria poesia e intensità. L’umanità di un Willie Nelson, l’ironia e l’arguzia di un John Prine, la classe compositiva di un Kris Kristofferson fanno capolino in questi undici quadretti che si sviluppano tra country music e inflessioni folk, tutti egualmente significativi, tutti nitidamente tratteggiati. I controcanti di Ana Egge aggiungono quel tocco poetico e struggente alle storie di Matt Patershuk, talvolta tristi e sofferenti come la title-track e “Harviestown” che, come tutto il disco, sono dedicate al ricordo della sorella scomparsa nel 2013 vittima di un incidente stradale causato da un automobilista ubriaco, altre volte pervase da humor e brio come “Burnin’ The Candle At Both Ends” e “Smoke A Little Cigarette”. Un fiddle, un accordo di chitarra elettrica, l’arpeggio di una acustica, il tranquillo accompagnamento di una sezione ritmica precisa e mai invadente, sono le caratteristiche peculiari di un disco molto positivo e senza tempo, vicino come ispirazione ai songwriter country texani e in generale ad un suono che ormai si trova solo nelle produzioni indipendenti. Da conoscere e apprezzare. www.mattpatershuk.com.
Remo Ricaldone

10:01

Randy Rogers Band - Nothing Shines Like Neon

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A più di due anni di distanza da “Trouble” torna in studio la band di Randy Rogers che nel frattempo non era stato certo con le mani in mano, regalandoci un eccellente doppio cd/dvd live al Floore’s Country Store di Helotes, Texas nel 2014 e l’altrettanto godibile “Hold My Beer vol.1” in compagnia di Wade Bowen. “Nothing Shines Like Neon” è questa volta prodotto da Buddy Cannon, espertissimo producer di Nashville legato profondamente ad una country music distante anni luce da quel suono stereotipato dell’attuale Music City ed intelligente abbastanza per far emergere sempre la personalità di un gruppo del calibro della Randy Rogers Band. Ne esce così fuori un lavoro prima di tutto piacevolissimo e personale, ricco di spunti e di ospiti ma soprattutto notevole dal punto di vista compositivo, con un buon contributo da parte dello stesso produttore in veste di autore e un giusto equilibrio tra originali e cover. “San Antone” firmata da Keith Gattis apre l’album e subito si candida ad essere tra le migliori per fascino e sentimento, con il fiddle di Brady Black in primo piano mentre “Rain And The Radio” annerisce un po’ i suoni con un’intro di piano elettrico interessante e poi si snoda una melodia che non aggiungerà nulla alla bravura di Randy ma che risulta deliziosa. “Neon Blues” è un’altra melodia fascinosa e sofferta, interpretata con il cuore, “Things I Need To Quit” è asciutta e solida, tra le migliori del disco, una love song che rimane dentro e chiede solo di essere riascoltata, “Look Out Yonder” vede la presenza di Alison Krauss e di Dan Tyminski in una melodia naturalmente acustica e più classicamente country, con inevitabili interventi di fiddle e pedal steel. Altra performance da ricordare. “Tequila Eyes” mi ricorda certe vecchie ballate dei primi Brooks & Dunn, evocativa e poetica, con ancora il fiddle di Brady Black a caratterizzare la melodia, “Takin’ It As It Comes” è trascinante e positiva, un vero ‘honky tonk anthem’ in cui fa bella mostra Jerry Jeff Walker, perfettamente a proprio agio tra rock e country. Acustica e romantica “Old Moon New” è da mettere tra le cose più sentimentali di Randy Rogers, una pausa prima del trittico finale che ci consegna una sinuosa e notturna “Meet Me Tonight”, “Actin’ Crazy” con la presenza di Jamey Johnson che la orienta verso una country music  sincera e genuina dall’inconfondibile ‘taglio’ texano e “Pour One For The Poor One”, altra gemma incastonata nella più classica tradizione. Un altro lavoro che pone Randy Rogers e la sua band quale capofila della musica che amiamo.
Remo Ricaldone


09:59

Waco Brothers - Going Down In History

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nati a Chicago, Illinois ormai più di ventanni fa, i Waco Brothers hanno rappresentato l’alternative country più viscerale e ‘rockistico’, imparentato sia con lo spirito punk che con la tradizione, giocato spesso e volentieri su ritmi frenetici e travolgenti. La voce e la chitarra di Jon Langford sono in prima fila in questa proposta vitale, solida e spontanea, coadiuvate da una sezione ritmica indiavolata formata da Joe Camarillo alla batteria (già con i NRBQ) e da Alan Doughty al basso e rafforzate dal chitarrista Dean Schlabowske e dal mandolinista Tracey Dear. Da parecchi anni non facevano un disco nuovo in studio (anche se per la verità l’album in questione è stato registrato praticamente live, buona la prima), le ultime apparizioni discografiche i Waco Brothers le avevano fatte con un disco ‘on stage’ e uno come ‘back up band’ per Paul Burch nel 2012. “Going Down In History” ce li riconsegna con l’intatta forza e grinta degli esordi, con un buon bagaglio di canzoni e l’amore incontaminato per il rock’n’roll grezzo e battagliero dei Clash unito a quello per il retaggio country, inevitabilmente distante mille miglia da ogni tipo di ‘mainstream’. Disco passionale e godibile questo, a partire dall’inizio di “DIYBYOB”, acronimo per ‘Do It Yourself Bring Your Own Beer’ vero manifesto di intenti per una band cresciuta nelle barrooms e nei piccoli e fumosi locali della Windy City, fino alla conclusione affidata a “Orphan Song” firmata da Jon Dee Graham. In mezzo ci sono pochi momenti per tirare il fiato, sempre sul filo del rasoio di un rockin’ country che dal vivo deve essere veramente impetuoso e vorticoso. “We Know It”, “Receiver”, “All Or Nothing”, “Had Enough” e “Devil’s Day” contribuiscono fattivamente a formare un ‘body of work’ roccioso che li pone come una delle band migliori in quel territorio turbolento e ondivago che è l’alternative country americano.
Remo Ricaldone

09:57

Richard Dobson & W.C. Jameson - Plenty Good People

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Richard Dobson e W.C. Jameson sono due grandi troubadour texani, due cari amici che uniscono la loro poetica in un disco emozionante e ispirato che gioca sulle emozioni, sulle riflessioni e sulle considerazioni di due veterani che fanno parte del gotha della country music e della canzone d’autore di ispirazione folk del Lone Star State. Richard Dobson è da tantissimi anni, più di venticinque, emigrato in Europa per continuare a proporre album dal taglio nitido e capace, degno di affiancarsi a gente come Waylon & Willie, Billy Joe Shaver e Guy Clark con cui condivide le stesse sonorità, riuscendo sempre a rendersi credibile e a confermare la definizione che una volta diede Nanci Griffith, l’Hemingway della Country Music. W.C Jameson è molto meno noto e meno prolifico ma le sue prove discografiche sono sempre state quelle di un eccellente artigiano dei suoni texani, descrivendo con arguzia e sagacia i luoghi e i personaggi di quelle terre. “Plenty Good People” è un delizioso viaggio e un piacevole incontro tra due compagni di avventure in cui vengono raccontate storie con lo spirito di una rimpatriata che è lo sprone per riproporre le proprie esperienze. Queste session sono affrontate con grande passione, immensa classe e immutata voglia di fare musica. Dieci brani in cui le collaborazioni portano alle splendide “Brother River”, “Hard Rock Arkansas”, la title-track “Plenty Good People” e “Woman Up In Dallas, Woman In New Orleans” e dai rispettivi cataloghi arrivano la classica “Living With A Loaded Gun” e “A Matter Of Professional Pride” per Mr. Dobson, “I’m Waitin’” e “I’m Just Free” per Mr. Jameson, tutte con lo spririto outlaw nel cuore e l’honky tonk come motivo di vita. Due sono le cover e se “A Step Away From Homeless” (di Bud & Charey Steel) è una piacevole sorpresa, “Me And Paul” ci fa ritrovare il classico di Wille Nelson in una veste riverente e calda. I due protagonisti si alternano naturalmente con le loro voci ancora capaci di commuoverci e coinvolgerci, mentre dal punto di vista strumentale sono da segnalare il lavoro prezioso di Andre Mathews alle chitarre acustiche ed elettriche, quello di Javier Chaparro al violino e quello di Franci Jarrard a fisarmonica e tastiere, ad evocare spesso il border e i suoi colori. Un grazie sentito all’etichetta elvetica Brambus che in questi anni e attraverso ben quattordici album ha permesso ad un grande come Richard Dobson di esprimersi e di regalarci tante gemme.
Remo Ricaldone

09:55

Bianca De Leon - Love, Guns & Money

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Quarto lavoro per la brava cantante texana che ha saputo ritagliarsi una solida base di appassionati anche (o soprattutto) in Europa grazie ad una voce limpida e modulata, ad uno stile prettamente acustico che si ispira alla country music ‘made in Texas’ ma anche alla grande tradizione cantautorale che ha fatto del Lone Star State uno dei crocevia più importanti in fatto di commistioni e incroci di stili ed influenze. “Love, Guns & Money” è inciso dal vivo negli studi The East Side Flash di Austin con una manciata di grandi nomi come il batterista Paul Pearcy, protagonista di centinaia di session con il suo preciso e volitivo drumming, il tastierista Radoslav Lorkovic, tra i migliori pianisti della scena indie americana e John Inmon, altro veterano in Texas a partire dalla sua storica militanza nella Lost Gonzo Band di Jerry Jeff Walker. Il disco scorre con grande naturalezza e forza poetica al di qua e al di la del border, nelle terre che sono nel cuore alla musicista di chiare origini ‘mexican’, dalla pregnante “Buscando Para Ti” e “Guns And Money” in cui il Messico ha un ruolo primario grazie alla fisarmonica di Mr. Lorkovic che accarezza ed affascina. Se “Independence Day” è più elettrica anche se mai con toni troppo aggressivi, già dalla seguente “I Sang Patsy Cline” si celebra una delle influenze maggiori di Bianca De Leon e nelle ottime “Nothin’” e “Ramblin’ Man”, unite in un medley di buona fattura, vengono omaggiati rispettivamente Townes Van Zandt e Hank Williams Sr., altri due chiari punti di riferimento. “The Bottle’s On The Table” ha ancora il sapore di una country music che si può ormai trovare solo nelle produzioni indipendenti, acustica e accorata, così come il delizioso country waltz di “This Time”. “Silence Speaks Louder Than Words” e “Garden In The Sun” ci regalano ancora emozioni acustiche e completano un disco rilassante e pregnante che merita attenzione. www.biancadeleon.com.
Remo Ricaldone 

17:18

Lost Immigrants - Live At The White Elephant Saloon

Pubblicato da Remo Ricaldone |

James Dunning è a mio parere uno dei più ispirati tra gli attuali protagonisti della scena musicale texana, autore, cantante e chitarrista che negli anni ha mostrato qualità e talento guidando i Lost Immigrants attraverso dischi di eccellente fattura. Dopo i tre ep della serie “An Americana Primer” i Lost Immigrants tornano alla dimensione live per la seconda volta, la loro forma più efficace, significativa e passionale. Rispetto a “Baptized: Live From The Hill Country” molto è cambiato; innanzitutto la band che supporta James Dunning ora composta dal bassista Eric McGinnis, dal tastierista Ryan Pool e dal batterista Chad Stewart, poi il repertorio, tutto originale, inevitabilmente più ampio e ricco, senza l’inserimento di cover e di ‘citazioni’ che avevano caratterizzato il loro album numero due. Come dice il titolo il disco è stato inciso al White Elephant Saloon di Fort Worth di fronte ad un pubblico caldo ed attento, in un’atmosfera perfetta per proporre il mix di rock e radici tipico dei Lost Immigrants. 78 minuti abbondanti dove si alternano country music e rock’n’roll nella più classica formula texana, una sequenza assolutamente vincente che si apre con “Gone” e si chiude con “Leaving Laredo” e che in molti momenti porta le canzoni ad ampliarsi e a fondersi in un insieme godibilissimo. “Baptized By Texas”, “Jean Harlow” e “Let’s Drive” che sfocia in “Evangeline” e sfiora i dieci minuti vedono la band arricchire le melodie originarie con gusto ed intelligenza. Da sottolineare ancora la magnifica “My Last Name”, il divertente honky tonk di “You Can’t Kill George Jones” e poi “Rolling Stone”, “Abilene”, “AM Radio” e le limpide “Angel Wings” (dal trittico “An Americana Primer”) e “Great Big Wheel” a rendere questo “Live At The White Elephant Saloon” disco prezioso e immancabile nella collezione degli appassionati di Texas Music. I Lost Immigrants ne incarnano il lato più propositivo, talvolta romantico, acustico e country, talvolta grintoso, solido ed elettrico. Merito dell’inossidabile James Dunning che guida con mano sicura questa band che mi sento di consigliare caldamente. www.lostimmigrants.com.
Remo Ricaldone 

17:14

Joe Ely - Panhandle Rambler

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Un nuovo disco di Joe Ely è sempre un avvenimento per gli appassionati di Musica, un appuntamento che negli ultimi anni si è diradato (questo arriva a quattro anni dal precedente) ma che soddisfa sempre in pieno per intensità, poesia e purezza interpretativa. “Panhandle Rambler” può giustamente essere considerato uno dei migliori della sua gloriosa discografia, un capitolo in cui sono condensate tutte le emozioni a cui ci ha abituato nel corso degli anni, country music, tex-mex, rock, spruzzate ‘spanish’ grazie alla presenza di una serie di amici che anche qui rendono preziose ed indimenticabili le canzoni. La chitarra flamenco di Teye (che apre, stupefacente, l’album con “Wounded Creek”), la fisarmonica e le tastiere di Joel Guzman, la slide di Lloyd Maines, la steel di Jim Hoke, le straordinarie chitarre acustiche ed elettriche di Kenny Vaughn, Rob Gjersoe, Gary Nicholson e Jeff Plankenhorn, il magistrale fiddle di Warren Hood e una sezione ritmica che vede alternarsi gente come Davis Mclarty, Glenn Fukunaga e Dave Roe tra gli altri, tutto concorre a rendere speciale questo album e a farcelo apprezzare nella sua semplicità e nella sua profondità. Joe è in grande forma compositiva e lo conferma pienamente con veri gioielli come “Here’s To The Weary”, “You Saved Me”, “Coyotes Are Howlin’”, “Southern Eyes”, “Burden Your Load” e “Wonderin’ Where”, solo per citare alcuni degli episodi che compongono “Panhandle Rambler”, senza dimenticare di ‘citare’ l’amico di tante avventure Butch Hancock di cui riprende “When The Nights Are Cold” e Guy Clark, autore di una splendida “Magdalene”. La formula che contraddistingue la proposta di Joe Ely è nel corso degli anni rimasta identica, quello che è maturato è il suo storytelling, la sua poetica ormai assurta al rango di classico per quanto riguarda la musica americana delle radici, il suo rapportarsi alla terra che gli ha dato i natali e che continua ad essere una straordinaria fonte di ispirazione con i suoi panorami aspri e duri ma ricchi di inevitabile fascino. La produzione, nelle mani ormai stabili di Joe Ely che controlla pienamente ogni livello nella costruzione dei suoi dischi, è veramente esente da pecche, prevalentemente acustica come impianto ma ricca di colori, di profumi, di sfumature che la rendono così variegata da essere in ogni momento godibile e scorrevole. Un disco questo che merita di essere annoverato tra le cose migliori uscite da quelle fertili terre da parecchi anni a questa parte.
Remo Ricaldone

17:13

David Newbould - The Devil Is His Name

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Torna all’incisione David Newbould, anche se ‘solo’ per un ep con quattro brani per poco più di quindici minuti, dopo l’ottimo “Tennessee” di cui ci eravamo occupati tempo fa. Nonostante la brevità dell’opera è giusto segnalare questa uscita per la forza espressiva, l’ispirazione e la bravura del musicista di origine canadese ma da parecchio residente negli States (tra Austin, New York e Nashville) che conferma un eccellente stato di forma ma che, causa budget sempre ridotti per artisti che si autoproducono, si concretizza in una forma ridotta. David Newbould meriterebbe di poter incidere un disco a ‘tempo pieno’ ma per ora possiamo accontentarci di queste splendide canzoni, a partire dalla potente e trascinante “The Devil Is His Name” caratterizzata da un indiavolato fiddle nelle mani di Peter Hyrka. Un roots rock di grande presa ed efficacia. “Love You Like I Don’t Know How” è per contro una ballata dal sapore folk che mostra il suo lato più riflessivo e intimo con una melodia che conquista dopo poche note, “Standing At The Crossroads Too Long” ritorna ad atmosfere più elettriche pur mantenendo la forma di ballata, veramente eccellente con un intreccio chitarristico di ottima caratura tra Andrew Sovine e lo stesso Newbould. A chiudere questo (troppo) breve ep c’è “Clam Bake City”, altra notevole composizione acustica sorretta da un soffice tappeto percussionistico (Joe Dorn dietro ai tamburi) in cui emergono gli arpeggi di chitarra acustica e gli abbellimenti elettrici in sottofondo creano suggestioni che ammaliano. Un disco e un musicista da tenere in considerazione aspettando un suo album ‘full length’. www.davidnewbould.com.

Remo Ricaldone

11:40

Stoney LaRue - Us Time

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Disco molto particolare nella sua genesi questo “Us Time”, eccellente nuovo album di uno dei beniamini di Lone Star Time. Stoney ha infatti coinvolto in prima persona i fans nella scelta del materiale, in un rapporto sempre primario e propositivo, compilando una selezione di originali e di cover, splendidamente prodotta dalla coppia R.S. Field e Van Fletcher. Ad accompagnare Stoney LaRue in questa sua nuova avventura ci sono nomi di grandissimo rilievo come il chitarrista David Grissom, il fiddler e mandolinista Warren Hood e il batterista Greg Morrow solo per citare i più noti, non tralasciando il bravissimo Kevin Sciou alle chitarre e le tastiere di Steven Conn. Ancora una volta ispiratissimo nelle interpretazioni, Stoney ci sorprende con cover come “Into The Mystic” di Van Morrison, certamente la più inusuale ma tra le più belle dell’album, “Feet Don’t Touch The Ground” di Brandon Jenkins, “Train To Birmingham” di John Hiatt, “Box #10” di Jim Croce e la classicissima “Wichita Lineman” di Jimmy Webb, tutte decisamente di gran classe. Meno note le riprese di “Oklahoma Breakdown” di Michael Hosty, la soffice country ballad “Empty Glass” firmata a quattro mani da Dean Dillon e Gary Stewart e la ‘mexican flavored’ “Seven Spanish Angels” composta da Troy Seals in cui appare a duettare con Stoney, Cody Canada in un altro momento topico dell’album. Buone anche le tre canzoni in cui nella scrittura Stoney LaRue viene affiancato da Dean Dillon (una riflessiva “Us Time”), da Brandon Jenkins (“Til The Morning Comes”, altra ballata di pregio) e da Mando Saenz (una bella e trascinante “Easy She Comes”), segno positivo di forma per il musicista texano ma attualmente residente in Oklahoma. “Us Time” è quindi caldamente consigliato, non solo ai fans che non avranno certo bisogno di particolare sprone nell’acquisto, a coloro che seguono la sempre attiva scena tra Oklahoma e Texas.
Remo Ricaldone

La parabola di Ted Hawkins è stata nel contempo straordinaria e drammatica, luminosa e sofferta, bellissima e tragica. Adolescenza e giovinezza passata tra riformatori e carcere, con la Musica a tenerlo aggrappato alla vita e a dargli opportunità e sprazzi di felicità, Ted Hawkins è stato cantante (e qui lo rsicopriremo, autore) di eccezionale e vibrante personalità ed intensità, capace di passare con naturalezza da Sam Cooke ad Hank Williams, setacciando il più genuino ‘songbook’ americano delle radici, interpretandolo con sapienza e vigore. Per lungo periodo, lasciato il nativo Sud, fece il ‘busker’ per le strade di Venice, California fino alla metà degli anni ottanta quando fu scoperto, per caso, da un dj inglese che lo portò in patria facendolo diventare un piccolo caso discografico e dandogli quel po’ di notorietà che meritava. Qualche disco pubblicato per piccole label indipendenti (e anche uno per la nobile Rounder Records) e nel 1994 il grande salto con un album per la Geffen, “The Next Hundred Years”, che improvvisamente fece parlare di lui su larga scala, dandogli fama e denaro. Poi, altrettanto improvvisamente, la morte il 1° gennaio 1995 e un lungo, immeritato oblio. “Cold And Bitter Tears” cerca di focalizzare nuovamente gli appassionati su Ted Hawkins e questa volta sul suo essere autore, coinvolgendo musicisti che renderanno sicuramente appetibile questo prodotto ai lettori di Lone Star Time. Texani di nascita o di adozione, musicisti che hanno lasciato un’impronta importante sul suolo dello ‘Stato della Stella Solitaria’ sono qui riuniti per rendere omaggio a Mr. Hawkins con interpretazioni di grande livello, con alcune canzoni decisamente indimenticabili e commoventi. James McMurtry, Gurf Morlix, Evan Felker dei Turnpike Troubadours, Sunny Sweeney e poi band come The Damnations e Shinyribs, Jon Dee Graham, Mary Gauthier, Tim Easton, Kasey Chambers e Steve James nobilitano un lavoro tanto corposo quanto intenso, poetico e dotato di grande forza espressiva. Non serve quindi soffermarsi su ogni brano per apprezzarne l’importanza, basta lasciarsi trasportare in questi quindici momenti che sottolineano la statura di un musicista che merita di essere ricordato e amato. Al di la delle etichette con cui definiamo le varie sfaccettature della musica americana, qui c’è l’essenza dei suoni che compongono quel variegato e colorato quadro, con tanta anima ed amore.
Remo Ricaldone

11:28

Dick LeMasters - Gasoline & Fire

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Dopo “One Bird, Two Stones” di cui ci siamo occupati in passato, il texano Dick LeMasters si è subito messo in moto incidendo una manciata di canzoni che in un primo momento dovevano fungere da base per poi arrangiarle in studio. Questi demo hanno rivelato una tale ispirazione in veste scarna ed acustica che lo stesso Dick ha deciso di pubblicarli così, senza aggiungere nulla, mantenendo la loro forma originaria. Scelta forse un po’ temeraria che però si è rivelata azzeccata vista la forza interiore e  poetica di questi dodici brani che  fanno emergere un nuovo Dick LeMasters (quantomeno a noi che non abbiamo avuto mai la fortuna di vederlo dal vivo), più vicino alla grande tradizione texana tra country e folk, con inevitabili riferimenti a Townes Van Zandt e Guy Clark. Dal robusto rock, blues e country elettrico del primo suo lavoro siamo passati ad una serie di ballate di grande livello che dal vivo probabilmente riceveranno rifacimenti elettrici ma che ora risplendono di luce propria e sottolineano le doti compositive del nostro. Non mancano la grinta blues apprezzata nel precedente disco come in “No More Sufferin’”, “In His Hands” e “Good Life” ma quello che secondo me rende molto interessante l’album sono le ballate che lo presentano come eccellente troubadour, a cominciare dalla title-track che apre questo “Gasoline & Fire”. Storie intense interpretate con il cuore, ecco come appaiono “I Pour Out My Soul”, tra Guy Clark e Joe Ely, “Ok ‘Til It Isn’t”, “Cold-Hearted Whiskey”, “Hurricane” e “Right On Me”, momenti di assoluto valore che nobilitano un disco da apprezzare centellinandolo con cura. Un musicista che merita la vostra attenzione, accostando questo suo lato acustico a quello solidamente elettrico del suo precedente lavoro. www.DickLeMastersMusic.com.
Remo Ricaldone

11:25

Ryan Davidson - A Wick Burning High

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“A Wick Burning High” è praticamente il primo disco ‘a lunga durata’ di Ryan Davidson, musicista californiano di Chico con una storia drammatica e al tempo stesso salvifica alle spalle. All’età di tredici anni viene investito da un autoarticolato mentre va in bicicletta e la vita di botto cambia costringendolo ad una lunghissima serie di interventi chirurgici e la ricostruzione della gamba destra che ora è quasi completamente artificiale. Questa immobilità in un’età in cui l’attività motoria è parte integrante della propria vita è però fonte di un avvicinamento sempre più forte ed intenso alla musica, da allora riferimento viscerale per Ryan Davidson che impara a suonare la chitarra, forma una punk band che ironicamente  chiama ‘Hit By A Semi’ e poi si avvicina piano piano alle radici del suono americano. Fondamentali sono comunque i due anni trascorsi in Irlanda, un periodo in cui in Ryan si completano musicalità e sensibilità fino a formare il suo suono in cui convivono elementi folk, country e ‘irish’. “A Wick Burning High” segue un paio di ep e ce lo consegna autore maturo e interprete interessante, con la presenza di un manipolo di musicisti che lo supportano con sapienza e discrezione in un disco per la maggior parte acustico. “Whiskey With My Friends” è la tra le canzoni più significative, una sorta di manifesto sonoro tra Irlanda e States, cantata con trasporto ed emozione. Si può ancora sottoscrivere la stessa comprovata intensità nell’apertura affidata a “Through It All”, autobiografica e sofferta nel soffermarsi sulle difficoltà della vita, in “Black Socks” ancora tra speranza e sofferenza in cui Ryan ci parla della sua dipendenza dagli antidolorifici, nella cover di “The Silver Dagger” (ripresa in passato da Joan Baez, Gillian Welch e dagli Old Crow Medicine Show tra gli altri), nelle esperienze ‘on the road’ raccontate in “St. Louis, MO”, in “The Haze”, nell’intensa “Point Of Sails” in cui si scaglia contro ogni ipocrisia e nella canzone che dà il titolo al disco e che lo chiude. “A Wick Burning High” ci fa quindi scoprire un artista dalle buone doti che potrà sicuramente crescere e fare parlare ancora di se. Intanto godiamoci queste sue composizioni. www.ryandavidsonmusic.com.
Remo Ricaldone

11:21

BettySoo - When We're Gone

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A cinque anni di distanza dal precedente disco, BettySoo, trentaseienne texana di origine coreana, firma uno dei suoi lavori più intensi ed intimi, frutto di un lungo periodo passato tra tour (in Europa e negli States) e numerose visite in centri di riabilitazione e cliniche psichiatriche, fonte di ispirazione per le canzoni di questo “When We’re Gone”, tutte estremamente significative e profondamente accorate. Co-prodotto dalla stessa con il bravissimo Brian Standefer il cui cello ha arricchito numerosissimi album di musicisti texani e non solo, il disco è un viaggio nella canzone d’autore più intelligente e indicativa della sensibilità di una songwriter che ha sempre trovato nella fertile scena di Austin, Texas un luogo ideale per possibilità e ricettività. Sostenuta da una eccellente sezione ritmica formata da Glen Fukunaga al basso e da Rick Richards alla batteria, dal sempre strepitoso Lloyd Maines e dalle chitarre elettriche di Will Sexton, la bella voce di BettySoo racconta quadretti di vita intensi e colorati, situazioni che colpiscono per genuinità e grazia, da “100 Different Ways Of Being Alone” e “The Things She Left Town With”, tra le più intriganti della raccolta, a “Last Night” con una pedal steel che spazia con gusto e brillantezza e “Wheels” la cui melodia risulta fresca e corroborante. “Hold Tight”, “Love Is Real” e “When We’re Gone” sono poi un trittico che ben rappresenta la musicalità di BettySoo, apparentemente fragile ma con una voce che entra nel nostro cuore con intrigante poesia e con storie che toccano le corde più sensibili del nostro animo. Un disco dai colori pastello che merita attenzione da coloro che amano la canzone d’autore ‘non tradizionale’.
Remo Ricaldone

18:14

Pat Green - Home

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Sei anni sono veramente tanti nel cosiddetto ‘music business’, tanti sono gli anni passati dal precedente disco di Pat Green (se si esclude il secondo capitolo delle cover incise con Cory Morrow, “Songs We Wish We’d Written” del 2012) e il suo ritorno con nuove composizioni ci ripresenta un musicista che non ha perso lo smalto, la freschezza, la genuinità degli esordi. “Home” è un disco lungamente meditato, un insieme di canzoni dal taglio personale e intimo, un lavoro ricco di ballate e midtempo che si ricorderanno a lungo, a partire dallo straordinario duetto con Lyle Lovett in “Girls From Texas” contraddistinto da una classe enorme e dalla consueta e godibile ironia. “While I Was Away” è un altro momento topico del disco, una ballata  interpretata con il cuore, nostalgica, carica di pathos, “May The Good Times Never End” è frizzante e trascinante e vede ospite a voce ed armonica Delbert McClinton, suo grande conterraneo texano e la slide guitar di Lee Roy Parnell in un brano che sprizza gioia da tutti i pori, “Home” è ancora melodia indovinata e limpida, classicamente ‘patgreeniana’, “Life Good As It Can Be” è ariosa e deliziosamente ‘radio friendly’, in “Right Now” Pat duetta con Sheryl Crow in una canzone composta a quattro mani con Chris Stapleton, “No One Here But Us” emoziona per intensità e coinvolgimento, a conferma dell’ottimo stato di forma sia dal punto di vista compositivo che da quello interpretativo. “Day One” ha di nuovo il sapore della country music texana e un po’ anche di certe composizioni di grandi (classic) rockers a cui  stato spesso accostato, da Bob Seger a John Mellencamp a Bruce Springsteen mentre la conclusiva “Good Night In New Orleans” a cui partecipa Marc Broussard inizia in maniera discorsiva e lenta per poi trasformarsi via via in un cajun country-rock assolutamente gustoso e pimpante. Tra le cose più belle di Pat Green. “Home” si conferma quindi uno dei capitoli più riusciti della carriera del texano anche grazie alla produzione a tre di Jon Randall, Justin Pollard e Gary Paczosa e alla presenza, oltre agli ospiti citati, di Brendon Anthony e Stuart Duncan ai violini, Dan Dugmore alla pedal steel guitar e Michael Ramos alle tastiere. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:11

Jeremy Pinnell - OH - KY

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Un nuovo interessante nome si affaccia sul panorama country e roots americano: il suo nome è Jeremy Pinnell, nato nella parte settentrionale del Kentucky dove le influenze sudiste sono forti ma nel contempo c’è anche aria di nord e di midwest in un incrocio di tradizioni che potremmo inquadrare nella più classica ‘american heartland’. Cresciuto inevitabilmente con la country music più tradizionale, Jeremy Pinnell la interpreta spogliandola da ogni orpello e da ogni retorica, dando voce e spazio alle situazioni più genuine e semplici, intendendo al meglio quella che viene definita ‘three chords and the truth’, l’essenza del genere. “OH – KY” è il suo esordio discografico e ben inquadra intenzioni e obiettivi, concentrando in dieci ottime canzoni il suo essere in una country music senza tempo ma con tanti nobili riferimenti, a partire da Hank Williams Sr. Accompagnato dai 55s, band che usualmente lo segue nelle performance live, Jeremy Pinnell mostra già dalla sua prima opera quanto le sue doti si siano irrobustite nel corso degli anni e attraverso tante serate negli honky tonks e nelle barrooms della più profonda provincia americana. Cameron Cochran alla pedal steel, Brad Myers a chitarra e mandolino, Harold Kennedy all’altra chitarra, Charles Christopher Allet alla batteria e Ben Franks al basso formano un combo che sa il proprio mestiere e che segue con discrezione e sincera passione il frontman, regalando emozioni semplici ma di sicuro graditissime. “The Way Country Sounds”, “Outlaw Life”, “Them Days And Nights”, “Loose Women”, “Rodeo” celebrano già dai titoli il ‘modus vivendi’ del nostro, la vita di tutti giorni scandita da incontri apparentemente scontati ma ricchi di grande umanità, la gioia  e la sofferenza che si nasconde nelle pieghe della propria esistenza. Country music scarnificata all’osso ma proprio per questo tremendamente sincera, vicina come spirito agli outlaw texani ma anche, facendo un paragone magari un po’ forzato con un suo conterraneo, a Chris Knight nella sua accezione più roots. “OH – KY” è un lavoro da tenere in considerazione, da apprezzare perché ci presenta un genere che sta ritrovando forza grazie a gente come Whitey Morgan, Chris Stapleton, JB Harris, Sturgill Simpson e gli altri che si contrappongono alla ‘deriva’ pop del mainstream nashvilliano. www.jeremypinnell.com.
Remo Ricaldone

I Bottle Rockets sono ormai da un quarto di secolo una delle più fresche, coerenti e brillanti band del panorama roots rock americano e non mostrano minimanente di allentare la presa. Brian Henneman e soci, da St. Louis, Missouri, hanno sempre portato nella propria musica la forza del rock’n’roll e la poesia delle radici, perseguendo il loro sogno con sagacia e la dozzina di album proposti sono una carrellata di canzoni godibili dal taglio ‘blue collar’ e la convinzione nella loro ‘missione’. Reduci dal disco acustico intitolato “Not So Loud” che rileggeva in chiave rilassata e scarna alcuni loro brani del passato, i Bottle Rockets tornano a colpire con la loro forza elettrica a distanza di ben sei anni dal precedente lavoro con canzoni nuove e lo fanno con uno dei migliori album da molto tempo a questa parte. “South Broadway Athletic Club” suona vibrante e solido come se il tempo non fosse passato, con inalterato entusiasmo e grande bravura, la sapiente produzione di Eric ‘Roscoe’ Ambel è garanzia di qualità e la vena compositiva è frizzante e di spessore. Le chitarre di Brian Henneman e di John Horton, i tamburi dietro ai quali siede Mark Ortmann e il potente basso di Keith Voegele ci regalano momenti importanti, dal suono pieno, tra le cose più roots degli Stones e certo ‘southern rock’, la tradizione ‘pub rock’ dell’Inghilterra degli anni settanta e la passione per le radici country. Tra “Monday (Everythime I Turn Around)” che introduce il disco e “Shape Of A Wheel” che lo chiude c’è tutta la passione di un fuoriclasse come Brian Henneman, cresciuto a pane e musica, con i primi passi nell’ambito musicale addirittura come ‘roadie’ per gli Uncle Tupelo dai quali evidentemente ha mutuato l’amore per l’alternative country, inevitabilmente incrociato con il più classico del rock’n’roll. “Big Lots Love” ha il passo sicuro di un Tom Petty, “I Don’t Wanna Know” è ancora tra le cose migliori del disco con la sua melodia incisiva e un piglio rock notevole, le inflessioni country di “Dog” e “Smile” sono decisamente godibili, “Something Good” con la Rickenbacker in primo piano non può non ricordare Byrds, Long Ryders o ancora Tom Petty, “Building Chryslers” taglia come una lama mentre “Ship It On The Frisco” è una ballata che trasuda ‘southern soul’ da tutti i pori e mi ricorda il mai troppo rimpianto Arthur Alexander, uno che aveva saputo unire country e soul con grande bravura. Queste e altre canzoni fanno bella mostra in un album che certamente non sarà ricordato come rivoluzionario ma che vi regalerà tanti momenti di grande musica americana.

Remo Ricaldone

18:03

Amanda Pearcy - An Offering

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Sulle orme dell’ottimo “Royal Street”, secondo album della cantante texana che le ha dato un certo riconoscimento da parte della critica americana e non, “An Offering” rende ancora più intrigante la proposta di Amanda Pearcy, sostenuta dalla eccellente produzione di Tim Lorsch, grande strumentista e più volte partner di Walt Wilkins. Tra Texas e ‘Deep South’, Amanda ci consegna dodici nuove creature che disegnano un quadro nitido ed esaustivo delle varie anime che albergano nella sua personalità, dalla country music al rhythm’n’blues, dal gospel e dal blues fino alla ballata folk. “An Offering” è circondato da un’aura tipicamente ‘southern’, con le sue atmosfere un po’ misteriose a ricche di calore e passione, vicine a personaggi come Mary Gauthier, Lucinda Williams, Townes Van Zandt e Rodney Crowell. Non per niente alcuni dei nomi coinvolti in queste sessions tenute tra il Tennessee e il Lone Star State hanno in passato collaborato con quelli citati, da Mike Daly alla pedal steel guitar a George Bradflute a svariati tipi di chitarre, dai bassi acustici ed elettrici di Ron De La Vega  al producer Tim Lorsch a violino e cello. Ospiti di riguardo sono poi il canadese di nascita ma americano di adozione Ray Bonneville all’armonica, Jimmy LaFave che presta la propria voce in un paio di canzoni e Stefano Intelisano con le sue strepitose tastiere (organo hammond, piano elettrico e farfisa). Unica cover, perfettamente incastonata nel maturo songwriting di Amanda Pearcy è il grande classico di Bobbie Gentry “Ode To Billy Joe”, inno accorato al Sud qui interpretato con notevolissima sagacia e cuore. Il resto è un racconto, vivido e umano, di amori sofferti, dure esperienze umane e problematiche per fortuna superate grazie all’inesauribile speranza e forza della protagonista. “Ribbons And Bows” è fortemente evocativa, toccante, eterea e apre la strada alla più corposamente bluesy “Every Now And Then” e alla cover di “Ode To Billy Joe” che eleva fortemente la qualità dell’album. “Pawn Shop Blues” vede la seconda voce di Jimmy LaFave ed è una ballata di classe, “An Offering” giustamente fissa le coordinate del suono del disco in quanto ‘title-track’ con il suo andamento ‘sospeso’, “Birds On A Wire” è un’altra composizione matura e adulta, “Comfort Of A Man” aumenta i giri e si pone tra le più belle canzoni del lotto. Ancora da segnalare, in un lavoro la cui dote maggiore sta nella coesione e nella solidità, “A Little Bit More”, un valzer country-soul e “Mellow Joy” con ancora sonorità ‘black’ tra gospel e soul. www.amandapearcy.com.
Remo Ricaldone

17:57

Leeroy Stagger - Dream It All Away

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Leeroy Stagger arriva dal Canada, dallo Stato del British Columbia per la precisione, ha ben dieci album al proprio attivo ma, al di la di una buona fama locale, non ha ancora sfondato e sinceramente è una cosa abbastanza curiosa. Le doti le ha tutte: un buon songwriting, voce giustamente arrochita, un mix di rock e radici ottimamente bilanciato. “Dream It All Away” tenta nuovamente la carta di unire le sue pulsioni rock, retaggio dei suoi ‘anni formativi’ nei clubs del Canada occidentale e il fascino delle radici country e folk americane che tanti suoi conterranei hanno coniugato con sapienza. Il disco è decisamente godibile e ben prodotto e inizia all’insegna del caro vecchio rock’n’roll con una trascinante “Something Beautiful” e una ‘stonesiana’ “One Perfect Wave” che ha anche elementi sudisti e lo avvicina a certe cose dei Black Crowes. “Happy Too” cambia un po’ registro e si affida ad una melodia semplice e fresca, tipicamente sixties mentre “Living In America” è da considerare tra le migliori dell’album, a metà strada tra Will Hoge e Rodney Crowell, una deliziosa ballata elettroacustica in cui si inserisce il fiddle di Kendall Carson. “I Feel It All” è ancora da sottolineare per grazia e poesia e un break di chitarra elettrica notevole, “New Music Biz Blues” ricorda gli inizi punk a Vancouver con una canzone che piuttosto rimanda al Bob Dylan di metà anni sessanta tra “Highway 61 Revisited” e “Bringing It All back Home”, “Poison The Well” è grintosa, con una voce filtrata che ricorda il Waits più rumorista e un feeling più rock e blues, “Dream” placa nuovamente le acque con atmosfere più riflessive ed interiori. “Ten Long Years” vede ancora protagonista il fiddle di Kendall Carson in un’altra ballata dal sapore agrodolce, un altro piccolo gioiellino così come “Angry Young Man” che chiude il disco, ancora acustica, ancora estremamente efficace. Disco e musicista da conoscere. www.leeroystagger.com.
Remo Ricaldone

Quarto attesissimo disco per una delle più belle realtà della scena musicale tra Oklahoma e Texas, I Turnpike Troubadours, a distanza di tre anni circa dal precedente “Goodbye Normal Street”, un album che è rimasto molto a lungo nei nostri lettori cd. Evan Felker e soci tornano con un altro lavoro che certamente soddisferà i loro fans e, speriamo, allargherà la cerchia di appassionati con un’altra serie di canzoni dal forte impatto emotivo e sonoro, potente, palpitante e vibrante. Assieme al leader troviamo il fiddle di Kyle Nix, sempre travolgente, le chitarre elettriche e steel di Ryan Engleman, co-produttore con Matt Wright e una sezione ritmica solida e rocciosa formata dal bassista RC Edwards e dal batterista Gabriel Pearson, con ospiti validissimi come John Fullbright, ex membro della band e grande amico dei Troubadours a fisarmonica, piano, chitarra acustica e banjo e Byron Berline, storico fiddler dell’Oklahoma già fondatore della Country Gazette, membro dei Flying Burrito Brothers e figura di assoluto valore nell’ambito bluegrass. Ad aprire le danze c’è la classica melodia di “The Bird Hunters” e, appena acclimatati, siamo travolti dalla ruspante e trascinante “The Mercury”, tutta grinta e sudore. “Down Here” è country music doc, legata profondamente alle proprie radici ma con la forza espressiva dei giorni nostri mentre “Time Of Day” è una canzone firmata a quattro mani da Evan Felker e John Fullbright con ancora fiddle ed elettrica in grande evidenza. “Ringing Of The Year” è una ballata di pregio, sorretta da chitarre elettriche che  formano un bel tappeto sonoro sul quale si muove il fiddle di Kyle Nix e Evan Felker che ci conduce attraverso un altro momento topico del disco, “A Little Song” più acustica, rilassata, discorsiva e piacevolmente acustica, “Long Drive Home” prosegue con ritmi ‘tranquilli’ la parte centrale dell’album mentre “Easton & Main” e “Bossier City” sono due riprese dal disco di esordio, due interpretazioni che mostrano quanto siano cresciuti anche strumentalmente e chi ha avuto la fortuna di vederli dal vivo può confermare la genuinità e la forza che i Turnpike Troubadours mettono in ogni nota. “7 Oaks” ha il sapore fresco e pimpante del bluegrass unito con la ritmica ‘train time’ a rinforzare una canzone divertente e gustosa, “Doreen” vede ancora Ryan Engleman che ‘fa i numeri’ alla chitarra elettrica e Kyle Nix che imperversa in un brano che ci lascia esausti e felici, “Fall Out Of Love” è cantata con grande misura e trasporto, una ballata ricca di pathos. Disco caldamente consigliato (anche se i lettori di Lone Star Time certamente non hanno bisogno di incoraggiamenti) e tra i migliori dell’anno.
Remo Ricaldone

18:33

Lucero - All A Man Should Do

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Dopo “1372 Overton Park”, in qualche modo il disco della svolta per i Lucero, passati da (grande) band in cui rabbia punk e influenze roots si incontravano in un insieme devastante alle radici sudiste maggiormente in primo piano smussando certe ‘asperità’ e durezze, Ben Nichols ha dato più spazio all’aspetto intimista della sua composizione, evidenziando il fatto di provenire da Memphis, Tennessee ed inserendo anche fiati tipicamente soul e blues. La band si è ricompattata andando ad incidere nei mitici Ardent Studios di Memphis e hanno tirato fuori dal clindro un’altra eccellente selezione, prodotta con estrema bravura ed intelligenza da Ted Hutt, in un insieme in cui vengono miscelate influenze country, soul e rock come fecero nei primi settanta gli Stones e, in questi anni band come Balck Crowes e Drive-By Truckers, pur con sfumature e intenzioni diverse. Più ballate, comunque spesso nervose e taglienti, e quel senso poetico che non ha mai abbandonato Ben Nichols e che ora è decisamente più evidente e marcato, con le tastiere di Rick Steff a fare la parte del leone e segnare gran parte del materiale con il suo tocco magistrale a piano, organo hammond e wurlitzer. Canzoni come “Went Looking For Warren Zevon’s Los Angeles” e “I Woke Up In New Orleans” fanno anche capire, geograficamente, in quale direzione si muovono Ben Nichols e soci, facenso emergere tutta quella vena romantica e interiore che ora è il loro punto di forza. “Can’t You Hear Them Howl” è più tirata e trascinante, quasi ‘stonesiana’ e con i fiati di Jim Spake (sax) e Randy Ballard (tromba) a rafforzare la melodia, “They Called Her Killer” è un altro degli ‘highlights’ dell’album, una melodia vincente con la fisarmonica di Rick Steff a dare quel tocco in più per renderla una delle cose migliori degli ultimi tempi, “Young Outlaws” mischia rock e radici rhythm’n’blues, con un sapore anni ’70 che inebria ricordando i Lynyrd Skynyrd di “Street Survivors” o la miglior Charlie Daniels Band. “I’m In Love With A Girl”, acustica e limpida, è l’omaggio ad una cult-band come i Big Star, sempre un riferimento per i Lucero e “My Girl And Me in ‘93” e “The Man I Was” confermano talento e grande passione, lucidità e profondità. Tra i dischi dell’anno.
Remo Ricaldone

18:31

Jimmy LaFave - Trail Four

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Il progetto Trail per Jimmy LaFave è una sorta di ritorno alle radici, una serie di dischi paralleli alla sua attività ‘principale’ che permettono di assaporare brani (essenzialmente covers) che non trovano per diverse ragioni spazio. Il quarto episodio è ancora una volta un lungo excursus, per la maggior parte dal vivo, in cui il nostro ci presenta canzoni altrui, in molti casi veri e propri classici, rivisti con il suo caratteristico spirito melodico, intepretate da par suo con cuore e anima. Se l’iniziale “Walking To New Orleans” è proprio il classico di Fats Domino spogliato dalla tipica veste ‘neworleansiana’ per diventare una personale ballata, “When It Starts To Rain” è originale, una notevole sua composizione in cui gioca un ruolo fondamentale il piano. Bob Dylan poi, nel cuore di Jimmy LaFave quale ispiratore e basilare punto di riferimento, appare come autore in ben quattro brani, da “She belongs To Me” all’indimenticabile “Chimes Of Freedom”, fino a “It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry” e alla meno nota “I’ll Remember You”, mentre ancora tra le covers sono da ricordare una corposa “Call Me The Breeze” di JJCale con un ottimo lavoro di slide guitar e la sempre emozionante “Snowin’ On Raton”, classico del repertorio di Townes Van Zandt e Robert Earl Keen. Tra gli originali fanno bella mostra “Rocket In My Pocket”, “Route 66 Revisited”, “Hideaway Girl” e “Worn Out American Dream” a completare un lungo (oltre i sessanta minuti) ed articolato album dal sapore spartano, scarno, essenziale ma di grande presa.
Remo Ricaldone

18:28

Leeann Atherton - Barefoot Fields

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Leeann Atherton incarna alla perfezione lo spirito multiforme e variegato di Austin, Texas, città dalle mille e più possibilità rappresentate dai clubs, barrooms e honky tonks in cui la musicista che trattiamo si esibisce da tanti anni. Sin dagli inizi, dietro alla musica di Leeann c’è Rich Brotherton, chitarrista notissimo in città e non solo, protagonista di tantissime session e concerti in compagnia dei più bei nomi della musica texana, produttore degli ottimi “Lady Liberty” e “Heart Traveled Road”, due tra i migliori lavori della signora Atherton. “Barefoot Fields” vuole essere, fin dal titolo, la rappresentazione di quello che è il ‘live concert’ di Leeann Atherton, essenziale, scarno ma tremendamente genuino e accorato dove le chitarre della coppia Brotherton & Atherton sono le principali protagoniste, con Glen Fukunaga al basso e qua e la un po’ di percussioni ad arricchire il tutto. L’album si sviluppa attraverso composizioni originali che formano il nucleo, il cuore di “Barefoot Fields”, a dimostrazione della sempre notevole vena compositiva di un’artista che si è sempre mossa trasversalmente tra country music, folk e stilemi soul e blues tanto da avvicinarla come ispirazione alla prima Bonnie Raitt e alcune sorpendenti e riuscite cover. Tra le prime meritano di essere citate l’iniziale “Add It Up” che più di altre conferma i paragoni con Bonnie Raitt, la bellissima “Too Long At The Fair”, a mio parere uno dei capolavori del disco, firmata dallo sconosciuto (a me) Joel Zoss, le più country-oriented “Love’s Creation” e “Fallen Angel”, entrambe leggermente elettrificate, le intense “Mustard Seed”, “Texas Soulful Shuffle”, “Simple Heart” e “Let It Shine”, interpretate con una voce dalla notevole estensione e forza. Un discorso a parte meritano le due altre cover, per certi versi sorprendenti come scelta ma decisamente riuscite, entrambe pervase da un pathos pregevole, “Catch The Wind” di Donovan, classico del repertorio del folksinger scozzese e “On The Nickel” di Tom Waits in una performance che non fa rimpiangere l’originale. “Barefoot Fields” è in definitiva un disco semplice, lineare e sincero, meritevole di essere apprezzato così come la sua autrice. www.leeannatherton.com.

Remo Ricaldone

18:25

Various Artists - Singer Songwriters From Home

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Come dice inequivocabilmente il titolo, questo disco è dedicato a coloro che apprezzano la canzone d’autore, quella particolare forma espressiva che dagli anni sessanta con il boom del folk revival ha sempre più contribuito a formare la coscienza comune attraverso impegno politico e sociale o introspezione personale, tratti autobiografici o la semplice descrizione della realtà che ci circonda, con sullo sfondo paesaggi urbani o di campagna. “Singer Songwriters From Home” vede quattro esempi di tutto ciò, quattro cantautori di diversa estrazione e provenienza ma con il comune denominatore di esprimere attraverso le loro composizioni l’animo umano con intelligenza e accorata passione e genuinità. Di Bob Cheevers abbiamo già parlato su queste ‘pagine’, grande voce che ricorda inevitabilmente Willie Nelson ma assolutamente personale, una manciata di eccellenti dischi con la convinzione di rappresentare con talento la Austin più country e folk. La collaborazione con nomi come Ray Wylie Hubbard, Walt Wilkins, Kevin Welch ci fa capire quanto importante sia la sua musica. Qui sono quattro le canzoni proposte: “These Are My Words” (con le tastiere del mitico Spooner Oldham), “The Legend Of Sleepy Hollow”, “Progress” e “Test Of Fire”, tutte degne di nota e di un ascolto attento e approfondito. Altro nome di rilievo nella scena cantautorale americana è certamente Greg Copeland, californiano, grande amico e collaboratore di Jackson Browne, non molto prolifico ma sempre interessante. Cinque le canzoni presenti in cui è affiancato da alcuni personaggi di assoluta bravura strumentale, dalle chitarre di Greg Leisz nella bella “Roughhouse Boys” in cui spiccano il violino di Gabe Witcher e la fisarmonica di Phil Parlapiano, al mago degli strumenti a corda David Lindley che nobilita “Are You Here” e lo stesso Jackson Browne (con band) che da il suo contributo a”Pretty Girl Rules The World”. Keith Miles è un altro ottimo autore e cantante, ha base a Nashville dove si è creato un buon nome affinando innate doti descrittive e melodiche. “Playing Your Guitar”, “Homeland”, “Kerouac Days”, “Just That Kinda Girl” e “Ask Me Tomorrow” sono l’esempio lampante di tutto questo, grazie anche alla produzione di Jack Sundrud e la presenza del polistrumentista Russ Pahl (steel, acustica, banjo) e di Tammy Rogers al violino. A completare questa ‘line-up’ Barry Ollman, forse il meno noto ma comunque decisamente valido, proveniente da Denver, Colorado. Anche in questo caso le sessions sono arricchite da grandi nomi come Tim O’Brien al mandolino nella notevole “Murmuration”, il bassista di Springsteen Garry Tallent e John Fullbright al piano in “The World Is Your Apple”. Proposta ricca questa che soddisferà chi cerca qualcosa di più profondo nelle canzoni e fa particolare attenzione alle sfumature e all’importanza dei testi, un lavoro tra le cui pieghe troverete qualche ‘pietra preziosa’. 
Remo Ricaldone

11:18

Grayson Capps - Love Songs, Mermaids And Grappa

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci sono musicisti, non importa quanto bravi, che sono destinati a rimanere in una ‘nicchia’, apprezzati da una ristretta schiera di fans, nonostante il loro momento (casuale, ma graditissimo) di fama che per breve tempo li ha portati alla notorietà. E’ successo diversi anni fa a Grayson Capps, figlio dello scrittore Ronald Everett Capps, con “Love Song For Bobby Long” fortunato film con John Travolta e Scarlett Johanson la cui colonna sonora ha curato con grande bravura, arguzia e perizia, per poi quasi inevitabilmente tornare a fare l’artigiano della musica roots, tra il nativo Alabama (attualmente vive a Mobile) e New Orleans, sua seconda patria e fonte inesauribile di ispirazione. Ed è proprio la città della Louisiana a fornire, con le sue tante anime, spunti eccellenti poi trasposti su disco, tra country/folk, rock, blues e jazz. “Love Songs, Mermaids And Grappa”, confezionato con amore e grande abilità dalla nostrana Appaloosa Records può essere la porta di entrata al suo mondo per chi ancora non conoscesse Grayson Capps e l’occasione, visto che buona parte del suo catalogo passato è irreperibile, per tornare ad apprezzare la sua vena compositiva, la sua grande verve e il suo suono decisamente vitale e divertente. Doppio cd con un primo disco formato da nuove canzoni (o quasi, con la rivisitazione ispirata all’amata Italia di “Drink A Little Poison” diventata “Drink A Little Grappa”) e un secondo in cui scorrono canzoni e immagini di grande fascino prese appunto dai suoi primi dischi, mantenendo alta la tensione e l’attenzione per tutta l’ora abbondante di ottima musica. Grayson Capps fa emergere il suo profondo amore per la letteratura ‘sudista’, la sua fascinazione per scrittori come William Faulkner e Carson McCullers e per i suoni che hanno reso quelle zone terreno fertile per tutta la musica americana, dal blues, tagliente e sofferto, alla country music proposta nella sua accezione più ‘sporca’ e ruvida, fino al soul e al jazz di New Orleans. Ballate folk come “I See You”, le divagazioni country di “Back To The Country”, il sinuoso blues sudista di “Get Back Up” e “Coconut Moonshine” con tutto il fascino di New Orleans, le prime quattro canzoni del secondo disco, racchiudono tutta l’essenza di Grayson Capps e il suo talento compositivo. Tutto il secondo disco, quello da cui consiglio di iniziare l’ascolto se ancora non conoscete Grayson, è comunque superbo, un bellissimo ‘best of’ in cui spiccano “Lorraine’s Song”, “Highway 42”, la ‘celebre’ “A Love Song For Bobby Long”, “Wail & Ride”, “Washboard Lisa”, “Cry Me One Tear”, “John The Dagger” e il rock’n’roll travolgente di “Big Ole Woman”. Il primo disco, pur bello ed interessante, non può che risultare leggermente inferiore ma conferma un talento puro, un grande personaggio, Grayson Capps.
Remo Ricaldone

Dietro allo pseudonimo Doctor G c’è Gregg Andrews, professore di storia presso la Texas State University con la passione per la musica, regolare frequentatore dello storico Cheatham Street Warehouse di San Marcos, Texas e grande appassionato di country music, blues e rock’n’roll. Al terzo disco con la sua band di accompagnamento chiamata The Mudcats, Gregg Andrews prosegue con imperterrita grinta e bravura il suo percorso musicale che prende spunto da tutti i suoni compresi nella zona del delta del Mississippi. I primi due lavori avevano visto la partnership con il grande Kent Finlay, figura guida per tutta la musica texana e anche “Swampy Tonk Blues” si stava incanalando in questo percorso sonoro ma proprio alla fine delle registrazioni Kent è venuto a mancare e inevitabilmente lo stesso lavoro è a lui dedicato. Queste storie di amore e sofferenza, di duro lavoro e di lotta per i propri diritti acquistano un significato diverso, così come la collaborazione compositiva di Kent Finlay nell’iniziale title track “Swampy Tonk Blues”, tra le più pregevoli, e “From A Table Made For Two” (firmata dallo stesso Finlay e da John Arthur Martinez) country ballad con i ‘twin fiddles’ classicamente texani di Tim Crouch. “Rockabilly Barbershop At 7th & Broadway” si avvale del prezioso lavoro (in tutto il disco per la verità) del chitarrista Big John Mills con i suoi ‘licks’ puliti e puntuali, “Leaving Tennessee” vede la pedal steel guitar nelle mani di Lloyd Maines e l’accoppiata fiddle e mandolino nelle mani di Tim Crouch, “J Cool Blues” è blues nella sua essenza più classica tra Memphis e Chicago (ma anche il Lone Star State vanta una grande tradizione in fatto di ‘Musica del Diavolo’), “My Texas Dance Hall Girl” è country music Texas-style al 100% con tanta pedal steel (ancora Lloyd Maines), fiddle e il piano di Ronnie Huckaby. Ancora da sottolineare una nostalgica ed evocativa “One Of Those Things I Left Behind” (che mi ha riportato alla mente certe ballate elettriche di Lee Clayton…chi se lo ricorda?), una sorniona e sinuosa “Cottonmouth Blues” perfettamente ambientata nel già citato Delta e la conclusiva “Still Missing You” in cui si torna all’amata country music, quella dalle radici profonde come è prassi in Texas. “Swampy Tonk Blues” è quindi lavoro prodotto artigianalmente ma con il cuore grande di chi la musica la considera ragione di vita e di ispirazione, interpretato con sapienza ed equilibrio da un artista notevole come Gregg Andrews e da una band il cui impegno traspare da ogni nota.
Remo Ricaldone 

11:11

Joe West & The Sinners - Jamie Was A Boozer

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ascoltare questo disco riporta indietro di molti anni, almeno quaranta, quando Austin si proponeva per la prima volta  come città dai mille fermenti musicali in cui le radici country e folk venivano accostate ad uno spirito quasi iconoclasta, outlaw e un po’ hippie, sempre e comunque propositivo e vitale. Joe West ad Austin ci ha vissuto per parecchi anni, dando il suo contributo fattivo, profondamente ironico ed un po’ ‘pulp’ ma con uno stile compositivo che ha omaggiato i grandi della country music e del rock in modo intelligente. Il nativo New Mexico (dove è tornato da qualche tempo a risiedere) e New York sono state le altre due fonti di ispirazione e i suoi dischi, una manciata, lo hanno visto apprezzato musicista da coloro che hanno seguito in questi anni il sottobosco roots. Joe West ha diviso il palco con grandi come Jon Dee Graham, Dale Watson e Wayne Hancock e “Jamie Was A Boozer” è stato il suo debutto datato 1999, votato come uno dei migliori dischi di quell’anno dall’Austin Chronicle. Ora Joe ha deciso di riproporlo in una ‘special edition’ di grande impatto e ci rendiamo conto di quanto sia ancora attuale la sua proposta, un ‘rockin’ country’ di grande presa che parte con “Judas Iscariot”, quasi una ‘signature song’ per Mr. West con reminiscenze di Violent Femmes e Green On Red. “$2000 Navajo Rug” ha nel dna il Texas e la sua personale versione della country music e a mio parere rimane una delle più belle canzoni del disco, con il break del fiddle di Sean Orr su tutto, poi “Trip To Roswell, NM” con il suo carico di humor e buone vibrazioni, “Ballad Of Terri McGovern” sulla scia del mai troppo compianto Doug Sahm, “Piece By Piece” straordinariamente poetica con la chitarra ‘mexican’ nelle mani di Andy McWilliams, “Are You Still My Girl?” intimamente acustica e folkie giocano un ruolo fondamentale per comprendere la ‘filosofia’ musicale di Joe West e e dei suoi Sinners. I personaggi protagonisti di queste canzoni sono sempre fortemente umani e spesso alle prese con le tensioni, le difficoltà, le gioie della vita, da “Rehab Girl” (quasi fosse una canzone di un Lou Reed nato a latitudini roots) a “Jamie Was A Boozer” fino a “Jenna The Cab Driver”, una delle tre canzoni inedite aggiunte al disco. Più di settanta minuti per entrare in un microcosmo particolare che riserverà più di una sorpresa. www.joewestmusic.com.
Remo Ricaldone


Sono stati accostati da certa stampa americana a Gram Parsons ed Emmylou Harris ma io avvicinerei la loro sensibilità ed il loro stile a Buddy & Julie Miller e, facendo un paragone un po’ più audace ma non privo di fondamento, a Richard & Linda Thompson. La loro visione musicale unisce country music e blues, rock e soul in un insieme solido e personale dettato da una grande esperienza, da un rigore stilistico notevole e da un profondo rispetto nei confronti delle radici che nel Sud, loro ‘crogiuolo’ naturale, ha visto avvicendarsi e intersecarsi stili e suoni diversi. Larry Campbell oltre che essere un polistrumentista dotato di una tecnica e di una ricchezza interpretativa non comuni, nel corso degli anni è passato da richiestissimo sideman ad artista completo sia come autore sia come arrangiatore, facendosi le ossa alla guida della band che ha accompagnato Levon Helm fino alla sua scomparsa e rappresentando ora il riferimento principale degli studios fondati dall’ex batterista della Band. Teresa Williams è il naturale completamento di Larry Campbell sia come vocalist che come ‘musa ispiratrice’, mantenendo dritta quella barra che li ha portati ad essere tra le punte di diamante dell’attuale panorama ‘americana’ (o in qualsiasi altro modo vogliate chiamare quell’ampio ‘melting pot’ di suoni, colori e profumi). Il disco in questione, che significativamente prende il nome dei due protagonisti, è senza dubbio opera completa e matura, equilibrata ed intelligentemente strutturata per esprimere sentimenti profondi e veri, tra ballate e midtempo che suonano appassionati e coinvolgenti. “Surrender To Love” apre il disco con sapienza ed bilanciamento, “Another One More Time” è ballata vicina alla Linda Peters (Thompson) dei dischi con il grande chitarrista inglese citato in precedenza, “You’re Running Wild” è country music classica in un duetto che in questo caso ricorda la coppia Parsons/Harris, mentre “Everybody Loves You” è un frizzante country blues acustico molto ‘cooderiano’.  Tra i momenti da sottolineare c’è ancora “Did You Love Me At All”, country waltz dal sapore tradizionale che si avvicina allo spirito sincero ed onesto di Buddy & Julie Miller, “Ain’t Nobody For Me” in cui i suoni affondano nel blues e nel sound creato da Sam Phillips con la Sun Records, una cover cristallina e godibile del classico “Keep Your Lamp Trimmed And Burning” e “Attics Of My Life” dei Grateful Dead (faceva bella mostra di se in “American Beauty”) in una riproposizione acustica e quasi gospel.
Remo Ricaldone 

11:05

Shoebox Letters - Buckle Up

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Torniamo ad occuparci dell’instancabile band guidata da Dennis Winslow, artista talentuoso che continua con mano salda un’avventura musicale pregevole e godibilissima. Con regolarità i Shoebox Letters proseguono una carriera che, seppur mantenendosi nell’ambito del panorama indipendente con dischi autoprodotti dalla distribuzione ridotta, ha mantenuto ispirazione e freschezza, confermata anche in questo recentissimo “Buckle Up”, inciso nel nativo Oregon ma con suoni che si dirigono verso sud, verso la California. Un po’ di ‘Bakersfield sound’, echi dell’epoca d’oro del country-rock tra gli anni sessanta e settanta, il gusto per certe influenze pop dal fascino ‘vintage’: queste sono le coordinate entro le quali si muovono queste nuove dodici canzoni che compongono “Buckle Up”. La canzone che dà il titolo al disco riprende i suoni della ‘Nashville West’ californiana con la limpida steel guitar di Ronn Chick, tra l’altro produttore e tecnico del suono, e l’armonica di Jim Fisher, “One Minute More (Revised)” è una ballata coinvolgente con una delle melodie più intense dell’album, “Hard Times” mi ricorda gli Ozark Mountain Daredevils con il suo sound tra country e rock e  sfumature ‘rurali’ mentre “Now I See” è di nuovo melodica e accorata, delicatamente interpretata con la nostalgia degli anni sessanta. E il disco scorre con grande naturalezza per tutti gli altri brani, alternando ballate a uptempo senza risultare mai eccessivo o sopra le righe, con una menzione particolare per “Thunder Fire” il cui abbinamento banjo e armonica risulta vincente su una melodia quasi beatlesiana, “California Heals” che racchiude i suoni più melodici del ‘Golden State’, “Fall For Me” in cui piano e steel si fondono alla perfezione, “It Is What It Is” frizzante esempio di country music maturata sotto il sole californiano, così come le note di “I Break Too” che riprendono sonorità che riportano agli anni settanta e “Here I Am”, tra pop e country che rimandano alla mente Loggins & Messina, Dan Fogelberg e alcune cose dei Poco. Un altro capitolo riuscito per una band legata forse al passato ma che contribuisce a riportare in auge un periodo fortunato per le commistioni tra radici e pop-rock.
Remo Ricaldone 

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