18:20

Helene Cronin - Landmarks

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Helene Cronin aveva debuttato nel 2019 (dopo l’ep “Restless Heart” di qualche tempo prima) con un ottimo disco intitolato “Old Ghosts & Lost Causes” che svelava un’autrice sensibile e una bella voce appassionata e profonda. Per il seguito a quel disco Helene ha voluto fare le cose in modo meditato e attentamente studiato, pur affidandosi alla stessa intelligente e fruttuosa produzione di Matt King e il supporto di alcuni dei migliori nomi di Music City come il chitarrista dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart Kenny Vaughn, il bassista Byron House, i tamburi di Jerry Roe, Bobby Terry con le sue chitarre ma anche a pedal steel, mandolino e banjo oltre allo stesso King a chitarre, tastiere e armonie vocali. Ci sono voluti almeno un paio di anni per dare corpo ai brani che compongono “Landmarks”, brani arrangiati in maniera superba, talvolta più acustici e in altri momenti con un maggiore peso strumentale, qualitativamente importanti e dotati di sfumature che rendono l’insieme decisamente godibile. I temi come i rapporti interpersonali e il modo in cui vengono affrontate le difficoltà della vita sono qui espressivi e maturi, visti attraverso la lente di ingrandimento di una personalità di valore, di grande empatia e solidarietà. Molti sono i momenti che toccano profondamente il cuore come “Halfway Back To Knoxville”, ballata intensa e commovente, la ritmata e gustosamente country “Between Me And The Road”, “Just A Woman” riflessiva e con un bel ‘parterre’ di voci femminili che donano ulteriore sostanza alla ballata, la title-track “Landmarks” con una delle migliori interpretazioni vocali dell’album, la solida ed efficace  “What They Didn’t Build”, “Make The Devil” segnata splendidamente dal banjo di Bobby Terry, “What Do You Lean On” con le sue belle chitarre elettriche che danno un sapore ‘byrdsiano’ alla canzone,  “Bodies Of Water” dalle movenze evocative che rimanda ad alcune ballate della grande Mary Chapin Carpenter, la frizzante “Cross That River” che chiude la selezione, tutte ugualmente efficaci e ricche di pathos. Un ulteriore capitolo positivo, un sostanziale passo avanti per una voce da considerare tra le migliori della scena indipendente americana.

Remo Ricaldone

 

18:18

Craig Bickhardt - Outpourings

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dai club di Philadelphia alla west coast passando per i migliori salotti nashvilliani: quella di Craig Bickhardt è stata una carriera piena e soddisfacente che ha incrociato la più ispirata canzone folk (quella dei vari Tom Rush, Eric Andersen e Gordon Lightfoot, tre giganti che hanno fatto da ispirazione costante al suo lavoro) e la country music più genuina e sincera. Autore apprezzato, vocalist estremamente modulato, un pickin’ chitarristico dai toni pieni e solidi, personaggio dalle doti limpide che ne hanno accompagnato dagli anni settanta il lavoro, Craig Bickhardt è tornato da qualche anno ‘a casa’ nella nativa Pennsylvania per produrre dischi dall’alta qualità melodica mettendo a frutto un’esperienza compositiva di primissimo livello (le sue canzoni negli anni sono state interpretate da gente come Ray Charles, Johnny Cash e Alison Krauss tra gli altri)  e questo “Outpourings” che arriva a quattro anni di distanza dal precedente “Home For The Harvest” lo presenta più in forma che mai. Un disco dalla struttura essenzialmente acustica nobilitato dalla ricerca costante di diffondere un messaggio di accoglienza, empatia e speranza di cui abbiamo un forte bisogno, raccontato con una naturalezza disarmante e rilevante dal punto di vista poetico. Per inciderlo Craig Bickhardt è sceso a Nashville dove si è sempre trovato perfettamente a proprio agio e si è affidato al genio e alla perizia di una serie di eccellenti sidemen come John Mock alla chitarra, al pennywhistle e all’harmonium, a Byron House al contrabbasso e  Pete Wasner alle tastiere, con il supporto importante dell’ex Poco Tom Hampton, del bravissimo Bill Miller, musicista di origine nativa con il suo ‘Native American flute’ e Michael G. Ronstadt (nipote della più celebre Linda) al cello. Ne escono fuori tredici vignette evocative e ricche di umanità che fotografano uno storyteller dalla splendide doti, tredici momenti che compongono un insieme che accarezza l’ascoltatore e gli infonde sentimenti e vibrazioni positive senza mai risultare retorico o stucchevole, da “Breaking The Bread” a “I Live For This” che aprono e chiudono il disco, passando per “Hills Of Geronimo”, “Emerald Eyes”, “Steal Home (Letter To Curt Flood)” e “China Blue”, giusto per fare qualche esempio. “Outpourings” è comunque un album dotato di grande coesione e compattezza, doti che ne fanno lavoro altamente consigliato.

Remo Ricaldone

 

18:16

Ben Bedford - Valley Of Stars

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Album numero sei per Ben Bedford da Springfield, Illinois, tra i migliori storytellers di questi anni per intensità e profondità poetica ma anche per eccellente tecnica chitarristica, qui ancora più sottolineata nella sua finezza e gusto. “Valley Of Stars” è stato disco dalla genesi sofferta e complicata, figlio di un periodo in cui Ben Bedford ha dovuto affrontare grandi problematiche personali, divenuto quasi per caso una sorta di ‘concept album’ dai risvolti catartici e liberatori. Un lavoro personale che lo avvicina come ispirazione al primo Bruce Cockburn, quello dei suoi straordinari lavori dei primi anni settanta e ai grandi cantautori britannici del passato, da Nick Drake a John Martyn, passando per il suo caro amico/collega Rupert Wates, tra i più interessanti nuovi nomi del folk contemporaneo. “Valley Of Stars” mostra fino in fondo e ad ogni piega la magia di una scrittura limpida che porta avanti una narrazione in cui i protagonisti sono anche i suoi stati d’animo, le sue paure, i suoi sogni, componendo un insieme come detto estremamente coeso e compatto, cucito assieme da alcuni momenti strumentali di grande efficacia. L’intima essenza di una personalità sfaccettata nella sua poetica emerge nitidamente da brani come “Leaping”, la splendida “Murmurations”, “Leopard & Hare” e “Weasel, Pike, Fox & Kite”, consigliatissimi inviti ad entrare nella magia di un ottimo album come “Valley Of Stars”, scritto, prodotto e illustrato con il valido supporto dell’amato gatto Darwin.

Remo Ricaldone

 

18:14

JD Malone And The Experts - Even Sunbeams

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Sia da solista che da frontman per una decina di anni dei Steamroller Picnic, JD Malone si è distinto per una interessante vena in bilico tra rock e radici, prendendo ispirazione dal più ruspante suono ‘americana’ che lo ha portato dal nativo Vermont dapprima sulla costa ovest e poi tra Philadelphia e New York State per incidere i suoi dischi. Dopo l’esperienza con la sua prima band, JD ha intrapreso un percorso solista che ora lo vede incidere con The Experts, solido combo che vede il fidato producer Pete Donnelly (già con l’inglese Graham Parker e The Figgs) al basso, Tommy Geddes alla batteria, Nate Gonzales alle tastiere e Avery Coffee alle chitarre. “Even Sunbeams” è disco si breve (poco più di trentun minuti) ma dal gustoso e frizzante roots-rock, interamente composto dallo stesso JD Malone, maturo e appassionato, segno di un percorso indovinato che negli anni lo ha visto condividere il palco tra gli altri con personaggi del calibro di Steve Forbert, Eric Andersen, John Gorka, Pat Green, Radney Foster, John Fullbright, Eilen Jewell, Marcia Ball e Buddy Mondlock, tutti in un modo o nell’altro artisti che hanno lasciato qualcosa in fatto di ispirazione al nostro. Questo suo nuovo lavoro arriva dopo ben sei anni dal precedente “Town And Country” e risulta nelle sette canzoni che lo compongono sincero e genuino sin dall’iniziale solida “Blue Impala”, con un ottimo lavoro di Nate Gonzalez alle tastiere che sostengono una melodia azzeccata, derivativa ma ricca di fascino. Altrettanto efficace è la melodia di “The Strongest Oak” che conquista dalle prime note, attendista e avvolgente quella della pianistica “Lottery Tickets”, ballata di gran qualità che a me ricorda alcune cose di Elliott Murphy, notevole quella di “Lucky 44”, altro punto di forza dell’album, mentre la suggestiva “Home Of The Brave” è giustamente posta in chiusura con il suo fascino discreto che cresce ascolto dopo ascolto, così come fa il disco di JD Malone e dei suoi Experts, buona occasione per conoscere un musicista molto interessante.

Remo Ricaldone

16:41

Angela Easterling - Witness

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Angela Easterling da Greer, South Carolina non è un nome nuovo negli ambienti country, folk e americana: 6 album all’attivo, la partecipazione ad alcuni dei migliori festival statunitensi, la considerazione da parte delle radio di settore da entrambe le parti dell’oceano e l’aver aperto i concerti per musicisti del calibro di Carolina Chocolate Drops, Jim Lauderdale, Lucinda Williams, Mary Gauthier e moltissimi altri fa di lei un’artista matura e consapevole. Dotata di ottime capacità compositive e di una voce cristallina, Angela Easterling ci regala un disco di grande impatto in cui l’ispirazione non manca per tutta la durata di una selezione ricca sia musicalmente che a livello di liriche, liriche che affrontano temi mai banali come identità di genere, tematiche sociali e rapporti interpersonali nella loro coniugazione più profonda. “Witness” è lavoro prezioso aperto dalla splendida melodia di “California” in cui emerge tutta la bravura vocale della protagonista a cui segue la limpida “Home” dalle tonalità calde e nostalgiche. “Little Boy Blues” ha tutto il gusto del ’deep south’ con le sue inflessioni tra rock e blues, “Halfway Down” riporta il tutto nell’ambito di una country music decisamente intensa, “Keep Your Head Down, Johnny” vira verso affascinanti lidi bluegrass e “Middle-Age Dream” si posiziona tra rock e radici. Ugualmente interessante è la seconda parte del disco con l’ottima “Witness” che mantiene la fascinazione rock, “Deportee (Plane Wreck At Los Gatos)” di Woody Guthrie interpretata con buon piglio è l’unica cover confermando con canzoni come le conclusive “Baby Bird” e “Grow Old”  Angela Easterling songwriter di vaglia. Una cantautrice che ha definitivamente raggiunto la maturità artistica.

Remo Ricaldone

16:39

Stefan Prigmore - Everything Is At Least Both

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Quella del texano Stefan Prigmore è una scrittura asciutta, tesa, evocativa che si colloca tra country, folk e canzone d’autore, una musicalità che lo affianca a grandi come John Prine, Chris Knight, Jason Isbell e Ian Noe. Racconti di un’America di provincia che nelle sue mani assume toni e colori estremamente poetici, avvalendosi di un fascino inversamente proporzionale all’essenzialità degli arrangiamenti. “Everything Is At Least Both” è prodotto a quattro mani dallo stesso Prigmore e da Clay Parker che già era al suo fianco nel precedente “River/Blood” e lo supporta strumentalmente intrecciando chitarre acustiche ed elettriche, con l’ulteriore aiuto da parte di James McCann a dobro e pedal steel e di Pete Damore del duo Ordinary Elephant al mandolino. L’album è un viaggio intenso, accorato e agrodolce su strade sicuramente già battute ma proposte con un talento non comune, cantate esprimendo in ogni canzone emozioni vere. Un disco coeso che chiede solo attenzione e cura e sa regalare ballate struggenti e storie spesso tormentate. “Gunpowder And Pine”, “Devil Dogs And The Rattlesnake”, “CV One Nine” ma anche “I Play C” e le suggestioni  (real) country di “Door Girl” risultano semplicemente irresistibili per chi ama una certa idea d’America che ha a che fare con l’immaginario più poetico e suggestivo, mutuata dal cinema indipendente e dai romanzi di questi anni. Stefan Prigmore è senz’altro nome da tenere d’occhio.

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16:37

Grey DeLisle - Borrowed

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Grey DeLisle ha nel corso della sua carriera percorso strade personali e sempre alternative al ‘mainstream’, aggiungendo alla propria musica un afflato poetico e a tratti ‘dark’. Da una quindicina di anni ha deciso di mettere la musica in secondo piano, preferendo dedicare il proprio tempo alla famiglia, ‘makin’ babies instead of makin’ records’ usando le sue parole. Un lunghissimo periodo ora interrotto da una raccolta di brani da lei profondamente amati, affidandosi alla produzione di Marvin Etzioni. L’atmosfera è quella da lei prediletta, scarna, sognante, evocatica ed il repertorio colpisce per originalità e anche  coraggio, ‘citando’ i Pink Floyd e Hoagy Carmichael, Marc Bolan e Julie Miller in un insieme intrigante che cresce ascolto dopo ascolto. La cantautrice californiana torna a noi quindi con la stessa voce pungente e nitida che a tratti rimanda alla migliore Dolly Parton (per esempio la splendida “Borrowed And Blue”, unico originale, composto con Marvin Etzioni), non scalfita dagli anni e anzi ancora più convincente e matura. “Another Brick In The Wall” spiazza subito per scelta che pare lontanissima dalla sua personalità ma che funziona pur non finendo tra le cose migliori di un lavoro che vede nella rilettura di “Georgia On My Mind” con la presenza della sempre magnifica armonica di Mickey Raphael, la dolce “You Are The Light” con Marvin Etzioni (anche autore) al mandolino e Tammy Rogers al fiddle, la sorprendente rivisitazione di “You Only Live Twice”, tema dell’omonimo film della serie 007 che nel 1967 venne portata al successo da Nancy Sinatra, il viaggio a New Orleans di “Calvary” con un godibile arrangiamento di fiati, “All My Tears” gioiello dalla penna di Julie Miller e, come bonus track, “Willie We Have Missed You” già inserita nel tributo alla musica di Stephen Foster “Beautiful Dreamer” tra i momenti topici di questo “Borrowed”. Album che ha il pregio di riportare in attività un personaggio dai molti talenti e dalla visione priva di preconcetti. Da sentire.

Remo Ricaldone

 

16:35

Kenny Shore - Time Stands Still

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Kenny Shore è un cantautore dalla vena e dalle ispirazioni che passano dal folk al country e talvolta si spingono verso fascinazioni ‘neworleansiane’ e vicine allo spirito del Van Morrison più roots nel suo periodo americano nei primi anni settanta. Il musicista del North Carolina è legato fortemente alla tradizione e personaggi come John Prine e Guy Clark rimangono punti di riferimento fondamentali della sua arte. “Time Stands Still” è manifesto nitido del suo modo di essere e condensa le sue passioni in maniera semplice e sincera, affidandosi alla produzione di Jerry Brown e all’accompagnamento di un manipolo di sidemen ispirato e discreto che lo supporta a dovere. Scorrendo il percorso sonoro di questo suo lavoro salta subito all’occhio e rimane tra le cose migliori l’omaggio a John Prine in “Almost Like Heaven” mentre suggestioni quasi soul emergono dall’iniziale “Put Yourself In My Shoes” grazie all’organo hammond di Joe MacPhail e al sax baritono di Danny Abrams. Schiettamente country è la melodia di “Wander Around” con banjo e lap steel, avvolgente quella di “She’s Broken”, pimpante e gustosa “Down In Louisiana” che ci porta direttamente a New Orleans, tutte interpretate con profonda sincerità. “Everything We Needed” sottolinea ancora la poetica di Kenny Shore, intensa ed autentica, “Able To Try” ha ancora il profumo soul delle ballate di Van Morrison, con il supporto vocale della brava Taz Halloween, la title-track “Time Stands Still” si riappropria dei suoni più country con un altro momento tra i più belli, accarezzati da chitarre acustiche e mandolino, poco prima di congedare l’ascoltatore con il breve strumentale “The 24th Of June” in cui il nostro si cimenta al banjo. Un disco che ha il merito di farci conoscere un artista schietto e genuino.

Remo Ricaldone

 

18:25

Brian Blake - Book Of Life

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“Book Of Life” è prima di tutto un profondo atto d’amore: nei confronti delle proprie radici familiari, delle tante piccole realtà di provincia e della più genuina tradizione cantautorale texana. Un disco che è il debutto per Brian Blake, storyteller con base a Memphis, Tennessee ma con il cuore che punta dritto verso il Lone Star State dove per generazioni ha vissuto la sua famiglia e dove è tornato per incidere uno dei migliori dischi di questo 2022 in ambito country-folk. Brian è un autore dalla vena purissima, eccellente vocalist con inflessioni che a volte rimandano al primo Lyle Lovett e chitarrista dalle notevoli doti tecniche. Prodotto dalla coppia Walt Wilkins e Ron Flynt, entrambi coinvolti fattivamente nelle registrazioni a percussioni e voce il primo, a basso e tastiere il secondo, “Book Of Life” è un vero gioiellino dove ogni brano è un quadretto affascinante della più autentica ‘small town America’ con il proprio bagaglio di sentimenti, di personaggi, di storie. Equilibrato e ricco di poesia, il disco si apre con quello che è il manifesto del talento di Brian Blake, “Rice Fields In The Distance”, emozionante per feeling e cristallino per la performance, con il fiddle di Warren Hood a regalare momenti da pelle d’oca. Un viaggio questo raccontato con grande forza espressiva e la bravura di una serie di sidemen con i fiocchi che nobilitano nel migliore dei modi un esordio di rara intensità, con momenti di assoluta eccellenza come “Rose Marie”, “Meant To Be”, “The Ott Hotel”, “Move On J.D.” (storia di un veterano di guerra divenuto senzatetto al suo ritorno), la title-track, la struggente “In Too Deep” e la splendida chiusura affidata a “Nothing Gold Can Stay” nella più classica vena dei migliori Texas troubadours. Caldamente consigliato.

Remo Ricaldone

 

18:23

Randy Palmer - Deeper Water

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Cantautore dalla vena gentile e calda, Randy Palmer da Amarillo, Texas, incarna l’anima più ‘folkie’ della country music, quella dove le storie rivestono grande importanza e vengono consegnate in una veste essenziale ma al tempo stesso molto curata, con ogni intervento di fiddle, mandolino o pedal steel perfettamente incastonato in un contesto decisamente affascinante. “Deeper Water” è lavoro di spessore poetico, prodotto da Merel Bregante in quel di Austin con il corollario di nomi importanti di quella scena, da Peter Wasner alle tastiere a Sarah Pierce alle armonie vocali e a Dave Pearlman a dobro e pedal steel, fino al prezioso contributo di Cody Braun a fiddle, mandolino e armonica. La selezione è estremamente equilibrata, giocata su godibilissimi ‘tempi medi’ e la costante ricerca di un’ispirazione melodica che va di pari passo con liriche dai temi universali come rapporti interpersonali, l’infanzia e la sua magia ed il calore familiare. Ci si spinge a volte verso territori western come in “Welcome To My World” mentre tra i momenti più riusciti ci sono “Somewhere Down The Line” e “High Plains” che rappresentano al meglio il talento di Randy Palmer come autore e performer. “Summer Of ‘65” è un efficace racconto di nostalgia, orgoglio e impegno sociale, una canzone sul crescere con i propri ideali ed il proprio impegno sociale, la title track “Deeper Water” introdotta da un bel duetto fiddle/mandolino è genuinamente scorrevole, “Choose Love” congeda invece l’ascoltatore con un altro momento in cui la country music si presenta nella sua versione più efficace. Quello di Randy Palmer dunque è l’ennesimo nome da appuntare sulla propria agenda se amate i suoni in bilico tra country e folk.

Remo Ricaldone

18:22

Peach & Quiet - Beautiful Thing

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Dopo il promettentissimo esordio di due anni fa intitolato “Just Beyond The Shine”, album che ha ricevuto ottime recensioni da entrambi i lati dell’oceano, il duo canadese dei Peach & Quiet, al secolo Jonny Miller e Heather Read, torna ad incidere con un lavoro che fa far loro un ulteriore passo avanti nel percorso verso la completa maturazione. “Beautiful Thing”, prodotto impeccabilmente da Steve Dawson, tra i più prolifici e sagaci in ambito roots, porta in dote un suono che aggiunge armonie cristalline ad un mix di country-folk-rock dagli echi che rimandano alla indimenticabile ed irripetibile stagione musicale di Laurel Canyon. Accompagnati da un piccolo ma ispiratissimo combo in cui spiccano le chitarre dello stesso Steve Dawson, i Peach & Quiet ci regalano una selezione tutta firmata dalla coppia che intreccia temi ambientali, spessore poetico e il sapore del nativo Canada, spesso in primo piano come ispirazione e profondo amore. Dalla title-track posta ad introdurre il disco ai tenui riferimenti ai primissimi Steely Dan di “Calgary Skyline”, dal solido (roots) rock di “Empty Pockets” con una potente performance vocale di Heather Read alle finezze elettro-acustiche di “Just Before The Dawn”, tutto concorre a creare un quadro decisamente godibile che prende spunto dalle molteplici influenze della coppia. Suggestiva ed affascinante, tra gli ‘highlights’ dell’allbum, è “Oklahoma Or Arkansas” dalle sfumature più country-folk, mentre “Save Me Tonight” è ballata che tocca il cuore, “Song From A Tree” è acustica e folkeggiante e “When You’re Gone” con un organo che dona toni soul è la degna chiusura di un lavoro estremamente curato, buon viatico per una delle molte belle realtà in terra canadese.

Remo Ricaldone

18:19

Wyatt Easterling - From Where I Stand

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Attivo nell’industria discografica da anni come autore, produttore e A&R per un certo periodo con la Atlantic, Wyatt Easterling ha focalizzato da qualche tempo la propria attività dedicandosi in prima persona ad una carriera come cantautore facendo tesoro delle molteplici esperienze accumulate. Il suo è un intreccio di country, folk, pop e ‘adult contemporary’ che vede in questo “From I Where I Stand” lo sviluppo di temi interessanti ed ispirati. Dotato di una buona facilità di scrittura e di una voce piacevole e modulata, Wyatt Easterling ha giocato le proprie carte al meglio costruendo una selezione solida e duttile, meditata a lungo anche a causa dell’inevitabile stop imposto dalla pandemia che in questo caso gli ha permesso di mettere a punto un lavoro curato fin nei minimi particolari, senza però perdere in immediatezza. Personalmente in certe canzoni vengono a galla similitudini con James Taylor con il quale sono condivisibili calore vocale e momenti elettro-acustici come ad esempio nella cristallina “This Old House”. In un insieme decisamente coeso dove non ci sono particolari cambi di marcia, spiccano senza dubbio la canzone che da’ il titolo al disco, “From Where I Stand”, “Where This River Goes” e “Bigger Than Dallas” alle quali va la palma delle più coinvolgenti secondo chi scrive, “Throw Caution To The Wind” e la conclusiva “Traveling Light”, eccellenti esempi di un songwriting maturo e pulito. Wyatt Easterling ha così confezionato un prodotto certamente non rivoluzionario ma che al proprio interno conserva più di un momento da ricordare e che merita l’attenzione di chi riserva importanza alle emozioni semplici ma proprio per questo vere.

Remo Ricaldone

17:16

TOM HAMPTON - Out To Pastures

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Tom Hampton è un cantante, autore e polistrumentista che attualmente risiede a Nashville ed è stato per breve tempo protagonista dell’ultima stagione dei Poco terminata con la scomparsa di Rusty Young nel 2021. Un’esperienza che seppur breve lo ha toccato nel profondo tanto da dedicare questo suo nuovo disco intitolato “Out To Pastures”, il primo da una decina di anni a questa parte, al ricordo, spesso struggente di un’irripetibile stagione musicale. Prima come fan, poi come amico ed infine come collega, Tom Hampton ha saputo creare un forte legame con Rusty Young e Paul Cotton e ha gravitato con nomi di quel giro tra country e rock con sapienza e sensibilità. Tutto questo è trasposto nelle dieci canzoni dell’album, in gran parte composte da Young e Cotton, andando a riprendere brani come “Us” (da “Head Over Heels”) e “Running Horse”, due piccole gemme dal repertorio dei Poco. Già l’acustica “Wildwood (Livin’ In The Band)” è un sentito tributo ai Poco, posta ad introdurre una selezione interpretata con gran cuore e talento cristallino. “One Tear At A Time” e “Please Wait For Me” sono ancora estratti da album dei Poco più o meno recenti, non del periodo ‘classico’ ma dalle avventure della band nelle ultime decadi, così come la title-track di “Blue And Gray” di metà anni ottanta ripresa con romanticismo ma senza eccessi di zucchero. Interessanti sono poi la lunga e ‘younghiana’ “Legends”, brano dello stesso Hampton sul significato di essere musicista perennemente in tour lontano dai propri affetti, la solida melodia di “Crazy Love”, un hit dei Poco di fine anni ’70 e la struggente melodia di “Where Did The Time Go” composta a quattro mani da Rusty Young e dallo stesso Tom Hampton. Chiusura perfetta ed in tema con lo spirito di un lavoro estremamente interessante.

Remo Ricaldone

17:14

MEGAN BEE - Cottonwood

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Quarto disco per una brava cantautrice da Athens, Ohio che mostra capacità compositive molto interessanti e uno stile essenziale, intimista e profondamente poetico. Megan Bee si è distinta per una visione attenta del mondo contemporaneo, per l’amore indissolubile per l’ambiente e per un approccio che non disdegna lo humor in un contesto comunque letterariamente rilevante. “Cottonwood” fotografa con lucidità una musicalità folk che ha il fascino contemporaneo di una scrittura matura e adulta, sorretta da una voce cristallina e coinvolgente. Gli arrangiamenti non fanno che rimarcare qualità melodiche non comuni, con una strumentazione parca dove ogni strumento è posizionato in maniera perfetta e nessuna nota è sprecata. Il banjo di Kelly Madewell nell’apertura affidata alla title-track “Cottonwood”, il piano di Barefoot McCoy nella ottima “Never Known” ed in “Fickle”, il fiddle di Michael Thomas Connolly ad accarezzare le melodie di “Sister” e “Andy”, la chitarra elettrica mai invadente di John Borchard in “Snowplow” e “Fast Johnny” e la sua pedal steel in “Used To Be”, altro highlight dell’album, non fanno che impreziosire ulteriormente una selezione che fa della coesione e della perizia i suoi punti di forza. L’approccio estatico, l’introspezione e la sensibile poesia che si sprigiona da queste canzoni scaldano i cuori di coloro che danno importanza a liriche cesellate con cura e a uno stile certamente non rivoluzionario ma sempre proposto con gusto ed intensità. Un album questo “Cottonwood” che potrà farvi conoscere un nome che merita assolutamente.

Remo Ricaldone

17:13

GORDON THOMAS WARD - Whispers From The Woods

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Gordon Thomas Ward è uno storyteller nel vero senso della parola, capace di raccontare storie affascinanti. E alla luce di questo suo quarto disco, una sorta di concept album che vede al centro della narrazione la natura, l’ambiente che ci circonda che mai come in questi anni è messo in forte pericolo dai cambiamenti climatici, conferma la capacità di condensare nell’arco temporale di una canzone tutte le sue emozioni e le variazioni sonore che fanno di “Whispers From The Woods” un lavoro estremamente interessante e compiuto. Le liriche sono sempre profonde, accorate ed intense e la lunghezza dell’album (ben oltre i 70 minuti) non fa che sottolineare quanto sia intrigante il suo mix di country music, folk, americana e sfumature rock e pop. L’apertura con la title-track è un lungo prologo che ammalia per le atmosfere delicate e immaginifiche che sfociano in una melodia preziosa, “The Gift” è ballata intrigante con l’ottimo dobro nelle mani di Abbie Gardner mentre la seguente “Shine” rimanda al Jackson Browne più ispirato per un ritornello di grande presa. Più elettrica e pungente è “Common Ground” che omaggia i musicisti che hanno caratterizzato i nostri ‘anni formativi’ e che in qualche maniera ci hanno influenzato, citando nomi storici del rock e del folk. “Brilliant” è significativa come il titolo, fresca e con gli ottimi cello e violino di Andy Happel che dona ulteriori colori ad un brano suggestivo, “There Was A Time” è cristallina come l’intro di piano che segna una canzone tra pop e folk con un linguaggio che ricorda, come in altri momenti del disco, Dan Fogelberg, “Fly” (con il sapore delle ballate di un Gordon Lightfoot) ancora con il delizioso dobro di Abbie Gardner è solida e accattivante, sottolineando quanto le radici di immigrati siano alla base di tutta l’attuale società americana mentre “Push” parla di dipendenze con genuina sincerità e poesia, nobilitata dalle armonie vocali di Jud Caswell e dalla chitarra elettrica di Kevin Barry. L’ultima parte dell’album non è meno ispirata con le deliziose note folk di “Hymn To Love” e di  “The 2nd Floor”, quelle elettriche e  quasi ‘younghiane’ di “Secondhand” e quelle romantiche della chiusura affidata a “Evening Bell”, chiusura che congeda un artista dai molti talenti che merita di essere conosciuto da chi ama la canzone d’autore legata alle radici.

Remo Ricaldone

 

Rob Heron da Newcastle, UK, è tra i più eclettici e divertenti esponenti della scena roots britannica e ha già quattro album alle spalle, con una corposa attività live che lo ha portato a calcare i palchi dei più importanti festival inglesi come Cambridge e Glastonbury. Solo ora lo apprezziamo con il suo disco numero cinque intitolato “The Party’s Over” che lo conferma in crescita come maturità espressiva e con l’ampiezza di uno spettro sonoro che contiene country music, rhythm & blues, rockabilly, western swing, blues e sfumature zydeco e boogie che rendono la sua proposta decisamente frizzante e coinvolgente. A supportarlo ci sono i Tea Pad Orchestra, quartetto solido che comprende il mandolino, l’armonica e la chitarra di Tom Cronin, l’accordion, l’organo ed il piano di Colin Nicholson, il contrabbasso ed il basso elettrico di Ted Harbot e la batteria di Paul Archibald. Il loro è un mix dal sapore retrò che risulta sempre attuale e non manca di esprimere una godibile ironia di fondo che li rende ancora più accattivanti, avvicinandosi talvolta ai mai dimenticati Lost Planet Airmen di Commander Cody. “The Party’s Over” è introdotto da “Go Home” dal sapore tipicamente british dello ‘skiffle’, stile che ebbe un grande successo nell’Inghilterra degli anni cinquanta e primissimi sessanta mischiando folk, blues e country, seguito dalla robusta dose di R&B di “She Hypnotized Me” che a me ricorda i primi ruspanti Blasters. “My Salad Days” è country music di impronta classica e Rob Heron e i suoi pards si trovano veramente a loro agio sciorinando una performance notevole, “Snip Snap Snout” è un irresistibile zydeco che ci porta idealmente in Louisiana, luogo profondamente amato dai nostri, “Trouble Is” è ballata delicata e sognante, un bel ‘country waltz’, mentre “The Horse That You Rode In On” è un country & western denso di humour e passione. Le belle chitarre ‘twangy’ caratterizzano “Dilly Dally Sally” tra country e rock, le atmosfere ‘fifties’ permeano la gustosa “Remind Me Tomorrow” tra rockabilly e doo-wop, “Right To Roam” è country music con reminiscenze western interpretata con gran classe e la superba armonica di Tom Cronin ad evocare gli ampi spazi americani. A chiudere l’album ci sono la splendida “A Call To Mother’s Arms” tra gli highlights di una selezione estremamente fresca e propositiva con reminiscenze quasi ‘irish’ che riportano a mente i Waterboys di Mike Scott e “The Doctor Told Me” che ancora una volta cambia scenario riportandoci nella New Orleans vicina a temi ragtime. E nonostante il titolo la festa non è finita.

Remo Ricaldone

 

09:57

The Williams Brothers - Memories To Burn

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Lunga è la lista di ‘brother duets’ in ambito country, lista che ha raggiunto l’apice negli anni cinquanta e sessanta ma quello che è stato il principale punto di riferimento per i fratelli gemelli Andrew e David Williams ha un nome preciso: The Everly Brothers. Quello che emerge da “Memories To Burn” è chiaramente l’amore profondo per le armonie vocali di Don e Phil Everly, sottolineando al tempo stesso le loro radici country. Curiosa è stata la genesi di questo album, inciso alla fine di un percorso artistico con la Warner Brothers che aveva fruttato tre lavori di ottima fattura ma di altrettanta poca fortuna commerciale. Affidandosi alla produzione di Marvin Etzioni (Lone Justice e Counting Crows) e supportati dalla steel guitar di Greg Leisz e dalla eccellente sezione ritmica formata dallo stesso Etzioni al basso e dai tamburi di Don Heffington, i fratelli Williams incisero a metà anni novanta una serie di brani dal forte sapore country che inspiegabilmente rimasero nel cassetto di qualche ufficio discografico. Ora dopo ben ventisette anni ecco l’occasione per riproporre quei nastri grazie ad una illuminata ristampa. “Memories To Burn” suona splendidamente bene e sembra proprio che la polvere del tempo non abbia intaccato il prodotto, tale è la freschezza e l’attualità di queste canzoni, da annoverare tra le più godibili sorprese degli ultimi tempi.Il repertorio è un ulteriore motivo di interesse e di curiosità, fatto di covers principalmente (solo una canzone è firmata dagli stessi fratelli Williams) ma di una coesione impeccabile. Ben quattro brani sono firmati dallo stesso Marvin Etzioni, vero ‘deus ex machina’ di questo progetto: “Cryin’ And Lyin’”, “You Can’t Hurt Me”, la title-track “Memories To Burn” e “Unanswered Prayers” non fanno che confermare le doti di un musicista ‘a tutto tondo’, intelligente e sagace. Due e di eccellente fattura sono i contributi compositivi di Robbie Fulks, altro personaggio in sintonia con i fratelli, con l’introduttiva “Tears Only Run One Way” e la classica “She Took A Lot Of Pills (And Died)” tra le migliori della selezione. Perfettamente incastonate in questo contesto ci sono poi “Death Of A Clown” di Dave Davies, la splendida “Let The Mystery Be” di Iris DeMent e la conclusiva “Piney Wood Hills” di Buffy Sainte-Marie, con la bella “She’s Got A Look In Her Eyes” come detto unico contributo compositivo dei nostri. Un album dalle atmosfere avvolgenti ed intense, cristallino e prettamente acustico che per nostra fortuna ha potuto vedere la luce dopo lunghissimo tempo e che non ha perso un grammo della poetica di un duo che merita di essere rivalutato.

Remo Ricaldone

09:55

Diane Patterson - Satchel Of Songs

Pubblicato da Remo Ricaldone |

E’ già al sesto disco Diane Patterson ma solo ora arriva nei nostri lettori cd e lo fa con un disco che rivela una voce di straordinaria forza, coloriture e passioni. Non è facile etichettare (ed effettivamente non ce n’è bisogno) un suono come il suo che parte dalle radici folk ma che intraprende strade a volte sorprendenti che ne sottolineano come detto doti vocali eccellenti ma anche un approccio empatico, ampio e variegato. I brani prendono spunto spesso dal passato e lo fanno con un’originalità non comune, comunicando un’urgenza narrativa che tocca tematiche sociali dando voce a chi non ne ha, parlando di bambini soldato, di minoranze etniche che hanno subito prevaricazioni e della sofferenza ma anche della speranza insite nella vita contemporanea. In “Satchel Of Songs” c’è tutta l’umanità di un’artista veramente talentuosa che ci regala momenti gravidi di poesia e di forza espressiva, con il supporto di alcuni nomi di rilievo della scena roots nel senso più ampio, dalla violinista (ma anche straordinaria pianista) Barbara Higbie nella bellissima “Silk And Honest Pay” al contrabbassista Rick Nelson (già con Rickie Lee Jones) nella title-track, da Richard Comeaux alla pedal steel alle armonie vocali delle bravissime Alice DiMicele e Ani DiFranco. Molti sono i momenti su cui ci si può soffermare e che mostrano tutto il fascino delle canzoni di Diane Patterson: “Maybe Easy, For Stage” che ha il fascino sottile ma struggente di una Billie Holiday grazie anche ad assonanze ‘jazzy’, “Steady The Hand” dalla solida melodia, “Turn Toward The Sun” che omaggia la lotta delle popolazioni native americane contro il progetto del gasdotto di ‘Standing Rock’ in un lungo braccio di ferro con l’amministrazione dell’allora presidente Trump, “One Part Corn” che ha inflessioni legate ancora ai suoni delle musiche dei nativi, l’accattivante e coinvolgente “Somewhere There’s A Song Still Singing”. Un disco intenso come tematiche e come musiche, originale come non se ne trovano molti e con il valore aggiunto di averci fatto conoscere una musicista di grande qualità.

Remo Ricaldone

09:53

Courtney Hale Revia - Growing Pains

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Interessante cantautrice texana tra country e folk, Courtney Hale Revia firma un disco personale ed introspettivo che fotografa con limpidezza il suo talento compositivo ed interpretativo, dedicando questo suo terzo lavoro che esce a quattro anni di distanza dal precedente al padre scomparso. Un album questo dalle forti connotazioni autobiografiche che racconta della vita in una delle mille piccole cittadine di provincia che rappresentano l’unica realtà conosciuta e una ‘comfort zone’ da cui spesso è difficile uscire. I suoni sono deliziosamente elettro-acustici e gustosamente proposti grazie ad una vena melodica matura ed adulta. "Growing Pains” non presenta hits e nemmeno nomi altisonanti ma proprio per questo viaggia sicuro su binari autentici e genuini, con un bel bilanciamento tra temi a volte ‘difficili’ come suicidi, struggimenti, sofferenze ma anche speranza e sogni e suoni gustosamente in bilico tra country e canzone d’autore che fanno di Courtney Hale Revia un nome da seguire. “Lavender Cowgirl” con il suo ‘train time’ che rimanda nel ritornello Johnny Cash, la discorsiva e deliziosamente acustica “They’ve Poisoned The Well”, la significativa title-track, i toni quasi western di “Cutting Lines”, l’intensa “Lochness”, la pimpante e ‘grassy’ “Coffee Beans (The Logon Cafe Song)”, “The Sheep Who Sleep With Coyotes” melodica ed incisiva e “Bloom Where You Are” firmata dal padre ed incisa ‘a casa’ nella minuscola 7 Oaks, meno di cento abitanti nella Contea di Polk, Texas sudorientale, sono i momenti che fungono per certi versi da spina dorsale di una selezione comunque efficace ed eloquente. Certamente un nuovo nome da segnarsi per coloro che amano la canzone d’autore roots.

Remo Ricaldone

09:51

Old Californio - Old Californio Country

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Discretamente noti nei circuiti country della California meridionale, gli Old Californio da anni propongono una ricetta fatta di suoni essenzialmente acustici legati alle radici e maturati attraverso la passione per i classici, passando per gli incontri tra il folk e la country music ed il rock degli anni sessanta e settanta. A guidare la band ci sono Rich Dembowski e Woody Aplanalp le cui chitarre, le voci e le doti compositive sono le peculiarità sulle quali sono stati costruiti gli album precedenti. “Old Californio Country” è lavoro brillante e particolare e si basa soprattutto su materiale altrui, con soltanto tre originali. Il batterista Justin Smith, il tastierista Jon Niemann ed il bassista Kip Boardman, con l’aggiunta del nuovo membro Paul Lacques, ex I See Hawks In LA a chitarre e dobro, sono veterani della scena roots californiana ed il loro affiatamento risulta tra le qualità migliori di un disco decisamente piacevole e scorrevole, con un scelta interpretativa non sempre semplice vista la grande notorietà di molti brani. Prova che si può dire superata con brillantezza pur non risultando di rivoluzionaria appariscenza. Canzoni come “Willin’” (Lowell George), “Because” (Lennon-McCartney), “Speed Of The Sound Of Loneliness” (John Prine), “Wild Horses” (Jagger-Richards), “Lotta Love” (Neil Young), “Stuff That Works” (Guy Clark) e “Lonesome Fugitive” (Merle Haggard) hanno bisogno veramente di poche presentazioni e qui ricevono un trattamento onesto e sincero tale da evitare paragoni scomodi. E’ Proprio l’approccio semplice e talvolta ‘low-fi’ ed artigianale a contribuire a rendere il disco simpaticamente attraente, dando fiducia ad una serie di musicisti come gli Old Californio che fanno dell’amore per i suoni roots la loro missione e ragione di vita.

Remo Ricaldone

17:53

KB Bayley - Flatlands

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Presentato da un affascinante scatto in bianco e nero, “Flatlands” è il nuovo disco per KB Bayley, cantautore britannico nato nel nordest, nell’area cosiddetta del Tyneside nei dintorni di Newcastle ma fortemente affascinato dai suoni americani tra folk e country, con l’attrattiva di una proposta che in questo caso si rivela tanto essenziale quanto diretta al cuore. Già il precedente album, “Thunderstorms”, pubblicato nel 2021, metteva in mostra un talento notevole nel cesellare melodie che prendono spunto da alcuni dei suoi mentori come Jason Isbell, John Moreland, Jeffrey Foucault e Tom Waits e incontrano le nostalgiche e malinconiche trame folk della terra nativa. “Flatlands” racchiude tutte le tematiche personali che la vita ci presenta continuamente, felici e tristi, gioiose e tragiche, scarnificando ma non impoverendo un suono in cui il protagonista, con le sue chitarre (acustiche, weissenborn e dobro) e la sua vocalità calda ed avvolgente, è il solo KB Bayley. Il trittico iniziale serve a fissare le coordinate e le tematiche che in seguito, alternando originali e covers, verranno sviluppate e portate a compimento: la title-track “Flatlands”, “Driftwood Avenue” (con la bella armonica di Gavin Thomas, unico e discreto accompagnatore) e “Comet Girl” sfoggiano una buona sicurezza stilistica rimanendo sempre in bilico tra i due lati dell’Atlantico. Significative sono le cover per descrivere passioni ed ispirazioni, con “The L&N Don’t Stop Here Anymore” di Jean Ritchie a sottolineare l’amore per la tradizione appalachiana, “Johnsburg, Illinois” di Tom Waits ad omaggiare il musicista di Pomona, California, “The Black Crow Keeps On Flying” di Kelly Joe Phelps a rimarcare anche l’amore per il delta blues e “Maybe It’s Time” a conferma di quanto l’ex Drive-by Truckers abbia influenzato una buona parte delle nuove generazioni che hanno come punto di riferimento la canzone d’autore. Non meno intense ed evocative sono le canzoni originali che si insinuano con naturalezza, da “Year Zero” a “Time Machine”, fino a “World Without You”. Lavoro questo che è la naturale continuazione del precedente con il quale è caldamente raccomandato.

Remo Ricaldone

17:51

Dan Navarro - Horizon Line

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Non è semplice inquadrare la musicalità, avvolgente e ricca di calore, del californiano Dan Navarro, per anni con il pard Eric Lowell a formare un duo dalle grandi capacità artistiche. Echi pop, un tocco soul, canzone d’autore tra country e folk, una penna la sua capace di evocare luoghi e situazioni affascinanti che si materializzano attraverso queste sue nuove dieci canzoni che compongono “Horizon Line”, naturale seguito dell’ottimo “Shed My Skin”. La scelta del produttore prima di tutto, quel Jim Scott già più volte impegnato con parecchi album di Lowen & Navarro e poi con Tom Petty, Wilco e Neal Casal per citare i nomi più importanti, azzeccata per condivisione di visione musicale e un manipolo di esperti sidemen a partire da Doug Pettibone alle chitarre, Taras Prodaniuk (in tutti i primi album di Dwight Yoakam) al basso, Michael Jerome già dietro ai tamburi per Richard Thompson e l’immancabile Phil Parlapiano alle tastiere che forniscono l’ideale supporto strumentale. Il resto lo fa la bravura compositiva di Dan Navarro, apprezzata da innumerevoli colleghi e dai produttori di serie tv che frequentemente hanno inserito suoi brani nelle varie puntate. “Horizon Line” è quindi un efficace ‘diario di bordo’ che ci fa viaggiare nel suo mondo musicale, abbracciando le varie influenze e riconsegnando un sound ricco ma mai ridondante. “Come And Find Me” è una superba soul ballad nella migliore tradizione sudista, “Hopeful Hearts”, “Tar Pit” e  “Oklahoma Skies”  si avvicinano a certo country-folk, le prime due caratterizzate dal violino e dal fiddle di Aubrey Richmond mentre il resto dell’album gioca su intrecci di stili sempre avvolgenti e ricchi di calore. “Horizon Line” è la conferma di un personaggio che si è ripreso meritatamente, soprattutto con questi ultimi due dischi, uno spazio di rilievo nella scena cantautorale americana.

Remo Ricaldone

17:49

Kerri Powers - Words On The Wind

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Accostare un repertorio così importante ed impegnativo è cosa da far tremare i polsi. Farlo in solitaria con il solo aiuto della sua chitarra, indifesa e vulnerabile, è quasi temerario ma quello di Kerri Powers, cantautrice del Massachussetts la cui carriera artistica si è mossa tra rock e radici, è progetto a mio parere decisamente riuscito. Da queste undici canzoni, celeberrime o meno conosciute al grande pubblico, emerge tutta la straordinaria personalità di Kerri Powers, la sua umanità e la sua base culturale e letteraria. Certo aiuta avere una voce di notevole potenza, ampiezza di registro e calore ma qui è l’approccio, umile e appassionato, a risplendere e a rendere “Words On The Wind” disco pieno di spunti e di sorprese. “Can’t Find My Way Home” di Stevie Winwood dall’immortale album del supergruppo britannico dei Blind Faith è già un banco di prova impegnativo che Kerri supera con brillantezza, regalandoci subito dopo una intensissima “The First Time I Ever Saw Your Face” del folksinger scozzese Ewan MacColl conosciuta attraverso la superba versione che ne diede Roberta Flack di cui mantiene tutto lo spessore soul. “Mercedes Benz” di Janis Joplin è intrigante seppur forse un filo meno delle due precedenti ma è con “Speed Of The Sound Of Loneliness” dell’indimenticabile John Prine che la Powers torna ai suoi massimi livelli con una versione limpidissima. “Always On My Mind” è tra gli standard delle musica americana e la versione di Elvis Presley è quella che colpì particolarmente Kerri Powers, riconsegnandocela ora con buoni risultati, mentre un altro dei punti più alti del disco è “I’ll Be Here In The Morning” di un altro gigante della canzone d’autore americana come Townes Van Zandt. Bella la scelta di riproporre “Cold Irons Bound” di Bob Dylan, assolutamente non banale, ripresa con vigore e con una performance vocale strepitosa mentre assolutamente non male sono le cover si “Something’s On Your MInd” firmata da Dino Valente e “To Love Somebody”, gioiellino pop dei Bee Gees anni sessanta. A chiudere in bellezza due eccellenti versioni che rimarcano il valore della proposta, “For The Turnstiles” (altro momento topico del disco, tratto da “On The Beach” di Neil Young) e “Jesse” della purtroppo poco nota (qui da noi) Janis Ian. Due ulteriori chicche di un album che ci regala più di un brivido nella sua estrema asciuttezza e semplicità.

Remo Ricaldone

 

17:47

David Massey - Darkness At Dawn

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L’area di Washington, DC è musicalmente tra le aree urbane più vitali in ambito roots con un bel circuito di locali che hanno permesso di sviluppare e far crescere una scena variegata e dinamica. David Massey la frequenta ormai da anni (con qualche puntata nel vicino Maryland) e si è fatto notare per uno stile decisamente versatile che unisce country music, rock, bluegrass, folk e blues. La sua produzione consiste in cinque dischi autoprodotti che, nonostante buone recensioni, non gli hanno permesso di imporsi se non a livello locale. La sua ritrosia ad andare in tour lo ha certamente frenato ma ha mantenuto tutta la coerenza nel proporre un suo suono personale, con liriche spesso impegnate politicamente e socialmente. “Darkness At Dawn” è un ep allungato (o un album breve) che consiste in sette canzoni che ben inquadrano il personaggio, interpretato ed arrangiato con bravura e gusto grazie ad esperti musicisti dell’area di Washington tra cui spiccano il produttore e bassista Jim Robeson, l’ispiratissimo Casey O’Neill alla pedal steel e soprattutto il chitarrista Jay Byrd di cui ci siamo già occupati su queste pagine e del cui ultimo lavoro consiglio nuovamente l’ascolto. Gli intrecci acustici delle chitarre introducono la canzone che da’ il titolo al disco, fresca melodia di impronta folk, “Nothing” mantiene le promesse con un’altra limpida melodia e con la pedal steel che è un po’ il ‘trait d’union’ di queste canzoni e “Watch Your Back In Hell” che assume connotati folk-rock avvicinandosi alla tradizione britannica con il fiddle di Ron Stewart in primo piano. “Players” riprende il formato della ballata acustica di ispirazione folk con la sua melodia semplice ed accattivante, “Party Of Lies” rimanda, anche grazie al lavoro della chitarra elettrica di Jay Byrd, a certe cose dei primi Dire Straits e rimane il momento più rock, “From God We Come” riporta alle atmosfere acustiche con un eccellente duetto acustica/pedal steel e fa da introduzione alla ballata finale, la dolce “Daddy’s Wedding Dance” al cui interno viene citato il famoso ‘Canone in D’ di Johann Pachelbel, con lo stesso David Massey che nelle note del disco si scusa per aver ‘rubato’ alcuni momenti. Disco che anche per la sua brevità scorre con facilità lasciandoci in bocca un retrogusto dolce ma mai dolciastro, piacevole e soddisfacente.

Remo Ricaldone

16:34

The Miners - Megunticook

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The Miners sono una ottima band dedita ai suoni ‘alternative country’ che arriva da Philadelphia, Pennsylvania e che localmente si è già fatta un buon nome con un’attività live qualitativamente di livello, con un percorso iniziato nel 2007 e, qualche anno dopo, con un debutto intitolato “Miner’s Rebellion”, un ep che li aveva fatti notare dalla critica nazionale tra cui l’autorevole rivista No Depression. Ora “Megunticook” è il loro disco a lunga durata che li pone davanti ad una carriera destinata ad avere grandi soddisfazioni grazie alla eccellente vena compositiva del leader Keith Marlowe (voce e chitarre ma anche pedal steel, banjo e armonica) e alla solida presenza di Brian Herder, notevolissimo alla pedal steel guitar e a dobro, slide ed elettrica, di Gregg Hiestand al basso e a Vaughn Shinkus ai tamburi. Il quartetto ha nelle vene la passione per i classici (Merle haggard in primis), per la ‘visione’ di un Gram Parsons e del country-rock di inizio anni settanta e per l’americana di band come Uncle Tupelo e Whiskeytown e l’album in questione si regge con grande ispirazione e naturalezza su un repertorio di qualità e maturità. “Megunticook” si apre con la deliziosa ed acustica “Without You”, canzone che mette subito in luce gusto e amore per le radici country, con “Leaving For Ohio” degna del repertorio di band come Jayhawks o Son Volt e “Walnut Lane” che scorre splendidamente tra chitarre e pedal steel. “Natalie” prosegue con freschezza il percorso di Keith Marlowe e soci con un altro esempio di country music ispirata ed essenziale mentre “Call Me Up” aggiunge quel pizzico di rock nel modo più classico e semplice. La semplicità è appunto alla base di un disco dai connotati lineari e fedeli ai ‘padri putativi’ per una band che merita attenzione e che nella seconda parte ci regala ancora momenti godibili come “Black Bart”, delicata e ricca di riferimenti californiani, “Apologize” che si avvicina idealmente ai grandi Long Ryders, “Day The Drummer Died”, “Baby Boots” e infine “Cardboard Sign”che chiude con i suoni acustici della tradizione. Album estremamente piacevole che ha il grande merito di farci conoscere uno dei tanti segreti ben custoditi della scena alternative country indipendente.

Remo Ricaldone

 

16:32

Bobby Dove - Hopeless Romantic

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Da Montreal, Quebec, Bobby Dove nel giro di pochi anni si è affermata come una delle più belle voci country del Canada e non solo. Dopo il debutto del 2006 con “Thunderchild” e il seguente “Dovetales” si è generato negli ambienti roots un crescente interesse per un’artista che ha come riferimento la ‘golden gae’ della country music tra gli anni cinquanta e sessanta, facendo leva su una voce eccellente, un ottimo senso della melodia e un approccio genuinamente legato alla tradizione. Ora “Hopeless Romantic” fornisce ulteriori motivi per fare di Bobby Dove una cantante country di notevole levatura, pronta per affermarsi come una delle migliori ‘troubadours’ della sua generazione. Quella di Bobby è una country music dalle molte sfumature e dai molteplici colori, dai toni quasi ‘orbisoniani’ della splendida title-track posta naturalmente in apertura alle emozioni del ‘border’ di “El Hormiguero”, passando per le più classiche “Chance In Hell” con la presenza del bravo Jim Cuddy, “New Endings New Beginnings” e “My World’s Getting Smaller”. Ci sono poi altri momenti di grande interesse nel corso di questo “Hopeless Romantic” come l’acustica ed intimista “Golden Years”, altra bella interpretazione, la soffusa e notturna “Sometimes It’s A Lonely Road”, la trascinante e pregna di tonalità rock “Gas Station Blues” che con la tenera “Early Morning Funeral” contribuisce a rendere l’album ulteriormente vario e piacevolissimo. Caldamente consigliato a coloro che amano la country music nella sua essenza più sincera e fedele alle proprie radici.

Remo Ricaldone

16:30

The Sidemen - The Sidemen

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I Sidemen sono al debutto ma non lo sono certo Nick Justice e Feter Martin Homer che rappresentano l’anima di un duo dedito al più genuino e godibile suono acustico legato alle radici. Folk, country e blues sono alla base della carriera di due figure distanti come origine ma legati dall’amore per il proprio retaggio culturale, seppure raggiunto attraverso percorsi distinti. Nick Justice, nativo di New York, si è ben presto spinto sull’altra costa per perseguire una carriera a San Diego tra pop e rock, fequentando nomi come Blasters, Del Fuegos, X e Bodeans senza purtroppo ‘sfondare’ in quella scena e finendo per ritirarsi a vita privata fino a tempi recenti dove è tornato alle radici più pure della musica americana. Feter Martin Homer si è invece distinto per un approccio più ‘bluesy’ e ricevendo ottimi riscontri di critica per limpide doti artistiche. Assieme i due hanno raggiunto quell’equilibrio che ha permesso loro di creare un sound estremamente interessante, rappresentato alla perfezione in questo loro esordio omonimo, interamente composto da brani originali. L’alternanza delle voci, delle chitarre e delle composizioni, il delizioso inserimento di banjo, mandolino, armonica e fiddle (quest’ultimo nelle sapienti mani di Gabe Witcher), il solido supporto del contrabbasso di Alan Deremo hanno fatto si che l’album scorresse con cristallina naturalezza, a partire da “Come Dance With Me”, chiaro manifesto del loro sound, rilassato ed amichevole. Nick Justice e Feter Martin Homer sono due troubadours onesti e ricchi di sensibilità e portano in dote storie prese dalla vita di tutti i giorni con gli immancabili sogni spezzati, amori e anime che vagano alla ricerca di redenzione e felicità e canzoni come “This Storm Will Pass Away”, la deliziosa “Meet The Train”, “Let’s Get Out Of Here” con il suo delicato incedere folk e “Virginia” che non fanno che sottolineare la bontà di un lavoro concepito con semplicità e passione.

Remo Ricaldone

 

16:28

Giulia Millanta - Woman On The Moon

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Non è certamente facile per un ‘non anglofono’ affermarsi, anche a livello indipendente, negli Stati Uniti ma la fiorentina Giulia Millanta può orgogliosamente considerare Austin, Texas la sua casa artistica. Da una decina di anni ormai Giulia è una ‘resident artist’ nella capitale texana e la sua canzone d’autore ispirata e profonda ha raggiunto i cuori degli appassionati attraverso un percorso fatto di otto album e una crescente considerazione tra colleghi (lei ha collaborato con gente come Marc Ribot, Charlie Sexton e Glenn Fukunaga tra gli altri) e critica. “Woman On The Moon” ha la produzione ‘adulta’ di Gabriel Rhodes (già con Willie Nelson, Emmylou Harris e Rodney Crowell)  che consolida una collaborazione giunta al terzo capitolo e aggiunge una notevole serie di nuovi brani ad un repertorio ricco e poeticamente eccellente, confermando un grande amore per la letteratura che l’ha portata a scrivere un romanzo come “Fratture” pubblicato la primavera scorsa. La sua è una canzone d’autore dalle immagini vivide ed intense, interpretata con forza e convinzione, doti che hanno decretato la sua affermazione oltre oceano guadagnandosi paragoni certamente illustri come Tom Waits, Madeleine Peyroux e Norah Jones per certe sue passioni ‘jazzy’, qui ‘limitate’ ad atmosfere sospese e intime. Il gusto per la melodia è qui espresso attraverso brani di grande efficacia e coinvolgimento come nell’apertura affidata a “Mad Man On The Moon” oppure in “The World Is In Your Heart (dreamy)”, “Run Away” e “Looking For Bliss”, momenti sorretti strumentalmente anche dal talento dello stesso producer Gabriel Rhodes a chitarre, basso e piano. Giulia Millanta ci regala anche una canzone cantata in italiano, “Vola Via” (anche se la nostra lingua appare parzialmente anche nella jazzata “You Don’t Wanna Know”), momento molto intrigante mentre “Go South” con la sua andatura particolare farebbe felice il buon vecchio Tom Waits e “The Way That You Are” chiude una selezione ricca di fascino che cresce molto con gli ascolti. Disco che conferma la bravura di Giulia sperando possa rappresentare un nuova occasione per affermarsi presso un pubblico più ampio.

Remo Ricaldone

La California ha sempre rappresentato un fondamentale punto di riferimento nella storia della country music di queste ultime decadi, mantenendo vivo uno spirito brillante e originale spesso molto più ‘avanti’ rispetto all’establishment nashvilliano a cui spesso si è posta in antitesi. La scuola di Bakersfield, la vibrante scena di Los Angeles ma anche quella di San Francisco e della sua baia hanno portato alla luce musicisti di straordinaria valenza artistica e Laura Benitez si aggiunge a pieno titolo alle migliori voci della country music ‘made in California’. Al quarto album, il terzo con il supporto degli Heartache, Laura firma quello che probabilmente è il suo lavoro più sentito ed accorato, quello in cui esprime dal punto di vista delle liriche la sua profonda sensibilità, toccando tematiche certamente inusuali nel genere come l’esagerato ed improprio uso dellearmi, la violenza gratuita della polizia nei confronti delle persone di colore e la vicinanza al movimento femminista Me Too, tutti argomenti accuratamente evitati in un ambiente orientato verso una forte retorica patriottica e reazionaria. “Gaslight (We Shouldn’t Talk About)” è in questo senso la canzone più significativa e raccoglie queste istanze, portando a galla una personalità forte ed orgogliosa delle proprie origini ispaniche. Musicalmente “California Centuries” è un album che concilia con la country music più genuina, una vera boccata di aria fresca se si considera quello che è il ‘trend’ delle attuali produzioni nashvilliane, tutta apparenza e pochissima sostanza. Un ulteriore punto a favore per Laura Benitez che, dotata di una voce intensa e piacevolissima, è responsabile di arrangiamenti godibili e di una scrittura che tocca i tasti giusti avvicinandosi talvota al bluegrass (la spigliata “God Willing And The Creek Don’t Rise”) e al folk (l’ispirata “All Songs” dedicata all’amata figlia). “Bad Things”, “I’m The One”, “The Shot”, “Let The Chips Fall” e “Invisible” fungono poi da spina dorsale di un lavoro estremamente duttile e dinamico che ci fa conoscere una tra le voci più interessanti della country music indipendente.

Remo Ricaldone

17:53

The Western Express - Lunatics, Lovers & Poets

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dietro al nome Westen Express ci sono due musicisti texani, Phill Brush e Stephen Castillo, il primo originario della splendida Hill Country nel centro dello Stato, il secondo invece proveniente dall’affascinante East Texas. Entrambi forti appassionati di quella country music che fa riferimento ai classici del genere, da Hank Williams Sr. a Willie Nelson passando per Alan Jackson e George Strait, hanno da circa quattro anni costruito un suono decisamente interessante che pesca si dalla tradizione ma che non tralascia la modernità con l’aggiunta di cenni pop, mexican, gospel e outlaw. A tirare le fila in studio c’è l’esperto John Evans, già con Hayes Carrl e Corb Lund tra gli altri, che cuce con grande bravura arrangiamenti che sottolineano efficacemente le personalità e le sfumature di una coppia affiatata e talentuosa. “Honky Tonk Saints”, dedicata a James White, indimenticato ‘deus ex machina’ del mitico Broken Spoke a Austin, apre con gusto una selezione breve (poco meno di mezzora) ma decisamente soddisfacente per chi ha seguito negli anni le molte bands che hanno nobilitato il suono texano, concorrendo a porre il Lone Star State quale importante punto di riferimento per quanto riguarda la musica delle radici. “Flower Of The Rio Grande” è un altro dei punti di forza dell’album in cui emergono le tonalità ‘di confine’, peculiarità texana, mentre “You And Me And The Neon” ripercorre i temi cari come le lunghe serate nelle tradizionali dancehalls tra buona musica e immancabili fiumi di birra. “Trust Me, You Can Trust Me” si pone nel solco più classico della country music texana con il suo ritmo cadenzato ed irresistibile, “Leyenda”, “Lovin’ You For A While” e “Quesadilla Mamacita” riattraversano il border con i loro colori nostalgici ed intensi, con “Last Apology” e “Emptying Me” a completare un disco molto positivo consigliato a chi ha un debole per quello che propone il Lone Star State.

Remo Ricaldone

 

17:50

Jay Byrd - At Home Again

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Non è all’esordio assoluto Jay Byrd ma questo suo “At Home Again” fotografa con grande nitidezza il suono di un musicista che ha più di un punto in comune con la poetica di un Neal Casal, il messaggio universale di un Jackson Browne e l’equilibrio di un roots-rock dalle movenze californiane degne delle migliori pagine scritte negli anni settanta, i migliori da quelle parti per certo cantautorato. “Daydream Daze” che apre l’album ha lo stesso limpido amore per la melodia di ‘brother Jackson’ mentre la seguente “At Home Again” che da’ giustamente il titolo a questa raccolta porta a galla l’accattivante mix di canzone d’autore e radici del Van Morrison nel suo periodo americano dei primi seventies. Gli arrangiamenti sono di grande efficacia nella loro essenzialità, facendo emergere il gusto per la melodia e la poetica del musicista originario del North Carolina ma da tempo residente nel Maryland, chitarrista sensibile impegnato in sessions che richiamano, pur essendo nate in quel di Nashville, Laurel Canyon e la stagione d’oro della canzone ‘westcoastiana’. L’acustica ed evocativa “Anna Lynn” dai suggestivi toni folk, “Nobody Knows (Who You Are)” che ricorda il Jonathan Wilson più roots, gli intrecci di chitarre acustiche e mandolino di “Days Roll By” impreziositi dalle belle armonizzazioni vocali di chiara marca californiana, la tersa e nostalgica melodia di “I’ve Been It All” e l’intrigante “Have Mercy” sono solo alcuni degli spunti di interesse di un lavoro equilibrato ed ispirato, certamente non un capolavoro ma l’occasione giusta e punto di (ri)partenza per un artista dalle ottime qualità e potenzialità.

Remo Ricaldone

17:48

Steve Wallis - Nothing Stays The Same For Long

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Cresciuto a Byron Bay, Australia, tra i più amati luoghi di ritrovo di artisti e hippies da tutto il mondo, Steve Wallis è un cantautore la cui cristallina vena melodica deve sicuramente qualcosa ad alcuni dei nomi che lo hanno ‘cresciuto’ musicalmente, da John Prine a Townes Van Zandt. In Europa e negli Stati Uniti Steve Wallis ha completato la sua maturazione frequentando le attitudini folk dei Milk Carton Kids e soprattutto incrociando il produttore, autore e polistrumentista Joe Boon che lo ha portato nel suo studio nella bucolica campagna del Devon settentrionale dove hanno preso vita le undici tracce che ora compongono “Nothing Stays The Same Way For Long”. Un percorso sonoro che mette in luce anche interessanti doti interpretative, sia quando i brani sono scarni ed essenziali nella loro forma folk, sia quando si avvalgono di una strumentazione più ampia e composita. Voce ottimamente impostata, una chitarra tecnicamente impeccabile e ogni tanto poetici tocchi di piano e di armonica sono alla base di un album dalle molte sfumature e dai molti spunti. La poetica insita nella pianistica “Her Name” in cui il break di armonica rimanda ad alcune cose di Neil Young, la cristallina narrazione di “Amsterdam”, l’intensa vena autobiografica di “The Wolf”, l’essenza ‘folkie’ di “Blue-eyed Annie” (con più di un legame con i Milk Carton Kids) hanno il denominatore comune di un grande amore per i suoni in bilico tra country e folk, distinguendosi sempre per pulizia e candore. Questo vale anche per altre canzoni su cui vale la pena soffermarsi come per esempio “The Loneliest”, sui fili che reggono “Now I Don’t”, tra i momenti più significativi di queste sessions e sulle emozioni pure della canzone che da’ il titolo all’album, affrontate con una delicatezza e una profondità degna della migliore canzone d’autore. Steve Wallis è un nome da considerare attentamente per coloro che amano le sonorità roots legate ad un ispirato storytelling.

Remo Ricaldone

11:51

Iain Matthews & The Salmon Smokers - Fake Tan

Pubblicato da Remo Ricaldone |

I primi Fairport Convention, Matthews Southern Comfort, i Plainsong e una lunga e ottima carriera solista che lo ha visto interpretare le amate radici americane country e folk con un piglio sempre fresco ed interessante: questo è molto altro è Iain Matthews, musicista  che ha saputo dare un tocco personale nei vari periodi della sua vita artistica. Dall’Inghilterra ad Austin, Texas e in molti altri luoghi, Iain Matthews si è distinto per una voce inconfondibile ancora oggi ricca di espressività, oggi che ha deciso di rompere il silenzio e di reinterpretare brani (suoi e di altri) che ne hanno contraddistinto la sua discografia. Ad accompagnarlo, un po’ a sorpresa è una band formata da musicisti norvegesi, The Salmon Smokers, che portano una ventata di brillante originalità in queste nuove versioni che si arricchiscono di swing, di rock, di folk, di country. Condensato in undici canzoni c’è l’essenza (passata e presente) di un artista che non si è mai risparmiato e ha avuto il coraggio di confrontarsi con leggende come Sandy Denny e Richard Thompson e con un repertorio che gli ha regalato apprezzamento e anche fama, dalla ‘Mitchelliana’ “Woodstock” a “Reno, Nevada” di Richard Farina a “It Take A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry” di Dylan. Tutte e tre sono qui riproposte con nuove visioni musicali senza fare troppo rimpiangere le precedenti cover, ancora intriganti e godibili. Ci sono poi le eccellenti composizioni del suo periodo americano, dalla splendida “Ballad Of Gruene Hall” a “I Threw My Hat In” passando per il suo classico “If You Saw Thro’ My Eyes”, per la deliziosa “Southern Wind” e “Keep On Sailin” che congeda in delicatezza ed in bellezza un lavoro che segna il graditissimo ritorno di Iain Matthews, figura preminente dei legami tra i suoni britannici ed americani.

Remo Ricaldone

11:49

Steve Yanek - Long Overdue

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato a Youngstown, Ohio ma attualmente residente in Pennsylvania, Steve Yanek guarda però musicalmente ad ovest, a quella meravigliosa stagione musicale dove country, rock e canzone d’autore venivano intrecciati ed assemblati da una manciata di illuminati cantautori e bands, ispiratissimi in particolare nella prima metà degli anni settanta. Jackson Browne, Eagles, John David Souther, Poco e, più avanti, Tom Petty e i suoni che provenivano da Laurel Canyon alle porte di Los Angeles, sono le ispirazioni che hanno contribuito a formare questo album dalla gestazione lunga e laboriosa causa pandemia. A fungere a pieno titolo da co-protagonista è Jeff Pevar, grande chitarrista salito alla ribalta grazie al trio CPR con David Crosby e James Raymond che qui produce con estrema bravura l’album e lo nobilita con un finissimo lavoro a chitarre elettriche ed acustiche, pedal steel, lap steel e tastiere, fornendo quell’apporto fondamentale a rendere le dieci buone canzoni di Steve Yanek decisamente splendenti. Dall’iniziale title-track veniamo trasportati negli anni d’oro della west-coast tra canzone d’autore e rock, con le inevitabili inflessioni roots e con Jeff Pevar eccellente alla lap steel con gli inevitabili rimandi al lavoro prezioso di David Lindley. “Like Now” è ballata calda ed avvolgente con i tramonti californiani negli occhi mentre in “Tired Of This Attitude” entrano due pezzi da novanta come Kenny Aronoff alla batteria e Billy Payne al piano ricordando nelle armonie e nell’attitudine gli Eagles. “All The Sorrow”, ancora con Aronoff e Payne, è solida ed interessante, “Everyone’s Crazy These Days” è giocata sugli arpeggi di acustica di Jeff Pevar ed il piano di Payne e mostra le qualità di Steve Yanek nel ricercare linee melodiche deliziose, “On Your Side” scorre con naturalezza rimandando ancora al Jackson Browne più recente e “About This Town” è ballata pianistica dall’incedere ispirato. A completare un album melodicamente notevole e strumentalmente veramente apprezzabile ci sono  “You Move Me” con il suo carico emozionale e nostalgico, “Throw Me Down The Line” e l’acustica “Goodbye” inevitabilmente posta a commiato di un progetto ‘atteso da tempo’ che rappresenta un passo importante per Steve Yanek e uno piacevolissimo per noi ascoltatori.

Remo Ricaldone

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