2007: l’esordio con “Bossier City”, tre anni dopo nel 2010 “Diamonds & Gasoline” seguito nel 2012 da “Goodbye Normal Street”,  nel 2015 dall’omonimo “Turnpike Troubadours” e ora da “A Long Way From Your Heart”. In dieci anni la band di Tahlequah, Oklahoma ha bruciato le tappe per presentarsi come una delle più vibranti, brillanti e toste band tra country e rock della scena americana. Il leader Evan Felker è ormai da considerare un artista dalle straordinarie doti compositive e dalla carismatica presenza alla guida di un sestetto dalla vitalità veramente travolgente con le chitarre elettriche di Ryan Engleman a graffiare e a portare talvolta su sentieri ‘southern rock’, il fiddle di Kyle Nix ad imperversare e a caratterizzare un suono sempre pregnante e godibile, la sezione ritmica con il bassista RC Edwards e il batterista Gabriel Pearson solida come non mai e la pedal steel e il dobro di Hank Early a spostare stabilmente il sound verso le radici interpretate con reverenza ma anche con la voglia di personalizzarle e renderle contemporanee. Tutto questo e molto altro sono i Turnpike Troubadours il cui nuovo “A Long Way From Your Heart” conferma una qualità, per chi li conosce e li apprezza, mai in discussione e la cui attesa è ampiamente ripagata da undici momenti di grande fascino e bellezza. A me ricordano in molti momenti un’altra band con cui condividono lo scettro di miglior band roots attualmente negli States, gli Old Crow Medicine Show di Ketch Secor, questi ultimi maggiormente acustici ma con la tendenza sempre ad unire country, folk e bluegrass ad una attitudine al rock della migliore tradizione, con tanta attenzione alla melodia e performance sempre ispirate e accorate. Bastano pochissime note della introduttiva “The Housefire” con armonica e fiddle all’unisono a un’interpretazione sopraffina per rendersi conto dello stato di forma dei Troubadours in un midtempo che subito rimane nel cuore. “Something To Hold On To” non lascia tregua e coinvolge con un’altra splendida melodia ed un suono più robusto e ‘southern’ con chitarre elettriche e fiddle a rincorrersi ed intrecciarsi, mentre la successiva “The Winding Stair Mountain Blues” ha radici tra country e bluegrass, inflessioni quasi ‘irish’ e un piglio frizzante e trascinante con ancora il fiddle di Kyle Nix a farla da padrone e Evan Felker al banjo. “Unrung” è più acustica e rilassata, coinvolgente e maggiormente cantautorale, “A Tornado Warning” ha un riff di fiddle che mi ricorda i migliori Waterboys e un altro momento da ricordare per gusto e passione, “Pay No Rent” è ballata sontuosa, tra gli ‘highlights’ del disco (impresa non facile trovare la canzone migliore). Proseguendo nell’ascolto “The Hard Way” ha ritmo e una melodia dall’impianto solido,  un lavoro di pedal steel che si dipana per tutto il brano in modo affascinante, “Old Time Feeling (Like Before)” è già dal titolo esplicativa, nostalgica e un po’ malinconica con un ottimo dobro, “Pipe Bomb Dream” ha sfumature quasi western, chitarre ‘twangy’ e l’immancabile accoppiata pedal steel e fiddle a cucire il tutto, “Oklahoma Stars” è inevitabilmente l’atto d’amore di Felker e soci verso il proprio Stato natale in un’altra ballata condotta in maniera magistrale. A chiudere il tutto c’è invece “Sunday Morning Paper” con tutto il suo bagaglio di classe e di grande country music. Tra i dischi dell’anno. Punto.

Remo Ricaldone

17:05

Gill Landry - Love Rides A Dark Horse

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Gill Landry ha legato il proprio nome ad una delle migliori band del panorama acustico delle radici come gli Old Crow Medicine Show, da cui è uscito per l’urgenza di proporre suoni maggiormente intimi e legati al racconto della canzone d’autore tra country e folk. “Love Rides A Dark Horse” trova il musicista nativo della Louisiana alle prese con una narrazione forse mai come oggi intensa e vissuta, dovuta alle prove che la vita gli ha riservato e che ne hanno forgiato una personalità profonda e ‘scura’. Townes Van Zandt è sempre stato per Gill Landry una guida e un’ispirazione, il suo modo di esporre lo vede vicino al grande texano e, specialmente in questo suo nuovo disco, le ballate compongono un insieme veramente affascinante e diretto, con la pedal steel sempre in agguato, una sezione ritmica discreta e mai invadente e il gusto per storie che spesso hanno un retrogusto amaro e sofferto. “Denver Girls” piuttosto che “Bird In A Cage” o la struggente e ‘country-flavored’ “Broken Hearts & Things We’ll Never Know” sono momenti che lasciano il segno, ammaliano per senso melodico e interpretazioni di eccellente caratura, “The One Who Won The War” è un altro ‘highlight’ per un album che cresce enormemente con gli ascolti visto che il ‘mood’ è principalmente basato su ballate e midtempo. Da citare ancora una “The Only Game In Town” narrata con il cuore in mano, a volte vicina come suoni all’immaginario bucolico di “Harvest” di Neil Young, con ancora la pedal steel che disegna splendidamente, “Scripted Love” che ha nel dna la country music autentica di un Sturgill Simpson o di Chris Stapleton (voce a parte), “The Woman You Are” dai cenni autobiografici che evoca afflizioni ma anche speranze e la conclusiva “The Real Deal Died” dove aleggia in fantasma di Leonard Cohen in una performance poetica e tormentata. Probabilmente il lavoro più maturo e pregnante per un artista dalle grandi doti.

Remo Ricaldone

17:02

Terra Lightfoot - New Mistakes

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Canadese di Hamilton, Ontario, performer di razza e autrice profonda e di qualità, Terra Lightfoot arriva al terzo disco condensando benissimo le passioni originarie in un ‘melting pot’ di country, blues, rock’n’roll e soul che colpisce per potenza ed incisività. Dopo un album come “Every Time My Mind Runs Wild” che l’ha fatta conoscere anche al di qua dell’oceano, “New Mistakes” riprende quel discorso con rinnovata grinta, con quella bravura chitarristica non comune in ambito femminile che l’ha avvicinata idealmente ad alcuni suoi miti come John Fogerty e Van Morrison, mentre la sua voce ha la forza di una Joan Jett e la sensualità di una Dusty Springfield. Grande figura, carismatica sul palco, Terra ha condiviso passioni e affinità artistiche con Blue Rodeo, Bruce Cockburn e Gordon Lightfoot e questo suo nuovo lavoro fotografa con lucidità doti da vera ‘roots rock woman’, sempre genuina, sempre sincera e trascinante. Terra Lightfoot sa accarezzare, scuotere, commuovere e travolgere con uno stile si derivativo ma con quel ‘quid’ di personalità necessario a rendere credibili le sue canzoni, intrattenendo piacevolmente e regalandoci momenti godibilissimi, dalla ‘radio-friendly’ “Paradise” che introduce il disco alle rocciose “Pinball King”, “Stars Over Dakota”, “Slicked Back Kid” in cui le chitarre elettriche sono sferzanti e graffianti, da ballate sontuose come “Drifter”, “Ruthless” e “Lonesome Eyes” a gioiellini acustici come “You Get High” e “Three In The Morning”. Con il cuore vicino a gente come Bonnie Raitt per quel suo collegare l’urgenza rock e l’anima soul aggiungendo passioni e colorazioni roots, Terra Lightfoot ha i numeri giusti per collocarsi a fianco delle migliori figure femminili della musica americana. Da scoprire.
Remo Ricaldone

18:17

Ronnie Fauss - Last Of The True

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Ronnie Fauss ormai è da considerare tra le migliori voci uscite dal Texas in questi anni, un artista che non nasconde l’amore per la canzone d’autore più nobile e l’alternative country dalle tonalità più convincenti, quello che proprio nel Lone Star State ha scritto pagine storiche. “Last Of The True” è per il musicista di Dallas l’occasione per produrre finalmente la propria musica dopo due comunque ottimi album sotto l’egida di Sigurdur Birkis, drummer per Will Hoge e il risultato è ancora una volta estremamente positivo con quella carica emotiva e quella convinzione frutto di una carriera finora impeccabile. Il suono è vibrante, la qualità delle canzoni sempre sopra la media e la scelta delle cover una volta di più intelligente ed azzeccata. Partendo proprio da queste ultime troviamo “New Madrid” di Jeff Tweedy e dei suoi Uncle Tupelo riletta con una classe che non lascia dubbi sulle qualità di Ronnie Fauss per poi interpretare con passione una “The Velocity Of Saul At The Time Of His Conversion” dal repertorio degli Okkervil River tra le più intriganti band di americana degli ultimi anni e chiudere con una accorata “Don’t Think Twice It’s All Right” capolavoro di Bob Dylan trattandola con delicatezza e tanto feeling. Tra gli originali invece spiccano il duetto con Ben Kweller in “Saginaw Paper Mill”, l’ottima “No One To Blame But Yourself” in cui fanno bella mostra le armonie vocali di Deryl Dodd, l’accoppiata vincente di “Big Leagues” e “Twenty-two Years” che sgombrano subito il campo sulle intenzioni di Mr. Fauss con grinta e tanta energia, “I Think We’re Going To Be Okay” sognante ballata con le belle tastiere di Chris Tuttle e le sempre splendide chitarre di Paul Niehaus, “Big Umbrella” dal piglio orgogliosamente texano che penso non avrà difficoltà ad essere cantato in coro dai fortunati che assisteranno ad un suo concerto e “Bright Lights Of L.A.” fluida e rilassata con la pedal steel di Paul Niehaus incisiva e coinvolgente. Ronnie Fauss merita tutta la nostra attenzione, è arrivato il momento di dare fiducia alla sua proposta magari recuperando anche i suoi precedenti due album, “I Am The Man You Know I’m Not” e “Built To Break”, caldamente consigliati.
Remo Ricaldone

18:13

Dick LeMasters - Incompatible Things

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Sulla falsariga del precedente ottimo “Gasoline & Fire” il texano Dick LeMasters gioca ancora le sue carte con un disco acustico di notevole fattura nel solco della migliore tradizione del Lone Star State. Guy Clark, Jerry Jeff Walker, Townes Van Zandt e Kris Kristofferson sono le principali fonti di ispirazione di queste ballate interpretate con gran classe e l’apporto importante di Douglas Greer alle armonie vocali e di Mickey Rouse al contrabbasso. Dick ha dimostrato grande intensità anche quando ‘attacca la spina’ e propone sonorità tra rock e blues ma queste canzoni scarne ed asciutte sono probabilmente quelle che più ha nel cuore facendo emergere melodie e inflessioni che rendono giustizia ad uno storytelling sempre brillante. La tonalità vocale di Dick LeMasters spesso mi ricorda quella di Jerry Jeff Walker come nella ispirata “Laguna Madre”, una delle mie preferite, intrisa del più bel Texas feeling mentre “Make A Grown Man Sigh” non sfigurerebbe in una cover di Kris Kristofferson con cui condivide emozioni e colori. “A Few Words Now & Then”, “Incompatible Things”, “Sunday Morning”, “Fences” e “Heathen In Your Midst” scavano nel profondo delle relazioni umane e lo fanno con quella poetica tipica degli artisti che si possono definire troubadours e storytellers, quelli per cui una storia è importante e deve essere raccontata con intensità e con il proprio ‘heart on the sleeve’ come si usa dire negli States. E tutto questo si trova in “Incompatible Things”, disco che scalderà i nostri cuori nelle prossime fredde serate invernali. Basta dare fiducia e fare entrare nel nostro cuore queste melodie. www.DickLeMastersMusic.com.
Remo Ricaldone

18:10

Levi Cuss - Just Below Radio (vol. 1 & 2)

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Levi Cuss è l’ennesimo interessante musicista canadese che propone una miscela di country music venata di canzone d’autore e roots-rock dal piglio deciso ed intrigante, uno sguardo alla musica americana degno dei personaggi che lo hanno profondamente influenzato, da Townes Van Zandt a Jason Isbell. “Just below Radio” è la sua terza uscita discografica e segue di poco “Night Thief” che lo ha fatto conoscere ed apprezzare per una profondità espressiva notevole e per un approccio carismatico e incisivo. L’originalità di Levi Cuss è anche nello scegliere un formato particolare come quello del doppio ep, quasi come se volesse distinguere in due momenti distinti questa proposta che comunque rimane forte e rilevante. Due mini cd di quattro brani ciascuno con un inizio decisamente ‘southern’ tra Black Crowes e Band Of Heathens grazie a due canzoni come “White Lies” e “One Night Stand” dal suono vicino a quello prodotto, per esempio, negli studi Muscle Shoals. “Hardwood” è invece un una sontuosa country ballad, cadenzata ed affascinante, con forti legami texani e la pedal steel del produttore Steve Dawson sugli scudi mentre “The Hunt” nuovamente si ‘annerisce’ e mantiene alta la qualità con un suono che Gregg Allman non avrebbe disdegnato. Il secondo disco si apre con un eccellente ‘rockin’ country’ dal titolo “Shoreditch High”, vibrante e scorrevole, seguito da una “Blew It All Away” ammaliante con richiami a Jayhawks e Wilco e da “Junction 21” che nuovamente interpreta l’alternative country con il piglio giusto. A chiudere c’è invece “Alena”, un altro momento da sottolineare, un’altra ballata intensa che mostra quanta qualità ci sia nelle composizioni di Levi Cuss, artista sensibile e genuino. www.levicuss.com.
Remo Ricaldone 

Aaron Nathans e Michael G. Ronstadt sono tra i migliori interpreti di quella scena che si divide tra canzone d’autore folk e country music, dando significato creativo a brani in gran parte acustici che suonano sempre originali e propositivi. Al secondo disco inciso in coppia e dopo una carriera ricca di esperienze e di ricerca, Nathans & Ronstadt hanno raggiunto una coesione eccellente e “Hang On For The Ride” conferma tutta la maturità e la profondità di brani che sanno raccontare con onestà tutti i contrasti della vita esaltando i chiaroscuro emozionali che si trovano tra gioie, dolori e speranze. La produzione è brillante e ricca di soluzioni strumentali particolari che si basano sulle chitarre di Aaron Nathans e sul cello di Michael G. Ronstadt, spesso avvolgenti e affascinanti come nell’introduttiva “Northwind” il cui ‘waltz time’ ci fa subito entrare nel mood dell’album, riflessivo ma al tempo stesso stimolante. “Hang On For The Ride” è tra gli ‘highlights’ di una selezione mai banale o risaputa che si avvale di una manciata di canzoni assolutamente da ricordare come in “Turncoat Peanut” in cui si materializza l’ironia e l’oscuro fascino di un Tom Waits o in “Undone” con i suoi controcanti e il cello che coinvolge e guida la melodia. “The Strength To Not Fight Back” ha proprio il piglio forte ed orgoglioso della migliore tradizione folk, “Old Film” è nostalgica e rilassata, “Another One Bites The Dust” (proprio quella!) è completamente stravolta fino a renderla una ‘murder ballad’ piena di swing, con “Peace & Safety” e “Run Run Away” indefinibili e originali mix di tradizione e pulsioni contemporanee. Un disco questo da apprezzare proprio perché dà una lettura delle radici singolare ed insolita. Dedicato a chi vuole sperimentare nuove strade.
Remo Ricaldone


16:16

The White Buffalo - Darkest Darks Lightest Lights

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“Darkest Darks Lightest Lights” conferma in toto le qualità di Jake Smith, musicista dell’Oregon ma cresciuto in California che sotto lo pseudonimo White Buffalo è una delle realtà più trascinanti e vibranti della scena tra rock e radici a stelle e strisce. Nella musica di Mr. Smith le colorazioni sono sempre intense come dice il titolo, vissute emozionalmente con il cuore in mano e l’anima attraversata da forti contrasti. Il rock ma anche la canzone d’autore e le suggestioni country sono nelle mani di White Buffalo uno strumento malleabile ed estremamente passionale, con interpretazioni di grande forza espressiva. L’album, il sesto della serie a distanza di due anni dal precedente “Love And The Death Of Damnation” segue una linea ben precisa tracciata in equilibrio tra atmosfere elettriche e rock ma con la presenza delle sue classiche ballate a smorzare una selezione sempre dannatamente piacevole. Le carte giocate sono sempre all’insegna delle emozioni forti, con quel pizzico di ironia che è una delle caratteristiche basilari di come si dovrebbero affrontare le sfide della vita, profondendo in ogni canzone tutto il vigore e la grinta possibile. Con una voce a metà strada tra Eddie Vedder e certo Bruce Springsteen, Jake Smith convince ancora con una selezione che parte subito a mille con la splendida “Hide And Seek” con a ruota uno dei primi singoli, la travolgente “Avalon” e poi l’iniezione di blues di “Robbery” per poi cullarci con la suadente “The Observatory”, ballata sontuosa che assieme a “If I Lost My Eyes” e “I Am The Moon” forma un trittico a cui è difficile resistere a meno che si abbia il cuore di pietra. Quella di White Buffalo è l’America delle ‘back roads’, di quelle strade polverose e fuori mano dove è scritta la storia più genuina, dove i personaggi lottano per sopravvivere e cercare un sogno molto, troppo spesso aleatorio. La romantica America di cui ci parla in queste canzoni è quella che abbiamo amato attraverso la letteratura e  il cinema (spesso quello indipendente), mostrandoci il suo volto più vero e mai banale. Canzoni come “Border Town – Bury Me In Baja”, “Nighstalker Blues” e “Madam’s Soft Madam’s Sweet” sono decisamente sopra la media, offerte con quel piglio convincente e potente che per Jake Smith ormai è un marchio di fabbrica consolidato. Disco caldamente consigliato.

Remo Ricaldone

16:14

The Whiskey Charmers - The Valley

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The Whiskey Charmers sono una band guidata dalla coppia formata da Carrie Shepard, cantante e principale autrice del materiale proposto e da Lawrence Daversa, eccellente chitarrista (sia acustico che elettrico) ma anche apprezzabile alla steel guitar. Al secondo album dopo l’esordio omonimo datato 2015 la formazione residente nell’area di Detroit ci presenta un mix di country music con inflessioni folk, western e roots rock che denota grande maturità artistica e la capacità di creare immagini vivide ed affascinanti. La critica li ha avvicinati a nomi come Cowboy Junkies e Chris Isaak tra gli altri per saper inserire quel tocco un po’ onirico e sognante tipico soprattutto della band canadese dei fratelli Timmins e io inserirei anche quello di Natalie Merchant per l’approccio vocale e certe tonalità e colorazioni. “The Valley” è un lavoro discografico di notevole coesione in un ‘corpus’ compositivo che in qualche momento può essere accusato di qualche ripetizione ma proprio qui sta anche l’aspetto positivo: proprio per ‘legare’ i vari brani queste canzoni hanno peculiarità simili, dall’iniziale “Desert” alle note conclusive di “Warnings”. Un album questo che scorre molto naturalmente e scivola via con estrema piacevolezza, con le chitarre elettriche di Lawrence Daversa che caratterizzano i brani con un gusto vicino a certe sonorità sixties con (per esempio) un Dick Dale in mente o con l’amore per certo western e con la voce di Carrie Shepard che, pur non con una straordinaria estensione, guida con dolcezza e soavità. “Dirty Little Blues” ‘sporca’ leggermente il mood complessivo con inflessioni bluesy mentre canzoni come “The Valley”, “Meet Me There”, “Full Moon”, “Songbird” e “Coal” risultano di buona caratura e formano un po’ la spina dorsale di un disco che intrattiene con bravura. www.thewhiskeycharmers.com.
Remo Ricaldone

16:12

Mark Martyre - Rivers

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Quando ci si imbatte in personaggi come Mark Martyre e in dischi come questo “Rivers” la prima cosa che viene in mente è chiedersi come mai siano sfuggiti prima e perché non siano riusciti a farsi conoscere se non (in questo caso) dopo ben cinque album. E’ il destino dei tanti ‘best kept secrets’, di quei musicisti che, nonostante siano autori di grandi canzoni proposte con  altrettanto grande pathos e passione rimangono in quell’eterno status di artisti noti ad una ristretta cerchia di appassionati. Mark Martyre fa parte di quella ricca scena musicale che è Toronto, Canada, scena nota ai più per certo rock e, in questo caso, per la canzone d’autore roots. Folk e country, poesia e sguardo lucido e disincantato alle dinamiche che muovono i nostri giorni, queste sono le coordinate e i riferimenti delle canzoni di  Mark Martyre, dotato di una splendida ed espressiva voce roca, veicolo perfetto per raccontare le sue storie che sono un po’ anche le nostre. Passato e presente che si intrecciano, ricordi agrodolci e la speranza sempre presente, nonostante tutto, che i nostri sogni si possano in qualche modo avverare, la sofferenza e le gioie dei rapporti interpersonali. L’autore, in questo caso, racconta con dolce ‘savoir faire’ le proprie debolezze e le proprie aspirazioni su un tappeto avvolgente e coinvolgente di chitarre ma anche di piano, accordion e violino, con melodie che subito entrano sotto la pelle per dare conforto e sollievo, spesso con il supporto vocale della bravissima Stacey Dowswell, ottimo contraltare alla voce di Mark. ”Rivers” è proprio come un fiume di emozioni, scorre naturalmente con i suoi episodi passando attraverso influenze che si possono scorgere qua e la come John Prine e Nick Drake, Bob Dylan (inevitabilmente) e Leonard Cohen e altri che magari ciascuno ricorderà. Da “Come Lie Beside Me, Dear” a “Never Forget You” non c’è una nota sprecata e anzi gli ascolti ripetuti sveleranno sempre più dettagli e particolari in una selezione vissuta e profondamente partecipata. Un disco che ci accompagnerà fedelmente per le prossime giornate autunnali ed invernali come un caro amico con il quale è sempre bello condividere le proprie emozioni. www.markmartyre.com.

Remo Ricaldone

16:10

Jim Byrnes - Long Hot Summer Days

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Jim Byrnes è un’icona in Canada dove ha trovato il terreno e l’atmosfera ideale per proporre la propria visione di roots music, profondamente influenzata dagli anni in cui viveva a St. Louis e ascoltava molta musica ‘nera’ tra blues, soul e rock. “Long Hot Summer Days” è un disco forte ed orgoglioso, probabilmente il disco definitivo per il sessantanovenne Byrnes ancora una volta affiancato alla produzione e alle innumerevoli chitarre da Steve Dawson, partner ed amico da anni. Un disco dalle forti connotazioni soul che però passano quasi in secondo piano ampliando le influenze fino ad arrivare ad una roots music di classe e infinito talento, con performance che colgono sempre nel segno e mostrano quanto Jim Byrnes meriti di essere conosciuto più compiutamente, magari cominciando da questo suo ultimo lavoro. Le influenze sono naturalmente molteplici ma possiamo cominciare con una sontuosa versione di “The Shape I’m In” della Band, qui rivisitata con personalità e grande carattere, con un andamento un po’ ‘strascicato’ ma decisamente affascinante con l’armonica di Steve Marriner e i cori ‘black’ semplicemente deliziosi. Bobby ‘Blue’ Bland è stata un’altra influenza fondamentale per il nostro e la gospel-oriented “Ain’t No Love In The Heart Of The City” si avvicina molto alle tonalità fluide e morbide del grande cantante soul, “There Is Something On Your Mind” rimanda all’amore per Van Morrison con un altro pezzo di bravura interpretativa sorretto da un arrangiamento fiatistico misurato e pregevolissimo ed un ‘break’ chitarristico killer, “Deep Blue Sea” originale firmato da Jim Byrnes e Steve Dawson mi ricorda le melodie soul di Southside Johnny e dei suoi Asbury Jukes, cristallina melodia che ricorda i gloriosi anni del doo-wop. Tra le cover invece spiccano una scura e misteriosa “Weak Brain, Narrow Mind” di Willie Dixon, la convincente “Ninety Nine And A Half (Won’t Do)” composta dal trio d’eccezione Eddie Floyd, Wilson Pickett e Steve Cropper e la ‘Allmaniana’ “Something Inside Me” di Elmore James. Da segnalare ancora l’acustica ed essenziale “Anywhere The Wind Blows” che ci trasporta negli anni della Great Depression e la sofferta e vissuta “Long Hot Summer Days” che chiude il sipario su un disco che si ricorderà a lungo e può essere l’ideale porta d’ingresso per conoscere un musicista dalle qualità indiscutibili.
Remo Ricaldone

09:46

Rick Shea - The Town Where I Live

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Rick Shea è uno dei migliori nomi della scena californiana roots, tra country music, folk, rock’n’roll e profumi ‘mexican’, una delle voci che hanno caratterizzato una terra che assieme al Texas ha da sempre regalato forti emozioni e una visione originale e personale delle radici. Con personaggi come Dave Alvin, Tom Russell e il compianto Chris Gaffney, Rick rappresenta quanto di meglio il ‘Golden State’ ci abbia dato negli anni, grazie ad una voce calda e modulata e una scrittura limpida e pura. Rick Shea ha mosso i primi passi negli honky-tonks di San Bernardino e ha poi assimilato la lezione dei vari Woody Guthrie, Chuck Berry, Howlin’ Wolf e Curtis Mayfield, mostrando una passione ad ampio raggio nei confronti di tutto quello che la musica americana ha creato, presentando una country music sempre credibile e autentica. “The Town Where I Live” non smentisce tutto questo e anzi lo rimarca in modo veramente convincente attraverso dieci splendide canzoni supportate dai fidi The Losin’ End, ossia Stephen Patt a tastiere e fisarmonica, Dave Hall al basso e Steve Mugalian alla batteria, band in perfetta sintonia con le chitarre, la pedal steel, il mandolino ed il dobro del leader. Le iniziali “Goodbye Alberta” e “The Road To Jericho” inquadrano già alla perfezione il mood del disco, in gran parte occupato da midtempo e ballate notevolissime, cantate veramente con il cuore in mano, “The Starkville Blues” è un honky-tonk magistrale, molto texano come spirito mentre la title-track “The Town Where I Live” ha tutto il sapore, grazie anche all’uso della fisarmonica, delle ‘storie di confine’, struggenti e nostalgiche, romantiche e un po’ polverose. “Hold On Jack” è un cadenzato ‘rockin’ country’ sempre con la fisa in primo piano e le chitarre che sorreggono una bella melodia, “Trouble Like This” è una ballata ‘enorme’ interpretata con il piglio dei classici in uno dei momenti più alti del disco, “(You’re Gonna Miss Me) When I’m Gone” alza nuovamente i ritmi aggiungendo un pizzico di rock alla country music (o viceversa). Il trittico finale regala ancora emozioni con una “The Angel Mary And The Rounder Jim” ballata sontuosa che si muove tra country music e folk con echi western, la cover brillante di “Guess Things Happen That Way” di Jack Clement e una “Sweet Little Mama” pigro country blues che chiude un album da considerare tra i più godibili dell’anno nelle produzioni country.
Remo Ricaldone

09:43

Tom Savage - Everything Intertwined

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Già dal titolo si intuisce quanto intrecciate siano le passioni musicali del musicista di Kingston, Ontario, tra roots rock, alternative country e classic rock in un insieme piacevolissimo e ottimamente amalgamato. Tom Savage ha alle spalle una carriera più che ventennale dove ha affinato buone doti chitarristiche e il profondo amore per uno ‘storytelling rock’ che, anche per tonalità vocali e similitudini sonore, lo avvicina a personaggi come Elliott Murphy (il primo nome che mi è venuto in mente ascoltandolo), Bruce Springsteen (il primo, il più ruvido ma anche genuino) e Wilco. C’è anche nei solchi di questo album l’amore per la più nobile canzone d’autore dove imprescindibili sono le influenze di Bob Dylan, Townes Van Zandt e Neil Young, anche per affinità geografiche con quest’ultimo. “Everything Intertwined” è l’alternarsi di ballate e momenti rockeggianti, con il comune denominatore di un trasporto non comune e di una poetica rock che abbiamo amato negli artisti citati in precedenza. Le chitarre e la voce di Tom Savage, le tastiere di Tony Silvestri, il basso di Seamus Cowan e la batteria di Bonz Bowering formano un insieme solido e molto unito, sempre godibile sia quando ci si lascia trasportare dall’urgenza rock di “Burnt By The Sun” con le chitarre che squillano limpide, di “Mean To Me” con la sua vicinanza ai primi dischi di Springsteen e la tagliente e tosta “17 Years”, sia quando i toni si fanno più meditati come nella splendida apertura di “Forever”, midtempo dalle dinamiche azzeccate e che colpiscono nel segno. Tom Savage poi ci conquista con una manciata di ballate assolutamente splendide, da “Kids” che rimanda al primo Elliott Murphy, quello di capolavori come “Aquashow” o “Just A Story From America” a “Cold But Free” e alla title-track “Everything Intertwined”, sospese tra il potere salvifico della musica e le prove che la vita ci sottopone. Consigliato a chi ancora crede nel potere e nella poesia  del (roots) rock.
Remo Ricaldone

09:40

Amelia White - Rhythm Of The Rain

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da East Nashville, la parte più creativa e pregiata della cosiddetta Music City, Amelia White emerge con il seguito ad uno dei dischi di maggior interesse delle ultime stagioni in fatto di alternative country e americana, quel “Home Sweet Hotel” che l’ha presentata come voce genuina e profonda, artista dalle qualità grandi umane. “Rhythm Of The Rain” è stato concepito in pochissimi giorni in un periodo particolarissimo per Amelia White, tra la morte della madre e il suo matrimonio. Due eventi che, in maniera naturalmente opposta, hanno caratterizzato la nascita di queste nove canzoni, in molti casi composte con nomi importanti della canzone d’autore americana come John Hadley, Anne McCue, Ben Glover, Lorne Entress e Lori McKenna. Il suo sguardo all’America di provincia, l’attenzione ai dettagli nelle storie raccontate, l’intimismo sfiorato con poesia e la nostalgia dei sentimenti sono alcune delle peculiarità che fanno di Amelia White una musicista da conoscere, oltretutto in possesso di una voce calda e appassionata, vicina come spirito a Lucinda Williams ma a mio parere più modulata e intensa. Amore, perdita, destino, politica e tutto ciò che colleghi queste emozioni sono qui raccontate con bravura da una voce sempre coinvolgente, sin dall’apertura di “Little Cloud Over Little Rock”, ballata dai toni nitidi e dalla sicura presa. “Rhythm Of The Rain” con il suo andamento cadenzato, proprio come il ritmo della pioggia, prosegue con un’altra canzone piena di cuore e anima, “Sinking Sun” è un altro piccolo gioiellino country con tutta la nostalgia e il ricordo di emozioni passate, con il banjo di Sergio Webb a rinforzare la melodia, “Yuma” è una ballata turgida e corposa firmata a quattro mani con Ben Glover, una narrazione quasi cinematografica e decisamente cristallina, “Said It Like A King” è canzone d’autore doc anche per la presenza a livello compositivo di Lori McKenna (già con Brandon Rhyder nel suo ultimo disco) e Lorne Entress e per gli inserimenti al violino di Eamonn McLoughlin. Da sottolineare ancora, ad impreziosire ulteriormente l’album, un’intensa “Let The Wind Blow Cold”, agrodolce e sognante, un altro pezzo di bravura a chiudere un disco che cresce enormemente con gli ascolti e conferma quanto di buono Amelia White ha proposto nella sua carriera discografica.

Remo Ricaldone

09:37

Jefferson Ross - Live At Hillbilly Haiku

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Le serate di Nashville sono sicuramente molto interessanti e, tra gli innumerevoli locali che propongono ottima musica, un posto di rilievo lo occupa l’ “Hillbilly Haiku House Concerts”, luogo dove cantautori e musicisti dell’area alt-country e americana possono trovare il pubblico giusto a cui proporre le proprie canzoni. Dal 1993 si sono alternati i migliori nomi di passaggio a Nashville e i residenti nella Music City e Jefferson Ross, cantante, autore, pittore e molto altro proveniente dalla Georgia ci intrattiene con grande senso poetico e passione folk attraverso il meglio della sua produzione. Un concerto il suo scarno ma fortemente ispirato in cui, con il supporto dell’eccellente chitarrista e produttore Thomm Jutz, riesce con innato talento a raccontare il Sud come un vero letterato e uno storyteller dalla vivida immaginazione e nitidezza. Per anni ha condiviso il palco con grandi della country music come George Strait, Reba McEntire e Vince Gill, oltre a collaborazioni con la canadese Terri Clark e dal 2010 è tornato a vivere nella nativa Georgia con la moglie, dedicando i propri sforzi a sonorità maggiormente acustiche e legate alla tradizione folk. In questo album Jefferson rilegge brani dei suoi precedenti quattro lavori solisti con intimo coinvolgimento e anche con arguzia ed ironia prediligendo sempre la cura dei testi e la melodiosa e accorata bellezza di immagini legate a filo doppio ai suoi luoghi del cuore. Da “Two Horses” che apre questo “Live At Hillbilly Haiku” alle notevoli “Yesterday’s Paper”, “Dunwoody Train” e “Isle Of Hope” si passa alle divertenti “Slap It On” e “Family Drama” che rappresentano il lato più ‘leggero’ ed umoristico, mentre una menzione particolare va alla nuova “Soul Is Made Of Broken Things”, perfetto veicolo per la musicalità dell’artista di Atlanta. Disco che snocciola momenti di forte coinvolgimento e di acuta analisi umana. www.jeffersonross.com.
Remo Ricaldone

09:33

Lisa Biales - The Beat Of My Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Lisa Biales, artista dell’Ohio nata e cresciuta in una famiglia musicale che l’ha portata ad amare tutti i suoni dell’ampio spettro roots americano, mostra con la sua ‘parabola’ quanto siano affini ed assimilabili i retaggi sonori ‘bianchi’ e ‘neri’, gli honky tonks e i juke joints, la country music e il folk da una parte, il blues, il soul ed il jazz dall’altra. Lisa ha cantato e suonato nelle chiese e ai matrimoni, ha fatto parte di bands country, alternative rock, folk e bluegrass per poi innamorarsi dei suoni della ‘black America’ del sud incidendo una manciata di dischi di assoluto valore e di notevole cuore ed anima. “The Beat Of My Heart” è in questo senso il perfetto veicolo per una vocalità fiera ed orgogliosa, forte di un repertorio di primissimo ordine e con il supporto di una ‘backup band’ fatta di veterani di mille sessions, un album estremamente godibile e raffinato. “Disgusted” apre il disco con un ‘groove’ irresistibile nella più classica tradizione blues con i fiati a sorreggere una melodia lineare che trascina, “What A Man” è southern soul al suo meglio come le grandi sue colleghe del passato e il pensiero va subito ad Aretha Franklin per citare un nome, subito seguito da un’altra gemma come “I Don’t Wanna Hear It”, in puro stile ‘sixties’. “Be My Husband” è frutto del genio compositivo di Nina Simone e qui assume le connotazioni di New Orleans vicine ai Neville Brothers, “Messin’ With The Blues” è sinuosa e ‘bluesy’ in una magnifica performance di Miss Biales, qui al top, “Said I Wasn’t Gonna Tell Nobody” ci porta invece nel più genuino gospel, trascinante e corale mentre deliziosamente jazz è “Crying Over You”, melodia e versione senza tempo. “Don’t Let Nobody Drag Your Spirit Down” è una delle canzoni più recenti dell’album, scritta da Eric Bibb e interpretata ancora una volta con una bravura decisamente sopra la media, grondante blues e gospel. La chiusura del disco è poi affidata a una cover riuscitissima di un brano della cantautrice folk Carrie Newcomer, qui riletta con spirito ‘black’ per adattarne la struttura al suono complessivo dell’album e “I Should Have Known Better” rifulge di luce propria, godibile e veramente ottima, mentre  con “Brotherly Love” della texana Brenda Burns ci si immerge in una ballata da ‘roadhouse bar’ pregnante e coinvolgente. Un album che è un rigenerante bagno nella più genuina anima ‘black’ americana. www.lisabiales.com.
Remo Ricaldone 

18:57

Rachel Laven - Love & Luccheses

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Cresciuta in una famiglia musicale di San Antonio, Texas, Rachel Laven è una delle più fresche ed interessanti nuove voci femminili tra country e folk, dotata di un talento nitido e, nonostante abbia soltanto ventiquattro anni, un’esperienza più che decennale con l’apparizione ai maggiori festival del Lone Star State (da quello storico di Kerrville all’appuntamento voluto e creato da Larry Joe Taylor anni fa) e l’incisione di tre dischi con la sua ‘family band’, due lavori solisti e un ep con un suo progetto in cui si avvicina a suoni bluegrass. “Love & Luccheses”è l’album che si prefigge di farla conoscere anche al di fuori dei confini texani e mostra tutta la sua grazia, forza espressiva e talento attraverso undici canzoni pregne di emozioni e trasporto. Ispirata da nomi come Kacey Musgraves, Jason Isbell e Chris Stapleton, Rachel Laven ha affinato doti compositive di grande qualità e le dieci canzoni di questo disco (una è la cover di un eccellente brano di Walt Wilkins) sono il coronamento di quattro anni di lavoro e di introspezione personale. Il suono è pulito e diretto, semplice come richiedono gli stilemi country ma raffinato e impeccabilmente arrangiato, con pedal steel e fiddle protagonisti sia durante le ballate sia negli uptempo più spigliati. Non ci sono artifizi o concessioni zuccherose nella migliore tradizione texana, a partire da “Finish Line” che non lascia dubbi sul contenuto del disco, fino alla splendida ballata acustica intitolata “Song For Mary” che conclude un percorso coinvolgente. All’interno di questo c’è l’accorata “Each Other’s Shoes” tra le più intense ballate del disco, “Do You Dare” pimpante e trascinante ‘rockin’ country’ con una menzione per il fiddle di Andrew White sempre puntuale e il piano di Scott Burns, la title-track “Love & Luccheses” che non può non rimandare alle migliori ‘ballads’ delle Dixie Chicks, una delle gemme più fulgide, “Only Thing Familiar” dalle trame acustiche e intensamente personali, “The Moon” profumatamente country e inevitabilmente texana e “Something Like Heaven” scritta da Walt Wilkins e perfetta per la personalità di Rachel. Disco che si gode dalla prima all’ultima nota anche quando si prende qualche pausa e visto il carattere di Rachel Laven un lavoro che la pone a fianco delle migliori rappresentanti al femminile del Lone Star State.
Remo Ricaldone

18:54

Matt Patershuk - Same As I Ever Have been

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Definire un musicista come Matt Patershuk country è certamente limitativo ed impreciso sebbene spesso emergano forti inflessioni che lo portano nel cuore di questi suoni. Il canadese di La Glace, Alberta abbraccia in maniera ampia e completa lo spettro delle sonorità roots americane e lo fa con una personalità e un talento che spero lo possano far conoscere ed amare da molte più persone e non più come uno dei segreti meglio custoditi della numerosa schiera di musicisti ‘north of the border’ che in questi anni abbiamo apprezzato. Il suo terzo disco intitolato “Same As I Ever Have Been” segue il già notevole “I Was So Fond Of You” di cui ci eravamo già occupati e prosegue ed amplia quella visione originale e magistralmente poetica che è una delle peculiarità di Mr. Patershuk, vero poeta e artista a tutto tondo. Un grande passo in avanti in termini di suoni con la produzione di Steve Dawson a proporre una continuità di intenti ma con un ‘songbook’ che si arricchisce di colorazioni e di emozioni che conquistano. I suoni sono secchi, scarni, essenziali sempre vibranti ed incisivi  quando Matt Patershuk evoca i suoi amori musicali, dalla country music di Johnny Cash, Kris Kristofferson o Waylon Jennings al country blues di Fred McDowell o al cantautorato di John Prine e il tutto si incastra alla perfezione componendo un quadro nitido seppur variopinto.  In poco meno di un’ora di viaggio passiamo da una “Sometimes You’ve Got To Do Bad Things To Do Good” roca ed ‘annerita’ quasi come se uscisse dal repertorio di un Tom Waits dedito a sonorità roots a due gemme country come “Gypsy” e la ruspante “Hot Knuckle Blues”, entrambe impreziosite dalle armonie vocali di Ana Egge. Poi è tutta una serie di rimandi alla tradizione, filtrati da una sensibilità notevole e da un filosofeggiare su temi country e blues tipico dei grandi. “Good Luck” è imbevuta dalle sonorità paludose del Delta, con il mandolino di John Reischman a rafforzare la melodia e il drumming eccelso di Jay Bellerose, a mio parere uno dei migliori batteristi in circolazione, “Memory And The First Law Of Thermodynamics” mi ricorda un Terry Allen canadese con la sensazione di poesia ed ispirazione sempre presente. Da sottolineare ancora la splendida naturalezza country di “Blank Pages And Lost Wages”, corposa nell’arrangiamento con le chitarre elettriche di Steve Dawson, il fiddle di Josh Zubot e Ana Egge sempre deliziosa, la ruvida bellezza di “Cheap Guitar”, ipnotico blues che il sax di Jerry Cook rimanda a certe cose dei Los Lobos e ancora ai ‘Lupi’ di East L.A. si può rifare la ‘mexican flavored’ “Sparrows”. Un disco questo che in qualche modo riconcilia come approccio ai suoni roots, nella concezione ampia e diversificata che Matt Patershuk interpreta e che lo impone come uno dei nomi più validi di una scena come quella canadese che non finisce mai di stupire.
Remo Ricaldone

18:50

Skip Denenberg - The Morningstar Sessions

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Skip Denenberg è un apprezzato songwriter di Philadelphia che in questi anni ha avuto la possibilità di dividere il palco e di lavorare a stretto contatto con gente come Willie Nelson (con cui ha stretto amicizia durante un Farm Aid di qualche anno fa), Neil Young, Steve Earle, Jerry Jeff Walker, Steve Forbert e Donovan, alcuni dei suoi eroi musicali, conquistando a livello locale una buona fama e seguito. Il suo approccio alla canzone country e folk (con qualche inflessione blues) è genuina e molto interessante e questo suo “The Morningstar Sessions”, inciso praticamente dal vivo in studio con la presenza di un ristretto pubblico, testimonia una vena melodicamente piacevole e un taglio narrativo efficace. Accompagnato da un combo limitato come numero ma veramente solido in cui fanno bella mostra il polistrumentista Tom Hampton (chitarre, pedal steel e mandolino), il bassista Daniel Faga e il batterista Tommy Geddes, Skip Deneberg snocciola le sue storie con estrema naturalezza e semplicità, centrando spesso il bersaglio e consegnandoci storie da ricordare per cristallina bellezza e fascino artigianale. Su tutte la frizzante “Emmylou”, naturalmente dedicata alla Harris, splendida e cadenzata canzone country in cui pedal steel e banjo caratterizzano uno dei momenti più significativi del disco, “I Think About Us (The Wedding Song)” più elettrica ma ugualmente coinvolgente e nostalgica, “The Ballad Of Tex Cobb” tra rock e radici con reminiscenze ‘springsteeniane’ e anche vicine alle prime cose di Steve Earle, così come la seguente “A Lot To Learn About Love” dalle tonalità ugualmente vicine al cantautorato roots-rock. Quella di Skip Denenberg è una proposta in cui spesso emergono le sue passioni rock anche se ogni tanto le sonorità country-folk spostano il baricentro del suono verso la tradizione. In questo senso c’è da segnalare “My Pet Peeve (The Valentine Song)” in cui la country music è sincera e godibile, così come la fluida e scorrevole melodia di “Million To One”, la malinconica “September” e lo spirito e i suoni sixties di “Wages Of Spin” e “His Old Tattoo”. Bel disco che cresce notevolmente con gli ascolti.

Remo Ricaldone

18:47

Bob Bradshaw - American Echoes

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Bob Bradshaw è un cantante ed autore irlandese che ormai da tantissimi anni risiede negli States e che ha assorbito perfettamente i suoni americani delle radici tra country, folk, bluegrass e blues. Pur avendo scelto Boston come punto di riferimento (con anni di frequenza alla storica Berklee College Of Music) i suoi viaggi per tutta l’America ne hanno forgiato la personalità e gli hanno permesso di trovare spunti per le sue canzoni, sempre con un’angolazione personale e spesso con una profondità introspettiva non comune. “American Echoes”, suo settimo sforzo discografico, è un po’ il riassunto del  lungo rapporto con il suo Paese di adozione, con i contrasti e con le peculiarità che la vita ‘on the road’ regala ad un osservatore acuto come Bob Bradshaw. Dodici canzoni in cui accanto alle ballate roots tipiche del nostro si aggiungono ad arricchire un repertorio già originale sfumature inusuali rendendo la proposta decisamente personale. Se “The Assumptions We Make” per esempio ci mostra il suo lato più cantautorale ispirato a John Prine piuttosto che a John Hiatt, “Workin’ On My Protest Song” colora con sagacia la melodia con arrangiamenti che ricordano il Paul Simon (altra influenza basilare) di capolavori ‘world’ come “Graceland” mentre una ballata come “A Bird Never Flew On Just One Wing”, tesa e ispirata, ‘vola’ tra l’Irlanda e Steve Earle con notevole impatto e bellezza. “Weight Of The World” è grintosa e solida, elettrica e rock, inusuale per le corde di Bob Bradshaw ma molto bella, “Material For The Blues” è invece quel tipo di ballata in cui si trova perfettamente a proprio agio, melodia consistente e l’aggiunta di un fiddle (nelle mani di Chad Manning) eccellente. Per congedarsi Bob Bradshaw sceglie probabilmente le due canzoni più efficaci quasi a riservare alla fine le emozioni più intense ed ecco una “O Brother” ballata corposa ed asciutta, profonda e significativa, con le inflessioni tradizionali della emozionante “Old Soldiers” dove la voce mi ha ricordato il compianto Greg Trooper e dove fiddle e banjo impreziosiscono un finale che ‘chiude il cerchio’ sul percorso, ampio e variegato, di Bob Bradshaw.
Remo Ricaldone

18:43

Mark Ripp & The Confessors - Under The Circumstances

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Mark Ripp è uno storyteller rock che ha mosso i suoi primi passi nelle tante coffehouses che animano la vita notturna di Toronto e ha alternato negli ultimi trentacinque anni circa la sua urgenza di autore e musicista con le esigenze di una famiglia, pubblicando una manciata di dischi a livello indipendente che hanno fissato la sua visione musicale. Tra influenze sixties e la passione per il roots rock americano di band come Long Ryders e Green On Red, Mark Ripp ha pian piano costruito un suono piacevole e solido, accompagnato dai Confessors che nella versione base contano sulla batteria e le percussioni di John Toffoli e le chitarre elettriche di Bob Hamlyn. “Under The Cicumstances” si snoda tra momenti ruvidamente bluesy ma con un’ aura rock decisa come in “Lose My Way” con la voce di Mark Ripp filtrata e sporca e la suggestiva e rilassata “Everything Is Made In China”, due opposti che rendono il disco sufficientemente vario e godibile. Nell’album spiccano comunque una manciata di canzoni che ricorderemo per genuinità e sincerità, melodie forti ed orgogliose che rendono merito a un artista di grande onestà, da “Hey Little Guy” che ricorda il Tom Petty vicino alle radici, con un eccellente break di armonica che rimandano ad album come “Wildflowers”, a “Gracefully”, altro momento in buon equilibrio tra acustico ed elettrico, da una “Wanna Go Home” che sfiora la country music con eleganza e classe alla ‘byrdsiana’ “Two Of A Kind”. E se “Twilight” unisce country music e rock’n’roll in modo brillante, “Side Of The Road” cavalca l’onda (alternative) rock tra Violent Femmes e Jonathan Richman mentre “Shitty Little Cavalier” manda a mente la lezione degli Stones e “I Don’t Know” chiude con una ballata veramente degna di nota. “Under The Circumstances” dimostra quanto, con relativamente pochi mezzi a disposizione, si possa assemblare un disco solido, compatto ed ispirato. Non siamo certo di fronte ad un lavoro stratosferico ma in questo caso l’onestà  e l’amore per il (roots) rock paga.
Remo Ricaldone

16:30

Brandon Rhyder - Brandon Rhyder

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A quattro anni dal precedente “That’s Just Me” ritorna uno dei nomi ai quali Lone Star Time è più affezionato, Brandon Rhyder, cantante ed autore texano che da più di quindici anni ci regala ballate e midtempo di grande efficacia ed intensità. Proprio su queste atmosfere intimiste, accorate e pregnanti Brandon ha costruito una carriera importante, interpretata sempre con il cuore in mano e con una grande onestà intellettuale e questo suo nuovo lavoro, intitolato significativamente “Brandon Rhyder” a segnare quasi un nuovo inizio o quantomeno una decisa ripresa di un percorso interrotto per alcuni anni, dopo una lunga riflessione sulla propria vita e i propri affetti, ci riporta all’attenzione un eccellente ‘balladeer’. Questa ripresa ce lo consegna in eccellente forma, senza perdere un briciolo di quel senso melodico che lo ha contraddistinto per l’intera sua discografia, ancora con la figura di Walt Wilkins, grande nome texano e grande amico a produrre, in compagnia di Ron Flynt. E’ un vero piacere riascoltare Brandon in queste dieci canzoni, due cover e otto originali, sempre magistralmente interpretate e arrangiate con estrema attenzione e sagacia. “Evergreen” è la prima delle cover, un vero gioiellino acustico introdotto da mandolino e fiddle in un contesto splendidamente ispirato, tra le migliori melodie interpretate da Mr. Rhyder. In questi anni Brandon Rhyder ha stretto un’importante amicizia e collaborazione con la cantautrice Lori McKenna, tra le più belle voci della scena della East Coast e l’album si avvale di ottimi frutti di questa partnership: “They Need Each Other” è scritta a quattro mani dalla coppia e si candida come un’altra gemma del songbook del Nostro con una melodia che subito conquista e mostra la sua forza ed intensità con un duetto ottimo, “Shake” è un altro esempio della classe e del talento di Lori McKenna in un brano dalle tonalità calde e colorate. “Let’s Blow Off Monday” è una classica country ballad dalle leggere sfumature ‘south of the border’ che vedrei perfettamente nella versione di George Strait o Alan Jackson, con pedal steel e chitarra acustica praticamente perfette. “No Time For That” è romantica e sinuosa, “The Huntin’ Song” mostra invece più grinta e un suono ‘southern’  godibile e pieno, chitarra elettrica e pedal steel introducono invece un altro momento fondamentale dell’album, una “I Hate This Town” densa di passione e coinvolgimento mentre “Half The Time I’m Crazy” (ancora con lo zampino di Lori McKenna) gioca sul doppio binario dell’ironia e dell’amore in maniera intelligente. A chiudere l’album altre due belle composizioni di Brandon Rhyder, con “Good Morning Sunrise” un gradino sopra la conclusione affidata ad una comunque buona ed avvincente “C’mon Baby Hold On”. Disco solido e importante nella carriera di Brandon Rhyder. Bentornato.
Remo Ricaldone

16:29

Ciara Sidine - Unbroken Line

Pubblicato da Remo Ricaldone |

E’ stato un lungo percorso dal suo esordio del 2011 con un album come “Shadow Road Shining”  apprezzato dalla critica e recensito con ottimi commenti ma non sufficiente per garantirle una carriera discograficamente regolare e ora la cantante ed autrice irlandese Ciara Sidine ha un’altra occasione per emergere con la sua ottima e personale visione di ‘americana’ e alt-country. “Unbroken Line” è infatti un insieme di genuinità, talento, grinta e passione che troverà molti estimatori in quello spazio tra canzone d’autore, country, blues e idiomi roots che lei interpreta e coniuga in modo notevolissimo, senza usare, come molti suoi colleghi, inflessioni tradizionali ripresi dalla sua terra madre ma prendendo a piene mani dai suoni americani, appropriandosene in modo naturale. Molti critici l’hanno paragonata a sue colleghe decisamente più famose come l’ex leader dei Lone Justice Maria McKee o la conterranea Mary Black, due accostamenti che ritengo siano azzeccati ai quali, specialmente quando le atmosfere virano verso il blues, aggiungerei un’altra ottima ‘chanteuse’ irlandese come Mary Coughlan. Le canzoni di Ciara Sidine hanno spesso risvolti di critica sociale accanto al forte e profondo amore per le descrizioni di rapporti personali complessi e mai banali. “Finest Flower” affronta una delle pagine più tragiche della storia sociale d’Irlanda, quella delle ‘Mother And Baby Homes’, strutture gestite da suore cattoliche in cui venivano ‘rinchiuse’, fatte partorire e poi divise per sempre giovanissime madri e i loro figli nati al di fuori del matrimonio, “Trouble Find Me” parla della lotta per l’autonomia delle donne a livello di gestione del proprio corpo, “Let The Rain Fall” invece è un grido di rabbia e dolore nei confronti della chiesa quando si è trovata a coprire i numerosi casi di abusi su minori, mentre “Lemme Drive Your Train” è una canzone sull’amore e sulla parità di diritti. “Watching The Dark” è sinuosa e sensuale nelle sue colorazioni jazz/blues avvicinandosi al languido calore delle interpretazioni di Billie Holiday, qui decisamente vicina alla miglior Mary Coughlan. Splendido il lavoro alle tastiere di Justin Carroll e delle chitarre di Conor Brady, due protagonisti assoluti di queste sessions assieme ad una sezione ritmica di rara sensibilità composta dai tanburi di Dave Hingerty e dal basso dalle linee sempre propositive di Robbie Malone. Band di eccellente maturità quella alle spalle di Ciara Sidine sia quando passa dal country ‘seppiato’ di “Wooden Bridge” alla personalissima rivisitazione del magnifico traditional americano “Woman Of Constant Sorrow”,   nella cadenzata “2 Hard 2 Get 2 You”, la bella “River Road” e  in una “Take Me With You” ballata sontuosa con richiami leggermente gospel che mi ricordano Bonnie Raitt. Da citare ancora la title-track quale esempio della nitida vocalità di Ciara Sidine, cantante (ed autrice) di talento che merita di essere apprezzata fino in fondo.
Remo Ricaldone


16:27

White Owl Red - Naked And Falling

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Direttamente dalla Bay Area di San Francisco una band che ha mosso i primi passi, discograficamente parlando, nel 2015 con un album d’esordio che ha riscosso buone recensioni ed è rimasto alcune settimane nelle classifiche statunitensi di alt-country e americana, un combo guidato da J. Josef McManus, cantante ed autore dotato di un’ottima vena compositiva e di un senso melodico introspettivo e tipicamente californiano. A due anni da quel disco ecco il naturale seguito, “Naked And Falling”, una selezione di dieci brani che formano un ‘unicum’ di grande forza espressiva e descrittiva, flessuoso, onirico e che entra progressivamente in circolo con il suo fascino cinematografico. Richmond Fontaine, i Calexico più intimisti, Death Cab For Cutie, i Son Volt più acustici ed ispirati possono fare da riferimento principale ad una proposta intrigante che cresce molto con gli ascolti. Il folk-rock e il country alternativo dei White Owl Red gioca sulle sensazioni delicate ed ammalianti di canzoni dove la voce di Josef McManus si adagia perfettamente sulle chitarre di Gawain Matthews che evocano paesaggi visionari e fantastici e sulle percussioni precise e solide di Kyle Caprista, già con Chuck Prophet e abituato a questi scenari sonori. Dall’apertura affidata a “Pills And Paper” alla conclusiva “Nothing”, passando per le ottime “Your Skin On My Skin”, “Falls Like The Rain” e “Hurts Like Hell”, rimarcando la passione di “Falling Off The World” e di “Another Form Of You”, Josef McManus ci conquista con il suo ‘basso profilo’ che però si insinua nel cuore e nell’anima in maniera convincente.
Remo Ricaldone 

16:25

Matt Eckstine - Matt Eckstine

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Voce, chitarra acustica ed armonica. Quando basta (ed avanza) ‘poco’ per coinvolgere ed intrattenere lungo dieci canzoni grazie ad uno stile chitarristico interessante e un approccio che abbraccia country, folk e blues. Tutto questo è il disco di debutto di Matt Eckstine, musicista cresciuto in Ohio ma ormai da più di una dozzina di anni residente nella città di Savannah nel South Carolina, formatosi musicalmente negli anni novanta sulle canzoni dei grandi nomi tra rock e radici. Dieci canzoni che rappresentano molto esplicitamente quanto Matt ami la canzone tra country e folk e risulti convincente anche in una versione assolutamente scarna ma calda e coinvolgente. Matt Eckstine divide la sua attività tra queste sonorità acustiche e la guida di una band alt-country denominata The Accomplices dove attacca la spina e aggiunge una manciata di covers ad un repertorio che sta crescendo in maniera ottima. Tra omaggi accorati alle figure guida della propria formazione come in “Townes Blues”, delicate ballate come “Stargazing” che lo avvicinano allo Steve Forbert più intimista, soffici blues come “Big Dog Blues” e “Two Fools”, gli inevitabili riferimenti al Dylan degli esordi, gli accostamenti alla tradizione della splendida “This Heaven”, un picking chitarristico di qualità come in “One Orange In The Tree” e melodie che affascinano come in “Wheels” e “Fly On A Pie” arricchite dall’armonica, il disco scorre in modo limpido e naturale, organicamente lineare e ben bilanciato. Matt Eckstine merita attenzioni e apprezzamento, è ancora all’inizio di una carriera discografica solista che con un po’ di fortuna potrà riservargli grosse soddisfazioni e a noi dare la possibilità di godere di sonorità roots di qualità. www.matteckstine.com per ogni approfondimento e curiosità.
Remo Ricaldone

18:51

Jason Isbell - The Nashville Sound

Pubblicato da Remo Ricaldone |



“The Nashville Sound” è titolo quantomai significativo ed orgogliosamente legato ad una realtà tra le più propositive del panorama roots attuale a testimoniare una nuova era nella storia di Music City, luogo indissolubilmente legato alla country music in cui, ciclicamente, i suoni più commerciali e quelli maggiormente ‘progressisti’ si contendono spazi e notorietà. L’invasione texana dei primi anni settanta con Guy Clark, Rodney Crowell, Steve Earle e Townes Van Zandt e la rinascita neo-tradizionalista dei secondi anni ottanta del secolo scorso si sono alternati a rigurgiti country-pop tra corsi e ricorsi storici e ora la ‘nuova Nashville’ ha i nomi di Chris Stapleton, Sturgill Simpson, Colter Wall, Tyler Childers e Brent Cobb, quest’ultimo cugino di colui che sta dietro alla maggior parte di queste produzioni, Dave Cobb. Proprio Jason Isbell, ex membro dei Drive-by Truckers, ha goduto del supporto di Dave Cobb che, assieme al superamento di problematiche personali e il raggiungimento di una certa stabilità fisica, ha contribuito a ‘ricostruire’ una carriera che lo ha portato a rappresentare uno dei personagi di punta di questa ‘nuova’ scena. Dopo capolavori come “Southeastern” e “Something More Than Free”, “The Nashville Sound” celebra nuovamente una partnership fertile e felice che suggella anche un periodo ispirativo decisamente ottimo. Accompagnato dai fidi 400 Unit e dalla splendida violinista (e partner nella vita, cosa non secondaria) Amanda Shires, Jason Isbell ci guida in quello che è il suo mondo musicale, tra ballate acustiche di grande presa e passione e ruvidi roots-rock in cui emerge tutta la sua grinta e la sua energia.  “Last Of My Kind”, “Tupelo”, “If We Were Vampires”, “Chaos And Clothes” e “Someone To Love” fanno parte del lato più intimista ed acustico di Jason, sempre delicatamente melodico ed ispirato. Quando le atmosfere si fanno invece più elettriche e corpose ecco le eccellenti “Cumberland Gap”, “White Man’s World”, “Anxiety” firmata a quattro mani con Amanda Shires”, “Molotov” e “Hope The High Road”, incisive e trascinanti tra rock e radici. Un disco che sicuramente finirà tra i migliori dell’anno in corso, l’ennesima conferma della grandezza di un musicista in grado di commuovere e cullare ma anche di graffiare e travolgere nella stessa maniera.
Remo Ricaldone

18:50

Jordi Baizan - Like The First Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Texano di Houston, Jordi Baizan ha la multiculturalità nel dna, a partire dalle sue radici catalane e dal matrimonio che l’ha visto sposare una ragazza messicana. Un retaggio culturale che non manca di emergere, pur in un contesto cantautorale tra folk e country, in questo suo esordio solista intitolato “Like The First Time”, disco breve (solo sei i brani per un totale che supera di poco i venti minuti) ma ricco di spunti interessanti che lo rendono musicista dalle ottime prospettive future. Relativamente da poco si è rimesso ‘on the road’ dopo aver cresciuto due figli e aver suonato in una band locale di Americana e rock con la quale ha inciso tre album e ha già ricevuto riconoscimenti per una piacevole vena acustica e dal gusto spesso autobiografico. Le sue doti compositive ed interpretative le possiamo apprezzare attraverso canzoni che hanno intrigato gente come Lloyd Maines e Chris Gage che appaiono in queste sessions lasciando il segno con la loro classe unica, il primo a dobro e chitarra slide, il secondo a tastiere e accordion. In più c’è da sottolineare il contributo di ‘Ren’ Renfree (chitarra acustica, mandolino e sezione ritmica) e Steve Thomas (fiddle) ad arricchire un suono acustico si ma pieno e ben strutturato. La media qualitativa è molto buona ma mi piace rimarcare l’intensità di “Meyerland” e di “Lazy”, mentre “All That We Need Is A Bridge” e “Red By The River” hanno dalla loro poesia e pathos. Queste di Jordi Baizan sono comunque canzoni mature e complete che chiedono solo di essere ascoltate e riascoltate. Noi intanto aspettiamo un disco magari di maggiore lunghezza. www.jordibaizan.com.
Remo Ricaldone

18:48

Susan Kane - Mostly Fine

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Quattro album all’attivo e una carriera musicale che ha portato Susan Kane a maturare un repertorio che prende spunto dalle radici familiari appalachiane (la madre è nativa del West Virginia) e le unisce al folk revival che ha sempre avuto un largo seguito nella nativa New York. “Mostly Fine” è composto da canzoni originali in cui dobro, fiddle, banjo, accordion, lap steel e chitarre acustiche formano un tappeto estremamente godibile in cui le melodie ‘disegnate’ da Susan Kane rendono prezioso un disco che scorre con grande naturalezza e autenticità. Ad accompagnare Susan in questo suo viaggio ci sono la violinista Lisa Gutkin (già con i Klezmatics), la dobro player Abbie Gardner del trio femminile Red Molly e una manciata di sidemen di valore anche se assolutamente poco conosciuti al di fuori del giro newyorkese roots, con una menzione particolare a Dan Bonis a mandolino e lap steel. Due sono le cover su cui è giusto soffermarsi, entrambe firmate dalla coppia Robert Hunter e Jerry Garcia, “Brown Eyed Women” e “Comes A Time”, tra le più valide di un repertorio comunque ricco di momenti da ricordare. “Jacksonville” è a mio parere tra le più intense e accorate, così come ottima è la country music di “Worn Out Lines” in cui a duettare con Susan kane c’è Fred Gillen Jr. “Slip On Shoes” ha il fascino sensuale del Sud e mi ricorda molto le atmosfere sospese di un classico come “Ode To Billie Joe” portatto al successo da Bobbie Gentry, “A Man Of Much Merit” gioca ancora sul filo delle emozioni regalandoci un’altra interpretazione da pelle d’oca e “Love Can Die” è ancora in bilico tra country e folk, con le proprie radici che emergono con forza. “Mostly Fine” è una bella sorpresa e l’ulteriore conferma di quanto ci sia da scoprire nell’immensa scena indipendente americana.
Remo Ricaldone

18:47

Kenny White - Long List Of Priors

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Kenny White, pianista nato a New York ma cresciuto oltre il fiume Hudson nel New Jersey, è uno di quei musicisti che non hanno mai raggiunto un significativo successo a proprio nome ma hanno costruito con il lavoro di anni, attraverso mille sessions, produzioni e dischi, un nome profondamente apprezzato dai colleghi e da coloro che hanno avuto la fortuna di incontrare nel proprio cammino. La base sulla quale Kenny White ha realizzato la sua musicalità è quantomai ampia e diversificata e comprende canzone d’autore, jazz, pop, musica da film e, per quello che maggiormente interessa a noi, i suoni delle radici, resi personali da un’ottica lucida e priva di pregiudizi, sempre pronta ad arricchirsi di nuovi stimoli e progetti. La partnership e il mutuo scambio di esperienze con gente del calibro di Peter Wolf della J.Geils Band (a cui ha prodotto tre dischi), Shawn Colvin, Shelby Lynne, Jonathan Edwards, Merle Haggard, Neko Case e Steve Earle tra gli altri ha maturato in lui uno stile che a volte può ricordare grandi pianisti (inevitabilmente, vista l’affinità strumentale) come Marc Cohn, Bruce Hornsby o Randy Newman ma che è sempre originale e profondo, talvolta ironico, sempre degno di nota. “Long List Of Priors” arriva a distanza di sei anni dal precedente disco e si avvale di una notevole serie di collaboratori, a partire dal grande chitarrista Duke Levine, dagli ottimi tamburi dietro ai quali si siede l’esperto Shawn Pelton e dalle ‘ospitate’ di David Crosby, del citato Peter Wolf e di Amy Helm, figlia dell’indimenticato Levon. La base pianistica delle canzoni di questo lungo e godibilissimo album danno ancora più l’impressione di una forte coesione e analogia, mostrando una notevole forma compositiva e un grande talento come performer. Kenny White ci regala così una serie di canzoni dal significato profondo, intense e toccanti, fin dall’introduttiva “A Road Less Traveled” con ai cori David Crosby, il fiddle di Larry Campbell (straordinario polistrumentista che qui presta i propri servigi al meglio della forma) e le chitarre resofoniche e il mandolino di Duke Levine. Indimenticabili sono poi le melodie che contraddistinguono e caratterizzano “Another Bell Unanswered”, con ancora Duke Levine e Larry Campbell che si dividono sapientemente le chitarre acustiche ed elettriche e il vecchio ‘Croz’ ad armonizzare la voce da par suo. C’è spesso in queste canzoni il sapore forte e distinto del Sud, con tutti i suoi contrasti cromatici, grazie anche ad arrangiamenti fiatistici strepitosi e a inflessioni gospel, come nella commovente ed orgogliosa “Charleston”, a ricordare una delle più odiose stragi razziste degli ultimi anni. “Cyberspace”, “The Other Shore”, “Glad-handed” (un gustoso duetto con Peter Wolf), la solitaria esibizione pianistica di “The Moon Is Low”, una “West L.A.” che non può non rimandare al caro vecchio Randy Newman, “4000 Reasons To Run” e “The Olives & The Grapes” regaleranno emozioni intense a chi ama la scena americana che incrocia la canzone d’autore e le radici.
Remo Ricaldone

15:07

SAVONIERO COUNTRY FESTIVAL 2017!

Pubblicato da Cristian |



SAVONIERO COUNTRY FESTIVAL 2017
Venerdì 4 agosto 2017
DEAD BRONCO (USA/SPAIN)
BLEU EDMONDSON (TEXAS)
VANESSA PETERS (TEXAS)


Non perde il ritmo la musica live del Savoniero Country Festival che quest’anno si concede per l’edizione numero 17...ma niente sfortuna….solo la solita vagonata di musica dal vivo internazionale e la solita memorabile nottata di grande divertimento ed intrattenimento!
La Line-up degli artisti ancora una volta presenta una selezione che non ha eguali nei festival nazionali di settore confermando come sempre massima attenzione alla musica senza compromessi!
Ad aprire le danze la cantautrice texana VANESSA PETERS con melodie dal piglio deliziosamente in bilico fra country e folk-pop. La Peters, nativa di Dallas, ha alle spalle più di 1000 concerti fra Usa e Europa...una segnalazione come Best Folk Artist dal The Dallas Observer...e produttori come Rip Rowan (Old 97s, Rhett Miller) con il quale ha registrato l’ultimo album “The Burden Of Unshakeable Proof” che ha guadagnato ottime recensione su riviste culto come No Depression e Americana UK.
Sarà poi compito dei DEAD BRONCO dare uno scossone al palco di Savoniero con uno show a dir poco devastante e pericoloso per i deboli di cuore! I Dead Bronco sono un combo USA/Spagna nato nel 2012 dall’unione del cantante/cantautore/attore Matt Horan, nativo della Florida, con una band di musicisti spagnoli; al primo lavoro ufficiale ottengono subito il riconoscimento come “Best Music Video” da CineMad che li porta già nel 2013 ad essere riconosciuti dalla BBC come una delle migliori sorprese dell’anno; il supporto che hanno ricevuto i quattro album in studio, tra cui un EP dedicato interamente ad Hank Williams, è stato enorme ed il recente “Bedridden & Hellbound”, appena uscito lo scorso febbraio, è un clamoroso gioiellino che testimonia perfettamente il sound dei Dead Bronco che hanno chiaramente il country di Johnny Cash e Hank Williams nel cuore ed il punk di Mike Ness nella pancia!
Ma non finisce qui perchè tra le esibizioni di Vanessa Peters e Dead Bronco avremmo un “traghettatore” d’eccezione...eccezionale a dir poco infatti lo special guest di questa diciassettesima edizione...sul palco di Savoniero avremo l’onore di ospitare…BLEU EDMONDSON!!!!!!! 
Bleu Edmondson (Texas) è uno dei punti di forza dell’attuale scena musicale texana ed incarna al meglio quel genere che oggi viene indicato con il nome di Texas Red Dirt Music dove la musica roots/rock americana incontra le diverse influenze del country, del blues e del tipico cantautorato made in Texas. Edmondson incide i primi dischi del 2001 e del 2002 sotto la guida di Lloyd Maines, mitologico produttore discografico considerato il re mida della Texas Music, e da allora si piazza costantemente ai vertici della Texas Chart finendo ogni anno tra i primi 50 artisti nelle classifiche di riepilogo dei passaggi radiofonici del Lonestar State.
Il songwriting di Bleu è l’esempio concreto dell’espressione “real music for real people!” e non tradisce la scuola di personaggi come Bruce Springsteen e Willie Nelson o come Waylon Jennings e Uncle Tupelo; canzoni che suonano tanto fresche e oneste quanto taglienti e profonde dove il romanticismo urbano del rock stradaiolo incontra tutta la poetica tipica dell’ hill country texano.
Il suo album “Lost Boy” è stato, insieme a “Rollercoaster” della Randy Rogers Band, considerato il disco più impattante della attuale scena Texana/Red Dirt e rimane una pietra miliare della discografia del genere degli ultimi 20 anni così come l’intera produzione di Edmondson è inevitabile per ogni appassionato di Texas Music!
Inutile cercare di spiegare l’emozione di accogliere Bleu al festival di quest’anno che ancora una volta si presta a scrivere una nuova pagina della solita memorabile storia che ogni anno si compie al Savoniero Country Festival!!!
...e a proposito di storia e di storie...di strane storie...sembra che quest’anno a Savoniero sia stato avvistato il fantasma di Hank Williams….guardatevi in giro...tenete le orecchie aperte...certa musica può anche causare visioni...e alcune fanno bene all’anima...portatevela dietro!

18:36

Robyn Ludwick - This Tall To Ride

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Cinque dischi nell’arco di dodici anni non sono molti ma ogni volta che Robyn Ludwick, magnifica voce texana, pubblica un album è come ritrovare una vecchia amica le cui storie affascinano e conquistano come la prima volta. E a tre anni dal precedente “Little Rain”, il perfetto amalgama di suoni country, folk e soul (inteso come fuoriuscito dalla propria anima, letteralmente) riemerge prepotentemente appena messa la puntina (idealmente!) sul primo brano di questo “This Tall To Ride”. Il marito John Ludwick torna alla produzione dopo due lavori sotto l’egida di Gurf Morlix ma il sound non cambia, stesso è il profondo pathos, stessi sono gli arrangiamenti in cui nemmeno una nota è lasciata al caso ma tutto fluttua naturalmente, stessa è la interpretazione, vissuta e a cui è difficile resistere. Inciso negli studi The Zone di Dripping Springs, Texas, “This Tall To Ride” è un album le cui dieci canzoni sono concatenate perfettamente, a creare un viaggio nell’America più vera e sofferta dove camere di motel e honky tonk bars fanno da elemento scenico dominante per storie di solitudine, struggimento, abbandono ma anche di speranza e di redenzione. Citare qualche titolo è come estrapolare qualche capitolo da un libro, alla fine inutile e pure fuorviante, meglio ascoltare e riascoltare un insieme che cresce in maniera esponenziale e che conferma Robyn Ludwick personaggio imprescindibile nel panorama roots americano. Dall’iniziale “Love You For It” alla conclusiva “Texas Jesus” e attraverso gioiellini come “Rock’n’Roll Shoes”, “Freight Train”, “Bars Ain’t Closin’”, “Wrong Turn Gone” e “Junkies And Clowns”, questo lavoro regala emozioni profonde, di volta in volta commuovendo o rendendoci partecipi di una storia più volte raccontata attraverso canzoni, film o libri ma che, nelle mani giuste, si rinnova e acquista sempre più fascino. Le chitarre acustiche ed elettriche di uno straordinario David Grissom sono poi lo strumento perfetto per fare risaltare queste canzoni, taglienti ed incisive, accorate e ammalianti. Un nuovo centro per Robyn Ludwick a dimostrazione che il dna (è la sorella di Bruce e Charlie Robinson) non mente. Noblesse oblige.
Remo Ricaldone

18:33

Susan Cattaneo - The Hammer & The Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |



E’ cosa rara pubblicare un doppio disco in studio e cosa ancora più rara è farlo con quella semplicità e sfrontatezza caratteristica peculiare per Susan Cattaneo, poliedrica musicista dell’area di Boston al quinto lavoro solista, probabilmente il suo più maturo e compiuto. “The Hammer & The Heart” mostra con fierezza e accorata personalità le varie sfaccettature di un suono che va dal roots/rock e rockabilly al country/folk, intepretato da una ‘house band’ di grandissima caratura. Ad aggiungere fascino e qualità a queste canzoni ci sono poi parecchi ospiti che ‘segnano’ un suono sempre ben definito ed equilibrato, con una produzione praticamente impeccabile merito della stessa Susan Cattaneo. L’album è diviso logicamente in due parti distinte, con un primo disco, “The Hammer”, tosto e grintoso, mentre il secondo, “The Heart”, è più acustico e vira verso atmosfere acustiche e roots. Scelta intelligente, a sottolineare si una continuità e un manifesto delle proprie intenzioni ma anche il ‘cambio’ di mood, è quella di affidare l’apertura dei due dischi a una splendida “Work Hard Love Harder”, melodia eccellente ripresa con trascinante verve rock in compagnia dei grandi Bottle Rockets, roots-rock band di St. Louis, Missouri e con suadente e delicata ispirazione con le voci dei Boxcars Lilies. Sempre sul primo cd è utile soffermarsi sulla magnifica ballata elettrica firmata ed interpretata da Susan con Mark Erelli intitolata “The River Always Wins”, tra i capolavori del disco, così come preziosa è la cover di “Does My Ring Burn Your Finger?” dal repertorio di Buddy & Julie Miller, mentre corroboranti sono le due ‘ospitate’ di Bill Kirchen (chitarrista extraordinaire) in “In The Grooves” e “When Love Goes Right”, travolgente rockabilly/blues la prima, romantica la seconda, affascinante la ritmica sincopata pregna di umori sudisti di “Ten Kinds Of Trouble”. Nella seconda parte gli highlights sono a mio parere, oltre alla citata “Work Hard Love Harder” finemente cesellata con dobro e mandolino, una “Carried” composta dalla cantautrice Jenee Halstead (con la stessa alle armonie vocali) che ammalia per dolcezza e seduzione, “Field Of Stone” con le ottime chitarre di Kevin Barry e il drumming di Marco Giovino (una sicurezza in tutto l’album) e “Fade To Blue” con un altro grandissimo chitarrista, Duke Levine. In chiusura una sorpresa, una inattesa versione di “Space Oddity” di David Bowie, acustica e accorata, in perfetta linea con una seconda parte riflessiva ed interiore. “The Hammer & The Heart” è pienamente la fotografia di un’artista il cui percorso artistico ha portato a condividere quello che potremmo tranquillamente definire ‘americana’ al proprio meglio, parte rock e parte ineccepibili ed eleganti sfumature acustiche. Da conoscere.
Remo Ricaldone

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