23:38

Michael Shaw - He Rode On

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Michael Shaw vive appieno l’atmosfera del West celebrandola come musicista ma anche come vero cowboy e ranger (ha lavorato in uno dei più scenografici e spettacolari parchi americani, il Glacier National Park), frequentando spesso gli incontri dedicati alla cultura western nella porzione settentrionale delle Montagne Rocciose. La sua passione per la musica, inevitabilmente quella country ma anche rock, lo vede ora debuttare con un eccellente lavoro intitolato “He Rode On” che in più di un episodio mi ha ricordato l’indimenticato Chris Ledoux con il quale vengono condivise radici ed approccio. Grazie al fattivo supporto del produttore canadese Grant Siemens, già con la band di Corb Lund, l’album regala dieci notevoli brani che oscillano tra rock e radici, tra chitarre taglienti e fiddle & steel in un percorso veramente apprezzabile che riesce a catturare l’essenza ed il feeling dei musicisti che hanno forgiato Michael Shaw come musicista, da Dwight Yoakam agli Stones. L’iniziale “Bad Honky Tonker” vuole essere proprio un tributo a queste due facce della musica di Michael Shaw, trascinando con la sua grinta e la sua freschezza mentre “Outlaw’s Refuge” è una sorta di resoconto del periodo vissuto nella riserva indiana della tribù dei Flathead in un altro momento da incorniciare e con il fiddle di Jeremy Penner sugli scudi. “Billy” è ‘hard core country’ della miglior specie e senza inventare nulla Michael Shaw riesce ad essere assolutamente credibile nelle storie che racconta mostrando notevoli doti melodiche, “Cowboy Boots And A Little Country Dress” vira verso un travolgente rock’n’roll con una sezione ritmica che si conferma in tutta la sua solidità e con il bravo Marc Arnold al piano e “Huckleberry Wine” smorza i toni con una sognante ballata, decisamente evocativa. “Shot Down” mostra il lato più ‘outlaw’ del nostro e ancora le chitarre sono taglienti e ben si intrecciano con la pedal steel, nelle sapienti mani di Robby Turner (già con la band di Waylon Jennings), con “Stick A Fork In It” che fa riprendere quota e ritmo con un altro bel ‘rocking country’, corposo al punto giusto. Il trittico finale vede “Like They Used To” con una limpida melodia country e ancora la pedal steel che brilla, “Light Of The Moon” con un andamento più ‘attendista’ che cresce molto grazie ad un feeling a metà strada tra rock e country e la lunga “He Rode On” che chiude fungendo da commiato di pregevolissima fattura. Un esordio che vale la pena conoscere.

Remo Ricaldone

23:36

The North Star Band - Then & Now

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Then & Now”, doppio disco ricco di suoni che negli anni settanta si sarebbero definiti ‘country-rock’ e che oggi andrebbero sotto l’etichetta di ‘roots-rock’ o ‘americana’, racconta la storia di un segreto molto ben custodito, un quintetto che tra il 1976 e il 1982 calcò i palchi dei migliori clubs americani proponendo un genere che purtroppo stava esaurendo la sua carica espressiva in tempi dove imperava la disco music e nasceva il punk. Al Johnson era il chitarrista ritmico, Jim Robeson era il bassista, Gannt Mann Kushner fungeva da solista alla chitarra, Jay Jessup deliziava con la sua pedal steel guitar e ogni tanto imbracciava mandolino, banjo e saltuariamente le chitarre, Paul Goldstein sedeva dietro ai tamburi e in quegli anni fecero la loro  apparizione tra le fila della North Star Band anche gente come Danny Gatton, Steuart Smith e Bruce Bouton, notevolissimi strumentisti che contribuirono a dare al gruppo lo status di ‘cult band’. Due dischi all’attivo più un terzo pronto ma mai pubblicato fu il ‘bottino’ della North Star Band e poi l’oblio e strade che si divisero portando in varie direzioni i musicisti coinvolti. Ben 40 anni dopo però una reunion poco più che casuale sul palco dello storico Birchmere di Alexandria in Virginia, alle porte di Washington, DC, la voglia di tornare a quegli anni è stata forte e il passo verso uno studio di registrazione per fissare questi momenti è stato inevitabile. Così è nato questo “Then & Now” che affianca alcune registrazioni ‘storiche’ a quelle nuove per un godibissimo viaggio a ritroso nel tempo ritrovando (quasi) intatto un entusiasmo, con una freschezza tangibile e per certi versi sorprendente. Dieci brani per disco danno  un’idea esaustiva del loro suono di allora e di oggi, partendo da una godibile “Lonesome Losers” che rimanda un po’ ai New Riders Of The Purple Sage e che è anche una sorta di manifesto del loro suono per poi passare ad una morbida “On Down The Road”, a “Crow Don’t Crow” dalle movenze bluegrass e a “Still Believing”. Un disco dove le inflessioni pop in parecchi momenti si facevano via via più marcate. Le nuove canzoni sul secondo disco cercano, riuscendoci, a rinverdire (e in alcuni brani a migliorare) i fasti del passato già con l’iniziale “Brown Shoe Willy” dove le armonie vocali sono perfettamente intrecciate ad un country-rock con cenni cajun decisamente accattivanti. La classica country music di “Got To Forget About You”, “I’ll Always Wonder” che sposta un po’ i suoni verso certo roots-rock, l’intensa “Goose Creek” e la chiusura affidata a “Yes I Do” che suggella la sua melodia con un profondo amore per la country music rappresentano le cose migliori della ‘nuova’ North Star Band.

 Remo Ricaldone

23:39

Darden Smith - Western Skies

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dopo quindici album sparsi nell’arco di quasi quattro decadi Darden Smith, cantautore texano cresciuto con l’ispirazione dei grandi storytellers suoi conterranei come Guy Clark e Townes Van Zandt oltre a John Prine e maturato attraverso un percorso che ha compreso rock e canzone d’autore, aveva quasi preso la decisione di interrompere una discografia comunque importante iniziata nel 1986 con un fulminante debutto intitolato “Native Soil”, con tutte le carte in regola per affiancarsi ai migliori esponenti della country music venata di folk tipica del Lone Star State e poi snodatasi attraverso un elaborato e personale percorso che ha ampliato molto i suoi orizzonti sonori. Per fortuna Darden Smith non solo è tornato sui suoi passi ma ha messo a frutto un lungo periodo in cui ha viaggiato intensivamente lungo tutto il Texas appuntando immagini, suoni e sensazioni con un eccellente e poderoso lavoro intitolato “Western Skies”, un album intrigante e un libro che lo accompagna con tutto il fascino delle migliori ‘road stories’. Le undici canzoni che compongono il disco sono pura poesia e fotografano tutta la vastità, i miti, i personaggi e le emozioni che attraversano l’animo umano di fronte a luoghi così affascinanti. Spesso accompagnato dal piano, accarezzato da una strumentazione essenziale che lascia spazio alle melodie e ad un’interpretazione sempre accorata e intensa, “Western Skies” si snoda magistralmente avvicinandosi talvolta a sonorità che rimandano al Jackson Browne più costruttivo e in altri momenti a Terry Allen e alla sua poetica. Viene così definito con stile e passione un mondo in cui convivono fantasmi del passato, il deserto come entità metafisica, i sentimenti contrastanti della solitudine e del calore umano dei personaggi che abitano quelle terre. Il tutto proposto con una voce che ha maturato tutta la sua espressività e un approccio delicato e ricco di sfumature, cedendo in qualche momento al fascino latino del border come “I Don’t Want To Dream Anymore” e nei cenni quasi ‘jazzy’ di “I Can’t Explain”. Il meglio a mio parere arriva comunque con le molte ballate pianistiche che fanno da spina dorsale dell’album: tra l’iniziale “Miles Between” dalle inflessioni a la Terry Allen al commovente commiato di “Hummingbird” c’è più di un momento che lascia il segno, come l’affascinante “Western Skies” con i suoi pregevoli arpeggi acustici, e l’accoppiata “The High Road” e “Los Angeles”, da brividi per intensità poetica. “Western Skies” nasconde più di un gioiello nelle pieghe di una selezione godibile e seducente. Chi ama la canzone d’autore più adulta e matura non potrà che godere di  ogni capitolo.

Remo Ricaldone

23:34

Susan Cattaneo - All Is Quiet

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le migliori esponenti di una scuola cantautorale fondamentale negli Stati Uniti come quella di Boston, Massachussetts, Susan Cattaneo ha saputo fondere le molteplici passioni che l’hanno fatta crescere e diventare musicista matura e sagace. Più volte ha intrecciato il proprio talento interpretativo con personaggi come Mark Erelli, Jennifer Kimball e Bill Kirchen, giungendo anche a confrontarsi con una delle più belle realtà del roots rock di terra americana come i purtroppo defunti Bottle Rockets. Proprio il precedente ottimo doppio album intitolato “The Hammer And The Heart” definiva con forza i due lati della sua personalità, con una parte più elettrica e robusta e una più delicata e tenue, disco che era il manifesto più reale della musicalità di un’artista sensibile. “All Is Quiet” già dal titolo indica la strada intrapresa per questo nuovo lavoro, un percorso fatto di sfumature, di ballate acustiche dal sapore dolce che avvolgono con il loro calore e trasportano in un mondo fatto di valori ed emozioni universali. La produzione di Lorne Entress è garanzia di grande cura dei particolari e di arrangiamenti in cui si predilige la linearità sottolineando ogni verso e ogni intervento strumentale, dalle splendide chitarre dell’esperto Duke Levine e di Kevin Barry al basso di Richard Gates e ai rarefatti interventi vocali dello stesso producer. Nove brani compongono il disco e non c’è una nota sprecata o stonata, tutto è legato da un filo sottile ma prezioso che è la voce di Susan Cattaneo, perfetta per raccontare queste storie di gesti naturali e di calore umano che pervade la sua scrittura. “No Hearts Here”, “Broken Things”, i legami affettivi di “Borrowed Blue”, il fascino un po’ misterioso di “Blackbirds” e la title-track “All Is Quiet” bastano per rendere l’album consigliato a coloro che amano la canzone d’autore più intensa ed interiore di cui Susan Cattaneo è senz’altro esponente di spicco.

Remo Ricaldone

23:31

The Pawn Shop Saints - Ride My Galaxy

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Jeb Barry si muove su due binari paralleli, quello come solista e quello come frontman dei Pawn Shop Saints, battendo i club come cantautore (quello del Bluebird Cafe di Nashville è uno dei palchi che lo hanno visto suonare più frequentemente) e dando voce alle sue attitudini più rock (o americana) guidando una band dinamica e solida. Due dischi a suo nome e tre con il suo gruppo hanno contribuito a forgiare doti compositive molto interessanti e questo “Ride My Galaxy” aggiunge colorazioni ricche di tonalità che vanno dal ‘power pop’ con tenui cenni psichedelici sulla scia di band come i Big Star di Alex Chilton a due punti di riferimento come i Wilco e Jason Isbell ai quali spesso guarda. Talvolta più acustici come nella tersa melodia di “diane” e nella storia di disillusione e amore perduto di “I’ll Be Missing You Again”, in altri momenti mandando a memoria la lezione dei Grateful Dead più legati alle radici come nell’intensa “Too Low For Tupelo”, in altri ancora irrobustendo  il sound grazie alle chitarre e soprattutto all’organo dell’ottimo Alan Taylor come nell’iniziale “Chevy Nova (That 70’s Song)” o nella decisa “Outlaws” o nella melodia ammantata di psichedelia di “Wicked”, i Pawn Shop Saints risultano sempre credibili e intriganti. “Jenny Why?” è presa in prestito dal repertorio solista di Jeb Barry e non fa fatica ad inserirsi senza cambiare nulla delle sue caratteristiche poetiche, mentre da segnalare c’è anche l’agrodolce ed accattivante ‘road song’ “Exits”. Disco questo che cresce in maniera esponenziale con gli ascolti e che entra con facilità nel cuore di chi apprezza americana e alt-country.

Remo Ricaldone

 

23:26

Kate Klim - Something Green

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Questo di Kate Klim, brava pianista, cantante ed autrice residente a (East) Nashville è un disco in cui le melodie sono il giusto contrappunto alla voglia di riemergere dopo un lungo periodo contrassegnato da pandemie, catastrofi naturali (leggi il devastante tornado che un paio di anni fa ha colpito proprio Nashville) e problemi personali. Per sua fortuna Kate Klim in quei giorni era a Dallas, Texas proprio a registrare “Something Green” che è diventato alla luce di tutti questi fatti un percorso catartico di speranza, amore e cambiamento. L’album  scorre in maniera naturale partendo dalla title-track, inevitabilmente, il manifesto e la dichiarazione di intenti interpretata in maniera deliziosa, guida di un album che si snoda in un susseguirsi di melodie poetiche, intense ed accattivanti. I rapporti interpersonali narrati in queste canzoni, concepite al piano e poi ‘rivestite’ con intelligenza e bravura dal produttore Andrew Delaney, danno l’esatta misura della grande umanità di Kate Klim e della sua capacità di regalare emozioni semplici e proprio per questo dirette al cuore. Difficile estrapolare da un così coeso intreccio di sensazioni un brano preferito, un momento che si eleva più di un altro. L’ascolto è così piacevole che l’album si apprezza con estrema facilità, con la voglia di riprenderlo dall’inizio per cercare magari quel particolare, quella sfumatura sfuggiti. “Take The Driving”, “Songbird”, naturalmente la title-track “Something Green” e “Highland Park” possono comunque essere l’ideale porta di ingresso al mondo musicale di Kate Klim.

Remo Ricaldone

23:55

Jefferson Ross - Southern Currency

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jefferson Ross da Atlanta, Georgia, è musicista dotato di grande sensibilità, profondo amore per le proprie radici e anche di una buona dose di ironia e di disincanto nel raccontare le proprie storie. Tutte doti che contribuiscono a creare una proposta in cui le molteplici influenze sonore del ‘deep south’ vengono interpretate tenendo conto delle diversità di un mosaico multicolore che nell’immaginario di chi vive al di fuori di quella realtà risulta invece stereotipato e convenzionale. “Southern Currency” è probabilmente il lavoro in cui Jefferson Ross riesce a focalizzare al meglio tutto lo spettro sonoro di quelle terre fertili e di ricche di complessità e di contraddizioni. Country music, soul, bluegrass, folk e la canzone d’autore più classica sono presenti nella loro accezione più sincera, toccando le corde più intime in una alternanza godibile e cristallina. L’accattivante ‘packaging’, con splendidi scatti fotografici virati al color seppia, introduce un viaggio attraverso undici Stati del Sud veramente intrigante, un viaggio in cui ogni canzone definisce con sagacia caratteristiche e tratti essenziali dei luoghi cari all’emotività del protagonista. La produzione, assolutamente vincente, è dell’esperto Thomm Jutz che fornisce con il suo assodato talento un contributo basilare alla riuscita di questo progetto, con il fiddle di Tammy Rogers-King, già con i Steeldrivers, il solido contrabbasso di Mark Fain, lo straordinario mandolino di Mike Compton e le leggere percussioni di Lynn Williams a completare una backup band estremamente duttile e versatile. Il viaggio inizia con una eccellente “Alabama Is A Winding Road”, ballata corposa che personalmente mi ricorda la poetica di un bravo autore e musicista come Pat Alger, per poi proseguire con la freschezza di “Two Kentucky Brothers” con le inevitabili inflessioni ‘grassy’ e la colorata “Baptize The Gumbo” che ci porta direttamente in Louisiana. “Down In Macon, Georgia” è un robusto brano in cui la country music viene espressa con grande vigore e con un eccellente lavoro di slide acustica, “Turquoise And Tangerine” è delicata e, come si conviene ad una brano dedicato alla Florida, rilassata, con il sapore di certi brani di Jimmy Buffet, mantenendo quell’ispirazione che in tutto l’album è presente. Scorrevole è poi il tributo al North Carolina con “You Can’t Go Home Again”, con il sapore dei classici tra country e folk, mentre “Hot Springs” con i suoi deliziosi arpeggi acustici è un altro dei momenti topici del disco, segno della grande bravura come songwriter di Jefferson Ross (tutto l’album è frutto comunque del suo talento compositivo), “High Times In The Low Country” ci porta in South Carolina con una melodia intrisa di nostalgia, “King Of Mississippi” è solida e rimarca una scrittura fedele alle radici ma mai scontata e gli intrecci di mandolino e slide sono gioia per le orecchie. Chiudono questo viaggio nel profondo sud “The Nashville Neon Waltz”, gustosamente tradizionale e la title-track “Southern Currency” che rimarca una band notevolissima e la capacità di Jefferson Ross di catturare il più genuino spirito country, cosa tutt’altro che scontata di questi tempi.

Remo Ricaldone

 

23:54

Rhyan Sinclair - Letters To Aliens

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le più piacevoli sorprese di questa prima parte dell’anno, il terzo lavoro discografico della cantante ed autrice di Lexington, Kentucky Rhyan Sinclair mostra quanto sia eclettico il percorso che l’ha portata ad includere nel proprio sound country music, folk-rock di marca ‘seventies’ e l’amore per Linda Ronstadt, Joni Mitchell, Brandi Carlile e Tom Petty, personaggi che sono stati sicuramente ascoltati con molta frequenza nel corso del tempo. Fin dalla più tenera età Rhyan Sinclair ha calcato i palchi, accumulando esperienze nel campo roots fino ad affinare ottime doti compositive ed interpretative grazie ad una voce particolare ed affascinante che rimanda spesso alle sfumature di una Dolly Parton, facendosi qui accompagnare da una rodata ‘road band’ come i South 65 ed avvalendosi di una produzione centrata dove è affiancata da Jason Groves che ha svolto in qualche modo anche il ruolo di mentore suggerendole soluzioni che ascoltando i brani di questo “Letters To Aliens” risultano pienamente indovinate. L’album ha il pregio di scorrere con facilità e grande freschezza, alternando momenti più country ed acustici ad altri dove emergono le passioni più rock (e pop), mostrando Miss Sinclair sempre a proprio agio. L’iniziale “Dragon Spirit”, manifesto ideale del ‘mood’ complessivo del disco presenta subito quanto convincente sia l’approccio di Rhyan Sinclair, “Should’ve Been Prepared” è una sontuosa e sensuale soul ballad, con un’interpretazione decisamente matura, “Interstate Sailors” ha il passo delle classiche folk songs e si avvicina molto allo spirito più intenso della Dolly Parton più fedele al proprio retaggio, “Skywriting” è poetica ed intima e unisce con bravura country e pop, “The Wounded Healer” è tra i momenti più personali e da sottolineare è un’altra notevole performance vocale, “Gathering Dust” è country music della miglior specie, acustica e profonda, così come “Gasoline In The Morning” rimarca la bellezza di una seconda parte di album che prosegue su binari più tenui ma senz’altro più accattivanti. Da ricordare ancora la bella prova di insieme dei South 65 in “Bad Time”, solida e molto country, la deliziosa “Effie Jane”, nuovamente dal sapore tradizionale e la conclusiva “With Every Goodbye” che funge da sentito commiato. Disco e personaggio assolutamente da conoscere per chi ama i suoni roots.

Remo Ricaldone

 

23:52

Kevin Buckley - Big Spring

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La tradizione anglo-scoto-irlandese ha notoriamente giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo della musica roots in terra americana. L’old-time music, il bluegrass ed il country & western si sono giovati di un patrimonio enorme di ballate e danze che hanno fatto da base di partenza sulla quale si sono innestate le tradizioni di altre minoranze linguistiche, creando un vivace e straordinario ‘melting pot’. La scena americana che guarda con più attenzione al retaggio anglosassone e celtico è comunque ancora molto interessante e Kevin Buckley, ottimo fiddler e polistrumentista di St. Louis, Missouri, si aggiunge a nomi come Tim O’Brien e a tutti coloro che tramandano, aggiungendo inflessioni country-folk, un suono che genuinamente unisce i due lati dell’Atlantico. “Big Spring” è il suo debutto solista e il primo lavoro che fa emergere le sue radici irlandesi, dopo dischi in cui venivano proposti suoni più rock, ed è un buon compendio di ciò a cui il musicista è più legato e che vuole porre all’attenzione degli appassionati. L’attenta scelta del materiale che predilige i traditional strumentali, l’approccio passionale che evita virtuosismi fini a se stessi e punta all’essenza delle melodie, la perizia tecnica e la semplicità negli arrangiamenti fa si che l’album scorra con naturalezza, rendendo il tutto godibile ed accattivante. C’è poi il valore aggiunto dei tre brani cantati, tre momenti di grande poesia come “The Blackest Crow”, la splendida ripresa di “Never Tire Of The Road” di Andy Irvine, già con i mitici Planxty, band irlandese che ha scritto la storia del folk nell’Isola di Smeraldo e “Miss Bailey” che nobilitano ulteriormente l’album. Con un paio di canzoni in più il disco sarebbe risultato ancora più prezioso ma noi ci accontentiamo e aspettiamo Kevin Buckley ad una prossima prova che confermi la bontà di un percorso intrapreso con amore e passione.

Remo Ricaldone

23:50

Scott Martin - Corners Of The World

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sembra che per Scott Martin il tempo non si sia per fortuna fermato a quel grave incidente in montagna che mise in forte pericolo la sua vita e interruppe una più che promettente carriera musicale che negli anni ottanta il musicista nativo del Pacific Northwest ma da anni residente ad Austin, Texas, stava facendo sbocciare. Già nel 2018 Scott Martin aveva dato alle stampe un disco intitolato “Missing” che lo riportava sulle scene dopo un periodo lunghissimo e che, con apparizioni degne di nota ad alcuni dei migliori festival dedicati alla canzone d’autore come Kerrville e Telluride, sottolineava una vena ancora freschissima che prendeva ispirazione alla grande tradizione cantautorale legata al folk e alla country music. Ora “Corners Of The World” aggiunge ulteriore conferma ad un ottimo talento con una selezione ispiratissima nobilitata da una produzione impeccabile (con l’esperto Ed Berghoff alla consolle), da una facilità di scrittura e da una grande attenzione alle linee melodiche che rende l’album accattivante ed attraente. Interessanti gli incroci acustici che spesso guidano le armonie e che non nascondono l’amore per la tradizione anche se i modelli sono personaggi come Dan Fogelberg, Tom Rush, il John Denver più roots dei primi dischi e tutta quella generazione di songwriters che specialmente negli anni settanta caratterizzarono buona parte del mercato americano. Canzoni come “The Absence Of Angels” che apre nel migliore dei modi l’album, “Can’t Stop This Train” firmata a quattro mani con un altro ottimo storyteller residente ad Austin come Terry Klein, “Roxham Road” le cui armonizzazioni vocali rimandano in qualche momento a quelle di Crosby & Nash, “A Little Mystery” dalle tenui e calde tonalità, l’evocativa “One More Beautiful Day” che non sfigurerebbe nel repertorio di James Taylor, l’intensa e lirica “Invisible” e “Deep Dark Night” rimangono nel cuore e impreziosiscono un lavoro poeticamente intenso. Da ascoltare.
Remo Ricaldone

23:38

Eliza Gilkyson - Songs From The River Wind

Pubblicato da Remo Ricaldone |

L’ormai lunga carriera di Eliza Gilkyson iniziata nel 1969 e costellata di dischi sempre importanti per il suo linguaggio poetico maturato grazie ad un nobile dna (lei è figlia del grande storyteller Terry Gilkyson e sorella di Tony Gilkyson protagonista delle notti di Los Angeles con i Lone Justice e gli X) si arricchisce di uno dei capitoli più intensi ed intriganti intitolato “Songs From The River Wind”. L’album è un sontuoso affresco dedicato con profondo amore al West, scevro da ogni retorica che spesso ha accompagnato i racconti del genere, privilegiando una narrazione essenziale ed asciutta come i magnifici luoghi raccontati, sottolineando ad ogni nota melodie ed emozioni che rimangono nel cuore. La cantautrice ora residente a Taos, New Mexico (ma nata a Los Angeles e vissuta per lungo tempo in Texas) assembla un repertorio ricco di efficace sensibilità andando a riprendere melodie tradizionali e aggiungendo ad esse brani originali che si fondono in un ‘unicum’ di rara bellezza. Ad accompagnarla in questo viaggio nei luoghi più belli e nei ricordi più cari c’è un trio di grandi esperti dei suoni roots, Don Richmond, produttore e ispirato strumentista alle prese con una serie incredibile di strumenti a corda e anche ad accordion, armonica e percussioni, Rod Taylor e Jim Bradley che prestano le loro voci sotto il nome di The Rifters, mentre appaiono in preziosi ‘cammeo’ Warren Hood al fiddle, Kym Warner al mandolino e Michael Hearne alla chitarra. Una serie di gioiellini tradizionali vengono riletti aggiungendo nuove liriche da parte di Eliza Gilkyson e così tornano a risplendere brani come l’inziale, magnifica, “Wanderin’”, “Colorado Trails” e  “Buffalo Gals”, mentre altrettanto cristalline sono le melodie di “At The Foot Of The Mountain” scritta a quattro mani con John Gorka, “Bristlecone Pine” dell’ottimo Hugh Prestwood, autore per molti grandi cantanti di Nashville e “Before The Great River Was Tamed” dei Rifters. Notevole è anche il contributo compositivo di Eliza Gilkyson che firma la frizzante “The Hill Behind This Town”, “Charlie Moore” uno dei capolavori del disco a mio parere, “Wind River And You” e “Don’t Stop Loving Me” per citare qualche titolo di un album struggente e profondamente sentito. Certamente uno dei suoi lavori più intimi, personali ed affettivamente intensi.

Remo Ricaldone

23:36

Stephen Doster - Over The Red Sea

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sono solo tre i dischi all’attivo per Stephen Doster ma la sua è una carriera lunga ed articolata in cui ha alternato con grande intensità e sagacia il lavoro di produttore e di musicista. Molto attivo già dalla fine degli anni settanta, Stephen Doster è stato a fianco di Nanci Griffith nei suoi primissimi dischi come chitarrista e direttore musicale, ha prodotto il debutto di Maren Morris, Jane Gillman, l’ultimo lavoro per George Ensle e Carolyn Wonderland per citare alcuni degli oltre 70 album a cui ha legato il proprio nome, ha condiviso il palco con Lyle Lovett, Patty Griffin, Little Feat, Ramblin’ Jack Elliott, Joe Cocker e Ricky Nelson e sue canzoni sono state incise da Dr. John e dai Double Trouble tra gli altri. “Over The Red Sea” segna ora il suo ritorno con uno spirito la cui semplicità di espressione è pari all’efficacia e alla bellezza della proposta, incisa su un impianto analogico a sottolineare la voglia di genuinità e purezza, con l’accompagnamento di una manciata di vecchi amici tra cui a spiccare c’è un compagno di molte sessions come Brian Standefer, violoncellista eccellente. “Over The Red Sea” presenta una scrittura lineare e intrigante, giocata su atmosfere acustiche e su armonizzazioni tra folk  e country in cui Stephen Doster si trova a suo agio e mostra una buona facilità di scrittura. “When I Cross The Divide”, la seguente “The Singing Bus Driver”, “A Better World”, “Who’s Crying Now”, “Magdalena Spoke” dove emergono anche influenze pop, l’eccellente “The Rooster Crows” dalle movenze tradizionali, segnano un percorso di valore per un musicista che merita attenzione. Uno dei piccoli tesori ben custoditi della scena texana.

Remo Ricaldone

 

10:33

Dan Weber - The Way The River Goes

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dan Weber è attualmente residente a Dallas, Texas in uno Stato che giustamente ha contribuito molto in fatto di canzone d’autore che is ispira alle radici country e folk. Tre dischi all’attivo di cui questo “The Way The River Goes” rappresenta probabilmente il suo  trampolino di lancio grazie ad una straordinaria vena compositiva e a uno stile che rimanda alla migliore tradizione cantautorale, da Darrell Scott a Greg Brown, da John Gorka a Gordon Lightfoot, condividendo con gli stessi una profonda visione poetica e la capacità di fotografare magnificamente la provincia americana, con i suoi contrasti ma anche con la bellezza nei rapporti umani tipica delle ‘small towns’. Le sessions del disco, tenute nella piccola cittadina di Truth Or Consequences nel New Mexico, hanno dato vita ad un percorso affascinante sia strumentalmente con la presenza di gente come il banjoista Tony Furtado e Jenny Conlee-Drizos dei Decemberists alla fisarmonica per citare i due nomi con più esperienza, sia per liriche dal grande peso poetico. La title-track “The Way The River Goes” apre l’album e siamo subito di fronte ad una storia estremamente intensa che funge da viatico per il prosieguo con una selezione che colpisce al cuore grazie a canzoni come “Ever Since Columbine” che affronta la tragica realtà delle stragi nelle scuole americane, “Farewell Maggie Valley”, “Goodbye New Orleans”, la frizzante “You Make Me Wanna Dance” e poi ancora “Ghosts Of Wichita”, “Last Night” e “Sun’s Gonna Shine When I’m Gone” dai toni struggenti. Canzoni queste che commuovono, accarezzano e celebrano uno storyteller di grandissimo talento, uno dei migliori attualmente in circolazione per intensità di linguaggio. Disco questo che merita lo sforzo di cercarlo in rete per apprezzare al meglio un sincero ed autentico troubadour.

Remo Ricaldone

10:31

Dana Cooper - I Can Face The Truth

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dana Cooper è un eccellente cantautore nato a Kansas City, Missouri che ha attraversato nelle decadi scorse le strade della musica delle radici con grande bravura ma con alterne fortune. C’è stato il periodo californiano a Los Angeles dove nel lontano 1973 debuttò con un album per la Elektra dove appariva la più classica sezione ritmica della West Coast, Russ Kunkel alla batteria e Leland Sklar al basso e poi Al Perkins e Jim Gordon, quello texano dove, a fine anni settanta invitato da Shake Russell, fece cose egregie dividendosi tra Houston e Austin e i legami sempre più forti con la Nashville delle produzioni indipendenti in ambito country. Dana Cooper è apparso ad Austin City Limits, ha calcato i palchi del Kerrville Folk Festival e di Mountain Stage mentre molte sue canzoni finivano nei repertori di molti suoi colleghi. A distanza di qualche anno dal precedente disco eccolo riapparire con un lavoro estremamente godibile, probabilmente uno dei suoi più intensi per maturità compositiva e per una freschezza vocale e di arrangiamenti mai scontata. “I Can Face The Truth” ha nel dna la country music più genuina, spesso intrecciata ai suoni ‘sixties’ con il ‘jingle jangle sound’ di byrdsiana memoria (come in “Upside Down Day”) e fascinazioni pop a rendere il tutto molto, molto affascinante e scorrevole. Molti sono i musicisti che appaiono anche solo per un breve ‘cameo’ a tributare il giusto omaggio al songwriting di Dana Cooper, dall’ottimo Tim Lorsch a Kim Richey e Maura O’Connell che prestano le loro magnifiche voci in una selezione che ha veramente pochi momenti in cui si tira il fiato. “Always Old Friends” apre con la cristallina bellezza di una melodia che lascia il segno e fissa il mood di una selezione che ha molte frecce la proprio arco, da una versione sontuosa del classico di Hank Williams “I’m So Lonesome I Could Cry” alla title track “I Can Face The Truth”, a “Laughing And Crying”, la più rockeggiante “Bluebird” e ancora la nostalgica “Summer In America”, canzoni che mostrano tutta la grande umanità del nostro e rimarcano radici solide e profonde. Caldamente consigliato.

Remo Ricaldone

10:29

Brock Davis - A Song Waiting To Be Sung

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Brock Davis ha avuto una vita tanto intensa quanto sofferta, dai traumi infantili nella nativa terra canadese ad un matrimonio che gli ha riservato più dolori che gioie, a esperienze lavorative tutt’altro che positive, con la musica a dettare i suoi primi passi ma in seguito relegata quasi in fondo ai suoi pensieri. Il riemergere del suo amore per la musica, la voglia di resettare tutto e riprendersi in qualche modo la vita ha segnato un nuovo inizio che Brock Davis ha pensato giustamente di affidare alle storie che compongono “A Song Waiting To Be Sung”, una interessante serie di quadretti tra rock e radici che riportano il musicista che ora si divide tra Santa Cruz, California e Nashville a concentrarsi sulle cose che veramente contano nella vita. E riemergono i suoi amori giovanili, Beatles e Bruce Springsteen inevitabilmente per uno della sua generazione, ma anche il cantautorato che negli anni settanta ha riportato le considerazioni intime e personali in primo piano dopo i sogni e le utopie del decennio precedente come Jackson Browne e James Taylor per esempio, mischiando country e folk in modo sempre creativo e personale. Le canzoni di questo album sono spesso riflessioni che coinvolgono emotivamente, a volte graffiando a volte accarezzando, sempre con uno spirito sincero e intenso. Le chitarre elettriche in certi momenti emergono per sottolineare i sentimenti più profondi ma molti sono i brani che portano in dote riflessioni poetiche di ottima fattura, riprendendo inevitabilmente la lezione di Dylan e non disdegnando le proprie considerazioni sui fatti più rilevanti della società in cui viviamo. Dal grido tra rock e gospel di “All Free” ispirata al movimento Black Lives Matter all’intensa title-track “A Song Waiting To Be Sung” con tutta la sua urgenza espressiva, dal rock ancora di “Can’t Get Close Enough To You” figlia di un passato personale che non si può cancellare ai toni vicini al cantautorato country di “Second Time Around”e di “Bet On Love”, tutto concorre a disegnare un quadro di buon pregio che merita di essere conosciuto ed apprezzato. Niente di rivoluzionario si intende ma qui c’è la forza di un artista autentico che non ha paura di mettersi a nudo.

Remo Ricaldone

10:27

Rupert Wates - For The People

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Inglese di Londra ma residente a New York dal 2007, Rupert Wates ha già inciso la bellezza di dieci dischi e si è messo in luce grazie alla partecipazione ad alcuni dei più importanti festival americani dedicati ai suoni roots come in particolare il Kerrville Folk Festival nella bellissima zona centrale del Lone Star State. E’ specialmente con i suoi due ultimi dischi, il precedente “Lamentations” e questo “For The People” che ha maggiormente focalizzato una proposta di livello eccellente, prettamente acustica e con una pregevolissima ispirazione folk, raggiungendo un’invidiabile maturità compositiva e strumentale. Il suo notevolissimo stile chitarristico e l’approccio vocale non può che ricordare le cose acustiche di Richard Thompson e il lato folkie di John Martyn e di Nick Drake, paragoni certo scomodi ma che calzano a pennello per quanto riguarda le canzoni contenuti in questi due album. “For The People” è incentrato specialmente sul suo retaggio britannico con godibili riferimenti alla tradizione e un’eleganza e una grazia veramente difficile da incontrare in questi anni. Talento puro il suo che in questo caso viene dedicato alla celebrazione dell’umanità nei suoi aspetti più positivi, con storie che parlano di vite ordinarie ma sempre degne di essere raccontate attraverso atmosfere senza tempo e con arrangiamenti tanto scarni quanto affascinanti. “For The People”,  “Oh Captain”, “The North Road”, “To The Sea”, “Thirty Thousand Guineas (A Smuggler’s Tale)”, la conclusiva “The Dance Of Joy” sono alcuni momenti da sottolineare per gusto melodico, fingerpicking meraviglioso e vocalità accattivante. Un disco, questo “For The People”, che regala emozioni cristalline e limpide privilegiando semplicità e purezza.

Remo Ricaldone

 

18:17

Terry Klein - Good Luck, Take Care

Pubblicato da Remo Ricaldone |

L’ancora breve carriera discografica del texano Terry Klein giunge a piena maturazione con questo terzo atteso album intitolato “Good Luck, Take Care”a dar seguito al bellissimo “Tex” di qualche anno fa. Ormai Terry Klein è da considerarsi a pieno titolo tra i migliori nuovi esponenti di una tradizione cantautorale come quella del Lone Star State, legata a filo doppio con la country music ed il folk, una scuola che ha ispirato profonamente (e continua a farlo) generazioni di musicisti. Il cambio di produttore, l’essersi affidato dopo il comunque bravissimo Walt Wilkins dei primi due dischi a Thomm Jutz, tra i maggiori produttori e musicisti dell’area indipendente roots in circolazione, è stata mossa intelligente e fruttuosa e assieme ad una vena poetica mai così efficace e brillante ha dato vita ad uno dei dischi che sicuramente finiranno nella lista dei migliori dell’anno. Ad aggiungere interesse c’è la scelta di ampliare e diversificare il proprio spettro sonoro mostrando tutto il proprio talento al servizio di un suono cristallino che certamente non perde di vista l’originaria canzone d’autore ma che spesso la ‘colora’ di tinte accese come negli stilemi vicini a certo roots-rock dell’iniziale “60 In a 75” e di “Salinas”. Irresistibilmente affascinanti sono i personaggi tratteggiati, le storie narrate con piglio sicuro, ogni intervento strumentale, dalle chitarre di Thomm Jutz al fiddle ed il mandolino della straordinaria Tammy Rogers fino alle ‘pennate’ di pedal steel di Scotty Sanders. Si dispiegano così veri gioiellini come “Does The Fish Feel The Knife”, “The Ballad Of Dick Trickle”, “The Goldfinch” o “Such A Town”, citando anche le struggenti e suggestive “What You Lose Along The Way” e “The Woman Who Was Lost In The Flood” in un insieme che in ogni piega, in ogni angolo riserva emozioni e spesso una lacrima. Disco assolutamente e caldamente consigliato.

Remo Ricaldone

Band al debutto ma che da tempo fa riferimento alla fervida scena musicale di Boston, Massachussetts, The Remittance Men è guidata dal talento di storyteller di Tom Robertson la cui bravura è perfettamente fotografata da un repertorio di notevole fattura. “Scoundrels, Dreamers & Second Sons” vede coinvolti nomi già noti agli appassionati, tutti in qualche modo legati agli ambienti roots, da Kris Delmhorst a Mark Erelli, da Eilen Jewell a Zachariah Hickman, già con Rodney Crowell e Ray LaMontagne. Quasi tutto l’album è firmato da Tom Robertson tranne una cover di “Down South” di Tom Petty qui ripresa con grande coinvolgimento e rispetto e la conclusiva “Nobody” del certamente meno noto Tim Gearan. Tra gli originali c’è l’imbarazzo della scelta in un ampio e ispiratissimo ventaglio di emozioni che rimandano a volte agli American Aquarium, a Jason Isbell o ai Wilco con sopra tutto l’incipit di “1973 (Life On The High Seas)”, “Lonely & Silent”, l’eccellente “A Room In Birmingham, England, 1919” con l’apporto vocale di Eilen Jewell, l’intima e deliziosamente acustica “Avery Hill”, le colorazioni mexican di “Hacienda Santa Rosa” e “Lile Page 8”, preferenze personali di una proposta affascinante e molto promettente. The Remittance Men: un nome da tenere d’occhio se amate il suono americana, qui interpretato con cuore, acume e grande intuito.

Remo Ricaldone

18:13

Jordi Baizan - The Love In You

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Ottimo cantautore texano dalle chiare origini catalane, Jordi Baizan torna dopo qualche tempo all’incisione con questo terzo disco intitolato “The Love In You” che conferma la sua estrema facilità di scrittura ed il suo approccio cristallino alla canzone d’autore, con il valore aggiunto di una produzione a quattro mani di due personaggi che la sanno lunga in fatto di ‘cucire abiti su misura’ con la loro intelligenza e lungimiranza artistica: Ron Flynt e Walt Wilkins, come nel precedente “Free And Fine”. Entrambi partecipano attivamente a queste sessions, portate a termine con estrema naturalezza grazie alla qualità delle canzoni di Jordi Baizan e alla presenza di gente come Rich Brotherton le cui chitarre sono sempre una delizia per le nostre orecchie e Chip Dolan con le sue tastiere. L’atmosfera generale è di grande coinvolgimento con la duttilità compositiva di Jordi che da’ il giusto contributo alla riuscita di un disco in cui si respira un’aria di speranza e di ottimismo, cosa di cui abbiamo sempre più bisogno di questi tempi. L’iniziale “Palm Reader”, la limpida “The Next Right Thing”, la lunga ed articolata “Looking For A Heart” con il bel lavoro di piano di Chip Dolan in evidenza, “Caught Up An Tangled In You” con armonie vocali che ammaliano e “A New World”, altro momento altamente poetico e solare sono in cima alle preferenze di chi scrive ma ognuno potrà raccogliere a piene mani tutte le sensazioni e le emozioni da un ampio ventaglio di proposte che Jordi Baizan mette sul tavolo con sincerità e autentica passione. Se amate la canzone d’autore che guarda a country e folk ma non solo, potete tranquillamente segnarvi il suo nome.

Remo Ricaldone

18:11

Just A Season - Leave To Come Home

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Scott Smith è musicista che negli anni ha accumulato grandi esperienze accompagnando alcuni dei personaggi più in vista della scena canadese tra roots-rock e alternative country, da Barney Bentall ad Aaron Pritchett, qui da noi sconosciuti ma con un nome importante in patria. Tra i più richiesti per doti tecniche e gusto a chitarre e pedal steel, Scott Smith ha trovato il modo per esprimere in prima persona la sua espressività e i Just A Season sono il veicolo per tutto questo in un percorso fatto di tre album di cui questo “Leave To Come Home” rappresenta il più recente capitolo. Un disco godibilissimo che mette in risalto talento compositivo, varietà di temi ed arrangiamenti e una rimarchevole poesia nelle liriche qui improntate alla ricerca di speranza e calore di cui tutti abbiamo un disperato bisogno soprattutto in questi anni complicati. Quella dei Just A Season è una country music che si veste di elementi ‘southern’ quando  le chitarre elettriche di Scott Smith e di John Sponarski si esprimono all’unisono rimandando le atmosfere indimenticabili della Allman Brothers Band come nell’iniziale “You’re Gonna Be Okay” e soprattutto in “She’s The One”, si immerge ancora nel profondo sud con le colorazioni della eccellente “That Sunday Sound”, evoca ambientazioni tra la canzone folk ed il West nella suggestiva “Never Too Far From The Blues”, aggiungendo cristalline trame britanniche nella title-track “Leave To Come Home” e sgombrando definitivamente ogni dubbio sulla bontà della loro proposta nella sontuosa country ballad  “Anything You Want” che chiude l’album e nell’acustica “Saw You Yesterday” il cui duetto chitarra/banjo è godibilissimo. Un album estremamente ispirato  questo che regalerà sicuramente emozioni a chi avrà la sensibilità giusta e la curiosità di aggiungere un nuovo nome alla propria discografia.

Remo Ricaldone

09:59

Steve Dawson - Gone, Long Gone

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Steve Dawson, canadese di Vancouver, grande chitarrista ma anche produttore tra i più affermati negli ultimi anni, autore, cantante e molto altro è un personaggio sempre in movimento, impegnatissimo su più fronti. Dal 2013 ha scelto Nashville come base da cui partire per abbracciare una carriera che è stata ed è luminosa dal punto di vista qualitativo e vede condensare con sagacia i suoni roots con particolare attenzione per country blues, soul e in generale tutto quello che proviene dal deep south. “Gone, Long Gone” è un album che segna il suo ritorno all’incisione solista dopo alcuni anni e colpisce nel segno per ispirazione e lucidità di scrittura. Grande è lo sforzo compositivo, condiviso con un altro eccellente canadese, Matt Patershuk, di cui abbiamo già parlato su queste pagine, con un’unica splendida cover che varrebbe da sola il ‘prezzo del biglietto’, una versione limpida e notevole di “Ooh La La” dei Faces di Rod Stewart e Ronnie Wood. Con le ottime tastiere di Kevin McKendree, la voce di Allison Russell che spesso appare nel corso del disco, i tamburi di Jay Bellerose e Gary Craig a dividersi i compiti ma soprattutto le chitarre dello Steve Dawson, “Gone, Long Gone” si dipana con grande bellezza attraverso dieci episodi che conquistano per genuinità e passione. L’iniziale “Dimes” e “King Bennie Had His Shit Together” (con il bel fiddle di uno dei veterani di Nashville, Fats Kaplin) fanno emergere una straordinaria bravura alla slide che può tranquillamente avvicinarsi al gusto e alla tecnica di un Ry Cooder o un Sonny Landreth, la title-track ha tutto il fascino del folk più struggente con in più un fine lavoro di pedal steel, “I Just Get Lost” ha continui cambi di ritmo e mantiene alta la qualità anche grazie al bel lavoro di chitarra acustica in fingerpicking,  “6 Skeletons In A Car” è un altro piccolo gioiellino dall’aura misteriosa ed affascinante. Da sottolineare ancora una volta il limpido stile chitarristico di Steve Dawson su cui si basa lo strumentale “Cicada Sanctuary” e “Time Has Made A Fool Out Of Me” che suggella un album da gustare dall’inizio alla fine.

Remo Ricaldone

09:57

Harley Kimbro Lewis - Harley Kimbro Lewis

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Martin Harley, Daniel Kimbro e Sam Lewis sono da tempo protagonisti della scena roots statunitense, fini cesellatori di suoni che incrociano un po’ tutte le facce della tradizione, dalle radici appalachiane folk e country al blues e al gospel. Il loro stile è particolarmente composito e l’approccio rimanda a quello del primo Ry Cooder, figura certamente ispiratrice dei tre, consciamente o meno. Tutti loro hanno attività separate che li hanno visti affrontare con rigore ma anche con personalità un retaggio che specialmente nel profondo sud ha condiviso e mischiato generi anche più di quanto si creda, rompendo barriere razziali ben prima della cosiddetta fine della segregazione. Martin Harley rappresenta il lato più bluesy e i suoi otto album solisti sono stati accolti ed apprezzati dalla critica quanto dal pubblico, Daniel Kimbro apporta le fascinazioni old-timey ed è riconosciuto eccellente strumentista i cui ‘servigi’ sono stati donati a gente come John Hiatt, James Taylor, Alison Krauss, Jerry Douglas e molti altri, mentre Sam Lewis è autore di vaglia, da alcuni definito ‘un moderno Townes Van Zandt’ per le sue doti di storyteller. L’alchimia di queste tre personalità permeano ottimamente questo lavoro, prezioso ed accattivante e dalle molteplici colorazioni. Un intrigante viaggio nel tempo nella ‘Old America’, acustico e decisamente accattivante, dal sapore tra il West e le Hawaii della soffusa “Cowboys In Hawaii” che rimanda al Cooder di “Chicken Skin Music” alle gustose “Grey Man” e “Neighbors” che introducono il disco, due brani che danno l’esatta misura del talento dei protagonisti. “Rosary” è ballata avvolgente suonata in punta di dita, “I Gotta Chair” è in perfetto equilibrio tra country e folk e la sua melodia la pone tra le preferite del lotto, “Whiskey Decisions” è nostalgica e un po’ malinconica mentre “What To Do” è limpidamente country blues. Solo alcuni motivi per consigliare un album interpretato in maniera esemplare.

Remo Ricaldone

 

09:52

Annie Keating - Bristol County Tides

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Nel corso della sua corposa carriera Annie Keating ha spesso alternato canzone d’autore acustica a momenti in cui il roots-rock ha preso il sopravvento fornendo una prospettiva diversa ma sempre intensa del suo talento compositivo. La musicista di Brooklyn ha sempre e comunque interpretato la sua musica con estrema passione, donandosi completamente e mostrando una ‘vulnerabilità’ (citando le parole di uno dei musicisti da lei più amati, il compianto John Prine) che l’ha resa autentica e vera. Ora “Bristol County Tides” non può che confermare queste doti e lo fa con equilibrio e grande ispirazione, regalandoci una selezione si lunga (poco meno di un’ora) ma sempre ispirata e preziosa. La produzione è matura e affidata a Teddy Kumpel che è anche fondamentale nell’apporto fornito con le sue chitarre (ma anche a mandolino, banjo, basso e percussioni), con le tastiere di Todd Caldwell e il drumming di Steve Williams che completano una ‘backup band’ di tutto rispetto, impreziosita qua e la da ospiti tra i quali spicca Charlie Giordano alla fisarmonica. E preziosi come non mai, tradizione consolidata in casa Appaloosa, sono i testi in italiano che contribuiscono a penetrare meglio le splendide storie di Miss Keating. “Bristol County Tides” è lavoro completo e adulto, le storie sono pregne di poesia, a volte ruvidamente vere, in altri momenti più agrodolci ma sempre convincenti e vigorose, dalle narrazioni di provincia di “Third Street” che introduce l’album alla struggente bellezza della conclusiva “Goodbye”. In mezzo c’è tutto un mondo di disillusioni e di speranze, di dolori e di sprazzi di luce, di emozioni e degli inevitabili alti e bassi che la vita ci pone davanti. Un disco che non fa che confermare doti cristalline e grande forza espressiva.

Remo Ricaldone

09:50

Malcolm MacWatt - Settler

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Scozzese di nascita ma sempre pronto ad aprire il proprio cuore anche ai suoni roots americani, Malcolm MacWatt sa fondere il retaggio musicale celtico con il country-folk statunitense in un godibilissimo mix che con “Settler”, album che segue l’ep intitolato “Skail” che ha contribuito a dargli visibilità tra gli appassionati, giunge ad una maturità piena e compiuta. La sua visione fortemente empatica che include esperienze in entrambi i lati dell’Atlantico ha qui la sua espressione più appassionata, con la preziosa collaborazione di alcune notevolissime voci a duettare, dalle americane Jaimee Harris, Gretchen Peters e Laura Cantrell alle britanniche Eliza Carthy e Kris Drever e con un abito strumentale (frutto interamente delle doti di polistrumentista dello stesso MacWatt con il solo Phil Dearing al basso come ospite) di grande efficacia e di bellezza acustica. “Settler” gioca le sue carte con una serie di brani che rimangono nel cuore con soffuse nuances scozzesi innestate su una base limpidamente ispirata al folk americano. Magnifica è in questo senso “Ghosts Of Caledonia” che funge da manifesto della proposta di malcolm MacWatt con il suo messaggio ricco di nostalgia, orgoglio e poesia, mentre da citare come superbe melodie sono “The Curse Of Molly McPhee” in cui appare Laura Cantrell, “Letter From San Francisco”, la struggente folk ballad “My Bonny Boys Have Gone”, la limpida “Trespass” altro bell’esempio di commistioni folk tra Scozia e America, “John Rae’s Welcome Home” con Kris Drever e i riferimenti ad un altro luogo molto amato dal nostro, il Canada e “North Atlantic Summer”. “Settler” comunque mostra appieno una coesione eccellente, senza cali di ispirazione. Malcolm MacWatt: un artista da conoscere.

Remo Ricaldone

Quella di Bobby Allison e Gerry Spehar è un’amicizia di lunga data, cementata da una condivisione di ideali e un’affinità artistica che va indietro alla scena cantautorale del Colorado negli anni settanta e poi a quella di Nashville nella decade successiva. “Delta Man” celebra ora questo forte legame in modo appassionato e convincente in una carrellata di suoni che vanno dalla country music al rock’n’roll, mostrando inflessioni sudiste e un insieme assolutamente naturale e accattivante, facendo emergere una sorprendente bravura nella ricerca della melodia e delle armonizzazioni vocali. Nonostante un grave incidente automobilistico avvenuto nel 1975 abbia costretto Bobby Allison su una carrozzina e recentemente problemi legati al Parkinson crei grossi problemi a livello vocale, la sua enorme forza di volontà e l’aiuto fondamentale di Gerry Spehar hanno reso l’album un notevole tributo a quegli anni e alla musicalità di questa inossidabile coppia di amici, con il contributo strumentale di una serie di veri ‘Nashville cats’ come, tra gli altri, Lonnie Wilson alla batteria, Denny Osborne a basso e tastiere, Pete Wasner al synth, George Marinelli e Paul Lacques (con i bravi I See Hawks In LA) alle chitarre elettriche e Gabe Witcher al fiddle. Ben bilanciato e gradevole l’album si apre con una “Kinda Like Love” che evoca il country-rock californiano dei seventies e prosegue con una bella selezione firmata quasi interamente dalla coppia Allison/Spehar portandosi di volta in volta sul versante country (“Bite The Bullet”, “The Good Life”, la tenue ed acustica “River”, “Balmorhea” con il suo carico di emozioni) e su quello rock (“Delta Man”, “Rockin’ On A Country Dance Floor”, “Bubba Billy Boom Boom And Me”, “Train Train Train” che rimanda  a certe cose del primo JJ Cale) con una “Just Relax” che evoca Randy Newman e New Orleans con gusto e “Money” che scende a visitare il profondo sud con i suoi cenni ‘swamp’. Un disco che ha nella buona varietà di temi e nelle interpretazioni, tutte oneste e convincenti, le sue carte vincenti.

Remo Ricaldone

09:48

Love On Drugs - meLODies

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Thomas Pontén e soci, in arte Love On Drugs, arrivano al loro terzo album con un’ispirazione mai così intrigante e piacevole con il loro mix di alternative country e di indie pop interpretato con grande naturalezza. “meLODies” ci consegna fascinazioni che prendono spunto sia da band americane tra folk e rock sia da chi seppe in passato tracciare un percorso importante seppur ‘di nicchia’ celebrando le commistioni tra i suoni di entrambi i lati dell’Atlantico come Brinsley Schwarz ed Eggs Over Easy con i quali ci sono più di un punto di contatto. Arrangiamenti limpidi, belle armonie vocali (alle quali contribuisce anche Ted Russell Kamp, molto attivo anche qui in Europa negli ultimi anni) e intrecci tra chitarre e tastiere che rimarcano ottime doti strumentali e sono alla base della riuscita di questo album da parte della band svedese, confermando se ce fosse bisogno la validità della scena musicale del paese scandinavo quando guarda all’America. Ce ne rendiamo subito conto con l’apertura di “Standing On The Doorstep”, midtempo tra rock e radici che fa un po’ da manifesto delle intenzioni dei Love On Drugs, proseguendo con i sapori vicini a New Orleans dell’ottima “The Well”, “Faking It All” che rimanda alle atmosfere dei Jayhawks, la dolcezza country di “Green” in cui Thomas Pontén duetta con Jenny Lundlin, la godibile “Cutting Words” con rock e pop nel cuore, “Heartache I Know You So Well” che ha assorbito la lezione dei vari Nick Lowe, Dave Edmunds e Brinsley Schwarz e “All Those Years” che chiude in bellezza con un folk-rock veramente accattivante. Una band quella dei Love On Drugs che merita un ascolto e, pur con un suono derivativo, mostra di essere all’altezza.

Remo Ricaldone

18:28

Matt Patershuk - An Honest Effort

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Matt Patershuk è un cantautore canadese le cui storie, dalle liriche spesso taglienti ma anche ricche di onestà e di ironia, sono costruite sui piccoli dettagli che le rendono intriganti e dai significati universali. La sua voce profonda e personale, il suo stile chitarristico pieno e completo, l’approccio che prende spunto dalla country music ma non raramente anche dal blues, lo presentano come personaggio a pieno titolo inserito in quel filone che potremmo definire ‘americana’, un vero cesellatore di suoni che ha trovato in Steve Dawson il produttore perfetto per sottolineare tutte le sfumature e le emozioni. “An Honest Effort”, titolo emblematico a rimarcare la genuinità dell’artista di Le Glace, Alberta, è un percorso ispirato, guidato da notevole talento e suggellato da un abito strumentale eccellente, a partire dallo stesso producer a chitarre, pedal steel e weissenborn e poi l’espertissimo Fats Kaplin a fiddle, ukulele, banjo e armonica, Keri Latimer a prestare splendide doti vocali ed armonizzazioni e una sezione ritmica sobria ma solidissima che vede protagonisti Jeremy Holmes al basso (e al mandolino) e Gary Craig alle percussioni. Non pochi sono i momenti di assoluto valore che nobilitano l’album a partire da “Johanna”, affascinante ritratto al femminile, per poi passare a “Turn The Radio Up”, storia di rapporti affettivi nella mezza età, alla pregevole “Jupiter The Flying Horse” e poi ancora “1.3 Miles”, “Stay With Me”, l’omaggio al leader storico dei Pogues in “Shane MacGowan” e la deliziosa “Afraid To Speak Her Name”. Una selezione di tutto rispetto per un nome da seguire con attenzione, magari andando a riprendere anche i suoi precedenti lavori.

Remo Ricaldone

18:24

Abby Posner - Kisbee Ring

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Tra le più intriganti figure che affollano il circuito roots di Los Angeles per grande tecnica strumentale, per saper fondere stili diversi (folk, country, pop, blues) e per eccellente personalità, Abby Posner ha ottenuto critiche molto positive e una solida base di ascoltatori sia come solista che come guida della band Abby and The Myth, spesso sul palco con i Dustbowl Revival e Sierra Hull. Come per molti altri artisti la pandemia l’ha costretta a rivedere i suoi piani e a rimettersi in gioco, riconsiderando valori e riferimenti come i rapporti interpersonali, le ingiustizie sociali e le problematiche riguardanti la depressione. In “Kisbee Ring”, album concepito e costruito in solitaria, dalla scrittura alla produzione e alle performance, ci sono un po’ tutte queste tematiche, raccontate con accorato coinvolgimento e limpida poesia creando un mondo acustico in cui esprimersi al meglio. Le uniche collaborazioni sono quelle vocali di Mary Scholz in “Joshua Tree”, splendido quadretto con il banjo in primo piano e una melodia folkie affascinante, e Ross Newhouse alla voce e M’Gilvry Allen al fiddle nella intensa “Wishing Well”, due dei momenti più importanti dell’album. Il resto è Abby Posner in perfetta solitudine che intrattiene con sapienza e piglio convincente, basta lasciarci coinvolgere dalla purezza di “Is It Wrong”, dai significati profondi e le tinte pop di “Emergency Use Only”, dal fascino acustico e quasi ‘beatlesiano’ di “The Trilogy” e dalla bellezza struggente di una melodia come quella di “Blind Spots”. Bastano queste quattro gemme, assieme agli altri due momenti citati, per consigliare “Kisbee Ring”, disco che rimarrà a lungo nei nostri lettori cd.

Remo Ricaldone

18:21

Gordie Tentrees - Mean Old World

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Gordie Tentrees è un vero poeta di strada, un ‘canadien errant’ che ha portato la sua arte in ogni angolo del mondo ricevendo un’ottima accoglienza grazie a una grande sensibilità e umanità, frutto di una vita spesso a contatto di realtà difficili e problematiche come case di accoglienza e altri luoghi simili. Da più di ventanni ha intrapreso a pieno titolo il suo percorso artistico trasferendosi dal nativo Ontario a Whitehorse, Yukon, luogo sperduto che però in questi ultimi anni si è arricchito musicalmente fino a diventare una delle scene più interessanti e propositive in ambito roots. L’ottavo sforzo solista di Gordie Tentrees intitolato “Mean Old World” è lo specchio fedele del musicista e dell’uomo, un intrigante intreccio di rock e radici con queste ultime declinate nella maniera più sincera avvicinandosi allo spirito e allo stile di gente come Fred Eaglesmith, Kelly Jo Phelphs e Mary Gauthier con i quali il nostro ha più volte collaborato. Country music e blues appaiono nelle mani di Gordie Tentrees in perfetta simbiosi ed equilibrio tra tradizione e contemporaneità e le liriche fanno spesso leva sull’aspetto più condivisivo e aperto del musicista canadese, spesso tratteggiate con caratteri e situazioni ricchi di empatia e calore. La superba title-track “Mean Old World”, “Far Away Friends” e “Danke” che omaggiano le molte relazioni umane nate negli anni e ancora “Every Child”, “Lefties” e “Train Is Gone” sono accattivanti esempi di un cammino che via via si è arricchito di sfumature e di narrazioni, mostrando sempre sincero coinvolgimento e uno sguardo autentico alle cose della vita.

Remo Ricaldone

 

18:18

Joe Vestich - Steal The Wind

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Joe Vestich è un musicista americano da molti anni, più di trenta almeno, di stanza in Finlandia dove si è trasferito a vivere e dove ha proseguito a fare musica intessendo fitti legami con la scena locale di ispirazione roots, tra country, rock e blues. Sono proprio questi suoni ad aver stimolato la sua vena di buon autore e di performer fresco e ricco di entusiasmo, protagonista in questo bel disco intitolato “Steal The Wind”, fotografia significativa della sua arte. I legami americani, mai interrotti negli anni, sono rappresentati dall’amicizia con John Inmon, artista chiave in quella magnifica scena di Austin che negli anni settanta rivoluzionò gli stilemi della country music e della canzone d’autore, che qui contribuisce con una notevole produzione, con un fattivo contributo compositivo nella bluesata “My Darkest Dream” e con un prezioso apporto strumentale con la sua esperienza chitarristica e con una delle icone della musica texana come Lloyd Maines che appare in alcuni brani alla pedal steel. Il resto lo fanno, e bene, un manipolo di sconosciuti musicisti finlandesi che non fanno rimpiangere i sidemen statunitensi per bravura, tecnica e per passione. Come detto ci si muove all’interno dei suoni tra rock e radici, di volta in volta più vicini a certo country-rock come nell’iniziale “Paradise” e in “Riding Away” e a volte sconfinando in ballate che profumano di umori sixties come nelle ottime “The Song Will Live On” e nella più mossa “Rocket Girl”. Chitarre cristalline, belle armonie e una vena compositiva di livello rendono “Steal The Wind” album molto godibile, con un piacevole sentore di ‘deja vu’ che risulta comunque interessante come in “She’s A Runner”, nella genuina country music di “Let Me Kiss Ya Honey”, nel romanticismo fifties di “Sometimes” con un classicissimo break di sax, l’affascinante “Razor Red Skies” a rappresentare il punto di incontro tra rock e blues e l’acustica e soffice “I’m A Soldier” posta in chiusura di un disco onesto e ben suonato.

Remo Ricaldone

 

10:14

Tim Grimm - Gone

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Tra gli storytellers più profondi ed intensi in circolazione, Tim Grimm continua un percorso ricco di musica ed emozioni che ci ha consegnato una serie di album che fotografano splendidamente quello che è il cuore, non solo geografico, d’America. L’Indiana è terra di autori legati a filo doppio alle proprie radici ma che spesso si distinguono per sensibilità a temi anche sociali, come ad esempio Carrie Newcomer ma anche con il magnifico sound roots di un John Hiatt e Tim Grimm conferma la bontà di una proposta sempre intrigante. Con il fattivo supporto della propria famiglia, dalla moglie Jan Lucas ai figli Jackson e Connor, l’eccellente talento compositivo, la voce calda ed accogliente e il solido bagaglio artistico di Tim Grimm ci regala  nuove storie e nuove struggenti composizioni che danno vita ad un lavoro limpido e cristallino. Il prezioso lavoro di traduzione di tutti i testi, ormai consolidato nelle pubblicazioni della Appaloosa, ci permette di entrare ancora più in profondità nella poetica di Tim Grimm, apprezzando tutta la sua umanità e la sua visione, dalla eccellente “A Dream” che apre e chiude il disco, ballata dai toni evocativi e solidali con il piano di Don Lodge in evidenza alla discorsiva e coinvolgente “Cadillac Hearse”. Tutta la profonda nostalgia, la cristallina purezza delle melodie emerge poi  nell’unica cover dell’album, la bellissima “Joseph Cross” di Eric Taylor e nelle affascinanti “Gone” e “Dreaming Of King Lear”, a parere di chi scrive i capolavori di una selezione sempre in grado di avvincere e commuovere per grande pathos poetico. Un altro lavoro che va ad aggiungersi ad una carriera musicale impeccabile e da promuovere in toto. Caldamente consigliato.

Remo Ricaldone

10:12

John Wort Hannam - Long Haul

Pubblicato da Remo Ricaldone |

John Wort Hannam è uno dei più validi songwriters canadesi, uno storyteller sensibile e capace di raccontare con naturalezza i molti aspetti dell’animo umano affidandosi ad un accattivante sound fatto di country music, folk ed echi sudisti. “Long Haul” è disco prezioso, la nitida fotografia di un musicista alle prese con storie che parlano di tempo che passa, di amicizia, del valore della famiglia, del senso di perdita, con sullo sfondo i mesi difficili del periodo di isolamento forzato causa pandemia. La produzione eccellente di Steve Dawson, ormai tra i più affermati cesellatori di suoni in circolazione, la qualità delle canzoni, una voce espressiva e una manciata di sideman perfetti per supportare il nostro con Fats Kaplin (mandolino, fiddle, banjo e mandolino), le tastiere di Chris Gestrin e la discreta e precisa sezione ritmica nelle mani di Gary Craig (batteria) e Jeremy Holmes (basso), tutto concorre alla riuscita di una selezione tanto ispirata quanto varia. “Long Haul” (la canzone) è il riassunto del percorso artistico di John Wort Hannam, una eccellente ballata a cui le tastiere portano una gustosa ventata di ‘southern soul’ della miglior specie, “Hurry Up Kids” e “Wonderful Things” confermano appieno la bontà di una scrittura matura, “Beautiful Mess”, duetto con Shaela Miller, è spigliata e leggera country song, mentre “Old Friend”, abbellita da una splendida pedal steel, è nostalgica e godibile. L’album si snoda senza sprecare una nota, ponendo sempre l’accento sulle ‘piccole’ cose della vita, sullo scorrere inevitabile degli anni e “What I Know Now” è capolavoro di equilibri e sensazioni. “Meat Draw” è corposo e piacevolissimo excursus nella country music più genuina, “Other Side Of The Curve” rappresenta invece il cuore tematico del disco, la canzone più rappresentativa, uno sguardo lucido e poetico con la sua sensibilità struggente. “Long Haul”, l’ottavo disco della produzione del musicista di Lethbridge, Alberta, non solo conferma qualità di performer e autore assolute ma aggiunge un tassello importante nel porlo ai vertici della canzone d’autore contemporanea.

Remo Ricaldone

10:07

George Ensle - Be A Better Me

Pubblicato da Remo Ricaldone |

George Ensle è uno di quei musicisti che ha raccolto meno di quanto seminato, in fatto di notorietà almeno al di fuori del Lone Star State, nonostante la lunga carriera e la quindicina di dischi pubblicati. Il suo percorso artistico si è diviso tra Houston, dove ha mosso i primi passi e dove è cresciuto musicalmente, e Austin, dove è entrato a far parte di una delle più importanti scene musicali d’America. George Ensle ha stretto amicizia con Townes Van Zandt e con Guy Clark, ha condiviso l’amore per country music e folk con Nanci Griffith e, pur magari non possedendo la loro genialità o profondità espressiva, ha seguito il loro esempio risultando sempre autentico e sincero. Il nuovo disco intitolato “Be A Better Me” è lavoro classicamente texano, basato su storie piene di passione e limpida poesia e su interpretazioni che rimandano talvolta al delicato e modulato approccio di un Jerry Jeff Walker per fare un esempio. Chitarrista pregevole e buon pianista, George Ensle ci introduce alle proprie ballate con estremo equilibrio, mostrando un ottimo senso della melodia e collaborando in un paio di casi  con nomi noti (del passato e del presente della canzone d’autore texana) come Blaze Foley e Chuck Hawthorne, rispettivamente in “Blue Love” e “The Unknown Soldier”. L’album è comunque pervaso da un lirismo rimarcato da canzoni come la title-track “Be A Better Me” (deliziosamente ed inevitabilmente autobiografica), “$1,65”, “Front Porch Light”, bel trittico che apre la selezione, “Scarecrow” (no, non quella di John Mellencamp) con leggere inflessioni blues e la conclusiva e godibile versione del notissimo traditional “Down By The Riverside”, ciliegina su una torta squisita ed invitante.

Remo Ricaldone

10:05

Mark Rogers - Rhythm Of The Roads

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il ‘ritmo delle strade’ di Mark Rogers è quello descrittivo e deliziosamente melodico che emerge dalle sue canzoni in quello che da qualche anno è stato il suo ritorno sulle scene musicali, dal 2012 ad oggi, dopo lunghi anni in cui si era disaffezionato ad un ambiente che non era stato certamente generoso nei suoi confronti. Tra Jackson Browne e James Taylor come ‘numi tutelari’, Mark Rogers ha saputo riannodare le fila e riproporsi dapprima con un paio di ep e poi, recentemente, con un bel disco di cui abbiamo già parlato su queste pagine ed intitolato “Laying It Down” dove trasparivano interessanti doti di autore e di performer. Questo “Rhythm Of The Roads” rafforza il concetto che fa del singer-songwriter cresciuto nell’area di Washington, DC, un personaggio degno di nota e capace di regalare emozioni che faranno sicuramente presa sull’ascoltatore che ama i nomi citati in precedenza e un po’ tutto il cantautorato californiano legato a certo country-folk. Grazie ad una produzione che ha cucito su queste canzoni un abito essenziale ma mai troppo scarno, l’album scorre tra ballate e midtempo senza uscire da schemi prestabiliti ma in grado di coinvolgere grazie ad una manciata di canzoni sicuramente sopra la media come l’iniziale “Fifty Dollar Fine”, “Every Once In A While”, “Just So You Know”, “Shake It Down” (che tranquillamente potrebbe  essere un outtake di JT), “Leaving” (la più pimpante come ritmo) e “Joking” che compongono un ‘fil rouge’ piacevolissimo pur con un sentore di ‘deja vu’. “Rhythm Of The Roads” non sarà certo disco rivoluzionario o stratosferico ma con le sue emozioni ordinarie pian piano entra nell’animo di coloro che apprezzano la canzone d’autore.

Remo Ricaldone

17:01

Rigby Summer - Geography

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ancora una volta l’Oklahoma, terra che ha dato i natali a moltissimi musicisti che hanno lasciato il segno nell’ambito della scena roots, ci presenta una voce a cui prestare attenzione, una voce tra le più intriganti degli ultimi tempi. Rigby Summer, da Stillwater, ha percorso le mille strade d’America e ne ha declinato le impressioni, i suoni, le immagini in un eccellente mix di country, folk e inflessioni contemporanee, agevolata da notevolissime doti vocali. “Geography” è la perfetta fotografia del suo sound che si snoda attraverso undici canzoni che passano dalla tradizione (la splendida “Kentucky”) alle atmosfere cantautorali dell’introduttiva “The Weight (Unrequited)” mantenendo inalterata la qualità complessiva e il fascino di una proposta decisamente buona. “Geography” è co-prodotto dalla stessa Rigby Summer e da Kyle Reid (ottimo anche quando è alle prese con pedal steel, chitarre, organo e banjo) e ci regala piccoli gioiellini evocativi come la scarna ed affascinante “Delaware, CA”, interpretata con grande pathos, come “Rear View Mirror” il cui pianismo ammalia e non può non ricordarci la Joni Mitchell di album come “For The Roses”, come la convincente “NY Or LA” tra country music e fascinazioni pop. Da ricordare ancora il trittico finale con tre brani di grande intensità, con la sicurezza di trovarci di fronte anche una eccellente interprete. “Buy Me A Piano” con la sua struttura acustica e gli interventi di pedal steel e di piano, “Michigan” robusta folk song e la cristallina  “Gibson Guitar” da sole basterebbero a giustificare l’acquisto di questo “Geography” le cui emozioni ci accompagneranno a lungo.

Remo Ricaldone

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