18:45

Ryan Adams - Prisoner

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Prisoner” segna un momento importante nella vita di Ryan Adams, un capitolo personale ed artistico di grande valenza per il prolifico musicista ex leader dei seminali Whiskeytown. A tre anni dal suo precedente disco (omonimo) di brani originali, “Prisoner” gioca subito le sue carte con una magistrale “Do You Still Love Me?” che a mio parere è una delle sue migliori canzoni da parecchi anni a questa parte ed è l’ideale anello di congiunzione con “Ryan Adams”. La title-track “Prisoner” è più sciolta e rilassata grazie ad una melodia che affascina mentre molte sono le composizioni che a livello tematico si legano al sofferto e recente divorzio, da “Haunted House” a “To Be Without You”, fino a “Anything I Say To You Now” e a “Broken Anyway”. Dal punto di vista della qualità delle canzoni non ci sono grandi novità, il filo conduttore che dallo splendido “Ashes & Fire” passa attraverso il citato album omonimo è lo stesso di questo “Prisoner” e quindi ne ritroviamo le stesse ballate e midtempo tra rock e radici che hanno reso grande l’artista di Jacksonville, North Carolina. Tra Dylan e Springsteen si muovono molte delle canzoni di “Prisoner”, dalla eccellente “Doomsday” introdotta da una bella armonica alla struggente “Shiver And Shake”, scarna ed intensa, dando qualche volta l’impressione di un (piacevole) ‘deja vu’ ma risultando con gli ascolti un lavoro corposo ed ispirato. “Breakdown” è convincente nel suo alternare emozioni acustiche ad intrecci chitarristici che sono ormai una peculiarità negli ultimi dischi di Ryan Adams, “Outbound Train” segue ancora le tracce dello Springsteen più introverso ed acustico, dando però forza ad una narrazione veramente solida. “Tightrope” e “We Disappear” chiudono un po’ in sordina un disco comunque che conferma doti e talento, magari non sorprendente come i suoi primi lavori ma che pone Ryan Adams come ispiratore di tanti musicisti che mischiano rock e radici.

Remo Ricaldone

18:42

Ian Fitzgerald - You Won't Even Know I'm Gone

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ian Fitzgerald è uno dei tanti grandi songwriters che animano la scena indipendente americana e che meritano, per  capacità interpretative e per quella ‘urgenza’ poetica che li distingue dalla massa, un ‘posto al sole’ e il riconoscimento da parte di pubblico e critica. Cresciuto con il Bob Dylan tra folk e rock degli anni sessanta, quello di “Highway 61 Revisited” e “Blonde On Blonde”, il Ryan Adams in bilico tra acustico ed elettrico del primo periodo solista post Whiskeytown e il Bruce Springsteen ruvido ed un po’ naif degli esordi, Ian Fitzgerald ha confezionato con questo “You Won’t Even Know I’m Gone” il lavoro giusto per sfondare la porta che lo divide dall’anonimato, pur con il fascino del troubadour personale e impassibile che non vuole essere confuso con la massa. Dieci canzoni dall’impeccabile equilibrio lirico e strumentale in cui le storie raccontano esperienze difficili da discernere tra il reale e la fantasia, descritte con mirabili capacità letterarie e dalle colorazioni country, folk e rock. In molti momenti le chitarre elettriche della coppia Jesse Emmanuel Smith e Seamus Weeden irrobustiscono le sonorità con iniezioni di genuino rock, mentre la viola di MorganEve Swain dona colore e inflessioni tradizionali e il contributo alla produzione e quello strumentale di Eric Lichter sono il tocco definitivo ad un disco che suona sempre fresco e credibile. Sono molti gli spunti di interesse in questo album, molti i momenti che si fanno ricordare per convinzione e sincerità, dalla travolgente “When All Else Fails” che a me ha ricordato subito i Turnpike Troubadours di Evan Felker alla pregevole “”Something Tells Me” che nuovamente mostra assonanze con la band dell’Oklahoma. E’ comunque tutto il disco a risultare eccellente, dalle più tenui ed acustiche “Trouble, Me, And China Lee” che trasporta l’ascoltatore in una dimensione sudista in cui si incontrano folk e blues, “Monroe” ballata ‘dylaniana’ veramente affascinante e la intensa ed intima “All That’s Left” alle frizzanti “Camille”, “Forget The Address” e “The First Port”. Caldamente consigliato. www.ianfitzgeraldmusic.com .
Remo Ricaldone

18:39

Whitney Rose - South Texas Suite

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Canadese di nascita ma con le radici ben piantate nel suolo texano, Whitney Rose può benissimo essere la ‘next big thing’ della country music più genuinamente tradizionale grazie al suo approccio vibrante e vitale ben rappresentato da questo suo terzo disco, l’ep intitolato “South Texas Suite” che segue “Heartbreaker Of The Year” prodotto da Raul Malo. Residente ad Austin, Texas, Whitney è andata a registrare queste ottime sei canzoni negli studi di Dale Watson facendosi affiancare da grandi nomi della scena texana come Redd Volkaert alla chitarra elettrica, Earl Poole Ball al piano ed Erik Hokkanen al fiddle, per citare i più noti, confezionando un gustosissimo seppur troppo breve percorso all’interno dei suoni più legati agli anni cinquanta e sessanta. “Three Minute Love Affair” ci porta subito ‘south of the border’ con un’interpretazione intensa e calda, supportata dalla fisarmonica di Michael Guerra, limpida e cristallina. Sensuale e godibilissima è poi “Analog”, melodia senza tempo ricca di swing impreziosita dal break chitarristico di Redd Volkaert, splendidamente honky tonk è “My Boots”, vissuta ed interpretata con grande coinvolgimento mentre “Bluebonnets For My Baby” mischia country music e pop come si faceva in passato, legando la melodia a quelle di Patsy Cline e Tammy Wynette. “Lookin’ Back On Luckenbach” è un ulteriore omaggio al Lone Star State e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere grande una scena musicale unica e irripetibile, un tributo dolce, sinuoso e classicamente country. A chiudere questi ventidue minuti interessanti e brillanti c’è una “How ‘Bout A Hand For The Band” in cui si mettono in mostra i session men presenti nel disco in uno strumentale che funge da coda e da congedo, dando appuntamento (speriamo) ad un nuovo lavoro ‘a lunga durata’ per la cantante ed autrice di Prince Edward Island.
Remo Ricaldone

18:36

Peter Rowan - Texican Badman

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Peter Rowan occupa un posto importantissimo nell’ambito della musica delle radici americana con la sua caleidoscopica personalità e la sua carriera così ampia, diversificata e ancora oggi sinonimo di qualità sopraffina. Country music, rock, tex-mex, folk, bluegrass e tanto altro hanno caratterizzato le molte decadi di un artista quantomai lucido e genuino con qualsiasi suono. “Texican Badman” è una preziosa e significativa ristampa che riporta alla luce un capitolo importante legato al nostro Paese dove conta molti fans e dove si è più volte esibito in concerto. L’album in questione, pubblicato dalla Appaloosa nel lontano 1980, si avvale di un cast di eccezione che comprende Jerry Garcia e il drummer Bill Kreutzmann dei Grateful Dead, il mandolinista extraordinaire David Grisman, il genio della fisarmonica Flaco Jimenez che con Hugo Gonzalez al bajo sexto e Isaac Garcia alla batteria rappresenta l’anima tex-mex del disco, i fratelli Chris e Lorin Rowan alle armonie vocali, il bassista John Kahn compagno di Peter Rowan in numerose avventure tra le quali quella del supergruppo Old & In The Way e Jimmy Fuller alla pedal steel guitar. Ad aprire questa selezione c’è una “Sweet Melinda” che subito ci porta nei territori dei Grateful Dead con la classica chitarra elettrica di Jerry Garcia che guida da par suo una nitida melodia firmata dallo stesso Peter Rowan.  Grande rilievo hanno poi ben quattro canzoni firmate dal grande Terry Allen, genio texano (anche se nato a Wichita, Kansas) le cui composizioni rappresentano come poche la vera essenza di una terra così unica e particolare: “Four Corners”, “A Vacant Sea”, la title-track “Texican Badman” e “What Of Alicia” sono altrettanti significativi quadretti acustici della più profonda provincia texana, così come la ‘mexican flavored’ “Squeeze Box Man” riporta in vita il turgido suono elettrico di musicisti come Doug Sahm o i Texas Tornados. Anche “I Can’t Help It”, rilettura di un vecchio classico di Hank Williams Sr., gode di un arrangiamento con tanto di fisarmonica che ricorda il Ry Cooder più vicino al ‘border’ mentre il trittico finale, firmato dallo stesso Rowan, si segnala per ottima qualità e scrittura brillante. “While The Ocean Roars”, la ancora ‘Grateful Dead style’ “Awake My Love” e “On The Blue Horizon”, eccellente, chiudono un disco godibilmente attuale e degno di essere ricordato e riassaporato.

Remo Ricaldone

11:43

Randy Thompson - War, Peace, Love, Fear

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nonostante sia attivo discograficamente da tre decadi, Randy Thompson ha inciso solo una manciata di dischi (sette, per la precisione) che però lo hanno confermato tra i più genuini esponenti di quei suoni che prendono spunto dal retaggio country ma lo declinano in maniera fresca, spontanea, personale. Avevamo lasciato il musicista di Clifton, Virginia con il suo disco intitolato “Collected” del 2012, lavoro con il quale Randy aveva mostrato una maturità notevole e una forma artistica di prima qualità ma purtroppo quello che ha impedito un’ulteriore affermazione nel music business è la mancata regolarità nelle incisioni, ben cinque anni da quel bel capitolo. L’instancabile attività live lo ha comunque mantenuto in gran forma e i tour al di qua e al di la dell’Atlantico hanno forgiato questo nuovo, eccellente “War, Peace, Love, Fear”. Randy Thompson emerge nuovamente con queste nuove nove canzoni che si collocano perfettamente nell’atmosfera di questi anni, con tutte le contraddizioni, i sentimenti, le paure e le speranze di tutti noi. Con una grande tecnica chitarristica, sia all’acustica che all’elettrica, un talento compositivo non scalfito dagli anni e un approccio sempre positivo e coerente, Randy ha costruito una selezione senza cedimenti o noia, a partire dalla solida e corposa “Midnight Blue”. Rock e radici si miscelano nella seguente “Better Not Get Me Started”, con tutti quei sapori sudisti che sono una sua caratteristica peculiare e con ancora eccellenti incroci chitarristici mentre “Forever On My Mind” ha l’andamento morbido della ballata acustica e una melodia che appassiona. “All Good Now” pesca nella country music più sincera proponendo una magnifica slide guitar che personalmente ricorda il miglior Sonny Landreth e, inevitabilmente grazie ad un bel fiddle, ci porta verso la Louisiana e i suoi colori. “Last Letter Home” è nuovamente ispirata alla tradizione, deliziosamente acustica e struggente nella melodia, con un prezioso mandolino a caratterizzarla, “What Side Are You On” è più aggressiva e orgogliosa con un andamento magari non originalissimo ma convincente ed efficace, con la presenza di un banjo a conferma di indissolubili legami con le proprie radici. Con la country music nel proprio cuore, Randy Thompson ci regala una  superba “Someday Soon” e a seguire una “Drown In The Mainstream” dall’inossidabile spirito rock, vicino alle pulsioni rock di un grande come Joe Ely al quale si avvicina come assonanze. “33rd Of August” che chiude l’album fa invece rivivere la più classica country music texana con una canzone che rimanda a personaggi  imprescindibili come Waylon, Willie, Guy Clark o Jerry Jeff Walker, tutti nomi che vengono in mente ascoltando questo piccolo gioiellino. Degna chiusura per un disco godibile che si spera venga presto bissato. www.randythompson.net.
Remo Ricaldone 

11:38

Luke Bell - Luke Bell

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Luke Bell è un honky tonker da mettere a fianco di Wayne Hancock, Dale Watson e di tutti coloro che portano ‘la fiamma’ della tradizione in questi anni in cui le majors si nutrono di pop, ‘bad rock with a fiddle’ e talent show. I classici suoni che hanno reso grandi personaggi come Dwight Yoakam con il quale ha più volte condiviso il palco e le aspirazioni, fanno parte del suo dna. Luke Bell è cresciuto in Wyoming formandosi tra country music e ballate western, trasferendosi con la maggiore età prima ad Austin dove ha suonato regolarmente nei piccoli club della capitale texana e poi a New Orleans, trovando infine spazio e opportunità nella parte più ispirata di Nashville dove ha inciso questo suo disco omonimo, in parte riprendendo canzoni da un suo album di un paio di anni fa. Le dieci canzoni che compongono questo suo ‘vero’ esordio scorrono con grande solidità e freschezza ispirandosi ad icone come George Jones, Merle Haggard e Buck Owens, riportando in vita quella country music che riesce a sopravvivere nella sua accezione più legata alle radici grazie ai nomi citati all’inizio, aggiungendo gente come Whitey Morgan, Jamey Johnson e J.P. Harris. L’apertura mostra le sue più chiare intenzioni con una “Sometimes” che potrebbe tranquillamente essere scambiata (a parte la voce, buona ma comunque ‘normale’) per una outtake di Dwight Yoakam, “All Blue” ha il piglio country & western più classico con un bell’intro di armonica, una steel che ammalia e i contrappunti di chitarra elettrica che rimandano alla memoria le cadenze del classico ‘Cash sound’ mentre “Where Ya Been?” è tersa e cristallina nella melodia e convincente nell’interpretazione, misurata e nostalgica. A seguire una selezione assolutamente godibile in cui scorrono la preziosa “Hold Me”, honky tonk song da manuale, l’acustica “Loretta”, un altro piccolo gioiellino, la travolgente “Working man’s Dream” con gustoso intermezzo yodel, “Glory And The Grace” guidata da un eccellente piano e da un’ironia che spesso traspare tra le righe del disco, i riferimenti western della bella “The Bullfighter”. Le conclusive “Ragtime Troubles” dove emergono le influenze del periodo ‘neworleansiano’ e “The Great Pretender”, ballatona d’effetto con il sapore dei ‘fifties’ sigillano un breve ma pregevole percorso sonoro che sperabilmente porterà nuovi fans e appassionati ad un nome veramente interessante
Remo Ricaldone


E’ ormai da alcuni anni che Brigitte DeMeyer e Will Kimbrough hanno cominciato a collaborare, diventando grandi amici e condividendo le loro visioni musicali, ma solo ora hanno deciso il grande passo incidendo il loro primo disco in coppia, inserendosi in quello spazio del panorama roots americano che vede Buddy & Julie Miller, le recenti esperienze di Emmylou Harris e Rodney Crowell e di Steve Earle e Shawn Colvin come riferimento. Tutto quello che è dentro a quell’incredibile ‘calderone’ di suoni che è la musica delle radici a stelle e strisce, dal folk al blues, dalla country music al rock, dal gospel al jazz primigenio entrano nello stile della coppia  e tutte queste inflessioni le troviamo in questo variegato ed interessante “Mockingbird Soul”. La strabiliante tecnica strumentale di Will Kimbrough, cresciuto a Mobile, Alabama e diventato con gli anni tra i più richiesti sidemen della scena, una personalità formata dall’amore per Beatles, JJ Cale, Allman Brothers Band, ZZ Top e Lightning Hopkins e la grintosa ‘California girl’ appassionata di Sud con tutte le sue implicazioni sonore, una voce strepitosa e perfetta per interpretare questo repertorio, formano un duo tra i più intriganti di questi ultimi tempi e garanzia di genuinità e spontaneità. “Mockingbird Soul” ha un impianto principalmente acustico ma che non disdegna l’inserimento di pochi ma mirati ospiti, dal basso acustico di Chris Donohue alle percussioni di Jano Rix che colorano l’introduttiva “Everything”, uno dei momenti più significativi del disco. La differenza nel rendere questo lavoro consigliato caldamente la fanno le chitarre di Will Kimbrough, sempre ispiratissime e ricche di pathos e le performance vocali di Miss DeMeyer, affascinanti e ricche di soul, a partire dalla splendida “Mockingbird Soul”, vicina alle cose migliori di Bonnie Raitt. Poi è tutto un viaggiare sulle strade del ‘deep South’ attraverso Nashville (la loro città adottiva), Mobile, New Orleans, il Delta e i suoi misteriosi ‘swamps’, guidati da una coppia perfetta nell’ispirazione e che continuamente stimola l’ascoltatore. Da “Broken Fences” a “Little Easy”, da “The Juke” a “I Can Hear Your Voice” che mi viene naturale associare alle migliori ballate di Rodney Crowell, fino alla struggente “Carpet Bagger’s Lullaby” con un’altra eccellente performance di Brigitte DeMeyer e al delizioso country blues “Running Round” che vede protagonista Will Kimbrough, l’album coinvolge ed emoziona senza distinzioni di genere, in un unico evocativo mondo.

Remo Ricaldone

11:29

Pete Sinjin - The Heart And The Compass

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quarto disco per Pete Sinjin, nome nuovo su queste pagine ma decisamente un cantante ed un autore che, mischiando folk e country, gioca le sue carte nel modo migliore attraverso liriche di grande profondità e un senso della melodia che sta tra Dylan, John Prine e Townes Van Zandt e le più genuine pagine ‘americana’ tra Son Volt e Jayhawks. “The Heart And The Compass”, parafrasando e usando le sue parole, sono un tutt’uno di sensazioni, emozioni e quadretti di vita disegnati e colorati con sapienza ed intelligenza, cuore e bussola indirizzati verso una canzone d’autore impeccabile. “That’s My Heart” è il manifesto delle intenzioni di Pete Sinjin, un cuore aperto verso l’ascoltatore, gonfio di avvincente armonia e di passione per i suoni roots. “Radio Tears” vede l’angelica voce di Michaela Anne duettare con Pete Sinjin in cui evoca ‘honky tonk angels’ con la presenza della affascinante steel di Rich Hinman, “Dirty Windshield” è una ‘road song’ dai tratti suadenti ed intriganti con il violino di Dennis Lichtman (bravo anche con il mandolino) e la solida sezione ritmica formata da Jay Foote al basso e Tony Leone alla batteria (già con Shooter Jennings e Levon Helm) a supportare la melodia, “Stolen Afternoon, 1951” è più riflessiva ed interiore, più descrittiva. “Breathing The Same Air” riprende ritmo ed è subito un suono tipicamente ‘alt-country’ che lo avvicina ai migliori Jayhawks, “Can’t Be So” è ballata dai sapori ‘sudisti’ che attingono dal soul e dal country, interpretata con il cuore, “Goodbye Knoxville” è tra le più brillanti e divertenti dell’album, “Desperate Kind Of Love” è un altro duetto con Michaela Anne, country song già sentita ma coinvolgente e attraente. “Last Stand And Testament” è uno degli ‘highlights’ del disco, grande melodia,  le chitarre di Rich Hinman e l’armonica di Pete Sinjin che suggellano una performance solida come una roccia, “This Bed’s Gonna Break Your Fall” ha, grazie al violino, il sapore della tradizione che a me ricorda certe cose dei Waterboys di Mike Scott, a metà strada tra le due sponde dell’Atlantico. “The Night That I Saw God” congeda Pete Sinjin con un ennesimo ottimo esempio di ‘americana’ di qualità, grinta e melodia in una canzone che graffia e accarezza confermando la bontà del songbook di un nuovo nome da seguire. Consigliato. www.petesinjin.com.
Remo Ricaldone

16:50

Jesse Dayton - The Revealer

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Texano di Beaumont, Jesse Dayton rappresenta al meglio il punto di incontro tra la country music più classica, quella di grandi come Johnny Cash, Waylon Jennings, Willie Nelson e George Jones e lo spirito punk ed iconoclasta incarnato da una band seminale come i Clash, tutta musica che ha fornito le basi per il suo suono, dirompente e accorato, ispirato e trascinante. Il suo nome è più legato alla bravura come sideman e chitarrista piuttosto che ai suoi dischi solisti, pur in gran parte notevoli e superiori alla media. Dal suo ottimo “Raisin’ Cain” del 1995 e attraverso album del calibro di “Hey Nashvegas”, “Country Soul Brother” e “Holdin’ Our Own” in duetto con Brennen Leigh, Jesse Dayton ha proposto un suono al tempo stesso fedele alle radici e vicino agli estremi rock, unendo idealmente due mondi apparentemente distanti anni luce ma spesso accostati da gente come Hank III e i Social Distortion. “The Revealer” per maturità, qualità delle canzoni e giusto approccio al materiale può essere il lavoro perfetto per farlo ‘sfondare’ anche come solista, in un disco impeccabile e travolgente. E se “Daddy Was A Badass” è un roccioso honky tonk ‘outlaw style’, “Holy Ghost Rock’n’Roller” fa rivivere la storica stagione dei Blasters con un rock’n’roll veramente strepitoso, nello spirito dei fratelloni Alvin. “The Way We Are” è un altro gioiello legato a filo doppio a Waylon e George Jones, con quest’ultimo che torna in mente attraverso sfumature simili nella voce di Jesse Dayton, pur più bassa e profonda, “Eatin’ Crow And Drinkin’ Sand” è un pregevole ritratto del più profondo Sud, tra country music e pulsioni rock, “Possum Ran Over My Grave” è ballata dalle grandi suggestioni con George Jones che da lassù sorriderà benevolo, “Take Out The Trash” è più rock e a me ricorda (anche vocalmente) il miglior Warren Zevon in un momento solare e godibilissimo. Jesse Dayton ha ancora molte frecce al proprio arco e così si susseguono una “Mrs. Victoria (Beautiful Thing)” pregna di blues e umori ‘southern’, prevalentemente acustica e guidata magistralmente da una slide guitar, l’adrenalitica “3 Pecker Goat” firmata a quattro mani con Hayes Carll, “Match Made In Heaven” vede Jesse duettare con Brennen Leigh riprendendo il discorso di anni fa con il citato disco in coppia in una cadenzata e classica country song, “I’m At Home Gettin’ Hammered (While She’s Out Gettin’ Nailed)” aggiunge un pizzico di bluegrass ad un ‘train time’ semplicemente delizioso. A chiudere l’album due momenti più riflessivi e rilassati: “Never Started Livin’” interpretata ancora una volta con il cuore ed intrisa di nostalgia e di amarezza e “Big State Motel”, ballata acustica che rimanda ai giorni gloriosi della Allman Brothers Band e una melodia che rimane a lungo nell’anima. Degna chiusura di un disco che regala momenti di vera poesia e trascinante ritmo. www.jessedayton.com.
Remo Ricaldone

16:46

Trevor Alguire - Perish In The Light

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sesto album per Trevor Alguire, songwriter canadese tra i più brillanti ed interessanti, sempre in prima fila nel panorama roots a nord degli States. La sorpresa sta nella continua eccellente qualità dei suoi dischi, perfettamente in bilico tra acustico ed elettrico con un suono che rimanda alle pagine più belle dell’alternative country degli anni in cui emerse questa voglia di rileggere le radici del suono country e folk in maniera più asciutta, viva, reale. “Perish In The Light” segue con regolarità due ottimi lavori come “Till Sorrow Begins To Call” e “Miles Away”, entrambi già recensiti su queste pagine e come nei precedenti la vena appassionata e poetica di Trevor Alguire emerge con forza. L’intera produzione dell’album è saldamente nelle mani dello stesso Trevor e mai come in questo caso gli arrangiamenti sono ponderati e ricchi di colorazioni, dal violino nelle mani di Miranda Mulholland (protagonista con i Great Lake Swimmers, anch’essi canadesi) alla pedal steel del bravissimo Bob Egan (spesso con i Blue Rodeo, altra grande realtà spesso accostata ai lavori di Mr. Alguire), dalle tastiere di Jesse O’Brien alle chitarre di Chris Gauthier. Disco questo contraddistinto da una notevole coesione e da una qualità generale sopra la media in cui non è facile estrapolare un brano piuttosto che un altro. Una spanna sopra comunque risultano il commovente duetto con Catherine MacLellan nella splendida “My Sweet Rosetta”, l’apertura affidata a “The Ghost Of Him”, la pulsante ed elettrica, condotta dal violino, “Flash Flood” che potrebbe far parte del repertorio dei Turnpike Troubadours tanto per fare un nome, “Wasted Ways” ballata sopraffina, “I’ll Be Who I Am” solida e classica country ballad e “Wasting My Time With You” dal forte sapore texano. Una selezione impeccabile che conferma tutta la bontà di un genuino troubadour, un nome da conoscere e da affiancare al meglio della musica delle radici di questi anni. www.trevoralguire.com.
Remo Ricaldone

16:43

Jono Manson - The Slight Variations

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Jono Manson è un personaggio fantasioso ed instancabile, musicista, produttore e promoter dal carattere aperto e propositivo, attivo dalla fine degli anni settanta con collaborazioni ampie e variegate che lo hanno portato a risiedere nel nostro Paese dal 2003 al 2006, facendosi apprezzare per grandi doti artistiche ed umane. Nato a New York, Jono ha trovato nel New Mexico la sua casa perfetta e lì è tornato, dopo mille peregrinazioni, per produrre musica nella piccola località di Chupadero dove ha dato vita ai suoi due ultimi album da solista, l’ispirato e pregevole “Angels On The Other Side” inciso nel 2014 e questo ancora eccellente “The Slight Variations”, strutturato come fosse un racconto tra rock e radici, condensando le proprie esperienze personali e musicali in modo vivo e vibrante. L’apertura è affidata a “Trees”, una ‘overture’ dai sapori quasi irlandesi che lo ricollega anche a certe cose dell’ultimo Steve Earle, momento che subito fa spazio alla più rockeggiante “Rough And Tumble”, solido e classico momento dalle inflessioni ‘stonesiane’ e legate al classic rock degli anni settanta. “I’m Ready” e “Wildflower” ammorbidiscono i toni con melodie dolci e passionali, arrangiate con grande gusto ed equilibrio. Le chitarre elettriche di Kevin Trainor e le tastiere di Jason Crosby sono i punti fermi di queste sessions e danno il giusto contrappunto alla vena poetica di Jono Manson come in “The Sea Is The Same”, perfetto esempio del suo ottimo stato di forma compositivo. “Footprints On The Moon” chiude il ‘primo movimento’ di questo “The Slight Variations” aprendo la melodia con la consueta grazia e limpidezza in un contesto elettro-acustico decisamente country-rock. La title-track ha invece un sapore più funky e sincopato, traendo ispirazione da certe cose dei Little Feat ma anche dai Grateful Dead di metà anni settanta, “What Would I Not Do?” sposta ancora l’attenzione questa volta verso Elvis Costello e Nick Lowe con atmosfere che nobilitano il miglior pop-rock come si faceva molto tempo fa mentre “So The Story Goes” è una suadente country ballad, interpretata con la consueta classe. L’epilogo è poi affidato a una “Little Bird Song” che condensa in pochi minuti l’essenza del personaggio: cuore, anima e talento in una ballata dai toni ‘southern’ che ammalia e chiude nel migliore dei modi un disco caldo ed appassionato.
Remo Ricaldone 

16:39

Riddle & The Stars - New Coastline

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Secondo disco per l’interessante combo formato dal cantautore australiano Ben Riddle e del duo californiano di Huntington Beach chiamato The Fallen Stars e guidato dalla coppia Bobbo e Tracy Byrnes, il primo ottimo chitarrista ma anche bravo a pedal steel e dobro, la seconda cantante e bassista. Dopo il debutto intitolato “This Is Happening” pubblicato nel 2014, questo “New Coastline” rafforza il loro legame e ottimizza le loro doti compositive e strumentali riprendendo quel discorso musicale tra rock e radici  con forti inflessioni melodiche tipico di gruppi come Jayhawks o Wilco. Chiare sono le influenze tipicamente californiane di brani dal forte sapore country westcoastiano come “Apples & Knives” interpretato con abilità da Tracy Byrnes, evocativa e agrodolce nei toni, oppure intrigante è il mood cantautorale dell’introduttiva “Running Back To You”, frutto delle  doti di Ben Riddle. Acustica e ‘folkie’ è poi la canzone che dà il titolo al disco, “Valentine’s Day” è un’altra piccola gemma country con Tracy Byrnes protagonista, “When We Ride” è una poetica cavalcata sull’onda di un country-folk magnifico. La qualità media degli originali è decisamente alta, sempre attenta agli equilibri e sempre prodiga di emozioni ma a mio parere il vero capolavoro di questo “New Coastline”è una cover, l’unica, quella di “Mexican Home” scritta anni fa da John Prine, capolavoro di songwriting per una delle icone del cantautorato americano. La versione di Riddle & The Stars è vicina all’originale ma riesce comunque a risultare personale per le emozioni che riesce a trasmettere e per le sfumature acustiche che pervadono la melodia. Disco di ottima caratura e bella scoperta. www.thefallenstars.com/riddle-and-the-stars.
Remo Ricaldone

Interessante disco  natalizio pubblicato dalla Red House Records di Saint Paul, Minnesota, una delle più valide label nell’ambito della musica delle radici americana, nata come etichetta specializzata in musica acustica ma presto votata alla promozione di tutte le varianti di questi suoni, dal country al rock, dal blues alla canzone d’autore, tutti stili presenti in questo “Christmas On The Lam And Other Songs From The Season”. Disco naturalmente vario come inflessioni vista la presenza di nomi molto diversi tra loro ma che rendono il disco godibilissimo. Tra le cose più intriganti per i lettori di Lone Star Time ci sono sicuramente la coppia formata da Bill Kirchen e Austin De Lone con una pregevole “Santa Claus Wants Some Lovin’” in cui l’ex Commander Cody e l’ex Eggs Over Easy si e ci dilettano in una fusione di rock e radici veramente di classe, Dale Watson e i suoi Lonestars protagonisti con “Christmas To Me” che conferma tutta la loro grandezza, Larry Campbell & Teresa Williams alle prese con il super classico “Blue Christmas” ripreso in maniera decisamente personale e la già conosciuta ma non meno bella “Holed Up In Mason City” da parte di una delle migliori voci del cantautorato statunitense, John Gorka. La swingante “Mittens” di Heather Masse, già voce con le Wailin’ Jennys è un vero gioiellino, così come la quasi sconosciuta Davina & The Vagabonds che con “Santa Bring My Baby Back To Me” gioca con il fascino ‘old fashioned’ ricco di vitalità e puro spirito natalizio. Comunque valido il resto del materiale, con una menzione particolare per Robin & Linda Williams e il loro feeling country nella bella “Together All Alone”, l’immaginifica “Song For A Winter’s Night” dei Pines, la tradizionale e ruvida “Slim Tall’s Christmas On The Lam” di Charlie Parr e la classe infinita di Jorma Kaukonen in “The Baby Boy”. Mai scontato, il disco brilla di luce propria e si propone come una delle migliori novità del genere e del periodo.
Remo Ricaldone



Abbiamo già parlato su queste ‘pagine’ di Carter Sampson, ottima cantante ed autrice dell’Oklahoma che quest’anno ha firmato uno dei più interessanti dischi nell’ambito americana, quel “Wilder Side” che l’ha consacrata tra le figure femminili di riferimento del genere. Sempre quest’anno Carter Sampson ha visitato l’Europa (e anche il nostro Paese) con una solida band olandese chiamata Hidden Agenda Deluxe con la quale ha stretto forti legami di amicizia. Per celebrare le loro affinità viene ora pubblicato “Christmas From Amsterdam To Oklahoma”, disco natalizio assolutamente non ordinario e decisamente ispirato e profondo. Dieci canzoni tra cover e originali, spesso non legati espressamente al Natale ma a sentimenti che risultano perfetti per questo periodo dell’anno. I chitarristi e cantanti BJ Baartmans e Eric Devries affiancano con grande bravura Carter Sampson duettando e supportando la cantante oklahoman attraverso un repertorio intelligente e brillante. Spiccano su tutte una sapida “Coming Around” di Steve Earle in cui Carter ed Eric dividono passione e poesia in un momento accorato e da ricordare, la scorrevole “Driving Home For Christmas del ‘pop-rocker’ Chris Rea interpretata dal batterista Sjoerd Van Bommel, una sognante (e un po’ patinata ma bella) “Hard Candy Christmas”, “Snow” con il ‘marchio di fabbrica’ del grande e compianto Jesse Winchester, ritmi tra New Orleans, la country music e i profumi sudisti, l’immancabile e riuscita versione di “Blue Christmas” cantata ottimamente da Carter Sampson. Tra le più belle c’è comunque “Christmas In Oklahoma”, splendida ballata acustica scritta dalla stessa Carter ed interpretata con grande trasporto mentre la corale “I Shall Be Released” di Bob Dylan svetta come i classici sanno fare in questa versione veramente azzeccata. A chiudere un album che si ascolta molto piacevolmente al di là del periodo in cui è pubblicato, per suoni e brani tra country e folk che mostrano ispirazione e genuinità, una semplice e poetica “Christmas Eve In Amsterdam” cantata da Eric Devries.
Remo Ricaldone

18:29

Elijah Ford & The Bloom - As You Were

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Abbandonata la corte di Ryan Bingham attorno al 2010, Elijah Ford, figlio dell’ex Black Crowes Marc Ford, ha finalmente dedicato tutto se stesso ad una carriera solista che ha fruttato un album nel 2011, un ep l’anno seguente e questo “As You Were”, perfetta istantanea di quello che attualmente propone con la sua touring band, The Bloom. Un robusto e variegato rock di stampo classico in cui non mancano le citazioni roots, ricco di espressività e di passione, di un retaggio familiare forte (non  a caso appaiono in queste session lo zio Chris Konte alle tastiere soprattutto e la madre Kristen alle armonie vocali) e di un bel talento musicale. Nato in California, Elijah si è trasferito ad Austin, Texas dove ora vive e dove negli studi di registrazione Arlyn ha inciso dieci ottime canzoni che compongono questo “As You Were”. Non mancano poi le inflessioni pop (nella più nobile tradizione americana), quelle che rendono ancora più godibili certe canzoni e conferiscono loro quella freschezza rendendo giustizia ad una vena compositiva di tutto rispetto. In questo senso “Try As You Might” e “The Way We Were” sono sintomatiche del suo amore per Tom Petty & The Heartbreakers e tutto il panorama rock degli anni settanta. Un inizio più che promettente. L’apertura di organo di “Say The Words” sembra proprio strappata ai Doors con il suono classico di Ray Manzarek in un contesto comunque diverso e ricco di passaggi veramente pregevoli. “Blessed” è un altro momento da ricordare, un granitico ed interessante brano con le chitarre elettriche sempre in primo piano e una melodia che entra subito in testa, così come l’ottima “Black & Red” sicuramente tra le mie preferite con la sua contagiosa vitalità ed energia. “Hollow Years” si pone sulla falsariga dei precedenti, sempre potente, sempre ispirata, “Daggers” è più acustica e vicina ai suoni country, “If Not Today” è ‘beatlesiana’ quanto basta e con le sue atmosfere sixties diversifica un po’ i suoni e rende molto piacevole la successione dei brani. Per concludere Elijah Ford ha scelto la lunga ed attendista “Relief” con ancora l’organo di Chris Konte protagonista e con le chitarre di Stew Jackson taglienti come non mai e “Faltering”, perfetta chiusura, piccolo gioiellino caratterizzato dalla pedal steel di Ben Massey. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:26

John Calvin Abney - Far Cries and Close Calls

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Originario dell’Oklahoma, al terzo album all’attivo, John Calvin Abney può essere accostato come sensibilità a personaggi come John Fullbright e Parker Millsap con i quali condivide la passione per la canzone d’autore unita  alla vicinanza a band americana come Jayhawks e Wilco. La sua esperienza come ‘sideman’ in compagnia di John Moreland e i Damn Quails lo ha fatto maturare moltissimo come strumentista e la ottima vena compositiva di quest’ultimo periodo ha fatto si che JC Abney confezionasse un piacevolissimo lavoro in cui emergono anche influenze dylaniane (del periodo d’oro tra “Blonde On Blonde” e “Highway 61 Revisited”). Le sue sono canzoni pervase talvolta da malinconia e in altri casi dalla gioia e dalla felicità, in un alternarsi di momenti che formano un insieme attraente e godibile, sospeso spesso tra acustico ed elettrico, sempre poeticamente rilevante. “I’ll Be Here, Mairead” colpisce per il suo incedere tra country e blues, significativo per inquadrare le radici del suo suono, “Beauty Seldom Seen” apre con una melodia eccellente, “Jailbreak” è ancora più rockeggiante e dal sapore sixties, “In Such A Strange Town” è descrittiva e meditativa, una ballata tra i momenti migliori dell’album, “Weekly Rate Palace” è un rockin’ country trascinante che ricorda un po’ i Green On Red, indimenticati alfieri dell’alternative country negli anni ottanta, “More Than Moonlight” porta alla memoria le ballate degli Uncle Tupelo senza mai risultare clone e con grande coinvolgimento, mentre ascoltando l’organo che introduce “Goodbye Temporarily” non possiamo non ricordare quello di Al Kooper in “Like A Rolling Stone”. “Far Cries And Close Calls” mostra un autore maturo e in gran forma che svaria tra diversi ‘mood’ presentando sempre canzoni credibili e genuine, nella migliore tradizione dello Stato che gli ha dato i natali. Da conoscere.
Remo Ricaldone

18:22

Lynne Hanson & The Good Intentions - 7 Deadly Spins

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La storia delle cosiddette ‘murder ballads’ affonda il proprio retaggio nella più profonda tradizione anglo-americana e ha rappresentato nel corso del tempo una vena ispirata e molto interessante. In tempi recenti di ‘politically correct’ il mainstream (country ma anche rock) ha cancellato queste tematiche per altre molto più innocue e spesso banali e pochi sono quei musicisti che ogni tanto ‘sdoganano’ questi racconti noir che non disdegnano venature ricche di humor, naturalmente nero. “7 Deadly Spins” è un ottimo concept album, anche se della durata di sole sette canzoni per poco più di venticinque minuti, presentatoci dalla bravissima cantante ed autrice canadese Lynne Hanson, musicista che nella sua carriera ha saputo personalizzare americana, blues e country music con un piglio solido e appassionato. I Good Intentions sono al suo fianco, una band nella quale spiccano le chitarre di Tony D e Scott Glass, con le tastiere di Chris Brown a colorare gli spazi concessi e le sporadiche apparizioni, sempre però incisive, della producer e a sua volta eccellente musicista Lynn Miles. Melodie intense e significative in perfetta simbiosi con i personaggi e le situazioni che si alternano nei vari brani, estrema cura dei particolari e arrangiamenti che fanno risaltare la sensibilità dei musicisti coinvolti, media compositiva molto alta sono le peculiarità che rendono affascinante questa proposta, dall’apertura affidata a “Gravedigger”, segnata da sentimenti ‘neri’ come vendetta e punizione. Splendido è il trittico formato da “Cecil Hotel”, ballata magnifica, “Black Widow” e la scorrevole “Run Johnny Run” con la splendida slide guitar di Glass House e il mandolino di Gilles LeClere a duettare.Comunque tutto l’album gode di una compattezza notevole e da rimarcare ci sono ancora la potente “First One’s Free” e “Waters Edge”, sopra la media per intensità e sicurezza. Il tutto a conferma del talento della musicista canadese che rappresenta al meglio una nazione che continua a proporre dischi ad altissimo livello.   www.lynnehanson.com

Remo Ricaldone

19:02

Reckless Kelly - Sunset Motel

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Ogni nuovo disco della band dei fratelli Willy e Cody Braun regala emozioni profonde ed autentiche a riprova del fatto che sia una delle più belle realtà del panorama tra Texas e Oklahoma, con il giusto mix di grandi ballate acustiche e sferzanti rock chitarristici. E queste due appaiono in tutta la loro bellezza nelle tredici tracce che compongono “Sunset Motel”, nono lavoro in studio dei Reckless Kelly, tra i più belli ed intensi di una produzione sempre abbondantemente sopra la media. “How Can You Love Him (You Don’t Eeven Like Him)” è la perfetta sintesi del loro suono e apre giustamente l’album con una melodia ed un trasporto subito fortemente accattivanti. Un midtempo che subito fa spazio alle travolgenti chitarre elettriche della seguente “Radio”, rock che mostra gli artigli e colpisce nel cuore. In “Buckaroo” rimangono le chitarre elettriche ma i ritmi si fanno più rallentati e  la vena melodica dei fratelli Braun regala un’altra perla, bissata dall’evocativa magnifica “Sunset Motel”, capolavoro di equilibrio acustico e di potenza evocativa. In questa parte i Reckless Kelly coinvolgono con ballate dal sapore agrodolce, diretto e genuino come “The Champ”, altro numero di gran classe (e il bel mandolino di Cody Braun), “One More One Last Time” introdotta dall’armonica di Willy Braun, l’ancora splendida “Forever Today” interpretata da Willy con il cuore in mano. In “Volcano” è limpida la classe di Willy Braun come autore, capace di condensare e dispensare gioiellini elettro-acustici, sempre e comunque appassionante. “Give It Up” riporta in alto i ritmi con il fascino immediato di una canzone che non faticherà certo a diventare uno dei classici dal vivo, la corale “Who’s Gonna Be Your Baby Now” contraddistinta dalla pedal steel nelle sapienti mani di Marty Muse, ospite illustre assieme a Bukka Allen, Micky Braun (senza Motorcars), Chris Masterson ed Eleanor Whitmore, è ancora brillante e si fa ricordare con grande piacere, mentre “Moment In The Sun” scorre benissimo unendo chitarre elettriche, mandolino e un contagioso arrangiamento vocale che mi ricorda molto l’età d’oro del country-rock californiano. Il tempo ancora per due splendide melodie, quella di “Sad Songs About You”, asciutta, sofferta e tormentata e “Under Lucky Stars”, sognante chiusura, e subito la voglia è di mettere il tasto ‘repeat’ e riprendere tutto da capo. E se non bastasse, lo straordinario artwork della confezione è la ciliegina sulla torta con tutto il fascino vintage di un ‘pieghevole’ pubblicitario di un motel, con tanto di portachiave incluso. Caldissimamente consigliato.

Remo Ricaldone

19:00

Matt Harlan & Rachel Jones - In The Dark

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“In The Dark” è la dimostrazione limpida e la conferma della classe compositiva e dell’intenso calore interpretativo di Matt Harlan, una delle più belle voci del cantautorato texano (e americano, più in generale), talento del quale ci siamo più volte occupati in passato. In questo suo nuovo lavoro, breve (meno di mezzora) ma intrigante e straordinariamente espressivo, Matt ha stretto forti legami con Rachel Jones, tanto da condividere in pieno l’opera proposta. E la cristallina e pura voce di Rachel dona ulteriore fascino alle ballate del Nostro, colorando storie e personaggi che coinvolgono e conquistano. La produzione è nelle mani della coppia, una produzione asciutta ed efficace capace con pochi strumenti di dare vita a un suono efficace ed impeccabile. Una nervosa chitarra elettrica (come nella evocativa “Move Slow”), le tastiere e la fisarmonica di Tony Barilla, la batteria usata con parsimonia ed intelligenza nelle mani di Steve Candelari, la lap steel di Willy T Golden e poi le chitarre acustiche, protagoniste con tutto il loro calore per tutto il disco, sono il giusto ‘abito’ di queste otto canzoni che compongono “In The Dark”. Le fascinazioni bluesy di “Warm November”, la magnifica canzone che dà il titolo all’album, “My Mother’s Song (At Seventeen)” in cui Rachel Jones guida la melodia con estrema grazia, “Something Bigger”, poesia e musica all’unisono e la conclusione affidata a “Mozart” contribuiscono a far brillare un disco degno di affiancarsi alla migliore tradizione del Lone Star State in fatto di canzone d’autore. www.mattharlan.com.
Remo Ricaldone


18:58

Arty Hill - Live: Church On Saturday Night

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Arty Hill è un artigiano e un fine alchimista della country music. Proveniente dall’area di Baltimore, Maryland, Arty Hill ha spesso svolto la sua attività in Texas ed in Alabama, dove presso l’Hank Williams Museum di Montgomery tiene workshops di scrittura musicale. Sette album all’attivo e una carriera (e una vita) dedicata alla preservazione della più genuina country music e dell’honky tonk più ruspante e vitale che ora vengono celebrati da un live che racchiude il meglio della sua produzione aggiungendo un nuovo brano e tanta, tanta passione. “Live: Church On Saturday Night” ci presenta nel corso di quasi un’ora di musica, honky tonk, rockabilly e quel feeling tipico degli anni quaranta e cinquanta che parte dal citato Hank Sr. e arriva a quei musicisti che ne hanno rinvigorito il sound negli anni, da Commander Cody a Dale Watson per citare due tra i primi nomi che vengono in mente. Quindici brani tra cui il superclassico “Lovesick Blues” firmato da Cliff Friend e da Irving Mills negli anni venti e ripreso da moltissimi tra cui Hank Sr., la gustosa e morbida melodia di “Edinburgh Cowboy”, nuova canzone di Arty Hill, e “Omaha ICU” scritta a quattro mani da Arty Hill e da Bob Woodruff. Comunque è tutto il disco che ‘gira a mille’ e funziona benissimo grazie soprattutto ai Long Gone Daddys che accompagnano regolarmente Arty Hill e attualmente è un combo composto da Dave Chappell alla chitarra solista, Ira Gitlin al contrabbasso, Ed Hough alla batteria e Lynn Kasdorf alla pedal steel. Band dal suono pulitissimo e che suona veramente a memoria. I temi sono quelli classici della country music dei ‘good ol’ times’ con le storie di abbandoni, di sofferenze, d’amore e di ‘redenzione’ e i titoli ne sottolineano con chiarezza i contenuti, da “A Wreck Of A Man” a “Big Drops Of Trouble”, da “If You’re Looking For A Loser” a “Montgomery On My Mind” ma è tutta la selezione da prendere nella sua interezza e da ascoltare attentamente, meglio se con una bella birra ghiacciata. Un disco corroborante. www.artyhill.com.
Remo Ricaldone

18:54

Richard Shindell - Careless

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Richard Shindell è una delle voci più interessanti della canzone d’autore americana legata alle radici, attento, poetico e disincantato osservatore di una nazione in cui le contraddizioni sono all’ordine del giorno ma il cui fascino resiste nonostante tutto. Una manciata di dischi nell’arco di una ‘vita musicale’ che copre almeno tre decadi, una produzione parca e molto ponderata, indipendente e sempre significativa. Voce inconfondibile dell’America di provincia, Richard Shindell ha negli ultimi anni trovato stimoli e interessi in Argentina, a Buenos Aires ma quando deve incidere torna negli States e produce dischi eccellenti come questo suo ultimo “Careless”. L’album è una collezione di brani da centellinare, emozioni profonde tra testi mai banali e suoni che conglobano country, folk, pop, jazz, rock, blues in un insieme decisamente personale e riconoscibile. Apre una “Stray Cow Blues” pregna di aromi sudisti e inflessioni blues, elettroacustica e godibilissima e subito cambia registro con la title-track “Careless”, rarefatta e dalle tonalità jazzy, con le armonie vocali dell’amica e collega Lucy Kaplansky, le percussioni del veterano Jerry Marotta e ‘l’atmosferica’ tromba di James Suggs. Subito due gioiellini in un alternarsi di sensazioni che attraggono e affascinano. “The Deer On The Parkway” con le tastiere di Clifford Carter e il contrabbasso di Viktor Krauss è un altro degli highlights dell’album con il suo andamento cadenzato e la vocalità di Richard Shindell che ‘snocciola’ da par suo il testo, “Your Guitar” è commovente nella sua semplicità, perfetta nel suo scarno arrangiamento e con l’accenno alla splendida melodia del traditional “Shenandoah”, “Abbie” vede la presenza di Larry Campbell a rafforzare il suono con le sue chitarre elettriche e conquista per il suo mix di country music e cenni gospel, “Before You Go” è ballata pop dal fascino inalterato che cresce molto con gli ascolti, così come “Satellites” che unisce pop e folk ricordando certe ballate acustiche dei REM. “Careless” è uno di quei dischi da apprezzare senza chiusure preconcette, proprio per quel suo miscelare suoni come i grandi autori sanno fare. www.richardshindell.com.

Remo Ricaldone

18:52

King Of The Tramps - Cumplir Con El Diablo

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King Of The Tramps è un quartetto che proviene dalla cittadina di Auburn nell’Iowa, non propriamente il luogo dal quale ci si aspetti un sudato e trascinante roots rock di marca sudista. E proprio al ‘deep south’ si rivolge il suono di Todd Partridge e soci (Adam Audlehelm alle tastiere e percussioni, Ryan Aum alla batteria e Ryan McAlister al basso), mischiando un febbrile rock’n’roll a radici blues e country con quel coinvolgimento che li avvicina a North Mississippi All Stars e  Chris Robinson Brotherhood, con la lezione dei grandi del soul e anche degli Stones in mente. “Cumplir Con El Diablo” è il loro quarto disco, un lavoro equilibrato e pregnante che contiene dieci momenti dal taglio aggressivo ma anche con il nostalgico coinvolgimento di ballate tipicamente ‘southern’. “See You On The Other Side” sembra una outtake da “Exile On Main Street”, sporca e bluesy con tanto di slide guitar e di fiati (Andy Poppen alla tromba e Aaron Ehrlich al sax) che ogni tanto colorano e danno sostanza al suono. Pulsante e potente è la seguente “Ain’t No God”, con voce filtrata che ricorda un Howlin’ Wolf coinvolto in una session rock, mentre “Nashville Line” è tra le più belle, con il ricordo romantico della stagione storica del cosiddetto ‘Southern Rock’, il tutto filtrato da una sensibilità tra country e blues. Tra i momenti da rimarcare in un disco dai tratti sempre orgogliosamente rock ci sono una robusta “Last Man Standing”, una godibilissima e più ‘rootsy’ “That’s How It Goes”, la trascinante “Depression” con un finale tiratissimo e quasi punk e le due conclusive “Old Crow” e “’89 Cutlass”, la prima con chiare inflessioni country, la seconda lunga ballata acustica veramente emozionante. Penso che Todd Partridge sia cresciuto con una bella dieta fatta di Rolling Stones (quelli che ritengo i più ispirati, tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta). Disco assolutamente piacevole. www.kingofthetramps.com.
Remo Ricaldone

17:12

Jack Ingram - Midnight Motel

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A ben sette anni dal precedente lavoro discografico torna Jack Ingram, personaggio che nelle scorse decadi ha saputo coniugare la canzone d’autore texana a certo rockin’ country che nel Lone Star State ha vissuto stagioni esaltanti. Certo che il suo avvicinamento al mainstream, seppur mai cedendo in fatto di buon gusto e genuinità, lo ha un po’ ‘bruciato’, finendo per inficiarne un rendimento che ad inizio carriera lo aveva posto come uno dei nomi più interessanti della sua generazione di musicisti. Tutto questo tempo è servito a rivedere le sue priorità, decidendo saggiamente di recuperare il completo controllo della sua musica e di fare un po’ di ordine nella propria vita. L’affidarsi poi ad una delle più serie label indipendenti in fatto di roots music, la Sugar Hill Records, è stata la scelta più intelligente e “Midnight Motel” sta a testimoniare il valore di un ritrovato troubadour. Il disco è uno dei più personali e intimi della sua produzione, ricco di ballate e midtempo proposte in sequenza, quasi a voler ricreare lo spirito creativo e propositivo delle session in poco più di un’ora di durata. Ritroviamo con grande piacere un artista in cui maturità ed esperienze di vita hanno plasmato sonorità e melodie limpide ed intense, storie spesso sofferte ma affrontate con un piglio forte e pregnante. Gli inevitabili riferimenti alla vita ‘on the road’ per un musicista nella cui discografia appaiono numerosi live e che ha consacrato la carriera al contatto diretto con il pubblico, gli aneddoti divertenti e nostalgici, le amicizie e gli amori contrassegnati da grandi bevute e ritrovati nuovi stimoli sono le cose attorno a cui ruotano le canzoni del disco, aperto e chiuso da “Old Motel” (in versioni acustica ed elettrica), un po’ il manifesto sonoro di questo nuovo corso. “I Feel Like Drinkin’ Tonight” e soprattutto “I’m Drinking Through It” sono ‘drinking songs’ di ottima fattura, così come “Blaine’s Ferris Wheel”, “It’s Always Gonna Rain”, la splendida “What’s A Boy To Do” tra gli highlights dell’album e “Champion Of The World” sono episodi da sottolineare per questa ritrovata vena compositiva. Unico piccolo appunto è la mancanza di uno o due brani più trascinanti e ritmati, a spezzare un ‘mood’ rilassato e contemplativo. Comunque, bentornato Jack!.
Remo Ricaldone

A dimostrazione di quale ottimo periodo di ispirazione stia vivendo Michael Hearne, musicista con nel cuore il più genuino stile country e folk di marca texana, ecco undici canzoni raccolte in un disco inciso con l’amico Shake Russell in cui lo spirito più profondo del Lone Star State emerge con prepotenza. “Only As Strong As Your Dreams” è con il già recensito “Red River Dreams” l’esempio di un talento puro che meriterebbe ben più esposizione di quella che ha avuto nella sua carriera. Si potrebbe cominciare con “I Heart Texas”, straordinario atto d’amore verso la sua terra con citazioni di Guy Clark, Townes Van Zandt, Broken Spoke, Gruene Hall e la splendida regione dell’Hill Country ma è tutto il disco ad essere pervaso da un’aura poetica ispiratissima, dalla poesia di Charles John Quarto musicata da Shake Russell che dà il titolo al disco alla pimpante “I Got News For You”. E le notizie non possono che essere positive, con i sapori della Louisiana di “Loser’s Gumbo”, sapidissima, la nostalgia palpabile di “Irish Prayer” tra West ed Irlanda, “You make The Blues Feel Like A Sunny Day” semplicemente solare come dice il titolo e la magnifica cover di “Ballad Of The Snow Leopard And The Tanqueray Cowboy” di David Rodriguez a nobilitare un lavoro dalle emozioni senza tempo, un album che riporta alla mente le stagioni storiche della musica texana, quelle che hanno dato vita al mito di Austin e dei mille locali che ne arricchiscono la scena. www.michaelhearne.com e www.shakerussell.com i siti di riferimento per conoscere ed approfondire i due musicisti.
Remo Ricaldone

17:06

Dennis jay - Western & Country

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Già la scritta sulla copertina che dice: “Produced by Lloyd Maines” attira ed intriga, poi, appena messo il disco nel lettore cd, veniamo accarezzati e trascinati da un western swing semplicemente splendido, con la parte vocale a metà canzone come si usava fare ai tempi in cui in Texas (e non solo) impazzava questa  affascinante commistione di generi. “Western & Country” è un viaggio nel Lone Star State tra country music, suggestioni western, ballate messicane e western swing: i suoni classici interpretati con gusto e talento da Dennis Jay, cantante, chitarrista ed autore veramente interessante. La produzione poi non può che essere luminosa e impeccabile quando si tratta di Lloyd Maines, uno che non si ‘spende’ per tutti e che quando scende in campo lo fa con passione e convinzione, spesso come in questo caso arricchendo le canzoni con i suoi innumerevoli strumenti a corda (chitarre acustiche ed elettriche, pedal steel ,basso). In più in queste session sono presenti nomi noti della scena texana come Richard Bowden e Dennis Ludiker ai fiddles, Bukka Allen (figlio del leggendario Terry) al piano e Terri Hendrix all’armonica tra gli altri. Il risultato complessivo è quindi una gioia per le orecchie di chi apprezza la tradizione texana, quel melting pot di influenze che hanno trovato in quella terra un crocevia unico, ricco e diversificato, dal western swing della citata apertura di “Texas Skies Shining In A Cowgirl’s Eyes” al tex mex di “Primicia (Volver A Visitar)” (con Bukka alla fisarmonica), dal West raccontato con intensità emotiva di “The Thorns Of Your Roses” in cui Dennis Jay duetta con Lisa Gamache alla eccellente “The Lights Of Deadwood” dedicata al ricordo di Kent Finlay, poeta e musicista scomparso da non molto. Da citare ci sono comunque “A Picture In My Wallet”, classica ballatona country in cui Lloyd Maines lavora di fino con la sua pedal steel, “South Of Seguin”, “Right Up On The Edge” coinvolgente e appassionante e con l’inserimento della tromba di Richard Bowden a trasportarci ancora sul border, “My Baby’s Arms” con il fantasma di Hank Sr. dietro l’angolo, la descrittiva “The Gamble” con il sapore dei classici e la rilettura di “Streets Of Laredo” in completa solitudine imbracciando il banjo, tutte a contribuire ad un disco di ottimo impatto e dal fascino senza tempo.
Remo Ricaldone 

17:03

Jaime Michaels - Once Upon A Different Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le città americane in cui la canzone d’autore ha sempre rappresentato il cuore pulsante di quella scena musicale c’è sicuramente Boston, Massachussetts, dalle cui coffehouses e folk clubs sono usciti generazioni di grandi artisti. Jaime Michaels è uno di questi anche se poi ha deciso di viaggiare e scoprire nuovi orizzonti, trasferendosi a vivere in North Carolina e in New Mexico. Lunga è stata la sua carriera ma pochi i contributi discografici, calcolando che  è dagli anni settanta che Jaime Michaels porta in giro la sua musica. E “Once Upon A Different Time” può essere l’occasione per conoscere una vena ispirata e canzoni che parlano della sua vita ma rappresentano anche una sua personale visione delle problematiche del mondo, in particolare quella ambientale. Proprio da queste pressanti tematiche nasce una delle sue più intense creature, una ballata tanto poetica quanto dal messaggio accorato e forte: “Warming”, ‘grido’ e richiesta di attenzione verso il riscaldamento globale, tra i pericoli maggiori del nostro pianeta. Lo stile è sempre elegante e profondo, prettamente acustico e folkie, sempre molto godibile. Prova ne è la title track che apre il disco con arpeggi di acustica e una melodia subito apprezzabile e contagiosa. “No Paddle Wheel” gioca ancora sulle emozioni semplici ma al tempo stesso intriganti della canzone d’autore, “Crazy For Me” è onirica e ricorda le armonizzazioni di Crosby & Nash, “Somewhere Like Italy” come fa arguire il titolo è un omaggio al nostro paese in cui appare tra gli altri il cantautore Stefano Barotti al controcanto (in italiano), “A Little More” è interpretata con il cuore in mano, ballata scarna ma tremendamente efficace nella sua semplicità. E’ questo il ‘fil rouge’ che unisce i vari momenti che compongono questo “Once Upon A Different Time”, prodotto da Jono Manson con grande attenzione ai particolari, ad arrangiamenti efficaci dove ogni piccola sfumatura è al posto giusto. Ancora una volta il plauso (doppio) va alla Appaloosa Records per avere creduto in Jaime Michaels e per avere incluso tutte le traduzioni dei testi in italiano, cosa fondamentale soprattutto per un singer songwriter. A voi scoprire i talenti del musicista di Boston.
Remo Ricaldone

16:59

The O's - Honeycomb

Pubblicato da Remo Ricaldone |

John Pedigo e Taylor Young hanno illuminato le notti musicali di Dallas, Texas attraverso varie band tra rock e radici e nel 2008, dopo essersi incrociati parecchie volte nelle loro attività, hanno deciso di unire le forze per presentare un progetto denominato ‘The O’s’, staccando la spina spesso e volentieri e proponendo un godibile mix di folk, pop, country e rock. “Honeycomb” è il loro quarto disco, prodotto dall’esperto Chris ‘Frenchie’ Smith (Lost Bayou Ramblers e Meat Puppets tra i suoi progetti in veste di producer) e incentrato su un sound in cui banjo e chitarra, gli inserimenti di armonica e le armonizzazioni vocali formano un insieme decisamente piacevole e ‘radio friendly’. A me hanno subito ricordato un altro duo che, negli anni ottanta soprattutto, fecero parlare di se per l’ibrido tra le varie roots e l’anima rock’n’roll, i Proclaimers dei fratelli gemelli scozzesi Charlie e Craig Reid. Ed è proprio il loro amore per le fresche melodie pop, l’infatuazione per il rock’n’roll e i forti legami con le sonorità folk e country che risulta vincente e che pone The O’s come una bella realtà texana, anche se non ci sono molti legami con la scena a cui i lettori di Lone Star Time sono legati. Le canzoni sono il punto forte, tutte scritte a quattro mani da John Pedigo e da Taylor Young, tutte limpidamente coinvolgenti e ricche di fascino sincero e genuino. Le oltre 150 serate all’anno nei club texani e non hanno fatto si che si creasse un eccellente affiatamento e una solida maturazione, mantenendo quella grande voglia di emergere che negli anni non è mai venuta meno. “Brand New Start” è significativa della loro convinzione e della strada intrapresa, così come notevoli sono “Medicine", l’introduttiva “Fourteen Days”, “Go Slow”, la splendida “Reaper”, “Retribution” con le sue colorazioni country-gospel, “Woken Up” con l’aggiunta di Justin Currie alla voce e “Wanted”, highlights di un lavoro estremamente compatto e coeso. “Honeycomb”  ha un suono pulito, autentico e rilassatamente ‘down home’, non un capolavoro certamente ma fare la conoscenza con il duo texano è un’esperienza che regalerà ottime vibrazioni. www.WeAreTheOs.com.
Remo Ricaldone

00:04

Martha Fields - Southern White Lies

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Avevamo conosciuto Texas Martha con un disco dalle forti tinte honky tonk e ‘hard core’ country intitolato “Long Way From Home” in cui l’artista texana (di adozione) sviscerava con grande grinta e passione i suoni con cui era venuta a contatto negli ultimi anni. Ora “Southern White Lies” va ancora più a fondo nella ricerca del proprio retaggio musicale, quello appalachiano tra Eastern Kentucky e West Virginia che è indissolubile parte del dna di Martha Fields e di cui si è nutrita sin da bambina. Abbandonati momentaneamente chitarre twangy e pedal steel, ora c’è ampio spazio per fiddle, mandolino, dobro e banjo in un susseguirsi di melodie e ritmi acustici bluegrass, folk, country e old-time che richiamano le più genuine radici. Quello che è rimasto invariato e se possibile approfondito è l’approccio interpretativo di Martha, qui estremamente ‘vissuto’ e raccontato con grande pathos, sempre accompagnato da quella che è la sua tour band, un collaudato insieme di musicisti francesi che formano la sua nuova ‘famiglia musicale’ in quella che possiamo considerare la sua patria adottiva in questi anni. Manu Bertrand (dobro, banjo, mandolino, dobro e chitarra), Serge Samyn (contrabbasso), Olivier Lecrerc (violino) e Denis Bielsa (batteria) sono l’affiatata band che fornisce i ‘colori’ alle composizioni di Martha Fields e alle cover che mostrano le sue ispirazioni, sempre precisi e puntuali. L’esperto e famoso Tommy Detamore poi ha lavorato con classe in fase di post-produzione agli studi Cherry Ridge di Florasville in Texas e quello che abbiamo tra le mani è un prezioso disco introdotto da cinque eccellenti esempi della scrittura di Martha Fields, dalle profonde “Soul On The Move” alla title track passando per “Dead End”, fino al pregnante bluegrass di “Hard Times” e a “Do As You Are Told”. La parte centrale dell’album è incentrata sulle cover, a partire da “What Good Can Drinkin’ Do”, gustosissima ‘drinkin’ song’ seguita dalla notevole “Lonesome Road Blues”, un tradizionale che apre la strada alle celeberrime “Tell Me Baby” di Mickey Newbury e “California Blues” di Jimmie Rodgers, riviste in maniera calda e impeccabile. “What Are They Doing In Heaven” è un’altra ripresa dallo sconfinato patrimonio tradizionale e l’accoppiata “Where Do We Go Now” e “American Hologram” confermano quali passi avanti dal punto compositivo ha fatto la Nostra. “Southern White Lies” è un prodotto in cui si respira l’aria pura delle radici, un corroborante e rigenerante racconto del più genuino sud. Caldamente consigliato. www.texasmartha.com .
Remo Ricaldone

00:01

Michael Hearne - Red River Dreams

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Michael Hearne è un musicista che meriterebbe ben altra fama internazionale tra coloro che apprezzano la country music e la canzone d’autore, un talento sbocciato tra Texas e New Mexico che negli anni ha proposto con continuità dischi su dischi in cui sono emerse limpide doti compositive e un talento interpretativo di rarà intensità. Nipote del grande Bill Hearne con il quale ha più volte collaborato in passato, Michael in questi ultimi anni ha stretto un proficuo legame artistico con Shake Russell e ha proseguito una carriera solista di gran classe. “Red River Dreams” è puro esempio di tutto ciò, un viaggio sonoro nel sudovest americano tra suggestioni western, country music e folk, una melodiosa e poetica ode alla natura e ai personaggi che la abitano. Lo stesso Michael Hearne, con la collaborazione fattiva di Don Richmond che contribuisce con estrema bravura anche a livello strumentale, è dietro alla consolle nella veste di produttore, con un lavoro di gran gusto e passione. La grande amicizia con Shake Russell è suggellata anche qui da una serie di splendide canzoni che formano un po’ il ‘fil rouge’ del disco, dalla apertura affidata a “Red River Dreams” a “The Highway Is A Friend Of Mine” in cui il mito della strada rivive con sincerità, fino alla nostalgica “Back In The Day”. Jon Ims e Chuck Pyle sono stati suoi grandi ispiratori e “Magic” e “Endless Sky” sono rispettivamente nitidi esempi di classe compositiva, scevra da ogni condizionamento commerciale. Le celeberrime “Early Morning Rain” di Gordon Lightfoot, “Return Of The Grievous Angel” di Gram Parsons e la eccellente “Drunken Lady Of The Morning” sono altre tre ottime cover, mentre tra gli originali sono ancora da segnalare “June 25, 2009” sorprendentemente dedicata al ricordo di Michael Jackson (ma con una ottima melodia country/folk), “Blue Enough” e “On Our Way Down To The Sea” a completare un quadro affascinante e molto attraente. www.michaelhearne.com.
Remo Ricaldone

23:58

Clarence Bucaro - Pendulum

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Clarence Bucaro è un musicista che ha vagabondato per gli States carpendo da ogni esperienza materiale prezioso da inserire in un songwriting maturo e ricco di spunti letterari. Dalla nativa Cleveland, Ohio fino all’attuale residenza di Brooklyn, NY, passando per New Orleans e Los Angeles,
ha saputo costruirsi una musicalità che, attraverso una discografia fatta di una decina di lavori, si è arricchita di sfumature e sonorità degne della più nobile canzone d’autore. Con questo suo “Pendulum”, breve ed intenso, contenente dieci nuovi brani, la produzione nelle mani dell’esperto Tom Schick lo porta verso Wilco e Ryan Adams con i quali il producer ha lavorato in passato. L’album vive di fascino bohemienne e di folk songs dal taglio intenso e genuino, ritagliandosi uno spazio importante nell’ambito americana, con inflessioni country (e l’uso della pedal steel dietro la quale siede Rich Hinman ne è la conferma) e il mai sopito amore per il sud a guidare le intenzioni di Clarence Bucaro. Eccellente è l’apertura della title-track “Pendulum”, una ballata agrodolce dal ritmo cadenzato, così come il duetto con Alison Moorer nella conclusiva “Strangers”, composta a quattro mani con la brava cantautrice legata per un certo periodo a Steve Earle. In mezzo si susseguono una serie di quadretti melodiosi e a tinte pastello, poeticamente rilevanti e sempre in bilico tra country e canzone d’autore, da “Tragedy” a “Girl In The Photograph”, da “Emerald Eyes” a “Love Like The Last Chance”, tutti equilibrati e gustosi. I tamburi ma anche il piano wurlitzer e la fisarmonica di Alex Hall, il basso e le tastiere di Scott Ligon fanno da perfetta base sulla quale si sviluppa un disco che cresce con gli ascolti e che potrà essere il compagno perfetto per le vostre serate autunnali. Da segnalare infine il consueto prezioso lavoro della label italiana Appaloosa che include sempre i testi in inglese ed in italiano per poter meglio penetrare il significato di queste canzoni.

Remo Ricaldone

16:51

Western Centuries - Weight Of The World

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Weight Of The World”, tanto per sgombrare subito ogni dubbio, è a mio parere uno dei più brillanti e godibili country albums usciti quest’anno, uno di quei dischi che sanno rivitalizzare un suono come solo alcune produzioni indipendenti oggi sanno fare. I Western Centuries provengono dall’area di Seattle (non propriamente nota per la country music) ma suonano con lo spirito puro del Lone Star State, hanno inciso in quel di Nashville sotto la produzione di uno che ci sa fare come Bill Reynolds, già con i Band Of Horses, e colpiscono, al debutto, dritto al cuore. I ragazi comunque non sono di primo pelo, Cahalen Morrison vanta già una serie di dischi di grande valore, prima con Eli West e non molto tempo fa accompagnato dai Country Hammer, Jim Miller (co-fondatore dei Donna The Buffalo) ha un passato ricco di esperienze, Ethan Lawton è un autore transitato attraverso bluegrass e punk (!), Rusty Blake alla pedal steel e Dan Lowinger al basso sono famosi a livello locale come sidemen. Il suono è quello che colpisce subito, limpido e puro, pedal steel, fiddle e chitarre scintillanti, voci e cori ottimamente curati. Il repertorio poi aggiunge un ulteriore motivo di apprezzamento, dodici canzoni che vanno dall’honky tonk alla ballata con inflessioni e profumi di Louisiana o di swing, mantenendo alto il livello per tutta la durata del disco, senza cali di ispirazione. Non c’è un momento sprecato, una canzone sotto tono, dall’introduttiva “Weight Of The World” alla chiusura affidata a “Rock Salt”. Assolutamente da conoscere, sperando in un riscontro anche commerciale (pur nei limiti purtroppo di una produzione indipendente e quindi con budget ridotto) per una band che potrà dare molto alla causa della vera e genuina country music. www.westerncenturies.com.
Remo Ricaldone

16:48

Levi Parham - These American Blues

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Ancora una volta l’Oklahoma ci regala un personaggio da tenere d’occhio, un nome relativamente nuovo (ha esordito ‘solo’ nel 2013) ma capace di condensare i suoni sudisti, dal rock al blues, dal country al soul, con grande efficacia e bravura. Il musicista di McAlester sa come scrivere, è dotato di una voce personale e “These American Blues” mostra una maturità e un talento veramente eccellenti. La produzione di Jimmy LaFave, la magia degli storici Cedar Creek Studios in terra texana, la presenza di ottimi nomi come Radoslav Lorkovic alle tastiere, Tim Easton e Seth Lee Jones alle chitarre e David Leach al basso (per citare i più significativi) sono le armi vincenti per una serie di canzoni dalle melodie contagiose e intense, presentate con piglio sicuro ed impeccabile. La title-track apre il disco con grinta e il ‘tiro’ giusto, perfetta per introdurre il personaggio, tra Ryan Bingham e alcune cose di John Hiatt, “Ain’t The Man To Tell You So” è una ballata elegante con venature ‘southern’, profumata di soul, interpretata con il cuore, così come la seguente “Steal Me” con Sam Cooke come riferimento. “Wrong Way To Hold A Man” è un altro momento di grande fascino, elettroacustica, con inflessioni folk ma anche con uno spirito rock sempre presente, “Gonna Be A Long Day” presenta tratti country con una melodia aperta e nitida e un intreccio di chitarra slide e tastiere splendido. L’album prosegue con interpretazioni sempre convincenti e brani dalla ottima fattura, con la solida “I’m Behind Ya”, “Waiting Game” poetica e intensa ballata, il godibilissimo country blues  “Don’t Care None (But I Used To)”, “Central Time” tra le più rockeggianti dell’album e la chiusura affidata alla accorata “Love Comes Around” quali momenti da sottolineare in un lavoro che pone Levi Parham tra le migliori nuove leve della scena ‘oklahoman’. www.leviparham.com
Remo Ricaldone

16:45

Michael McDermott - Willow Springs

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Il ritorno in grande alla musica di Michael McDermott era stato sancito anche dal recente disco con la sua band The Westies di cui ci siamo già occupati su queste ‘pagine’ ma un suo lavoro solista a così breve distanza e con così tanta qualità sinceramente non ce lo aspettavamo. “Willow Springs” è uno dei punti più alti della poetica del musicista di Chicago, un disco ancora più apprezzabile grazie alla ormai consueta etichetta italiana Appaloosa che ci presenta i testi sia in inglese sia in italiano, modo per penetrare meglio temi e situazioni spesso amari, disperati e intensamente tragici pur con una forza interiore che non può non far pensare ad una grande voglia di riscatto. Bob Dylan e Bruce Springsteen (e tutti i loro ‘epigoni’) sono punti di riferimento imprescindibili, sin dalla splendida title-track che apre con calore e ispirazione. Qui e per molti momenti dell’album è notevole l’apporto vocale, al fiddle e umano di Heather Horton, mentre le chitarre di Lex Price e di Will Kimbrough e le tastiere di John Deaderick danno il giusto contributo di talento unito a estremo gusto. “Willow Springs” è un lavoro solido e stimolante in cui Michael McDermott scrive ed interpreta come mai in precedenza, con una maturità che spesso si pone una spanna sopra il bellissimo esordio di inizio anni novanta. E’ così puro godimento apprezzare le sue nuove creature, incastonate tra rock e radici, arrangiate con cura e dovizia di particolari dallo stesso McDermott, dalla springsteeniana “Getaway Car” che sembra veramente una ‘outtake’ di “Darkness On The Edge Of Town” o di “The River” alla coinvolgente “Butterfly”, storia d’amore e dipendenze. “Half Empty Kinda Guy” è spigliata e scorrevole con una bella armonica e lo spirito giusto di un grande troubadour, “One Minus One” ballata cantata con il cuore in mano, la magnifica “Folksinger”, “Let A Little Light In” che rimanda alle connessioni tra rock e soul del primissimo Springsteen, quello di “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle” e le tre splendide ballate che chiudono l’album, molto diverse tra loro ma con lo stesso inimitabile pathos, impreziosiscono e nobilitano un disco che cresce ascolto dopo ascolto, un disco da cui è difficile staccarsi.
Remo Ricaldone


16:42

Willie Sugarcapps - Paradise Right Here

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Per parecchio tempo in una zona rurale dell’Alabama meridionale una serie di cantanti, autori, strumentisti legati all’ambiente roots si sono ritrovati a fare musica per diletto e anche per trovare nuovi stimoli. Tra i tanti, da Mary Gauthier a Malcolm Holcombe, da Alvin Youngblood Hart a Randall Bramblett, ci sono stati cinque musicisti che hanno scoperto di avere affinità comuni e hanno deciso di unire le proprie forze per creare un ‘supergruppo’ capace di condensare talenti e attitudini. Grayson Capps, Will Kimbrough, Corky Hughes e il duo formato da Anthony Crawford e Savana Lee (noti come Sugarcane Jane) hanno così preso il nome di Willie Sugarcapps e nel 2013 debuttato con un disco omonimo che ha regalato loro ottime recensioni e la voglia di proseguire nel progetto comune. Eccoci così a “Paradise Right Here”, secondo lavoro ancora una volta prodotto da Trina Shoemaker e registrato negli storici Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama, un disco in cui, seppur caratterizzato non da una scrittura comune ma dall’unione di diverse ‘penne’, possiamo apprezzare passioni e amori molto simili, vibranti e coesi. L’unione di country music fieramente tradizionale ma con un piglio gustosamente contemporaneo, suoni più ‘neri’ come blues e gospel, la passione per l’old time mediato attraverso una formazione rock sono le caratteristiche di un disco suonato e cantato con freschezza e inventiva, sempre piacevole e divertente. “Dreamer’s Sky” può essere il manifesto delle loro intenzioni, un brano scritto da Will Kimbrough in cui si insinua il violino di Anthony Crawford su un tempo deliziosamente tradizionale. “Faded Neighborhood” fa emergere lo spirito country di Savana Lee il cui canto che si alterna con quello di Kimbrough, Capps e dello stesso Crawford rende ancora più multiforme la proposta. L’apporto di Grayson Capps è più cantautorale, profondo ed intimista con “May We Love” e “Rosemary And Time” veri gioiellini di equilibrio e poesia, quello di Anthony Crawford un po’ più tradizionale come in “Find The Good” dai toni gospel mentre continuo a preferire il songwriting di Will Kimbrough, a mio parere ‘guida’ della band. Oltre alla già citata introduzione sono da ricordare per sottolineare la sua classe compositiva “The Highway Breaks My Heart”, robusta ed evocativa, la nostalgica e swingata “Magnolia Springs” in cui ci si immerge nei ‘roaring twenties’ e la lunga “Paradise Right Here”, piccolo capolavoro melodico in cui il nostro si accompagna a banjo ed armonica. Band da seguire, se mantiene questi equilibri ci regalerà ancora tanta grande musica. www.williesugarcapps.com.
Remo Ricaldone

16:39

Al Scorch - Circle Round The Signs

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Al Scorch è cresciuto a musica e impegno politico in una città come Chicago in cui tradizione e rock hanno creato mix veramente intriganti. L’amore per la musica old-time, per il punk e per i suoni irlandesi ne hanno forgiato lo spirito e le sue storie accompagnate da banjo e chitarra sono qui a dimostrarlo. “Circle Round The Signs” vede Al Scorch approdare all’etichetta ‘di casa’ Bloodshot Records, sempre sensibile quando le radici vengono coniugate con il rock più sudato e febbricitante e l’azzeccato binomio tra gli strumenti acustici e la grinta con cui queste canzoni sono interpretate è decisamente vincente. La partenza ai cento allora di “Pennsylvania Turnpike” come se gli Old Crow Medicine Show fossero nati in Irlanda è il migliore dei biglietti da visita, così come l’intrigante vena dixieland di “Everybody Out” porta alla memoria le Seeger Sessions di Bruce Springsteen. Al Scorch è uno storyteller vero, uno spirito libero che trascina con la stessa verve di un Chuck Ragan o dei Flogging Mollys, altri due esempi. “Insomnia” con i suoi repentini cambi di ritmo è un altro momento topico dell’album con fiddle e banjo protagonisti, “Lonesome Low” fa raffreddare un attimo le corde e lo fa con una melodia semplice e coinvolgente, nostalgica e calda, “Want One” riprende con immutato vigore un percorso godibilissimo. Spirito folk ed energia punk. “Slipknot” resuscita le grandi string bands degli anni trenta con un pizzico di blues e con la proverbiale forza, l’orgogliosa “Love After Death” profuma d’Irlanda mentre dal lato ‘tranquillo’ si segnalano “City Lullaby” e la tersa melodia di “Poverty Draft” con il french horn di Justin Amolsch ad accompagnare l’acustica di Al Scorch. Bella sorpresa quella di Mr. Scorch, da seguire.
Remo Ricaldone

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