16:46

Craig Bickhardt - Home For The Harvest

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Craig Bickhardt è stato uno dei migliori autori della Nashville più ispirata tra la fine degli anni ottanta e la decade successiva, le sue canzoni sono entrate nei repertori di gente come Johny Cash, Alison Krauss, B.B. King, Tony Rice, Kathy Mattea e tanti altri. Dal 2006 ha lasciato Music City per cercare nuovi stimoli e per rifuggire dal progressivo inaridimento della vena artistica del grande business delle major e ha inciso cinque dischi indipendenti dando libero sfogo ad un songbook che negli anni si è arricchito e che ha mantenuto un livello qualitativo eccellente. Craig non ha mai tradito la sua indole di autore sensibile e profondo e in questi anni ha avuto l’opportunità di mostrare anche notevoli doti chitarristiche e interpretative, qui sublimate attraverso tredici canzoni dal taglio acustico con pochi ma mirati interventi strumentali di ospiti di indubbio valore come il mandolinista Andy Leftwich, il bassista Byron House, le tastiere di Catherine Styron  e l’irish whistle e la concertina di John Mock a portare un po’ di sapore d’Irlanda alla introduttiva “Steady As She Goes”. Il disco è una ispirata carrellata di quadretti in cui il sessantaquattrenne della Pennsylvania esprime tutta la sua forma ed il suo talento. Una canzone d’autore in bilico tra country music e folk senza tempo, accorata, nostalgica ed evocativa. Le sue storie di provincia sono spesso frutto di collaborazioni con vecchi e nuovi amici autori, come Barry Alfonso con cui firma ben cinque canzoni, Thom Schuyler altro compositore noto nella Nashville di una ventina di anni fa e Nathan Bell, songwriter di grande talento. Da rimarcare, in un album complessivamente a livelli più che buoni, la bellezza e la finezza di melodie come “The Way You Loved Me”, “Racing The Bullet”, “Greener Past” con il suo carico di rimpianto, “Chesapeake Bay” cristallina e pura, “I’m Sure The Rain” con un’intro che ricorda il miglior James Taylor, “It Takes A Winding Road”, “West Of Wherever You Are”, “Sonoma” e “One Little Light”, per citare quelle che di primo acchitto risultano le più intriganti. Un percorso quello di Craig Bickhardt che non lo porterà in cima alle classifiche ma che lo conferma storyteller di primo livello.
Remo Ricaldone

16:41

Bruce T. Carroll - Finding You

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Ormai Bruce T. Carroll ci ha preso gusto: dopo l’ottimo “Ruckus And Romance” che lo ha fatto conoscere agli appassionati della canzone d’autore roots e un’attività live che lo ha portato a condividere il palco con anime a lui affini come il compianto Jimmy LaFave, Slaid Cleaves, Ellis Paul e Dan Bern tra gli altri, ecco il seguito a quelle canzoni piene e profonde. ‘Solo’ un ep, sei canzoni per poco più di venticinque minuti ma qui ritroviamo le stesse emozioni, lo stesso coinvolgimento e la stessa capacità di affrontare temi universali in maniera poetica e vera. Un disco questo “Finding You” che ha come ‘filo rosso’ il tema del ritrovare e riconquistare quel qualcosa che si è perso, in termini di sentimenti, di situazioni e di passioni, un lavoro ancora una volta estremamente diretto ed appassionante, con il piglio deciso ed accorato caratteristica dei grandi artisti. E se “Fox In The Henhouse” è una considerazione su quello che era l’America tempo addietro e sui cambiamenti attuali, il resto è formato da temi che accostano elementi autobiografici anche struggenti (come nella splendida “If You’re Still There” sul valore degli affetti nei momenti più bui e dolorosi) a sentite dichiarazioni d’amore e di speranza. Il tutto raccontato con quella voce splendidamente e delicatamente ‘abrasiva’ che accarezza i nostri cuori e le nostre anime con tutta la sapienza e finezza possibili. “Just Like Finding You”, “I Will Never Leave”, “If That’s The Way You Feel”, “Who Never Felt The Need” e le altre citate sono canzoni che regaleranno momenti intensi a chi darà loro fiducia. Bentornato Bruce….
Remo Ricaldone

16:39

Dirk Hamilton - Yep!

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Tra il 1976 ed il 1980 Dirk Hamilton, musicista che dall’Indiana si trasferì a Los Angeles per fornire un contributo magari non fondamentale ma certamente eccellente dal punto di vista artistico con il suo mix di folk-rock-soul-country che doveva tantissimo a Van Morrison, Bob Dylan e Graham Parker in primis, fece quattro dischi che ancora oggi risultano più che godibili, soprattutto l’accoppiata “Meet Me At The Crux” del 1978 ed il seguente “Thug Of Love” di due anni dopo. A seguire ci fu un periodo in cui, scoraggiato dalle politiche delle major, si dedicò a tutt’altro ma il suo percorso discografico rimase nel cuore di molti, in particolare di quel grande appassionato che fu Franco Ratti che diede a Dirk Hamilton la possibilità di tornare ad incidere grazie ad un contratto con la Appaloosa Records. Di quella stagione “Yep!”, pubblicato nel 1994 fu una delle cose migliori, il più vicino allo spirito e all’ispirazione di quell’irripetibile inizio di carriera, un disco che a distanza di parecchi lustri mantiene intatta la sua forza ed il suo fervore. E’ quindi  più che benvenuta la ristampa di quel lavoro, stimolante, accorato ed orgolioso, in cui il protagonista è affiancato da una serie di nomi di valore assoluto, a partire da una sezione ritmica sagace e discreta formata da Paul Pearcy alla batteria e David Hayes al basso, nobitato dalla tastiere e dalla fisarmonica di Radoslav Lorkovic, stimolato dal fiddle di Champ Hood, con le chitarre ed il mandolino di Marvin Denton a ricamare sulle melodie di Mr. Hamilton. Tra Los Angeles ed Austin, Texas queste session ci hanno regalato veri piccoli gioiellini come “Soul And Body”, la frizzante canzone che da’ il titolo all’album, le suggestioni ‘spanish’ di Boy On A Roof”, “Lonely Videos” e “The 1-2 Sucker Punch”  in cui fa rivivere lo spirito dell’amato Van Morrison in  ballate elettro-acustiche i cui vocalizzi sono quelli tipici che ci hanno fatto apprezzare i suoi primi dischi, il Graham Parker più ‘caraibico’ nella fresca “On A Volcano”, “Rainbows In The Night” intimista e soffusa e “Tunnel At The End Of The Light”, ballata tra le migliori del lotto, con “The Only Thing That Matters” una delle più vicine alle ispirazioni degli esordi. Ad arricchire questa ristampa c’è un pregevole secondo disco che documenta le attività live di Dirk Hamilton di quel periodo (1994/95), colto in concerto tra Sassuolo, Carpi e Ferrara e le consuete ed eccellenti traduzioni di ogni brano, ormai tradizione della label italiana.
Remo Ricaldone

18:27

American Aquarium - Things Change

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il vulcanico e sempre ispirato BJ Barham ha deciso di rifondare i suoi American Aquarium con una vera rivoluzione, chiamando a se Shane Boeker alle chitarre elettriche, Joey Bybee alla batteria, Ben Hussey al basso e Adam Kurtz alla pedal steel e chitarre per un album sintomaticamente intitolato “Things Change”. Ma se i protagonisti sono cambiati, quella che non è mai venuta meno è la forza, la grinta e il talento di uno dei migliori nomi della scena tra rock e radici americana in un lavoro di notevolissimo vigore espressivo, sempre in bilico tra le sonorità country e sferzate rock che travolgono l’ascoltatore. Così i ‘nuovi’ American Aquarium sono scesi a Tulsa, Oklahoma e si sono affidati ad un produttore illuminato come John Fullbright che ha chiamato in qualità di ospiti altri grandi ‘oklahomans’ come il leggendario fiddler Byron Berline, John Moreland e Jamie Lin Wilson che hanno prestato le loro voci nel corso del disco. “Things Change” si apre subito con la ruvida bellezza di “The World Is On Fire”, splendida introduzione ad una serie di canzoni la cui forza si basa anche su un notevole coinvolgimento ‘politico’ del leader il cui occhio attento a quello che è l’America contemporanea è lucido e poeticamente splendido. “Crooked & Straight” e “Tough Folks”  ribadiscono con il loro spirito rock quanto sia profondo il songwriting di BJ Barham che qui si avvicina molto ai Drive-by Truckers. “When We Were Younger Men” è un vero capolavoro di intima poesia e commovente nostalgia, una ballata tra le migliori scritte da BJ a mio parere, la cui melodia viene esaltata da un break di pedal steel che colpisce dritto al cuore, “One Day At A Time” con il piano di John Fullbright è un altro eccellente esempio del momento ispirativo di Mr. Barham, secco, scarno e disilluso ma tremendamente coinvolgente. Con “Things Change” la ballata si fa tagliente, guidata da una voce roca e sferzante che denota una grande voglia di esprimere sentimenti talvolta contrastanti, sofferenza e speranza accomunati nei pochi minuti di un ottimo brano mentre i suoni più classici della country music emergono dalla successiva “Work Conquers All”, decisamente ispirata dalla terra di Oklahoma. In perfetto stile ‘outlaw’ c’è poi “I Gave Up The Drinking (Before She Gave Up On Me)”, ‘drinking song’ piena di passione e anche di ironia seguita “Shadows On You”, un’altra ballata toccante e accorata con fisarmonica e fiddle, da incorniciare. La chiusura è invece affidata a “’Till The Final Curtain Falls”, un po’ più ordinaria come ballata ma nobilitata da una pedal steel meravigliosa, costante presenza in un album di grande qualità.
Remo Ricaldone

18:23

Annie Keating - All The Best

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Quale migliore occasione per ‘rileggere’ il songbook della newyorchese Annie Keating è “All The Best”, raccolta che focalizza tutta la bravura di una delle migliori autrici e cantanti dell’attuale panorama alt-country e americana. Quattordici brani tratti dalla decina di album pubblicati durante una carriera che l’ha vista imporsi per grande intensità emotiva e quei tratti musicali che l’hanno accostata ai grandi del genere, Lucinda Williams su tutti ma naturalmente con la sensibilità di Bob Dylan e John Prine. Storie dal taglio roots che però contengono uno spirito rock espresso se non chiaramente attraverso un suono elettro-acustico di grande presa, in un esemplare feeling dove vengono ripresi temi autobiografici ed universali con grande senso melodico. Sarebbero da citare tutti i brani, tale è stato l’acume nel compilare questo disco, dall’introduttiva “Ghost Of The Untraveled Road”, splendida ‘road song’, alla coinvolgente “Belmont”, dalla delizia folk di “Forever Loved” all’affascinante “Coney Island”, poetico atto d’amore nei confronti della sua città natale. “In The Valley” è emozionante per scrittura e performance, “Storm Warning” è grintosa e decisamente (roots)rock, “Water Tower View” espressiva ed incisiva, “Kindness Of Strangers” struggente nel raccontare gli incontri durante i tanti tour, “You Bring The Sun” cristallina ed ispirata. Ciliegina sulla torta, godibile e significativa è la cover di “All The Best” di John Prine, ispirazione e punto di riferimento di una canzone d’autore intelligente e sagace che Annie Keating ha saputo riprendere con grande, grandissima bravura.
Remo Ricaldone

18:21

B.R. Lively - Into The Blue

Pubblicato da Remo Ricaldone |


B.R. Lively, al secolo Bryan Blaylock, ha mosso i primi passi artistici in quel di Dallas, Texas prima di trasferirsi ad Athens, Georgia per gli studi e per ampliare orizzonti personali e perché no anche musicali.  Sono passati parecchi anni da quei tempi e ora “Into The Blue” focalizza una maturità raggiunta anche grazie all’aiuto, fattivo e prezioso, di Gordy Quist, membro storico dei Band Of Heathens, dalla quale provengono anche la sezione ritmica formata da Richard Millsap alla batteria e Scott Davis al basso (ma anche a chitarre acustiche ed elettriche, piano e banjo). I tre formano una solida base sulla quale si snodano le canzoni di B.R. Lively, piccoli ma incisivi acquerelli elettro-acustici che mostrano un’intensità non comune e la capacità di condensare emozioni e avvincenti sensazioni. Il suo è un country-folk che risulta una via di mezzo tra Ryan Adams e la tradizione texana, talvolta come nella jazzata e deliziosa “Summertime Sky” uscendo un po’ dal seminato ma facendolo sempre con grande cuore e talento. “The Blue”, canzone che apre il disco è senz’altro significativa in questo senso, con tutto il suo bagaglio di poesia e di incanto, mentre “Oh These Days” è più sognante ed onirica, semplice ed intrigante nella sua dimensione folk. “Lonesome” è malinconica ma cristallina nel suo arpeggio chitarristico, calda ed avvolgente anche grazie alle armonie vocali di Lauren Hunt, protagonista di parecchi momenti del disco, “The Day That I Die” lo avvicina maggiormente ad una country music riflessiva ed intimista, vicina idealmente a certa canzone d’autore, “Minute By Minute” ci consegna una delle ballate più belle dell’album, una melodia da incorniciare e un’interpretazione notevole, canzone che ci porta verso una parte ancora più ispirata che comprende la pianistica “Fighters” con il supporto di un quartetto d’archi, l’orgogliosa e intensa “Coyote”, un country-folk eccellente, “Free Of” altra ballata da sottolineare per forza espressiva e “Gratitude”, chiusura perfetta con banjo, chitarre acustiche e un taglio splendidamente texano. B.R. Lively è un altro nome da tenere d’occhio e da aggiungere al (lungo) elenco di eccellenti autori e cantanti che affollano la scena del Lone Star State.
Remo Ricaldone

18:18

Ben Glover - Shorebound

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Parallelamente all’attività negli Orphan Brigade in compagnia degli americani Neilson Hubbard e Joshua Britt, l’irlandese Ben Glover prosegue un percorso solista che lo vede impegnato a creare una canzone d’autore adulta e matura, modellata su una struttura che deve parecchio alla ballata tradizionale, almeno nei temi e nei modelli, ma al tempo stesso fortemente inserita in un contesto contemporaneo che l’avvicina ai suoni roots americani. L’abilità nel ‘colorare’ queste storie con tonalità a volte delicatamente pastello, in altri casi con maggiore intensità e vigore, è caratteristica peculiare di Ben Glover, in grado di ammaliare l’ascoltatore che cerca emozioni profondamente radicate nel retaggio popolare, risultando sempre credibile e genuino. “Shorebound” è la naturale prosecuzione dello splendido “The Emigrant” pubblicato sempre dalla nostrana Appaloosa Records nel 2016, forse leggermente meno immediato del precedente ma ricco di spunti che lo rendono prodotto profondamente poetico ed intenso. La produzione è sempre dello stesso Ben con Neilson Hubbard, con la scelta di dare maggiore enfasi alle armonie vocali con il coinvolgimento di una serie di eccellenti nomi come Amy Speace, Mary Gauthier, Kim Richey e Gretchen Peters tra gli altri, in un susseguirsi di momenti avvincenti e anche commoventi. Lo stile compositivo di Ben Glover è qui esaltato da una serie di canzoni dal fascino schietto e spontaneo, da “Northern Star” a “A Wound That Seeks The Arrow”, due perfetti esempi di equilibrio, ricercato ma sincero e anche quando ci si avvicina a stilemi più rock come in “Wildfire”, la classe e i toni con cui si esprime Mr. Glover sono decisamente indovinati. “Catbird Seat” è poi ballata intensa, la cui drammaticità e arte poetica la pone tra le migliori del disco, così come “Ride The River”, espressiva e flessuosa, l’evocativa “Song For The Fighting” con nel cuore, quasi inevitabilmente, il miglior Mike Scott e i suoi Waterboys, la più americaneggiante “My Shipwrecked Friend” che con la conclusiva “Keeper Of My Heart” si congeda con tanta umanità e accorata passione, caratteristiche di un autore e cantante di notevole personalità.
Remo Ricaldone

18:14

Mario Rojas - Lost Angelino

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Terzo album per il musicista residente a Los Angeles ma che si è formato musicalmente a Dallas, Texas dove ha assorbito la lezione tra blues e country/folk di personaggi come Freddie King e Ray Wylie Hubbard. Mario Rojas non si è ‘fermato’ a questi suoni ma ha pian piano inglobato nella sua musica un po’ tutto quello che ha ascoltato nelle radio, dal rock al pop, dal soul alla canzone d’autore e ora questo disco ce lo riconsegna con un suono decisamente piacevole e melodicamente rilevante che deve molto, al primo ascolto, a grandi del pop-rock inglese come Elvis Costello e Nick Lowe. Se vocalmente lo si può accostare all’Elvis Costello più americano e gradevole, musicalmente la sua visione dei suoni a stelle e strisce è vicina al ‘melting pot’ californiano dove attualmente vive, un mix di pop, country-rock e blue-eyed soul maturato al sole della west coast. Con la produzione dell’amico Ed Tree, “Lost Angelino” si presenta come un album elettro-acustico dalle tonalità calde ed avvolgenti, sin dall’iniziale “Temporary Crown”, perfetta pop-song interpretata con quel piglio tipico dei californiani degli anni settanta. “Beatle Boots” è invece pregna di un soul estremamente fresco e stimolante, un brano che potrebbe tranquillamente essere una outtake di un disco di Mr. Costello, “Lost Angelino” è scorrevole e cristallina, melodicamente tra le migliori di questa selezione composta da undici originali che mettono in luce la buona vena ed il talento di Mario Rojas. Su questa traccia si possono inserire “Blue Light Follow” con la bella pedal steel di Jeremy Long, “Valerie” con tutto il bagaglio delle più classiche melodie pop degli anni sessanta, un bagaglio che Mario ha messo a frutto anche nelle belle “Red Dress” e “Everything” ma è un po’ tutto il disco che viaggia su binari più che dignitosi e soprattutto corroboranti.
Remo Ricaldone


“Dancehall Dreamin’” è al tempo stesso un tributo alla musica di Pat Green e alla rinascita in questi ultimi anni, diciamo da inizio anni duemila, delle tante preziose dance halls texane dove si è ripreso con nuova, grande energia a proporre musica, quella irresistibile tra country music e rock’n’roll di cui Pat è uno degli esponenti più importanti. E l’importanza della figura di Mr. Green nella rinascita di certa musica figlia del Lone Star State è qui ribadita da una serie di musicisti che lo omaggiano con amore, passione e rispetto. William Clark Green, uno di quelli che ha ripreso il testimone con talento e notevolissima bravura ci regala una versione potente di “Wrapped” che apre l’album nel migliore dei modi. Un ulteriore passo avanti lo fa poi la Randy Rogers Band con special guest Radney Foster in una meravigliosa cover di “Three Days”, reinterpretata con un’urgenza e una forza espressiva che lascia stupefatti. John Baumann è invece alle prese con una meno nota “Nightmare”, gioiellino acustico che ammalia per bellezza e cuore (“Bring back Towns Van Zandt and my heroes back to me.'Cause I can play their songs but it ain't the way they do,It ain't the way they do." è una parte della canzone che commuove fortemente), Jack Ingram fa sua l’inconfondibile melodia di “Wave On Wave” mantenendo lo spirito originario ma dandone una versione ricca di personalità, con Michael Ramos al piano che ricorda certe ballate di Bob Seger. Altro gioiellino lo troviamo nella versione che la Josh Abbott Band ci regala di “Take Me Out To The Dancehall”, pura gioia e amore per il Texas e le sue peculiarità e ricchezze artistiche con banjo e fiddle in primo piano e una melodia perfetta per essere cantata in concerto. L’eccellente country singer di Amarillo Aaron Watson non poteva mancare all’appuntamento e la sua versione di “Crazy” rende onore ad una ottima melodia, naturalmente nelle corde più intime del nostro. Pura country music ‘Texas style’ con pedal steel e fiddle (nelle sapienti mani di Milo Deering) da brividi. Walt Wilkins è invece alle prese con “Washington Avenue”, una composizione di Pat Green forse meno nota ma cristallina e country al midollo, l’amico fraterno Cory Morrow sceglie la splendida “Adios Days” per omaggiare Pat e l’operazione funziona alla grande. “Dancehall Dreamer” è rivista da Drew Holcomb che ce la ripropone nella sua essenza più acustica e ‘folkie’ mentre la chiusura del disco è affidata ad una “Southbound 35” in cui Kevin Fowler mette tutta la sua carica rock. Un finale col botto per un disco che curiosamente contiene altre dieci tracce audio in cui vengono spiegate  le storie dietro le canzoni. Disco decisamente godibile.
Remo Ricaldone

17:58

Tom Peterson - Black Hills Gold

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Tom Peterson è un veterano dal punto di vista artistico, i suoi primi passi musicali li ha mossi partendo dalle molte band di cui ha fatto parte negli anni settanta ma non è mai riuscito a raggiungere una notorietà sufficiente per un successo purtroppo solo sfiorato e sognato. Dalla nativa Sioux Falls, South Dakota passando per Boulder, Colorado prima e Nashville poi, Tom Peterson ha raccolto molti estimatori tra gli addetti ai lavori e questo “Black Hills Gold”, chiaro riferimento alle amate terre da cui proviene, è inciso interamente in quel di Austin, Texas con la produzione di un nome di rilievo come l’ottimo chitarrista Chris Gage. Accanto a Chris Gage e al suo grosso lavoro strumentale (oltre alle chitarre è notevole il suo apporto a lap steel, dobro, piano, fisarmonica e organo hammond) troviamo gente del calibro di Lloyd Maines, suo grande fan, alla pedal steel, Paul Pearcy alla batteria, David Carroll al basso e Christine Albert, soave vocalist in una serie di sessions preziose e rimarchevoli. Quella di Tom Peterson è country music e anche folk di pura marca texana, dalla eccellente slow ballad “Broken Heart Of Mine” alla mossa “As Is” impreziosita dall’armonica di Spider Mackenzie fino al delizioso western swing di “Big Fish Eat The Little Fish” caratterizzato da una serie di interventi di fiddle, piano e steel. “Black Hills Gold” è tra le più intense composizioni dell’album, interpretata con logico coinvolgimento visto che si parla dei luoghi natali di Mr. Peterson, “Global Warming” riporta la country music dove dovrebbe stare grazie ad una melodia pura e un arrangiamento lineare, “Fetch The Old Man Home” è un ‘waltz’ di qualità, un classico gioiellino country acustico, “Goodbye Denver” torna a ‘swingare’ con classe e tutta la nostalgia che apporta una pedal steel superlativa, così come la frizzante e dinamica “Magic Bird”, texana al 100%. “Iowa Driver”, rock che rimanda a Doug Sahm per intensità e ispirazione e “The Muddy Muddy Mo”, decisamente più tradizionale e dalla forza suggestiva chiudono un lavoro che riporta Tom Peterson all’attenzione degli appassionati, suggellando un ritorno ancora più gradito dopo i gravi problemi di salute che lo hanno afflitto negli anni passati.
Remo Ricaldone

17:55

Kerri Powers - Starseeds

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nata nel Connecticut e con una buona fan-base in tutto il New England, Kerri Powers è una cantautrice di grande efficacia e sensibilità, attratta fortemente dai suoni anni settanta e capace di risultare sempre profondamente credibile nel raccontare storie in cui messaggi di sentimenti universali si mischiano ad inevitabili tratti autobiografici. Da sempre innamorata della musica, Kerri ha potuto intraprendere la carriera artistica solo dopo aver dato la precedenza alla vita privata, matrimonio e figli, riuscendo comunque a raggiungere il pubblico che segue canzone d’autore e ‘americana’ grazie a grandi doti espressive. "Starseeds" è il perfetto veicolo per conoscere la sua musica e la sua personalità, la ghiotta occasione per apprezzare un eccellente ‘songbook’ originale e le sue doti di interprete. “Peeping Tom” porta subito grandi emozioni con un ‘pickin’’ chitarristico gustoso e tipicamente bluesy, un voce sinuosa ed affascinante e un irresistibile feeling sudista, seguito da una più nostalgica “Somewhere On The Vine” che ha il sapore dei classici, ricordando il miglior Kris Kristofferson grazie ad un notevole appeal country. “Bicycle Man” riporta le atmosfere verso un blues sporco ed estremamente affascinante, eccellente slide che guida la melodia e Kerri Powers che una volta di più ‘vive’ la storia raccontata, “Polly” è invece la prima cover, una melodia magnifica scritta da Gene Clark che faceva parte del repertorio Dillard & Clark e qui ripresa con grande cuore ed anima. Tra i capolavori del disco, definitivamente. “Mine The River” è elettrica e potente, sempre tipicamente anni settanta con forti influenze soul e gospel, “Free Bird Flying” è decisamente più intima e accorata grazie ad un ‘mood’ contraddistinto da un arpeggio di acustico delicato e poetico e da una performance vocale intensa, “Moon ‘n Stars” è di una bellezza scarna ed essenziale e proprio per questo più profonda, con Kerri Powers che canta con una carica veramente sensuale. Il trittico che ci porta verso la conclusione dell’album è formato dalla solida melodia di “Rocking Boat” le cui coordinate sono tra country e soul, da una “Grace And Harmony” che prende ancora spunto dal ‘southern sound’ più profondo e dalla seconda cover, una “Can’t Find My Way Home” dal repertorio Blind Faith che non finisce mai di stupire per freschezza e adamantina bellezza, mai scalfita dal passare degli anni. Kerri la fa sua con sicurezza e naturalezza confermando quanto la sua voce sia personale e intrigante. Un’artista da conoscere.
Remo Ricaldone


Jim Patton e Sherry Brokus animano da molti lustri le notti di Austin, Texas con la loro calda e genuina versione della tradizione country/folk che nel Lone Star State continua ad essere viva e vegeta. Da qualche anno non si facevano vivi, da quell’ottimo “The Great Unknown” che nel 2013 aveva affascinato i critici e il pubblico che li segue fedelmente nei clubs della capitale texana. “The Hard Part Of Flying” si affida alla produzione di Rob Flynt e la scelta è scontata visti i legami di amicizia che lega Patton & Brokus al polistrumentista e producer. Logica come l’affidarsi ad una serie di nomi che rappresentano la Austin più acustica e tradizionale, dalla country music al folk: Rich Brotherton e Marvin Dykhuis sono due chitarristi sopraffini la cui classe e gusto con cui affrontano ogni session li ha resi tra i più ricercati da quelle parti, Warren Hood è un fiddler con i fiocchi, Mary Cutrufello e ‘Scrappy’ Jud Newcomb con le loro apparizioni regalano ancora più interesse a queste canzoni, prettamente acustiche e ricche, ricchissime di sincero coinvolgimento. Tutto il materiale è originale e fondamentale è il coinvolgimento compositivo di un altro eccellente nome del Texas più cantautorale, Jeff Talmadge, così come il maggior ruolo vocale di Sherry Brokus con tonalità che mostrano sempre più esperienza e consapevolezza è un altro tassello nella riuscita dell’album. “My Hometown’s Not My Hometown Anymore”, “Learning To Fall”, “Drunk In Baltimore” duetto gustosamente pervaso da una country music genuina e vera, “She Doesn’t Love Him Anymore” deliziosamente ‘old fashioned’ tanto da ricordare le classiche ballate country che raccontano di amori senza speranza, “Doin’ Time” dalle tonalità folk e poi ancora “Down At The Anchor Inn” vicina al rock ma sempre rigorosamente ‘unplugged’ e la ciliegina sulla torta di “Still Got A Little Wild In Me” fresca e rigenerante sono i momenti più rimarchevoli di un disco sincero quanto i due protagonisti.
Remo Ricaldone

“When The Wind Blows” è prima di tutto un profondo atto d’amore e di affetto verso una delle figure più importanti della canzone americana, a distanza di più di ventanni dalla sua scomparsa un riferimento ancora fondamentale e un’ispirazione forte ed orgogliosa: Townes Van Zandt. Veramente rimarchevole è il fatto che questo progetto sia nato in Italia grazie all’infinita passione di un manipolo di coraggiosi. Da una quindicina d’anni infatti a Figino Serenza, piccolo centro del comasco, si tiene un festival che omaggia Townes nella maniera più sentita e condivisa, ospitando musicisti che provengono dagli States ma anche dall’Inghilterra, dalla Svezia e dall’Italia tra gli altri, in un’alternanza di emozioni e vibrazioni positive che hanno portato al concepimento e alla realizzazione di questo corposo doppio cd che contiene ben trentadue canzoni per circa due ore di musica. Il songbook di Townes Van Zandt, amplissimo e di grande qualità anche nei suoi aspetti più oscuri e meno conosciuti, si rivela in tutta la sua bellezza con la presenza di gran parte dei suoi classici e dei suoi gioiellini più rari. Ampia e diversificata è la partecipazione degli artisti, coinvolti grazie ad una eco notevole che il festival ha avuto all’estero, ed è naturalmente la presenza di nomi come Joe Ely, Terry Allen, Malcolm Holcombe, Sam Baker (sua è anche la copertina del disco con un intenso ritratto di Townes), Matt Harlan, Tim Grimm, David Olney, Michael McDermott, Thom Chacon, Slaid Cleaves e James Maddock che nobilita il progetto, con interpretazioni oltre che personali, sempre pregnanti e ricche di coinvolgimento. Condensare le emozioni e la struggente poetica di Townes Van Zandt è compito decisamente complicato ma, grazie all’ampiezza della proposta abbiamo un quadro a mio parere esaustivo del suo repertorio, con riletture a volte sorprendenti e con il denominatore comune dell’estremo rispetto nei confronti dell’artista texano. A colpirci sono poi gli episodi sulla carta ‘minori’ ma che si rivelano veri punti di forza della selezione, a partire da una eccellente “Tecumseh Valley” tradotta in italiano da Andrea Parodi, un lavoro non facile che si rivela riuscitissimo per poi proseguire con la bella “Snowin’ On Raton” di jaime Michaels, una splendida cover di “Pancho & Lefty” del poco noto Paul Sachs, “Flyin’ Shoes” ripresa con la consueta grande umanità e sagacia da Radoslav Lorkovic, “Highway Kind” di Chris Buhalis, “At My Window” riletta con efficacia da Jono Manson e una sorprendente “Our Mother The Mountain” di Jack Trooper, figlio del mai troppo compianto Greg. Tra le tante canzoni non c’è una nota fuori posto a livello di coinvolgimento emotivo, tutti danno il massimo per contribuire ad un album in cui ognuno potrà trovare i momenti preferiti e dove la garanzia di qualità è ampiamente presente. Doppiamente consigliato.
Remo Ricaldone

22:22

I See Hawks In L.A. - Live And Never Learn

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La scena roots di Los Angeles da quasi sessantanni ha rappresentato uno dei cardini e dei poli d’attrazione più vivaci e vibranti d’America. Al caldo sole californiano sono maturate generazioni di musicisti che hanno saputo unire con grande maestria country, folk e bluegrass con il rock, aprendo strade spesso inusitate e sperimentando con brillantezza quei suoni. I See Hawks In L.A. sono dal 1999 tra i migliori portabandiera dei legami tra rock e country music, con otto dischi all’attivo che rimandano agli anni d’oro (tra sessanta e settanta) della musica westcoastiana. Personalmente il loro approccio mi ricorda spesso quello dei primi New Riders Of The Purple Sage, quelli che, sotto l’egida di Jerry Garcia, grande appassionato di country e bluegrass, aggiunsero il loro tocco personale di rock e soul (da Bo Diddley a Johnny Otis) e un pizzico di psichedelia ad insaporire il tutto. Rob Waller e Paul Lacques sono al timone della band dai suoi esordi e negli anni hanno tenuto dritta la barra non rinunciando mai a comporre ottime country songs formando un repertorio piacevolissimo e di grande coerenza. Alle chitarre dei due leader si aggiungono il bassista Paul Marshall e la batterista Victoria Jacobs in un quartetto compatto e coeso al quale danno una mano in queste sessions il bravissimo Richie Lawrence alle tastiere, Dave Zirbel che con la sua pedal steel ripercorre le gesta del grande Buddy Cage (dei New Riders) e Dave Markowitz al fiddle. “Live And Never Learn” è un disco ricco di eccellenti country songs come la canzone che da’ il titolo all’album, “Poour Me”, “The Last Man In Tujunga” e “White Cross” in particolare, un poker d’assi che nobilità il disco, con il grande amore per l’ambiente di “Ballad For The Trees” e “Planet Earth”, il rock e la psichedelia che si susseguono nella divertente “Stoned With Melissa”, la delicata e poetica “The Isolation Mountains” e la nostalgica “Stop Me”, gioiellini di una selezione che conferma I See Hawks In L.A. tra più valide band indipendenti roots. E che nome!
Remo Ricaldone

22:19

True North - Open Road, Broken Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Attraverso una serie di apprezzate partecipazioni ai migliori festival americani, Kristen Grainger e Dan Wetzel hanno fatto conoscere la loro musica, ispirata profondamente dalla canzone d’autore, dalla country music più propositiva e da certa musica bluegrass, dando vita ad una band dall’evocativo nome di True North. Con quattro lavori all’attivo la band proveniente dall’Oregon si è proposta come bella realtà e questo “Open Road, Broken Heart” è disco dalle melodie intense e dallo spirito più genuinamente ‘on the road’. Tra originali e cover ci troviamo di fronte ad una selezione con molti aspetti da rimarcare per i suoi intrecci strumentali e per le ottime armonie vocali. Partendo dalle cover troviamo la azzeccata “Without You” presa dal repertorio acustico solista di Eddie Vedder che magari non ha la profondità vocale dell’ex leader dei Pearl Jam ma mantiene intatte tutte le ‘nuances’ e le suggestioni dell’originale, “Wilder Than Her” splendida composizione del purtroppo poco conosciuto cantautore Fred Eaglesmith, la perfetta rivisitazione della notevole “The Eye” di Brandi Carlile molto simile all'originale nel suo affascinante schema vocale e “Mighty Bourbon” di Justin Evan Thompson. Tra i brani scritti dai True North sono altrettanto preziosi l’iniziale “One-Way Ticket”, “Small Wonders” vicina come spirito al mondo bluegrass con il bel banjo di Dan Wetzel, “Ratio Of Angels To Demons”, la folkeggiante “Seed, Leaf, Flower, Seed” e le ottime “I’m Gone “ e “You Come Around” che ci congedano con una grazia e un’armonia uniche. A completare la band, attualmente un quartetto, oltre ai citati Kreisten Grainger e Dan Wetzel  ci sono Dale Adkins alle chitarre acustiche e al banjo e Suzanne Pearce Adkins al basso. Band da conoscere assolutamente se avete un debole per il lato acustico del suono americano.
Remo Ricaldone


Duo dal nome affascinante ed originale, Society Of Broken Souls arriva dall’Iowa ed è la creatura di Dennis James e Lauryn Shapter, polistrumentisti al secondo album con questo nome ma con una corposa attività assieme antecedente a questo progetto. “Midnight And The Pale” è la perfetta compenetrazione delle due anime della band, un pregevole viaggio nella canzone d’autore di estrazione folk dove sono chiare le influenze dei grandi della musica delle radici e l’ispirazione di personaggi come Gillian Welch & David Rawlings, Jack Hardy (grandissimo e misconosciuto songwriter nato in Indiana ma divenuto icona del Greenwich Village tra gli anni settanta ed ottanta), John Prine e Townes Van Zandt. Fortemente evocative e di grande peso poetico, le canzoni che compongono questo “Midnight And The Pale” formano un insieme profondo sotto l’aspetto introspettivo dei testi, spesso con sfumature ‘noir’ e sempre con una visuale particolare e piacevolissimo dal punto di vista delle melodie. Gli arrangiamenti sono al tempo stesso essenziali ma non troppo scarni, con un ottimo uso delle tastiere (organo e piano) e delle chitarre acustiche ed elettriche, inserendo poi banjo, violino ed armonica a sottolineare il loro legame con le radici di un suono molto legato alla terra natale, il Midwest, dove le  inevitabili inflessioni country e folk ricevono ogni tanto i benefici influssi del sud, con soul e gospel a fare capolino. Un album complessivamente ottimo dove sarebbe fare torto a qualcuna se citassimo una canzone piuttosto di un’altra, tale è l’impressione di coesione e di scorrevole racconto nell’alternanza di emozioni, da “Ghosts Of Kansas” a “Wide And High” che aprono e chiudono il disco. Un altro validissimo duo da aggiungere ai nostri preferiti.
Remo Ricaldone

22:12

Case Garrett - Aurora

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La vita di Case Garrett è stata travagliata e ricca di esperienze che ne hanno segnato ispirazioni e caratterizzato un percorso iniziato nel nativo Missouri e per ora fermo nello Stato di New York dove risiede. Un percorso musicale che si è via via arricchito partendo dall’amore per le tradizioni country e folk per poi sfociare in un suono interiore, intenso e di grande presa. “Aurora” è il suo più recente sforzo discografico e sintetizza tutto questo proponendo una country music che lo avvicina come spirito ai nostri amati personaggi che si muovono tra Texas ed Oklahoma. Album essenziale questo che esalta le linee melodiche insite nelle canzoni e si avvale delle capacità di nomi non noti ma molto, molto bravi. Michael Douchette è alla pedal steel, Jenee Fleenor al fiddle, Kevin Post al dobro, Jimi K. Bones alle chitarre elettriche ed acustiche ed al mandolino, mentre la sezione ritmica è nelle mani di Shawn Fichtner alla batteria e Eric Swiontkowski al basso. La più incisiva tra le canzoni dell’album, ripresa una seconda volta con un missaggio alternativo è “Going Down To Mobile”, trascinante e coinvolgente, il vero ‘faro guida’ di queste sessions, mentre “She Never Liked Elvis” è una gustosa country song cantata con trasporto da Case come “Long Way Down”, tra le più struggenti. “Call Me The Breeze” è proprio il classico di J.J. Cale e la versione di Case Garrett aggiunge toni outlaw alla già bella melodia che diventa una canzone country venata di colorazioni ‘southern’. Un altro momento da ricordare è poi “The Thought Of You”, country music coi fiocchi, anche questa molto texana nello spirito, mentre più venata di gospel è “Fill ‘er Up”, cadenzata e godibilissima. “Aurora” è un disco da considerare attentamente per chiunque apprezzi la country music più autentica, forse un po’ troppo breve come durata. Vista la qualità delle canzoni avremmo apprezzato un paio di canzoni in più per un artista comunque molto interessante.
Remo Ricaldone

22:08

Mongrel State - Mestizo

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Le vie della musica americana tra rock e radici sono certamente infinite e si possono trovare incroci all’apparenza improbabili ma che rivelano sorprese piacevolissime. Come la band dei Mongrel State, quattro musicisti che si sono trovati nelle strade di Dublino e pur provenendo da luoghi diversi hanno stretto un proficuo legame artistico che ha dato vita ad una band dalle attitudini rock e rockabilly che vengono arricchite da una robusta dose di blues, country e suggestioni del border. A Darren Flynn, bassista irlandese di Sligo il merito di aver creduto per primo in questo progetto, subito seguito dall’italiano Claudio Mercante, chitarrista con la passione per il blues e poi dallo spagnolo Guillermo Gonzalez Rodriguez e dall’argentino Sebastian Jezzi, rispettivamente alle tastiere e alle percussioni. Quattro personaggi il cui bagaglio culturale e musicale ha impreziosito di sfumature particolari il suono dei Mongrel State che un paio di anni fa hanno inciso autonomamente questo loro debutto intitolato “Mestizo”, ora ripubblicato con una maggiore diffusione e con la possibilità di riproporre il loro intrigante ‘melting pot’ di rock’n’roll e di radici ispaniche che a volte richiamano il sound dei Calexico ai quali in certi momenti possono essere accostati (specialmente nella evocativa “Quiero Volver”), con uno sporco ‘hard blues’ e alternative country dietro l’angolo. “Monster” e “Ten Steps Ahead” che introducono il disco rappresentano il lato più rock della band, anticipatori di una selezione che si diversifica passando dal blues stralunato di una “Zombies On The Highway” che rimanda fortemente ai Doors alle colorazioni western di una “Stray Dogs” elettrica e trascinante, dalla splendida ed (elettro) acustica “How Many More Times” dal sapore molto ‘southern’ al ‘boogie-blues’ di marca texana di “Dirty Trick” che mi ricorda i Fabulous Thunderbirds di Jimmie Vaughan. “Mestizo” è il classico album che ad ogni ascolto si arricchisce di particolari e di gradazioni nuove, un lavoro estremamente godibile e sincero.
Remo Ricaldone

10:04

Michael McDermott - Out From Under

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Che Michael McDermott fosse tornato a riprendersi pienamente la propria carriera dopo lunghi periodi condizionati dalle dipendenze e dal conseguente annebbiarsi della sua creatività lo avevamo percepito dai suoi ultimi due dischi, pubblicati nel nostro Paese dall’Appaloosa Records. Sia “Willow Springs” che “Six On The Out”, quest’ultimo inciso con la sua band Westies, ci avevano riconsegnato un artista ritrovato ed orgoglioso nel mostrare le proprie cicatrici, capace di raccontare con forza storie di emarginazione e di redenzione con inevitabili tratti autobiografici. Ora “Out From Under” aggiunge un nuovo capitolo a questa seconda vita del musicista di Chicago con una serie di canzoni spesso agrodolci e sempre coinvolgenti. La sua è una canzone d’autore che si arricchisce di volta in volta di sfumature rock e folk, passionale, roca, vera, che possiamo ancora di più apprezzare grazie alle puntuali traduzioni in italiano ormai costanti nelle produzioni della label milanese. Strumentalmente c’è da sottolineare il gran lavoro chitarristico di Will Kimbrough, il solido basso affidato a Lex Price e le sapide tastiere dietro le quali si siede John Deaderick, principali artefici della riuscita del disco. La ‘murder ballad’ “Cal-Sag Road” che apre con il suo fascino cinematografico l’album, attraverso la struggente “This World Will Break Your Heart”, l’urgente bisogno di liberazione di “Sad Songs”, l’ottimismo nonostante tutto di “Out From Under”, le fascinazioni folk che ricordano i migliori Waterboys di “Celtic Sea”, l’amore per le radici folk espresse splendidamente in “Gotta Go To Work” e la promessa di rinascita di “Never Goin’ Down Again” sono alcuni dei momenti topici di un lavoro che conferma quanto di buono (faticosamente) ricostruito da Michael McDermott. Un ulteriore punto a suo favore.
Remo Ricaldone


10:01

Ben Bostick - Hellfire

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Cresciuto nel South Carolina ma residente a Los Angeles, Ben Bostick è una delle più interessanti nuove leve della scena tra country e rock della città californiana, reduce da un 2017 che gli ha regalato moltissime soddisfazioni, dall’esordio discografico a riconoscimenti unanimi per forza espressiva e grande talento. Ora questo “Hellfire”  conferma in pieno le doti di trascinante performer in una selezione in cui testi spesso con tonalità ‘noir’ affiancano sonorità decisamente vivide ed avvincenti, spesso vicine ad un bollente rock’n’roll che richiamano certe cose dei Blasters o del primo, ruvido Dwight Yoakam. Qui c’è tutto lo spirito delle esibizioni live di Ben Bostick, grazie anche alla particolare incisione, senza artifizi o ‘aggiustamenti’ in fase di mixing, che predilige i suoni naturali di queste canzoni. Accanto al frontman ci sono musicisti di notevole solidità come Kyle LaLone a cui sono afficate le parti soliste alla chitarra elettrica, Luke Miller alle tastiere e una infaticabile sezione ritmica affidata a Cory Tramontelli (basso) e Perry Morris (batteria), sempre in grado di rendere efficaci le melodie, tutte firmate dallo stesso Ben Bostick. Un album compatto che si apre con la rauca “No Show Blues” che non sfigurerebbe in un disco della band fondata dai fratelli Alvin, con un ottimo break chitarristico. Questa è musica perfetta per essere suonata nei più oscuri ‘honky tonk bar’, un intrigante mix di rock’n’roll vecchio stile, blues e country music, grande passione del nostro. “Hellfire” ha lo spirito outlaw del miglior Waylon Jennings e si presta ad un avvincente botta e risposta con il pubblico, “No Good Fool” ci prende ancora per mano con un altro numero in cui emerge tutta la carica rock della band, “Blow Off Some Steam” travolge con il suo ritmo, un honky tonk decisamente torrido e carico mentre “It Ain’t Cheap Being Poor” ha il fascino di New Orleans spostando momentaneamente il baricentro musicale dell’album. “Tornado” è pura country music, suonata come Dio comanda, solida e sicura, “The Other Side Of Wrong” aggiunge ai suoni country una buona dose di rock e si rivela un altro tra i momenti migliori del disco. “Work, Sleep, Repeat”, “How Much Lower Can I Go”, “Feeling Mean” e “Outsider” si muovono poi alternando rock e radici in un finale che mantiene le promesse e fissa coordinate decisamente ottime in un lavoro godibile e ricco di spunti.
Remo Ricaldone

09:58

Mike Aiken - Wayward Troubadour

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Personaggio imprevedibile, caparbio e anche un po’ ribelle, Mike Aiken torna ad incidere dopo cinque anni dal precedente “Captains & Cowboys” prodotto dall’ex Georgia Satellites Dan Baird che gli valse anche una nomination ai Grammy Awards. “Wayward Troubadour” ha avuto una gestazione lunga e difficoltosa che ha portato Mike Aiken ad iniziare le sessions a fine 2016 e a portarle avanti, attraverso più di uno studio di registrazione, per parecchi mesi, ma ora che è tra le nostre mani lo possiamo considerare come prodotto più che riuscito e frutto della grande musicalità e della intatta passione del musicista nativo dello Stato di New York ma che ha viaggiato in lungo ed in largo per tutti gli States e oltre. “Everything Changed” è titolo sintomatico della voglia di ricominciare e della passione sempre presente in ogni brano che lo compone, partendo proprio dalla canzone che dà il titolo al disco, un superbo western swing scritto a quattro mani con Paul Jefferson. “Nashville Skyline” è il suo sguardo su Music City, la sua personale visione della country music, accorata e brillante, “Two Lane Highway” è firmata con Henry Paul, ex Outlaws e a capo della band che portava il suo nome, una eccellente country song dalle tonalità soffici e delicate che rimanda agli anni d’oro del suono sudista, “Travelin’ Bone” è un altro ‘pezzo da novanta’ dell’album, splendido. Mike Aiken è accompagnato da una serie di nomi illustri che danno il giusto tocco a queste canzoni, dalle chitarre di Kenny Vaughn (Fabulous Superlatives di Marty Stuart) all’esperto sideman di Nashville David Roe al basso, dal citato Henry Paul al mandolino alle tastiere di Michael Webb, nomi che rendono più preziose queste canzoni, a partire dalle ottime “Real Mean Dog”, ancora un notevole esempio di come fare country music, “Hard Working, Working Girl” ancora con la collaborazione di Paul Jefferson in un momento più riflessivo e coinvolgente nel suo incedere, l’oscura e misteriosa “Dead Man Walks Before He Runs” (della coppia Mark Collie/Shawn Camp) e la nostalgica “Chesapeake” in un ‘filo rosso’ che le lega assieme e fa di questo album un prodotto caldamente raccomandato.
Remo Ricaldone

17:27

Red Shahan - Culberson County

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Texano fino al midollo, Red Shahan proviene dalla piccola Bluff Dale, si è fatto le ossa nel circuito musicale di Lubbock prima di trasferirsi in quel di Fort Worth per completare una maturazione che, dopo l’esordio intitolato “Me And Coyotes” (estate del 2015), ha visto in questo “Culberson County” il disco ideale a cui avvicinarsi per apprezzare uno dei più interessanti ‘nuovi volti’ del Lone Star State. La produzione è affidata ad Elijah Ford e si rivela subito vincente, con le canzoni solide ed orgogliosamente piantate nel suolo texano di Red Shahan che seguono un ideale filo rosso fatto di emozioni e ottime vibrazioni. Con la sezione ritmica formata da Matthew ‘Paw Paw’ Smith (già con Ryan Bingham) alla batteria e da Parker Morrow (vecchio pard di Mr. Shahan nei giorni di Lubbock) al basso a supportare il suono e le due chitarre, quella del leader alla ritmica e di Daniel Sproul alla solista, le canzoni di questo “Culberson County” si elevano a magnifici quadretti di provincia, spesso elettrici e taglienti, sempre pregni di cuore e di pathos.Ad impreziosire le sessions ci sono due amici come Charlie Shafter e Bonni Bishop, a loro volta eccellenti musicisti che prestano le loro voci per armonie impeccabili. “Waterbill” apre le danze con chitarre quasi ‘swampy’ e un retrogusto che ricorda certe cose dei Creedence, la seguente “Enemy” tiene la spina attaccata e i ritmi si mantengono coinvolgenti tra rock e radici mentre tra le perle dell’album a mio parere ci sono la title-track, sontuosa ballata aperta da un arpeggio di acustica e un andamento che conquista subito, l’intensa country ballad “How They Lie” con inflessioni western, “Someone Someday” dal sapore ‘red dirt’, l’evocativa “Memphis”, cuore ed anima in ogni nota e l’elettrica e possente ballata “Try”, decisamente southern nell’approccio. Red Shahan si pone agli appassionati come nome di rilievo della scena texana, non solo come promessa ma come musicista completo e con le radici giuste. “Culberson County” regalerà certamente grandi soddisfazioni a chi gli darà fiducia.
Remo Ricaldone

17:24

Gerry Spehar - Anger Management

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Oltre ad essere un disco stimolante ed estremamente piacevole che passa con naturalezza dalla country music al bluegrass, dalla canzone d’autore al rock, questo secondo lavoro solista di Gerry Spehar, musicista del Colorado tornato alla musica dopo una lunghissima pausa dedicata alla famiglia ed al suo ‘day job’, è uno sguardo disincantato, cinico, appassionato ed anche un po’ arrabbiato all’America di oggi, ai suoi contrasti, alle sue pulsioni reazionarie ed oscurantiste. “Anger Management” apre con le fascinazioni bluegrass di una “Thank You Donald” che non è difficile accostare al ‘contrastato’ e ‘divisivo’ presidente americano, ricca di ironia e di lucida analisi, mentre “Son Of An Immigrant” fa rivivere la canzone d’autore coniugandola con impegno sociale e poesia e “A Soldier’s Spiritual”, country waltz delizioso, è un’amara constatazione di quanto i veterani di guerra debbano sopportare una volta tornati in patria, tra fantasmi del passato e rischi sempre presenti di dipendenze per esorcizzarlo. Già queste tre canzoni rappresentano un po’ il cuore di queste sessions, tre momenti significativi della caratura del personaggio, ma non mancano ulteriori brani che toccano aspetti di grande attualità come “Pearl Harbor” e le sue pulsioni pacifiste, “Bitch Heaven” che narra invece di un fatto che ora ha quasi dell’incredibile, l’incontro tra Woody Guthrie ed il padre di Donald Trump, con inflessioni molto ‘Texas country’, la notevole “Except For The Bomb” dal titolo più che esplicativo, “Freedom To Grab” con chiari riferimenti al dopo-Weinstein e al ‘machismo’ di questo periodo in America e “Barrier Reef” impregnata di sensazioni ‘mexican’, un messaggio di sofferenza e di speranza sull’immigrazione. Ad accompagnare questo viaggio c’è prima di tutto, anche in fase di produzione, Paul Lacques e i suoi I See Hawks In L.A., ottima band roots-rock californiana, e poi gli strepitosi fiddler Brantley Kearns e Gabe Witcher, il banjo di John David e Rick Shea, tra i migliori country singers della west coast. Disco raccomandato per impegno e genuinità.
Remo Ricaldone

17:21

Lucky Bones - Matchstick Men

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Dietro allo pseudonimo Lucky Bones c’è il nome di Eamonn O’Connor musicista irlandese di Dublino che ha trovato ispirazione in certa musica americana delle radici (tra tutti le ballate agrodolci di Ryan Adams) non dimenticando il prezioso e forte retaggio sonoro dell’isola di smeraldo e pagando tributo ai Waterboys di Mike Scott da una parte e alle sensazioni descrittive di un Mark Knopfler dall’altra. I suoi primi passi discografici nel 2009 lo hanno portato spesso a visitare il Texas e anche questo “Matchstick Men”, pur inciso in Irlanda non disdegna atmosfere americane in un suono complessivo comunque molto personale e non facilmente etichettabile. La qualità delle canzoni è sempre molto buona, gli arrangiamenti curati cesellando strumenti acustici ed elettrici con intelligenza, le interpretazioni accorate e passionali. Lo sguardo è comunque a mio parere verso l’ex Whiskeytown con cui Eamonn O’Connor condivide l’amore per quelle ballate sospese tra elettricità e sogno, tra rock e radici in un lavoro che non ha forse brani che spiccano particolarmente ma la cui forza sta nel presentare un ‘plot’ decisamente intrigante per coesione ed organicità. Da “I Can Feel It Coming” con echi quasi ‘pettyani’ alla title-track presentata logicamente in cima alla scaletta, da “Gone” alla scarna e accorata “Home To You”, il disco scorre con grande naturalezza e acquista ogni volta in particolari che lo rendono ancora più godibile. Lucky Bones merita di essere conosciuto per i suoi quadretti di vita spesso amari ma con, dietro l’angolo, speranza e grande anima.
Remo Ricaldone

17:19

Beth Wimmer - Bookmark

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Cresciuta nella east coast e poi emigrata dall’altra parte degli States dove ha trovato spazio nella scena roots californiana, Beth Wimmer è un’autrice capace di interpretare ruoli diversi tra folk, americana e slanci rock con identica bravura e talento. Quattro dischi all’attivo di cui “Bookmark” rappresenta, dopo alcuni anni, la ripresa di un discorso fatto di passione e grinta con una instancabile attività live che l’ha portata spesso in Europa a suonare e a farsi apprezzare per uno stile cristallino ed orgoglioso. “Bookmark” vede Beth Wimmer supportata dai Mojo Monkeys, band dell’area di Los Angeles di cui ci siamo occupati in passato per grande verve e classici suoni country-rock, con sugli scudi Billy Watts che co-produce queste canzoni, Taras Prodaniuk e David Raven. Limpide armonie, performance sempre equilibrate e poetiche, arrangiamenti essenziali e per questo efficaci e diretti, le qualità di questo album sono tutte nella sostanza di un lavoro che ci regala momenti di grande rilievo come la title-track “Bookmark”, “Louisiana”, i colori ed i profumi di “Mexico” con splendidi intrecci chitarristici, “Pretty Good” deliziosa con le sue reminiscenze ‘seventies’ ed un sapore tipicamente californiano, “Simplicity Of A Man” tra Jayhawks e Wilco, la suggestiva ballata acustica “We Can Do This” che chiude come meglio non si poteva questa raccolta. Disco che nella sua semplicità ci mostra il volto più pulito della canzone d’autore al femminile.
Remo Ricaldone

17:18

James Scott Bullard - Full Tilt Boogie

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Nativo del South Carolina, James Scott Bullard incarna il classico artista in bilico tra rock’n’roll e country music, i due suoni che fin dalla più tenera età hanno scandito le sue giornate. Ha al suo attivo già diversi dischi (almeno nove) e ha un seguito culto nel suo Stato e ora anche nel resto del sud ed del midwest grazie ad una capillare copertura live che lo ha fatto conoscere ed apprezzare per stile e autenticità. “Full Tilt Boogie” è l’occasione tra le più ghiotte per fare la sua conoscenza ed è probabilmente il suo lavoro più maturo e completo, prodotto dalla coppia Missy Davis Jones e Ken ‘Dakota’ Jones ed inciso praticamente a casa negli studi Southern Harmony di Florence, SC. Coadiuvato da una band rocciosa formata dalla sezione ritmica nelle mani di Kevin Singleton (basso) e Mike Knight (batteria), dalle tastiere di Justin Banks e dalle chitarre di Jeff Springs, con le armonie vocali di Rebecca Morning e Jordan Adams, Mr. Bullard ha assemblato un disco veramente trascinante, subito introdotto da una melodia che avrebbe fatto felice Ronnie Van Zandt, una ballata elettrica, cadenzata, convincente e classicamente sudista. “Wicked Ways” ha chitarre taglienti, tastiere pregne di blues e soul, il fascino del ‘southern rock’ spruzzato di country music, “All To Pieces” mostra quanto sia convincente il talento compositivo di James Scott Bullard con un’altra canzone che lascia il segno (e qui Cody Canada ne potrebbe farne una bella cover), mentre “The Next Tear” lo avvicina alle melodie dei suoi conterranei Marshall Tucker Band. “Full Tilt Boogie” prosegue unendo Waylon e gli Skynyrd, country, blues e rock in un contesto pieno di riferimenti e di citazioni, dando sempre l’impressione di freschezza e brillantezza. Da “Warpath” a “Jesus, Jail, Or Texas”, da “Leavin’ On My Mind” alla conclusiva “Back To You” con i suoi limpidi duetti chitarristici che rimandano alla Allman Brothers Band del periodo “Eat A Peach”, tutto concorre a formare un insieme da consigliare caldamente. Una (per noi) bella scoperta.
Remo Ricaldone

17:15

Cold Tone Harvest - After All

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Cold Tone Harvest sono un quartetto al debutto ma con un lavoro che denota grande maturità e fascino, sulla falsariga di band come American Aquarium, i canadesi Deep Dark Woods e certa Red Dirt/Texas Music. Quattro musicisti che provengono dal Michigan sudorientale e che amano unire tradizioni country a suggestioni rock con una scrittura profonda ed evocativa e un delizioso sound che vede strumenti acustici ed elettrici mischiarsi con estrema naturalezza. Tutto è nato dall’idea del cantante ed autore Andrew Sigworth che con l’amico batterista (e anche banjoista) Brian Williams ha pensato ad una propria via musicale che potesse esprimere il proprio modo di essere raccontando di scenari comuni alla profonda provincia americana e con l’aggiunta del bassista Ozzie Andrews e poi del chitarrista (ottimo anche a lap steel e dobro) Anthony Pace la line-up si è completata dando vita ad un combo decisamente valido. “After All” è quindi il loro punto di partenza, aggiungendo il gusto per ballate pregnanti e ‘cinematografiche’ a ritmi più contemporanei legati alla più interessante scena alt-country. La capacità vocale nell’esprimere tutto se stesso di Andrew Sigworth è certamente uno degli aspetti migliori, ma alla fine sono gli arrangiamenti a rendere giustizia ad un gruppo promettente e già in grado di porsi come bella e fresca realtà nell’ambito ‘americana’. Il songwriting di Mr. Sigworth è pregevole e a domostrarlo ci sono “Frozen Ground”, “Change”, “Random Stance”, “Daniel” con le sue sfumature ‘grassy’ a renderla più trascinante, “Stealing Roots”, “Electric Modes” e “Hold On” forte ed orgogliosa come certi brani della Band, canzoni dalla limpida dinamica e dal buon gusto melodico, mentre Anthony Pace firma una scorrevole country song come “Adeline” e, unica cover ad omaggiare un’altra ispirazione, “Out On The Weekend” di Neil Young risulta piacevolissima e azzeccata. “After All” è uno di quei classici dischi che crescono esponenzialmente ascolto dopo ascolto, dischi che rimangono poi nel cuore per lungo tempo.
Remo Ricaldone


17:11

Ed Romanoff - The Orphan King

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Ha cominciato a fare musica ‘seriamente’ tardi, circa sui quarantanni, ma, nonostante ritmi lenti e meditati e una produzione ancora decisamente parca, Ed Romanoff rappresenta al meglio la grande tradizione della canzone d’autore americana. Il suo debutto nel 2012 con un album prodotto da Crit Harmon (già alle spalle di Lori McKenna e Martin Sexton tra gli altri) era una bella sorpresa e ci presentava una artista già maturo e pronto per spiccare il volo e il supporto di gente come Steve Earle e James McMurtry, le frequentazioni giuste e l’amore per Guy Clark, John Prine, Kris Kristofferson ma anche per la poetica di Leonard Cohen ne ha fissato le coordinate di una carriera che ora si arricchisce di un secondo eccellente capitolo intitolato “The Orphan King”. In questo disco cambia la produzione (ora nelle mani di Simone Felice che con il fratello James contribuisce anche a livello strumentale) ma non la sensibilità e la profondità espressiva di Ed Romanoff che ci presenta una nuova serie di canzoni che toccano cuore ed anima grazie ad un grande coinvolgimento emotivo e a continue, suggestive citazioni. Inevitabili tratti autobiografici ma anche la capacità dei grandi scrittori di creare storie e personaggi, infondere loro passione e credibilità, sono alla base di queste tredici canzoni a cui partecipano la grande amica Rachel Yamagata, Kenneth Pettengale (la metà dei Milk Carton Kids), Cindy Cashdollar (le cui grandi doti hanno arricchito i repertori di Bob Dylan e Dave Alvin solo per fare due nomi) e sopra tutti per quantità e qualità l’immenso Larry Campbell, uno capace di stupire per gusto e tecnica a qualsiasi strumento a corda, qui a chitarre elettriche ed acustiche, basso, steel guitar, fiddle, mandolino, harmonium. Quella di Ed Romanoff è una musica le cui radici vanno dal patrimonio folk a quello country, da inflessioni irlandesi alla lirica che ha contraddistinto per esempio Leonard Cohen, musicista che secondo me ha lasciato tracce importanti nelle sonorità del cantautore residente nello Stato di New York. “Eelephant Man”, la title-track “The Orphan King”, “Leavin’ With Somebody Else” tanto delicata quanto incisiva, il fascino appalachiano vicino alla sensibilità di John Prine di “Less Broken Now”, l’ombra del ‘vate’ di Montreal in “The Ballad Of Willie Sutton” e “Miss Worby’s Ghost”, “The Night Is A Woman” tra i capolavori del disco, la scarna, essenziale e potente “Coronation Blues” lasciata intelligentemente in coda per far si che l’ascoltatore abbia la voglia di rimettere subito dall’inizio l’album, ecco questa è la ‘spina dorsale’ di un disco che dimostra quanti siano i ‘best kept secrets’ che girano, con profili bassi, nel sottobosco indipendente americano.
Remo Ricaldone

18:41

Wade Bowen - Solid Ground

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Titolo quantomai significativo quello scelto per il nuovo disco di Wade Bowen, da considerare uno dei pilastri di quel suono tra rock e country music che ha trovato terreno fertilissimo in Texas ed Oklahoma. “Solid Ground” in effetti appare come il lavoro più solido e fiero del musicista che mosse i primi passi a capo dei West 84. Molta acqua è passata sotto i ponti da quei giorni, Wade ha maturato un suo stile riconoscibile e personale, linee melodiche che negli anni hanno scritto pagine rilevanti non solo in terra texana. L’infaticabile attività live comune un po’ a tutti gli artisti di quelle zone, la collaborazione con altri talenti che ne ha forgiato stile ed umori (una tra tutte quella con Randy Rogers), l’immensa passione profusa nella sua ricerca musicale sono state la cause principali nel farlo diventare uno dei grandi nel suo ambito. Tornando al disco, “Solid Ground” pone un’altra pietra miliare in un percorso lungi dall’essersi ‘rallentato’ o men che meno esaurito e la sua visione di country music, i suoi corposi inserti rock, le sue inevitabili fragranze ‘mexican’, unite con sagacia e brillantezza, ne fanno un prodotto godibile dalla prima all’ultima nota. Prodotto da Keith Gattis (grande è il suo supporto a chitarre acustiche ed elettriche, dobro, mandolino, banjo e steel), “Solid Ground” si apre con una ballata midtempo di grandissimo spessore, “Couldn’t Make You Love Me”, che subito conquista per interpretazione e arrangiamento impeccabili, mentre la seguente “Day Of The Dead” è firmata da Keith Gattis, il cui apporto anche in fase compositiva è basilare, e ci porta direttamente ‘south of the border’ in uno splendido viaggio sonoro con tanto di fiati mariachi. “So Long 6th Street” vede la presenza vocale di Jack Ingram e Miranda Lambert ed è una ballata elettrica dall’andamento tipicamente ‘boweniano’, nulla di particolarmente nuovo ma un’altra solida canzone ancora firmata a quattro mani da Bowen e Gattis, “Broken Glass” è intima e incantevole, “Death, Dyin’ & Deviled Eggs” (scritta e con la presenza di Jon Randall) è uno dei momenti più ispirati, acustica e country, una melodia che ricorderemo a lungo. “7:30” prosegue l’album su ritmi medio-lenti ma molto, molto ispirati e ci riserva ancora emozioni e suggestioni, “Acuna” mostra una volta di più la maestria di Wade Bowen nel confezionare questo genere di atmosfere, elettro-acustiche, tra country music e ‘rock ballads’, insomma un marchio di fabbrica del nostro. Il poker finale di canzoni si apre con una ottima “Compass Rose” con il banjo di Keith Gattis ad insinuarsi in una melodia tra le più fresche e brillanti del disco, per poi proseguire con “Anchor”, introversa e sofferta, così come le conclusive “Fell In Love On Whiskey” e “Calling All Demons”, splendidamente tra country e blues la prima, sudata e dal ‘southern feel’, notturna ed evocativa la seconda, da ricordare per forza espressiva e pathos. “Solid Ground” rappresenta uno dei punti più alti della discografia di Wade Bowen.
Remo Ricaldone

18:38

Sean Burns - Music For Taverns, Bars And Honky Tonks

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Mai titolo fu più indicato per indicare passioni, inclinazioni e smisurato amore per quei suoni che sono ricollegabili a quelli ascoltati nei locali citati. E dalle parti di Sean Burns, canadese del Manitoba al quarto disco, sicuramente l’ombra e lo spirito dei vari Merle Haggard, Buck Owens, Johnny Cash ma anche Bruce Springsteen, John Prine ed Elvis Presley è vivo e vibrante come nelle canzoni che compongono questo “Music For Taverns, Bars And Honky Tonks”. Un album questo che ci porta in territori genuinamente country con alcune puntate nel più classico e nobile rock americano in un’alternanza intelligente di momenti travolgenti e di pause struggenti e suggestive. Inciso nelle sue parti ‘base’ in Canada ma mixato in quel di Nashville con i contributi di Chris Scruggs alla steel e Harry Stinson alle armonie vocali, questa ottima selezione si avvale della mano sicura di Sean Burns (sue le parti vocali soliste, la chitarra acustica e l’armonica) supportato dalla batteria di Joanna Miller, dal basso di Bernie Thiessen e dalle chitarre di Grant Siemens che formano la sua attuale band di accompagnamento, i Lost Country. “Have You Seen That Train” introduce splendidamente questo lavoro con una classica  ‘train song’ dalla performance solida e sicura, mentre citando i momenti uptempo “Big Freightliner” è eccellente e personalmente mi ricorda i migliori Derailers con un perfetto ‘Texas feeling’, “Don’t Let Highway Get You Lost” mischia rock e radici alla maniera del primo Steve Earle o dei Long Ryders, “Lonesome Again” è scintillante country music a metà strada tra Bakersfield ed il Lone Star State, “Sturdy Woman” aggiunge un pizzico di blues ad un rock di qualità dimostrando la versatilità di Sean Burns, “Don’t Play With Fire” è inequivocabilmente legata all’Elvis degli anni sessanta (ma anche a certe cose dei Mavericks di Raul Malo) e a sonorità un po’ ‘latin’, gustosa e divertente, “One More Kick At The Can” porta ancora in primo piano il rock (e anche il blues grazie alla bella armonica di Sean Burns) e la canzone scorre benissimo con una grande dose di grinta e trasporto, “Harold’s Super Service” aggiunge alla country music un pizzico di bluegrass e si pone come uno dei momenti più godibili. Le ballate, non moltissime per la verità, sono sempre misurate e mai zuccherose, a partire dalla sontuosa “I Wish Things Were Different” che mi ricorda il mai troppo compianto Roy Orbison e chiude in maniera perfetta il disco, con “Farewell Parties” incantevole e struggente e “My Old Self” salda country song, a mostrare quanto l’artista canadese meriti tutta l’attenzioni degli appassionati.
Remo Ricaldone

18:34

Charley Crockett - Lonesome As A Shadow

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Una vita vagabonda quella che ha caratterizzato il percorso umano e musicale di Charley Crockett, texano di San Benito (dove nacque anche la leggenda ‘tejana’ Freddy Fender), cresciuto da una madre single e ben presto attratto dalla vita nomade che lo ha portato in tutti gli angoli d’America, dalle strade di New Orleans alla metropolitana di New York, dal Lone Star State al sole californiano, proponendo un incredibile mix di country music, soul, blues e folk e traendo ispirazione da Van Morrison, Sam Cooke, Charley Pride, Hank Williams e Ted Hawkins. Il ritorno a casa in Texas ha coinciso con l’inizio della sua carriera discografica con il debutto nel 2015 di “A Stolen Jewel”, un secondo album (“In The Night”, 2016) che gli ha aperto molte porte e il riconoscimento per l’intelligente unione di suoni ‘bianchi’ e ‘neri’, un’attività live finalmente regolare e apprezzata da un sempre maggior pubblico (e dividendo il palco sia con musicisti blues che con artisti country) e ora questo “Lonesome As A Shadow” a suggellare un suono sempre in bilico tra honky-tonk, delta blues, gospel e profumi sudisti. “I Wanna Cry” che apre il disco, “Lil’ Girl’s Name”, la significativa “Goin’ Back To Texas” e  “Help Me Georgia” possono essere considerati i momenti più intensi ed intriganti di una raccolta di brani che denota passione e stuzzicante gusto ‘old fashioned’, consegnandoci un personaggio tra i più originali degli ultimi tempi. E, per la cronaca, questa primavera sarà spesso sul palco con i nostri beniamini Turnpike Troubadours. Un ulteriore punto a suo favore.
Remo Ricaldone

18:30

Jeb Barry And The Pawn Shop Saints - Texas, etc.

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Jeb Barry attualmente risiede nel New England ma il periodo trascorso nel Lone Star State ha lasciato in lui profonde influenze e, dopo l’ottimo “Milltown” del 2016, si ripropone con una nuova band, i Pawn Shop Saints, firmando un doppio cd ricco di ottime vibrazioni. “Texas, etc.” ha un suono prettamente acustico ma corposo, solido e pregnante, dove dobro e chitarre formano una perfetta base sulla quale si snodano melodie notevoli, vera arma vincente. Doppio disco per rimarcare differenti stati d’animo, spesso con il denominatore comune ispirato al Texas, il primo ‘lato’ con la band più coinvolta in un insieme compatto e sostanzioso, il secondo più rarefatto e poetico, rispettivamente intitolati “The Sainted” e “The Saintless”. “Galveston ‘92” e “Gravel Roads And Whiskey Bars” sul primo disco, “I Can’t Live In Houston Anymore” e “El Paso Sucks” sul secondo sono subito riconducibili ad una terra dove Jeb Barry ha lasciato il cuore e dove, idealmente, cita alcuni dei suoi ‘numi tutelari’ come Guy Clark, Townes Van Zandt ma anche Steve Earle e tutta la canzone d’autore ispirata alle radici country-folk. “Trouble Down In Tennessee” apre con grinta e ritmo una selezione veramente bilanciata con sagacia mentre “Miss Mississippi” conquista per il suo pregevolissimo ‘alt-country’, sofferto e accorato. Sul primo disco si possono ancora sottolineare una ottima “If This Heart Had Walls”, la scorrevole country music declinata alla texana di “Home”, “Chainsmoker” interpretata con energia e gusto agrodolce e “Keep The Devil Away” che rimanda un po’ ai Byrds più country, con il bel banjo dello stesso Jeb Barry in primo piano. Nella seconda parte invece, più cantautorale, spiccano “A Little Mercy”, lucida melodia cantata con grande coinvolgimento, il duetto con Heather Austin in “Seemed Like A Good Idea At The Time”, “Southern Oak” scarna ma tremendamente efficace nel tratteggiare ornamenti folkie e la conclusiva splendida “Refugees” (no, non quella di Tom Petty), ma tutta questa parte propone melodie di rilievo e una grande compattezza d’insieme. Un lavoro questo che pone in primissimo piano un musicista che ha trovato con questa sua nuova band le misure giuste e la maturità necessaria per imporsi come uno dei più interessanti nomi del panorama ‘americana’ di questi anni.
Remo Ricaldone

18:26

Mojo Monkeys - Swerve On

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Tre veterani di mille sessions, tre musicisti che si divertono a mischiare Texas Swing, l’Honky Tonk di Bakersfield e i ritmi di New Orleans con intatta passione e lucida visione sonora: questi sono i Mojo Monkeys, sigla dietro la quale si ‘celano’ il bassista Taras Prodaniuk (chi se lo ricorda nella band di Dwight Yoakam?), il batterista David Raven e il chitarrista Billy Watts. “Swerve On” è il loro perfetto biglietto da visita, un disco suonato con grande professionalità che non lascia da parte coinvolgimento e voglia di stupire da parte di tre talentuosi artisti che suonano ad occhi chiusi e si ritrovano in ogni nota di questo loro lavoro. “Tuscaloosa Maybe” apre con un irresistibile swing di marca texana, con la pedal steel di Marty Rifkin che nobilita anche la seguente “Two Shots”, deliziosamente jazzata e con il contributo delle tastiere di Phil Parlapiano, altro ‘grande vecchio’ nella scena di Los Angeles dove i Mojo Monkeys bazzicano da tempo e dove ciclicamente si ritrovano (questo è il loro terzo disco dal 1999). “About To Get Gone” è giusto tra country music e rock’n’roll un po’ come i Derailers ai quali può essere accostata, trascinante e con limpide e scintillanti chitarre elettriche, “Beat Bus Driver” ha i ritmi ‘spezzati’ della miglior tradizione di New Orleans e rimanda agli indimenticati Little Feat di Lowell George e, rimanendo in questi territori, splendida è la cover di “Ride Your Pony” firmata da Allen Toussaint e portata al successo da Lee Dorsey. La title–track abbraccia la country music con una ballata che profuma di sud, aperta nella melodia e coinvolgente nell’interpretazione,  “Little Javelina” aggiunge toni speziati come faceva il compianto Doug Sahm e ne ripercorre le tracce con vigore e genuinità, “All The Wrong Things”, “Argyle & Selma” e “Song For The Muse” mostrano ancora grande intelligenza nel mischiare le carte producendo un ‘melting pot’ gustoso e piccante. Un disco questo dalle tante risorse e dalle mille influenze.
Remo Ricaldone

18:23

Jenny Van West - Happiness To Burn

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Una delle migliori voci della scena di Portland, Maine, Jenny Van West si è in questi ultimi anni fatta notare per una scrittura efficace e per un approccio fresco e vibrante alle radici tra country e folk, debuttando nel 2015 con un disco intitolato “Something Real”, bissato da un ep pubblicato un anno dopo. Questo “Happiness To Burn” l’ha portata a Los Angeles dove sotto la produzione di Shane Alexander, apprezzato autore e cantante, mantiene alta la qualità complessiva in un lavoro suonato con gusto e passione, intrattenendo con classe e mostrando una costante crescita compositiva. Molto curato è l’aspetto strumentale, con il coinvolgimento di ottimi nomi come Jesse Siebenberg alla pedal steel (già con Lukas Nelson & Promise Of The Real), l’eccellente Ted Russell Kamp al basso (con la band di Shooter Jennings e protagonista di una carriera solista di rilievo) e il tastierista Carl Byron (in passato con la band di Jackson Browne) tra gli altri. La title track apre con sonorità swing e un’atmosfera decisamente deliziosa mentre “Never Alone” è una country ballad di grande qualità, “45” si pone gustosamente tra country music e rock’n’roll, “Where I Stand” è invece uno degli ‘highlights’ del disco, una ballata adulta e matura che giustifica i paragoni di certa critica che hanno avvicinato Jenny Van West a Aimee Mann e Bonnie Raitt. “Empty Bowl” è nuovamente ‘di livello’ a dimostrazione di quanto la cantante del Maine si trovi a proprio agio con queste ballate midtempo, “Twenty-Seven Dollars” ha un ‘train time’ contagioso e si pone come uno dei momenti più divertenti, con un eccellente ‘break’ di mandolino. Country music nella sua accezione più genuina e vivace. Il trittico finale ci regala una “Threshold” accorata ed intimista, scarna ma efficace, suonata in punta di dita, “Can’t Have You Now” accosta Jenny Van West alle grandi autrici californiane del passato e ci propone un’altra ottima performance vocale, mentre la conclusiva “Embers” è ballata in cui il piano è protagonista. “Happiness To Burn” è un disco di buon livello, occasione per conoscere un’autrice e cantante meritevole di attenzione.
Remo Ricaldone



Mike Harmeier e i suoi Moonpies arrivano al quinto disco in studio in eccellente stato di forma confermandosi splendida realtà della scena di Austin (loro suonano regolarmente al Broken Spoke, al Hole in the Wall e al White Horse Saloon) e tra le migliori band in terra texana. Il loro è un suono scintillante in cui la country music del Lone Star State assume, grazie alle magnifiche chitarre elettriche del leader e di Catlin Rutherford e alle tastiere di John Carbone, connotazioni ‘southern’ e a volte ricorda i migliori episodi dell’età d’oro del country-rock come il corposo sound dei Pure Prairie League e degli Outlaws (quelli di Hughie Thomasson, per interderci). Inciso negli studi Yellow Dog di Wimberley, Texas sotto la supervisione dell’esperto Adam Odor, “Steak Night At The Prairie Rose” è album brillante, con il grosso lavoro compositivo di Mike Harmeier che paga e risulta convincente in una sequenza notevole di honky tonk, country music di stampo tradizionale e anche di sensibilità ‘classic rock’, emozionando e risultando sempre coinvolgente. “Roadcrew” travolge subito l’ascoltatore con passione e ritmo, classe e talento, le chitarre elettriche che si incrociano e duettano alla grande, la sezione ritmica (Preston Rhone al basso e Kyle Ponder alla batteria) rocciosa e solida e le tastiere sempre dietro a fornire un tocco in più, “Might Be Wrong” è sciolta e tremendamente godibile con i suoi profumi sudisti e il break pianistico di John Carbone semplicemente trascinante. La title-track “Steak Night At The Prairie Rose” smorza un po’ i toni rimanendo efficace per melodia e per la suadente pedal steel nelle mani di Zachary Moulton, una ballata cadenzata di gran classe, “Gettin’ High At Home” unisce ancora nella maniera migliore country music e inflessioni ‘southern rock’ con la pedal steel protagonista e una grintosa performance vocale di Mike Harmeier mentre “The Last Time”, introdotta dal bel piano elettrico di John Carbone ha il fascino senza tempo dei ‘seventies’. La seconda parte dell’album si apre con la poetica di “Beaches Of Biloxi” a creare una splendida atmosfera, “Things Ain’t Like They Used To Be” ha il sapore gustoso di certo rock anni sessanta forse anche per l’uso del ‘wah wah’ e per l’approccio energico, “The Worst Thing” ha dalla sua la magica armonica di Mickey Raphael che nobilita una ballata sontuosa, mentre le conclusive “Wedding Band” e “We’re Gone” mantengono alto il livello complessivo grazie ad una country music sempre genuina e autenticamente texana, qualità che Mike e i suoi Moonpies hanno sempre presentato e di cui ora sono tra i più validi portabandiera.
Remo Ricaldone

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