23:28

Gunther Brown - Heartache & Roses

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Portland, Maine non è certo al centro delle attenzioni degli amanti della musica ma è una delle molte città americane la cui scena artistica vive di tante belle realtà e di ‘segreti’ da scoprire. Assieme alla band dei fratelli Mallett i Gunther Brown si pongono tra le migliori proposte del panorama alt-country e americana e questo loro terzo album intitolato “Heartache & Roses” mostra quanta vitalità, passione, carica umana possieda il sestetto guidato da Pete Dubuc, frontman solido e ispirato. Dal 2014 i Gunther Brown hanno portato, sui palchi del nordest soprattutto, la loro trascinante miscela di rock e radici corroborata da una scrittura importante e da ottime doti strumentali, capaci di risultare delicati e rocciosi, poetici e orgogliosamente travolgenti. La via tracciata negli anni da band come Uncle Tupelo, Jayhawks e Old 97’s ha fatto da battistrada a questi ‘ragazzi’ il cui piglio risulta sempre credibile ed autenticamente sincero. Oltre al leader la band comprende altre due chitarre, quelle di Mark McDonough e di Greg Klein, giunto alla corte dei Gunther Brown da un’altra band di Portland, i Dark Hollow Bottling Company, le tastiere, l’armonica e le chitarre di Joe Bloom Anderson e la sezione ritmica che vede Drew Wyman al basso e Derek Mills alla batteria in un insieme affiatato e dal punto di vista compositivo assolutamente democratico visto che le canzoni sono composte con sforzo spesso collettivo. Dalle tonalità country dell’introduttiva “New Man” si dipana una selezione che alterna rock e ballate tinte di roots, tutte estremamente godibili, logicamente derivative ma ricche di fascino. Non è facile estrarre un momento da sottolineare, l’album è caratterizzato da grande coesione e spirito condiviso, interpretato con grande attenzione pur mantenendo quell’aspetto ‘rustico’ e genuino. Una bellissima sorpresa quella dei Gunther Brown e un nuovo nome da affiancare a quelli citati. Conferma della grande vitalità della scena ‘indie’ della sconfinata provincia americana.
Remo Ricaldone

23:26

Glenn Jones - Ready For The Good Times

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La scena musicale di Chapel Hill, North Carolina,  strettamente legata alle cittadine di Raleigh e di Durham, è una delle più vitali e vivaci degli interi Stati Uniti con la presenza di moltissimi clubs che propongono rock, folk, bluegrass, country, jazz con una qualità notevolissima. Da quelle zone sono usciti Avett Brothers, i Whiskeytown di Ryan Adams, Tift Merritt, i Carolina Chocolate Drops di Rhiannon Giddens e tantissimi altri e Glenn Jones, musicista dall’ampia visione musicale sempre legata alle radici del più genuino suono americano, si è abbeverato a questa preziosa fonte di ispirazione ed è cresciuto notevolmente in una carriera che ora vede la pubblicazione del suo terzo disco solista intitolato “Ready For The Good Times”, probabilmente il lavoro che suggella la sua maturità di perfomer e di autore. Dodici canzoni che ne rappresentano l’essenza artistica passando dalla country music per virare verso folk e per una canzone d’autore ispirata e stimolante, fresca ed invitante. In queste canzoni è riflesso tutto il vissuto di Glenn Jones, le sue esperienze artistiche e personali con storie che risaltano per ottimo senso melodico e solide capacità interpretative con un supporto veramente azzeccato da parte di una serie di ottimi quanto poco noti musicisti del luogo, da Libby Rodenbough, splendida fiddler a partire dall’iniziale “Ripples In The Pond”, uno dei momenti di maggior bellezza dell’album a John Boulding, sensibile dobro player, fino a Jerry Brown, produttore e chitarrista di valore, a Joe MacPhail le cui tastiere donano poesia e ulteriore bellezza a molti brani, a Joseph Terrell, bravissimo a lap steel e chitarre acustiche e a Andrew Marlin, puntuale a mandolino e chitarre. Un gruppo che mostra grande versatilità e fornisce il miglior sostegno possibile al leader in una selezione in cui spiccano “Bury My Heart On Music Row” dalle inevitabili inflessioni country, la colorata “My Baby Makes Pie” che ci porta idealmente verso i suoni di New Orleans, “I’ve Got  A Voice” le cui chitarre acustiche e la tersa melodia ne fanno uno dei capitoli più accorati, l’ottima “A New Great Pyramid” ulteriore conferma delle qualità di Glenn Jones come autore, il bel duetto con Rebecca Newton di “Let’s Make Some Good Old Days”, “No Fool Like An Old Fool” dall’irresistibile sapore ‘old fashioned’ e la classica country song che da’ il titolo all’album. Momenti da sottolineare per genuinità e che rendono questo disco decisamente godibile.
Remo Ricaldone

23:25

Barbara Bergin - Blood Red Moon

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A volte, non importa a quale età, il richiamo della musica è più forte di qualsiasi cosa e si imbraccia la chitarra per iniziare una nuova vita all’insegna delle cosiddette sette note. E’ stato il caso di Barbara Bergin, chirurgo ortopedico con la passione per i cavalli che ha smesso camice e speroni per intraprendere un percorso artistico affidandosi per il suo debutto alla produzione di Jane Gillman, eccellente ed esperta figura della scena roots, cantante ed  autrice dalla grande sensibilità e visione ‘manageriale’ incontrata ad Austin, Texas dove la nostra si è trasferita dalla nativa New York. “Blood Red Moon” è il risultato del talento musicale e compositivo di una storyteller capace di disegnare quadretti di grande efficacia cercando spunti dalla vita comune ma anche da riferimenti storici, seppur avvolti da un’aura di fantasia. Preziosa è la collaborazione di una serie di importanti nomi della scena di Austin come il batterista/produttore Merel Bregante, l’eccellente chitarrista Rich Brotherton, l’estrema finezza del pianismo di T Jarrod Bonta, l’esperienza del bassista David Carroll, con l’inevitabile presenza di Jane Gillman che presta qua e la i suoi dulcimer, armonica e mandolino a brani che si muovono tra canzone d’autore folk e reminiscenze più tradizionali. La selezione è decisamente piacevole e in gran parte acustica, dall’iniziale “Blood Red Moon”, intensa ballata in cui fanno bella mostra le chitarre di Mark Viator alla divertente “My Life’s Good (Cuz I Don’t Live In The City)” dalle movenze più rock. Un disco che scorre con grande naturalezza e ci regala momenti interessanti come la melodia tinta di folk britannico “She Danced With The Young Prince Of Wales”, gli echi appalachiani di “Possum’s In The Corn” con il bel banjo di Cathy Fink, ballate intense come “Warm Place” a cui T Jarrod Bonta con il suo piano dona ulteriori colori e “Captain Of The Robert E. Lee” con  l’accordion di Chip Dolan mentre “Let’s Get On Up!” rimanda ai classici temi folk degli anni sessanta e “Like Father Like Song” unito alla tradizionale “Cluck Ol’ Hen” chiude un album che speriamo possa essere l’inizio di una lunga carriera.
Remo Ricaldone

23:23

Andrew Hawkey - Long Story Short

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Andrew Hawkey è il classico musicista che ha passato la sua carriera ‘sottotraccia’ esibendosi nei piccoli club senza mai agganciare il treno della fama preferendo una vita fatta di emozioni ‘ordinarie’ ma non per questo meno vissute. Nato in Cornovaglia ben settantasette anni fa, Andrew Hawkey ha trascorso anni nell’Inghilterra rurale prima di trasferirsi nella ‘swinging’ London degli anni sessanta e per lungo tempo nel Galles dove attualmente risiede. La sua visione musicale è sempre stata legata ai suoni americani, folk, blues e country e tutto questo è racchiuso in questo suo album intitolato “Long Story Short”, una sorta di riassunto delle sue radici, un interessante percorso tra ballate folk, fascinazioni country e quel pizzico di blues/soul a rendere vario il suo repertorio, basato essenzialmente su ballate descrittive e delicate. A me ha subito ricordato il cantautorato country di personaggi come Bill Staines e Chuck Pyle con quello stile discorsivo e quieto che è stata la caratteristica peculiare anche di ottimi songwriters inglesi come Allan Taylor e Ralph McTell ai quali Mr. Hawkey sembra aver preso ispirazione. “Long Story Short” è prodotto con intelligenza dallo stesso Andrew Howkey con la collaborazione di Clovis Phillips, personaggio dal nome poco noto ma dal curriculum ricchissimo per i suoi legami artistici con gente del calibro di Gail Davies e Jeb Loy Nichols del quale gruppo fa attualmente parte. Scelta ovvia è stata quella di vestire queste canzoni di un arrangiamento elettro-acustico che non sovrastasse la voce del protagonista, non particolarmente potente ma giusta per i suoni proposti, e la presenza di un bel tappeto di chitarre e dell’aggiunta di volta in volta di pedal steel, banjo e armonica è risultata vincente. La colloquiale “Dear Friend”, la più vivace “Golden Heart (On A  Rusty Chain)”, il brano con maggiori legami con la country music, la cristallina “A Little More” che rimanda al Christy Moore più intimo e romantico, la bella e profonda “The Believer”, le godibili inflessioni soul di “Jones On Me” e la title-track, pianistica, che chiude nel migliore dei modi il disco, sono il filo conduttore di una selezione che cresce con gli ascolti riservando momenti di riflessione e di piacevolezza.
Remo Ricaldone

11:21

Ben Bostick - Among The Faceless Crowd

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“Among The Faceless Crowd”, terzo disco per Ben Bostick, segna il suo ‘ritorno a casa’ dopo un decennio passato al caldo sole californiano e un paio di ottimi album tra rock e radici. Soprattutto il suo precedente “Hellfire” del 2018 lo ha confermato artista veramente interessante alle prese con un robusto e solido suono in cui la parte rock era preponderante dando vita ad un lavoro tra i migliori in ambito indie degli ultimi tempi. Questo invece rappresenta il suo lato più interiore ed intimo, composto com’è di ballate e midtempo che pagano un inevitabile tributo a country music e folk, molto vicino come spirito al cantautorato texano (Guy Clark in primis) e a gente come John Prine, guida spirituale per generazioni di storytellers. Inciso, suonato  e prodotto  in proprio, “Among The Faceless Crowd” vede come una presenza ‘esterna’ in qualche momento di alcuni suoi pards del periodo di Los Angeles ad aggiungere giusto qualche tastiera, qualche linea di basso e un apporto chitarristico che impreziosisce una selezione riflessiva e melodicamente molto valida che mostra un musicista dalla sensibilità notevole e dalle mille risorse. I dieci capitoli di questa storia, raccontati con voce sicura e modulata e spesso introdotti da intriganti arpeggi chitarristici, parlano di una routine quotidiana scandita da speranze, delusioni e dalla ‘disperazione della vita in mezzo ad una folla senza volto’ usando le parole dello  stesso Ben Bostick. Canzoni come l’iniziale “Absolutely Emily”, “Wasting Gas”, “The Last Coast”, “Central Valley”, la frizzante “Working For A Living”, “Too Dark To Tell” e “If I Were In A Novel” fotografano un aspetto del musicista nato nel South Carolina ma residente in Georgia meno rimarcato dalle sue precedenti registrazioni e assolutamente piacevole ed intrigante.
Remo Ricaldone

11:19

White Owl Red - Afterglow

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Al quarto album sotto il moniker di White Owl Red, Josef McManus celebra con grande efficacia ed ispirazione la stagione migliore dell’alternative country, dai Green On Red ai Wilco passando per la canzone d’autore e per il rock mostrando di avere assimilato alla perfezione la ‘lezione’ dei maestri Tom Petty, Bruce Springsteen e Bob Dylan. Lungi dal fare paragoni con questi grandi nomi, il songwriting di Mr. McManus ne contiene certi stilemi e li propone con grande umiltà, impegno sociale e genuinità e “Afterglow” è un nuovo, importante tassello di una produzione di qualità alta e spontanea. Il suo sguardo alla società contemporanea è tagliente e disincantato, acuto ed intelligente, fotografato con toni spesso acustici e vicini al folk ma senza disdegnare la costruzione rock che ne ha accompagnato gli ‘anni formativi’. I due ‘estremi’ dell’album, “Afterglow” e “Working Class Heroes”, sono tra i momenti più significativi e danno l’esatta idea delle intenzioni di White Owl Red e la consapevolezza con la quale vengono consegnate queste canzoni sono notevoli, così come la loro lucidità. “Hell And The Blues”, “I Walk The Line For You”, la freschezza rock di “Tip Top Bob’s” e le ottime “Out On The Waters”, “Hold On” e “The Way I Feel Now” sono il ‘filo rosso’ che forma la struttura portante di un album che conferma tutte le doti di una delle realtà indie più pregnanti e socialmente più ‘affilate’ del panorama americano. Da conoscere.
Remo Ricaldone



Di lui non si sa molto, canadese dell’Alberta, musicista profondamente legato alle radici dei suoni americani, visionario, poliedrico, talentuoso. Jason Reid Ravensky ha costruito un doppio album ricco, importante, certamente un viaggio nelle pieghe del folk, della country music, della canzone d’autore, del rock che appaga per varietà di temi e di sensazioni. “I Can’t Take The Darkness Anymore” è un lavoro in cui si trova l’anima ed il cuore di un talento libero da etichette e da costrizioni, poetico ed estremamente godibile fin dalle prime note affidate a una “Further Down The Road” che apre un libro le cui pagine si affidano al suo amore per la natura, per la musica, per la poesia, con il fiddle ed il banjo che si librano sulle ali di un suono emozionante per intensità. Spesso viene in mente la forza espressiva di Jake Smith, alias White Buffalo, per chiare affinità elettive e nel primo di questi due dischi le connessioni emergono chiare. Il blues e i suoni sudisti fanno capolino nella seguente “A Very Dangerous Stash” per poi lasciare campo libero alla splendida “The Hologram Zoo”, tra i punti più alti della poetica di Jason Reid, tra country e folk, alle suggestioni latine di “A Henry Miller Romance”, a una “Amy ( A Little More Time)” che rimanda nuovamente al ‘Bufalo Bianco’ per coinvolgimento e vitalità e a “Broken Down” dove la melodia attraversa l’oceano e si avvicina all’Irlanda (come nella gustosa “I Do Believe”) per poi accendere emozioni ‘native’. Il secondo disco si apre con una roca e ‘waitsiana’ “Old Uncle Louis” che ci porta a New Orleans con tutto il suo bagaglio di jazz, soul e rock e da citare sono ancora “Big Black Hole” che si avvicina ancora a Tom Waits per forti analogie stilistiche con le atmosfere di “Rain Dogs” o “Swordfishtrombones”, l’eterea “When You Can’t Let Go, Let Go”, i sapori tra country e cajun di “Oh Sam, The Everyman” in una interpretazione ancora di grande intensità cosi come nell’accorata “Shipwrecked” in cui la canzone folk è rappresentata all’ennesima potenza. “I Guess That We’ll Be Fine” mi ricorda il compianto e grande Greg Trooper mentre a chiudere questo ricco piatto di ben 25 canzoni c’è la pianistica “The Fading Away” che accarezza con estrema dolcezza. Disco consigliato caldamente.
Remo Ricaldone

11:13

Jeffrey Foucault - Blood Brothers

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Non è recentissimo questo album ma è utile tornare a parlarne in occasione della sua nuova distribuzione (anche) europea che ci da modo di disquisire di uno dei più intensi storytellers dell’America di provincia, di quel Midwest del quale Jeffrey Foucault ha narrato personaggi, paesaggi e storie di notevole profondità, arguzia e passione. “Blood Brothers” torna a quelle atmosfere interiori e intime che il musicista di Whitewater, Wisconsin ha saputo alternare a ruvidi e ruspanti momenti rock in una discografia parca e meditata, centellinata nei modi e nei tempi con estremo talento. La sua è una di quelle voci capaci di evocare stati d’animo veri tra l’autobiografico e certo realismo intriso delle più genuine sensazioni, sia dal punto di vista musicale che da quello delle liriche, essenziali e pregnanti. “Dishes” apre nel migliore dei modi il disco, una ballata di grande impatto emozionale interpretata con forza e fascino, caratteristiche che si mantengono per buona parte del materiale proposto, con una band eccellente alle spalle del protagonista, band che vede Eric Heywood lavorare di fino a pedal steel e chitarre acustiche, Bo Ramsey fornire l’adeguato tappeto chitarristico e la coppia Billy Conway (batteria) e Jeremy Moses Curtis (basso) formare una sezione ritmica preziosa. “War On The Radio” e la struggente “Blown” con Tift Merritt a duettare sono un’ulteriore spinta al disco la cui prima parte è decisamente impeccabile, con Kris Delmhorst (la signora Foucault) e Pieta Brown che forniscono il giusto apporto di grazia e bravura, mentre la classe chitarristica del Milk Carton Kid Kenneth Pattengale nobilita la già intrigante “Pretty Hands” posta in chiusura alla scaletta. “Cheap Suit” è una limpida ballata che starebbe bene in un disco di John Prine a cui si avvicina per emotività e delicatezza, “Rio” è una pigra country song dalle movenze languide e godibili mentre “Dying Just A Little” è cristallina nella sua sequenza ed è l’ulteriore conferma della grandezza del suo autore. Jeffrey Foucault: file under…great modern troubadours.
Remo Ricaldone

22:33

Sarah Morris - All Mine

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Vincitrice nel 2018 dell’ambito premio come migliore artista ‘New Folk’ al Kerrville Folk Festival, Sarah Morris è tra le migliori voci emergenti della scena americana delle radici e con cinque dischi al suo attivo sta fattivamente facendosi conoscere per ottime doti compositive ed interpretative. La cantante ed autrice del Minnesota ha ricevuto buoni riscontri nelle classifiche di settore e ha già avuto l’opportunità di aprire i concerti per musicisti del calibro di John David Souther e Suzy Bogguss, sia come solista che accompagnata dai Sometimes Guys, trio formato dal chitarrista Thomas Nordlund, dal bassista Andrew Foreman e dalla batteria di Lars Erik Larson, band che è la base strumentale di questo suo nuovo album intitolato “All Mine”, lavoro estremamente interessante che può farla imporre grazie ad una notevole maturità. I suoni sono deliziosamente elettro-acustici e mettono in risalto le narrazioni di Sarah Morris, sempre ricche di sfumature, sempre delicate e poetiche. L’amore per i particolari, le storie semplici di una provincia dove la natura ha ancora un peso importante per ispirazione e fascino, i rapporti umani fondamentali per poter assaporare lo scorrere del tempo, tutto concorre per farci apprezzare canzoni che pian piano entrano sotto pelle e conquistano. La canzone che presta il titolo all’album, “All Mine”, “”Stir Me Up” che assume toni lievemente più blues e soul in un contesto comunque sempre roots, la bella melodia di “Mendocino”, tra le più intimamente godibili, “The Promise Of Maybe” dal refrain piacevolissimo e poi ancora le sensazioni country di “Two Circles On A Kitchen Table” bissata dalla bella “How I Want To Love You” rappresentano il filo conduttore del disco. Il finale è affidato a due magnifiche ballate a chiudere degnamente l’album: la scarna ed affascinante “Things You Can’t Tell By Looking At The Picture” e quella che per il sottoscritto è la più intensa, la conclusiva “Higher”, vera ciliegina sulla torta. Disco che è la perfetta occasione per fare la conoscenza con il mondo musicale di Sarah Morris.
Remo Ricaldone

22:29

Gill Landry - Skeleton At The Banquet

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Gill Landry ha confezionato probabilmente il suo lavoro più personale e profondo, alla ricerca di un suono attento alle più piccole gradazioni di tonalità ma capace nel suo insieme di affascinare per approccio un po’ misteriosamente ‘dark’. Le radici del musicista della Louisiana, per parecchi anni membro degli Old Crow Medicine Show, sono riproposte prendendo la migliore canzone d’autore permeandola di nuance country, blues e folk, aggiungendo un tocco personale grazie ad una voce intensa, carica e grave e ad una produzione essenziale ed impeccabile. Un organo hammond, un’armonica, una chitarra spagnoleggiante, un violino, una tromba con la sordina, tutto concorre a rendere vive e passionali le storie che compongono “Skeleton At The Banquet” in un viaggio attraverso la ‘sua’ Louisiana, terra di mille influenze e di mille racconti narrati con forza accorata. Il romanticismo di Gill Landry vive di queste storie intime ed interiori, commoventi ed emozionanti, risultando sempre drammaticamente ed indissolubilmente credibili e vere. Gioiellini come “The Place They Call Home”, certamente uno degli ‘highlights’ dell’album, con la sua grande carica umana e una melodia che entra nell’anima oppure l’irresistibile fascino ‘folkie’ di “Angeline” sono solo alcune delle punte di diamante di un prodotto che incanta e si stabilisce stabilmente nel cuore. Talvolta i riferimenti, per voce ed atmosfere, portano verso Leonard Cohen e certo Tom Waits, come nella ottima “Trouble Town” dai toni quasi jazzati e nell’iniziale “I Love You Too”, mentre tra le più degne di nota si segnalano “The Wolf” dove Gill Landry da spazio alle sue passioni country-folk in un altro momento di ‘musicalità alta’, “A Different Tune” poeticamente ancora importante e la candenzata “The Refuge Of Your Arms”. Disco fortemente consigliato.
Remo Ricaldone

22:26

Brian Johannesen - Holster Your Silver

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Nativo di Chicago, Brian Johannesen è un nuovo talento della scena ‘americana’ e alt-country che risiede ad Iowa City, Iowa dove ha piantato solide basi che ne hanno influenzato stile ed approccio musicale. Brian si è formato ispirandosi alla scrittura di gente come John Prine, Guy Clark e Bruce Springsteen, ha trascorso quattro anni a Nashville dove ha studiato Music Business e frequentato quella scena cantautorale, mentre nel corso degli ultimi anni ha condiviso il palco con Justin Townes Earle, William Elliott Whitmore, Greg Brown, JD McPherson e Lydia Loveless tra gli altri. “Holster Your Silver” è il secondo sforzo discografico di Mr. Johannesen e mostra appieno quanto negli anni sia maturato, musicalmente e a livello di testi e tematiche, andando ad esplorare sentimenti comuni come la perdita, le ansie legate alla vita moderna e una certa critica all’attuale panorama politico americano. La produzione è pulita ed interessante nelle mani di Ryan Joseph Anderson che come spesso accade da’ il suo fattivo contributo in fase strumentale (chitarre, mandolino, steel guitar) mentre il resto dei musicisti coinvolti fanno parte della scena artistica dell’Iowa e risultano pressochè sconosciuti ai più pur essendo molto bravi ed ispirati. Tra ballate acustiche improntate su stilemi certamente già sentiti ma interpretati con classe e momenti più vicini ad una country music indipendente genuina e vera, “Holster Your Silver” si snoda attraverso nove canzoni che formano un percorso godibilissimo che soddisferà gli appassionati di suoni essenziali e proprio per questo sinceri. “Somewhere Down The Line”, la cristallina “Copper Queen”, la più roca “Tired (Last Time I Saw Her)” e le buone “Music Business Blues Breakdown”, “Fremont”, “Way Back Down There” e la title-track sono a parere di chi scrive le cose migliori di un album da apprezzare ‘in toto’. Brian Johannesen è un musicista che merita tutta la nostra attenzione.
Remo Ricaldone

22:23

Amberly Chalberg - Hi-Line

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dal nativo Montana all’attuale residenza di Denver, Colorado, il percorso di Amberly Chalberg giunge al primo disco ‘a lunga durata’ affidandosi ad una produzione capace di sottolineare con efficacia le sue solide doti vocali con un suono elettro-acustico decisamente evocativo e legato a filo doppio a certo alternative country dal fascino western. Brandi Carlile e Jason Isbell possono essere i principali riferimenti stilistici e anche una grande ‘chanteuse’ come la texana Robyn Ludwick ha più di un punto in comune con queste canzoni, intense storie della provincia americana più autentica e sincera. I toni usati sono quasi sempre aggraziati e romantici con le chitarre di Eben Grace e Joe Mazza a formare il giusto background mentre la sezione ritmica ha raramente il sopravvento pur in presenza di due eccellenti nomi come Taras Prodaniuk al basso e Jim Christie alla batteria, entrambi affiatatissimi per il loro lungo lavoro con Lucinda Williams, Merle Haggard e, specialmente per il primo, con Dwight Yoakam. “The Whiskey Song” introduce con grande ispirazione questa ‘raccolta di storie sui legami’ come la stessa Amberly definisce i dodici momenti che formano “Hi-Line”. “Everything I Wanted” è ancora giocata sul filo delle emozioni, la voce sussurrata e melodiosa, l’accompagnamento discreto ed equilibrato, “Crazy Bout You” aggiunge profumi ‘bluesy’ con una bella ‘bottleneck’ che ci porta idealmente a sud, “Lil Bit Country” è più speziata e mostra tutto l’amore per la più classica country music con un suono più elettrico e grintoso, “I Apologize” è struggente nella sua interpretazione fortemente accorata. La lap steel di Joe Mazza indirizza “Tell Me We’re Gonna Make It” verso la country music più amata, quella delle storie intrise di dolente tristezza ma anche  di innata speranza, nella migliore tradizione del genere, “Supermoon” accarezza e culla con la sua estrema morbidezza e prepara il finale affidato alla immediatezza e alla vivacità, mai sopra le righe comunque, di “Wishing Well”, altro numero rimarchevole. “Hi-Line” ha il grande merito di farci conoscere un ennesimo nome che potrà regalarci ottimi suoni a cui affidarci, senza remore. Da affiancare, nel vostro scaffale dei cd, ai nomi citati in precedenza.
Remo Ricaldone

18:03

Artisti Vari - Buscadero Americana

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Buscadero Americana” è un prezioso, esaustivo ed accorato tributo alla migliore canzone d’oltreoceano tra rock e radici, un giusto omaggio ai suoni che da quarantanni la rivista (quasi) omonima supporta con amore e competenza. Il doppio album, ricchissimo di spunti e anche di sorprese, è stato curato da Andrea Parodi, vero ‘deus ex machina’ da anni con la sua doppia funzione di promoter e musicista che ha compilato una scaletta amplissima e di gran qualità. Il menù è veramente ghiotto e nasce dall’idea di coinvolgere musicisti legati da una frequentazione assidua dei palchi italiani, chiedendo loro di scegliere un autore amato e di rileggerne un brano. Nasce così una raccolta di gioiellini puri che pescano dal repertorio di Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tom Petty, Bob Seger, John Prine, Van Morrison, Bruce Cockburn, Randy Newman, Leonard Cohen, Willie Nelson, Steve Earle, Neil Young e di molti altri in un susseguirsi di interpretazioni accorate e sinceramente coinvolgenti. Il primo disco si apre con un duetto inedito ed affascinante con la voce roca di Thom Chacon e quella intensa di Mary Gauthier che riprendono la bellissima “The Speed Of The Sound Of Loneliness” di John Prine che il suo autore cantò con Nanci Griffith, un’introduzione splendida che anticipa una serie di covers  da favola come “Madame George” di Van Morrison che James Maddock rilegge come fosse una romantica ballata urbana del primo Springsteen, con tanto di fisarmonica che aggiunge un tocco ‘bohemienne’ al brano o come la “Thunder Road” dello stesso ‘Boss’ che Michael McDermott fa risplendere con grandissimo talento interpretativo. Tim Grimm (con “I Know Love Is All I Need” di Rodney Crowell), Brian Mitchell (con “Simple Twist Of Fate” di Bob Dylan), Chris Buhalis (con “We Don’t Run” di Willie Nelson) e Jaime Michaels (con “Pacing The Cage” di Bruce Cockburn) nobilitano poi questa prima parte di “Buscadero Americana” con grandissima naturalezza e bravura, mentre l’unico brano in italiano, la rilettura di “Sonora’s Death Row”, conferma splendide doti interpretative dello stesso Andrea Parodi, in una chiusura commovente per intensità. Dello stesso livello è poi il secondo disco con Eric Andersen che omaggia Townes Van Zandt con una “Snowin’ On Raton” che strappa più di una lacrima, Willie Nile che canta a modo suo ed in maniera assolutamente credibile il Leonard Cohen di “Everybody Knows” ed il sempre sinceramente genuino Jono Manson che rilegge Steve Earle con “Trascendental Blues”. Sorprendenti sono poi le originali cover di “Listen To Her Heart” di Tom Petty che nelle mani di Christian Kjellvander diventa una ballata  destrutturata dalla sua forza rock in cui emerge però tutto il suo fascino melodico e “Like A Hurricane” di Neil Young che Annie Keating rende sua dandone una versione decisamente più delicata e aggraziata senza comunque le 'sgroppate' chitarristiche del loner canadese. Da citare ancora Richard Lindgren bravo a riprendere la magnifica “Louisiana 1927” di Randy Newman, Danni Nichols con l’immortale melodia di Kris Kristofferson “Me And Bobby McGhee” e l’accorata chiusura dedicata al ricordo di Neal Casal in cui Johnny Irion è affiancato dalla figlia Olivia Nora Guthrie. Album che riserverà molte emozioni e che merita tutta la nostra/vostra attenzione.
Remo Ricaldone

17:56

Chris & Adam Carroll - Good Farmer

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nonostante sia da più di ventanni sulle scene (discograficamente parlando) e soprattutto in questi ultimi anni sia prolifico e ispirato, Adam Carroll da Tyler, Texas rimane uno dei segreti meglio custoditi della scena cantautorale texana. Il suo stile asciutto, conciso ma anche caldo ed avvolgente, il suo classico approccio colloquiale e fortemente legato ad una scuola come quella del Lone Star State sempre in grado di presentare nomi da sottolineare per classe e forza interpretativa ne hanno caratterizzato una carriera intensa e ricca di episodi importanti ai quali ora di aggiunge questo “Good Farmer” inciso con la moglie Chris, un album prodotto magnificamente da Lloyd Maines, vera garanzia di qualità e sin dal debutto di Adam Carroll del 1998 con l’acclamato “South Of Town”, al suo fianco con l’enorme bagaglio di talento che lo contraddistingue. Le chitarre ma anche la pedal steel, il basso e le percussioni di Lloyd Maines fanno da perfetto supporto a Chris e Adam Carroll il cui lavoro strumentale non è meno brillante, con l’aggiunta di uno dei migliori fiddlers texani come Dennis Ludiker ad aggiungere quel ‘quid’ in molte canzoni.  Godibile e freschissimo il disco si dipana tra ballate eccellenti in cui le voci della coppia si alternano, si intrecciano e si sovrappongono in una selezione che si apre con una “Hi-Fi Love” vero manifesto delle loro intenzioni, autenticamente folk e col piglio tipico di quelle terre. L’affiatamente è naturale e mostra una vena mai sopita da parte di Adam Carroll, con la moglie che fornisce il giusto contributo in fatto di dolcezza, delicatezza e finezza, oltre ad un importante contributo compositivo. “City By The Sea”, “Tough As Nails” che rimanda alla canzone folk più classica, la splendida “Ocean Of Peace” che vede l’aggiunta di una bellissima armonica, “The Old Wilted Rose”, “Angel In God’s Country” e l’emozionante e conclusiva “Take Me Away” sono solo pochi esempi di un album da apprezzare ‘in toto’, tale è la coesione artistica e personale della coppia. Un ulteriore tassello di una percorso da conoscere ed amare.
Remo Ricaldone

17:52

Lynne Hanson - Just Words

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Lynne Hanson sta confermando, passo dopo passo, album dopo album, di essere tra le migliori voci del panorama canadese che si pone tra americana e canzone d’autore. “Just Words” è un altro racconto narrato con voce sicura e scritto con grande sensibilità, un disco che cresce decisamente con gli ascolti mostrando quanto l’artista di Ottawa sappia unire i suoni country e blues, rock e folk con canzoni mai banali e sempre scritte con cuore ed intelligenza. La produzione dell’esperto Jim Bryson è impeccabile, senza ‘trucchi’ e furbizie varie e punta all’essenziale per dare il giusto abito a canzoni che non aspettano altro che essere interpretate in questo modo. “True Blue Moon” ne è l’esempio più vibrante e nitido, una bella ballata midtempo che Lynne fa scorrere magnificamente con grande naturalezza. “Hearts Fade” è da sottolineare per la pulizia delle chitarre e per quel ‘mood’ un po’ malinconico ma tremendamente affascinante che rimanda a certe cose di Lucinda Williams, “Long Way Home” è capolavoro di equilibri e poesia, certamente tra gli ‘highlights’ di un album capace di tenere alta la tensione emotiva attraverso capitoli come la title-track “Just Words” che si muove tra rock e blues, “Higher Ground” che potrebbe far felice il Tom Waits più ‘bluesy’, “Clean Slate” con la sua delicatezza infinita, “Lollipops And Roses” dal grande impatto emotivo tra blues e certe cose del Neil Young elettrico e la tensione letteraria di “Hemingway’s Songbird”. Un disco questo che porta Lynne Hanson ai vertici di una scena come quella canadese sempre capace di stupirci.
Remo Ricaldone

17:49

Sam Lewis - Solo

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Sam Lewis ha collaborato con artisti dalle più diverse provenienze, da Leon Russell ai Wood Brothers ponendosi in quello spazio tra soul, blues, country e folk con personalità e ‘gusto sudista’. Da parecchi anni ha scelto Nashville come base anche se la sua ricetta è lontana anni luce da quello che uno potrebbe aspettarsi da un frequentatore di Music City. Pochi album all’attivo ma Sam Lewis ha raccolto attestati di stima da colleghi, critica e da quel pubblico che ama la musica americana delle radici e “Solo” è un disco che ce lo consegna storyteller sensibile, soul man accorato e rilassato performer di fronte ad un ristretto e selezionato pubblico raccolto negli studi Southern Ground di Nashville. Inevitabilmente la sequenza, lunga ed articolata, segue la carriera del protagonista lanciando uno sguardo su una produzione interessante quanto poco nota ai più in un contesto da cui emergono doti artistiche nitide e quell’approccio tipicamente sudista come se le sue canzoni ce le raccontasse da un ‘front porch’ in una calda ed umida notte a sud della linea Mason-Dixon. Non è facile mantenere alta la tensione accompagnandosi solamente con una chitarra acustica, bisogna avere doti particolari e Sam riesce nell’intento aiutato da una voce avvolgente e dalle tonalità caldamente ‘soulful’, da un tocco chitarristico sicuro e da un repertorio stuzzicante. “Southern Greek Tragedy”, “I’m A River”, “Runaway Bride”, “Virginia Avenue” “Everything’s Going To Be Different” “3/4 Time” e “Things Will Never Be The Same” sono sincere affermazioni di quanto detto e sarebbe anche bello poterle godere con un arrangiamento appena più corposo, aggiungendo magari qualche ulteriore colorazione a melodie valide di per se. Quattro sono gli inediti, ugualmente rimarchevoli, dall’introduttiva “What Does It Mean” a “I Love You” che congeda questo ‘solo concert’, con in mezzo due piccoli gioiellini come “Neighbors” e “The Light”. Un percorso che ci introduce un nome a queste latitudini pressochè sconosciuto ma che merita di ritagliarsi il suo spazio tra gli appassionati.
Remo Ricaldone

17:02

Chad Richard - Worthy Cause

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Chad Richard (con il cognome pronunciato ‘alla francese’) è un eccellente nuovo nome che si profila in quello straordinario panorama che è quello texano. Nato al confine tra il Lone Star State e la Louisiana assorbendo quanto di meglio questi due Stati hanno proposto negli anni in fatto di musica, Chad mostra di avere le radici giuste, quelle che hanno come riferimento la country music, la tradizione cajun e i suoni folk, avvalendosi di una voce veramente eccellente, tra Travis Tritt, Chris Stapleton e Gary Nichols, attuale cantante dei Steeldrivers. Dopo un debutto pubblicato nel 2015 ed intitolato “Veteran’s Grocery”, Chad Richard si è nuovamente affidato a quello che è stato il suo scopritore, la persona che più lo ha valorizzato apprezzandone doti e talento, Walt Wilkins. Walt e Ron Flynt lo hanno guidato attraverso questo suo “Worthy Cause” che rappresenta certamente un vero punto di partenza verso una meritata affermazione, viste le intense emozioni che ci regala in queste dodici canzoni incise ad Austin, Texas. Il suono è godibilissimo, spesso acustico ma sempre capace di accendere quella scintilla che appassiona e coinvolge, con lo stesso Walt Wilkins a fornire chitarre elettriche ed acustiche assieme al dobro e la pedal steel di Geoff Queen (tra i migliori strumentisti nel suo campo), al fiddle e alla viola di Marian Brackney, alle tastiere di Chip Dolan, alla lap steel di Corby Schaub e ad una precisa sezione ritmica composta da Bill Small al basso e da Ray Rodriguez alla batteria. “Worthy Cause” è al tempo stesso intimo e struggente, fresco ed ispirato, divertente e brillante in un intrecciarsi di interpretazioni sempre con il cuore in mano. “Slow Rollin State Line” e “The Game” sono i due estremi di una selezione impeccabile che ha nei suoni classici della country music i suoi riferimenti e nelle inflessioni soul della voce un imprescindibile legame che unisce i brani in un susseguirsi di grandi emozioni. Chad Richard ha veramente i numeri per emergere, ora serve un pizzico di fortuna e di occasioni giuste.
Remo Ricaldone

16:59

Vetiver - Up On High

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I californiani Vetiver rappresentano nell’ambito alt-country ed americana il lato più bucolico ed evocativo, con suggestioni che si dipanano tra incrociarsi di chitarre elettriche ed acustiche, ritmiche mai sopra le righe e armonie vocali classicamente ‘westcoastiane’. Il frontman è Andy Cabic, da una quindicina di anni guida di un quintetto il cui percorso è stato tutto sommato coerente nei confronti di un suono che pesca dal ‘nuovo folk’ degli anni duemila e dall’eredità delle grandi band della Bay Area degli anni sessanta e settanta, i Dead acustici in primis. Legami forti sono comunque riscontrabili con i Jayhawks e i Wilco con i quali condividono  il gusto per certe armonizzazioni vocali e per quel ricercare le giuste alchimie chitarristiche. “Up On High” si apre con la splendida "The Living End” che gioca subito le carte giuste e si rivela vincente sia come interpretazione che come qualità di scrittura, seguita subito da una “To Who Knows Where” che incrocia pagine nobili di country-rock anni settanta e una canzone che farebbe felice Neil Young, con una pedal steel di grande peso poetico. “Swaying” rende omaggio ad una delle molteplici influenze di Andy Cabic, i R.E.M., con un’azzeccata unione di chitarre ‘byrdsiane’ ed impasti vocali che rimandano alla cose migliori della band di Stipe e soci, mentre “All We Could Want” risulta nuovamente vincente per intensità e lirismo. “Hold Tight” è per me il momento meno ispirato, una pausa dopo una prima parte decisamente valida. Ed è con “Wanted, Never Asked” e la sua freschezza ed orecchiabilità che si riprende un percorso dai risvolti suggestivi e descrittivi, un percorso che si avvale in seguito della rilassata “A Door Shuts Quick”, “Filigree”,  l’incantevole “Up On High” che da’ il titolo all’album e “Lost (In Your Eyes)” che chiude la selezione regalando un ulteriore motivo per apprezzare, dopo alcuni anni di silenzio discografico, una band che nobilita una scena come quella di San Francisco ancora in grado di emozionare.
Remo Ricaldone

16:55

Jane Kramer - Valley Of The Bones

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Dal cuore degli Appalachi, Asheville, North Carolina, Jane Kramer non può non interpretare, in maniera comunque sempre personale ed evocativa, le proprie radici attraverso strumenti per la maggior parte acustici ed un’attitudine country fortemente tradizionale. Tre dischi all’attivo, una buona carriera contraddistinta da esperienze come membro di bands o in versione solista, Jane Kramer ci regala una proposta vibrante, appassionata e palpitante che attraverso chitarre acustiche, dobro e fiddle definisce impeccabilmente poetica rurale e temi universali e contemporanei. Chris Rosser con le sue chitarre che forniscono un solido tappeto sonoro ed un lavoro delizioso a mandolino e tastiere, Billy Cardine spesso in primissimo piano a tessere melodie con il suo dobro e Nicky Sanders, fiddle al servizio principalmente con i Steep Canyon Rangers e qui chiamato a rendere ancora più intense queste canzoni sono i principali attori di un lavoro che ammalia per le sue armonie, commoventi ed emozionanti. La voce della protagonista è chiara, limpida, luminosa, sempre in grado di interpretare i vari stati d’animo nella maniera più autentica e bastano le prime note di “Hymn”, la canzone che apre questo “Valley Of The Bones” per entrare in un mondo affascinante. “Macon County”, la title-track “Valley Of The Bones”, la frizzante “I’ll See Your Crazy And Raise You Mine”, con la purezza di “Child” e la delicatezza di “Singin’s Enough” rappresentano il meglio di un disco la cui coesione rimane una delle doti principali. Il migliore senza dubbio per questa interessantissima cantante ed autrice.
Remo Ricaldone

16:50

Stephen Fearing - The Unconquerable Past

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Stephen Fearing è uno dei più rispettati musicisti canadesi, un artista a tutto tondo che ha alle spalle una lunga e gloriosa carriera solista (questo “The Unconquerable Past” è il suo tredicesimo lavoro), con il grande merito di aver co-fondato l’eccellente band Blackie & The Rodeo Kings. La sua indole smaniosa e curiosa lo ha portato a vivere un po’ in tutto il Canada, dalla nativa Vancouver all’Ontario, dalla Nova Scotia al ritorno recente in British Columbia dopo aver trascorso gli anni della sua crescita a Dublino. Tutto questo lo ha portato ad avere una visione del mondo e della vita decisamente aperta ed empatica e questo suo disco è tra i più intimi e al tempo stesso universali, toccando temi come la religione (vista in maniera critica ed intensa), i rapporti umani anche ‘non convenzionali’, le migrazioni, le fragilità umane e l’amore vissuto nel modo più autentico e disinteressato. Musicalmente “The Unconquerable Past” non è di facile catalogazione, contiene un po’ tutte le grandi passioni di Stephen Fearing: la canzone d’autore che il suo Paese ha sempre declinato nella maniera migliore, la country music (George Jones è uno dei nomi che più ne hanno segnato la crescita), il soul, il pop, l’americana. I suoni sono sempre caldi ed avvolgenti, grazie soprattutto ad una produzione ‘a quattro mani’ che a Mr. Fearing vede affiancarsi Scott Nolan, amico e personaggio in sintonia perfetta con la sua ‘visione’ artistica, con una manciata di ottimi sidemen su cui spicca il polistrumentista di Nashville Jim Hoke, qui alle prese con organo, pedal steel, armonica, accordion e tin whistle. Le canzoni hanno il sapore genuino delle cose artigianali, spesso con un sentore di passato che aumenta il grado ‘emotivo’ di interpretazioni cariche e appassionate. “Break Our Mother’s Heart” è apertura dal notevole impatto, “Sunny” avvolge in un caldo abbraccio l’ascoltatore grazie ad una performance tanto semplice e scarna quanto intrisa di anima, “Emigrant Song” (scritta con il bravo storyteller nordirlandese Andy White) è tra le cose più belle e nitide del disco, “Christine” inquadra il lato più rock’n’roll della personalità di Stephen Fearing e la sua classe, “No Country” è ballata folk di straordinaria ed adamantina bellezza, scritta da Scott Nolan. Momenti questi che sono solo i preferiti di un album che conferma quanto incredibile sia il fatto che Stephen Fearing venga considerato ancora un ‘best kept secret’, vista la qualità del suo lavoro.
Remo Ricaldone

12:52

Ben Davis Jr. - Suthernhalia

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Un disco potente, avvolgente, corposo quello di Ben Davis Jr., musicista che arriva da Jackson, Ohio ma che ha nel cuore e nell’anima il classico sound sudista che subito ci coinvolge nell’apertura di questo suo ottimo “Suthernahia”, con qualche piccolo cenno di psichedelia frutto dell’amore per i Grateful Dead, tra le molte sue ispirazioni. Chitarre sguainate, ritmica pulsante, voce robusta: queste sono le coordinate di un album di ottima fattura che viaggia spedito nei territori rock con inevitabili puntate nel blues e nella country music più vera e genuina. E se come detto “I Think You Should” è ‘puro’ southern rock, la seguente “Can’t Get Enough” ha sensibilità rock’n’roll ed il contagioso ‘train time’ di “If You Ever Will” mostra doti di grande performer e di autore importante (sue sono tutte le canzoni inserite in questo disco). “Porchlight” è ballata acustica tersa e limpida, con ancora il sapore del sud nelle pieghe, “Just Let Me In” mantiene intimo il racconto con un’altra intensa ballata elettro-acustica, tra le migliori dell’album, “Sunday Morning” è piacevole, una piccola ventata di aria fresca che rimanda ad episodi magari minori ma gustosi come Atlanta Rhythm Section o simili, “Ramblin’ Bones” vede invece imbracciare nuovamente gli strumenti acustici per un gioiellino country che risplende in tutta la sua semplicità mentre “(I’m Doing) Fine Girl” ha un po’ colorazioni sixties inserendo elementi tra rock e soul. Be Davis Jr. e i suoi Revelry sanno come unire rock e radici ed esempio naturale è “Line Boat Blues” che vede come ospite David Childers, inflessioni blues ed attitudine rock, con “Carly” che chiude in maniera accorata ed acustica una bella sorpresa e, speriamo, un punto di partenza per nuove belle avventure musicali.
Remo Ricaldone


“Riverland” è un disco dalla grande profondità poetica e letteraria, narrato con intensità e suoni splendidi tra country music e folk in un inanellarsi di momenti che hanno il loro ‘filo rosso’ nella storia che ha accompagnato il fiume americano per eccellenza: il Mississippi. I tre musicisti che hanno costruito questa opera non provengono da quelle zone ma rappresentano quella scena ricca ed ispirata di East Nashville, da anni a capo di un movimento che ci sta regalando dischi importanti come questo. Eric Brace è una delle più belle voci di quel panorama, prima a capo dei Last Train Home e poi in una lunga partnership con Peter Cooper con cui ha condiviso pagine notevoli, spesso con l’apporto di Thomm Jutz, artista tedesco ormai pienamente inserito a Nashville e dintorni, in possesso di una grande sagacia e potenzialità sia come produttore che come musicista ‘tout court’. Il Mississippi ed il suo scorrere a volte lento e placido a volte furioso e portatore di immani tragedie ha rappresentato una via fondamentale nella storia americana, un modo per incontrare genti, fuggire dall’oppressione o semplicamente godere dei frutti che da esso o accanto ad esso sbocciano. Le tante storie legate al cosiddetto ‘Ol’ Man River’ qui sono coniugate con estrema attenzione nell’accostare episodi più o meno recenti, storici o di eccellente ‘fiction’, portando a termine un album lungo, articolato e godibilissimo in cui una strumentazione prettamente acustica fa da base a voci che si alternano, si amalgamano e si intrecciano con una bellezza che in certi momenti lascia senza fiato. William Faulkner e  Jerry Lee Lewis, Eudora Welty ed Elvis Presley, il blues e la country music, la Guerra Civile e le grandi alluvioni sono qui citati in uno fluire di emozioni e di narrazioni vivide e fortemente passionali. Da “River City” che introduce il disco a “Mississippi, Rest My Soul” che lo congeda, è tutto un incrociare di momenti che praticamente formano un ‘concept album’ stimolante e tonico in cui oltre ai protagonisti appaiono straordinari ‘Nashville cats’ come Tammy Rogers al fiddle, Terry Baucom e Justin Moses che si alternano al banjo, Mike Compton al mandolino, Mark Fain al contrabbasso e Lynn Williams alle percussioni.
Remo Ricaldone

12:44

Renée Wahl - Cut To The Bone

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La vita di Renée Wahl è stata finora intensa e piena di interessi, con la musica fino a pochi anni fa ‘relegata’ a grande passione ma non a primaria attività. Dopo una dozzina di anni in cui ha fatto parte dell’Air Force americana, ha conseguito attestati che l’hanno portata ad essere insegnante e solo da relativamente poco tempo ha abbracciato completamente la sua ‘musa’ esordendo con un album intitolato “Cumberland Moonshine”, seguito dall’ep “Sworn Secrets”, lavoro che ha ispirato il nome della sua attuale band. “Cut To The Bone” è probabilmente il disco dell’affermazione in ambito alternative country e americana, mostrando appieno le eccellenti doti interpretative e compositive di una storyteller profonda e accorata. Parte del merito è anche da ascrivere ad una produzione impeccabile nelle mani di Stuart Mathis, già con i Wallflowers e Lucinda Williams, qui nella veste anche di ispirato chitarrista. I suoni sono pregnanti ed equilibrati, essenziali e splendidamente descrittivi, perfetti per storie vigorose ed intriganti che Renée ha quasi interamente scritto, con la collaborazione di autori con cui ha condiviso le molteplici sensazioni ed emozioni della vita, qui narrate con un’intensità non comune. David Strayer alla batteria e Ron Eoff al basso formano una sezione ritmica solida e sicura, con le tastiere di Billy Livsey a dare quel tocco in più ad atmosfere già di per se piene e marcate. Nove canzoni che si incastrano perfettamente a formare un percorso poeticamente incisivo, musicalmente tra rock e radici nella migliore tradizione, interpretato da una voce eccellente, nove canzoni che vengono introdotte da quella che praticamente da’ il titolo all’album, una “ To The Bone” che conquista subito per forza espressiva. I momenti migliori a mio parere devono comunque venire e si svelano subito con la seguente “Cold Day In Memphis”, ballata midtempo sontuosa, piena di citazioni e di profumi sudisti che con “From Here To There” si aggiudica la palma di ‘highlights’ del disco. “Me Before You” regala emozioni pure, “Meds” coniuga con il suo ‘waltz time’ la migliore country music, “Six Days ‘Til Sunday” conferma una capacità di trasmettere suggestioni notevole, così come “In The Field”, altro piccolo gioiello della raccolta. Raccomandato caldamente.
Remo Ricaldone

12:41

Tony McLoughlin - True Native

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Tony McLoughlin è un musicista irlandese dalla buona vena compositiva e da un approccio alla materia roots scarno ma spesso efficace. A rendere ancora più appetibile e propositivo il suo settimo album è la presenza in veste di produttore e di chitarrista del conterraneo Philip Donnelly in una delle sue ultime collaborazioni prima di mancare recentemente, personaggio dalla lunga ed onorata carriera costellata di esperienze felicissime, da Nanci Griffith con la quale suonò per parecchi anni nella Blue Moon Orchestra alla preziosa mano nei primi splendidi dischi di Lee Clayton, alla collaborazione con Townes Van Zandt nei suoi gioielli “Flying Shoes” e “No Deeper Blue”. E proprio con Lee Clayton che si possono rilevare affinità importanti con quel suono essenziale e diretto fatto di ballate e midtempo dalla poetica intrigante ed asciutta. In qualche momento, se dobbiamo essere pignoli, una sua certa ripetitività di temi, aggiunta ad una non eccezionale ampiezza di registro vocale, rallenta un po’ lo scorrere della selezione che però grazie ad alcuni guizzi si rivela pienamente soddisfacente. La riuscita cover della splendida “If You Were A Bluebird” di Butch Hancock che qui assume calde tonalità ‘di confine’, le solide “Blood On Blood” e “Flying Bird”, le virate country delle cristalline “The Colour Of Spring” e “Treeline”, la lunga “Below Zero” intrisa di passione ed energia e la nitida ballata acustica che congeda Tony McLoughlin intitolata “Mercy” sono i momenti più importanti, quelli che portano il giudizio verso una promozione piena. Tony è uno di quei nomi che non arriveranno mai ad una notorietà particolare, ad una hit che potrà entrare nelle classifiche, lui è uno dei tanti ‘artigiani’ roots che rendono pregiata quella scena. E non è poco.
Remo Ricaldone

23:19

Dallas Burrow - Southern Wind

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Dallas Burrow è uno dei più interessanti tra i musicisti texani emersi quest’anno e nonostante la ancora giovane età è in possesso di un ‘vissuto’ importante e denso di esperienze. La sua natura irrequieta, curiosa e vagabonda lo ha portato da New Braunfels in giro per il mondo, da New Orleans alla Spagna, dalla California all’Europa dell’Est, accumulando ed assorbendo influenze che ne hanno determinato stile espressivo e profondità. Le basi sono fortemente country ed il suono risente di quell’attitudine tipicamente texana di fondere generi cogliendo lo spirito più autentico della musica delle radici. Voce roca e ruvida, arrangiamenti di notevole fascino, storie inevitabilmente legate alle esperienze di vita caratterizzano una selezione vincente come quella di “Southern Wind”, inciso a Nashville con l’aiuto di gente come Kenny Vaughan e Chris Scruggs (nipote del mitico ed indimenticato Earl) dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, dell’ottimo fiddle di Billy Contreras, dell’esperto basso di un sideman del calibro di Dave Roe e delle incisive e suadenti armonie vocali di Sierra Ferrell tra gli altri. Bastano poche note dell’iniziale “Water & Wood” per calarci nell’intima essenza della musica di Dallas Burrow con un fiddle che entra nel profondo e Sierra Ferrell che duetta col protagonista, mentre la seguente “Southern Wind” è il vero manifesto del disco, cuore ed anima profusi in quantità (e c’è anche una versione alternata nel finale, a suggellare il tutto) in una performance impeccabile. Le interpretazioni rimangono tutte ad un livello importante, vissute intensamente e consegnate all’ascoltatore nella maniera più sincera ed onesta, da “It’s About Time” ballata accorata, alla ritmata e passionale “Guitar Man”, altri due momenti fondamentali dell’album. E’ comunque tutto l’album che si giova della coesione e della sinergia tra i vari momenti, mantenendo per tutta la durata una qualità molto buona, con piccoli gioiellini come le cadenzate e stuzzicanti “I Come And I Go” e “Rodeo” che non vedrei male in una rilettura da parte di Lyle Lovett per il loro incedere ‘swingante’, “No Time To Waste”  pura Texas music nella migliore tradizione del Lone Star State, “The Whole World Is For Sale” ancora tra gli highlights per intensità e fascino, “Gotta Ramble” potente ed energica e, per contro, l’introspezione poetica di “Worker Bees”. Uno dei dischi dell’anno in ambito (Texas) roots.
Remo Ricaldone

23:16

Catherine MacLellan - Coyote

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Tra le più pure e cristalline voci della scena canadese contemporanea, Catherine MacLellan ha passato gli ultimi anni nel catartico progetto di valorizzare repertorio musicale e rapporti umani del padre Gene, a sua colta apprezzato cantante country-folk. “If It’s Alright With You” è stato un disco decisamente riuscito dal punto di vista artistico che ha contribuito a rivedere e ad imparare qualcosa di più di una figura paterna con cui c’erano ancora nodi da sciogliere e ora la cantante proveniente dalla Prince Edward Island può rituffarsi in un percorso artistico personale ‘fermo’ da quattro anni circa, da quel “The Raven’s Sun” che nel 2015 le valse l’ambitissimo Juno Award, il massimo riconoscimento in Canada. Questo sesto album intitolato “Coyote” è un magnifico viaggio attraverso melodie roots che conquistano, interpretate con profondo coinvolgimento emotivo, con un essenziale apporto strumentale che non fa altro che sottolineare e confermare le splendide doti vocali di Catherine MacLellan. Apice di una carriera che potrà ancora dare molte emozioni, questo disco è frutto di un talento poetico non comune e di una sensibilità qui forse mai così intensa. Folk e country in dosi equilibrate e dosate con perizia, influenze americane e britanniche presentate con grazia ed eleganza, il paragone inevitabile con figure femminili canadesi che l’hanno preceduta ed influenzata come Joni Mitchell. Tutto concorre a rendere questo “Coyote” un prodotto godibile e caldamente consigliato in una discografia che l’ha resa tra le migliori cantautrici della sua generazione. L’accoppiata vincente “The Tempest” e “Emmet’s Song” in cui ci si avvicina alla scena folk anglo-scoto-irlandese, la title-track “Coyote”, le nitide melodie che contraddistinguono “Roll With The Wind”, “Night Crossing”, “The Road’s Divided” e “Too Many Hearts” tra le altre sono forse i momenti migliori di un passaggio importante nella sua carriera e nella sua vita in cui si incrociano le gioie ed i dolori, narrati da una voce che facilmente entrerà nei cuori sensibili alle proposte acustiche tra canzone d’autore e radici country e folk.
Remo Ricaldone


Arriva dal Midwest e precisamente da Rockford, Illinois un’altra nuova voce che contribuisce a rendere ancora più prezioso il panorama roots d’oltreoceano. Tra country, folk e tenui inflessioni pop, erede di quella grande tradizione cantautorale al femminile che ci ha regalato grandi emozioni con Emmylou Harris, Linda Ronstadt e Joan Baez alle quali Kelly Steward si ispira chiaramente, la cantante dell’Illinois ha fatto esperienze artistiche sulla west coast prima di tornare a casa ed intraprendere una carriera decisamente interessante visto questo suo “Tales And Tributes Of The Deserving And Not So”. Un viaggio intrigante tra inevitabili cenni autobiografici come nell’iniziale “Golden Sun”, racconto del suo viaggio di ritorno a Rockford alla seguente “Mississippi Risin’”, pregnante metafora della divisione che regna in America (e nel mondo) prendendo spunto dall’ol’ man river Mississippi, passando per la narrazione notevole di “Outlaw” che rimarca qualità espressive non comuni. Il suono è gustosamente elettro-acustico, le canzoni in gran parte caratterizzate da ‘tempi medi’ in cui la voce della protagonista risalta in tutta la sua vibrante bellezza, così da arricchire brani come “Travelin’ Ghost”, poetica e sognante, “Generation” che ha tutto l’incanto della migliore country music, “Heartbreak Heart” dalle toccanti inflessioni country-rock (come si diceva una volta) e  “Restless Heart” introdotta da una slide che ci catapulta nel deep south tra country e cenni ‘grassy’. Chiudono questo breve ma ottimo album “Earthquake” che rimanda ai tragici giorni del post-terremoto ad Haiti con le sue storie di sofferenza e di condivisione e “No Time For Loving You” che rimanda al ‘rockin’ blues’ di Bonnie Raitt e Susan Tedeschi, altre due figure apprezzate da Kelly Steward. Consigliatissimo.
Remo Ricaldone

23:11

Justine Vandergrift - Stay

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Ancora ottima roots music dal Canada, terra che si conferma vera fucina di talenti in questo ambito, presentandoci ora una voce femminile interessante che si muove tra country music e inflessioni folk-pop. Justine Vandergrift è già al terzo disco ma questo “Stay” promette di farla conoscere in maniera più ampia, articolando una selezione di canzoni in cui una voce calda ed avvolgente guida canzoni dall’immediato fascino. Inciso a Calgary, Alberta, l’album rivela arrangiamenti essenziali in cui pedal steel e chitarre elettriche avvolgono melodie di valore in cui Miss Vandergrift si trova perfettamente a proprio agio. Mitch Jay a pedal steel e le chitarre di Joey Landreth (che duetta nella bella “Oh, Sister”), Russell Broom e Brady Enslen sono tra i protagonisti di queste sessions e contribuiscono a rendere il suono sempre vivo e vibrante, fornendo la giusta base sulla quale la protagonista possa esprimersi al meglio. Ed in effetti tutto scorre in modo naturale ed ispirato, dall’introduttiva “Stay” alla riflessiva ed accorata “Anymore” (con Mitch Jay al dobro), dalle atmosfere country un po’ ‘old fashioned’ di “Crazy Enough” a una “You Need Time” che rappresenta uno dei momenti migliori del disco. Ad impreziosire ulteriormente il tutto ci sono l’acustica “Under Your Shell” cantata con il proverbiale ‘heart on the sleeve’ e una sorprendente “You’re Already There” che chiude il disco con inusitati suoni tra blues e country. Una bella prova quella di Justine Vandergrift, convincente e promettente per un futuro che si prospetta luminoso.
Remo Ricaldone

09:50

Nick Nace - Wrestling With The Mystery

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nashville continua ad essere un forte polo di attrazione per quanto riguarda il panorama country/folk, catalizzatore per schiere di aspiranti cantanti ed autori provenienti non solo dagli Stati Uniti ma anche, come in questo caso, dal Canada. Nick Nace infatti rappresenta una delle migliori ‘nuove proposte’ arrivate in città, depositario di un notevole suono proprio a metà tra la canzone d’autore folk ed inevitabili quanto gustosi influssi country. Il percorso che ha portato Nick Nace a Nashville è stato comunque lungo ed articolato, passando per  New York City, grande richiamo per colui che all’inizio era interessato alla recitazione ma che ben presto si è innamorato di Bob Dylan e di coloro che hanno fatto la storia della musica americana delle radici. Il debutto di Nick Nace è nelle splendide canzoni che compongono “Wrestling With The Mystery”, fresche e spontanee, pregevoli e coinvolgenti, proposte con talento ed intensità avvicinandosi allo stile tra elettrico ed acustico che rimanda a gente come James McMurtry, Hayes Carll e Slaid Cleaves. Bastano poche note per entrare in queste storie toccanti e raccontate intimamente e con grande trasporto ed il trittico iniziale formato da “One More Song”, “Back On The Radio” e “Fly In A Bottle” ci mostra quanto sia valida la proposta. “Wine & Dine” è ancora intrigante, proposta con una immediatezza e spontaneità non comune, “Her Favorite Dirty Joke” è storia che il musicista dell’Ontario sa offrire in tutta la sua sincerità dando voce all’America più genuina mentre “Old Records” fa emergere poesia e nostalgia. Tra ricordi autobiografici ed esperienze passate e presenti il disco si snoda attraverso brani che lasciano il segno come “White Trash Southern Belle”, le eccellenti “Arkansas Traveler” e “Clarksdale Katie” ed una intensa e commovente “Grandpas Old Guitar” di cui Guy Clark andrebbe fiero. Un disco questo che merita di essere apprezzato e penetrato nel suo intimo più profondo, così come il suo autore, musicista dalle grandi doti di cui sentiremo ancora parlare.
Remo Ricaldone

09:47

Triggers & Slips - The Stranger

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Country music e rock’n’roll si sono spesso incontrati e fusi per dare vita ad emozioni forti ed indimenticabili. Questa volta ad unire con bravura e stile questi suoni sono i Triggers & Slips, sestetto di Salt Lake City, Utah guidato da Morgan Snow, frontman da più di dieci anni alla guida di una band interessante e dinamica. Con un ep ed un bel debutto ‘a lunga durata’ alle spalle (“Buffalo vs. Train”, 2015), i Triggers & Slips hanno affinato e modellato le canzoni di questo “The Stranger” in una infaticabile attività live che ha anche reso la band (John Davis, lap steel, dobro e chitarre elettriche, Tommy Mortenson, basso, Greg Midgley, piano ed organo, Page McGinnis, chitarre e mandolino, Eric Stoye, batteria) più coesa ed affiatata. Ospite d’onore di queste sessions è la brava violinista Kate MacLeod, protagonista di una ottima “Old Friends", forte di una notevole immediatezza e freschezza. Il sound è al tempo stesso ricco di riferimenti al classico country di Hank Sr. e di Johnny Cash ma anche di uno spirito rock a rendere il tutto affascinante nella sua attualità. Un misto di tradizione e modernità assolutamente vincente come nelle iniziali “The Stranger” e “Natchez Trace” che celebrano nel migliore dei modi il talento artistico di Morgan Snow e dei suoi pards. “Glass Window View” è un gioiellino acustico interpretato con spirito evocativo, nostalgico e malinconico, uno dei momenti più coinvolgenti ed appassionati, “Blue Smoke” rievoca fantasmi ‘outlaw’ nello spirito che fu del grande Waylon Jennings, dandone una lettura personale e anche più rock, “I’m Not Your Baby” ha invece nei cromosomi lo spirito soul in una ballata intensa e classicamente sudista. Le conclusive “Dig A Hole” e “Rooster” non fanno che confermare la bontà della proposta, la prima deliziosamente acustica con il banjo di Morgan Snow a guidare la melodia, la seconda è la sorprendente cover del brano degli Alice In Chains, apparentemente band lontanissima dallo spirito del gruppo ma vera passione per Morgan Snow il quale ha descritto così il suono della band: “Rock’n’Roll with a country soul”. Niente di più vero.
Remo Ricaldone

09:44

Dustin Welch - Amateur Theater

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Essere figli d’arte è certamente complicato, da una parte è una fortuna essere continuamente ‘esposto’ (come in questo caso) alla musica fin dalla più tenera età, dall’altra è impegnativo il paragone con padri che hanno percorso strade importanti e significative. Dustin Welch, figlio del grande Kevin, ha scelto la strada più personale e anche difficile, mostrando quanto ampi e variegati siano gli interessi musicali in questo suo terzo disco inciso nel corso di dieci anni. Dopo il debutto del 2009 con “Whisky Priest” ed il seguito quattro anni dopo intitolato “Tijuana Bible”, Dustin chiude questo trittico con “Amateur Theater”, disco che include un po’ tutto quello che negli anni ha assorbito, dal rock alle radici country/folk che permeano molti momenti di un lavoro pulsante, colorato e denso di grandi passioni. Prodotto da David Abeyta, chitarrista dei Reckless Kelly, “Amateur Theater” si apre con suoni contemporanei e rock per poi sciogliersi nella magnifica ballata elettro-acustica “Paranoid Heart” che rappresenta bene il ‘suo’ suono, con l’apporto di papà Kevin Welch, di John Fullbright e dello stesso Abeyta. E i legami tra Dustin Welch ed i Reckless Kelly non si fermano qui: nella introspettiva “Dresden Snow” c’è il violino di Cody Braun, mentre Caryann Hearst aggiunge dolcezza con i suoi controcanti. Tra i momenti che più si fanno notare, in una proposta comunque ricca ed articolata, ci sono la bellissima “After The Music”, ballata robusta e corposa che rimanda un po’ alla scena texana, “Double Single Malt Scotch” che si muove su territori simili con un’interpretazione calda e passionale, la movimentata e grintosa “Rock Hard Bottom” che un po’ ricorda i Reckless Kelly ma che mantiene una forte connotazione personale, “Cannonball Girl”, azzeccatissima nella sua freschezza pop e “Far Horizon”, vera ciliegina sulla torta con le sue inflessioni quasi appalachiane ed il banjo in primo piano imbracciato dallo stesso Dustin Welch. Disco che cresce molto con gli ascolti e che riserverà piacevolissime sorprese.
Remo Ricaldone


Jim Patton e Sherry Brokus rappresentano la classica tradizione folk di cui la scena texana va giustamente fiera in un percorso discografico che nel corso degli ultimi dieci anni ha prodotto quattro dischi confezionati con cura e amore per le radici. Lo sguardo indietro a questi anni prolifici è ora condensato in questo “Collection: 2008-2018” che è un po’ il sunto della loro carriera proponendo quasi un’ora di musica per la bellezza di diciotto canzoni. Un piatto decisamente corposo ed esaustivo che vede la coppia affiancata da alcuni dei migliori nomi della scena di Austin, Texas, dal produttore Ron Flynt che naturalmente contribuisce strumentalmente a basso, tastiere e chitarre all’ispirato fiddle di Warren Hood, dalle chitarre elettriche ed acustiche nelle mani di Marvin Dykhuis, Rich Brotherton, Mary Cutrufello e Scrappy Jud Newcomb alle soffici percussioni di John Bush. Scorrono così alcune delle migliori composizioni di Jim Patton soprattutto, con la partnership di Jeff Talmadge e Steve Brooks in alcuni momenti, a confermare la bravura di questi due artisti come in “My Hometown’s Not A My Hometown Anymore”, “Learning To Fall” e “Drown”. Quadretti elettroacustici di qualità come il poker iniziale formato da”I Never Give Up”, “Old Country Rd.”, “On The Day I Leave This World” e “Rebels Without Applause” dove si avvicendano le voci di Jim e Sherry dando un tocco folk, country e anche western. Un album questo che è sicuramente il modo migliore e più comodo per entrare nel mondo cristallino, limpido ed ispirato di Jim Patton e Sherry Brokus.
Remo Ricaldone

23:31

Libby Koch - Redemption 10

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Una serata speciale condivisa con un pubblico selezionato riunitosi negli studi Blue Rock di Wimberley, Texas per assistere alla riproposizione, nell’anniversario per i dieci anni di “Redemption” della bravissima Libby Koch, dell’esordio della cantante ed autrice di Houston, tra le più belle ed intense voci della scena del Lone Star State e non solo. Una vera comunione e uno scambio di ottime vibrazioni tra una band composta da alcuni tra i più esperti sidemen di Austin, Texas, dal co-produttore e polistrumentista Patterson Barrett, già con gente del calibro di Buddy Miller, Jerry Jeff Walker e Nanci Griffith, il batterista Eddie Cantu (con Bruce Robison, Maren Morris e moltissimi altri), il violinista Javier Chaparro, il bassista Glenn Schuetz (con Jimmy LaFave in passato) ed il chitarrista Bill Browder ed un pubblico attentissimo e partecipe in ogni canzone ed ogni nota. La location perfetta, la bellezza cristallina delle canzoni, il calore di ogni performance, la grande vena della vera protagonista della serata, Libby Koch, ha reso così questo “Redemption 10” il disco ideale per scoprire una storyteller dalle notevoli potenzialità, capace di coinvolgere ed intrattenere nella maniera migliore coloro che sono sensibili alla grande tradizione americana tra country e folk. Dall’omaggio alla città natale nella bellissima “Houston” che apre l’album all’unica cover, “I Still Miss Someone” di Johnny Cash, qui ripresa con intima passione e classe da vendere, il disco snocciola tutte le doti di Libby Koch, la sua bravura nel narrare storie con delicatezza, energia, grazia, sagacia. “Just The Way”, come molti altri momenti del disco, rimanda negli arrangiamenti e nelle melodie la storica e splendida Blue Moon Orchestra che accompagnava Nanci Griffith nelle pagine più significative del repertorio della collega texana, proposta in punta di dita e pregna di quel fascino tutto texano che continua ad emozionarci, “Can’t Complain” è impreziosita dal violino che disegna eccellenti arabeschi su un’interpretazione ancora convincente, “Stay With Me” è deliziosa nel suo incedere acustico, Redemption” gioca sugli stessi registri e con le stesse emozioni mentre “How Long” è più movimentata e magnificamente country, tra le più apprezzate dal pubblico. “Down” assume toni tra country music e gospel in una canzone dal turgido sapore sudista, “Don’t Give Up On Me” convince con una performance diretta e pulita, più elettrica delle precedenti e “Ready Now” chiude il cerchio in maniera magistrale. Un disco che entra di diritto tra le cose migliori dell’anno in ambito roots ed un’ccasione ghiotta per fare la conoscenza con Libby Koch.
Remo Ricaldone

23:28

Garrett T. Capps - All Right, All Night

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Texano con base a San Antonio, Garrett T. Capps è un altro nome da segnare sulla propria lista dei musicisti da seguire, un artista la cui country music risulta fresca e genuinamente legata agli stilemi del Lone Star State. Prodotto in coppia con Adam Odor, Garrett ha raccolto alcuni nomi importanti della scena texana per regalarci nove canzoni dal piglio dinamico e sicuro tra ballate, sferzate honky tonk e un approccio di grande qualità, nobilitate da gente come Lloyd Maines, Augie Meyers e Brendon Anthony tra gli altri che sono intervenuti a queste sessions tenute negli studi Yellow Dog di Wimberley e Blue Cat di San Antonio, Texas. Ispirato, brillante, legato a filo doppio alla tradizione, Garrett T. Capps bissa il primo disco di una trilogia iniziata nel 2018 da “In The Shadows (Again)” con questo”All Right, All Night”, aperto dalla title-track, pedal steel, ritmo, voce limpida, grande voglia di proporre country music autenticamente texana. “Alone With You” vede la presenza di Jamie Lin Wilson in un altro gioiellino di marca ‘outlaw’ che fa salire ulteriormente la qualità. Questi sono suoni che celebrano uno stile radicato in un substrato ricco e fertile, influenzato talvolta da rock e radici come nella cristallina bellezza di “Sunday Sun” che sarebbe stato bello vederla interpretata dal Tom Petty più roots oppure dalle passioni tex-mex di “Lately” con l’apporto dell’accordion di Augie Meyers. “A Beauty In The Horizon” conferma ottime doti compositive (tutte e nove le canzoni dell’album sono firmate da Mr. Capps), appassionandoci con un arrangiamento eccellente in cui spicca la pedal steel di Geoff Queen, “Lonely Heart” è ballata commovente e classica interpretata con la bella voce di Carson McHone, tra le migliori figure emergenti del panorama country contemporaneo, “Babe, I’ve Got To Go” è sciolta e coinvolgente, cantata con convinzione e sicurezza mentre le conclusive “Oblivion” e “Brand New Dance” sono ancora due momenti di eccellente country music, vissute e proposte nel modo giusto. Proprio il feeling, l’amore e il rispetto che continua a farci amare un suono che trova i suoi migliori interpreti nel Lone Star State.
Remo Ricaldone

23:25

Matt Patershuk - If Wishes Were Horses

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Tra i molti segreti ben custoditi della musica canadese, Matt Patershuk rappresenta bene quanto a nord del confine americano si producano eccellenti suoni roots, tra country music, folk, blues e canzone d’autore. Lui li rappresenta bene tutti, miscelandoli con attenzione ed intelligenza in una carriera decennale costellata da pochi ma significativi dischi, concepiti e proposti al di fuori dei grandi circuiti commerciali (Matt vive nell’estremo nord rurale dell’Alberta), mantenendo la barra dritta in un percorso autenticamente legato alla tradizione ma arricchito da una sensibilità profonda. A due anni dal precedente “Same As I Have Ever Been” ecco una nuova collaborazione (la quarta) con il pluridecorato Steve Dawson, uno che lo conosce bene e sa come cucirgli addosso il suono migliore. Ed in effetti questo “If Wishes Were Horses” oltre a presentarci un artista al top della forma, si avvale di una produzione cristallina dove ogni strumento brilla per limpida ispirazione e dove emergono le molte facce di una proposta decisamente intrigante. Country music dal sapore ‘old fashioned’, rock dalle reminiscenze classiche degli anni cinquanta e sessanta, la canzone folk vista da un’angolatura simile a grandi nomi come Kris Kristofferson, Jim Lauderdale o il conterraneo Ian Tyson, il blues come riferimento imprescindibile: le radici di Matt Patershuk sono queste, filtrate da una personalità importante che ha la sua sublimazione in brani come la gustosa “Ernest Tubb Had Fuzzy Slippers” nobilitata dall’inconfondibile armonica del maestro Charlie McCoy, con la steel di Steve Dawson a ricordare le vecchie incisioni di Hank Sr. Unica sostanziosa cover è “Sugaree”, firmata da Jerry Garcia e Robert Hunter, che ben si inserisce in un contesto ricco dove trovano posto alcune tra le migliori composizioni di Mr. Patershuk come “Circus”, il sontuoso country waltz di “Alberta Waltz” con pennellate di pedal steel eccellenti, una “Velvet Bulldozer” che con il suo intro di slide e piano elettrico ci porta direttamente dal profondo nord canadese agli swamps della Louisiana e ancora il robusto country elettrico di “Bear Chase”, il sapido hillbilly di “Red Hot Poker” o l’intima dolcezza di “Last Dance”. “If Wishes Were Horses” è un disco che rimanda ai suoni del passato risultando fresco e attuale, confermando grandi doti artistiche del protagonista e di coloro che lo hanno supportato.
Remo Ricaldone

23:22

Coyote Brother - Coyote Brother

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Coyote Brother è un nuovo duo formato da storytellers con una buona carriera alle spalle tra country music e canzone d’autore di ispirazione folk che si presenta con un debutto caratterizzato da melodie affascinanti ed un suono elettro-acustico di grande presa. Hayward Williams e John Hardin provengono dal Wisconsin, rispettivamente da Milwaukee e da Madison e vantano entrambi ottimi risultati per una vena sincera e genuina, cristallina e dinamica che ritroviamo anche più profonda e vibrante nelle nove canzoni che formano questo loro disco omonimo dove i suoni country sono permeati da un’aura tradizionale in cui gospel e folk contraddistinguono influenze tradizionali. Intime, delicate, vulnerabili e appassionate, le canzoni dell’album sono quadretti puri e deliziosi dove le armonie vocali sono evocative, le chitarre si intrecciano con sapienza e gli arrangiamenti regalano emozioni. Pedal steel , tastiere e la ritmica mai invadente sono la base perfetta per le composizioni di due musicisti legati da grandi affinità, da amicizia e da una visione assolutamente simile, perfezionata dal lavoro come produttore di Hayward Williams nel lavoro di qualche tempo fa di John Hardin intitolato “The Piasa Bird”. “A Part Of Me That’s Lonely” che introduce il disco è perfetta e significativa delle intenzioni dei Coyote Brother e il prosieguo mantiene le promesse accarezzando e cullando l’ascoltatore con sapienza e garbo. “Dharma Blues” è un altro momento accorato di folk dal taglio acustico, indicativo della bravura di Williams & Hardin nell’accostare limpide chitarre ed armonizzazioni, “Palmetto Wine” è più tradizionale, “Holy Rollers” rimanda inevitabilmente a “Will The Circle Be Unbroken”, “Alberta Goddamn” sfiora il blues, “Lucky Ones” eleva un già buon livello con una melodia da ricordare, tra le migliori del disco e poi “London Dry” da cui traspare la grande vena poetica del duo, “Get The Livin’ Done” in cui timidamente emergono passioni rock, seppur acustiche e “Mockingbird” che suggella, con steel e chitarre acustiche un album notevole.
Remo Ricaldone


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