“When The Wind Blows” è prima di tutto un profondo atto d’amore e di affetto verso una delle figure più importanti della canzone americana, a distanza di più di ventanni dalla sua scomparsa un riferimento ancora fondamentale e un’ispirazione forte ed orgogliosa: Townes Van Zandt. Veramente rimarchevole è il fatto che questo progetto sia nato in Italia grazie all’infinita passione di un manipolo di coraggiosi. Da una quindicina d’anni infatti a Figino Serenza, piccolo centro del comasco, si tiene un festival che omaggia Townes nella maniera più sentita e condivisa, ospitando musicisti che provengono dagli States ma anche dall’Inghilterra, dalla Svezia e dall’Italia tra gli altri, in un’alternanza di emozioni e vibrazioni positive che hanno portato al concepimento e alla realizzazione di questo corposo doppio cd che contiene ben trentadue canzoni per circa due ore di musica. Il songbook di Townes Van Zandt, amplissimo e di grande qualità anche nei suoi aspetti più oscuri e meno conosciuti, si rivela in tutta la sua bellezza con la presenza di gran parte dei suoi classici e dei suoi gioiellini più rari. Ampia e diversificata è la partecipazione degli artisti, coinvolti grazie ad una eco notevole che il festival ha avuto all’estero, ed è naturalmente la presenza di nomi come Joe Ely, Terry Allen, Malcolm Holcombe, Sam Baker (sua è anche la copertina del disco con un intenso ritratto di Townes), Matt Harlan, Tim Grimm, David Olney, Michael McDermott, Thom Chacon, Slaid Cleaves e James Maddock che nobilita il progetto, con interpretazioni oltre che personali, sempre pregnanti e ricche di coinvolgimento. Condensare le emozioni e la struggente poetica di Townes Van Zandt è compito decisamente complicato ma, grazie all’ampiezza della proposta abbiamo un quadro a mio parere esaustivo del suo repertorio, con riletture a volte sorprendenti e con il denominatore comune dell’estremo rispetto nei confronti dell’artista texano. A colpirci sono poi gli episodi sulla carta ‘minori’ ma che si rivelano veri punti di forza della selezione, a partire da una eccellente “Tecumseh Valley” tradotta in italiano da Andrea Parodi, un lavoro non facile che si rivela riuscitissimo per poi proseguire con la bella “Snowin’ On Raton” di jaime Michaels, una splendida cover di “Pancho & Lefty” del poco noto Paul Sachs, “Flyin’ Shoes” ripresa con la consueta grande umanità e sagacia da Radoslav Lorkovic, “Highway Kind” di Chris Buhalis, “At My Window” riletta con efficacia da Jono Manson e una sorprendente “Our Mother The Mountain” di Jack Trooper, figlio del mai troppo compianto Greg. Tra le tante canzoni non c’è una nota fuori posto a livello di coinvolgimento emotivo, tutti danno il massimo per contribuire ad un album in cui ognuno potrà trovare i momenti preferiti e dove la garanzia di qualità è ampiamente presente. Doppiamente consigliato.
Remo Ricaldone

22:22

I See Hawks In L.A. - Live And Never Learn

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La scena roots di Los Angeles da quasi sessantanni ha rappresentato uno dei cardini e dei poli d’attrazione più vivaci e vibranti d’America. Al caldo sole californiano sono maturate generazioni di musicisti che hanno saputo unire con grande maestria country, folk e bluegrass con il rock, aprendo strade spesso inusitate e sperimentando con brillantezza quei suoni. I See Hawks In L.A. sono dal 1999 tra i migliori portabandiera dei legami tra rock e country music, con otto dischi all’attivo che rimandano agli anni d’oro (tra sessanta e settanta) della musica westcoastiana. Personalmente il loro approccio mi ricorda spesso quello dei primi New Riders Of The Purple Sage, quelli che, sotto l’egida di Jerry Garcia, grande appassionato di country e bluegrass, aggiunsero il loro tocco personale di rock e soul (da Bo Diddley a Johnny Otis) e un pizzico di psichedelia ad insaporire il tutto. Rob Waller e Paul Lacques sono al timone della band dai suoi esordi e negli anni hanno tenuto dritta la barra non rinunciando mai a comporre ottime country songs formando un repertorio piacevolissimo e di grande coerenza. Alle chitarre dei due leader si aggiungono il bassista Paul Marshall e la batterista Victoria Jacobs in un quartetto compatto e coeso al quale danno una mano in queste sessions il bravissimo Richie Lawrence alle tastiere, Dave Zirbel che con la sua pedal steel ripercorre le gesta del grande Buddy Cage (dei New Riders) e Dave Markowitz al fiddle. “Live And Never Learn” è un disco ricco di eccellenti country songs come la canzone che da’ il titolo all’album, “Poour Me”, “The Last Man In Tujunga” e “White Cross” in particolare, un poker d’assi che nobilità il disco, con il grande amore per l’ambiente di “Ballad For The Trees” e “Planet Earth”, il rock e la psichedelia che si susseguono nella divertente “Stoned With Melissa”, la delicata e poetica “The Isolation Mountains” e la nostalgica “Stop Me”, gioiellini di una selezione che conferma I See Hawks In L.A. tra più valide band indipendenti roots. E che nome!
Remo Ricaldone

22:19

True North - Open Road, Broken Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Attraverso una serie di apprezzate partecipazioni ai migliori festival americani, Kristen Grainger e Dan Wetzel hanno fatto conoscere la loro musica, ispirata profondamente dalla canzone d’autore, dalla country music più propositiva e da certa musica bluegrass, dando vita ad una band dall’evocativo nome di True North. Con quattro lavori all’attivo la band proveniente dall’Oregon si è proposta come bella realtà e questo “Open Road, Broken Heart” è disco dalle melodie intense e dallo spirito più genuinamente ‘on the road’. Tra originali e cover ci troviamo di fronte ad una selezione con molti aspetti da rimarcare per i suoi intrecci strumentali e per le ottime armonie vocali. Partendo dalle cover troviamo la azzeccata “Without You” presa dal repertorio acustico solista di Eddie Vedder che magari non ha la profondità vocale dell’ex leader dei Pearl Jam ma mantiene intatte tutte le ‘nuances’ e le suggestioni dell’originale, “Wilder Than Her” splendida composizione del purtroppo poco conosciuto cantautore Fred Eaglesmith, la perfetta rivisitazione della notevole “The Eye” di Brandi Carlile molto simile all'originale nel suo affascinante schema vocale e “Mighty Bourbon” di Justin Evan Thompson. Tra i brani scritti dai True North sono altrettanto preziosi l’iniziale “One-Way Ticket”, “Small Wonders” vicina come spirito al mondo bluegrass con il bel banjo di Dan Wetzel, “Ratio Of Angels To Demons”, la folkeggiante “Seed, Leaf, Flower, Seed” e le ottime “I’m Gone “ e “You Come Around” che ci congedano con una grazia e un’armonia uniche. A completare la band, attualmente un quartetto, oltre ai citati Kreisten Grainger e Dan Wetzel  ci sono Dale Adkins alle chitarre acustiche e al banjo e Suzanne Pearce Adkins al basso. Band da conoscere assolutamente se avete un debole per il lato acustico del suono americano.
Remo Ricaldone


Duo dal nome affascinante ed originale, Society Of Broken Souls arriva dall’Iowa ed è la creatura di Dennis James e Lauryn Shapter, polistrumentisti al secondo album con questo nome ma con una corposa attività assieme antecedente a questo progetto. “Midnight And The Pale” è la perfetta compenetrazione delle due anime della band, un pregevole viaggio nella canzone d’autore di estrazione folk dove sono chiare le influenze dei grandi della musica delle radici e l’ispirazione di personaggi come Gillian Welch & David Rawlings, Jack Hardy (grandissimo e misconosciuto songwriter nato in Indiana ma divenuto icona del Greenwich Village tra gli anni settanta ed ottanta), John Prine e Townes Van Zandt. Fortemente evocative e di grande peso poetico, le canzoni che compongono questo “Midnight And The Pale” formano un insieme profondo sotto l’aspetto introspettivo dei testi, spesso con sfumature ‘noir’ e sempre con una visuale particolare e piacevolissimo dal punto di vista delle melodie. Gli arrangiamenti sono al tempo stesso essenziali ma non troppo scarni, con un ottimo uso delle tastiere (organo e piano) e delle chitarre acustiche ed elettriche, inserendo poi banjo, violino ed armonica a sottolineare il loro legame con le radici di un suono molto legato alla terra natale, il Midwest, dove le  inevitabili inflessioni country e folk ricevono ogni tanto i benefici influssi del sud, con soul e gospel a fare capolino. Un album complessivamente ottimo dove sarebbe fare torto a qualcuna se citassimo una canzone piuttosto di un’altra, tale è l’impressione di coesione e di scorrevole racconto nell’alternanza di emozioni, da “Ghosts Of Kansas” a “Wide And High” che aprono e chiudono il disco. Un altro validissimo duo da aggiungere ai nostri preferiti.
Remo Ricaldone

22:12

Case Garrett - Aurora

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La vita di Case Garrett è stata travagliata e ricca di esperienze che ne hanno segnato ispirazioni e caratterizzato un percorso iniziato nel nativo Missouri e per ora fermo nello Stato di New York dove risiede. Un percorso musicale che si è via via arricchito partendo dall’amore per le tradizioni country e folk per poi sfociare in un suono interiore, intenso e di grande presa. “Aurora” è il suo più recente sforzo discografico e sintetizza tutto questo proponendo una country music che lo avvicina come spirito ai nostri amati personaggi che si muovono tra Texas ed Oklahoma. Album essenziale questo che esalta le linee melodiche insite nelle canzoni e si avvale delle capacità di nomi non noti ma molto, molto bravi. Michael Douchette è alla pedal steel, Jenee Fleenor al fiddle, Kevin Post al dobro, Jimi K. Bones alle chitarre elettriche ed acustiche ed al mandolino, mentre la sezione ritmica è nelle mani di Shawn Fichtner alla batteria e Eric Swiontkowski al basso. La più incisiva tra le canzoni dell’album, ripresa una seconda volta con un missaggio alternativo è “Going Down To Mobile”, trascinante e coinvolgente, il vero ‘faro guida’ di queste sessions, mentre “She Never Liked Elvis” è una gustosa country song cantata con trasporto da Case come “Long Way Down”, tra le più struggenti. “Call Me The Breeze” è proprio il classico di J.J. Cale e la versione di Case Garrett aggiunge toni outlaw alla già bella melodia che diventa una canzone country venata di colorazioni ‘southern’. Un altro momento da ricordare è poi “The Thought Of You”, country music coi fiocchi, anche questa molto texana nello spirito, mentre più venata di gospel è “Fill ‘er Up”, cadenzata e godibilissima. “Aurora” è un disco da considerare attentamente per chiunque apprezzi la country music più autentica, forse un po’ troppo breve come durata. Vista la qualità delle canzoni avremmo apprezzato un paio di canzoni in più per un artista comunque molto interessante.
Remo Ricaldone

22:08

Mongrel State - Mestizo

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Le vie della musica americana tra rock e radici sono certamente infinite e si possono trovare incroci all’apparenza improbabili ma che rivelano sorprese piacevolissime. Come la band dei Mongrel State, quattro musicisti che si sono trovati nelle strade di Dublino e pur provenendo da luoghi diversi hanno stretto un proficuo legame artistico che ha dato vita ad una band dalle attitudini rock e rockabilly che vengono arricchite da una robusta dose di blues, country e suggestioni del border. A Darren Flynn, bassista irlandese di Sligo il merito di aver creduto per primo in questo progetto, subito seguito dall’italiano Claudio Mercante, chitarrista con la passione per il blues e poi dallo spagnolo Guillermo Gonzalez Rodriguez e dall’argentino Sebastian Jezzi, rispettivamente alle tastiere e alle percussioni. Quattro personaggi il cui bagaglio culturale e musicale ha impreziosito di sfumature particolari il suono dei Mongrel State che un paio di anni fa hanno inciso autonomamente questo loro debutto intitolato “Mestizo”, ora ripubblicato con una maggiore diffusione e con la possibilità di riproporre il loro intrigante ‘melting pot’ di rock’n’roll e di radici ispaniche che a volte richiamano il sound dei Calexico ai quali in certi momenti possono essere accostati (specialmente nella evocativa “Quiero Volver”), con uno sporco ‘hard blues’ e alternative country dietro l’angolo. “Monster” e “Ten Steps Ahead” che introducono il disco rappresentano il lato più rock della band, anticipatori di una selezione che si diversifica passando dal blues stralunato di una “Zombies On The Highway” che rimanda fortemente ai Doors alle colorazioni western di una “Stray Dogs” elettrica e trascinante, dalla splendida ed (elettro) acustica “How Many More Times” dal sapore molto ‘southern’ al ‘boogie-blues’ di marca texana di “Dirty Trick” che mi ricorda i Fabulous Thunderbirds di Jimmie Vaughan. “Mestizo” è il classico album che ad ogni ascolto si arricchisce di particolari e di gradazioni nuove, un lavoro estremamente godibile e sincero.
Remo Ricaldone

10:04

Michael McDermott - Out From Under

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Che Michael McDermott fosse tornato a riprendersi pienamente la propria carriera dopo lunghi periodi condizionati dalle dipendenze e dal conseguente annebbiarsi della sua creatività lo avevamo percepito dai suoi ultimi due dischi, pubblicati nel nostro Paese dall’Appaloosa Records. Sia “Willow Springs” che “Six On The Out”, quest’ultimo inciso con la sua band Westies, ci avevano riconsegnato un artista ritrovato ed orgoglioso nel mostrare le proprie cicatrici, capace di raccontare con forza storie di emarginazione e di redenzione con inevitabili tratti autobiografici. Ora “Out From Under” aggiunge un nuovo capitolo a questa seconda vita del musicista di Chicago con una serie di canzoni spesso agrodolci e sempre coinvolgenti. La sua è una canzone d’autore che si arricchisce di volta in volta di sfumature rock e folk, passionale, roca, vera, che possiamo ancora di più apprezzare grazie alle puntuali traduzioni in italiano ormai costanti nelle produzioni della label milanese. Strumentalmente c’è da sottolineare il gran lavoro chitarristico di Will Kimbrough, il solido basso affidato a Lex Price e le sapide tastiere dietro le quali si siede John Deaderick, principali artefici della riuscita del disco. La ‘murder ballad’ “Cal-Sag Road” che apre con il suo fascino cinematografico l’album, attraverso la struggente “This World Will Break Your Heart”, l’urgente bisogno di liberazione di “Sad Songs”, l’ottimismo nonostante tutto di “Out From Under”, le fascinazioni folk che ricordano i migliori Waterboys di “Celtic Sea”, l’amore per le radici folk espresse splendidamente in “Gotta Go To Work” e la promessa di rinascita di “Never Goin’ Down Again” sono alcuni dei momenti topici di un lavoro che conferma quanto di buono (faticosamente) ricostruito da Michael McDermott. Un ulteriore punto a suo favore.
Remo Ricaldone


10:01

Ben Bostick - Hellfire

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Cresciuto nel South Carolina ma residente a Los Angeles, Ben Bostick è una delle più interessanti nuove leve della scena tra country e rock della città californiana, reduce da un 2017 che gli ha regalato moltissime soddisfazioni, dall’esordio discografico a riconoscimenti unanimi per forza espressiva e grande talento. Ora questo “Hellfire”  conferma in pieno le doti di trascinante performer in una selezione in cui testi spesso con tonalità ‘noir’ affiancano sonorità decisamente vivide ed avvincenti, spesso vicine ad un bollente rock’n’roll che richiamano certe cose dei Blasters o del primo, ruvido Dwight Yoakam. Qui c’è tutto lo spirito delle esibizioni live di Ben Bostick, grazie anche alla particolare incisione, senza artifizi o ‘aggiustamenti’ in fase di mixing, che predilige i suoni naturali di queste canzoni. Accanto al frontman ci sono musicisti di notevole solidità come Kyle LaLone a cui sono afficate le parti soliste alla chitarra elettrica, Luke Miller alle tastiere e una infaticabile sezione ritmica affidata a Cory Tramontelli (basso) e Perry Morris (batteria), sempre in grado di rendere efficaci le melodie, tutte firmate dallo stesso Ben Bostick. Un album compatto che si apre con la rauca “No Show Blues” che non sfigurerebbe in un disco della band fondata dai fratelli Alvin, con un ottimo break chitarristico. Questa è musica perfetta per essere suonata nei più oscuri ‘honky tonk bar’, un intrigante mix di rock’n’roll vecchio stile, blues e country music, grande passione del nostro. “Hellfire” ha lo spirito outlaw del miglior Waylon Jennings e si presta ad un avvincente botta e risposta con il pubblico, “No Good Fool” ci prende ancora per mano con un altro numero in cui emerge tutta la carica rock della band, “Blow Off Some Steam” travolge con il suo ritmo, un honky tonk decisamente torrido e carico mentre “It Ain’t Cheap Being Poor” ha il fascino di New Orleans spostando momentaneamente il baricentro musicale dell’album. “Tornado” è pura country music, suonata come Dio comanda, solida e sicura, “The Other Side Of Wrong” aggiunge ai suoni country una buona dose di rock e si rivela un altro tra i momenti migliori del disco. “Work, Sleep, Repeat”, “How Much Lower Can I Go”, “Feeling Mean” e “Outsider” si muovono poi alternando rock e radici in un finale che mantiene le promesse e fissa coordinate decisamente ottime in un lavoro godibile e ricco di spunti.
Remo Ricaldone

09:58

Mike Aiken - Wayward Troubadour

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Personaggio imprevedibile, caparbio e anche un po’ ribelle, Mike Aiken torna ad incidere dopo cinque anni dal precedente “Captains & Cowboys” prodotto dall’ex Georgia Satellites Dan Baird che gli valse anche una nomination ai Grammy Awards. “Wayward Troubadour” ha avuto una gestazione lunga e difficoltosa che ha portato Mike Aiken ad iniziare le sessions a fine 2016 e a portarle avanti, attraverso più di uno studio di registrazione, per parecchi mesi, ma ora che è tra le nostre mani lo possiamo considerare come prodotto più che riuscito e frutto della grande musicalità e della intatta passione del musicista nativo dello Stato di New York ma che ha viaggiato in lungo ed in largo per tutti gli States e oltre. “Everything Changed” è titolo sintomatico della voglia di ricominciare e della passione sempre presente in ogni brano che lo compone, partendo proprio dalla canzone che dà il titolo al disco, un superbo western swing scritto a quattro mani con Paul Jefferson. “Nashville Skyline” è il suo sguardo su Music City, la sua personale visione della country music, accorata e brillante, “Two Lane Highway” è firmata con Henry Paul, ex Outlaws e a capo della band che portava il suo nome, una eccellente country song dalle tonalità soffici e delicate che rimanda agli anni d’oro del suono sudista, “Travelin’ Bone” è un altro ‘pezzo da novanta’ dell’album, splendido. Mike Aiken è accompagnato da una serie di nomi illustri che danno il giusto tocco a queste canzoni, dalle chitarre di Kenny Vaughn (Fabulous Superlatives di Marty Stuart) all’esperto sideman di Nashville David Roe al basso, dal citato Henry Paul al mandolino alle tastiere di Michael Webb, nomi che rendono più preziose queste canzoni, a partire dalle ottime “Real Mean Dog”, ancora un notevole esempio di come fare country music, “Hard Working, Working Girl” ancora con la collaborazione di Paul Jefferson in un momento più riflessivo e coinvolgente nel suo incedere, l’oscura e misteriosa “Dead Man Walks Before He Runs” (della coppia Mark Collie/Shawn Camp) e la nostalgica “Chesapeake” in un ‘filo rosso’ che le lega assieme e fa di questo album un prodotto caldamente raccomandato.
Remo Ricaldone

17:27

Red Shahan - Culberson County

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Texano fino al midollo, Red Shahan proviene dalla piccola Bluff Dale, si è fatto le ossa nel circuito musicale di Lubbock prima di trasferirsi in quel di Fort Worth per completare una maturazione che, dopo l’esordio intitolato “Me And Coyotes” (estate del 2015), ha visto in questo “Culberson County” il disco ideale a cui avvicinarsi per apprezzare uno dei più interessanti ‘nuovi volti’ del Lone Star State. La produzione è affidata ad Elijah Ford e si rivela subito vincente, con le canzoni solide ed orgogliosamente piantate nel suolo texano di Red Shahan che seguono un ideale filo rosso fatto di emozioni e ottime vibrazioni. Con la sezione ritmica formata da Matthew ‘Paw Paw’ Smith (già con Ryan Bingham) alla batteria e da Parker Morrow (vecchio pard di Mr. Shahan nei giorni di Lubbock) al basso a supportare il suono e le due chitarre, quella del leader alla ritmica e di Daniel Sproul alla solista, le canzoni di questo “Culberson County” si elevano a magnifici quadretti di provincia, spesso elettrici e taglienti, sempre pregni di cuore e di pathos.Ad impreziosire le sessions ci sono due amici come Charlie Shafter e Bonni Bishop, a loro volta eccellenti musicisti che prestano le loro voci per armonie impeccabili. “Waterbill” apre le danze con chitarre quasi ‘swampy’ e un retrogusto che ricorda certe cose dei Creedence, la seguente “Enemy” tiene la spina attaccata e i ritmi si mantengono coinvolgenti tra rock e radici mentre tra le perle dell’album a mio parere ci sono la title-track, sontuosa ballata aperta da un arpeggio di acustica e un andamento che conquista subito, l’intensa country ballad “How They Lie” con inflessioni western, “Someone Someday” dal sapore ‘red dirt’, l’evocativa “Memphis”, cuore ed anima in ogni nota e l’elettrica e possente ballata “Try”, decisamente southern nell’approccio. Red Shahan si pone agli appassionati come nome di rilievo della scena texana, non solo come promessa ma come musicista completo e con le radici giuste. “Culberson County” regalerà certamente grandi soddisfazioni a chi gli darà fiducia.
Remo Ricaldone

17:24

Gerry Spehar - Anger Management

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Oltre ad essere un disco stimolante ed estremamente piacevole che passa con naturalezza dalla country music al bluegrass, dalla canzone d’autore al rock, questo secondo lavoro solista di Gerry Spehar, musicista del Colorado tornato alla musica dopo una lunghissima pausa dedicata alla famiglia ed al suo ‘day job’, è uno sguardo disincantato, cinico, appassionato ed anche un po’ arrabbiato all’America di oggi, ai suoi contrasti, alle sue pulsioni reazionarie ed oscurantiste. “Anger Management” apre con le fascinazioni bluegrass di una “Thank You Donald” che non è difficile accostare al ‘contrastato’ e ‘divisivo’ presidente americano, ricca di ironia e di lucida analisi, mentre “Son Of An Immigrant” fa rivivere la canzone d’autore coniugandola con impegno sociale e poesia e “A Soldier’s Spiritual”, country waltz delizioso, è un’amara constatazione di quanto i veterani di guerra debbano sopportare una volta tornati in patria, tra fantasmi del passato e rischi sempre presenti di dipendenze per esorcizzarlo. Già queste tre canzoni rappresentano un po’ il cuore di queste sessions, tre momenti significativi della caratura del personaggio, ma non mancano ulteriori brani che toccano aspetti di grande attualità come “Pearl Harbor” e le sue pulsioni pacifiste, “Bitch Heaven” che narra invece di un fatto che ora ha quasi dell’incredibile, l’incontro tra Woody Guthrie ed il padre di Donald Trump, con inflessioni molto ‘Texas country’, la notevole “Except For The Bomb” dal titolo più che esplicativo, “Freedom To Grab” con chiari riferimenti al dopo-Weinstein e al ‘machismo’ di questo periodo in America e “Barrier Reef” impregnata di sensazioni ‘mexican’, un messaggio di sofferenza e di speranza sull’immigrazione. Ad accompagnare questo viaggio c’è prima di tutto, anche in fase di produzione, Paul Lacques e i suoi I See Hawks In L.A., ottima band roots-rock californiana, e poi gli strepitosi fiddler Brantley Kearns e Gabe Witcher, il banjo di John David e Rick Shea, tra i migliori country singers della west coast. Disco raccomandato per impegno e genuinità.
Remo Ricaldone

17:21

Lucky Bones - Matchstick Men

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dietro allo pseudonimo Lucky Bones c’è il nome di Eamonn O’Connor musicista irlandese di Dublino che ha trovato ispirazione in certa musica americana delle radici (tra tutti le ballate agrodolci di Ryan Adams) non dimenticando il prezioso e forte retaggio sonoro dell’isola di smeraldo e pagando tributo ai Waterboys di Mike Scott da una parte e alle sensazioni descrittive di un Mark Knopfler dall’altra. I suoi primi passi discografici nel 2009 lo hanno portato spesso a visitare il Texas e anche questo “Matchstick Men”, pur inciso in Irlanda non disdegna atmosfere americane in un suono complessivo comunque molto personale e non facilmente etichettabile. La qualità delle canzoni è sempre molto buona, gli arrangiamenti curati cesellando strumenti acustici ed elettrici con intelligenza, le interpretazioni accorate e passionali. Lo sguardo è comunque a mio parere verso l’ex Whiskeytown con cui Eamonn O’Connor condivide l’amore per quelle ballate sospese tra elettricità e sogno, tra rock e radici in un lavoro che non ha forse brani che spiccano particolarmente ma la cui forza sta nel presentare un ‘plot’ decisamente intrigante per coesione ed organicità. Da “I Can Feel It Coming” con echi quasi ‘pettyani’ alla title-track presentata logicamente in cima alla scaletta, da “Gone” alla scarna e accorata “Home To You”, il disco scorre con grande naturalezza e acquista ogni volta in particolari che lo rendono ancora più godibile. Lucky Bones merita di essere conosciuto per i suoi quadretti di vita spesso amari ma con, dietro l’angolo, speranza e grande anima.
Remo Ricaldone

17:19

Beth Wimmer - Bookmark

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Cresciuta nella east coast e poi emigrata dall’altra parte degli States dove ha trovato spazio nella scena roots californiana, Beth Wimmer è un’autrice capace di interpretare ruoli diversi tra folk, americana e slanci rock con identica bravura e talento. Quattro dischi all’attivo di cui “Bookmark” rappresenta, dopo alcuni anni, la ripresa di un discorso fatto di passione e grinta con una instancabile attività live che l’ha portata spesso in Europa a suonare e a farsi apprezzare per uno stile cristallino ed orgoglioso. “Bookmark” vede Beth Wimmer supportata dai Mojo Monkeys, band dell’area di Los Angeles di cui ci siamo occupati in passato per grande verve e classici suoni country-rock, con sugli scudi Billy Watts che co-produce queste canzoni, Taras Prodaniuk e David Raven. Limpide armonie, performance sempre equilibrate e poetiche, arrangiamenti essenziali e per questo efficaci e diretti, le qualità di questo album sono tutte nella sostanza di un lavoro che ci regala momenti di grande rilievo come la title-track “Bookmark”, “Louisiana”, i colori ed i profumi di “Mexico” con splendidi intrecci chitarristici, “Pretty Good” deliziosa con le sue reminiscenze ‘seventies’ ed un sapore tipicamente californiano, “Simplicity Of A Man” tra Jayhawks e Wilco, la suggestiva ballata acustica “We Can Do This” che chiude come meglio non si poteva questa raccolta. Disco che nella sua semplicità ci mostra il volto più pulito della canzone d’autore al femminile.
Remo Ricaldone

17:18

James Scott Bullard - Full Tilt Boogie

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nativo del South Carolina, James Scott Bullard incarna il classico artista in bilico tra rock’n’roll e country music, i due suoni che fin dalla più tenera età hanno scandito le sue giornate. Ha al suo attivo già diversi dischi (almeno nove) e ha un seguito culto nel suo Stato e ora anche nel resto del sud ed del midwest grazie ad una capillare copertura live che lo ha fatto conoscere ed apprezzare per stile e autenticità. “Full Tilt Boogie” è l’occasione tra le più ghiotte per fare la sua conoscenza ed è probabilmente il suo lavoro più maturo e completo, prodotto dalla coppia Missy Davis Jones e Ken ‘Dakota’ Jones ed inciso praticamente a casa negli studi Southern Harmony di Florence, SC. Coadiuvato da una band rocciosa formata dalla sezione ritmica nelle mani di Kevin Singleton (basso) e Mike Knight (batteria), dalle tastiere di Justin Banks e dalle chitarre di Jeff Springs, con le armonie vocali di Rebecca Morning e Jordan Adams, Mr. Bullard ha assemblato un disco veramente trascinante, subito introdotto da una melodia che avrebbe fatto felice Ronnie Van Zandt, una ballata elettrica, cadenzata, convincente e classicamente sudista. “Wicked Ways” ha chitarre taglienti, tastiere pregne di blues e soul, il fascino del ‘southern rock’ spruzzato di country music, “All To Pieces” mostra quanto sia convincente il talento compositivo di James Scott Bullard con un’altra canzone che lascia il segno (e qui Cody Canada ne potrebbe farne una bella cover), mentre “The Next Tear” lo avvicina alle melodie dei suoi conterranei Marshall Tucker Band. “Full Tilt Boogie” prosegue unendo Waylon e gli Skynyrd, country, blues e rock in un contesto pieno di riferimenti e di citazioni, dando sempre l’impressione di freschezza e brillantezza. Da “Warpath” a “Jesus, Jail, Or Texas”, da “Leavin’ On My Mind” alla conclusiva “Back To You” con i suoi limpidi duetti chitarristici che rimandano alla Allman Brothers Band del periodo “Eat A Peach”, tutto concorre a formare un insieme da consigliare caldamente. Una (per noi) bella scoperta.
Remo Ricaldone

17:15

Cold Tone Harvest - After All

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Cold Tone Harvest sono un quartetto al debutto ma con un lavoro che denota grande maturità e fascino, sulla falsariga di band come American Aquarium, i canadesi Deep Dark Woods e certa Red Dirt/Texas Music. Quattro musicisti che provengono dal Michigan sudorientale e che amano unire tradizioni country a suggestioni rock con una scrittura profonda ed evocativa e un delizioso sound che vede strumenti acustici ed elettrici mischiarsi con estrema naturalezza. Tutto è nato dall’idea del cantante ed autore Andrew Sigworth che con l’amico batterista (e anche banjoista) Brian Williams ha pensato ad una propria via musicale che potesse esprimere il proprio modo di essere raccontando di scenari comuni alla profonda provincia americana e con l’aggiunta del bassista Ozzie Andrews e poi del chitarrista (ottimo anche a lap steel e dobro) Anthony Pace la line-up si è completata dando vita ad un combo decisamente valido. “After All” è quindi il loro punto di partenza, aggiungendo il gusto per ballate pregnanti e ‘cinematografiche’ a ritmi più contemporanei legati alla più interessante scena alt-country. La capacità vocale nell’esprimere tutto se stesso di Andrew Sigworth è certamente uno degli aspetti migliori, ma alla fine sono gli arrangiamenti a rendere giustizia ad un gruppo promettente e già in grado di porsi come bella e fresca realtà nell’ambito ‘americana’. Il songwriting di Mr. Sigworth è pregevole e a domostrarlo ci sono “Frozen Ground”, “Change”, “Random Stance”, “Daniel” con le sue sfumature ‘grassy’ a renderla più trascinante, “Stealing Roots”, “Electric Modes” e “Hold On” forte ed orgogliosa come certi brani della Band, canzoni dalla limpida dinamica e dal buon gusto melodico, mentre Anthony Pace firma una scorrevole country song come “Adeline” e, unica cover ad omaggiare un’altra ispirazione, “Out On The Weekend” di Neil Young risulta piacevolissima e azzeccata. “After All” è uno di quei classici dischi che crescono esponenzialmente ascolto dopo ascolto, dischi che rimangono poi nel cuore per lungo tempo.
Remo Ricaldone


17:11

Ed Romanoff - The Orphan King

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Ha cominciato a fare musica ‘seriamente’ tardi, circa sui quarantanni, ma, nonostante ritmi lenti e meditati e una produzione ancora decisamente parca, Ed Romanoff rappresenta al meglio la grande tradizione della canzone d’autore americana. Il suo debutto nel 2012 con un album prodotto da Crit Harmon (già alle spalle di Lori McKenna e Martin Sexton tra gli altri) era una bella sorpresa e ci presentava una artista già maturo e pronto per spiccare il volo e il supporto di gente come Steve Earle e James McMurtry, le frequentazioni giuste e l’amore per Guy Clark, John Prine, Kris Kristofferson ma anche per la poetica di Leonard Cohen ne ha fissato le coordinate di una carriera che ora si arricchisce di un secondo eccellente capitolo intitolato “The Orphan King”. In questo disco cambia la produzione (ora nelle mani di Simone Felice che con il fratello James contribuisce anche a livello strumentale) ma non la sensibilità e la profondità espressiva di Ed Romanoff che ci presenta una nuova serie di canzoni che toccano cuore ed anima grazie ad un grande coinvolgimento emotivo e a continue, suggestive citazioni. Inevitabili tratti autobiografici ma anche la capacità dei grandi scrittori di creare storie e personaggi, infondere loro passione e credibilità, sono alla base di queste tredici canzoni a cui partecipano la grande amica Rachel Yamagata, Kenneth Pettengale (la metà dei Milk Carton Kids), Cindy Cashdollar (le cui grandi doti hanno arricchito i repertori di Bob Dylan e Dave Alvin solo per fare due nomi) e sopra tutti per quantità e qualità l’immenso Larry Campbell, uno capace di stupire per gusto e tecnica a qualsiasi strumento a corda, qui a chitarre elettriche ed acustiche, basso, steel guitar, fiddle, mandolino, harmonium. Quella di Ed Romanoff è una musica le cui radici vanno dal patrimonio folk a quello country, da inflessioni irlandesi alla lirica che ha contraddistinto per esempio Leonard Cohen, musicista che secondo me ha lasciato tracce importanti nelle sonorità del cantautore residente nello Stato di New York. “Eelephant Man”, la title-track “The Orphan King”, “Leavin’ With Somebody Else” tanto delicata quanto incisiva, il fascino appalachiano vicino alla sensibilità di John Prine di “Less Broken Now”, l’ombra del ‘vate’ di Montreal in “The Ballad Of Willie Sutton” e “Miss Worby’s Ghost”, “The Night Is A Woman” tra i capolavori del disco, la scarna, essenziale e potente “Coronation Blues” lasciata intelligentemente in coda per far si che l’ascoltatore abbia la voglia di rimettere subito dall’inizio l’album, ecco questa è la ‘spina dorsale’ di un disco che dimostra quanti siano i ‘best kept secrets’ che girano, con profili bassi, nel sottobosco indipendente americano.
Remo Ricaldone

18:41

Wade Bowen - Solid Ground

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Titolo quantomai significativo quello scelto per il nuovo disco di Wade Bowen, da considerare uno dei pilastri di quel suono tra rock e country music che ha trovato terreno fertilissimo in Texas ed Oklahoma. “Solid Ground” in effetti appare come il lavoro più solido e fiero del musicista che mosse i primi passi a capo dei West 84. Molta acqua è passata sotto i ponti da quei giorni, Wade ha maturato un suo stile riconoscibile e personale, linee melodiche che negli anni hanno scritto pagine rilevanti non solo in terra texana. L’infaticabile attività live comune un po’ a tutti gli artisti di quelle zone, la collaborazione con altri talenti che ne ha forgiato stile ed umori (una tra tutte quella con Randy Rogers), l’immensa passione profusa nella sua ricerca musicale sono state la cause principali nel farlo diventare uno dei grandi nel suo ambito. Tornando al disco, “Solid Ground” pone un’altra pietra miliare in un percorso lungi dall’essersi ‘rallentato’ o men che meno esaurito e la sua visione di country music, i suoi corposi inserti rock, le sue inevitabili fragranze ‘mexican’, unite con sagacia e brillantezza, ne fanno un prodotto godibile dalla prima all’ultima nota. Prodotto da Keith Gattis (grande è il suo supporto a chitarre acustiche ed elettriche, dobro, mandolino, banjo e steel), “Solid Ground” si apre con una ballata midtempo di grandissimo spessore, “Couldn’t Make You Love Me”, che subito conquista per interpretazione e arrangiamento impeccabili, mentre la seguente “Day Of The Dead” è firmata da Keith Gattis, il cui apporto anche in fase compositiva è basilare, e ci porta direttamente ‘south of the border’ in uno splendido viaggio sonoro con tanto di fiati mariachi. “So Long 6th Street” vede la presenza vocale di Jack Ingram e Miranda Lambert ed è una ballata elettrica dall’andamento tipicamente ‘boweniano’, nulla di particolarmente nuovo ma un’altra solida canzone ancora firmata a quattro mani da Bowen e Gattis, “Broken Glass” è intima e incantevole, “Death, Dyin’ & Deviled Eggs” (scritta e con la presenza di Jon Randall) è uno dei momenti più ispirati, acustica e country, una melodia che ricorderemo a lungo. “7:30” prosegue l’album su ritmi medio-lenti ma molto, molto ispirati e ci riserva ancora emozioni e suggestioni, “Acuna” mostra una volta di più la maestria di Wade Bowen nel confezionare questo genere di atmosfere, elettro-acustiche, tra country music e ‘rock ballads’, insomma un marchio di fabbrica del nostro. Il poker finale di canzoni si apre con una ottima “Compass Rose” con il banjo di Keith Gattis ad insinuarsi in una melodia tra le più fresche e brillanti del disco, per poi proseguire con “Anchor”, introversa e sofferta, così come le conclusive “Fell In Love On Whiskey” e “Calling All Demons”, splendidamente tra country e blues la prima, sudata e dal ‘southern feel’, notturna ed evocativa la seconda, da ricordare per forza espressiva e pathos. “Solid Ground” rappresenta uno dei punti più alti della discografia di Wade Bowen.
Remo Ricaldone

18:38

Sean Burns - Music For Taverns, Bars And Honky Tonks

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Mai titolo fu più indicato per indicare passioni, inclinazioni e smisurato amore per quei suoni che sono ricollegabili a quelli ascoltati nei locali citati. E dalle parti di Sean Burns, canadese del Manitoba al quarto disco, sicuramente l’ombra e lo spirito dei vari Merle Haggard, Buck Owens, Johnny Cash ma anche Bruce Springsteen, John Prine ed Elvis Presley è vivo e vibrante come nelle canzoni che compongono questo “Music For Taverns, Bars And Honky Tonks”. Un album questo che ci porta in territori genuinamente country con alcune puntate nel più classico e nobile rock americano in un’alternanza intelligente di momenti travolgenti e di pause struggenti e suggestive. Inciso nelle sue parti ‘base’ in Canada ma mixato in quel di Nashville con i contributi di Chris Scruggs alla steel e Harry Stinson alle armonie vocali, questa ottima selezione si avvale della mano sicura di Sean Burns (sue le parti vocali soliste, la chitarra acustica e l’armonica) supportato dalla batteria di Joanna Miller, dal basso di Bernie Thiessen e dalle chitarre di Grant Siemens che formano la sua attuale band di accompagnamento, i Lost Country. “Have You Seen That Train” introduce splendidamente questo lavoro con una classica  ‘train song’ dalla performance solida e sicura, mentre citando i momenti uptempo “Big Freightliner” è eccellente e personalmente mi ricorda i migliori Derailers con un perfetto ‘Texas feeling’, “Don’t Let Highway Get You Lost” mischia rock e radici alla maniera del primo Steve Earle o dei Long Ryders, “Lonesome Again” è scintillante country music a metà strada tra Bakersfield ed il Lone Star State, “Sturdy Woman” aggiunge un pizzico di blues ad un rock di qualità dimostrando la versatilità di Sean Burns, “Don’t Play With Fire” è inequivocabilmente legata all’Elvis degli anni sessanta (ma anche a certe cose dei Mavericks di Raul Malo) e a sonorità un po’ ‘latin’, gustosa e divertente, “One More Kick At The Can” porta ancora in primo piano il rock (e anche il blues grazie alla bella armonica di Sean Burns) e la canzone scorre benissimo con una grande dose di grinta e trasporto, “Harold’s Super Service” aggiunge alla country music un pizzico di bluegrass e si pone come uno dei momenti più godibili. Le ballate, non moltissime per la verità, sono sempre misurate e mai zuccherose, a partire dalla sontuosa “I Wish Things Were Different” che mi ricorda il mai troppo compianto Roy Orbison e chiude in maniera perfetta il disco, con “Farewell Parties” incantevole e struggente e “My Old Self” salda country song, a mostrare quanto l’artista canadese meriti tutta l’attenzioni degli appassionati.
Remo Ricaldone

18:34

Charley Crockett - Lonesome As A Shadow

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Una vita vagabonda quella che ha caratterizzato il percorso umano e musicale di Charley Crockett, texano di San Benito (dove nacque anche la leggenda ‘tejana’ Freddy Fender), cresciuto da una madre single e ben presto attratto dalla vita nomade che lo ha portato in tutti gli angoli d’America, dalle strade di New Orleans alla metropolitana di New York, dal Lone Star State al sole californiano, proponendo un incredibile mix di country music, soul, blues e folk e traendo ispirazione da Van Morrison, Sam Cooke, Charley Pride, Hank Williams e Ted Hawkins. Il ritorno a casa in Texas ha coinciso con l’inizio della sua carriera discografica con il debutto nel 2015 di “A Stolen Jewel”, un secondo album (“In The Night”, 2016) che gli ha aperto molte porte e il riconoscimento per l’intelligente unione di suoni ‘bianchi’ e ‘neri’, un’attività live finalmente regolare e apprezzata da un sempre maggior pubblico (e dividendo il palco sia con musicisti blues che con artisti country) e ora questo “Lonesome As A Shadow” a suggellare un suono sempre in bilico tra honky-tonk, delta blues, gospel e profumi sudisti. “I Wanna Cry” che apre il disco, “Lil’ Girl’s Name”, la significativa “Goin’ Back To Texas” e  “Help Me Georgia” possono essere considerati i momenti più intensi ed intriganti di una raccolta di brani che denota passione e stuzzicante gusto ‘old fashioned’, consegnandoci un personaggio tra i più originali degli ultimi tempi. E, per la cronaca, questa primavera sarà spesso sul palco con i nostri beniamini Turnpike Troubadours. Un ulteriore punto a suo favore.
Remo Ricaldone

18:30

Jeb Barry And The Pawn Shop Saints - Texas, etc.

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Jeb Barry attualmente risiede nel New England ma il periodo trascorso nel Lone Star State ha lasciato in lui profonde influenze e, dopo l’ottimo “Milltown” del 2016, si ripropone con una nuova band, i Pawn Shop Saints, firmando un doppio cd ricco di ottime vibrazioni. “Texas, etc.” ha un suono prettamente acustico ma corposo, solido e pregnante, dove dobro e chitarre formano una perfetta base sulla quale si snodano melodie notevoli, vera arma vincente. Doppio disco per rimarcare differenti stati d’animo, spesso con il denominatore comune ispirato al Texas, il primo ‘lato’ con la band più coinvolta in un insieme compatto e sostanzioso, il secondo più rarefatto e poetico, rispettivamente intitolati “The Sainted” e “The Saintless”. “Galveston ‘92” e “Gravel Roads And Whiskey Bars” sul primo disco, “I Can’t Live In Houston Anymore” e “El Paso Sucks” sul secondo sono subito riconducibili ad una terra dove Jeb Barry ha lasciato il cuore e dove, idealmente, cita alcuni dei suoi ‘numi tutelari’ come Guy Clark, Townes Van Zandt ma anche Steve Earle e tutta la canzone d’autore ispirata alle radici country-folk. “Trouble Down In Tennessee” apre con grinta e ritmo una selezione veramente bilanciata con sagacia mentre “Miss Mississippi” conquista per il suo pregevolissimo ‘alt-country’, sofferto e accorato. Sul primo disco si possono ancora sottolineare una ottima “If This Heart Had Walls”, la scorrevole country music declinata alla texana di “Home”, “Chainsmoker” interpretata con energia e gusto agrodolce e “Keep The Devil Away” che rimanda un po’ ai Byrds più country, con il bel banjo dello stesso Jeb Barry in primo piano. Nella seconda parte invece, più cantautorale, spiccano “A Little Mercy”, lucida melodia cantata con grande coinvolgimento, il duetto con Heather Austin in “Seemed Like A Good Idea At The Time”, “Southern Oak” scarna ma tremendamente efficace nel tratteggiare ornamenti folkie e la conclusiva splendida “Refugees” (no, non quella di Tom Petty), ma tutta questa parte propone melodie di rilievo e una grande compattezza d’insieme. Un lavoro questo che pone in primissimo piano un musicista che ha trovato con questa sua nuova band le misure giuste e la maturità necessaria per imporsi come uno dei più interessanti nomi del panorama ‘americana’ di questi anni.
Remo Ricaldone

18:26

Mojo Monkeys - Swerve On

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Tre veterani di mille sessions, tre musicisti che si divertono a mischiare Texas Swing, l’Honky Tonk di Bakersfield e i ritmi di New Orleans con intatta passione e lucida visione sonora: questi sono i Mojo Monkeys, sigla dietro la quale si ‘celano’ il bassista Taras Prodaniuk (chi se lo ricorda nella band di Dwight Yoakam?), il batterista David Raven e il chitarrista Billy Watts. “Swerve On” è il loro perfetto biglietto da visita, un disco suonato con grande professionalità che non lascia da parte coinvolgimento e voglia di stupire da parte di tre talentuosi artisti che suonano ad occhi chiusi e si ritrovano in ogni nota di questo loro lavoro. “Tuscaloosa Maybe” apre con un irresistibile swing di marca texana, con la pedal steel di Marty Rifkin che nobilita anche la seguente “Two Shots”, deliziosamente jazzata e con il contributo delle tastiere di Phil Parlapiano, altro ‘grande vecchio’ nella scena di Los Angeles dove i Mojo Monkeys bazzicano da tempo e dove ciclicamente si ritrovano (questo è il loro terzo disco dal 1999). “About To Get Gone” è giusto tra country music e rock’n’roll un po’ come i Derailers ai quali può essere accostata, trascinante e con limpide e scintillanti chitarre elettriche, “Beat Bus Driver” ha i ritmi ‘spezzati’ della miglior tradizione di New Orleans e rimanda agli indimenticati Little Feat di Lowell George e, rimanendo in questi territori, splendida è la cover di “Ride Your Pony” firmata da Allen Toussaint e portata al successo da Lee Dorsey. La title–track abbraccia la country music con una ballata che profuma di sud, aperta nella melodia e coinvolgente nell’interpretazione,  “Little Javelina” aggiunge toni speziati come faceva il compianto Doug Sahm e ne ripercorre le tracce con vigore e genuinità, “All The Wrong Things”, “Argyle & Selma” e “Song For The Muse” mostrano ancora grande intelligenza nel mischiare le carte producendo un ‘melting pot’ gustoso e piccante. Un disco questo dalle tante risorse e dalle mille influenze.
Remo Ricaldone

18:23

Jenny Van West - Happiness To Burn

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Una delle migliori voci della scena di Portland, Maine, Jenny Van West si è in questi ultimi anni fatta notare per una scrittura efficace e per un approccio fresco e vibrante alle radici tra country e folk, debuttando nel 2015 con un disco intitolato “Something Real”, bissato da un ep pubblicato un anno dopo. Questo “Happiness To Burn” l’ha portata a Los Angeles dove sotto la produzione di Shane Alexander, apprezzato autore e cantante, mantiene alta la qualità complessiva in un lavoro suonato con gusto e passione, intrattenendo con classe e mostrando una costante crescita compositiva. Molto curato è l’aspetto strumentale, con il coinvolgimento di ottimi nomi come Jesse Siebenberg alla pedal steel (già con Lukas Nelson & Promise Of The Real), l’eccellente Ted Russell Kamp al basso (con la band di Shooter Jennings e protagonista di una carriera solista di rilievo) e il tastierista Carl Byron (in passato con la band di Jackson Browne) tra gli altri. La title track apre con sonorità swing e un’atmosfera decisamente deliziosa mentre “Never Alone” è una country ballad di grande qualità, “45” si pone gustosamente tra country music e rock’n’roll, “Where I Stand” è invece uno degli ‘highlights’ del disco, una ballata adulta e matura che giustifica i paragoni di certa critica che hanno avvicinato Jenny Van West a Aimee Mann e Bonnie Raitt. “Empty Bowl” è nuovamente ‘di livello’ a dimostrazione di quanto la cantante del Maine si trovi a proprio agio con queste ballate midtempo, “Twenty-Seven Dollars” ha un ‘train time’ contagioso e si pone come uno dei momenti più divertenti, con un eccellente ‘break’ di mandolino. Country music nella sua accezione più genuina e vivace. Il trittico finale ci regala una “Threshold” accorata ed intimista, scarna ma efficace, suonata in punta di dita, “Can’t Have You Now” accosta Jenny Van West alle grandi autrici californiane del passato e ci propone un’altra ottima performance vocale, mentre la conclusiva “Embers” è ballata in cui il piano è protagonista. “Happiness To Burn” è un disco di buon livello, occasione per conoscere un’autrice e cantante meritevole di attenzione.
Remo Ricaldone



Mike Harmeier e i suoi Moonpies arrivano al quinto disco in studio in eccellente stato di forma confermandosi splendida realtà della scena di Austin (loro suonano regolarmente al Broken Spoke, al Hole in the Wall e al White Horse Saloon) e tra le migliori band in terra texana. Il loro è un suono scintillante in cui la country music del Lone Star State assume, grazie alle magnifiche chitarre elettriche del leader e di Catlin Rutherford e alle tastiere di John Carbone, connotazioni ‘southern’ e a volte ricorda i migliori episodi dell’età d’oro del country-rock come il corposo sound dei Pure Prairie League e degli Outlaws (quelli di Hughie Thomasson, per interderci). Inciso negli studi Yellow Dog di Wimberley, Texas sotto la supervisione dell’esperto Adam Odor, “Steak Night At The Prairie Rose” è album brillante, con il grosso lavoro compositivo di Mike Harmeier che paga e risulta convincente in una sequenza notevole di honky tonk, country music di stampo tradizionale e anche di sensibilità ‘classic rock’, emozionando e risultando sempre coinvolgente. “Roadcrew” travolge subito l’ascoltatore con passione e ritmo, classe e talento, le chitarre elettriche che si incrociano e duettano alla grande, la sezione ritmica (Preston Rhone al basso e Kyle Ponder alla batteria) rocciosa e solida e le tastiere sempre dietro a fornire un tocco in più, “Might Be Wrong” è sciolta e tremendamente godibile con i suoi profumi sudisti e il break pianistico di John Carbone semplicemente trascinante. La title-track “Steak Night At The Prairie Rose” smorza un po’ i toni rimanendo efficace per melodia e per la suadente pedal steel nelle mani di Zachary Moulton, una ballata cadenzata di gran classe, “Gettin’ High At Home” unisce ancora nella maniera migliore country music e inflessioni ‘southern rock’ con la pedal steel protagonista e una grintosa performance vocale di Mike Harmeier mentre “The Last Time”, introdotta dal bel piano elettrico di John Carbone ha il fascino senza tempo dei ‘seventies’. La seconda parte dell’album si apre con la poetica di “Beaches Of Biloxi” a creare una splendida atmosfera, “Things Ain’t Like They Used To Be” ha il sapore gustoso di certo rock anni sessanta forse anche per l’uso del ‘wah wah’ e per l’approccio energico, “The Worst Thing” ha dalla sua la magica armonica di Mickey Raphael che nobilita una ballata sontuosa, mentre le conclusive “Wedding Band” e “We’re Gone” mantengono alto il livello complessivo grazie ad una country music sempre genuina e autenticamente texana, qualità che Mike e i suoi Moonpies hanno sempre presentato e di cui ora sono tra i più validi portabandiera.
Remo Ricaldone


Da più di una quindicina di anni intrattengono con classe, incrociando honky tonk e western swing, il pubblico di Chicago e del Midwest in generale e hanno inciso tre album mantenendo la barra dritta, senza compromessi di sorta e senza rinunciare ad un sound si nostalgico ma pregnante e godibilissimo. Dan Whitaker e la sua band di supporto, i Shinebenders con questo loro più recente sforzo discografico centrano ancora il bersaglio con una sequenza di country music coniugata di volta in volta con rock’n’roll, western swing e strumentali che riportano agli anni ‘ruggenti’ tra i cinquanta e i sessanta. Tutto il materiale è originale, composto dallo stesso Dan Whitaker con in mente e nel cuore la musica che veniva suonata in quegli anni, con lo spirito tradizionalista che qui risulta vincente. “Anything You Wanted To” è un album passionale e coeso, la naturalezza con cui si passa da una inflessione ad un’altra è frutto del grande talento con cui si omaggiano i grandi del passato, aiutati certamente da una grande bravura strumentale. Chitarre elettriche e pedal steel la fanno da padrone in queste canzoni, undici momenti che rimarcano quanto preziose siano le radici musicali di Mr. Whitaker e dei suoi pards. Dalle sonorità outlaws della canzone che da il titolo alla raccolta al ‘western sound’ di “Legend Of Kye LaFoone”, dalla eccellente “Thousand Miles Away” che mi ricorda i migliori anni di Commander Cody e dei suoi Lost Planet Airmen a una “Worth Your Time” dove si insinuano in un contesto leggermente più acustico inflessioni bluesy e sudiste, tutto concorre a rendere più ghiotta questa proposta, interpretata sempre con spirito divertito e divertente. Un disco nel suo complesso da consigliare a tutti coloro che amano l’anima più genuina della musica americana delle radici.
Remo Ricaldone

17:46

John Gorka - True In Time

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Quattro anni di silenzio discografico possono essere molti in tempi in cui si cercano sempre nuove produzioni e nuovi stimoli, ma quando personaggi come John Gorka tornano ad incidere è come ritrovare vecchi amici e le stesse grandi emozioni del passato. Il (quasi) sessantenne cantautore del New Jersey ora residente nel ‘profondo Nord’ statunitense riempie questo vuoto con un disco intenso dal titolo “True In Time”, significativo e assolutamente reale. La sincerità e la profondità poetica di John Gorka lo hanno fatto apprezzare da coloro che cercano nella canzone qualcosa di più della semplice e superficiale orecchiabilità ma apprezzano le mille sfumature insite in una voce calda come la sua e nelle storie autentiche che ci ha sempre presentato. Anche qui troviamo il talento di un puro storyteller, le tante ispirazioni che ne hanno forgiato la personalità tra folk, blues e country, le performance genuine e sincere. Il filo rosso che cuce le dodici canzoni del disco passa attraverso una  “Nazarene Guitar” dalla eccellente melodia e caratterizzata dalla pedal steel di Joe Savage, dalla ‘border ballad’ “Arroyo Seco” uno degli highlights di questo lavoro, dalle colorazioni blues di “Tattoed”, dalla cristallina purezza folk di “Mennonite Girl” con le armonie vocali di Jonatha Brooke, da “Crowded Heart” che ci regala una classica ballata del suo repertorio, da una “Red Eye & Roses” country-folk di classe, dagli struggenti ricordi dei grandi bluesmen del passato di “Blues With A Rising Sun” su un’accorata melodia folk e dalla scorrevole country music di “The Ballad Of Iris & Pearl” in cui vengono questa volta ricordati i grandi nomi del genere. “True In Time”, per chi ha già avuto modo di conoscere la musica di John Gorka, confermerà quanto di buono è stato fatto nel corso di una carriera lunga e irreprensibile, per gli altri un’occasione ghiotta per approcciare la musicalità di uno degli artisti più sensibili della musica d’autore americana.
Remo Ricaldone

17:43

Caleb Caudle - Crushed Coins

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Ci eravamo occupati della musica di Caleb Caudle, musicista del North Carolina dall’intrigante musicalità tra americana e canzone d’autore, in occasione del suo eccellente “Paint Another Layer In My Heart”, disco che lo aveva imposto come nome da tenere d’occhio per qualità e passione. Ora “Crushed Coins” lo ‘sdogana’ grazie ad un livello complessivo di grande poesia ed incisività, ricordando spesso i suoni che ci hanno fatto amare gente come Jason Isbell, il Bruce Springsteen più intimista e il Ryan Adams meno rock. Come per i precedenti due dischi Caleb stringe una proficua partneship con il produttore Jon Ashley che questa volta lo guida attraverso una serie di canzoni dal taglio più profondamente introspettivo, inoltrandosi spesso in territori dove country, folk, blues, pop e canzone d’autore si intrecciano naturalmente per creare emozioni ed impressioni che si fanno ricordare. Se “NYC In The Rain” ha il taglio del miglior Ryan Adams, quello ‘ammaliato’ dal fascino della Grande Mela, “Headlights” ci accarezza grazie ad una interpretazione intensa e ad una voce che rimane una delle caratteristiche migliori di Caleb Caudle. “Empty Hearts” è una ballata elettrica intensa che ancora una volta riporta alla mente l’ex leader dei Whiskeytown con un’altra melodia vincente, “Love That’s Wild”, introdotta dalla bella pedal steel di Brett Resnick è inevitabilmente più country, scorrevole e carica di pathos, “Stack Of Tomorrows” è cristallina e arrangiata con sagacia in cui le chitarre elettriche (nelle mani di Megan McCormick) e la pedal steel si fondono splendidamente. Da citare ancora “Madelyn”, cadenzata e pura con il fiddle a guidare la melodia, certamente tra i momenti più country dell’album, così come “Six Feet From The Flowers” dall’eccellente carica poetica e la più cantautorale “Until It’s Over”, perfetta per chiudere (quasi) in solitudine e in maniera accorata un lavoro da conoscere e godere nei vostri momenti di riflessione e relax.
Remo Ricaldone

11:29

The Lynnes - Heartbreak Song For The Radio

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Alla base di questa collaborazione tra due figure basilari della scena roots canadese ci sono profondo rispetto ed amicizia, visioni musicali affini e la voglia di mettersi in discussione con in testa e nel cuore l’amore per la canzone d’autore. Lynne Hanson e Lynn Miles hanno già incrociato i loro cammini ma è con “Heartbreak Song For The Radio” che le due personalità si amalgamano con risultati eccellenti grazie al sostegno reciproco in fase di composizione e poi in quella di produzione, con il supporto strumentale di una band solida e molto interessante. Le melodie scorrono fluide e godibili tra country e folk, il suono è bilanciato magistralmente tra strumenti acustici ed elettrici, senza che nessuno prevalga ma sempre con la sensazione di grande ispirazione. Da “Cold Front” a “Heavy Lifting” che aprono e chiudono l’album, il percorso è guidato da notevole coinvolgimento emotivo, da un affiatamento e da un affetto che traspaiono da ogni nota. La title-track “Heartbreak Song For The Radio” esprime con chiarezza le finalità del disco con quella affascinante aura malinconica che spesso traspare dalle canzoni ma che in alcuni momenti viene messa in disparte da canzoni più limpidamente ottimiste. E’ il caso di “Recipe For Disaster” (nonostante il titolo) con la sua melodia nitida e appassionante e della corposa “Halfway To Happy”, mentre da sottolineare l’intrigante bellezza di brani come l’oscura “Dark Waltz”, di “Cost So Much” e di “Blue Tattoo”. “Heartbreak Song For The Radio” rappresenta un bella parentesi comune nelle carriere discografiche di Lynne Hanson e Lynn Miles, carriere ‘centellinate’ con cura ed intelligenza, carriere che hanno ancora molto da esprimere e da regalare.
Remo Ricaldone

11:26

Hayward Williams - Pretenders

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Hayward Williams è un autore e cantante che proviene da Milwaukee, Wisconsin, cresciuto musicalmente con nella mente e nel cuore  suoni tra folk, country e rock mai disgiunti dal fascino per le liriche, sempre profonde, intense e personali. Voce calda, suoni elettro-acustici, melodie che pian piano entrano in circolo per rimanerci a lungo, dischi mai banali o risaputi: di sei album è composto il percorso discografico di Hayward Williams e questo “Pretenders” aggiunge ulteriori nuove storie/canzoni ad un songbook di grande pregio e rilievo. Produzione asciutta che esalta il tratto melodico dei brani, ognuno caratterizzato da uno stile compositivo fascinoso, oscuro e di notevole introspezione, degno dei migliori nomi del panorama roots a stelle e strisce, un incrocio tra Chris Knight e Leonard Cohen, Neil Young e Townes Van Zandt. “If You Ever Heard Her Name” condensa un po’ tutto questo con la chitarra elettrica (una Silvertone U-1 del 1950 che Hayward ha battezzato ‘Ferguson’) che graffia su una eccellente melodia roots. Uno dei momenti più alti di un lavoro che ne regala molti altri, dall’introduttiva “How You Been” a una “Easy Coward” interpretata con lo stesso spirito misterioso di un Eddie Vedder, da “Only Love” le cui inflessioni si fanno più elettriche e quasi sudiste a “Because Of You” in bilico tra country e folk. “In The Fire” è un’altra ballata preziosa, dall’andamento classico e con nel dna tutto il bagaglio tradizionale della canzone country, “Meet Me Halway” coinvolge ancora per una performance di rilievo, una voce che accarezza nel profondo come nel caso della title-track che chiude il cerchio con un’altra composizione di classe. “Pretenders”, canzone e album, è destinato a far luce su un nome da tenere d’occhio e da seguire, un artista dalle doti indiscusse. Hayward Williams.
Remo Ricaldone


11:22

John Lilly - State Songs

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John Lilly è da considerarsi un veterano della scena indipendente che abbraccia country music (quella tradizionale che guarda a Hank Williams Sr., Louvin Brothers e Jimmie Rodgers) e folk, un musicista che nel corso della sua pluridecennale carriera si è contraddistinto per una profonda autenticità e modestia oltre che per buone doti di performer. “State Songs”è il disco più recente dell’artista nato a Chicago ma attualmente residente a Charleston, West Virginia ed è anche il suo progetto più originale e brillante. Questo è un omaggio alle diverse anime d’America, ai suoni roots che la contraddistinguono, tra country music, swing, honky-tonk, folk e un pizzico di rock, pop e anche dixieland. Una ricetta che nelle sue mani risulta molto piacevole in un percorso sonoro sulle strade di dodici Stati (tante quante sono le canzoni del disco). Il comune denominatore e il filo conduttore è comunque il Texas, dove molti brani sono stati incisi e a cui si fa riferimento molto spesso. Gli studi Cherry Ridge che si trovano a Floresville, Texas sono i più usati, sotto l’egida di Tommy Detamore, storico pedal steel guitarist ed ingegnere del suono di grande esperienza, con la presenza di una band fissa nella quale spiccano i nomi di Floyd Domino al piano, di Bobby Flores al fiddle e di Russ Hicks alla pedal steel. Si inizia con “Maine For Me” e nonostante l’ispirazione sia nei riguardi dello Stato all’estremo nordest americano i profumi sono tipicamente texani con un delicato swing, subito bissato da un altro pregevole swing, questa volta dedicato al Lone Star State, “Nothing Short Of Texas” in cui pedal steel e fiddle la fanno da padroni. “My Dreams Of Oregon” ci porta nei territori di una country music tradizionale con una bella melodia, rilassata e coinvolgente, “M-i-s-s-i-s-s-i-p-p-i” ricorda certe cose di David Bromberg incrociando stili ed ispirazioni, country e jazz, musica ‘nera’ e ‘bianca’ in un insieme decisamente godibile, “New Arizona Waltz” è un eccellente country waltz con nel cuore il Texas, con le ‘pennate’ di Tommy Detamore alla steel a nobilitare la melodia e le armonie vocali di Brennen Leigh. “In Kentucky” è un altro momento in cui le sonorità ‘dixieland’ si insinuano grazie ad un arrangiamento di fiati (cornetta, tuba e tromba) divertentissimo, “Gotta Go To North Dakota” è invece un rock’n’roll veramente travolgente caratterizzato dalla splendida slide di Sonny Landreth, “Back In Ohio” stacca la spina e mostra l’aspetto più acustico e tradizionale della musicalità di John Lilly, tra old-time e folk, “Roaming Through Wyoming” ha inevitabilmente la bussola puntata ad Ovest con una cowboy song in cui Bobby Flores si supera al fiddle, così come inevitabilmente “Yvette, The Crawfish Queen” ha tutto il gusto della musica (e della cucina) della Louisiana con ospite Joel Savoy al fiddle. A completare il viaggio una acustica e nostalgica “Goodbye To Idaho” e “West Virginia Hills” che ‘riporta tutto a casa’ e mostra una volta ancora la bravura di John Lilly. Da conoscere.
Remo Ricaldone


11:15

Radoslav Lorkovic - The Po, The Mississippi

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Radoslav Lorkovic è uno dei più sensibili e bravi ‘sidemen’ d’oltreoceano, preziosa spalla per alcuni dei migliori nomi del cantautorato roots americano. Negli anni ha accompagnato personaggi come Greg Brown, Dave Moore, Jimmy LaFave ed innumerevoli altri, sia sul palco che in studio, fornendo la sua straordinaria abilità a pianoforte e fisarmonica e mostrando sempre quelle peculiarità che hanno caratterizzato grandi come David Lindley e Sonny Landreth, per citare due figure di ‘supporto’ tra le più importanti. Radoslav Lorkovic ha poi affinato buone doti compositive che in questo suo disco intitolato “The Po, The Mississippi” si intrecciano con intelligenti cover e il mai dimenticato retaggio culturale balcanico con cui è entrato in contatto fin da piccolo. Nel viaggio alla ricerca del suo personale ‘sogno americano’, il polistrumentista di origini croate ha più volte fatto tappa nel nostro Paese, fortemente richiesto all’inizio da un grande appassionato ed illuminato promoter come il compianto Carlo Carlini. Il profondo affetto nei confronti dell’Italia ha lasciato chiare tracce nell’anima e nel cuore di Rad che ha sempre speso parole più che positive ed è spesso tornato a calcare i palchi nostrani, fino a dedicare, quasi come un ideale ponte musicale e culturale, il disco ai due fiumi più ricchi di ispirazione dei due Paesi, appunto il Po ed il Mississippi. Da queste sessions non emerge solo la bravura di Mr. Lorkovic ma soprattutto la sua caratura di uomo dal grande cuore, con evidenti riferimenti ai suoni che lo hanno fatto crescere e che lo hanno forgiato in maniera profonda. Qui la canzone d’autore è coniugata accostando folk e country, originali e cover in un continuo rimando di passato e presente, con la costante di un tasso poetico elevatissimo. Tra gli originali sono da sottolineare il cristallino tocco pianistico di “Blue Parade” che apre il disco con nostalgia e dolcezza, il fascino ‘di confine’ di “Mexican Cafe”, veramente emozionante, la corposa “Headin’ South”, appassionato viaggio alle radici del suono sudista tra Memphis e New Orleans e l’evocativa “Northwind”, asciutta e poetica nel suo incedere. Le cover riservano poi piacevoli sorprese, come la rilettura di “Tango Till They’re Sore” di Tom Waits (da uno dei suoi tanti capolavori, “Rain Dogs”), personale e godibilissima, una magnifica “Fishing” di Richard Shindell interpretata con il cuore, l’indimenticabile melodia di “Louisiana 1927” di Randy Newman, “I’m In The Dark With You” dell’amico fraterno Greg Brown con una intro di piano veramente eccellente e, in chiusura, l’omaggio a Jimmy LaFave con una “Cafe In The Rain” che congeda Rad nella maniera migliore con la classica ciliegina sulla torta. Disco e personaggio da conoscere.
Remo Ricaldone


09:17

Thom Chacon - Blood In The USA

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Blood In The USA” è un disco la cui genesi ha aspetti particolari: registrato praticamente in presa diretta nell’arco di una giornata, l’album è rimasto nel cassetto per circa un paio d’anni, dando la precedenza alla vita privata di Thom Chacon e ora ‘riemerge’ con tutta la sua forza espressiva e tutta la sua urgenza letteraria, divenuto fortemente attuale soprattutto dopo questi anni di politica negli States. Il musicista di Durango, Colorado torna quindi dopo lo splendido disco omonimo di qualche anno fa e l’esordio prodotto artigianalmente intitolato “Featherweight Fighter” che ne definiva stile e immagine di profondo ed intelligente storyteller. “Blood In The USA” è nuovamente prodotto da Perry Margouleff, amico di lunga data di Thom Chacon, con lo stesso approccio crudo ma al tempo stesso struggentemente poetico che chiedono queste storie di confine, queste storie di ricerca di libertà e di vita migliore. Tra Woody Guthrie e Bob Dylan, Townes Van Zandt e John Prine ma anche con lo spirito dello Springsteen più interiore ed intimista, Thom Chacon mostra attraverso queste sue nuove nove canzoni quanto potente sia il suo messaggio e quanto grande sia il suo coinvolgimento nei confronti dei protagonisti che si muovono all’interno di un paesaggio spesso depresso e duro, affascinante nella sua asprezza ma che non perdona chi sta dalla parte dei perdenti. “I Am An Immigrant” è inevitabilmente il manifesto e l’ideale apertura del disco, limpida e disperata storia narrata attraverso chi ha subito violenze e soprusi sulla strada verso un mondo migliore, mentre in “Union Town” emerge la crisi del lavoro dopo la chiusura delle miniere di carbone e nella title-track “Blood In The USA” il grido di denuncia nei confronti dei troppi casi di violenze nei confronti delle persone di colore. Questo trittico forma un po’ la spina dorsale di un album sempre impegnato, sempre estremamente vibrante nel presentare composizioni il cui compito è di mostrare i vari aspetti dell’animo umano, positivi o negativi che siano, dalla accorata poesia di “Easy Heart” all’amore narrato in “Something The Heart Can Only Know”, praticamente l’unica ‘love song’ del disco. “Empty Pockets” è un altro dei capolavori delll’album, un altro racconto di immigrati e dell’affrontare i cambi climatici che determinano la crisi del lavoro dei contadini, “A Bottle, Two Guitars And A Suitcase” una pregevolissima ‘road song’ narrata con il consueto, eccellente stile narrativo, “Work At Hand” una canzone che ha sempre come protagonisti i cosiddetti ‘blue collar’ e la commovente poesia insita nella conclusiva “Big As The Moon”, il cuore grande come la luna, come quello di Thom Chacon.

Remo Ricaldone

09:15

Zachary Richard - Gombo

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sin dall’inizio della sua carriera discografica a metà anni settanta, Zachary Richard ha sempre avuto l’istinto dell’ambasciatore della musica della Louisiana nel mondo, con la volontà spesso messa in atto di far conoscere i suoni ‘meticci’ della sua terra tra cajun, zydeco, country music, blues e soul ad un pubblico più ampio possibile, senza cedere a nessun compromesso. Dopo tutti questi anni e una serie notevolissima di dischi, il musicista di Scott, Louisiana è da considerare uno dei pilastri di uno stile orgoglioso e impegnato fortemente sia dal punto di vista sociale sia da quello ambientale, attento a rivestire le sue composizioni di un afflato poetico senza dimenticare il divertimento e la proverbiale ‘joie de vivre’ insita nella popolazione del suo Stato natale. “Gombo” è un lavoro lungo (quasi un’ora di musica senza il minimo sentore di stanchezza) ed articolato che conferma uno stato di grazia che lo ha portato negli anni scorsi ad incidere grandi dischi come lo splendido “Le Fou” e anche “Last Kiss”, forse leggermente inferiore ma sempre a livelli ottimi. Ben quindici canzoni che si dividono tra francese ed inglese, ambientate tra la Louisiana e il Canada e che mostrano un coinvolgimento emotivo sempre ai massimi livelli, nelle ballate e nei brani più trascinanti e divertenti con una produzione dove parte importante la rivestono gli strumenti acustici (spesso guidati dalla accordeon di Zachary  o dal violino di Francis Covan) ma con una corposa base percussiva a supportare i momenti più ritmati. Tra l’iniziale e travolgente “Zydeco Jump” e la conclusione affidata alla ‘bonus track’ intitolata “La Saskatchewan”, scorrevole ed ispirata ballata elettroacustica, ci sono tutte le infinite sfumature del suono di Zachary Richard, dalla commovente e straordinaria “La Ballade Du Irving Whale” alla ‘dark ballad’ “Jena Blues” con tutto il suo carico di atmosfere ‘swamp’ fino alla pura poesia cajun di “Catherine, Catherine”, all’intensità di “Manchac”, di “Au Bal Du Bataclan”, di “Dans Les Grands Chemins”. “Gombo” è comunque un lavoro che segue per tutta la sua durata un filo rosso che unisce passato e presente, Canada e Stati Uniti in un percorso che è un po’ quello della popolazione di lingua francese che dovette forzatamente emigrare per questioni politico-religiose con tutto il carico di sofferenza e di patimenti. Un disco la cui forza sta nella grande musicalità e carisma di Zachary Richard.
Remo Ricaldone

09:13

Emily Herring - Gliding

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Emily Herring è una delle più interessanti voci che affollano la splendida scena musicale di Austin, Texas, cantante ed autrice dalla forte connotazione country ma che non disdegna, come da tradizione, commistioni con swing, honky tonk e ‘gyspy jazz’. Al quarto album all’attivo Emily sfoggia tutto il suo talento attraverso dieci canzoni che sotto la produzione dell’esperto Steve Fishell brillano di luce propria e compongono un quadro variegato e godibilissimo. “Gliding” si avvale anche della presenza di alcuni sidemen che rappresentano la ‘crema’ della scena della capitale texana, dall’enorme chitarrista Redd Volkaert a Glenn Fukunaga, bassista in mille e mille sessions, dal batterista Dave Sanger allo stesso producer Steve Fishell prezioso a pedal steel e dobro. Ne esce quindi, inevitabilmente, un lavoro che nobilita una volta di più la country music made in Texas con una bella scelta tra cover ed originali in un’alternanza scelta con sagacia ed intelligenza. “Gliding”, la canzone che da il titolo all’album, apre con una melodia che conquista subito per freschezza ed intensità, cantata con passione da Emily Herring, “Midnight” porta la firma di Boudleaux Bryant e Chet Atkins e ci porta indietro nel tempo, tra Patsy Cline e Tammy Wynette, “Yellow Mailbox” colpisce ancora nel segno e ci culla con un’altra eccellente melodia. Nell’alternanza tra passato e presente si segnalano ancora la limpida melodia di “Best Thing I’ve Seen Yet” con Redd Volkaert che con grande naturalezza fa ‘i numeri’, la pura country music di “Right Behind Her” dedicata (come tutto il disco) alla madre scomparsa, la magistrale celebrazione delle radici musicali in “The Last Of The Houston Honky Tonk Heroes”, la cover di “All The Millers In Milwaukee” di Mary Cutrufello (con la stessa Mary a dividere le parti vocali) con ancora nel cuore la più classica country music. Il trittico finale conferma uno stato di forma solido e stabile con la swingante “Balmorhea” dal sapore gustosamente ‘old fashioned’ e un bravissimo Steve Fishell al dobro, la trascinante “Semi Truck” di Billy Farlow e Bill Kirchen già punto fisso del repertorio di Commander Cody e dei suoi Lost Planet Airmen e “Getting By” che pigramente conclude un disco che si gode dalla prima all’ultima nota e mostra tutte le qualità di un’artista da seguire. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

09:12

Mary Gauthier - Rifles And Rosary Beads

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Mary Gauthier è una delle autrici che meglio sanno raccontare i mille contrasti della società americana attraverso una scrittura sempre lucida e dal notevole afflato poetico, attenta a fissare nelle sue canzoni emozioni e peso narrativo. Solo personaggi come Rosanne Cash, Kate Campbell, Iris DeMent e Lucinda Williams, per restare in ambito femminile, hanno saputo farsi portavoce come la Gauthier di un’America sensibile alle tematiche di uguaglianza e di fratellanza, pilastri della Costituzione americana troppo spesso ignorati. “Rifles And Rosary Beads” segna una pagina importante nella carriera della musicista di New Orleans, Louisiana ed è un disco intenso e commovente nel cercare di metabolizzare i tanti traumi della guerra nel fisico e nella mente dei protagonisti. Le canzoni che formano l’album sono in gran parte legate dal doppio filo dell’esperienza dei veterani e dei loro parenti, scritte dalla Gauthier con loro condividendo sofferenza e speranza, amore e morte. Un disco poetico che si apre con la testimonianza di un sopravvissuto alla guerra che si porta a casa tutte le ferite (fisiche e psicologiche) che ancora lo rendono fragile e inerme, una “Soldiering On” lancinante e pregevole. “Got Your Six”, la splendida “The War After The War”, il fortissimo senso di colpa dei sopravvissuti per aver perso amici fraterni in “Still On The Ride” e ancora “Bullet Holes In The Sky”, “Brothers”, la title track in cui si intrecciano ‘Fucili e Grani di Rosario”, le dipendenze che caratterizzano e scandiscono la vita dei veterani in “Morphine 1-2”, “Iraq” e “Stronger Together” sono i capitoli di una storia drammatica che accomuna i reduci delle tante (troppe) guerre americane. Un messaggio universale che Mary Gauthier sa trasmettere con efficacia e grande, grandissima forza espressiva.

Remo Ricaldone

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