Non hanno bisogno di molte presentazioni Randy Rogers e Wade Bowen, tra i protagonisti della scena texana di questi anni, legati da una forte amicizia e ora assieme nel primo episodio di una (speriamo) lunga serie di lavori discografici. In questo “Hold My Beer, vol.1” emerge tutto l’amore per la country music da parte di due artisti che hanno sentito il bisogno di esternare tutto questo in una session impeccabile e straordinariamente vitale, prodotta con la consueta maestria da Lloyd Maines. L’idea per questo disco è venuta dopo un tour  che li ha visti riprendere in mano, con forza e convinzione, i suoni country che nelle loro pubblicazioni discografiche soliste non sempre trovano spazio, in favore comunque di eccellenti sonorità più legate all’ambiente rock. Qui invece, sin dalle prime emozionanti note di “In The Next Life” che apre l’album, interpretano la country music come dovrebbe essere sempre suonata, con semplicità, emotività, divertimento. Il suono durante tutti e dieci i brani del disco è splendido, orgoglioso, limpido, con in primo piano pedal steel (Lloyd Maines, chi altri?), fiddle (un sempre ispirato Brady Black), organo e piano (il grande Riley Osbourn), chitarre elettriche sempre in grande spolvero (ben tre, quelle di Todd Laningham, Will Knak e Geoffrey Hill) e una solida sezione ritmica (Micah Vasquez e Caleb Jones ad alternarsi al basso e Jay Saldana alla batteria). “I Had My Hopes Up High” dal repertorio di Joe Ely è un vero gioiello, suonato con grande grinta e la voglia di ‘spaccare’, “’Til It Does” è invece dolce e intima, cantata con trasporto da Wade Bowen, “Good Luck With That” riporta di nuovo il alto con il ritmo in una canzone che sicuramente sarà un loro ‘highlight’ nei concerti, perfetta per essere cantata in coro con il pubblico. “It’s Been A Great Afternoon” è Merle Haggard al 100%, riconoscibilissima per stile, un classico di Hag che qui è ripreso con gusto e profondo amore, “Standards” ha proprio il sapore dei classici, pregnante e con una melodia di grande presa, con un Brady Black stratosferico al fiddle, “El Dorado” è ancora grande, grandissima country music, una lunga ballata cantata con il cuore in mano, tra le più belle dell’album mentre “Hangin’ Out In Bars” è un cadenzato honky-tonk di caratura superiore. A chiudere il disco i sono poi “Lady Bug”, deliziosamente acustica con dobro e banjo a guidare una melodia ancora una volta vincente e “Reasons To Quit”, altra ‘chicca’ firmata da Merle Haggard, melodia senza tempo, leggera e prettamente acustica, con ancora Randy & Wade a duettare in maniera convincente. Uno dei dischi dell’anno….secondo me.
Remo Ricaldone

17:44

Chuck Hawthorne - Silver Line

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Le coincidenze a volte portano a scoprire talenti straordinari, così come è capitato a Chuck Hawthorne, il cui incontro casuale in un aeroporto con Ray Bonneville, musicista canadese dal fiuto eccezionale gli ha aperto le porte per una carriera nel mondo della musica. Una vita passata attraverso mille esperienze, la passione per la musica mai sopita ma confinata ad un hobby senza molte speranze di vederle avverate e poi questo disco, prodotto appunto da Ray Bonneville in quel di Austin, Texas, luogo perfetto dove far nascere queste canzoni dal sapore forte e poetico legate a filo doppio alla grande tradizione del Lone Star State. Vengono subito in mente Guy Clark, Townes Van Zandt, Richard Dobson (che spende parole importanti nei confronti di Chuck Hawthorne), John Prine e un po’ tutta quella serie di troubadours che hanno narrato con magistrale espressività l’animo umano e la vita con i suoi annessi e connessi. “Silver Line” è per molti versi sorprendente: per l’incredibile maturità delle canzoni, per l’approccio sempre ispirato, per il perfetto connubio tra le melodie e gli arrangiamenti senza che si sprechi nemmeno una nota. Ray Bonneville fa un lavoro di grande qualità raccogliendo attorno al protagonista alcuni tra i migliori musicisti della scena roots di Austin, da Gurf Morlix al fiddler Gene Elders, dai tamburi di Rick Richards alle eccellenti armonie vocali di Eliza Gilkyson, centellinando i suoni con certosina esperienza e fornendo il migliore dei supporti alla poetica di Chuck Hawthorne. Naturalmente il protagonista è Chuck Hawthorne con le sue storie, la sua persuasiva capacità narrativa, il suo spiccato ed innato senso della melodia. “Silver Line” quindi è un debutto con i fiocchi, proposto da un artista che rappresenta quanto di meglio possa proporre la canzone d’autore americana, interpretato con una voce suadente ma anche acra, sempre e comunque vibrante. “Silver Line”, “Welding Son Of A Gun”, “Leaving Amarillo”, “Rough Luck”, “Bound To Be Bound”, “Enemy”, “Ashes & Embers”, “The Gospel Hammer”  sono coinvolgenti e appassionanti, il meglio di un disco che si ricorderà a lungo e che speriamo possa far conoscere un vero talento. www.chuckhawthorne.com.
Remo Ricaldone 

E’ un periodo di riscoperte per Jerry Jeff Walker, iconico musicista nato come Ronald Clyne Crosby in quel di Oneonta, New York 73 primavere fa. Molte sono state anche recentemente le ristampe dei suoi lavori precedenti ma questo doppio cd edito magnificamente dalla Raven Records è una ghiotta occasione per penetrare il suo mondo attraverso brani che coprono un amplissimo lasso temporale e, per la prima volta, provengono da dischi pubblicati da molteplici labels. E’ quindi uno sguardo profondo dagli esordi, più legati al folk e al folk-rock, agli eroici giorni in cui, con grande fiuto ed intelligenza, propose e contribuì fattivamente alla loro diffusione canzoni di grandi e talvolta misconosciuti artisti texani e non. Certamente Jerry Jeff è divenuto famoso come interprete ma qui possiamo apprezzare anche il suo lato compositivo, non meno positivo e brillante. “No Leavin’ Texas” ci propone ben 39 brani con praticamente tutti o quasi i suoi classici, a partire dalla storica melodia di “Mr. Bojangles” che dava il titolo al suo esordio nel 1968 fino al gustoso “Cowjazz”, album del 1982 che segnava un momento in cui il Nostro si sarebbe preso una pausa da tutto lo stress  causato dall’incidere per le cosiddette major. Emergono da queste tracce tutte le caratteristiche peculiari che ci hanno fatto amare Jerry Jeff Walker, il suo grande senso dell’umorismo, il suo delicato stile bohemienne, l’amore profondo per la tradizione e il suo ‘joie de vivre’ che lo ha spesso affiancato e accomunato al grande amico Jimmy Buffett. Scorrono quindi  con piacere immenso le note firmate da gente come Guy Clark (le indimenticabili “That Old Time Feeling”, “L.A. Freeway” , “Desperados Waiting For A Train” e “Comfort And Crazy”), Ray Wylie Hubbard (la ‘antemica’ “Up Against The Wall Redneck Mother”), Butch Hancock (“Suckin’ A Big Bottle Of Gin” e “Standin’ At The Big Hotel”), Willie Nelson (“Pick Up The Tempo”), Billy Joe Shaver (“Old Five And Dimers Like Me”), Rodney Crowell” (una robusta “I Ain’t Livin’ Long Like This”), Rusty Wier (“Don’t It Make You Wanna Dance”, festosa e liberatoria), Willis Alan Ramsey (un altro suo classico, “Northeast Texas Women”), Bob Dylan (“One Too Many Mornings”), addirittura Tom Waits (una un po’ sghemba versione di “Looking For The Heart Of Saturday Night” che non rende molto onore al suo autore). Ottimo è comunque il songbook di Jerry Jeff, sempre sincero, sempre discreto, sempre modesto e al tempo stesso sornione e profondamente dotato, con una menzione molto personale per piccoli classici come “Driftin’ Way Of Life” dalle tinte deliziosamente autobiografiche, “Hill Country Rain” omaggio ai luoghi che lo hanno adottato, la poetica “Morning Song To Sally”, la brillante “It’s A Good Night For Singin’”, “Too Old To Change” con ancora uno sguardo interiore e toccante, “Maybe Mexico”, inevitabile puntata giù lungo il border e la sua forza attrattiva. Un album questo che merita attenzione ed amore sia da coloro che (colpevolmente) ancora non conoscono JJW e sia da chi ha apprezzato la sua arte ma a cui manca ancora qualche ‘tassello’ per meglio entrare nel suo mondo.

Remo Ricaldone

17:36

Jimmy LaFave - The Night Tribe

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Jimmy LaFave sta attraversando un periodo di grande ispirazione e “The Night Tribe”, suo nuovo disco, conferma un talento non comune e una scrittura impeccabile. Dai tempi in cui il troubadour nato in Texas ma ben presto protagonista della nascita del ‘Red Dirt sound’ a Stillwater, Oklahoma, sua città adottiva, si poneva come naturale continuatore della tradizione di Woody Guthrie e Bob Dylan, sue due guide spirituali, è passato molto tempo, anni passati a produrre genuina roots music con folk e country nel cuore. Dagli esordi a fine anni settanta è maturato enormemente sia dal punto di vista compositivo che da quello delle performance, ormai pregne di passione e sincero coinvolgimento. “The Night Tribe” è un lavoro profondamente meditato e sviluppato grazie alla collaborazione di una manciata di grandi musicisti che lo hanno supportato con una classe sopraffina, a partire dal pianista Radoslav Lorkovic, già al fianco di innumerevoli cantautori, per poi sottolineare i tre chitarristi protagonisti di queste session (tenute negli ormai storici studi Cedar Creek di Austin, Texas), Anthony Da Costa, Larry Wilson e Garrett Lebeau. Le canzoni sono spesso dilatate oltre i cinque minuti ma sempre gustose e appassionanti, largo spazio agli intrecci tra piano, organo e chitarre, elettriche o acustiche, con interpretazioni vocali sempre pregevoli. Due cover e ben undici brani firmati dallo stesso Jimmy LaFave confermano lo stato di grazia del nostro, così come in questi ultimi anni ci aveva abituati, mantenendo sempre alto il livello poetico. “Journey Through The Past” di Neil Young e “Queen Jane Approximately” di Bob Dylan stanno a fissare le ispirazioni di Jimmy LaFave, mentre la canzone che dà il titolo all’album con le sue tonalità ‘nere’ tra blues e jazz (e una melodia che mi ricorda la magnifica “Blind Willie McTell” di Bob Dylan), “The Beauty Of You”, “Never Came Back To Memphis” con la sua tersa melodia e il sapore dei classici, “Dust Bowl Okies”, “Island” e “The Roads Of The Earth” meritano di essere godute appieno, gioiellini di un album tra i candidati ai migliori dell’anno.
Remo Ricaldone

17:33

The Pine Hill Project - Tomorrow You're Going

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nell’ambito della canzone d’autore americana questo a mio parere è uno dei dischi dell’anno, la collaborazione tra due veri talenti che già anni fa, assieme a Dar Williams, avevano unito le loro sensibilità per confezionare un pregevolissimo album. Ora, sotto il nome di Pine Hill Project, Richard Shindell e Lucy Kaplansky danno vita a una selezione molto variegata come provenienza ma estremamente coesa e compatta come suoni ed emotività, un prodotto splendidamente prodotto da Larry Campbell, tra i migliori musicisti dell’area roots. Undici sono le canzoni, tutte calde ed avvolgenti, poetiche ed orgogliosamente roots, personalizzate da due artisti capaci di omaggiare gli autori dando vita ad una selezione raramente così efficace. “Lately” di Greg Brown, singer-songwriter dell’Iowa tra le migliori ‘penne’ d’America apre il disco, subito adeguato alle aspettative, mentre la seguente “Wichita” di Gillian Welch eleva ulteriormente il livello con una cover magnifica di una già eccellente melodia. “Open Book” è riflessiva e suadente, un duetto di classe, “I Live On A Battlefield” dal repertorio dell’inglese Nick Lowe composta con Paul Carrack è qui rifatta con originalità e una buona dose di swing, “Farewell To Saint Dolores” è l’omaggio al rimpianto Dave Carter, grande troubadour scomparso prematuramente ormai parecchi anni fa, “The Sweetest Thing” è proprio quella degli U2, qui riproposta mostrando tutta la bellezza del refrain in ottimo stile country/folk, “Making Plans” è una country ballad ridotta all’osso come arrangiamento (e con una bellissima steel) ma proprio per questo eccellente, “Rain Just Falls” è una delle più belle canzoni del texano David Halley e qui Shindell & Kaplansky le rendono tutto il dovuto merito. A chiudere questo “Tomorrow You’re Going” altre tre canzoni da ricordare, il traditional “I Know You Rider”, “Missing You” di Paul Barrere dei Little Feat e “Such Sweet Angels” del tastierista canadese Glenn Patscha, già con la band roots Ollabelle, tre ulteriori esempi delle qualità interpretative della coppia Richard Shindell e Lucy Kaplansky in questo lodevole tributo ad alcuni dei loro autori preferiti.

Remo Ricaldone

17:30

Point Quiet - Ways And Needs Of A Night Horse

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Le prime note della canzone che dà il titolo a questo disco, gli arpeggi di chitarra acustica, la fisarmonica, le ‘pennate’ di steel, i violini, ci portano lungo il mitico e mai troppo celebrato border tra States e Messico, luogo della mente e del cuore. L’apertura di questo “Ways And Needs Of A Night Horse” è ancora più apprezzabile se si pensa che la band in questione, i Point Quiet, proviene dall’Olanda, terra in cui l’amore per i suoni americani delle radici vanta molti epigoni. Questo lavoro, il terzo dal 2007, anno di formazione di questo quintetto, celebra con grande bravura ed intensità i suoni tra country e folk con un tipico feeling texano. Joe Ely e  Butch Hancock tra gli altri sono riferimenti chiari, così come, nelle puntate più vicine alle atmosfere ‘mexican’,  i Calexico e buona parte del movimento alternative country. “Run All You Want” mostra ancora una pienezza di suono veramente di rilievo, “Told” ha sensibilità country/folk con tonalità però decisamente contemporanee, coinvolgente per passione e sofferenza. Le storie raccontate mostrano spesso il lato più passionale della vita, le speranze, le disillusioni, l’agrodolce di ogni esperienza vissuta. “The West Wind” con i suoi violini, il banjo appena accennato, il cantato evocativo si candida come un altro dei momenti migliori, così come “Threnody”, introdotto da un’armonica che ricorda uno struggente lamento di abbandono, “Bright As City Lights” con mandolino e armonica ancora duettare, l’evocativa e cinematografica “Horses”, ballata dai toni classici, desertica e secca e la conclusiva “Maneras y Necessidades”, inevitabilmente e inequivocabilmente messicana, quasi come un ‘outtake’ dei Calexico. Una seconda parte di album che nobilita e fa crescere enormemente questo terzo e certamente più brillante lavoro dei Point Quiet, band che merita attenzione e considerazione.
Remo Ricaldone

17:37

Kevin Deal - Nothing Left To Prove

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Per chi come il sottoscritto ha seguito fin dagli inizi la carriera discografica di Kevin Deal, dall’esordio nel 1998 con “Lovin’ Shootin’ Cryin’ and Dyin’”, il titolo di questo disco, il numero nove, è estremamente emblematico. “Nothing Left To Prove”, niente da dimostrare, un ennesimo album da incorniciare per genuinità ed ispirazione, un lavoro ancora intriso di pura Texas Music tra country, folk, bluegrass, spruzzate mexican e irish, suoni vibranti che confermano notevole talento e amore per le proprie radici. Kevin Deal ha maturato negli anni una penna sicura ed illuminata, arricchita dalla vicinanza di Lloyd Maines, ancora una volta magistrale come produttore e come strumentista, sempre presente fin dai primi passi del singer-sognwriter texano. Richard Bowden (fiddle), Pat Manske (batteria), Bob Penhall (basso), il figlio Stone (anche lui al fiddle), i vecchi amici Terri Hendrix e Joel Guzman che impreziosiscono con i loro contributi appassionati la title track “Nothing Left To Prove” e la solare “Mucho Trabajo Y Poco Dinero” immancabilmente posizionata sul border e Lloyd Maines in cui tocco è sempre straordinariamente efficace: questi sono i nomi che appaiono in queste session, sicuramente rilassate, ispirate e ricche di buone vibrazioni. Tutte e dodici le canzoni presenti sono firmate da Kevin Deal e tutte e dodici appaiono fortemente evocative e appassionate, dal piglio orgoglioso di “The Irish Bands Are In America” alle finezze country di “Let Them Horses Run” con il grande pickin’ alla chitarra elettrica di Lloyd Maines, dal feeling tradizionale di “Whom Than Shall I Fear” alla quasi dylaniana (del periodo tra fine sessanta/inizio settanta, quello country) “On The Outside Looking In”. “Play Me A Country Song” è cadenzata, interpretata con lo sguardo rivolto agli outlaws degli anni settanta, così come “Truck Stop By The Liquor Store By The Highway” che ricorda il primo Ray Wylie Hubbard e David Allan Coe mentre “Hey Hey Washington” sposta un po’ il baricentro verso il ‘deep south’ e “Waiting On The Rain” ci mostra un Richard Bowden in forma come non mai con il suo fiddle che, in tutto l’album, disegna e cuce melodie eccelse. “Nothing Left To Prove” è una conferma, un punto fermo, una garanzia di ottima Texas Music e Kevin Deal merita di accostarsi ai migliori esponenti del genere. www.kevindeal.com.
Remo Ricaldone

17:34

Malcolm Holcombe - The RCA Sessions

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quale modo migliore per celebrare i vent’anni di carriera: con i più ‘fidati’ pards tra le gloriose e storiche pareti dello Studio B della RCA a Nashville, Tennessee, luogo di culto della musica americana, rileggendo un repertorio oltremodo scarno ma radicato profondamente nella terra sudista. Folk, blues e country sono il pane quotidiano per Malcolm Holcombe, una delle voci più abrasive (nel vero senso del termine) del panorama roots, autore di una discografia centellinata attraverso nove episodi ricchi di situazioni e personaggi veri e ispirati. L’ululato di Dave Van Ronk, la poetica di John Hiatt, l’arte artigianale di Guy Clark sono i riferimenti di Malcolm Holcombe, qui più vibrante che mai, magistralmente supportato dal fido Jared Tyler a chitarre, dobro e lap steel, dalle sempre eccellente Tammy Rogers al fiddle e da una sezione ritmica sghemba e creativa formata da Dave Roe al contrabbasso e dalle percussioni di Ken Coomer. Quasi settanta minuti, mai noiosi o scontati, perfettamente inseriti nelle pieghe più vive e vitali del suolo sudista giocando tra humor, nostalgie e commozione con una selezione mai così ben strutturata. L’armonicista extraordinaire Kirk Jelly Roll Johnson duetta con Mr. Holcombe nelle pregevoli “Mister In Morgantown” e “Mouth Harp Man” mentre Siobhan Maher-Kennedy e soprattutto Maura O’Connell, sempre divisa tra la nativa Irlanda e gli States, regalano armonie vocali splendide rispettivamente in “My Old Radio” e nella conclusiva “A Far Cry”. Il resto si srotola con naturalezza tra atmosfere ‘old timey’ e tentazioni blues, mostrando sempre limpidezza negli arrangiamenti e nell’approccio. “Who Carried You”, “I Feel Like A Train”, “Butcher In Town”, “Early Mornin’”, “I Call The Shots” e “Down The River” risplendono di una luce fascinosa e attraente nella loro essenzialità, gioiellini incastonati in uno dei dischi che probabilmente finiranno nella lista delle cose migliori di questo 2015. E ad arricchire il tutto un dvd con le immagini delle sessions. www.malcolmholcombe.com.

Remo Ricaldone

17:29

Danny Schmidt - Owls

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Settimo disco per il cantautore residente ad Austin, Texas, tra le figure di maggior spicco nell’ambito della grande tradizione dei songwriter texani. Danny Schmidt, dopo tre dischi incisi per la Red House Records, una delle più nobili label indipendenti americane, torna ad autoprodursi con un’altra gemma preziosa, un lavoro ancora una volta profondo e ricco di passione e lacerante poesia. Se avete amato personaggi come Matt Harlan, Jeff Black, il Ray LaMontagne più intimo e, per andare più indietro nel tempo, Townes Van Zandt e il misconosciuto ma grandissimo Dave Carter, Danny Schmidt vi farà innamorare delle sue composizioni sempre intense e penetranti. La produzione è di David Goodrich, già alla consolle in innumerevoli dischi legati alla canzone d’autore e le sessions si sono tenute negli studi Fire Station di San Marcos, Texas, anch’essi testimoni di grandi album nel corso degli anni, sessions certamente ricche di pathos e lirismo e nobilitate da gente come l’immancabile Lloyd Maines, uno che non manca mai quando c’è aria di buona musica. Le canzoni sono più allegoriche e ricche di simbolismi rispetto al passato mentre dal punto di vista musicale ritroviamo il mix di influenze che ha reso pregevole il sound di Danny Schmidt fino a farlo diventare a mio parere un troubadour di gran classe. Americana e folk all’ennesima potenza. “Owls” cresce enormemente con gli ascolti e rimarrà a lungo tra i favoriti di coloro che amano senza riserve la canzone d’autore, dall’apertura affidata a “Girl With Lantern Eyes” fino alle note conclusive di “Wings Of No Restraint”, attraverso ballate magistrali come “Faith Will Always Rise”, “Looks Like God” e “All The More To Wonder” e robuste canzoni come “The Guns & The Crazy Ones” e “Soon The Earth Shall Swallow” che rappresentano alla perfezione la sua filosofia. Disco quindi caldamente consigliato che merita attenzione e amore. www.dannyschmidt.com . www.gpromopr.com.
Remo Ricaldone

09:59

Rodney Rice - Empty Pockets And A Troubled Mind

Pubblicato da Remo Ricaldone |



“Empty Pockets And A Troubled Mind” è l’intrigante debutto per un nuovo nome che arricchisce l’attuale scena texana: Rodney Rice. Le sue radici sono nella piccola comunità di Morgantown, West Virginia dove, cresciuto dai nonni i quali hanno inculcato nel giovane Rodney la ‘fiamma’ della passione per Hank Williams, Bob Dylan e John Prine tra gli altri, inizia un percorso che l’ha visto attraversare in lungo ed in largo gli States alla ricerca di una sua ‘via’ per emergere. Come su un piano inclinato la vita di Rodney Rice l’ha inevitabilmente portato in Texas, dapprima per un lavoro nell’ambito petrolifero e poi in maniera naturale attratto dalla straordinaria scena musicale di Austin. Questo album è frutto delle sue esperienze di vita, dei personaggi che ha incontrato ‘sulla strada’, delle ispirazioni musicali e non che ne hanno forgiato lo spirito e la personalità. A mettere in pratica il tutto c’è stato Andre Moran, esperto produttore che ha seguito passo passo l’evoluzione di questi quattordici racconti, inquadrandoli in altrettante interessanti canzoni che compongono un lavoro veramente appassionato. Mark Hallman ha contribuito fattivamente dal punto di vista strumentale, seguendo tecnicamente la registrazione nei famosi studi Congress House della capitale texana e dando un’impronta importante a queste session. Passioni outlaw, ispirata canzone d’autore di impronta folk e country, una scrittura matura e un piglio già sicuro ed esperto, queste sono le peculiarità di questo “Empty Pockets And A Troubled Mind”, caratteristiche che hanno reso il disco uno dei più piacevoli e validi degli ultimi tempi. “Short Walk To Hell” lo introduce con forza, mostrando ottima attitudine outlaw tipicamente texana, “Pretty As A Rose” è impreziosita dal fiddle di Haydn Vitera e, assieme alla limpida “Hills Of Carolina” (anch’essa contraddistinta da un eccellente fiddle, questa volta nelle mani di Katy Rose Cox), all’accorata  “Break Your Heart” con l’apporto vocale di Vanessa Lively, alla bella interpretazione di “Forever And Ever” e ad “Hangover Game” con i ricami al dobro del producer Andre Moran rappresenta bene la capacità scrittura di Rodney Rice. Tra il già citato John Prine, Robert Earl Keen e Guy Clark  possiamo ritrovare spunti e illuminazioni, come nella lussuosa ballata conclusiva “You Don’t Know Me” con Kim Deschamps alla pedal steel e ancora Haydn Vitera al fiddle, nelle fresche e effervescenti “Master Plan” e “Screwtop Wine”, nella ‘country/cajun’ “Let It Burn” e nella coinvolgente “One By One”, ulteriori esempi di quanto preziosa sia la proposta di Rodney Rice per chi ama i nomi citati ed in generale la canzone d’autore del Lone Star State. www.rodneyricemusic.com.
Remo Ricaldone

09:56

Texas Martha & The House Of Twang - Long Way From Home

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Marty Fields Galloway, nota con il nome d’arte di Texas Martha, proviene dalle colline tra Kentucky e West Virginia ma ha da tempo trovato casa ad Austin, Texas dove ha sviluppato il suo suono honky tonk e boogie. Per buona parte dell’anno comunque Texas Martha risiede in Francia, a Bordeux, dove ha trovato un luogo fertile in cui proporre la propria musica guadagnandosi apprezzamenti e una buona ‘fan base’. “Long Way From Home” è infatti inciso nella città francese in compagnia di alcuni eccellenti musicisti locali che hanno radici tra country, rock e blues. Il disco è veramente godibilissimo, un ampio e variegato repertorio di energetica country music venata di rock, folk e blues, proposta con un piglio estremamente propositivo e divertente. Tutto il materiale è firmato dalla stessa Martha che lo interpreta da par suo, con grinta e convinzione, freschezza ed evidente profondo amore per questi suoni. E’ proprio lo spirito che pervade tutte queste dieci canzoni a risultare vincente e a far diventare questo album uno dei più godibili degli ultimi tempi, dal travolgente inizio con “Born To Boogie” alla chiusura altrettanto potente di “Gotta Move” assistiamo ad un’alternanza di momenti più riflessivi e poetici e di solidi honky tonk, uniti dal denominatore comune del talento e della simpatia di Texas Martha. Un nome da segnare nella propria agenda e magari da vedere in concerto nelle sue date europee della prossima estate. www.texasmartha.com.
Remo Ricaldone

09:52

Dick LeMasters - One Bird, Two Stones

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Texano ruspante cresciuto con Jerry Jeff Walker, Joe Ely e Ray Wylie Hubbard nel cuore e nelle orecchie, Dick LeMasters si è fatto conoscere grazie ad una intensa attività live che gli ha permesso di aprire i concerti e di condividere il palco con musicisti del calibro di Charlie Daniels, Paul Thorn, John Anderson, Drew Kennedy e molti altri, nutrendo la propria passione con sagacia e perspicacia. Oltre alla classica tradizione cantautorale texana e alla passione per la country music, nella musica di Dick LeMastern c’è molto rock e molto blues, completando un quadro ampio e variegato, tipico dello Stato della Stella Solitaria. “One Bird, Two Stones” è un disco solido e corposo in cui lo spirito di un Stevie Ray Vaughan si sposa con le atmosfere chitarristiche degli ZZTop (significativo è il ‘rimando’ dell’iniziale “Big Ol’ Buick”), l’amore per la scena di Austin degli anni ruggenti tra la fine dei sessanta e la prima parte dei settanta rivive grazie ad una pregevole vena compositiva e ad un approccio secco e vibrante. “Three Fifty Seven” con la splendida armonica di Dan Moser e le ‘pennate’ elettriche della chitarra di Dick LeMasters, l’acustica “Lightning From A Clear Blue Sky” ispirata fortemente al songbook di Jerry Jeff Walker, “Last Time I Saw You” che si pone sulla falsariga delle grandi ballate ‘sudiste’ e che non sarebbe sfigurata nel repertorio dei vecchi Lynyrd Skynyrd ai quali inevitabilmente fa riferimento, “The Wages Of Sin” di nuovo elettro-acustica tra country e rock, “Held On Too Long” puramente texana e la title-track “One Bird, Two Stones” sono a mio parere tra le più ispirate e indicative del talento chitarristico e compositivo di Mr. LeMasters. Un disco questo che alterna ruvidi rock-blues a ballate country-folk, suoni che hanno fatto la storia della musica texana e ne rappresentano ancora le peculiarità più importanti. Da conoscere. www.DickLeMastersMusic.com.
Remo Ricaldone

09:29

Cody Canada & The Departed - HippieLovePunk

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da quando Cody Canada ha di fatto sciolto i Cross Canadian Ragweed lasciandoci orfani di una delle migliori band tra Texas e Oklahoma, il suo percorso musicale è stato contraddistinto da una continua ricerca di equilibri e di nuovi stimoli, cercando di ampliare sonorità pur mantenendo un legame con il passato che garantisse la fedeltà dei vecchi fans. Con i Departed Cody ha condiviso la leadership compositiva e strumentale con Seth James, grande chitarrista che ha spesso spostato il suono verso un soul/blues tipicamente sudista e sia “This Is Indian Land” sia “Adventus” hanno goduto di queste variabili, soffrendo però di un ‘eccesso di entusiasmo’ che ha portato a mettere un po’ troppa carne al fuoco, a focalizzare meno l’esito finale. I due dischi comunque rimangono ottimi esempi di american music, due album sinceri e genuini. Ora con “HippieLovePunk” non troviamo più Seth James e Cody Canada ha deciso di rendere il tutto più lineare ed essenziale, garantendosi così un risultato più consono alle sue attitudini. Rock’n’roll quindi ma anche ballate e un ‘southern sound’ a tutto tondo che rende l’album, a mio parere, il miglior prodotto post-CCR. Alle spalle di Cody troviamo, compatta, la stessa band con Chris Doege alla batteria, Jeremy Plato al basso e Steve Littleton alle tastiere, un combo che lo segue ad occhi chiusi con estrema vitalità e bravura. Già con l’apertura affidata a “Comin’ To Me” possiamo apprezzare la proverbiale passione rock di Cody Canada, qui esplicata alla massima potenza, seguita da una altrettanto buona “Inbetweener”, elettrica e potente. “Easy” è una ballata elettrica dalla melodia che cattura subito, interpretata con il cuore e un bell’inserimento di organo e piano elettrico a metà, “Revolution” rialza i toni con un altro momento da incorniciare per convinzione e sentimento, seguita da una “Back Closer” pregevole e godibilissima. “Got It” prosegue nel segno di un rock corposo e solido, ricordando i tempi con i CCR, così come una travolgente “Great Big Nothin’”, tiratissima, “Maker” smorza poi i toni con atmosfere acustiche ma ricche di tensione, “Stay” è una ballata ancora interpretata con grande talento e sicurezza, inevitabilmente ‘southern’ nelle inflessioni. Chitarre elettriche un po’ a la ZZTop introducono “Boss Of Me”, vibrante e ‘arrabbiata’, “All Nighter” è invece perfetta da cantare in coro, probabilmente uno dei prossimi classici live, country music doc con i cori di Gary, Micky, Willy, Cody e Muzzie Braun e la chiusura è affidata ad una ‘ghost track’ acustica e accorata che chiude con una nota poetica un disco intenso, vigoroso, genuino ed orgoglioso come il protagonista, Cody Canada. www.thedepartedmusic.com.
Remo Ricaldone

09:25

Caleb Caudle - Paint Another Layer On My Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Caleb Caudle, dopo “Tobacco Town” del 2012 che lo ha fatto conoscere a livello nazionale, non è stato fermo un attimo. Quasi sempre ‘on the road’ (lo scorso anno ha fatto circa 300 concerti in trenta Stati), ha comunque avuto la possibilità di comporre le canzoni che ora fanno parte di “Paint Another Layer On My Heart”, splendida conferma delle sue qualità di cantautore sulla scia della ‘nobiltà’ texana come Townes Van Zandt, Guy Clark e James McMurtry oltre che di Steve Earle e Chris Knight, esempi per le ultime generazioni di musicisti roots. Caleb interpreta queste dieci canzoni con il cuore in mano, descrivendo con sagacia la vita di un musicista e di un uomo spesso lontano da casa e dai propri affetti, in cerca di amore, calore umano e amicizia. Arrangiamenti impeccabili curati dal producer Jon Ashley (già con i Dawes, gli Avett Brothers e i Band Of Horses), un senso melodico non comune, le armonie vocali intense di Lydia Loveless e una manciata di sidemen ispiratissimi sono i punti principali della riuscita di un disco che farà fatica ad uscire dal vostro lettore cd, un disco che riserverà momenti che si ricorderanno a lungo. Americana, alt-country, roots rock, canzone d’autore sono le coordinate del suono proposto da Caleb Caudle, dalla ‘springsteeniana’ “Bottles & Cans” al capolavoro “Trade All The Lights” che parla della decisione di trasferirsi dal North Carolina (dove comunque è inciso l’album) a New Orleans (“…I would trade every last light in New York City, to be there tonight with you in New Orleans”), passando per la cristallina “Monday”, le ammalianti “Drag” e “The Countdown”, il fascino della scarna “Missing Holidays”, solo chitarra e voce e poi ancora “Come On October” in cui si aggiunge la pedal steel di Whit Wright. “Paint Another Layer On My Heart” risulta così disco prezioso che affascinerà sia gli appassionati della canzone d’autore sia coloro che stravedono per certo rock delle radici. Consigliato. www.calebcaudle.com.
Remo Ricaldone

09:21

Burke Long - Silver Queen

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Arriva dal North Carolina un nuovo nome che ripropone con grande vitalità e passione i suoni peculiari del Sud, dalla country music al rock’n’roll non dimenticando l’amore per certa bluegrass music anche se di quest’ultima non emerge molto. “Silver Queen” è l’occasione ideale per fare la conoscenza di Burke Long, cantante ed autore sincero e genuino che firma tutti e tredici le canzoni che fanno di questo album un lavoro piacevolissimo e scorrevole. La title-track “Silver Queen” rimanda alle radici del rock con echi ‘presleyani’ e un coro che ci ricorda i mitici Jordanaires, “About Love” è una country song leggera e nitida con l’ottima pedal steel nelle mani di John Macy, “Montgomery County” è più robusta e rockeggiante, ode ai luoghi amati e a metà tra lo Springsteen più roots e la Louisiana grazie alla fisarmonica di David Harper mentre “Big Ol’ Town”, uno degli highlights del disco si avvicina a Buddy Holly per ritmo e forza. “Down In The Country” ha una melodia pregevole e un classico ‘southern feel’, “A Ways To Go” ha nel dna country music e si pone non distante dal Lone Star State come approccio, “She’s Got A Way” è di nuovo elettrica e ‘rockin’ country’, trascinante e godibilissima con un poderoso giro di basso nelle mani dello stesso Burke Long, “Old Music Man” è invece un country waltz coinvolgente. “I Got Your Number” ha il feeling anni settanta di autori misconosciuti come Billy Swan e “One Damned Thing After Another” ha cori californiani quasi ‘a la Beach Boys’, “Freedom” è di nuovo orgogliosamente sudista, così la ‘swampy’ “Downtown” e la bella melodia di “Almost Free” che chiude un disco la cui ricetta è semplice quanto efficace. La musica delle radici, che sia country o rock, mantenuta al suo stato originario, con quello spirito un po’ naif ma sempre divertente che ha il passato. www.burkelong.com.
Remo Ricaldone 

09:18

Jon Brooks - The Smiling & Beautiful Countryside

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jon Brooks è un cantante ed autore canadese di grande forza espressiva, uno dei grandi troubadour nati in un Paese che ci ha regalato straordinaria roots music e che continua a proporre talenti unici. Al quinto lavoro solista intitolato un po’ ironicamente “The Smiling  & Beautiful Countryside”, Jon Brooks mostra quanto efficaci siano le sue storie, quanto affascinanti siano le sue ‘murder ballads’. Queste canzoni pregne di seduzione e poesia hanno nelle tematiche drammatiche e ‘dark’ la propria forza, avvicinandosi spesso a Steve Earle e Chris Knight per intensità, al conterraneo Bruce Cockburn per l’amore per la propria terra e allo Stephen Stills acustico per bravura tecnica e acume strumentale. Voce roca, panorami scarni, legami forti con le ballate appalachiane e britanniche, melodie intriganti, queste sono le doti principali di un disco che scorre come un film e ci accompagna in un mondo duro e poetico, angosciante e commovente al tempo stesso. Dall’iniziale “Gun Dealer” al magnifico trittico formato da “People Don’t Think Of Others”, “Queensville” e “Highway 16” fino alle memorie tradizionali di “The Twa Sisters”, più di sette minuti che inchiodano per passione e cuore, Jon Brooks sa come esprimere sentimenti a volte contrastanti ma sempre veri e vissuti. I quasi dodici minuti di “The Only Good Thing Is An Old Dog” sono una scommessa che viene superata con agilità mentre “Worse Than Indians” sa del miglior Steve Earle con un’interpretazione notevolissima. Disco caldamente consigliato a chi ha la curiosità e la pazienza di conoscere uno dei più interessanti troubadours in circolazione. www.jonbrooks.ca.
Remo Ricaldone

18:35

Brant Croucher - Blanco County Lights

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Un altro nome da aggiungere alla lunghissima serie di musicisti che nobilitano la scena texana: Brant Croucher, da Houston, personaggio dalla natura irrequieta e curiosa che l’ha portato a vivere qua e la tra Stati Uniti, Europa e Sud America vivendo con i più svariati lavori. Naturalmente quello che a noi più interessa è la musica e “Blanco County Lights” soddisfa appieno la nostra voglia di suoni ispirati tra country, folk e rock delle radici. Brant Croucher torna a casa per incidere questo disco con la produzione, impeccabile, di Jack Saunders che presta anche il suo basso e la sua chitarra mostrando grande sensibilità, così come Rick Richards sempre preciso alla batteria, Eleanor Whitmore al fiddle e Sam Austin alle chitarre, espressivo come pochi. Ospiti speciali sono poi Riley Osbourn le cui tastiere ravvivano la frizzante “Joie De Vivre” tra Texas e Louisiana, Lloyd Maines al dobro nella deliziosa “Drink (Drink Drink)”, Matt Harlan alle armonie vocali nella magistrale ballata pianistica che dà il titolo all’album, Willy T. Golden ottimo alla lap steel. Pregevolissime sono l’apertura di “When You Come To Me” con un crescendo poetico eccellente in cui il suono si fa sostanzioso grazie anche a fiddle e lap steel, “Doing Well” cadenzato midtempo di gran classe, “Theodora”, acustica ed evocativa, “Still The One” classicamente texana, “84 Boxes” scorrevole rockin’ country e “Free Will”, altro gioiellino acustico. “Blanco County Lights” riserverà sicuramente momenti godibilissimi e non faticherà a rientrare tra i preferiti di chi ama il suono texano e, più in generale, gli intrecci sonori che potremmo definire ‘alt-country’ o ‘americana’. www.brantcroucher.com.
Remo Ricaldone

18:32

Scott MacLeod - Flicker And Fade

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Quarto disco all’attivo per Scott MacLeod, canadese da Calgary, Alberta,  musicista roots dalle ottime doti compositive e performer di grande pregio. “Flicker And Fade” è una sorta di viaggio attraverso gli alti e bassi della vita, vissuto intensamente tra country music e rock delle radici, prodotto in maniera eccellente e suonato con quella passione che lo avvicina a Steve Earle e a gran parte della scena tra Texas e Oklahoma che tanto amiamo. I nomi coinvolti sono per noi assolutamente sconosciuti ma la loro caratura è tale da rendere l’ora circa di questo disco decisamente godibile. Ballate e trascinanti momenti rock compongono una selezione in cui pedal steel, mandolino e talvolta banjo non stonano affatto accanto a chitarre elettriche grintose ed energiche, sempre guidate da una voce espressiva, efficace ed intensa. “Hope She Understands” è un bel biglietto da visita, pregnante e signiificativo ma è con “Never Too Late” e soprattutto con “Jump In My Step” che l’album decolla grazie ad una grande passione per il rock’n’roll filtrato naturalmente attraverso i suoni roots. “2 Run Deep” si posiziona vicino alla country music  più ‘alternative’ di band come  Son Volt tanto per fare un nome, “You Never Asked” è più ‘folkie’ e acustica grazie anche al banjo e al mandolino di Todd Maduke, “On The Mend” è ancora acustica, ballata dalle tonalità agrodolci che appassiona, “Worse For Wear” è una cadenzata canzone country la cui melodia non si pone in maniera particolarmente originale ma grazie all’interpretazione risulta genuina e vincente, “Just Around The Corner” è frizzante e grazie ad un ‘refrain’ coinvolgente e a una bella pedal steel che lavora sottotraccia risulta tra le più positive, “Cursed Pull For The Water” è ancora sulla stessa falsariga tra country e rock mentre la chiusura affidata alla lunghissima “Straight Ahead” (più di 15 minuti!) è da applausi con il suo alternarsi di parti acustiche ed elettriche, di momenti riflessivi da ballata a break strumentali di grande presa. Quest’ultimo è certamente il momento topico di un lavoro che comunque si mantiene su un livello più che buono e conferma doti umane e musicali di prima grandezza. www.scottmacleod.ca.
Remo Ricaldone

18:29

Wayne Haught - Fingers

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Nato e cresciuto in Ohio, nella più profonda provincia americana, Wayne Haught ha accumulato esperienze di vita e di musica attraverso un percorso lungo e articolato trasferendosi dapprima a Oakland dove ha fatto parte di numerose band tra country music e rock e poi scegliendo le colline della Sonoma County quale residenza. Nel 2011 ha debuttato con l’interessante album intitolato “The Crying Kind” che ci ha presentato un musicista dalle tante facce, dall’amata country music di Johnny Cash, Waylon Jennings e Hank Williams alla canzone d’autore folk  con risvolti spesso ‘dark’, dal rockabilly più scarno e scheletrico al blues, fino a reminiscenze quasi bluegrass. Le liriche sono poi di grande spessore e sensibilità con storie che narrano di amore e morte, di gioia e di dolore, di amicizia e di perdita, il tutto con profondità e cuore non comuni. Ora Wayne Haught arriva al secondo disco prodotto dal grande Peter Case in cui l’ex Plimsouls guida con classe un solido manipolo di ottimi musicisti nel supportare queste dieci nuove composizioni. Lo stesso producer non si esime dall’aggiungere il suo tocco strumentale (al piano, organo e voce) in tre canzoni mentre David Steele alle chitarre, Don Heffington alla batteria e Greg Leisz al dobro, tutti coinvolti negli anni nelle registrazioni di gente come John Prine, Lucinda Williams, Emmylou Harris, Bob Dylan, Steve Earle e Lone Justice tra gli altri, suonano con la consueta, straordinaria bravura. “Fingers” è quindi, inevitabilmente, ricco di spunti e di canzoni che lasciano il segno, dalla bellissima “Where Bluebirds Sing” che apre l’album con un tocco molto tradizionale (e anche molto texano) alla immaginifica “Political Song For Waylon Jennings To Sing” con il bel mandolino di Craig Eastman (bravo anche al fiddle) e un’atmosfera che si fa più elettrica e ‘outlaw’, dal rockabilly ‘sporco’ e viscerale di “Release Me To The Mouth Of Glory” a “Mail Pouch Chew Tobacco” nuovamente sulle corde di una country music ‘fuorilegge’ e genuina. “Horseshoe Tattoo” ha ancora l’andamento dei classici tra country music e spunti sudisti, la title-track “Fingers” aperta dal fiddle di Craig Eastman è interpretata con passione e sincerità, “Death Week In Memphis” è ballata magistrale, pungente ed evocativa, mentre alla lunga e discorsiva “All The Way To Heaven’s Gate” è affidata la chiusura di un disco che conferma Wayne Haught talento da tenere in considerazione. www.waynehaught.com .
Remo Ricaldone

19:00

Matt Ellis - The Greatest Escape

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Nato a Sydney, Australia ma residente da una decina di anni in California, Matt Ellis arriva al quinto disco in una carriera che sta raggiungendo livelli veramente ottimi, ponendolo tra i nomi più interessanti nel panorama roots-rock e alt-country. Dopo l’ottimo “Births, Deaths & Marriages” che lo aveva visto protagonista di un album intenso e ispirato in cui facevano bella mostra di se Greg Leisz, straordinario polistrumentista attualmente tra i migliori negli States come chitarrista e come virtuoso a pedal steel e slide, e parte dei Calexico, ci propone “The Greatest Escape”, ancora una volta con la collaborazione di Craig Schumacher (ingegnere del suono già con Neko Case, Jayhawks e Calexico). Il disco, inciso tra Tucson, Arizona e la California, mostra quanto Matt Ellis sia maturato dal punto di vista compositivo e interpretativo, formando con il precedente una coppia assolutamente rilevante. Più elettrico di “BD&M”, “The Greatest Escape” unisce la vena da puro ‘balladeer’ di Matt con la sua passione per il roots-rock più genuino, da Neil Young, sempre un’ispirazione per le generazioni recenti o meno che si muovono tra rock e radici, a Tom Petty e Ryan Adams. Bella voce, appena roca e sempre stimolante, arrangiamenti in cui la band suona con grandissimo affiatamento e cuore, dalle chitarre di Josh Norton alla batteria e alle percussioni di Fernando Sanchez, dalla pedal steel (ma anche la chitarra elettrica) di Tim Walker al basso di Grant Fitzpatrick fino alle armonizzazioni vocali della moglie Vavine: la ricetta risulta semplice ma proprio per questo efficace e invitante. Un disco questo che cresce con gli ascolti e conquista senza fatica il cuore di chi è sensibile alle commistioni tra elettrico ed acustico, tra rock e country/folk, a partire dall’accoppiata “On The Horizon” e “Thank You Los Angeles”, i due brani scelti per presentare questo lavoro, ma senza dimenticare le belle “The Greatest Escape”, “Greyhound 89”, “Texas Sky”, “Don’t Mind Losing”, “I Know A Killer” e “Ain’t No One Winning”. Disco consigliato senza remore. www.mattellis.com.
Remo Ricaldone

18:57

Ronnie Fauss - Built To Break

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Dopo l’ottimo esordio con “I Am The Man You Know I’m Not”, tra le sorprese degli ultimi anni in quella terra fertilissima a cavallo di Oklahoma e Texas, Ronnie Fauss conferma le più rosee aspettative con un altro disco fiero e solidissimo intitolato “Built To Break”, nuovamente co-prodotto con Sigurdur Birkis, già batterista di Will Hoge e qui dietro a tamburi e percussioni con la consueta forza e compattezza. Ronnie è un bravo autore e un performer in crescita, formatosi ancora prima del suo debutto grazie ad una sfilza di ep che avevano aperto la strada ad un primo lavoro già impeccabile e qui è supportato ottimamente da una bella serie di nomi, anche se poco noti al grande pubblico, a cominciare da Devin Malone nelle cui mani passano con uguale fascino e intensità dobro, mandolino, banjo, lap steel, pedal steel e chitarre, per poi citare il bravo tastierista (e fisarmonicista) Chris Tuttle e il chitarrista Sadler Vaden, tra i protagonisti di queste nuove undici canzoni che compongono “Built To Break”. Non possiamo non rimanere conquistati dal duetto con il leader dei Old 97’s Rhett Miller nella robusta e trascinante “Eighteen Wheels” o non scioglierci tra le note della più acustica e country “Never Gonna Last” in cui a duettare c’è la voce di Jenna Paulette e il fiddle di Megan Palmer gioca di fino con grande gusto. “Song For Zula” di nuovo acustica, la determinazione dell’iniziale “Another Town”, “Old Life” “Come On Down”, “The Big Catch” e “I’m Sorry Baby (That’s Just The Way It Goes)” mostrano ancora esemplari doti compositive e talento in quantità per un disco nuovamente consigliato, sia per coloro che hanno conosciuto Ronnie Fauss grazie al precedente album sia per coloro che si imbattono per la prima volta in questo nome che possiamo tranquillamente accostare a quanto di buono è stato fatto in questi anni in quelle terre. www.ronniefauss.com.
Remo Ricaldone

18:54

The Far West - Any Day Now

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Ci eravamo già occupati dei Far West da Los Angeles, California in occasione del loro debutto omonimo che li poneva come una delle migliori promesse di questi anni in fatto di alternative country e ‘americana’, una band con i numeri giusti per affermarsi in questa amplissima scena musicale. Ora con questo “Any Day Now” possiamo tranquillamente affermare che i Far West mantengono intatta la loro gustosa ricetta sonora e la portano ad ulteriore maturazione anche grazie a qualche aggiustamento nella line-up di cui non fa più parte Erik Kristiansen che aveva caratterizzato il loro suono con la sua eccellente pedal steel ma, con l’inserimento delle chitarre di Aaron Bakker, delle tastiere di James Williams e del nuovo batterista Travis Popichak (che sostituisce Tony Sanborn) si ricompatta e si arricchisce di nuove ‘colorazioni’. E’ proprio grazie al piano di James Williams che molte canzoni aumentano di pathos, di intensità. Naturalmente a guidare la band c’è ancora la voce di Lee Briante, uno dei punti di forza, con il contributo notevole dell’altro membro originale Robert Black a basso e mandolino. “Any Day Now” è album maturo e completo in cui le classiche influenze country californiane che avevamo apprezzato con il precedente lavoro vengono ‘personalizzate’ con le sonorità quasi ‘neworleansiane’ di “Leonard”, le godibili atmosfere tra pop e jazz di “Oh, Love!” e la ballata pianistica “Across The Bed” con i suoi echi romantici e appassionati. Questi sono i brani più originali del disco ma è con l’iniziale “On The Road”, con la notevole “Hudson Valley”, la vivace “The Bright Side”, la profonda “These Arms Will Be Empty””, l’eredità della Band in “Walk Light On This Poor Heart”, ballata country di grande spessore, “Words From A Letter”, “Wichita” che ricorda i migliori Green On Red e “She’s Gonna Leave Him Too” che i Far West rendono l’album speciale, a mio parere una delle più brillanti produzioni dell’anno appena trascorso. Un combo che ritroveremo ancora e che merita la vostra attenzione. www.thefarwestband.com.
Remo Ricaldone

18:51

Drew Holcomb & The Neighbors - Medicine

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La ‘medicina’ a cui si fa riferimento nel titolo è, naturalmente, la Musica e il suo valore terapeutico e salvifico, il suo essere compagna e ispiratrice attraverso i momenti belli ma soprattutto quelli brutti della nostra vita. E medicina è stata anche per Drew Holcomb, musicista nato a Memphis, Tennessee ma attualmente residente a Nashville, da una decina di anni accompagnato da The Neighbors, la band di cui fa parte la moglie Ellie (voce e chitarra), Nathan Dugger (chitarre e tastiere) e Rick Brinsfield (basso), che la celebra in un lavoro che segue di poco meno di due anni “Good Light” che ha ricevuto buone critiche e un discreto livello di esposizione mediatica. “Medicine” è inciso in completa armonia con la propria ‘musa’, dando il giusto spazio all’ispirazione e lasciando scorrere le emozioni durante una serie di sedute di registrazione in cui non c’è stato spazio per sovraincisioni o ‘trucchi’ vari, partendo da un approccio tipicamente cantautorale ma arricchendolo di country, folk, rock, pop e soul, i suoni ai quali Drew Holcomb è stato esposto fin dall’adolescenza. Queste sono canzoni d’amore e di amicizia ma anche di vita quotidiana, di sofferenza e di fede, interpretate con il piglio di chi ha vissuto intensamente le storie che racconta. Bello è anche il senso melodico che pervade “Medicine”, pregno di momenti che chiedono di essere riascoltati e goduti appieno attraverso le performance di un artista che ha girato in lungo e in largo gli States e ha assorbito la ricchezza di un Paese straordinariamente variegato come ispirazioni. Dall’introduzione di “American Beauty” alla conclusione di “When It’s All Said And Done” sono poche le pause ispirative e, pur non essendo assolutamente un capolavoro, “Medicine”  si farà ricordare nel corso di quest’anno come disco di grande sincerità e limpidezza. www.drewholcomb.com.
Remo Ricaldone

18:48

The New Madrids - Through The Heart Of Town

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“Through The Heart Of Town” è uno dei più interessanti debutti del 2014. A proporcelo sono quattro ragazzi scozzesi (Donny McElligott a chitarre, mandolino e percussioni, Owen Nicholson a chitarre, pedal e lap steel e tastiere, Callum Keith al basso e Maurice McPherson alla batteria) e un inglese (Ian Hutchison, voce e chitarre) profondamente innamorati di quel suono tra il classico rock americano e le radici country che ci ha regalato grandi musicisti e grandi dischi negli ultimi venticinque anni, dagli Uncle Tupelo (punto di riferimento imprescindibile) ai Jayhawks, ai Whiskeytown. Formatisi nel 2010 i New Madrids hanno portato la loro musica in giro per le isole britanniche prima di sbarcare negli Stati Uniti dove hanno incontrato e collaborato con gente come Jesse Dayton, Hayes Carll, Nanci Griffith e Brennen Leigh (che appare come ospite in un brano del disco), maturando uno stile brillante e vibrante, solido e variegato. “Wrapped Up” è manifesto della loro limpida musicalità con una melodia che intriga subito e un arrangiamento perfettamente bilanciato, “You” ce li presenta in veste più elettrica e grintosa e questa alternanza tra suoni più (alt) country e rock prosegue con intatta ispirazione per tutto l’album dove non ci sono punti deboli e dove sono da sottolineare le venature soul tipicamente sudiste di “Shake” con i fiati di Bruce Michie, la nitida bellezza di “Hey Christine” con la pedal steel a ‘dipingere’ con gusto, la convincente melodia di “Shine A Light” interpretata con genuina passione, “Big Fun” un rockin’ country di chiara marca texana, la lunga “Long Is The Way” con i suoi eccellenti arpeggi acustici che mi ricordano i Black Crowes più rootsy e “Alaska”, altra ballata di grande pregio con la presenza vocale della già citata Brennen Leigh. Questi ragazzi di Perth hanno colto nel segno con un disco che si fa ascoltare con grande piacere, un lavoro già adulto che spero possa essere il viatico per una carriera luminosa. www.thenewmadrids.com.
Remo Ricaldone

09:28

Stoney LaRue - Aviator

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo lasciati con il bellissimo “Velvet”, disco che confermava l’avvenuta affermazione di Stoney LaRue quale alfiere di quella che è una delle scene musicali migliori negli States, quella tra Texas e Oklahoma, terre fertili e pregne di country music e folk ma anche di roccioso rock’n’roll. “Aviator” ci riconsegna un personaggio straordinario, un ispirato e talentuoso musicista nato a Taft, Texas nel 1977 ma che ha sempre guardato a nord, all’Oklahoma, quale fonte di ispirazione per la propria musica. Ancora Mike McCarthy e Frank Liddell siedono dietro alla consolle in veste di produttori e il grande amico Mando Saenz quale produttore esecutivo, co-autore e vocalist, per un lavoro dai suoni prettamente acustici, magnificamente arrangiati e proposti in collaborazione con grandi nomi degli studi di registrazione di Nashville, dalla sezione ritmica formata da Glenn Worf al basso e Jerry Roe alla batteria alle chitarre acustiche di Randy Scruggs, al fiddle di Glen Duncan, alla steel di Jim Hoke tra gli altri. Ci troviamo ancora una volta di fronte ad una selezione di grande impatto, fresca nelle melodie e solida nelle interpretazioni, sempre fedele allo spirito con il quale Stoney ha contraddistinto la sua carriera, tra l’amata country music, la canzone d’autore che dalle sue parti ha visto nascere alcuni tra i più grandi nomi della musica americana e le sonorità preziose del profondo sud. “First One To Know”, “One And Only” e “Aviator” basterebbero a nobilitare l’album con le loro sonorità cristalline, ma è tutto il disco a viaggiare su livelli più che buoni con una menzione particolare per “Golden Shackles” con l’armonica che lavora di fino, il fiddle a pennellare e il ritmo che cresce, “’Til I’m Moving On” cadenzata e graziosamente pigra, tipicamente ‘southern’, “Still Runnin’” dove piano e steel si intrecciano e introducono una ballata appassionata, l’agrodolce “Million Dollar Blues” e la lunga “Studio A Trouble Time Jam” dove Stoney LaRue scava nel rock’n’roll più classico tra passato e presente. “Aviator” non ha bisogni di molti inviti, chi conosce la musica di Stoney ritroverà le emozioni e le sensazioni che ha condiviso in passato,  per chi invece non lo conosce ancora potrà essere il primo tassello per un piacevolissimo viaggio all’indietro nella sua discografia. www.stoneylarue.com.
Remo Ricaldone

09:26

Brad Colerick - Tucson

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Cresciuto nel Nebraska ma attualmente residente in California, Brad Colerick ha assorbito i suoni del sudovest aggiungendo influenze country alla sua ispirata vena cantautorale e proponendo con questo suo recente “Tucson” un lavoro rimarchevole e assolutamente godibile. “Tucson” è stato per lui un viaggio della mente in cui ha potuto esprimere e presentare i suoi sogni e le sue speranze, affidandosi ad una bella serie di musicisti che hanno contribuito a colorare un songbook di tutto rispetto. Charlie White e Steve Hanson in primis sono i protagonisti di queste session con i loro strumenti a corda, chitarre, pedal steel, banjo, mandolino, dobro, vere ‘guide’ di arrangiamenti sempre eccellenti e poi Dave Roe (basso) e Ken Loggins (batteria) precisi e solidi come sezione ritmica e le apparizioni come ospiti di April Verch al fiddle, Herb Pedersen alle armonie vocali e Phil Parlapiano alle tastiere quali ciliegine su una torta naturale e genuina, tutti musicisti dalle grandi doti e dalla notevole sensibilità. La title-track apre con una slide che ricorda le atmosfere desertiche di Ry Cooder in “Paris, Texas” per poi subito aprirsi ad una melodia tra le più belle del disco, “Blue Horizon” ha nel banjo che la caratterizza il suo punto di forza, “”This Is What I  Do (Mighty Keeper)” è una delle melodie più intriganti per una ballata che rimane scolpita nella memoria, “Late Winter Snow” è riflessiva e accorata, “Brakeman’s Door” è pimpante con il suo ‘bluegrass feel’, interpretata con forza e orgoglio, “Tragedy” è più amara ma ancora profonda e sentita mentre la chiusura è affidata a “Roll On”, tra country e ‘americana’, un altro gioiellino. Questi sono secondo me i punti di forza di un disco che scorre molto bene, mai banale, decisamente un lavoro riuscito per un artista talentuoso. www.bradcolerick.com.
Remo Ricaldone

Secondo lavoro per i New American Farmers, la nuova creatura sotto cui si celano i nomi di Nicole Storto e Paul Knowles, musicisti dalle radici profondamente legate ai suoni tra country music, folk-rock e americana. Dopo il positivo “Brand New Day” di cui ci siamo occupati in precedenza, “The Farmacology Sessions” si attesta maggiormente su suoni più influenzati dagli anni sessanta con una predilezione per i Byrds (quelli più ‘psichedelici’ della seconda parte dei 60s), i Jefferson Airplane più roots e per CSNY, non dimenticando il country-rock più ‘cosmico’ tra Gram Parsons e i New Riders Of The Purple Sage. Un disco questo che cresce in maniera esponenziale ascolto dopo ascolto, affascinando per un approccio trasversale che rende la proposta sempre intrigante ed originale, pur con i riferimenti sopra citati. Le chitarre elettriche di Paul Knowles, affiancate a quelle dell’ex Green On Red Chuck Prophet (altra grande influenza è stata la band di Dan Stuart e Chuck Prophet) e alle pedal steel e lap steel di Dave Zirbel formano una base solida e compatta sulla quale si sviluppano i temi melodici per la maggior parte frutto della partnership Storto/Knowles. Tre sono le cover tra cui spicca una bella cover del classico di Hank Williams Sr. “I’m So Lonesome I  Could Cry”, riproposta con un taglio contemporaneo che non ne sminuisce la forza e il fascino. La byrdsiana “The Door Into Summer” che assomiglia ad una outtake da “Notorious Byrd Brothers” e la movimentata “Rain In The Summertime” piena di colori sixties sono le altre due cover, mentre tra gli originali spiccano “Down At The Pharmacy” dal refrain che mi ricorda i Kinks più ‘rurali’ con in primo piano la pedal steel, l’elettrica “Aiming For The Daylight” che non nasconde un omaggio ai Green On Red, “The Garden”, sontuosa ballata elettrica che non stonerebbe nel repertorio di Israel Nash Gripka e la limpida e cristallina “Just A Note” con chitarre acustiche e steel a caratterizzare la melodia. Un disco molto interessante, non solo per nostalgici ma per coloro che subiscono il fascino delle ‘commistioni’ sonore. www.newamericanfarmers.org.
Remo Ricaldone

09:20

Victor Camozzi - Cactus & Roses

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato a Waco ma residente attualmente ad Austin, Texas, Victor Camozzi rappresenta il classico texano tra country music, canzone d’autore e passioni roots-rock, in possesso di una voce e di una propensione musicale che lo avvicina molto a Robert Earl Keen con cui condivide senso melodico e sonorità. Al terzo album con questo “Cactus & Roses” prosegue il suo bel percorso fatto di canzoni dal sapore agrodolce che parlano di rapporti interpersonali e di vita quotidiana in maniera credibile e sincera. Il polistrumentista Matt Downs e il drummer Gary Mallaber, veterano di mille sessions, lo accompagnano attraverso una serie di brani che risultano piacevoli e scorrevoli, perfetti per chi ha seguito la scena del Lone Star State in questi anni. “Pretty Smile”, “Bottom Of My Broken Heart”, “The Lost Girl”, “Ballad Of The Mystiqueros” formano un’intrigante introduzione ad un disco che conferma una crescita compositiva ed interpretativa magari non straordinaria ma di buon valore. “The Other Side Of The Mountain”, la title-track “Cactus & Roses”, “Crooked” e “Daddy Don’t Do Cocaine” meritano una citazione particolare per approccio e profondità nell’affrontare i vari aspetti delle emozioni che ci coinvolgono e che rendono la vita meritevole di essere vissuta. Merito poi del citato Matt Downs per avere curato la produzione in modo intelligente, dando spazio alla personalità di Victor Camozzi facendo emergere la sua passione per i suoni della terra texana.
Remo Ricaldone 

LONESTARTIME.COM PRESENTA:

RICH O’TOOLE & BLEU EDMONDSON CHRISTMAS ACOUSTIC TOUR

- Giovedì 11 dicembre 2014 @ Draft American Slow Diner, San Marino (località Domagnano)

- Venerdì 12 dicembre 2014cena di Natale di Lonestartime @ I Vizi del Pellicano Fosdondo di Correggio (Reggio Emilia); e prenotazione cena entro il 10/12

Con il solito immancabile entusiasmo Lonestar Time mette sotto l’albero di Natale un regalo per tutti gli appassionati di Texas Music e country-rock in genere; un regalo che vuole essere un semplice ma sincero ringraziamento per tutti quelli che ci seguono costantemente e che vuole celebrare insieme ai fans un altro anno di attività live uniche nel settore in attesa di un 2015 che si annuncia pieno di esaltanti sorprese!
Si festeggia insieme con il ritorno in Italia del giovane talento texano RICH O’TOOLE e con la prima volta in Europa di BLEU EDMONDSON!!

RICH O'TOOLE
Il sound di Rich O’Toole, che non nasconde incondizionato amore per personaggi come Springsteen, Robert Earl Keen e Pat Green, è una miscela esplosiva di rock, blues e alt-country che porta alla ribalta, con rinnovata forza e prorompente energia, tutti gli elementi tipici della musica americana rivisitando il folk ed il rock tradizionale alla luce di una sferzata di chitarre elettriche senza snobbare l’attitudine per un certo power-pop più maturo capace di coinvolgere anche il pubblico giovane normalmente più avezzo alle proposte di MTV (e la cosa ci sembra decisamente un pregio!) e soprattutto senza perdere di vista la scrittura del miglior cantautorato made in Usa.
In questo tour lo vedremo nella veste acustica più country-folk oriented dove l’attenzione sarà concentrata proprio sulla sua abilità di cantautore presentando, oltre ad i suoi successi, una serie di brani inediti tratti dal suo ultimo lavoro Jaded.

BLEU EDMONDSON
Bleu Edmondson è uno dei punti di forza dell’attuale scena musicale texana ed incarna al meglio quel genere che oggi viene indicato con il nome di Texas Red Dirt Music dove la musica roots/rock americana incontra le diverse influenze del country, del blues e del tipico cantautorato made in Texas. Edmondson incide i primi dischi del 2001 e del 2002 sotto la guida di Lloyd Maines, immenso produttore discografico considerato il re mida della Texas Music, e da allora si piazza costantemente ai vertici della Texas Chart finendo ogni anno tra i primi 50 artisti nelle classifiche di riepilogo dei passaggi radiofonici del Lonestar State.
Il songwriting di Bleu è l’esempio concreto dell’espressione “real music for real people!” e non tradisce la scuola di personaggi come Bruce Springsteen e Willie Nelson o come Waylon Jennings e Uncle Tupelo; canzoni che suonano tanto fresche e oneste quanto taglienti e profonde dove il romanticismo urbano del rock stradaiolo incontra tutta la poetica tipica dell’ hill country texano.
Con più di 200 concerti all’anno Bleu porta un giro un live show tra i più potenti della scena texana.
Gli ultimi due album "Lost Boy"  e "The Future Aint What It Used To Be" sono tuttora due pietre miliari nel panorama musicale del Lonestar State.

Support Live Music, Support Songwriting, Support Texas Music and…MERRY XMAS BABY!!!!

18:52

Malcolm Holcombe - Pitiful Blues

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Originario della regione chiamata Piedmont nel North Carolina, storicamente una delle più fertili del sud statunitense, Malcolm Holcombe rappresenta con grande carisma e forza espressiva quel musicista in perenne bilico tra country music, blues e folk, capace di proporre un suono scarno, desertico ma al tempo stesso pieno e ispirato. Voce roca e abrasiva, stile chitarristico notevole, doti compositive eccellenti, Malcolm Holcombe vanta una carriera più che ventennale ma solo nove dischi, preziosi scrigni dove si possono trovare veri gioiellini, tutti frutto della sua vena poetica, della sua vita vagabonda. “Pitiful Blues” è inciso tra North Carolina e Tulsa, Oklahoma (ma Malcolm è più volte sceso in Texas a conferma di una vicinanza con i grandi troubadours del Lone Star State come Townes Van Zandt e Guy Clark) ed è ancora una volta ‘affidato’ alla sapienza e alla passione di Jared Tyler, fedele pard di Mr. Holcombe in questi anni. Con un piccolo contributo da parte di un manipolo di oscuri ma ispirati sidemen il gioco è fatto e l’album viaggia su melodie e sonorità che appassioneranno i fan dei grandi songwriter roots americani. Dall’arpeggio che introduce la title-track “Pitiful Blues” alla magnifica “Roots” per poi proseguire con  momenti accorati ed emozionanti come “By The Boots”, “Words Not Spoken”, “Savannah Blues”, “Words Of December” (splendido esempio di una musica tutt’uno con la propria terra), “The Music Plays On”, è chiaro quanto Malcolm Holcombe rappresenti il lato più intrigante della canzone d’autore figlia della tradizione. Un disco questo che entra nel cuore nella maniera più diretta ed immediata per occuparne uno spazio sostanzioso e duraturo. www.malcolmholcombe.com.
Remo Ricaldone

18:50

John Cowan - Sixty

Pubblicato da Remo Ricaldone |

John Cowan ha rappresentato nel corso degli ultimi quarantanni circa il musicista dalle amplissime vedute in fatto di musica delle radici, fissando le proprie passioni in un percorso di grande rilievo, pur con qualche inevitabile pausa di riflessione. Ed è altrettanto inevitabile che ora, alla soglia dei sessantanni, il bassista e cantante nella straordinaria stagione dei New Grass Revival di Sam Bush e Bela Fleck ora impegnato nella divertente e fattiva collaborazione con i riformati Doobie Brothers, tiri le fila di una carriera notevolissima. “Sixty” è infatti la summa dei suoni che lo hanno formato, dalla country music al bluegrass (o new grass che dir si voglia), dal soul al pop degli anni cinquanta e sessanta. Alla produzione c’è John McFee, grandissimo chitarrista prima di tutto e anche lui membro dei Doobies, in grado di sfruttare al meglio il talento vocale di John Cowan, da sempre una delle voci più caratteristiche con il suo timbro alto e nitido, assolutamente non appannato dagli anni ma forse ora ancora più espressivo. Se l’iniziale “Things I Haven’t Done” riprende idealmente le radici new grass pur in un contesto rockeggiante e con l’apporto di Rodney Crowell alle armonie vocali, la cristallina armonia del piccolo classico dei Flying Burrito Brothers targati Rick Roberts si sviluppa sul banjo di Bernie Leadon e sul mandolino di Chris Hillman che di quella formazione furono  membri fondanti e fondamentali. “Devil Woman” firmata da Marty Robbins e l’indimenticabile “Miss The Mississippi (And You) dal repertorio di Jimmie Rodgers lo riportano alla storia della country music, pur con arrangiamenti volutamente diversi ed originali, la prima virata verso il pop, la seconda con spirito sudista e quasi dixieland. Sam Bush collabora in “Rising From The Ashes”, eccellente composizione del producer John McFee, rivisitazione del suono al quale John Cowan è legato da parecchie decadi, quell’unione di bluegrass e roots rock (usando un termine moderno) che fece la fortuna dei New Grass Revival mentre “Happiness”, eterea e sognante, proviene dal repertorio dei Blue Nile. “Fate Full Of Shadow” con le sapienti e delicate percussioni del veterano Kenny Malone, il dobro di John McFee e la matura performance di John Cowan è un altro punto fisso del disco, seguito dalla sorprendente cover della beatlesiana “Run For Your Life”, qui arrangiata con bel spirito rock e le belle chitarre di Jim Messina e la steel di Jay Dee Maness. Ancora da citare “Sugar Babe” di Jesse Colin Young tra new grass e Bakersfield, l’affascinante “Who’s Gonna Cry For You” tra rock e afflati blues e con l’apporto vocale di Alison Krauss e la conclusiva “Feel Like Going Home” di Charlie Rich dove l’accompagnamento pianistico di Leon Russell esalta la vocalità, ancora una volta splendida, di Mr. John Cowan.
Remo Ricaldone

18:46

Yvette Landry - Me & T-Coe's Country

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Dopo due ottimi dischi in cui la musicista di Breaux Bridge, Louisiana si è fatta apprezzare per un approccio vitale e brillante alle radici country, Yvette Landry decide di celebrare la tradizione, di affrontare alcune delle canzoni da lei più amate, veri classici senza tempo. La scelta, a mio parere coraggiosa e vincente, è quella di spogliare queste canzoni da ogni orpello per fare emergere le melodie e per far risaltare la sua voce. Chitarra acustica e pedal steel, nelle mani dell’ottimo Richard Comeaux, sono gli unici ingredienti di “Me & T-Coe’s Country”, un piacevolissimo viaggio attraverso un repertorio rivisitato con profondo rispetto ed amore. “Tennessee Waltz”, “Cold, Cold Heart”, “I Fall To Pieces”, “Together Again”, “It Wasn’t God Who Made Honky-Tonk Angels”, “Hey Good Lookin’”, “Bucket’s Got A Hole In It” hanno veramente bisogno di poche presentazioni per chi segue la country music più tradizionale e qui escono fuori in tutta la loro grandezza con gli svolazzi di pedal steel che impreziosiscono queste nuove versioni. Ad aggiungersi a questi super classici ci sono “Can I Go Home With You”, altra cover ma di Caleb Klauder, nuovo grande country singer e le originali “Together, Forever” e “Memories Of Clelia”, due brani della stessa Yvette Landry che ben si inseriscono nella selezione. Unica eccezione alla regola del duetto chitarra acustica/pedal steel è la conclusica “I’m Leaving It Up To You”, bonus track dal sapore anni cinquanta, ballata godibilissima caratterizzata dal piano di Eric Adcock e dalla chitarra elettrica di Roddie Romero. “Me & T-Coe’s Country” riporta la country music alla semplicità originaria grazie ad un’artista che la ama e la rispetta, cosa non così comune tra coloro che la ripropongono in questi anni. Consigliato. www.yvettelandry.com.
Remo Ricaldone

18:44

James Hand - Stormclouds In Heaven

Pubblicato da Remo Ricaldone |

James Hand è un tradizionalista, un puro cultore del retaggio della country music, nato in quella fertile terra al centro del Texas in cui è inevitabile crescere al suono di Hank Williams Sr., Lefty Frizell, Ray Price o Ernest Tubb, tutti nomi ai quali, nel corso di una carriera discografica certamente parca ma qualitativamente eccellente, si è sempre ispirato. E’ comunque solo da una quindicina di anni che la sua musica, un mix di country music, echi bluegrass e basi gospel, ha avuto un riscontro, attirando l’attenzione di Willie Nelson e Ray Benson che in qualche modo lo hanno aiutato ad uscire dall’anonimato. Tra il 2006 e il 2009 ha inciso due ottimi dischi per la Rounder, etichetta che lo ha supportato e permesso di ampliare la sua ‘fan base’. “The Truth Will Set You Free” e “Shadow On The Ground” sono infatti due significativi esempi di una credibile country music in cui la tradizione emerge in maniera prepotente e non è mai mero esercizio archeologico. “Stormclouds In Heaven” focalizza ora le radici gospel di James Hand in una selezione ampia ed articolata che riprende anche due episodi già editi, “If I Live Long Enough To Heal” e “Men Like Me Can Fly”, dai due sopracitati album per la storica label del Massachussetts. Il resto è composto interamente da materiale originale, nessuna concessione ai classici del genere, un godibile e sentito omaggio ad un aspetto sempre presente nella musica sia ‘bianca’ sia ‘nera’ del profondo sud. Ad arricchire un suono prettamente acustico ci sono molti nomi noti della scena texana, dai preziosi dobro e ‘resonator’ di Cindy Cashdollar al frizzante fiddle dell’Asleep At The Wheel Jason Roberts, oltre agli eccellenti pianisti Floyd Domino e Earl Poole Ball e alla veterana Lisa Pankratz alla batteria. “Lord Above” con il mandolino di Brennen Leigh, la pianistica “Baby’s Promise”, le profonde “Tomorrow When”, “No One Ever Dies”, la title-track “Stormclouds In Heaven”, “Devil Ain’t No Quitter” e “There Is A Time” contribuiscono a completare un bel quadro delle doti di un musicista di grande caratura. Disco valido e consigliato a coloro che amano la tradizione. www.jameshand.com.
Remo Ricaldone

18:40

Davey O. - No Passengers

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da Buffalo, New York arriva questo interessante cantante ed autore tra i finalisti nel 2013 nella categoria ‘New Folk’  dell’annuale appuntamento del Kerrville Festival nelle magnifiche colline della ‘Hill Country’ texana. Non è il suo esordio, ha una manciata di lavori autoprodotti alle spalle e una crescente popolarità a livello locale tra la costa est e il midwest, grazie anche all’apertura dei concerti di Eric Andersen, Suzanne Vega, Poco e altri musicisti tra folk e country. “No Passengers” è una sorta di ep, sette canzoni dal taglio intimo ed intelligente, quasi autobiografico, ma anche uno sguardo all’America di oggi nell’accezione più personale e privata. “Main Street” è uno sguardo a quanto siano cambiate le caratteristiche, umane e ‘topografiche’, delle tante ‘small towns’ a causa della crisi economica, “The Song I Wrote” e “The Walk” celebrano i rapporti interpersonali, tra amore ed amicizia, “Ask Yourself The Question” è una considerazione sul lavoro e su come fare a motivarsi per tirare avanti, “Standing In These Shoes”, tra le più belle della selezione, parla ancora di sentimenti e del valore che si danno alle cose che ci appartengono. In chiusura un bel tributo a Johnny Cash, uno dei grandi ai quali Davey O. si sente più legato, pur stilisticamente molto diverso: una cover del classico “Long Black Veil” riproposta con il cuore in mano. “No Passengers”, pur nella sua brevità, risulta completo ed espressivo, un ennesimo esempio di vitalità della scena roots. Un nuovo nome che merita di essere apprezzato. www.daveyo.com.
Remo Ricaldone


VENERDI' 24 OTTOBRE 2014 a I VIZI DEL PELLICANO
via Ronchi di Fosdondo, Correggio (RE) ore 22.30

Rod Picott racchiude nella sua musicalità quanto di meglio la canzone d’autore americana ha da offrirci in questi anni. La sua è una discografia di grande qualità, arricchita ora da “Hang Your Hopes On A Crooked Nail”, un lavoro ancora una volta appassionato e profondo, intensamente meditato e proposto con la consueta maestria. La produzione dell’esperto RS Field non fa che accrescere la bontà di un progetto di per se rimarchevole le cui storie ci parlano dell’America che più amiamo, quella apparentemente marginale ma senza dubbio più vera e sincera.
La profonda stima ed amicizia nei confronti di Slaid Cleaves, altro grande personaggio, ci regala “You’re Not Missing Anything”, “Where No One Knows My Name” e “Dreams”, quest’ultima composta con la collaborazione dell’amica e partner musicale Amanda Shires, con la quale firma “I Might Be Broken Now”, pigramente e deliziosamente countreggiante.
L’ottimo periodo di forma che sta attraversando Rod Picott è poi dimostrato da una serie di eccellenti canzoni come “65 Falcon”, la ‘texana’ “Mobile Home”, “All The Broken Parts”, “Milkweed” aperta dalle note evocative del piano di Joe Pisapia e la intima “Nobody Knows”, tutti momenti in cui Rod canta veramente con il cuore in mano.
Per info: Max 3356924056 - Cri 3929123507

09:30

Jim Keaveny - Out Of Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Out Of Time”, quinto disco per Jim Keaveny, musicista nato a Bismarck, North Dakota ma attualmente residente a Terlingua, Texas dopo parecchi anni di vita ad Austin, è il suo salto di qualità, il suo lavoro più bello e maturo. Dopo innumerevoli esperienze in cui ha girato gli States in autostop e nei treni merci, Jim Keaveny ha fissato le sue storie nelle canzoni di album come “These Old Things” (2000), “The Great Historical Bum” (2002), “A Boot Stomping” (2005) e soprattutto “A Music Man” (2009) in cui già si intravedeva una crescita sicura e decisa nel materiale, crescita in qualche modo completata con “Out Of Time” in cui country music e folk si intersecano con una forza non comune, ricordando spesso il Bob Dylan più ispirato della svolta elettrica degli anni sessanta. “Eugene To Yuma” è subito diretta e affascinante, un quadretto di grande ispirazione che ci consegna tutto il talento e la classe di Mr. Keaveny, subito seguita da “From The Black” che ha il sapore della country music ‘old fashioned’ dei seventies e da “Anything Without You” che sembra una outtake da “Blonde On Blonde” o da “Highway 61 Revisited” di Mr. Zimmerman. Oltre a questo trittico iniziale il livello si mantiene alto e l’estro continuo con le ottime “Ridin’ Boots” (ancora molto dylaniana con l’armonica in primo piano), “Out Of Sight” (altra storia piena di riferimenti autobiografici), la deliziosa “Changing”, “Lucy Ain’t Got No Arms”, “The Girl” dinamica e frizzante e “The Yippee-I-Ay Song” discorsiva e poetica. Un disco questo ricco di spunti e di riferimenti, giocato sempre sul filo dei ricordi, interpretato con quella sfrontatezza e quella verve che hanno coloro che hanno veramente vissuto le situazioni descritte nelle proprie canzoni. Un artista maturato come in buon vino..e come il buon vino da gustare e da centellinare. www.jimkeaveny.com.
Remo Ricaldone

09:26

Stan martin - Whiskey Morning

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Stan Martin e la sua fida Telecaster tornano alla ribalta con l’album numero cinque di una discografia pregna di ottima country music, figlia di una tradizione che ormai è patrimonio condiviso quasi esclusivamente dal panorama indipendente, in maniera viva e vitale. “Whiskey Morning” è una raccolta di limpide country songs tra California e Texas, con forti legami alla Music City dal retaggio più tradizionale, un viaggio ancora più sorprendente se consideriamo che Stan Martin proviene dalla east coast, dai sobborghi meridionali di Boston, Massachussetts. “Whiskey Morning” è quasi inevitabilmente concepito, registrato e proposto nella maniera più ‘old school’ possibile, senza aggiunte digitali o giochini di studio, interpretato con grande cuore e passione, prodotto in compagnia di Dave Roe, bassista già collaboratore di Johnny Cash e Dwight Yoakam. I nomi coinvolti sono poi veterani di mille session, esperti ma sempre ispirati, in grado di catturare quello spirito essenziale e crudo tipico di un suono che, per risultare credibile e reale, ha bisogno di semplicità e sincerità. Il resto lo fa l’estro e la bravura compositiva di Stan Martin, autore di tutto il materiale presente nel disco in una sorta di tributo alle proprie radici e ai propri miti musicali. Onestà e grande sensibilità sono i denominatori comuni di una selezione che si avvicina di volta in volta a Merle Haggard, a Buck Owens, a George Jones, a Dwight Yoakam, a Kris Kristofferson, pur mantenendo una piacevole aura contemporanea. Da “Damn This Town”, grande ballata acustica, a “Running Away” in cui si intrecciano pedal steel e telecaster in maniera veramente classica, dal fascino agrodolce di “Singer Of Songs” alle connessioni tra country e pop di “The Note”, tutto concorre nel tratteggiare un quadro più che chiaro sulle intenzioni e sulla voglia di Stan Martin di porsi come vero tradizionalista. Disco da centellinare e da godere nella sua interezza. www.stanmartin.net.
Remo Ricaldone

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