23:26

Jason Eady - Jason Eady

Pubblicato da Remo Ricaldone |



E’ una crescita esponenziale quella di Jason Eady, tra le voci più belle ed intense in quei territori tra la country music e i suoni della tradizione folk e bluegrass proposti attraverso una visione ‘southern’ di estrema efficacia. E questo disco omonimo si affida nuovamente alla produzione di Kevin Welch per proporsi come uno dei più validi di una discografia sempre su livelli di eccellenza ma forse mai come in questo caso vigorosa e splendidamente vicina al cuore della tradizione. I suoni sono cristallini e sono centellinati con precisa cura e trovano nel fiddle e nel mandolino di Tammy Rogers, straordinaria ‘sidewoman’ e membro fisso degli Steeldrivers (a cui si avvicinano spesso le sonorità di questo album), nelle steel guitar e nel dobro dell’incommensurabile Lloyd Maines e nelle angeliche armonie vocali della texana Courtney Patton gli interpreti perfetti. La voce calda e modulata di Jason Eady è poi il veicolo principale per storie indissolubilmente legate ad una country music quasi dimenticata dalle nuove leve nashvilliane, storie in cui non si evita di trattare temi come perdita di identità e redenzione, vite vissute al margine della società a cui si chiede una ‘second chance’ per poter inseguire i propri sogni o soltanto godere dell’amore della persona amata. Non c’è una nota sprecata in queste dieci canzoni, non un momento in cui l’intensità lasci spazio alla routine o in cui il musicista di Jackson, Mississippi non mostri cuore e anima, spogliandosi di ogni barriera tra lui e l’ascoltatore. La qualità eccellente di questi brani è anche opera dei partners che hanno affiancato Jason nel creare emozioni pure, da Josh Grider ad Adam Hood, da Larry Hooper a Jamie Wilson ma lo stato di grazia compositivo di Jason Eady è veramente notevole. Dall’iniziale “Barabbas”, storia della voglia di approfittare di una seconda possibilità di un colpevole rilasciato al posto di un innocente in una metafora facilmente apprezzabile all’amara “No Genie In This Bottle” in cui appare come ospite Vince Gill alle armonie vocali, dalla pioggia che lava via tutti i problemi e i pensieri negativi di “Rain” alla profonda amicizia e rispetto del compagno di lavoro di “Black Jesus”, è tutto un susseguirsi di momenti coinvolgenti e appassionanti, così come “Drive”, “Why I Left Atlanta”, “40 Years” e “Waiting To Shine”, tra le migliori di un ‘songbook’ tutto da riscoprire. Disco che si pone come una delle cose più importanti ed emozionanti di quest’anno musicale.
Remo Ricaldone

23:23

Pierce Edens - Stripped Down Gussied Up

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Asheville, North Carolina è nel cuore degli Appalachi, luogo dove la tradizione emerge da ogni angolo e dove è inevitabile che il proprio retaggio si manifesti attraverso la propria personalità. Pierce Edens ha nel proprio dna le melodie, le storie, il fascino delle radici ed ha saputo renderle attuali mischiandole al rock della sua adolescenza, a quell’impatto forte ed orgoglioso che trasudano quei suoni. La rabbia, la misteriosa ed inquietante seduzione delle ‘murder ballads’ che affollano quelle terre, la voglia di rinascere dopo le dure esperienze della vita, l’amore e la morte, la perdita e la speranza, sono queste le basi sulle quali si sviluppano le canzoni di Pierce Edens, giunto al quinto disco (indipendente) dopo una lunga maturazione fatta di innumerevoli concerti e  giuste frequentazioni. “Stripped Down Gussied Up” può tranquillamente essere considerato il suo lavoro più completo e significativo, l’occasione ideale per conoscere un eccellente songwriter e un cantante la cui voce conquista per intensità e per profondità espressiva. Con Tom Waits e Van Morrison nel cuore e la più nobile tradizione cantautorale nell’anima, Pierce firma un disco in cui è accompagnato dall’eccellente Kevin Reese a chitarre, mandolino e banjo e dalle soffici percussioni e dal piano di Matthew Nelson in un viaggio veramente affascinante che tocca le corde più intime. Un’unica riuscitissima cover, quella di una “Mr. Siegal” firmata da Tom Waits e rifatta in maniera molto personale, e dieci composizioni originali che tratteggiano una personalità inquieta, complessa e intrigante in un contesto che spesso parte dalla canzone d’autore di radice folk per sfociare in un mix di rabbia punk come nella dura “The Bonfire” in cui sembra incontrare i bostoniani Dropkick Murphys o di fierezza urlata ricordando i White Buffalo e Chuck Ragan in “It’s Alright, It’s All Wrong” o ancora di bucolica serenità (sebbene sempre filtrata da una certa apprensione) in “The Bells Of Marshall”. Disco tra i più appassionanti dell’anno finora, originale e degno di grande considerazione.
Remo Ricaldone

23:20

Sam Baker - Land Of Doubt

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci eravamo già occupati di Sam Baker alcuni anni fa celebrando uno dei grandi autori texani, musicista e poeta i cui dischi sono veri gioielli di una tradizione che nel Lone Star State ha visto Townes Van Zandt, Guy Clark e Terry Allen raccontare luoghi e persone con estrema profondità e introspezione. Sam è artista a tutto tondo, di non facilissima assimilazione al primo ascolto ma la cui visione universale è tra le
più intelligenti e affascinanti. “Land Of doubt” segue un disco fondamentale come “Say Grace”, considerato dal Rolling Stone uno dei dieci migliori album country del 2013 e ripropone la stessa scarna musicalità in cui country e  folk (con echi anche jazzy grazie alla tromba di Dan Mitchell) convivono splendidamente. Neilson Hubbard siede alla consolle e intelligentemente non cambia registro al suono di Sam Baker, continuando a rivestirne le storie di pochi strumenti ma inseriti in modo impeccabile e perfetto, con l’immenso Will Kimbrough (già con Rodney Crowell e Todd Snider, per citarne alcuni) alle chitarre elettriche ed acustiche mentre gli archi di David Henry e Eamon McLoughlin aggiungono un ulteriore tocco poetico. Ascoltando questo “Land Of Doubt” si viene trasportati in un viaggio del cuore e della mente, ammaliati dall’eleganza degli arrangiamenti e portati a scavare nel profondo dell’animo umano. Relazioni complicate e sofferte terminate in modo inevitabilmente negativo, storie di veterani di guerra e della loro profonda sofferenza, la lotta per sopravvivere di madri single e l’umanità delle piccole storie, tutte con sullo sfondo il magnifico scenario naturale del Sud Ovest, affollano queste canzoni, tutte meritevoli di essere penetrate nel loro significato più recondito e vero. Da “Summer Wind” che introduce l’album a “Land Of Doubt” che chiude il tutto (“Stars and crosses/ crosses and stars/we meet at the border/with its beauty and its scars…”), questo lavoro ha l’andamento dei migliori film o libri americani degli ultimi tempi, naturalmente quelli più introspettivi ed interiori. Rimarchevoli sono poi la cadenzata “Moses In The Reeds” composta a quattro mani con Mary Gauthier che sembra uscita da “Lubbock On Everything” di Terry Allen con cui condivide humor e sensibilità, “The Feast Of St. Valentine” e “Say The Right Words” commoventi e fortemente coinvolgenti, la struggente “Peace Out”, unite assieme da una serie di interludi strumentali che formano un unico, eccellente racconto.

Remo Ricaldone

23:17

Davey O. - A Bright Horizon Line

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Il viaggio, inteso come metafora della vita o più semplicemente come punto di vista geografico, è al centro di queste canzoni, splendidi acquerelli acustici dipinti da Davey O. (all'anagrafe Ostrowski), cantautore di Buffalo, New York che riprende una interessante carriera discografica a tre anni dal precedente “No Passengers”, album molto apprezzato dagli addetti ai lavori. “A Bright Horizon Line” ci parla di nostalgia di casa dopo lunghi tour, di accettazione di quello che ci riserva la vita, in positivo ed in negativo, di nuove persone conosciute ‘on the road’, di speranze e disillusioni, un percorso sonoro di impatto molto positivo, giocato su intrecci acustici in cui alle chitarre del protagonista si uniscono pochi ma ispirati ospiti, dalla brava ed esperta Tracy Grammer che presta la propria voce in un paio di brani all’incisivo mandolino (e anche fiddle) di Eric Lee che spesso fa da spalla in maniera ispirata a Davey O., dal dobro dell’ottimo Pat Wictor al piano di Matt Nakoa. “Coming Home” e “To Buffalo” esprimono con grande urgenza poetica l’amore per i propri ‘luoghi del cuore’ mentre canzoni come “In Its Own Time”, “Nothing Could Go Wrong” e “My Parade” esprimono in tutta la loro saggezza il bisogno di accettare e di superare le sfide che la vita quotidiana di porta ad affrontare, mentre “For Them” e la splendida “The Easy Work” che apre l’album sono frutto di episodi vissuti durante viaggi musicali in cui il protagonista si arricchisce di nuove conoscenze ed amicizie. Unica e un po’ sorprendente cover è “Don’t Dream It’s Over”, un grosso hit per i Crowded House qui ripreso in una ‘first take’ semplice quanto efficace. “A Bright Horizon Line” potrà essere un prezioso compagno di viaggio nelle vostre serate più intime e poetiche.
Remo Ricaldone


23:13

Jim Keaveny - Put It Together

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Torna il cantautore di Bismarck, North Dakota ormai naturalizzato texano con il naturale seguito di “Out Of Time” pubblicato ormai tre anni fa. Il Bob Dylan ‘western’ di “Pat Garrett & Billy The Kid” e “Desire”, la più nobile canzone folk di Woody Guthrie e Ramblin’ Jack Elliott, quella non meno intensa di Townes Van Zandt  e di Terry Allen unita al fascino della musica del border: queste sono le coordinate sonore di brani concepiti in quel di Terlingua, Texas, terra fertile di storie intriganti e intense. Fiati mariachi, accordeon e guitarron sono i protagonisti assoluti accanto alla voce arsa dal sole e plasmata dal vento del deserto texano di Jim Keaveny, con i protagonisti di storie quasi cinematografiche nati dagli innumerevoli viaggi di Jim Keaveny che all’età di 19 anni si mise a viaggiare in lungo e in largo nel continente americano in autostop e sui treni merci. Country music, folk, tex-mex e fascinazioni western sono fissati ormai indelebilmente in una personalità un po’ sfuggente ma sempre affascinante di un vero troubadour, efficace quanto genuino, profondo e capace di tratteggiare con grande umanità lo spirito dei personaggi presenti. “What Ain’t Got”, “Six Days In A Jailhouse”, “Limbo And Grim (Slight Return)/The Mariachi Mantra”, “Put It Together”, “The Grand Forks” e “Leave This Town” sono solo alcuni dei momenti più significativi e difficilmente dimenticabili di un lavoro legato a filo doppio a tutte quelle ‘terre di confine’ tra Messico e Stati Uniti così ricche di storia e spesso di tragici epiloghi, una vera tavolozza di colori e di sapori in cui Jim Keaveny si trova perfettamente a proprio agio da storyteller puro e incontaminato. Da citare le steel guitar (lap o pedal) di Alex McMahon, la fisarmonica di David Barclay Gomez, la tromba di Eric Ortiz e le chitarre di Chet O’Keefe, protagonisti assoluti di queste sessions che nobilitano un’ottima vena compositiva. Chi è affascinato da questi luoghi e da questi suoni non potrà farsi sfuggire questo disco, magari abbinandolo al citato “Out Of Time” di cui è naturale seguito.
Remo Ricaldone

23:10

Bobbo Byrnes - Motel Americana

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Bobbo Byrnes è un musicista dalla carriera indirizzata in molte direzioni, collaboratore di band come Riddle & The Stars (di cui abbiamo già parlato su queste pagine) e ora in veste solista, un personaggio la cui passione per le radici e per certo country-rock o alternative country si esplica in queste dodici canzoni che formano “Motel Americana”, genuino ed onesto esempio di come il panorama indipendente sia quello in grado di proporre le cose più significative in questo ambito. Fresco e diretto, “Motel Americana” è un album elettroacustico in cui originali e cover si amalgamano per formare un suono che deve molto all’età d’oro californiana tra fine anni sessanta e inizio settanta, con quello spirito californiano dove grande importanza rivestono le armonie vocali e gli arrangiamenti si basano su una sezione ritmica soffice e mai invadente, ottimi intrecci chitarristici e inserimenti frequenti di violino, mandolino, dobro e pedal steel. Certamente la più celebre tra le canzoni presenti è la cover di “No Expectations”, tra le più roots degli Stones, più volte ripresa da musicisti di estrazione country e folk (ma anche bluegrass) qui rilassata e decisamente riuscita con un bel lavoro dello stesso Bobbo Byrnes alla pedal steel ma non meno riuscite sono “To Her Door” di Paul Kelly e “Hate This Town” di Slim Dunlap, quest’ultima arricchita dal violino di Geo Hennessy. “Millsboro” è tra le melodie più intriganti, acustica e profondamente country, “Solitaire” è più vivace e ritmata, “Nothing Needs To Be Said” riflessiva e incisiva mentre trascinante e rock risulta “1,2,3”, la più movimentata del disco, molto ‘sixties’. “Long Way To Nashville” chiude un disco semplice e per questo diretto e godibile, certamente non un capolavoro ma degno e onesto. Qualità per nulla scontate.
Remo Ricaldone

18:34

Tim Grimm - A Stranger In This Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le più belle ed importanti voci della canzone d’autore roots in circolazione, Tim Grimm vanta una carriera tutto sommato parca ma ricca di gioiellini ai quali va ad aggiungersi questo “A Stranger In This Time”, disco legato a filo doppio alla propria terra (l’Indiana, centro e non solo geograficamente dell’American Heartland) in cui tutte le canzoni vanno ad inserirsi formando una raccolta ‘a km. zero’ genuina e sincera. Personalità estremamente variegata, grande storyteller e musicista, Tim Grimm da anni è tornato nelle colline del suo Stato natale gestendo una fattoria e proponendo una serie di magnifici acquerelli sonori, quadretti di provincia che solo gente come John Gorka, Chris Knight, la conterranea ed amica Carrie Newcomer e pochi altri riescono a rendere così veri, diretti e cristallini. Per la prima volta Tim coinvolge nel processo di registrazione l’intera famiglia, rafforzando così quanto detto in precedenza e dando spazio ad emozioni pure e musicalità che partono dal patrimonio folk per abbracciare country, blues e certo roots rock. La moglie Jan Lucas Grimm, la sua voce e la sua armonica danno l’appassionato tocco femminile a questi suoni, i figli Connor al basso e Jackson a chitarre acustiche ed elettriche, banjo e mandolino conferiscono invece sostanza strumentale e cuore, con l’aggiunta delle precise percussioni di Hannah Linn e del fiddle di Diederik Van Wassenaer a completare un quadro nel quale tutto, sfumature e contorni, è impeccabilmente poetico. Per entrare nel mondo di Tim Grimm basta accostarsi alle prime note dell’apertura affidata a “These Rolling Hills”, ai versi che recitano ‘I come from these rollin’ hills, my feet know the path I walked when I was a kid…’, mentre la seguente “Gonna Be Great” recitata con grande trasporto, mi ricorda le cose migliori di un Leonard Cohen e l’intensa “Black Snake” contiene la forza narrativa di un Chris Knight o del più recente John Mellencamp. Deliziose per melodie e performances sono poi “Hard Road”, “The Hungry Grass”, “So Strong”, “Over Hill And Dale”, tutti momenti che trasudano amore, nostalgia e ricordi radicati nel suolo nativo. Un percorso questo che, circolarmente come un romanzo di William Least Heat-Moon, appassiona l’ascoltatore portandolo per mano a conoscere personaggi dal fascino universale pur in un contesto assolutamente americano. “A Stranger In This Time” rappresenta uno degli apici compositivi di Tim Grimm e, in concomitanza con un nuovo tour italiano, esce per la ‘nostra’ benemerita Appaloosa, con tanto di testi originali e traduzioni a fronte. Consigliato caldamente.
Remo Ricaldone

09:42

Son Volt - Notes Of Blue

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Jay Farrar è senza ombra di dubbio una delle figure guida di certo alternative country (termine che ha lui stesso contribuito a coniare con gli Uncle Tupelo) e la creatura musicale che da anni ormai lo rappresenta ha sempre più fornito le basi per capire quanto fondamentale sia questa sua visione, quanto importante sia diventato il suo talento compositivo, quanto efficace sia la sua voce, sofferta e riconoscibilissima. Se “Honky Tonk” era splendida rilettura di una country music genuina e propositiva, lontana mille anni luce dalle ‘paillettes’ nashvilliane, “Notes Of Blue” aggiunge tonalità nere, tra blues e ‘swamp’ capaci di rendere la proposta dei Son Volt tra le più belle dell’attuale panorama americano. “Promise The World” e “Back Against The Wall” sono le due canzoni che aprono il disco, perfetto trait d’union con il precedente lavoro, magistralmente interpretate con quell’afflato acustico e cristallino che è un marchio di fabbrica del songbook di Jay Farrar, la prima con una magnifica pedal steel nelle mani di Jason Kardong e il violino di Gary Hunt a rendere più solida la melodia, la seconda più corposa e di grande impatto. E’ con “Static” che si rivela la matrice più bluesy, quella che caratterizza gran parte del resto dell’album, naturalmente non le canoniche dodici battute tipiche ma suoni filtrati attraverso la personalità di Jay Farrar, qui talentuoso come da tempo non lo sentivamo. Il muro di chitarre elettriche che caratterizza “Static” è notevole (piacerebbe molto al vecchio Neil Young), “Cherokee St.” segue con chitarre che acquistano il fascino ‘swamp’ tipicamente sudista e “The Storm” smorza i toni con una ballata acustica country-blues che omaggia i padri del genere. “Lost Souls” è decisamente la più rock con un altro bel ‘wall of sound’ di chitarre elettriche e una convincente performance, “Midnight” persegue ancora le tematiche care al blues ma il suono è più rock, più elettrico, “Sinking Down” è pulsante fluido rincorrere tra rock e blues, tra radici e polverose slide, “Cairo And Southern” è invece eterea e sognante, un viaggio acustico nella mente e nel tempo perfetto per preparere il finale di un disco scorrevole che mostra (se ce ne fosse bisogno) la grandezza di Jay Farrar. “Threads And Steel” gioca ancora sulla dicotomia tra rock e blues con le chitarre elettriche che suonano magnificamente, ‘twangy’ e sostanziose, Son Volt at their best.
Remo Ricaldone

09:38

Malcolm Holcombe - Pretty Little Troubles

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Torna con cadenza regolare la voce strascicata ed evocativa, la caratterizzazione un po’ arruffata ma densa di riferimenti country, folk, blues e old-time di Malcolm Holcombe, musicista che arriva dalle Blue Ridge Mountains del North Carolina con il suo bagaglio di radici tradizionali filtrate da una grande personalità ed originalità. “Pretty Little Troubles” segue infatti di appena un anno “Another Black Hole” e ne segue anche le impronte fatte di notevole devozione per la sua terra e di profondo amore per la canzone d’autore tra Texas (chiaro e frequente il riferimento alla scrittura di Guy Clark per esempio) e gli Stati a sud della linea Mason-Dixon. La produzione passa dalle esperte mani di Ray Kennedy, dietro alla consolle del precedente album, a quelle altrettanto sapienti di Darrell Scott, tra i migliori ‘storytellers’ in circolazione e abbastanza intelligente da non cambiare suoni e inflessioni, mantenendo intatto il fascino un po’ ‘obliquo’ e variegato di Malcolm Holcombe, qui ancora profondo ed introspettivo, affascinante e misterioso. I suoni blues e gospel della tradizione afro-americana sono fusi con maestria con quelli country, folk e anche ‘irish’ del retaggio bianco, risultando naturalmente affiancati ad una vena cantautorale pura ed incontaminata. “Yours No More” ad esempio vede eccellenti colorazioni gospel incontrare la canzone folk, “To Get By” fa rivivere i ‘good old days’ con i suoi suoni tra bluegrass e old-time senza aver paura di essere ‘politically correct’ nel linguaggio e nell’approccio, “Outta Luck” è ballata superba che inevitabilmente ricorda il songbook di Darrell Scott, qui sempre presente con i suoi strumenti a corda. E accanto a Darrell Scott c’è il mandolino e il dobro del fedelissimo Jared Tyler, le chitarre del grande Verlon Thompson a ribadire il legame con il citato Guy Clark, l’esperto basso di Dennis Crouch, l’armonica di Jelly Roll Johnson che fa capolino qua e la, Joey Miskulin alla fisarmonica e il mitico Kenny Malone alle percussioni. Un ‘parterre de roi’ insomma che nobilita una vena compositiva sempre ottima come dimostra “South Hampton Street” con il fascino di certe canzoni marinare e la dolcezza un po’ bohemienne per la presenza della fisarmonica, la cristallina bellezza di “Rocky Ground” ballata nostalgica intepretata col cuore pensando a Guy Clark, “Bury, England” altro gioiellino di equilibrio acustico tra chitarre, dobro, mandolino e armonica, “Damn Weeds” folk song che riporta all’età d’oro del revival della canzone tradizionale nei primi anni sessanta con Dave Van Ronk in mente, “The Eyes O’ Josephine” con tutto il suo fascino anglo-scoto-irlandese e “We Struggle”, discorsiva e rilassata. Solo alcuni esempi questi che non fanno che confermare un ‘body of work’ decisamente superiore alla media e meritevole di essere apprezzato e conosciuto.

Remo Ricaldone

09:33

Travis Green - A Little Too Late

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nato e cresciuto ad Austin, Texas ma con forti legami affettivi con il nord Europa e con la Scandinavia in particolare, Travis Green sorprende piacevolmente con questo “A Little Too Late”, suo esordio fresco e brillante tra country music, rock’n’roll e rhythm and blues. La produzione, essenziale e limpida, è nelle mani del norvegese Kid Andersen, il cui notevole contributo a chitarra elettrica e pedal steel aggiunge il tocco in più a queste canzoni già di per se godibili, rivestendo il songwriting di Travis Green di una patina pimpante e preziosa. Le tastiere di Jim Pugh, il suo stile pianistico che deve molto ai padri del rock’n’roll è un’altra carta vincente, a partire da “A Little Too Late”, title-track che funge da apertura, decisamente vincente. “Please Don’t Cry” va più nel profondo di una country music viva e corroborante, intensamente radicata nel ‘South’, con chitarre elettriche e tastiere sempre ispiratissime. Un altro piccolo gioiellino. Le seguenti “Everybody Knows” e “The Only Love” invece sterzano bruscamente verso un trascinante e sorprendente ‘southern soul & blues’, una parentesi che si stacca dal resto del disco ma in cui Travis Green si trova perfettamente a proprio agio e in cui fa capolino il sax di Nancy Wright e l’organo, caldo e avvolgente, di Jim Pugh a seguire le orme di un Booker T. Jones per esempio. “Keep You Off My Mind” è invece un rock molto ‘sixties’, una via di mezzo tra i Mavericks e i Texas Tornados, in cui è protagonista ancora una volta Jim Pugh con la farfisa che non può non portare alla mente quella dell’indimenticabile Augie Meyers. “Damage Done” con il suo andamento quasi western è un altro momento da ricordare, così come il rock’n’roll poderoso e impeccabile di “Caroline”, le commistioni tra blues e rock nella splendida ballata intitolata “Road Runs Cold”, la splendida “Salt And Sand”, tra gli highlights del disco, un country-rock dalle intense colorazioni ‘southern’ e la chiusura di “Don’t Forget”, country music più classica e sempre insaporita dalle tastiere di Jim Pugh che la pone nei territori tra la Band e, più recentemente, i texani Band Of Heathens.
Remo Ricaldone 

18:53

Drew Holcomb And The Neighbors - Souvenir

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Drew Holcomb è uno di quei musicisti che con grande naturalezza travalica i generi, mostrandosi sempre e comunque coerente, onesto e accorato. Country music, canzone d’autore, roots-rock e pop sono da sempre nel dna del musicista residente a East Nashville, da una decina d’anni alla guida dei Neighbors in cui milita anche la moglie Ellie Holcomb. Negli anni è andato in tour facendo da ‘opening act’ a gente come Pat Green, Ryan Adams, Avett Brothers, Los Lobos e Robert Earl Keen tra gli altri e ha inciso una manciata di ottimi dischi. A due anni di distanza da “Medicine”, lavoro che lo aveva giustamente posto all’attenzione dei critici per freschezza e profondità espressiva, ecco “Souvenir” a confermare tutto quanto di buono si era detto nei suoi confronti, esibendo una bella carica e una pregevole vivacità. “California” e “Fight For Love” sono due perfetti esempi di tutto ciò, la prima con il fascino country-rock tipico della west coast, la seconda con grinta e coinvolgimento in una delle migliori armonie del disco. E se “Rowdy Heart, Broken Wing” lo presenta come riflessivo folk singer, “Mama’s Sunshine, Daddy’s Rain” lo pone tra la band di Zac Brown e Jimmy Buffett da qualche parte nei Caraibi, divertente e divertito mentre “Black & Blue” è ballata perfetta tra pop e country music, aggraziata soprattutto per la presenza di Mrs. Holcomb. “Postcard Memories” è acustica e sognante, in perfetta sintonia con il titolo, giustamente carica di nostalgia, “Yellow Rose Of Santa Fe” ha invece tutto l’ incanto della più sincera country music, un gioiellino, “Wild World” congeda Drew Holcomb con tutta l’emozione possibile e con la classica ‘ciliegina sulla torta’. Miglior chiusura non poteva esserci per un disco che, al netto di un paio di arrangiamenti poco felici che rientrano nei peccati veniali, merita attenzione e considerazione.
Remo Ricaldone

18:47

Kurt Deemer Band - Gaslight

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Regolari e puntuali protagonisti delle notti musicali nell’area tra Washington, D.C. e Baltimora, la Kurt Deemer Band si presenta come fresca realtà nel panorama tra il classic rock di Tom Petty e certo alternative country. “Gaslight” è il loro convincente debutto discografico dopo una lunga gavetta caratterizzata da innumerevoli concerti e l’affinamento di un songwriting giunto ad una completa maturazione. Pedal steel e il caratteristico organo hammond sono le peculiarità dei loro arrangiamenti, brillanti ed efficaci, scorrevoli e piacevolissimi. Il songbook proposto da Kurt Deemer e il suo robusto lavoro chitarristico stanno alla base di un risultato veramente positivo, con temi cari come disillusione e redenzione, la determinazione a perseverare nel proprio percorso personale nonostante le quotidiane difficoltà e la speranza alla fine di ogni canzone. Alle spalle del leader  ci sono il batterista inglese Steve Rose, sempre preciso e solido, i bassisti Matt Wilschke e Kris Maher ad alternarsi mentre gli assoli chitarristici sono del bravo John Christensen, le tastiere e la pedal steel di Roy Bell. La canzone che dà il titolo a questo album è quella che subito colpisce per attrattiva e fascino, un brano il cui andamento non è certo originalissimo ma gode di un’interpretazione di classe e cuore. “Burningman” è un altro momento topico, scorrevole, corale ed incisivo, “She Breaks” è ‘tompettyana’ fino al midollo con l’aggiunta di una pedal steel che dona corpo e fascino alla melodia mentre “Come Close”  bissa l’amore per il musicista di Gainesville, Florida. Da segnalare ancora, in un lavoro importante come coesione e vigore, “28 Days” con un bell’intro di pedal steel e armonica, “Unspoken” e poi ancora “Kiss Off The Night”, un trittico che chiude in bellezza tra rock e radici. Una nuova buona band da seguire.
Remo Ricaldone

18:45

Ryan Adams - Prisoner

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Prisoner” segna un momento importante nella vita di Ryan Adams, un capitolo personale ed artistico di grande valenza per il prolifico musicista ex leader dei seminali Whiskeytown. A tre anni dal suo precedente disco (omonimo) di brani originali, “Prisoner” gioca subito le sue carte con una magistrale “Do You Still Love Me?” che a mio parere è una delle sue migliori canzoni da parecchi anni a questa parte ed è l’ideale anello di congiunzione con “Ryan Adams”. La title-track “Prisoner” è più sciolta e rilassata grazie ad una melodia che affascina mentre molte sono le composizioni che a livello tematico si legano al sofferto e recente divorzio, da “Haunted House” a “To Be Without You”, fino a “Anything I Say To You Now” e a “Broken Anyway”. Dal punto di vista della qualità delle canzoni non ci sono grandi novità, il filo conduttore che dallo splendido “Ashes & Fire” passa attraverso il citato album omonimo è lo stesso di questo “Prisoner” e quindi ne ritroviamo le stesse ballate e midtempo tra rock e radici che hanno reso grande l’artista di Jacksonville, North Carolina. Tra Dylan e Springsteen si muovono molte delle canzoni di “Prisoner”, dalla eccellente “Doomsday” introdotta da una bella armonica alla struggente “Shiver And Shake”, scarna ed intensa, dando qualche volta l’impressione di un (piacevole) ‘deja vu’ ma risultando con gli ascolti un lavoro corposo ed ispirato. “Breakdown” è convincente nel suo alternare emozioni acustiche ad intrecci chitarristici che sono ormai una peculiarità negli ultimi dischi di Ryan Adams, “Outbound Train” segue ancora le tracce dello Springsteen più introverso ed acustico, dando però forza ad una narrazione veramente solida. “Tightrope” e “We Disappear” chiudono un po’ in sordina un disco comunque che conferma doti e talento, magari non sorprendente come i suoi primi lavori ma che pone Ryan Adams come ispiratore di tanti musicisti che mischiano rock e radici.

Remo Ricaldone

18:42

Ian Fitzgerald - You Won't Even Know I'm Gone

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ian Fitzgerald è uno dei tanti grandi songwriters che animano la scena indipendente americana e che meritano, per  capacità interpretative e per quella ‘urgenza’ poetica che li distingue dalla massa, un ‘posto al sole’ e il riconoscimento da parte di pubblico e critica. Cresciuto con il Bob Dylan tra folk e rock degli anni sessanta, quello di “Highway 61 Revisited” e “Blonde On Blonde”, il Ryan Adams in bilico tra acustico ed elettrico del primo periodo solista post Whiskeytown e il Bruce Springsteen ruvido ed un po’ naif degli esordi, Ian Fitzgerald ha confezionato con questo “You Won’t Even Know I’m Gone” il lavoro giusto per sfondare la porta che lo divide dall’anonimato, pur con il fascino del troubadour personale e impassibile che non vuole essere confuso con la massa. Dieci canzoni dall’impeccabile equilibrio lirico e strumentale in cui le storie raccontano esperienze difficili da discernere tra il reale e la fantasia, descritte con mirabili capacità letterarie e dalle colorazioni country, folk e rock. In molti momenti le chitarre elettriche della coppia Jesse Emmanuel Smith e Seamus Weeden irrobustiscono le sonorità con iniezioni di genuino rock, mentre la viola di MorganEve Swain dona colore e inflessioni tradizionali e il contributo alla produzione e quello strumentale di Eric Lichter sono il tocco definitivo ad un disco che suona sempre fresco e credibile. Sono molti gli spunti di interesse in questo album, molti i momenti che si fanno ricordare per convinzione e sincerità, dalla travolgente “When All Else Fails” che a me ha ricordato subito i Turnpike Troubadours di Evan Felker alla pregevole “”Something Tells Me” che nuovamente mostra assonanze con la band dell’Oklahoma. E’ comunque tutto il disco a risultare eccellente, dalle più tenui ed acustiche “Trouble, Me, And China Lee” che trasporta l’ascoltatore in una dimensione sudista in cui si incontrano folk e blues, “Monroe” ballata ‘dylaniana’ veramente affascinante e la intensa ed intima “All That’s Left” alle frizzanti “Camille”, “Forget The Address” e “The First Port”. Caldamente consigliato. www.ianfitzgeraldmusic.com .
Remo Ricaldone

18:39

Whitney Rose - South Texas Suite

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Canadese di nascita ma con le radici ben piantate nel suolo texano, Whitney Rose può benissimo essere la ‘next big thing’ della country music più genuinamente tradizionale grazie al suo approccio vibrante e vitale ben rappresentato da questo suo terzo disco, l’ep intitolato “South Texas Suite” che segue “Heartbreaker Of The Year” prodotto da Raul Malo. Residente ad Austin, Texas, Whitney è andata a registrare queste ottime sei canzoni negli studi di Dale Watson facendosi affiancare da grandi nomi della scena texana come Redd Volkaert alla chitarra elettrica, Earl Poole Ball al piano ed Erik Hokkanen al fiddle, per citare i più noti, confezionando un gustosissimo seppur troppo breve percorso all’interno dei suoni più legati agli anni cinquanta e sessanta. “Three Minute Love Affair” ci porta subito ‘south of the border’ con un’interpretazione intensa e calda, supportata dalla fisarmonica di Michael Guerra, limpida e cristallina. Sensuale e godibilissima è poi “Analog”, melodia senza tempo ricca di swing impreziosita dal break chitarristico di Redd Volkaert, splendidamente honky tonk è “My Boots”, vissuta ed interpretata con grande coinvolgimento mentre “Bluebonnets For My Baby” mischia country music e pop come si faceva in passato, legando la melodia a quelle di Patsy Cline e Tammy Wynette. “Lookin’ Back On Luckenbach” è un ulteriore omaggio al Lone Star State e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere grande una scena musicale unica e irripetibile, un tributo dolce, sinuoso e classicamente country. A chiudere questi ventidue minuti interessanti e brillanti c’è una “How ‘Bout A Hand For The Band” in cui si mettono in mostra i session men presenti nel disco in uno strumentale che funge da coda e da congedo, dando appuntamento (speriamo) ad un nuovo lavoro ‘a lunga durata’ per la cantante ed autrice di Prince Edward Island.
Remo Ricaldone

18:36

Peter Rowan - Texican Badman

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Peter Rowan occupa un posto importantissimo nell’ambito della musica delle radici americana con la sua caleidoscopica personalità e la sua carriera così ampia, diversificata e ancora oggi sinonimo di qualità sopraffina. Country music, rock, tex-mex, folk, bluegrass e tanto altro hanno caratterizzato le molte decadi di un artista quantomai lucido e genuino con qualsiasi suono. “Texican Badman” è una preziosa e significativa ristampa che riporta alla luce un capitolo importante legato al nostro Paese dove conta molti fans e dove si è più volte esibito in concerto. L’album in questione, pubblicato dalla Appaloosa nel lontano 1980, si avvale di un cast di eccezione che comprende Jerry Garcia e il drummer Bill Kreutzmann dei Grateful Dead, il mandolinista extraordinaire David Grisman, il genio della fisarmonica Flaco Jimenez che con Hugo Gonzalez al bajo sexto e Isaac Garcia alla batteria rappresenta l’anima tex-mex del disco, i fratelli Chris e Lorin Rowan alle armonie vocali, il bassista John Kahn compagno di Peter Rowan in numerose avventure tra le quali quella del supergruppo Old & In The Way e Jimmy Fuller alla pedal steel guitar. Ad aprire questa selezione c’è una “Sweet Melinda” che subito ci porta nei territori dei Grateful Dead con la classica chitarra elettrica di Jerry Garcia che guida da par suo una nitida melodia firmata dallo stesso Peter Rowan.  Grande rilievo hanno poi ben quattro canzoni firmate dal grande Terry Allen, genio texano (anche se nato a Wichita, Kansas) le cui composizioni rappresentano come poche la vera essenza di una terra così unica e particolare: “Four Corners”, “A Vacant Sea”, la title-track “Texican Badman” e “What Of Alicia” sono altrettanti significativi quadretti acustici della più profonda provincia texana, così come la ‘mexican flavored’ “Squeeze Box Man” riporta in vita il turgido suono elettrico di musicisti come Doug Sahm o i Texas Tornados. Anche “I Can’t Help It”, rilettura di un vecchio classico di Hank Williams Sr., gode di un arrangiamento con tanto di fisarmonica che ricorda il Ry Cooder più vicino al ‘border’ mentre il trittico finale, firmato dallo stesso Rowan, si segnala per ottima qualità e scrittura brillante. “While The Ocean Roars”, la ancora ‘Grateful Dead style’ “Awake My Love” e “On The Blue Horizon”, eccellente, chiudono un disco godibilmente attuale e degno di essere ricordato e riassaporato.

Remo Ricaldone

11:43

Randy Thompson - War, Peace, Love, Fear

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nonostante sia attivo discograficamente da tre decadi, Randy Thompson ha inciso solo una manciata di dischi (sette, per la precisione) che però lo hanno confermato tra i più genuini esponenti di quei suoni che prendono spunto dal retaggio country ma lo declinano in maniera fresca, spontanea, personale. Avevamo lasciato il musicista di Clifton, Virginia con il suo disco intitolato “Collected” del 2012, lavoro con il quale Randy aveva mostrato una maturità notevole e una forma artistica di prima qualità ma purtroppo quello che ha impedito un’ulteriore affermazione nel music business è la mancata regolarità nelle incisioni, ben cinque anni da quel bel capitolo. L’instancabile attività live lo ha comunque mantenuto in gran forma e i tour al di qua e al di la dell’Atlantico hanno forgiato questo nuovo, eccellente “War, Peace, Love, Fear”. Randy Thompson emerge nuovamente con queste nuove nove canzoni che si collocano perfettamente nell’atmosfera di questi anni, con tutte le contraddizioni, i sentimenti, le paure e le speranze di tutti noi. Con una grande tecnica chitarristica, sia all’acustica che all’elettrica, un talento compositivo non scalfito dagli anni e un approccio sempre positivo e coerente, Randy ha costruito una selezione senza cedimenti o noia, a partire dalla solida e corposa “Midnight Blue”. Rock e radici si miscelano nella seguente “Better Not Get Me Started”, con tutti quei sapori sudisti che sono una sua caratteristica peculiare e con ancora eccellenti incroci chitarristici mentre “Forever On My Mind” ha l’andamento morbido della ballata acustica e una melodia che appassiona. “All Good Now” pesca nella country music più sincera proponendo una magnifica slide guitar che personalmente ricorda il miglior Sonny Landreth e, inevitabilmente grazie ad un bel fiddle, ci porta verso la Louisiana e i suoi colori. “Last Letter Home” è nuovamente ispirata alla tradizione, deliziosamente acustica e struggente nella melodia, con un prezioso mandolino a caratterizzarla, “What Side Are You On” è più aggressiva e orgogliosa con un andamento magari non originalissimo ma convincente ed efficace, con la presenza di un banjo a conferma di indissolubili legami con le proprie radici. Con la country music nel proprio cuore, Randy Thompson ci regala una  superba “Someday Soon” e a seguire una “Drown In The Mainstream” dall’inossidabile spirito rock, vicino alle pulsioni rock di un grande come Joe Ely al quale si avvicina come assonanze. “33rd Of August” che chiude l’album fa invece rivivere la più classica country music texana con una canzone che rimanda a personaggi  imprescindibili come Waylon, Willie, Guy Clark o Jerry Jeff Walker, tutti nomi che vengono in mente ascoltando questo piccolo gioiellino. Degna chiusura per un disco godibile che si spera venga presto bissato. www.randythompson.net.
Remo Ricaldone 

11:38

Luke Bell - Luke Bell

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Luke Bell è un honky tonker da mettere a fianco di Wayne Hancock, Dale Watson e di tutti coloro che portano ‘la fiamma’ della tradizione in questi anni in cui le majors si nutrono di pop, ‘bad rock with a fiddle’ e talent show. I classici suoni che hanno reso grandi personaggi come Dwight Yoakam con il quale ha più volte condiviso il palco e le aspirazioni, fanno parte del suo dna. Luke Bell è cresciuto in Wyoming formandosi tra country music e ballate western, trasferendosi con la maggiore età prima ad Austin dove ha suonato regolarmente nei piccoli club della capitale texana e poi a New Orleans, trovando infine spazio e opportunità nella parte più ispirata di Nashville dove ha inciso questo suo disco omonimo, in parte riprendendo canzoni da un suo album di un paio di anni fa. Le dieci canzoni che compongono questo suo ‘vero’ esordio scorrono con grande solidità e freschezza ispirandosi ad icone come George Jones, Merle Haggard e Buck Owens, riportando in vita quella country music che riesce a sopravvivere nella sua accezione più legata alle radici grazie ai nomi citati all’inizio, aggiungendo gente come Whitey Morgan, Jamey Johnson e J.P. Harris. L’apertura mostra le sue più chiare intenzioni con una “Sometimes” che potrebbe tranquillamente essere scambiata (a parte la voce, buona ma comunque ‘normale’) per una outtake di Dwight Yoakam, “All Blue” ha il piglio country & western più classico con un bell’intro di armonica, una steel che ammalia e i contrappunti di chitarra elettrica che rimandano alla memoria le cadenze del classico ‘Cash sound’ mentre “Where Ya Been?” è tersa e cristallina nella melodia e convincente nell’interpretazione, misurata e nostalgica. A seguire una selezione assolutamente godibile in cui scorrono la preziosa “Hold Me”, honky tonk song da manuale, l’acustica “Loretta”, un altro piccolo gioiellino, la travolgente “Working man’s Dream” con gustoso intermezzo yodel, “Glory And The Grace” guidata da un eccellente piano e da un’ironia che spesso traspare tra le righe del disco, i riferimenti western della bella “The Bullfighter”. Le conclusive “Ragtime Troubles” dove emergono le influenze del periodo ‘neworleansiano’ e “The Great Pretender”, ballatona d’effetto con il sapore dei ‘fifties’ sigillano un breve ma pregevole percorso sonoro che sperabilmente porterà nuovi fans e appassionati ad un nome veramente interessante
Remo Ricaldone


E’ ormai da alcuni anni che Brigitte DeMeyer e Will Kimbrough hanno cominciato a collaborare, diventando grandi amici e condividendo le loro visioni musicali, ma solo ora hanno deciso il grande passo incidendo il loro primo disco in coppia, inserendosi in quello spazio del panorama roots americano che vede Buddy & Julie Miller, le recenti esperienze di Emmylou Harris e Rodney Crowell e di Steve Earle e Shawn Colvin come riferimento. Tutto quello che è dentro a quell’incredibile ‘calderone’ di suoni che è la musica delle radici a stelle e strisce, dal folk al blues, dalla country music al rock, dal gospel al jazz primigenio entrano nello stile della coppia  e tutte queste inflessioni le troviamo in questo variegato ed interessante “Mockingbird Soul”. La strabiliante tecnica strumentale di Will Kimbrough, cresciuto a Mobile, Alabama e diventato con gli anni tra i più richiesti sidemen della scena, una personalità formata dall’amore per Beatles, JJ Cale, Allman Brothers Band, ZZ Top e Lightning Hopkins e la grintosa ‘California girl’ appassionata di Sud con tutte le sue implicazioni sonore, una voce strepitosa e perfetta per interpretare questo repertorio, formano un duo tra i più intriganti di questi ultimi tempi e garanzia di genuinità e spontaneità. “Mockingbird Soul” ha un impianto principalmente acustico ma che non disdegna l’inserimento di pochi ma mirati ospiti, dal basso acustico di Chris Donohue alle percussioni di Jano Rix che colorano l’introduttiva “Everything”, uno dei momenti più significativi del disco. La differenza nel rendere questo lavoro consigliato caldamente la fanno le chitarre di Will Kimbrough, sempre ispiratissime e ricche di pathos e le performance vocali di Miss DeMeyer, affascinanti e ricche di soul, a partire dalla splendida “Mockingbird Soul”, vicina alle cose migliori di Bonnie Raitt. Poi è tutto un viaggiare sulle strade del ‘deep South’ attraverso Nashville (la loro città adottiva), Mobile, New Orleans, il Delta e i suoi misteriosi ‘swamps’, guidati da una coppia perfetta nell’ispirazione e che continuamente stimola l’ascoltatore. Da “Broken Fences” a “Little Easy”, da “The Juke” a “I Can Hear Your Voice” che mi viene naturale associare alle migliori ballate di Rodney Crowell, fino alla struggente “Carpet Bagger’s Lullaby” con un’altra eccellente performance di Brigitte DeMeyer e al delizioso country blues “Running Round” che vede protagonista Will Kimbrough, l’album coinvolge ed emoziona senza distinzioni di genere, in un unico evocativo mondo.

Remo Ricaldone

11:29

Pete Sinjin - The Heart And The Compass

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Quarto disco per Pete Sinjin, nome nuovo su queste pagine ma decisamente un cantante ed un autore che, mischiando folk e country, gioca le sue carte nel modo migliore attraverso liriche di grande profondità e un senso della melodia che sta tra Dylan, John Prine e Townes Van Zandt e le più genuine pagine ‘americana’ tra Son Volt e Jayhawks. “The Heart And The Compass”, parafrasando e usando le sue parole, sono un tutt’uno di sensazioni, emozioni e quadretti di vita disegnati e colorati con sapienza ed intelligenza, cuore e bussola indirizzati verso una canzone d’autore impeccabile. “That’s My Heart” è il manifesto delle intenzioni di Pete Sinjin, un cuore aperto verso l’ascoltatore, gonfio di avvincente armonia e di passione per i suoni roots. “Radio Tears” vede l’angelica voce di Michaela Anne duettare con Pete Sinjin in cui evoca ‘honky tonk angels’ con la presenza della affascinante steel di Rich Hinman, “Dirty Windshield” è una ‘road song’ dai tratti suadenti ed intriganti con il violino di Dennis Lichtman (bravo anche con il mandolino) e la solida sezione ritmica formata da Jay Foote al basso e Tony Leone alla batteria (già con Shooter Jennings e Levon Helm) a supportare la melodia, “Stolen Afternoon, 1951” è più riflessiva ed interiore, più descrittiva. “Breathing The Same Air” riprende ritmo ed è subito un suono tipicamente ‘alt-country’ che lo avvicina ai migliori Jayhawks, “Can’t Be So” è ballata dai sapori ‘sudisti’ che attingono dal soul e dal country, interpretata con il cuore, “Goodbye Knoxville” è tra le più brillanti e divertenti dell’album, “Desperate Kind Of Love” è un altro duetto con Michaela Anne, country song già sentita ma coinvolgente e attraente. “Last Stand And Testament” è uno degli ‘highlights’ del disco, grande melodia,  le chitarre di Rich Hinman e l’armonica di Pete Sinjin che suggellano una performance solida come una roccia, “This Bed’s Gonna Break Your Fall” ha, grazie al violino, il sapore della tradizione che a me ricorda certe cose dei Waterboys di Mike Scott, a metà strada tra le due sponde dell’Atlantico. “The Night That I Saw God” congeda Pete Sinjin con un ennesimo ottimo esempio di ‘americana’ di qualità, grinta e melodia in una canzone che graffia e accarezza confermando la bontà del songbook di un nuovo nome da seguire. Consigliato. www.petesinjin.com.
Remo Ricaldone

16:50

Jesse Dayton - The Revealer

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Texano di Beaumont, Jesse Dayton rappresenta al meglio il punto di incontro tra la country music più classica, quella di grandi come Johnny Cash, Waylon Jennings, Willie Nelson e George Jones e lo spirito punk ed iconoclasta incarnato da una band seminale come i Clash, tutta musica che ha fornito le basi per il suo suono, dirompente e accorato, ispirato e trascinante. Il suo nome è più legato alla bravura come sideman e chitarrista piuttosto che ai suoi dischi solisti, pur in gran parte notevoli e superiori alla media. Dal suo ottimo “Raisin’ Cain” del 1995 e attraverso album del calibro di “Hey Nashvegas”, “Country Soul Brother” e “Holdin’ Our Own” in duetto con Brennen Leigh, Jesse Dayton ha proposto un suono al tempo stesso fedele alle radici e vicino agli estremi rock, unendo idealmente due mondi apparentemente distanti anni luce ma spesso accostati da gente come Hank III e i Social Distortion. “The Revealer” per maturità, qualità delle canzoni e giusto approccio al materiale può essere il lavoro perfetto per farlo ‘sfondare’ anche come solista, in un disco impeccabile e travolgente. E se “Daddy Was A Badass” è un roccioso honky tonk ‘outlaw style’, “Holy Ghost Rock’n’Roller” fa rivivere la storica stagione dei Blasters con un rock’n’roll veramente strepitoso, nello spirito dei fratelloni Alvin. “The Way We Are” è un altro gioiello legato a filo doppio a Waylon e George Jones, con quest’ultimo che torna in mente attraverso sfumature simili nella voce di Jesse Dayton, pur più bassa e profonda, “Eatin’ Crow And Drinkin’ Sand” è un pregevole ritratto del più profondo Sud, tra country music e pulsioni rock, “Possum Ran Over My Grave” è ballata dalle grandi suggestioni con George Jones che da lassù sorriderà benevolo, “Take Out The Trash” è più rock e a me ricorda (anche vocalmente) il miglior Warren Zevon in un momento solare e godibilissimo. Jesse Dayton ha ancora molte frecce al proprio arco e così si susseguono una “Mrs. Victoria (Beautiful Thing)” pregna di blues e umori ‘southern’, prevalentemente acustica e guidata magistralmente da una slide guitar, l’adrenalitica “3 Pecker Goat” firmata a quattro mani con Hayes Carll, “Match Made In Heaven” vede Jesse duettare con Brennen Leigh riprendendo il discorso di anni fa con il citato disco in coppia in una cadenzata e classica country song, “I’m At Home Gettin’ Hammered (While She’s Out Gettin’ Nailed)” aggiunge un pizzico di bluegrass ad un ‘train time’ semplicemente delizioso. A chiudere l’album due momenti più riflessivi e rilassati: “Never Started Livin’” interpretata ancora una volta con il cuore ed intrisa di nostalgia e di amarezza e “Big State Motel”, ballata acustica che rimanda ai giorni gloriosi della Allman Brothers Band e una melodia che rimane a lungo nell’anima. Degna chiusura di un disco che regala momenti di vera poesia e trascinante ritmo. www.jessedayton.com.
Remo Ricaldone

16:46

Trevor Alguire - Perish In The Light

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sesto album per Trevor Alguire, songwriter canadese tra i più brillanti ed interessanti, sempre in prima fila nel panorama roots a nord degli States. La sorpresa sta nella continua eccellente qualità dei suoi dischi, perfettamente in bilico tra acustico ed elettrico con un suono che rimanda alle pagine più belle dell’alternative country degli anni in cui emerse questa voglia di rileggere le radici del suono country e folk in maniera più asciutta, viva, reale. “Perish In The Light” segue con regolarità due ottimi lavori come “Till Sorrow Begins To Call” e “Miles Away”, entrambi già recensiti su queste pagine e come nei precedenti la vena appassionata e poetica di Trevor Alguire emerge con forza. L’intera produzione dell’album è saldamente nelle mani dello stesso Trevor e mai come in questo caso gli arrangiamenti sono ponderati e ricchi di colorazioni, dal violino nelle mani di Miranda Mulholland (protagonista con i Great Lake Swimmers, anch’essi canadesi) alla pedal steel del bravissimo Bob Egan (spesso con i Blue Rodeo, altra grande realtà spesso accostata ai lavori di Mr. Alguire), dalle tastiere di Jesse O’Brien alle chitarre di Chris Gauthier. Disco questo contraddistinto da una notevole coesione e da una qualità generale sopra la media in cui non è facile estrapolare un brano piuttosto che un altro. Una spanna sopra comunque risultano il commovente duetto con Catherine MacLellan nella splendida “My Sweet Rosetta”, l’apertura affidata a “The Ghost Of Him”, la pulsante ed elettrica, condotta dal violino, “Flash Flood” che potrebbe far parte del repertorio dei Turnpike Troubadours tanto per fare un nome, “Wasted Ways” ballata sopraffina, “I’ll Be Who I Am” solida e classica country ballad e “Wasting My Time With You” dal forte sapore texano. Una selezione impeccabile che conferma tutta la bontà di un genuino troubadour, un nome da conoscere e da affiancare al meglio della musica delle radici di questi anni. www.trevoralguire.com.
Remo Ricaldone

16:43

Jono Manson - The Slight Variations

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Jono Manson è un personaggio fantasioso ed instancabile, musicista, produttore e promoter dal carattere aperto e propositivo, attivo dalla fine degli anni settanta con collaborazioni ampie e variegate che lo hanno portato a risiedere nel nostro Paese dal 2003 al 2006, facendosi apprezzare per grandi doti artistiche ed umane. Nato a New York, Jono ha trovato nel New Mexico la sua casa perfetta e lì è tornato, dopo mille peregrinazioni, per produrre musica nella piccola località di Chupadero dove ha dato vita ai suoi due ultimi album da solista, l’ispirato e pregevole “Angels On The Other Side” inciso nel 2014 e questo ancora eccellente “The Slight Variations”, strutturato come fosse un racconto tra rock e radici, condensando le proprie esperienze personali e musicali in modo vivo e vibrante. L’apertura è affidata a “Trees”, una ‘overture’ dai sapori quasi irlandesi che lo ricollega anche a certe cose dell’ultimo Steve Earle, momento che subito fa spazio alla più rockeggiante “Rough And Tumble”, solido e classico momento dalle inflessioni ‘stonesiane’ e legate al classic rock degli anni settanta. “I’m Ready” e “Wildflower” ammorbidiscono i toni con melodie dolci e passionali, arrangiate con grande gusto ed equilibrio. Le chitarre elettriche di Kevin Trainor e le tastiere di Jason Crosby sono i punti fermi di queste sessions e danno il giusto contrappunto alla vena poetica di Jono Manson come in “The Sea Is The Same”, perfetto esempio del suo ottimo stato di forma compositivo. “Footprints On The Moon” chiude il ‘primo movimento’ di questo “The Slight Variations” aprendo la melodia con la consueta grazia e limpidezza in un contesto elettro-acustico decisamente country-rock. La title-track ha invece un sapore più funky e sincopato, traendo ispirazione da certe cose dei Little Feat ma anche dai Grateful Dead di metà anni settanta, “What Would I Not Do?” sposta ancora l’attenzione questa volta verso Elvis Costello e Nick Lowe con atmosfere che nobilitano il miglior pop-rock come si faceva molto tempo fa mentre “So The Story Goes” è una suadente country ballad, interpretata con la consueta classe. L’epilogo è poi affidato a una “Little Bird Song” che condensa in pochi minuti l’essenza del personaggio: cuore, anima e talento in una ballata dai toni ‘southern’ che ammalia e chiude nel migliore dei modi un disco caldo ed appassionato.
Remo Ricaldone 

16:39

Riddle & The Stars - New Coastline

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Secondo disco per l’interessante combo formato dal cantautore australiano Ben Riddle e del duo californiano di Huntington Beach chiamato The Fallen Stars e guidato dalla coppia Bobbo e Tracy Byrnes, il primo ottimo chitarrista ma anche bravo a pedal steel e dobro, la seconda cantante e bassista. Dopo il debutto intitolato “This Is Happening” pubblicato nel 2014, questo “New Coastline” rafforza il loro legame e ottimizza le loro doti compositive e strumentali riprendendo quel discorso musicale tra rock e radici  con forti inflessioni melodiche tipico di gruppi come Jayhawks o Wilco. Chiare sono le influenze tipicamente californiane di brani dal forte sapore country westcoastiano come “Apples & Knives” interpretato con abilità da Tracy Byrnes, evocativa e agrodolce nei toni, oppure intrigante è il mood cantautorale dell’introduttiva “Running Back To You”, frutto delle  doti di Ben Riddle. Acustica e ‘folkie’ è poi la canzone che dà il titolo al disco, “Valentine’s Day” è un’altra piccola gemma country con Tracy Byrnes protagonista, “When We Ride” è una poetica cavalcata sull’onda di un country-folk magnifico. La qualità media degli originali è decisamente alta, sempre attenta agli equilibri e sempre prodiga di emozioni ma a mio parere il vero capolavoro di questo “New Coastline”è una cover, l’unica, quella di “Mexican Home” scritta anni fa da John Prine, capolavoro di songwriting per una delle icone del cantautorato americano. La versione di Riddle & The Stars è vicina all’originale ma riesce comunque a risultare personale per le emozioni che riesce a trasmettere e per le sfumature acustiche che pervadono la melodia. Disco di ottima caratura e bella scoperta. www.thefallenstars.com/riddle-and-the-stars.
Remo Ricaldone

Interessante disco  natalizio pubblicato dalla Red House Records di Saint Paul, Minnesota, una delle più valide label nell’ambito della musica delle radici americana, nata come etichetta specializzata in musica acustica ma presto votata alla promozione di tutte le varianti di questi suoni, dal country al rock, dal blues alla canzone d’autore, tutti stili presenti in questo “Christmas On The Lam And Other Songs From The Season”. Disco naturalmente vario come inflessioni vista la presenza di nomi molto diversi tra loro ma che rendono il disco godibilissimo. Tra le cose più intriganti per i lettori di Lone Star Time ci sono sicuramente la coppia formata da Bill Kirchen e Austin De Lone con una pregevole “Santa Claus Wants Some Lovin’” in cui l’ex Commander Cody e l’ex Eggs Over Easy si e ci dilettano in una fusione di rock e radici veramente di classe, Dale Watson e i suoi Lonestars protagonisti con “Christmas To Me” che conferma tutta la loro grandezza, Larry Campbell & Teresa Williams alle prese con il super classico “Blue Christmas” ripreso in maniera decisamente personale e la già conosciuta ma non meno bella “Holed Up In Mason City” da parte di una delle migliori voci del cantautorato statunitense, John Gorka. La swingante “Mittens” di Heather Masse, già voce con le Wailin’ Jennys è un vero gioiellino, così come la quasi sconosciuta Davina & The Vagabonds che con “Santa Bring My Baby Back To Me” gioca con il fascino ‘old fashioned’ ricco di vitalità e puro spirito natalizio. Comunque valido il resto del materiale, con una menzione particolare per Robin & Linda Williams e il loro feeling country nella bella “Together All Alone”, l’immaginifica “Song For A Winter’s Night” dei Pines, la tradizionale e ruvida “Slim Tall’s Christmas On The Lam” di Charlie Parr e la classe infinita di Jorma Kaukonen in “The Baby Boy”. Mai scontato, il disco brilla di luce propria e si propone come una delle migliori novità del genere e del periodo.
Remo Ricaldone



Abbiamo già parlato su queste ‘pagine’ di Carter Sampson, ottima cantante ed autrice dell’Oklahoma che quest’anno ha firmato uno dei più interessanti dischi nell’ambito americana, quel “Wilder Side” che l’ha consacrata tra le figure femminili di riferimento del genere. Sempre quest’anno Carter Sampson ha visitato l’Europa (e anche il nostro Paese) con una solida band olandese chiamata Hidden Agenda Deluxe con la quale ha stretto forti legami di amicizia. Per celebrare le loro affinità viene ora pubblicato “Christmas From Amsterdam To Oklahoma”, disco natalizio assolutamente non ordinario e decisamente ispirato e profondo. Dieci canzoni tra cover e originali, spesso non legati espressamente al Natale ma a sentimenti che risultano perfetti per questo periodo dell’anno. I chitarristi e cantanti BJ Baartmans e Eric Devries affiancano con grande bravura Carter Sampson duettando e supportando la cantante oklahoman attraverso un repertorio intelligente e brillante. Spiccano su tutte una sapida “Coming Around” di Steve Earle in cui Carter ed Eric dividono passione e poesia in un momento accorato e da ricordare, la scorrevole “Driving Home For Christmas del ‘pop-rocker’ Chris Rea interpretata dal batterista Sjoerd Van Bommel, una sognante (e un po’ patinata ma bella) “Hard Candy Christmas”, “Snow” con il ‘marchio di fabbrica’ del grande e compianto Jesse Winchester, ritmi tra New Orleans, la country music e i profumi sudisti, l’immancabile e riuscita versione di “Blue Christmas” cantata ottimamente da Carter Sampson. Tra le più belle c’è comunque “Christmas In Oklahoma”, splendida ballata acustica scritta dalla stessa Carter ed interpretata con grande trasporto mentre la corale “I Shall Be Released” di Bob Dylan svetta come i classici sanno fare in questa versione veramente azzeccata. A chiudere un album che si ascolta molto piacevolmente al di là del periodo in cui è pubblicato, per suoni e brani tra country e folk che mostrano ispirazione e genuinità, una semplice e poetica “Christmas Eve In Amsterdam” cantata da Eric Devries.
Remo Ricaldone

18:29

Elijah Ford & The Bloom - As You Were

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Abbandonata la corte di Ryan Bingham attorno al 2010, Elijah Ford, figlio dell’ex Black Crowes Marc Ford, ha finalmente dedicato tutto se stesso ad una carriera solista che ha fruttato un album nel 2011, un ep l’anno seguente e questo “As You Were”, perfetta istantanea di quello che attualmente propone con la sua touring band, The Bloom. Un robusto e variegato rock di stampo classico in cui non mancano le citazioni roots, ricco di espressività e di passione, di un retaggio familiare forte (non  a caso appaiono in queste session lo zio Chris Konte alle tastiere soprattutto e la madre Kristen alle armonie vocali) e di un bel talento musicale. Nato in California, Elijah si è trasferito ad Austin, Texas dove ora vive e dove negli studi di registrazione Arlyn ha inciso dieci ottime canzoni che compongono questo “As You Were”. Non mancano poi le inflessioni pop (nella più nobile tradizione americana), quelle che rendono ancora più godibili certe canzoni e conferiscono loro quella freschezza rendendo giustizia ad una vena compositiva di tutto rispetto. In questo senso “Try As You Might” e “The Way We Were” sono sintomatiche del suo amore per Tom Petty & The Heartbreakers e tutto il panorama rock degli anni settanta. Un inizio più che promettente. L’apertura di organo di “Say The Words” sembra proprio strappata ai Doors con il suono classico di Ray Manzarek in un contesto comunque diverso e ricco di passaggi veramente pregevoli. “Blessed” è un altro momento da ricordare, un granitico ed interessante brano con le chitarre elettriche sempre in primo piano e una melodia che entra subito in testa, così come l’ottima “Black & Red” sicuramente tra le mie preferite con la sua contagiosa vitalità ed energia. “Hollow Years” si pone sulla falsariga dei precedenti, sempre potente, sempre ispirata, “Daggers” è più acustica e vicina ai suoni country, “If Not Today” è ‘beatlesiana’ quanto basta e con le sue atmosfere sixties diversifica un po’ i suoni e rende molto piacevole la successione dei brani. Per concludere Elijah Ford ha scelto la lunga ed attendista “Relief” con ancora l’organo di Chris Konte protagonista e con le chitarre di Stew Jackson taglienti come non mai e “Faltering”, perfetta chiusura, piccolo gioiellino caratterizzato dalla pedal steel di Ben Massey. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:26

John Calvin Abney - Far Cries and Close Calls

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Originario dell’Oklahoma, al terzo album all’attivo, John Calvin Abney può essere accostato come sensibilità a personaggi come John Fullbright e Parker Millsap con i quali condivide la passione per la canzone d’autore unita  alla vicinanza a band americana come Jayhawks e Wilco. La sua esperienza come ‘sideman’ in compagnia di John Moreland e i Damn Quails lo ha fatto maturare moltissimo come strumentista e la ottima vena compositiva di quest’ultimo periodo ha fatto si che JC Abney confezionasse un piacevolissimo lavoro in cui emergono anche influenze dylaniane (del periodo d’oro tra “Blonde On Blonde” e “Highway 61 Revisited”). Le sue sono canzoni pervase talvolta da malinconia e in altri casi dalla gioia e dalla felicità, in un alternarsi di momenti che formano un insieme attraente e godibile, sospeso spesso tra acustico ed elettrico, sempre poeticamente rilevante. “I’ll Be Here, Mairead” colpisce per il suo incedere tra country e blues, significativo per inquadrare le radici del suo suono, “Beauty Seldom Seen” apre con una melodia eccellente, “Jailbreak” è ancora più rockeggiante e dal sapore sixties, “In Such A Strange Town” è descrittiva e meditativa, una ballata tra i momenti migliori dell’album, “Weekly Rate Palace” è un rockin’ country trascinante che ricorda un po’ i Green On Red, indimenticati alfieri dell’alternative country negli anni ottanta, “More Than Moonlight” porta alla memoria le ballate degli Uncle Tupelo senza mai risultare clone e con grande coinvolgimento, mentre ascoltando l’organo che introduce “Goodbye Temporarily” non possiamo non ricordare quello di Al Kooper in “Like A Rolling Stone”. “Far Cries And Close Calls” mostra un autore maturo e in gran forma che svaria tra diversi ‘mood’ presentando sempre canzoni credibili e genuine, nella migliore tradizione dello Stato che gli ha dato i natali. Da conoscere.
Remo Ricaldone

18:22

Lynne Hanson & The Good Intentions - 7 Deadly Spins

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La storia delle cosiddette ‘murder ballads’ affonda il proprio retaggio nella più profonda tradizione anglo-americana e ha rappresentato nel corso del tempo una vena ispirata e molto interessante. In tempi recenti di ‘politically correct’ il mainstream (country ma anche rock) ha cancellato queste tematiche per altre molto più innocue e spesso banali e pochi sono quei musicisti che ogni tanto ‘sdoganano’ questi racconti noir che non disdegnano venature ricche di humor, naturalmente nero. “7 Deadly Spins” è un ottimo concept album, anche se della durata di sole sette canzoni per poco più di venticinque minuti, presentatoci dalla bravissima cantante ed autrice canadese Lynne Hanson, musicista che nella sua carriera ha saputo personalizzare americana, blues e country music con un piglio solido e appassionato. I Good Intentions sono al suo fianco, una band nella quale spiccano le chitarre di Tony D e Scott Glass, con le tastiere di Chris Brown a colorare gli spazi concessi e le sporadiche apparizioni, sempre però incisive, della producer e a sua volta eccellente musicista Lynn Miles. Melodie intense e significative in perfetta simbiosi con i personaggi e le situazioni che si alternano nei vari brani, estrema cura dei particolari e arrangiamenti che fanno risaltare la sensibilità dei musicisti coinvolti, media compositiva molto alta sono le peculiarità che rendono affascinante questa proposta, dall’apertura affidata a “Gravedigger”, segnata da sentimenti ‘neri’ come vendetta e punizione. Splendido è il trittico formato da “Cecil Hotel”, ballata magnifica, “Black Widow” e la scorrevole “Run Johnny Run” con la splendida slide guitar di Glass House e il mandolino di Gilles LeClere a duettare.Comunque tutto l’album gode di una compattezza notevole e da rimarcare ci sono ancora la potente “First One’s Free” e “Waters Edge”, sopra la media per intensità e sicurezza. Il tutto a conferma del talento della musicista canadese che rappresenta al meglio una nazione che continua a proporre dischi ad altissimo livello.   www.lynnehanson.com

Remo Ricaldone

19:02

Reckless Kelly - Sunset Motel

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ogni nuovo disco della band dei fratelli Willy e Cody Braun regala emozioni profonde ed autentiche a riprova del fatto che sia una delle più belle realtà del panorama tra Texas e Oklahoma, con il giusto mix di grandi ballate acustiche e sferzanti rock chitarristici. E queste due appaiono in tutta la loro bellezza nelle tredici tracce che compongono “Sunset Motel”, nono lavoro in studio dei Reckless Kelly, tra i più belli ed intensi di una produzione sempre abbondantemente sopra la media. “How Can You Love Him (You Don’t Eeven Like Him)” è la perfetta sintesi del loro suono e apre giustamente l’album con una melodia ed un trasporto subito fortemente accattivanti. Un midtempo che subito fa spazio alle travolgenti chitarre elettriche della seguente “Radio”, rock che mostra gli artigli e colpisce nel cuore. In “Buckaroo” rimangono le chitarre elettriche ma i ritmi si fanno più rallentati e  la vena melodica dei fratelli Braun regala un’altra perla, bissata dall’evocativa magnifica “Sunset Motel”, capolavoro di equilibrio acustico e di potenza evocativa. In questa parte i Reckless Kelly coinvolgono con ballate dal sapore agrodolce, diretto e genuino come “The Champ”, altro numero di gran classe (e il bel mandolino di Cody Braun), “One More One Last Time” introdotta dall’armonica di Willy Braun, l’ancora splendida “Forever Today” interpretata da Willy con il cuore in mano. In “Volcano” è limpida la classe di Willy Braun come autore, capace di condensare e dispensare gioiellini elettro-acustici, sempre e comunque appassionante. “Give It Up” riporta in alto i ritmi con il fascino immediato di una canzone che non faticherà certo a diventare uno dei classici dal vivo, la corale “Who’s Gonna Be Your Baby Now” contraddistinta dalla pedal steel nelle sapienti mani di Marty Muse, ospite illustre assieme a Bukka Allen, Micky Braun (senza Motorcars), Chris Masterson ed Eleanor Whitmore, è ancora brillante e si fa ricordare con grande piacere, mentre “Moment In The Sun” scorre benissimo unendo chitarre elettriche, mandolino e un contagioso arrangiamento vocale che mi ricorda molto l’età d’oro del country-rock californiano. Il tempo ancora per due splendide melodie, quella di “Sad Songs About You”, asciutta, sofferta e tormentata e “Under Lucky Stars”, sognante chiusura, e subito la voglia è di mettere il tasto ‘repeat’ e riprendere tutto da capo. E se non bastasse, lo straordinario artwork della confezione è la ciliegina sulla torta con tutto il fascino vintage di un ‘pieghevole’ pubblicitario di un motel, con tanto di portachiave incluso. Caldissimamente consigliato.

Remo Ricaldone

19:00

Matt Harlan & Rachel Jones - In The Dark

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“In The Dark” è la dimostrazione limpida e la conferma della classe compositiva e dell’intenso calore interpretativo di Matt Harlan, una delle più belle voci del cantautorato texano (e americano, più in generale), talento del quale ci siamo più volte occupati in passato. In questo suo nuovo lavoro, breve (meno di mezzora) ma intrigante e straordinariamente espressivo, Matt ha stretto forti legami con Rachel Jones, tanto da condividere in pieno l’opera proposta. E la cristallina e pura voce di Rachel dona ulteriore fascino alle ballate del Nostro, colorando storie e personaggi che coinvolgono e conquistano. La produzione è nelle mani della coppia, una produzione asciutta ed efficace capace con pochi strumenti di dare vita a un suono efficace ed impeccabile. Una nervosa chitarra elettrica (come nella evocativa “Move Slow”), le tastiere e la fisarmonica di Tony Barilla, la batteria usata con parsimonia ed intelligenza nelle mani di Steve Candelari, la lap steel di Willy T Golden e poi le chitarre acustiche, protagoniste con tutto il loro calore per tutto il disco, sono il giusto ‘abito’ di queste otto canzoni che compongono “In The Dark”. Le fascinazioni bluesy di “Warm November”, la magnifica canzone che dà il titolo all’album, “My Mother’s Song (At Seventeen)” in cui Rachel Jones guida la melodia con estrema grazia, “Something Bigger”, poesia e musica all’unisono e la conclusione affidata a “Mozart” contribuiscono a far brillare un disco degno di affiancarsi alla migliore tradizione del Lone Star State in fatto di canzone d’autore. www.mattharlan.com.
Remo Ricaldone


18:58

Arty Hill - Live: Church On Saturday Night

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Arty Hill è un artigiano e un fine alchimista della country music. Proveniente dall’area di Baltimore, Maryland, Arty Hill ha spesso svolto la sua attività in Texas ed in Alabama, dove presso l’Hank Williams Museum di Montgomery tiene workshops di scrittura musicale. Sette album all’attivo e una carriera (e una vita) dedicata alla preservazione della più genuina country music e dell’honky tonk più ruspante e vitale che ora vengono celebrati da un live che racchiude il meglio della sua produzione aggiungendo un nuovo brano e tanta, tanta passione. “Live: Church On Saturday Night” ci presenta nel corso di quasi un’ora di musica, honky tonk, rockabilly e quel feeling tipico degli anni quaranta e cinquanta che parte dal citato Hank Sr. e arriva a quei musicisti che ne hanno rinvigorito il sound negli anni, da Commander Cody a Dale Watson per citare due tra i primi nomi che vengono in mente. Quindici brani tra cui il superclassico “Lovesick Blues” firmato da Cliff Friend e da Irving Mills negli anni venti e ripreso da moltissimi tra cui Hank Sr., la gustosa e morbida melodia di “Edinburgh Cowboy”, nuova canzone di Arty Hill, e “Omaha ICU” scritta a quattro mani da Arty Hill e da Bob Woodruff. Comunque è tutto il disco che ‘gira a mille’ e funziona benissimo grazie soprattutto ai Long Gone Daddys che accompagnano regolarmente Arty Hill e attualmente è un combo composto da Dave Chappell alla chitarra solista, Ira Gitlin al contrabbasso, Ed Hough alla batteria e Lynn Kasdorf alla pedal steel. Band dal suono pulitissimo e che suona veramente a memoria. I temi sono quelli classici della country music dei ‘good ol’ times’ con le storie di abbandoni, di sofferenze, d’amore e di ‘redenzione’ e i titoli ne sottolineano con chiarezza i contenuti, da “A Wreck Of A Man” a “Big Drops Of Trouble”, da “If You’re Looking For A Loser” a “Montgomery On My Mind” ma è tutta la selezione da prendere nella sua interezza e da ascoltare attentamente, meglio se con una bella birra ghiacciata. Un disco corroborante. www.artyhill.com.
Remo Ricaldone

18:54

Richard Shindell - Careless

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Richard Shindell è una delle voci più interessanti della canzone d’autore americana legata alle radici, attento, poetico e disincantato osservatore di una nazione in cui le contraddizioni sono all’ordine del giorno ma il cui fascino resiste nonostante tutto. Una manciata di dischi nell’arco di una ‘vita musicale’ che copre almeno tre decadi, una produzione parca e molto ponderata, indipendente e sempre significativa. Voce inconfondibile dell’America di provincia, Richard Shindell ha negli ultimi anni trovato stimoli e interessi in Argentina, a Buenos Aires ma quando deve incidere torna negli States e produce dischi eccellenti come questo suo ultimo “Careless”. L’album è una collezione di brani da centellinare, emozioni profonde tra testi mai banali e suoni che conglobano country, folk, pop, jazz, rock, blues in un insieme decisamente personale e riconoscibile. Apre una “Stray Cow Blues” pregna di aromi sudisti e inflessioni blues, elettroacustica e godibilissima e subito cambia registro con la title-track “Careless”, rarefatta e dalle tonalità jazzy, con le armonie vocali dell’amica e collega Lucy Kaplansky, le percussioni del veterano Jerry Marotta e ‘l’atmosferica’ tromba di James Suggs. Subito due gioiellini in un alternarsi di sensazioni che attraggono e affascinano. “The Deer On The Parkway” con le tastiere di Clifford Carter e il contrabbasso di Viktor Krauss è un altro degli highlights dell’album con il suo andamento cadenzato e la vocalità di Richard Shindell che ‘snocciola’ da par suo il testo, “Your Guitar” è commovente nella sua semplicità, perfetta nel suo scarno arrangiamento e con l’accenno alla splendida melodia del traditional “Shenandoah”, “Abbie” vede la presenza di Larry Campbell a rafforzare il suono con le sue chitarre elettriche e conquista per il suo mix di country music e cenni gospel, “Before You Go” è ballata pop dal fascino inalterato che cresce molto con gli ascolti, così come “Satellites” che unisce pop e folk ricordando certe ballate acustiche dei REM. “Careless” è uno di quei dischi da apprezzare senza chiusure preconcette, proprio per quel suo miscelare suoni come i grandi autori sanno fare. www.richardshindell.com.

Remo Ricaldone

18:52

King Of The Tramps - Cumplir Con El Diablo

Pubblicato da Remo Ricaldone |



King Of The Tramps è un quartetto che proviene dalla cittadina di Auburn nell’Iowa, non propriamente il luogo dal quale ci si aspetti un sudato e trascinante roots rock di marca sudista. E proprio al ‘deep south’ si rivolge il suono di Todd Partridge e soci (Adam Audlehelm alle tastiere e percussioni, Ryan Aum alla batteria e Ryan McAlister al basso), mischiando un febbrile rock’n’roll a radici blues e country con quel coinvolgimento che li avvicina a North Mississippi All Stars e  Chris Robinson Brotherhood, con la lezione dei grandi del soul e anche degli Stones in mente. “Cumplir Con El Diablo” è il loro quarto disco, un lavoro equilibrato e pregnante che contiene dieci momenti dal taglio aggressivo ma anche con il nostalgico coinvolgimento di ballate tipicamente ‘southern’. “See You On The Other Side” sembra una outtake da “Exile On Main Street”, sporca e bluesy con tanto di slide guitar e di fiati (Andy Poppen alla tromba e Aaron Ehrlich al sax) che ogni tanto colorano e danno sostanza al suono. Pulsante e potente è la seguente “Ain’t No God”, con voce filtrata che ricorda un Howlin’ Wolf coinvolto in una session rock, mentre “Nashville Line” è tra le più belle, con il ricordo romantico della stagione storica del cosiddetto ‘Southern Rock’, il tutto filtrato da una sensibilità tra country e blues. Tra i momenti da rimarcare in un disco dai tratti sempre orgogliosamente rock ci sono una robusta “Last Man Standing”, una godibilissima e più ‘rootsy’ “That’s How It Goes”, la trascinante “Depression” con un finale tiratissimo e quasi punk e le due conclusive “Old Crow” e “’89 Cutlass”, la prima con chiare inflessioni country, la seconda lunga ballata acustica veramente emozionante. Penso che Todd Partridge sia cresciuto con una bella dieta fatta di Rolling Stones (quelli che ritengo i più ispirati, tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta). Disco assolutamente piacevole. www.kingofthetramps.com.
Remo Ricaldone

17:12

Jack Ingram - Midnight Motel

Pubblicato da Remo Ricaldone |



A ben sette anni dal precedente lavoro discografico torna Jack Ingram, personaggio che nelle scorse decadi ha saputo coniugare la canzone d’autore texana a certo rockin’ country che nel Lone Star State ha vissuto stagioni esaltanti. Certo che il suo avvicinamento al mainstream, seppur mai cedendo in fatto di buon gusto e genuinità, lo ha un po’ ‘bruciato’, finendo per inficiarne un rendimento che ad inizio carriera lo aveva posto come uno dei nomi più interessanti della sua generazione di musicisti. Tutto questo tempo è servito a rivedere le sue priorità, decidendo saggiamente di recuperare il completo controllo della sua musica e di fare un po’ di ordine nella propria vita. L’affidarsi poi ad una delle più serie label indipendenti in fatto di roots music, la Sugar Hill Records, è stata la scelta più intelligente e “Midnight Motel” sta a testimoniare il valore di un ritrovato troubadour. Il disco è uno dei più personali e intimi della sua produzione, ricco di ballate e midtempo proposte in sequenza, quasi a voler ricreare lo spirito creativo e propositivo delle session in poco più di un’ora di durata. Ritroviamo con grande piacere un artista in cui maturità ed esperienze di vita hanno plasmato sonorità e melodie limpide ed intense, storie spesso sofferte ma affrontate con un piglio forte e pregnante. Gli inevitabili riferimenti alla vita ‘on the road’ per un musicista nella cui discografia appaiono numerosi live e che ha consacrato la carriera al contatto diretto con il pubblico, gli aneddoti divertenti e nostalgici, le amicizie e gli amori contrassegnati da grandi bevute e ritrovati nuovi stimoli sono le cose attorno a cui ruotano le canzoni del disco, aperto e chiuso da “Old Motel” (in versioni acustica ed elettrica), un po’ il manifesto sonoro di questo nuovo corso. “I Feel Like Drinkin’ Tonight” e soprattutto “I’m Drinking Through It” sono ‘drinking songs’ di ottima fattura, così come “Blaine’s Ferris Wheel”, “It’s Always Gonna Rain”, la splendida “What’s A Boy To Do” tra gli highlights dell’album e “Champion Of The World” sono episodi da sottolineare per questa ritrovata vena compositiva. Unico piccolo appunto è la mancanza di uno o due brani più trascinanti e ritmati, a spezzare un ‘mood’ rilassato e contemplativo. Comunque, bentornato Jack!.
Remo Ricaldone

Iscriviti alla newsletter