11:40

Stoney LaRue - Us Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Disco molto particolare nella sua genesi questo “Us Time”, eccellente nuovo album di uno dei beniamini di Lone Star Time. Stoney ha infatti coinvolto in prima persona i fans nella scelta del materiale, in un rapporto sempre primario e propositivo, compilando una selezione di originali e di cover, splendidamente prodotta dalla coppia R.S. Field e Van Fletcher. Ad accompagnare Stoney LaRue in questa sua nuova avventura ci sono nomi di grandissimo rilievo come il chitarrista David Grissom, il fiddler e mandolinista Warren Hood e il batterista Greg Morrow solo per citare i più noti, non tralasciando il bravissimo Kevin Sciou alle chitarre e le tastiere di Steven Conn. Ancora una volta ispiratissimo nelle interpretazioni, Stoney ci sorprende con cover come “Into The Mystic” di Van Morrison, certamente la più inusuale ma tra le più belle dell’album, “Feet Don’t Touch The Ground” di Brandon Jenkins, “Train To Birmingham” di John Hiatt, “Box #10” di Jim Croce e la classicissima “Wichita Lineman” di Jimmy Webb, tutte decisamente di gran classe. Meno note le riprese di “Oklahoma Breakdown” di Michael Hosty, la soffice country ballad “Empty Glass” firmata a quattro mani da Dean Dillon e Gary Stewart e la ‘mexican flavored’ “Seven Spanish Angels” composta da Troy Seals in cui appare a duettare con Stoney, Cody Canada in un altro momento topico dell’album. Buone anche le tre canzoni in cui nella scrittura Stoney LaRue viene affiancato da Dean Dillon (una riflessiva “Us Time”), da Brandon Jenkins (“Til The Morning Comes”, altra ballata di pregio) e da Mando Saenz (una bella e trascinante “Easy She Comes”), segno positivo di forma per il musicista texano ma attualmente residente in Oklahoma. “Us Time” è quindi caldamente consigliato, non solo ai fans che non avranno certo bisogno di particolare sprone nell’acquisto, a coloro che seguono la sempre attiva scena tra Oklahoma e Texas.
Remo Ricaldone

La parabola di Ted Hawkins è stata nel contempo straordinaria e drammatica, luminosa e sofferta, bellissima e tragica. Adolescenza e giovinezza passata tra riformatori e carcere, con la Musica a tenerlo aggrappato alla vita e a dargli opportunità e sprazzi di felicità, Ted Hawkins è stato cantante (e qui lo rsicopriremo, autore) di eccezionale e vibrante personalità ed intensità, capace di passare con naturalezza da Sam Cooke ad Hank Williams, setacciando il più genuino ‘songbook’ americano delle radici, interpretandolo con sapienza e vigore. Per lungo periodo, lasciato il nativo Sud, fece il ‘busker’ per le strade di Venice, California fino alla metà degli anni ottanta quando fu scoperto, per caso, da un dj inglese che lo portò in patria facendolo diventare un piccolo caso discografico e dandogli quel po’ di notorietà che meritava. Qualche disco pubblicato per piccole label indipendenti (e anche uno per la nobile Rounder Records) e nel 1994 il grande salto con un album per la Geffen, “The Next Hundred Years”, che improvvisamente fece parlare di lui su larga scala, dandogli fama e denaro. Poi, altrettanto improvvisamente, la morte il 1° gennaio 1995 e un lungo, immeritato oblio. “Cold And Bitter Tears” cerca di focalizzare nuovamente gli appassionati su Ted Hawkins e questa volta sul suo essere autore, coinvolgendo musicisti che renderanno sicuramente appetibile questo prodotto ai lettori di Lone Star Time. Texani di nascita o di adozione, musicisti che hanno lasciato un’impronta importante sul suolo dello ‘Stato della Stella Solitaria’ sono qui riuniti per rendere omaggio a Mr. Hawkins con interpretazioni di grande livello, con alcune canzoni decisamente indimenticabili e commoventi. James McMurtry, Gurf Morlix, Evan Felker dei Turnpike Troubadours, Sunny Sweeney e poi band come The Damnations e Shinyribs, Jon Dee Graham, Mary Gauthier, Tim Easton, Kasey Chambers e Steve James nobilitano un lavoro tanto corposo quanto intenso, poetico e dotato di grande forza espressiva. Non serve quindi soffermarsi su ogni brano per apprezzarne l’importanza, basta lasciarsi trasportare in questi quindici momenti che sottolineano la statura di un musicista che merita di essere ricordato e amato. Al di la delle etichette con cui definiamo le varie sfaccettature della musica americana, qui c’è l’essenza dei suoni che compongono quel variegato e colorato quadro, con tanta anima ed amore.
Remo Ricaldone

11:28

Dick LeMasters - Gasoline & Fire

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Dopo “One Bird, Two Stones” di cui ci siamo occupati in passato, il texano Dick LeMasters si è subito messo in moto incidendo una manciata di canzoni che in un primo momento dovevano fungere da base per poi arrangiarle in studio. Questi demo hanno rivelato una tale ispirazione in veste scarna ed acustica che lo stesso Dick ha deciso di pubblicarli così, senza aggiungere nulla, mantenendo la loro forma originaria. Scelta forse un po’ temeraria che però si è rivelata azzeccata vista la forza interiore e  poetica di questi dodici brani che  fanno emergere un nuovo Dick LeMasters (quantomeno a noi che non abbiamo avuto mai la fortuna di vederlo dal vivo), più vicino alla grande tradizione texana tra country e folk, con inevitabili riferimenti a Townes Van Zandt e Guy Clark. Dal robusto rock, blues e country elettrico del primo suo lavoro siamo passati ad una serie di ballate di grande livello che dal vivo probabilmente riceveranno rifacimenti elettrici ma che ora risplendono di luce propria e sottolineano le doti compositive del nostro. Non mancano la grinta blues apprezzata nel precedente disco come in “No More Sufferin’”, “In His Hands” e “Good Life” ma quello che secondo me rende molto interessante l’album sono le ballate che lo presentano come eccellente troubadour, a cominciare dalla title-track che apre questo “Gasoline & Fire”. Storie intense interpretate con il cuore, ecco come appaiono “I Pour Out My Soul”, tra Guy Clark e Joe Ely, “Ok ‘Til It Isn’t”, “Cold-Hearted Whiskey”, “Hurricane” e “Right On Me”, momenti di assoluto valore che nobilitano un disco da apprezzare centellinandolo con cura. Un musicista che merita la vostra attenzione, accostando questo suo lato acustico a quello solidamente elettrico del suo precedente lavoro. www.DickLeMastersMusic.com.
Remo Ricaldone

11:25

Ryan Davidson - A Wick Burning High

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“A Wick Burning High” è praticamente il primo disco ‘a lunga durata’ di Ryan Davidson, musicista californiano di Chico con una storia drammatica e al tempo stesso salvifica alle spalle. All’età di tredici anni viene investito da un autoarticolato mentre va in bicicletta e la vita di botto cambia costringendolo ad una lunghissima serie di interventi chirurgici e la ricostruzione della gamba destra che ora è quasi completamente artificiale. Questa immobilità in un’età in cui l’attività motoria è parte integrante della propria vita è però fonte di un avvicinamento sempre più forte ed intenso alla musica, da allora riferimento viscerale per Ryan Davidson che impara a suonare la chitarra, forma una punk band che ironicamente  chiama ‘Hit By A Semi’ e poi si avvicina piano piano alle radici del suono americano. Fondamentali sono comunque i due anni trascorsi in Irlanda, un periodo in cui in Ryan si completano musicalità e sensibilità fino a formare il suo suono in cui convivono elementi folk, country e ‘irish’. “A Wick Burning High” segue un paio di ep e ce lo consegna autore maturo e interprete interessante, con la presenza di un manipolo di musicisti che lo supportano con sapienza e discrezione in un disco per la maggior parte acustico. “Whiskey With My Friends” è la tra le canzoni più significative, una sorta di manifesto sonoro tra Irlanda e States, cantata con trasporto ed emozione. Si può ancora sottoscrivere la stessa comprovata intensità nell’apertura affidata a “Through It All”, autobiografica e sofferta nel soffermarsi sulle difficoltà della vita, in “Black Socks” ancora tra speranza e sofferenza in cui Ryan ci parla della sua dipendenza dagli antidolorifici, nella cover di “The Silver Dagger” (ripresa in passato da Joan Baez, Gillian Welch e dagli Old Crow Medicine Show tra gli altri), nelle esperienze ‘on the road’ raccontate in “St. Louis, MO”, in “The Haze”, nell’intensa “Point Of Sails” in cui si scaglia contro ogni ipocrisia e nella canzone che dà il titolo al disco e che lo chiude. “A Wick Burning High” ci fa quindi scoprire un artista dalle buone doti che potrà sicuramente crescere e fare parlare ancora di se. Intanto godiamoci queste sue composizioni. www.ryandavidsonmusic.com.
Remo Ricaldone

11:21

BettySoo - When We're Gone

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A cinque anni di distanza dal precedente disco, BettySoo, trentaseienne texana di origine coreana, firma uno dei suoi lavori più intensi ed intimi, frutto di un lungo periodo passato tra tour (in Europa e negli States) e numerose visite in centri di riabilitazione e cliniche psichiatriche, fonte di ispirazione per le canzoni di questo “When We’re Gone”, tutte estremamente significative e profondamente accorate. Co-prodotto dalla stessa con il bravissimo Brian Standefer il cui cello ha arricchito numerosissimi album di musicisti texani e non solo, il disco è un viaggio nella canzone d’autore più intelligente e indicativa della sensibilità di una songwriter che ha sempre trovato nella fertile scena di Austin, Texas un luogo ideale per possibilità e ricettività. Sostenuta da una eccellente sezione ritmica formata da Glen Fukunaga al basso e da Rick Richards alla batteria, dal sempre strepitoso Lloyd Maines e dalle chitarre elettriche di Will Sexton, la bella voce di BettySoo racconta quadretti di vita intensi e colorati, situazioni che colpiscono per genuinità e grazia, da “100 Different Ways Of Being Alone” e “The Things She Left Town With”, tra le più intriganti della raccolta, a “Last Night” con una pedal steel che spazia con gusto e brillantezza e “Wheels” la cui melodia risulta fresca e corroborante. “Hold Tight”, “Love Is Real” e “When We’re Gone” sono poi un trittico che ben rappresenta la musicalità di BettySoo, apparentemente fragile ma con una voce che entra nel nostro cuore con intrigante poesia e con storie che toccano le corde più sensibili del nostro animo. Un disco dai colori pastello che merita attenzione da coloro che amano la canzone d’autore ‘non tradizionale’.
Remo Ricaldone

18:14

Pat Green - Home

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Sei anni sono veramente tanti nel cosiddetto ‘music business’, tanti sono gli anni passati dal precedente disco di Pat Green (se si esclude il secondo capitolo delle cover incise con Cory Morrow, “Songs We Wish We’d Written” del 2012) e il suo ritorno con nuove composizioni ci ripresenta un musicista che non ha perso lo smalto, la freschezza, la genuinità degli esordi. “Home” è un disco lungamente meditato, un insieme di canzoni dal taglio personale e intimo, un lavoro ricco di ballate e midtempo che si ricorderanno a lungo, a partire dallo straordinario duetto con Lyle Lovett in “Girls From Texas” contraddistinto da una classe enorme e dalla consueta e godibile ironia. “While I Was Away” è un altro momento topico del disco, una ballata  interpretata con il cuore, nostalgica, carica di pathos, “May The Good Times Never End” è frizzante e trascinante e vede ospite a voce ed armonica Delbert McClinton, suo grande conterraneo texano e la slide guitar di Lee Roy Parnell in un brano che sprizza gioia da tutti i pori, “Home” è ancora melodia indovinata e limpida, classicamente ‘patgreeniana’, “Life Good As It Can Be” è ariosa e deliziosamente ‘radio friendly’, in “Right Now” Pat duetta con Sheryl Crow in una canzone composta a quattro mani con Chris Stapleton, “No One Here But Us” emoziona per intensità e coinvolgimento, a conferma dell’ottimo stato di forma sia dal punto di vista compositivo che da quello interpretativo. “Day One” ha di nuovo il sapore della country music texana e un po’ anche di certe composizioni di grandi (classic) rockers a cui  stato spesso accostato, da Bob Seger a John Mellencamp a Bruce Springsteen mentre la conclusiva “Good Night In New Orleans” a cui partecipa Marc Broussard inizia in maniera discorsiva e lenta per poi trasformarsi via via in un cajun country-rock assolutamente gustoso e pimpante. Tra le cose più belle di Pat Green. “Home” si conferma quindi uno dei capitoli più riusciti della carriera del texano anche grazie alla produzione a tre di Jon Randall, Justin Pollard e Gary Paczosa e alla presenza, oltre agli ospiti citati, di Brendon Anthony e Stuart Duncan ai violini, Dan Dugmore alla pedal steel guitar e Michael Ramos alle tastiere. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

18:11

Jeremy Pinnell - OH - KY

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Un nuovo interessante nome si affaccia sul panorama country e roots americano: il suo nome è Jeremy Pinnell, nato nella parte settentrionale del Kentucky dove le influenze sudiste sono forti ma nel contempo c’è anche aria di nord e di midwest in un incrocio di tradizioni che potremmo inquadrare nella più classica ‘american heartland’. Cresciuto inevitabilmente con la country music più tradizionale, Jeremy Pinnell la interpreta spogliandola da ogni orpello e da ogni retorica, dando voce e spazio alle situazioni più genuine e semplici, intendendo al meglio quella che viene definita ‘three chords and the truth’, l’essenza del genere. “OH – KY” è il suo esordio discografico e ben inquadra intenzioni e obiettivi, concentrando in dieci ottime canzoni il suo essere in una country music senza tempo ma con tanti nobili riferimenti, a partire da Hank Williams Sr. Accompagnato dai 55s, band che usualmente lo segue nelle performance live, Jeremy Pinnell mostra già dalla sua prima opera quanto le sue doti si siano irrobustite nel corso degli anni e attraverso tante serate negli honky tonks e nelle barrooms della più profonda provincia americana. Cameron Cochran alla pedal steel, Brad Myers a chitarra e mandolino, Harold Kennedy all’altra chitarra, Charles Christopher Allet alla batteria e Ben Franks al basso formano un combo che sa il proprio mestiere e che segue con discrezione e sincera passione il frontman, regalando emozioni semplici ma di sicuro graditissime. “The Way Country Sounds”, “Outlaw Life”, “Them Days And Nights”, “Loose Women”, “Rodeo” celebrano già dai titoli il ‘modus vivendi’ del nostro, la vita di tutti giorni scandita da incontri apparentemente scontati ma ricchi di grande umanità, la gioia  e la sofferenza che si nasconde nelle pieghe della propria esistenza. Country music scarnificata all’osso ma proprio per questo tremendamente sincera, vicina come spirito agli outlaw texani ma anche, facendo un paragone magari un po’ forzato con un suo conterraneo, a Chris Knight nella sua accezione più roots. “OH – KY” è un lavoro da tenere in considerazione, da apprezzare perché ci presenta un genere che sta ritrovando forza grazie a gente come Whitey Morgan, Chris Stapleton, JB Harris, Sturgill Simpson e gli altri che si contrappongono alla ‘deriva’ pop del mainstream nashvilliano. www.jeremypinnell.com.
Remo Ricaldone

I Bottle Rockets sono ormai da un quarto di secolo una delle più fresche, coerenti e brillanti band del panorama roots rock americano e non mostrano minimanente di allentare la presa. Brian Henneman e soci, da St. Louis, Missouri, hanno sempre portato nella propria musica la forza del rock’n’roll e la poesia delle radici, perseguendo il loro sogno con sagacia e la dozzina di album proposti sono una carrellata di canzoni godibili dal taglio ‘blue collar’ e la convinzione nella loro ‘missione’. Reduci dal disco acustico intitolato “Not So Loud” che rileggeva in chiave rilassata e scarna alcuni loro brani del passato, i Bottle Rockets tornano a colpire con la loro forza elettrica a distanza di ben sei anni dal precedente lavoro con canzoni nuove e lo fanno con uno dei migliori album da molto tempo a questa parte. “South Broadway Athletic Club” suona vibrante e solido come se il tempo non fosse passato, con inalterato entusiasmo e grande bravura, la sapiente produzione di Eric ‘Roscoe’ Ambel è garanzia di qualità e la vena compositiva è frizzante e di spessore. Le chitarre di Brian Henneman e di John Horton, i tamburi dietro ai quali siede Mark Ortmann e il potente basso di Keith Voegele ci regalano momenti importanti, dal suono pieno, tra le cose più roots degli Stones e certo ‘southern rock’, la tradizione ‘pub rock’ dell’Inghilterra degli anni settanta e la passione per le radici country. Tra “Monday (Everythime I Turn Around)” che introduce il disco e “Shape Of A Wheel” che lo chiude c’è tutta la passione di un fuoriclasse come Brian Henneman, cresciuto a pane e musica, con i primi passi nell’ambito musicale addirittura come ‘roadie’ per gli Uncle Tupelo dai quali evidentemente ha mutuato l’amore per l’alternative country, inevitabilmente incrociato con il più classico del rock’n’roll. “Big Lots Love” ha il passo sicuro di un Tom Petty, “I Don’t Wanna Know” è ancora tra le cose migliori del disco con la sua melodia incisiva e un piglio rock notevole, le inflessioni country di “Dog” e “Smile” sono decisamente godibili, “Something Good” con la Rickenbacker in primo piano non può non ricordare Byrds, Long Ryders o ancora Tom Petty, “Building Chryslers” taglia come una lama mentre “Ship It On The Frisco” è una ballata che trasuda ‘southern soul’ da tutti i pori e mi ricorda il mai troppo rimpianto Arthur Alexander, uno che aveva saputo unire country e soul con grande bravura. Queste e altre canzoni fanno bella mostra in un album che certamente non sarà ricordato come rivoluzionario ma che vi regalerà tanti momenti di grande musica americana.

Remo Ricaldone

18:03

Amanda Pearcy - An Offering

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sulle orme dell’ottimo “Royal Street”, secondo album della cantante texana che le ha dato un certo riconoscimento da parte della critica americana e non, “An Offering” rende ancora più intrigante la proposta di Amanda Pearcy, sostenuta dalla eccellente produzione di Tim Lorsch, grande strumentista e più volte partner di Walt Wilkins. Tra Texas e ‘Deep South’, Amanda ci consegna dodici nuove creature che disegnano un quadro nitido ed esaustivo delle varie anime che albergano nella sua personalità, dalla country music al rhythm’n’blues, dal gospel e dal blues fino alla ballata folk. “An Offering” è circondato da un’aura tipicamente ‘southern’, con le sue atmosfere un po’ misteriose a ricche di calore e passione, vicine a personaggi come Mary Gauthier, Lucinda Williams, Townes Van Zandt e Rodney Crowell. Non per niente alcuni dei nomi coinvolti in queste sessions tenute tra il Tennessee e il Lone Star State hanno in passato collaborato con quelli citati, da Mike Daly alla pedal steel guitar a George Bradflute a svariati tipi di chitarre, dai bassi acustici ed elettrici di Ron De La Vega  al producer Tim Lorsch a violino e cello. Ospiti di riguardo sono poi il canadese di nascita ma americano di adozione Ray Bonneville all’armonica, Jimmy LaFave che presta la propria voce in un paio di canzoni e Stefano Intelisano con le sue strepitose tastiere (organo hammond, piano elettrico e farfisa). Unica cover, perfettamente incastonata nel maturo songwriting di Amanda Pearcy è il grande classico di Bobbie Gentry “Ode To Billy Joe”, inno accorato al Sud qui interpretato con notevolissima sagacia e cuore. Il resto è un racconto, vivido e umano, di amori sofferti, dure esperienze umane e problematiche per fortuna superate grazie all’inesauribile speranza e forza della protagonista. “Ribbons And Bows” è fortemente evocativa, toccante, eterea e apre la strada alla più corposamente bluesy “Every Now And Then” e alla cover di “Ode To Billy Joe” che eleva fortemente la qualità dell’album. “Pawn Shop Blues” vede la seconda voce di Jimmy LaFave ed è una ballata di classe, “An Offering” giustamente fissa le coordinate del suono del disco in quanto ‘title-track’ con il suo andamento ‘sospeso’, “Birds On A Wire” è un’altra composizione matura e adulta, “Comfort Of A Man” aumenta i giri e si pone tra le più belle canzoni del lotto. Ancora da segnalare, in un lavoro la cui dote maggiore sta nella coesione e nella solidità, “A Little Bit More”, un valzer country-soul e “Mellow Joy” con ancora sonorità ‘black’ tra gospel e soul. www.amandapearcy.com.
Remo Ricaldone

17:57

Leeroy Stagger - Dream It All Away

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Leeroy Stagger arriva dal Canada, dallo Stato del British Columbia per la precisione, ha ben dieci album al proprio attivo ma, al di la di una buona fama locale, non ha ancora sfondato e sinceramente è una cosa abbastanza curiosa. Le doti le ha tutte: un buon songwriting, voce giustamente arrochita, un mix di rock e radici ottimamente bilanciato. “Dream It All Away” tenta nuovamente la carta di unire le sue pulsioni rock, retaggio dei suoi ‘anni formativi’ nei clubs del Canada occidentale e il fascino delle radici country e folk americane che tanti suoi conterranei hanno coniugato con sapienza. Il disco è decisamente godibile e ben prodotto e inizia all’insegna del caro vecchio rock’n’roll con una trascinante “Something Beautiful” e una ‘stonesiana’ “One Perfect Wave” che ha anche elementi sudisti e lo avvicina a certe cose dei Black Crowes. “Happy Too” cambia un po’ registro e si affida ad una melodia semplice e fresca, tipicamente sixties mentre “Living In America” è da considerare tra le migliori dell’album, a metà strada tra Will Hoge e Rodney Crowell, una deliziosa ballata elettroacustica in cui si inserisce il fiddle di Kendall Carson. “I Feel It All” è ancora da sottolineare per grazia e poesia e un break di chitarra elettrica notevole, “New Music Biz Blues” ricorda gli inizi punk a Vancouver con una canzone che piuttosto rimanda al Bob Dylan di metà anni sessanta tra “Highway 61 Revisited” e “Bringing It All back Home”, “Poison The Well” è grintosa, con una voce filtrata che ricorda il Waits più rumorista e un feeling più rock e blues, “Dream” placa nuovamente le acque con atmosfere più riflessive ed interiori. “Ten Long Years” vede ancora protagonista il fiddle di Kendall Carson in un’altra ballata dal sapore agrodolce, un altro piccolo gioiellino così come “Angry Young Man” che chiude il disco, ancora acustica, ancora estremamente efficace. Disco e musicista da conoscere. www.leeroystagger.com.
Remo Ricaldone

Quarto attesissimo disco per una delle più belle realtà della scena musicale tra Oklahoma e Texas, I Turnpike Troubadours, a distanza di tre anni circa dal precedente “Goodbye Normal Street”, un album che è rimasto molto a lungo nei nostri lettori cd. Evan Felker e soci tornano con un altro lavoro che certamente soddisferà i loro fans e, speriamo, allargherà la cerchia di appassionati con un’altra serie di canzoni dal forte impatto emotivo e sonoro, potente, palpitante e vibrante. Assieme al leader troviamo il fiddle di Kyle Nix, sempre travolgente, le chitarre elettriche e steel di Ryan Engleman, co-produttore con Matt Wright e una sezione ritmica solida e rocciosa formata dal bassista RC Edwards e dal batterista Gabriel Pearson, con ospiti validissimi come John Fullbright, ex membro della band e grande amico dei Troubadours a fisarmonica, piano, chitarra acustica e banjo e Byron Berline, storico fiddler dell’Oklahoma già fondatore della Country Gazette, membro dei Flying Burrito Brothers e figura di assoluto valore nell’ambito bluegrass. Ad aprire le danze c’è la classica melodia di “The Bird Hunters” e, appena acclimatati, siamo travolti dalla ruspante e trascinante “The Mercury”, tutta grinta e sudore. “Down Here” è country music doc, legata profondamente alle proprie radici ma con la forza espressiva dei giorni nostri mentre “Time Of Day” è una canzone firmata a quattro mani da Evan Felker e John Fullbright con ancora fiddle ed elettrica in grande evidenza. “Ringing Of The Year” è una ballata di pregio, sorretta da chitarre elettriche che  formano un bel tappeto sonoro sul quale si muove il fiddle di Kyle Nix e Evan Felker che ci conduce attraverso un altro momento topico del disco, “A Little Song” più acustica, rilassata, discorsiva e piacevolmente acustica, “Long Drive Home” prosegue con ritmi ‘tranquilli’ la parte centrale dell’album mentre “Easton & Main” e “Bossier City” sono due riprese dal disco di esordio, due interpretazioni che mostrano quanto siano cresciuti anche strumentalmente e chi ha avuto la fortuna di vederli dal vivo può confermare la genuinità e la forza che i Turnpike Troubadours mettono in ogni nota. “7 Oaks” ha il sapore fresco e pimpante del bluegrass unito con la ritmica ‘train time’ a rinforzare una canzone divertente e gustosa, “Doreen” vede ancora Ryan Engleman che ‘fa i numeri’ alla chitarra elettrica e Kyle Nix che imperversa in un brano che ci lascia esausti e felici, “Fall Out Of Love” è cantata con grande misura e trasporto, una ballata ricca di pathos. Disco caldamente consigliato (anche se i lettori di Lone Star Time certamente non hanno bisogno di incoraggiamenti) e tra i migliori dell’anno.
Remo Ricaldone

18:33

Lucero - All A Man Should Do

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Dopo “1372 Overton Park”, in qualche modo il disco della svolta per i Lucero, passati da (grande) band in cui rabbia punk e influenze roots si incontravano in un insieme devastante alle radici sudiste maggiormente in primo piano smussando certe ‘asperità’ e durezze, Ben Nichols ha dato più spazio all’aspetto intimista della sua composizione, evidenziando il fatto di provenire da Memphis, Tennessee ed inserendo anche fiati tipicamente soul e blues. La band si è ricompattata andando ad incidere nei mitici Ardent Studios di Memphis e hanno tirato fuori dal clindro un’altra eccellente selezione, prodotta con estrema bravura ed intelligenza da Ted Hutt, in un insieme in cui vengono miscelate influenze country, soul e rock come fecero nei primi settanta gli Stones e, in questi anni band come Balck Crowes e Drive-By Truckers, pur con sfumature e intenzioni diverse. Più ballate, comunque spesso nervose e taglienti, e quel senso poetico che non ha mai abbandonato Ben Nichols e che ora è decisamente più evidente e marcato, con le tastiere di Rick Steff a fare la parte del leone e segnare gran parte del materiale con il suo tocco magistrale a piano, organo hammond e wurlitzer. Canzoni come “Went Looking For Warren Zevon’s Los Angeles” e “I Woke Up In New Orleans” fanno anche capire, geograficamente, in quale direzione si muovono Ben Nichols e soci, facenso emergere tutta quella vena romantica e interiore che ora è il loro punto di forza. “Can’t You Hear Them Howl” è più tirata e trascinante, quasi ‘stonesiana’ e con i fiati di Jim Spake (sax) e Randy Ballard (tromba) a rafforzare la melodia, “They Called Her Killer” è un altro degli ‘highlights’ dell’album, una melodia vincente con la fisarmonica di Rick Steff a dare quel tocco in più per renderla una delle cose migliori degli ultimi tempi, “Young Outlaws” mischia rock e radici rhythm’n’blues, con un sapore anni ’70 che inebria ricordando i Lynyrd Skynyrd di “Street Survivors” o la miglior Charlie Daniels Band. “I’m In Love With A Girl”, acustica e limpida, è l’omaggio ad una cult-band come i Big Star, sempre un riferimento per i Lucero e “My Girl And Me in ‘93” e “The Man I Was” confermano talento e grande passione, lucidità e profondità. Tra i dischi dell’anno.
Remo Ricaldone

18:31

Jimmy LaFave - Trail Four

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Il progetto Trail per Jimmy LaFave è una sorta di ritorno alle radici, una serie di dischi paralleli alla sua attività ‘principale’ che permettono di assaporare brani (essenzialmente covers) che non trovano per diverse ragioni spazio. Il quarto episodio è ancora una volta un lungo excursus, per la maggior parte dal vivo, in cui il nostro ci presenta canzoni altrui, in molti casi veri e propri classici, rivisti con il suo caratteristico spirito melodico, intepretate da par suo con cuore e anima. Se l’iniziale “Walking To New Orleans” è proprio il classico di Fats Domino spogliato dalla tipica veste ‘neworleansiana’ per diventare una personale ballata, “When It Starts To Rain” è originale, una notevole sua composizione in cui gioca un ruolo fondamentale il piano. Bob Dylan poi, nel cuore di Jimmy LaFave quale ispiratore e basilare punto di riferimento, appare come autore in ben quattro brani, da “She belongs To Me” all’indimenticabile “Chimes Of Freedom”, fino a “It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry” e alla meno nota “I’ll Remember You”, mentre ancora tra le covers sono da ricordare una corposa “Call Me The Breeze” di JJCale con un ottimo lavoro di slide guitar e la sempre emozionante “Snowin’ On Raton”, classico del repertorio di Townes Van Zandt e Robert Earl Keen. Tra gli originali fanno bella mostra “Rocket In My Pocket”, “Route 66 Revisited”, “Hideaway Girl” e “Worn Out American Dream” a completare un lungo (oltre i sessanta minuti) ed articolato album dal sapore spartano, scarno, essenziale ma di grande presa.
Remo Ricaldone

18:28

Leeann Atherton - Barefoot Fields

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Leeann Atherton incarna alla perfezione lo spirito multiforme e variegato di Austin, Texas, città dalle mille e più possibilità rappresentate dai clubs, barrooms e honky tonks in cui la musicista che trattiamo si esibisce da tanti anni. Sin dagli inizi, dietro alla musica di Leeann c’è Rich Brotherton, chitarrista notissimo in città e non solo, protagonista di tantissime session e concerti in compagnia dei più bei nomi della musica texana, produttore degli ottimi “Lady Liberty” e “Heart Traveled Road”, due tra i migliori lavori della signora Atherton. “Barefoot Fields” vuole essere, fin dal titolo, la rappresentazione di quello che è il ‘live concert’ di Leeann Atherton, essenziale, scarno ma tremendamente genuino e accorato dove le chitarre della coppia Brotherton & Atherton sono le principali protagoniste, con Glen Fukunaga al basso e qua e la un po’ di percussioni ad arricchire il tutto. L’album si sviluppa attraverso composizioni originali che formano il nucleo, il cuore di “Barefoot Fields”, a dimostrazione della sempre notevole vena compositiva di un’artista che si è sempre mossa trasversalmente tra country music, folk e stilemi soul e blues tanto da avvicinarla come ispirazione alla prima Bonnie Raitt e alcune sorpendenti e riuscite cover. Tra le prime meritano di essere citate l’iniziale “Add It Up” che più di altre conferma i paragoni con Bonnie Raitt, la bellissima “Too Long At The Fair”, a mio parere uno dei capolavori del disco, firmata dallo sconosciuto (a me) Joel Zoss, le più country-oriented “Love’s Creation” e “Fallen Angel”, entrambe leggermente elettrificate, le intense “Mustard Seed”, “Texas Soulful Shuffle”, “Simple Heart” e “Let It Shine”, interpretate con una voce dalla notevole estensione e forza. Un discorso a parte meritano le due altre cover, per certi versi sorprendenti come scelta ma decisamente riuscite, entrambe pervase da un pathos pregevole, “Catch The Wind” di Donovan, classico del repertorio del folksinger scozzese e “On The Nickel” di Tom Waits in una performance che non fa rimpiangere l’originale. “Barefoot Fields” è in definitiva un disco semplice, lineare e sincero, meritevole di essere apprezzato così come la sua autrice. www.leeannatherton.com.

Remo Ricaldone

18:25

Various Artists - Singer Songwriters From Home

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Come dice inequivocabilmente il titolo, questo disco è dedicato a coloro che apprezzano la canzone d’autore, quella particolare forma espressiva che dagli anni sessanta con il boom del folk revival ha sempre più contribuito a formare la coscienza comune attraverso impegno politico e sociale o introspezione personale, tratti autobiografici o la semplice descrizione della realtà che ci circonda, con sullo sfondo paesaggi urbani o di campagna. “Singer Songwriters From Home” vede quattro esempi di tutto ciò, quattro cantautori di diversa estrazione e provenienza ma con il comune denominatore di esprimere attraverso le loro composizioni l’animo umano con intelligenza e accorata passione e genuinità. Di Bob Cheevers abbiamo già parlato su queste ‘pagine’, grande voce che ricorda inevitabilmente Willie Nelson ma assolutamente personale, una manciata di eccellenti dischi con la convinzione di rappresentare con talento la Austin più country e folk. La collaborazione con nomi come Ray Wylie Hubbard, Walt Wilkins, Kevin Welch ci fa capire quanto importante sia la sua musica. Qui sono quattro le canzoni proposte: “These Are My Words” (con le tastiere del mitico Spooner Oldham), “The Legend Of Sleepy Hollow”, “Progress” e “Test Of Fire”, tutte degne di nota e di un ascolto attento e approfondito. Altro nome di rilievo nella scena cantautorale americana è certamente Greg Copeland, californiano, grande amico e collaboratore di Jackson Browne, non molto prolifico ma sempre interessante. Cinque le canzoni presenti in cui è affiancato da alcuni personaggi di assoluta bravura strumentale, dalle chitarre di Greg Leisz nella bella “Roughhouse Boys” in cui spiccano il violino di Gabe Witcher e la fisarmonica di Phil Parlapiano, al mago degli strumenti a corda David Lindley che nobilita “Are You Here” e lo stesso Jackson Browne (con band) che da il suo contributo a”Pretty Girl Rules The World”. Keith Miles è un altro ottimo autore e cantante, ha base a Nashville dove si è creato un buon nome affinando innate doti descrittive e melodiche. “Playing Your Guitar”, “Homeland”, “Kerouac Days”, “Just That Kinda Girl” e “Ask Me Tomorrow” sono l’esempio lampante di tutto questo, grazie anche alla produzione di Jack Sundrud e la presenza del polistrumentista Russ Pahl (steel, acustica, banjo) e di Tammy Rogers al violino. A completare questa ‘line-up’ Barry Ollman, forse il meno noto ma comunque decisamente valido, proveniente da Denver, Colorado. Anche in questo caso le sessions sono arricchite da grandi nomi come Tim O’Brien al mandolino nella notevole “Murmuration”, il bassista di Springsteen Garry Tallent e John Fullbright al piano in “The World Is Your Apple”. Proposta ricca questa che soddisferà chi cerca qualcosa di più profondo nelle canzoni e fa particolare attenzione alle sfumature e all’importanza dei testi, un lavoro tra le cui pieghe troverete qualche ‘pietra preziosa’. 
Remo Ricaldone

11:18

Grayson Capps - Love Songs, Mermaids And Grappa

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ci sono musicisti, non importa quanto bravi, che sono destinati a rimanere in una ‘nicchia’, apprezzati da una ristretta schiera di fans, nonostante il loro momento (casuale, ma graditissimo) di fama che per breve tempo li ha portati alla notorietà. E’ successo diversi anni fa a Grayson Capps, figlio dello scrittore Ronald Everett Capps, con “Love Song For Bobby Long” fortunato film con John Travolta e Scarlett Johanson la cui colonna sonora ha curato con grande bravura, arguzia e perizia, per poi quasi inevitabilmente tornare a fare l’artigiano della musica roots, tra il nativo Alabama (attualmente vive a Mobile) e New Orleans, sua seconda patria e fonte inesauribile di ispirazione. Ed è proprio la città della Louisiana a fornire, con le sue tante anime, spunti eccellenti poi trasposti su disco, tra country/folk, rock, blues e jazz. “Love Songs, Mermaids And Grappa”, confezionato con amore e grande abilità dalla nostrana Appaloosa Records può essere la porta di entrata al suo mondo per chi ancora non conoscesse Grayson Capps e l’occasione, visto che buona parte del suo catalogo passato è irreperibile, per tornare ad apprezzare la sua vena compositiva, la sua grande verve e il suo suono decisamente vitale e divertente. Doppio cd con un primo disco formato da nuove canzoni (o quasi, con la rivisitazione ispirata all’amata Italia di “Drink A Little Poison” diventata “Drink A Little Grappa”) e un secondo in cui scorrono canzoni e immagini di grande fascino prese appunto dai suoi primi dischi, mantenendo alta la tensione e l’attenzione per tutta l’ora abbondante di ottima musica. Grayson Capps fa emergere il suo profondo amore per la letteratura ‘sudista’, la sua fascinazione per scrittori come William Faulkner e Carson McCullers e per i suoni che hanno reso quelle zone terreno fertile per tutta la musica americana, dal blues, tagliente e sofferto, alla country music proposta nella sua accezione più ‘sporca’ e ruvida, fino al soul e al jazz di New Orleans. Ballate folk come “I See You”, le divagazioni country di “Back To The Country”, il sinuoso blues sudista di “Get Back Up” e “Coconut Moonshine” con tutto il fascino di New Orleans, le prime quattro canzoni del secondo disco, racchiudono tutta l’essenza di Grayson Capps e il suo talento compositivo. Tutto il secondo disco, quello da cui consiglio di iniziare l’ascolto se ancora non conoscete Grayson, è comunque superbo, un bellissimo ‘best of’ in cui spiccano “Lorraine’s Song”, “Highway 42”, la ‘celebre’ “A Love Song For Bobby Long”, “Wail & Ride”, “Washboard Lisa”, “Cry Me One Tear”, “John The Dagger” e il rock’n’roll travolgente di “Big Ole Woman”. Il primo disco, pur bello ed interessante, non può che risultare leggermente inferiore ma conferma un talento puro, un grande personaggio, Grayson Capps.
Remo Ricaldone

Dietro allo pseudonimo Doctor G c’è Gregg Andrews, professore di storia presso la Texas State University con la passione per la musica, regolare frequentatore dello storico Cheatham Street Warehouse di San Marcos, Texas e grande appassionato di country music, blues e rock’n’roll. Al terzo disco con la sua band di accompagnamento chiamata The Mudcats, Gregg Andrews prosegue con imperterrita grinta e bravura il suo percorso musicale che prende spunto da tutti i suoni compresi nella zona del delta del Mississippi. I primi due lavori avevano visto la partnership con il grande Kent Finlay, figura guida per tutta la musica texana e anche “Swampy Tonk Blues” si stava incanalando in questo percorso sonoro ma proprio alla fine delle registrazioni Kent è venuto a mancare e inevitabilmente lo stesso lavoro è a lui dedicato. Queste storie di amore e sofferenza, di duro lavoro e di lotta per i propri diritti acquistano un significato diverso, così come la collaborazione compositiva di Kent Finlay nell’iniziale title track “Swampy Tonk Blues”, tra le più pregevoli, e “From A Table Made For Two” (firmata dallo stesso Finlay e da John Arthur Martinez) country ballad con i ‘twin fiddles’ classicamente texani di Tim Crouch. “Rockabilly Barbershop At 7th & Broadway” si avvale del prezioso lavoro (in tutto il disco per la verità) del chitarrista Big John Mills con i suoi ‘licks’ puliti e puntuali, “Leaving Tennessee” vede la pedal steel guitar nelle mani di Lloyd Maines e l’accoppiata fiddle e mandolino nelle mani di Tim Crouch, “J Cool Blues” è blues nella sua essenza più classica tra Memphis e Chicago (ma anche il Lone Star State vanta una grande tradizione in fatto di ‘Musica del Diavolo’), “My Texas Dance Hall Girl” è country music Texas-style al 100% con tanta pedal steel (ancora Lloyd Maines), fiddle e il piano di Ronnie Huckaby. Ancora da sottolineare una nostalgica ed evocativa “One Of Those Things I Left Behind” (che mi ha riportato alla mente certe ballate elettriche di Lee Clayton…chi se lo ricorda?), una sorniona e sinuosa “Cottonmouth Blues” perfettamente ambientata nel già citato Delta e la conclusiva “Still Missing You” in cui si torna all’amata country music, quella dalle radici profonde come è prassi in Texas. “Swampy Tonk Blues” è quindi lavoro prodotto artigianalmente ma con il cuore grande di chi la musica la considera ragione di vita e di ispirazione, interpretato con sapienza ed equilibrio da un artista notevole come Gregg Andrews e da una band il cui impegno traspare da ogni nota.
Remo Ricaldone 

11:11

Joe West & The Sinners - Jamie Was A Boozer

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Ascoltare questo disco riporta indietro di molti anni, almeno quaranta, quando Austin si proponeva per la prima volta  come città dai mille fermenti musicali in cui le radici country e folk venivano accostate ad uno spirito quasi iconoclasta, outlaw e un po’ hippie, sempre e comunque propositivo e vitale. Joe West ad Austin ci ha vissuto per parecchi anni, dando il suo contributo fattivo, profondamente ironico ed un po’ ‘pulp’ ma con uno stile compositivo che ha omaggiato i grandi della country music e del rock in modo intelligente. Il nativo New Mexico (dove è tornato da qualche tempo a risiedere) e New York sono state le altre due fonti di ispirazione e i suoi dischi, una manciata, lo hanno visto apprezzato musicista da coloro che hanno seguito in questi anni il sottobosco roots. Joe West ha diviso il palco con grandi come Jon Dee Graham, Dale Watson e Wayne Hancock e “Jamie Was A Boozer” è stato il suo debutto datato 1999, votato come uno dei migliori dischi di quell’anno dall’Austin Chronicle. Ora Joe ha deciso di riproporlo in una ‘special edition’ di grande impatto e ci rendiamo conto di quanto sia ancora attuale la sua proposta, un ‘rockin’ country’ di grande presa che parte con “Judas Iscariot”, quasi una ‘signature song’ per Mr. West con reminiscenze di Violent Femmes e Green On Red. “$2000 Navajo Rug” ha nel dna il Texas e la sua personale versione della country music e a mio parere rimane una delle più belle canzoni del disco, con il break del fiddle di Sean Orr su tutto, poi “Trip To Roswell, NM” con il suo carico di humor e buone vibrazioni, “Ballad Of Terri McGovern” sulla scia del mai troppo compianto Doug Sahm, “Piece By Piece” straordinariamente poetica con la chitarra ‘mexican’ nelle mani di Andy McWilliams, “Are You Still My Girl?” intimamente acustica e folkie giocano un ruolo fondamentale per comprendere la ‘filosofia’ musicale di Joe West e e dei suoi Sinners. I personaggi protagonisti di queste canzoni sono sempre fortemente umani e spesso alle prese con le tensioni, le difficoltà, le gioie della vita, da “Rehab Girl” (quasi fosse una canzone di un Lou Reed nato a latitudini roots) a “Jamie Was A Boozer” fino a “Jenna The Cab Driver”, una delle tre canzoni inedite aggiunte al disco. Più di settanta minuti per entrare in un microcosmo particolare che riserverà più di una sorpresa. www.joewestmusic.com.
Remo Ricaldone


Sono stati accostati da certa stampa americana a Gram Parsons ed Emmylou Harris ma io avvicinerei la loro sensibilità ed il loro stile a Buddy & Julie Miller e, facendo un paragone un po’ più audace ma non privo di fondamento, a Richard & Linda Thompson. La loro visione musicale unisce country music e blues, rock e soul in un insieme solido e personale dettato da una grande esperienza, da un rigore stilistico notevole e da un profondo rispetto nei confronti delle radici che nel Sud, loro ‘crogiuolo’ naturale, ha visto avvicendarsi e intersecarsi stili e suoni diversi. Larry Campbell oltre che essere un polistrumentista dotato di una tecnica e di una ricchezza interpretativa non comuni, nel corso degli anni è passato da richiestissimo sideman ad artista completo sia come autore sia come arrangiatore, facendosi le ossa alla guida della band che ha accompagnato Levon Helm fino alla sua scomparsa e rappresentando ora il riferimento principale degli studios fondati dall’ex batterista della Band. Teresa Williams è il naturale completamento di Larry Campbell sia come vocalist che come ‘musa ispiratrice’, mantenendo dritta quella barra che li ha portati ad essere tra le punte di diamante dell’attuale panorama ‘americana’ (o in qualsiasi altro modo vogliate chiamare quell’ampio ‘melting pot’ di suoni, colori e profumi). Il disco in questione, che significativamente prende il nome dei due protagonisti, è senza dubbio opera completa e matura, equilibrata ed intelligentemente strutturata per esprimere sentimenti profondi e veri, tra ballate e midtempo che suonano appassionati e coinvolgenti. “Surrender To Love” apre il disco con sapienza ed bilanciamento, “Another One More Time” è ballata vicina alla Linda Peters (Thompson) dei dischi con il grande chitarrista inglese citato in precedenza, “You’re Running Wild” è country music classica in un duetto che in questo caso ricorda la coppia Parsons/Harris, mentre “Everybody Loves You” è un frizzante country blues acustico molto ‘cooderiano’.  Tra i momenti da sottolineare c’è ancora “Did You Love Me At All”, country waltz dal sapore tradizionale che si avvicina allo spirito sincero ed onesto di Buddy & Julie Miller, “Ain’t Nobody For Me” in cui i suoni affondano nel blues e nel sound creato da Sam Phillips con la Sun Records, una cover cristallina e godibile del classico “Keep Your Lamp Trimmed And Burning” e “Attics Of My Life” dei Grateful Dead (faceva bella mostra di se in “American Beauty”) in una riproposizione acustica e quasi gospel.
Remo Ricaldone 

11:05

Shoebox Letters - Buckle Up

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Torniamo ad occuparci dell’instancabile band guidata da Dennis Winslow, artista talentuoso che continua con mano salda un’avventura musicale pregevole e godibilissima. Con regolarità i Shoebox Letters proseguono una carriera che, seppur mantenendosi nell’ambito del panorama indipendente con dischi autoprodotti dalla distribuzione ridotta, ha mantenuto ispirazione e freschezza, confermata anche in questo recentissimo “Buckle Up”, inciso nel nativo Oregon ma con suoni che si dirigono verso sud, verso la California. Un po’ di ‘Bakersfield sound’, echi dell’epoca d’oro del country-rock tra gli anni sessanta e settanta, il gusto per certe influenze pop dal fascino ‘vintage’: queste sono le coordinate entro le quali si muovono queste nuove dodici canzoni che compongono “Buckle Up”. La canzone che dà il titolo al disco riprende i suoni della ‘Nashville West’ californiana con la limpida steel guitar di Ronn Chick, tra l’altro produttore e tecnico del suono, e l’armonica di Jim Fisher, “One Minute More (Revised)” è una ballata coinvolgente con una delle melodie più intense dell’album, “Hard Times” mi ricorda gli Ozark Mountain Daredevils con il suo sound tra country e rock e  sfumature ‘rurali’ mentre “Now I See” è di nuovo melodica e accorata, delicatamente interpretata con la nostalgia degli anni sessanta. E il disco scorre con grande naturalezza per tutti gli altri brani, alternando ballate a uptempo senza risultare mai eccessivo o sopra le righe, con una menzione particolare per “Thunder Fire” il cui abbinamento banjo e armonica risulta vincente su una melodia quasi beatlesiana, “California Heals” che racchiude i suoni più melodici del ‘Golden State’, “Fall For Me” in cui piano e steel si fondono alla perfezione, “It Is What It Is” frizzante esempio di country music maturata sotto il sole californiano, così come le note di “I Break Too” che riprendono sonorità che riportano agli anni settanta e “Here I Am”, tra pop e country che rimandano alla mente Loggins & Messina, Dan Fogelberg e alcune cose dei Poco. Un altro capitolo riuscito per una band legata forse al passato ma che contribuisce a riportare in auge un periodo fortunato per le commistioni tra radici e pop-rock.
Remo Ricaldone 

Non è la prima volta che possiamo godere di Micky & The Motorcars dal vivo ma è sempre un avvenimento quando la loro carica live viene ‘trasferita’ su disco e questo “Live From Germany”, pur meno esaustivo del doppio al Billy Bob’s di Fort Worth, Texas, celebra nuovamente una delle grandi band ‘texane’. Dodici canzoni tratte da due serate tenute nel settembre del 2013, la prima a Heilbronn, la seconda a Stoccarda, sono l’omaggio dei fratelli Micky e Gary Braun ai fans tedeschi (tra i più ricettivi e di conseguenza più fortunati) e non solo in un disco decisamente scorrevole e compatto che pesca soprattutto dai due ultimi dischi di studio, “Raise My Glass” e “Hearts From Above”. Band in grande forma con la solida sezione ritmica formata da Joe Fladger al basso e da Bobby Paugh alla batteria, la destrezza della chitarra solista nelle mani di Dustin Schaefer e i fratelli Braun che guidano con mano sicura quella che è tra le migliori realtà tra rock e radici nel panorama tra Texas e Oklahoma. “Any Longer Anymore” apre una scaletta scelta con oculatezza facendo emergere la vena melodica della band e la sua grande coesione, prediligendo gli splendidi ‘midtempo’ che sono il marchio di fabbrica di Micky & The Motorcars. La dimensione live aggiunge carica alle già notevoli ”Nobody’s Girl”, “Rock Springs To Cheyenne”, “Raise My Glass”, “Sister Lost Soul”(di Alejandro Escovedo e Chuck Prophet), “Tonight We Ride” e “Big Casino”, solo per citare alcune delle preferite. La conclusione è affidata ad una ottima “Bloodshot”, firmata a quattro mani da Micky Braun e da Dustin Welch, figlio del grande Kevin e subito viene voglia di riportare l’album all’inizio, tale è la piacevolezza e la seduzione di un repertorio di grande qualità. “Live From Germany” non aggiungerà nulla a quanto è stato proposto durante la carriera del quintetto di Austin ma coloro che hanno avuto la fortuna di apprezzarne le doti  ‘on stage’ non potranno fare a meno di questo piccolo grande compendio di american music.
Remo Ricaldone

18:20

Kevin Sekhani - Day Ain't Done

Pubblicato da Remo Ricaldone |



A volte il destino è proprio curioso e riserva sorprese, come questo “Day Ain’t Done”, debutto solista per Kevin Sekhani, per almeno ventanni sui palchi dei locali di Austin, Texas passando dal rock’n’roll all’honky tonk e celebrando con grande passione le radici americane. Nel 2010 Kevin è ‘tornato a casa’ in quel di Lafayette, Louisiana per guidare i Mercy Brothers, band in cui il gospel è uno dei riferimenti più presenti e “Day Ain’t Done” viene pubblicato quasi a sorpresa con l’intento di fare il punto di una carriera che nonostante tutto non lo ha fatto uscire da una certa fama a livello locale. E la sorpresa sta nella bellezza e nella freschezza di queste dodici canzoni, tutte melodicamente eccellenti e degne di essere apprezzate e conosciute da un pubblico più ampio, quello che ama le band tra Oklahoma e Texas come i Turnpike Troubadours, il primo nome che mi è venuto in mente ascoltando la musica di Kevin Sekhani, tra country music e folk, con un pizzico di suoni cajun e di rock’n’roll. Tra la title-track “Day Ain’t Done” che apre la selezione e “Summer Street” (con il fantasma di Adam Duritz e dei suoi Counting Crows) che la conclude c’è tutta la passione, la vitalità e l’entusiasmo di un esordiente ma anche la misura e l’intelligenza di un veterano, due estremi che ben definiscono la personalità di Mr. Sekhani. “Jump Right Back”, “Jimmy”, “Carol Ann”, “The Higher I Get”, “Walk Away From Me”, “Burial Ground”, “The Kiss” (mi accorgo di citarle tutte…) scorrono con una naturalezza non facile da trovare in questi termini. La ricetta di Kevin Sekhani non è certo nuova, molti, moltissimi l’hanno usata prima di lui ma il suo modo di ‘cucinarla’ è assolutamente godibile. “Day Ain’t Done” è un disco che riserverà tanti momenti divertenti e merita una raccomandazione spassionata e calorosa. www.kevinsekhani.com.
Remo Ricaldone

18:17

Lance Canales - The Blessing And The Curse

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Lance Canales è una delle voci più particolari, vissute e profonde emerse da quell’enorme contenitore che è il sottobosco ‘americana’, tra canzone d’autore, echi di un blues gutturale e misterioso e l’eredità magistrale della grande tradizione folk d’oltreoceano. Lo stile del musicista di Fresno, California è diretto, scarnificato all’osso, ruvido ed abrasivo come la carta vetrata, impegnato socialmente e profondamente radicato nel suolo americano. Questo “The Blessing And The Curse” lo ha portato alla corte texana attraverso la Music Road Records, label di Austin voluta fortemente da Jimmy LaFave che ospita musica di forte connotazione e qualità e ci presenta un musicista talentuoso e già maturo per fare il grande salto nell’olimpo della roots music a stelle e strisce. A trainare il disco c’è certamente la versione commovente, appassionante e coinvolgente di “Deportee” di Woody Guthrie, fatta propria grazie al coinvolgimento emotivo e poetico dello scrittore messicano Tim Z. Hernandez che ‘presta’ la propria voce narrante. Una cover questa che giustifica da sola l’acquisto del disco e che però non è l’unica perla di un lavoro coeso e importante che si apre con una notevole “California Or Bust” che evoca i fantasmi della Grande Depressione e continua con una “Hich-wyah Man” che conferma la intensa poetica di Mr. Canales. Poi il blues, personalizzato, filtrato e reso credibile dalla sua sensibilità emerge nella lunga “Death Got No Mercy”, la canzone d’autore si nobilita con la eccellente “Old Red”, intepretata con una voce pastosa e tagliente, con “Pearl Handled Gun” la cui storia è pregna di drammi e teatralità e con la cadenzata “Fruit Basket” e la travolgente “Stomp It Out” che chiude l’album con una slide vorticosa. A supportare Lance Canales spiccano il canadese ma americano di adozione Ray Bonneville all’armonica e alla chitarra elettrica, il già citato Jimmy LaFave, Eliza Gilkyson e Joel Rafael, tutti musicisti con le stesse radici ed ispirazioni. Disco militante e di grande presa.
Remo Ricaldone

18:14

Rod Picott - Fortune

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nuovo lavoro per Rod Picott, cantautore di vaglia che Lone Star Time ha portato da noi in compagnia della bella e brava Amanda Shires. “Fortune” ci presenta dodici nuove sue composizioni, alcune delle quali in collaborazione con suoi grandi amici e songwriters come Slaid Cleaves Ryan Culwell, in un insieme di grande presa poetica e profondità emotiva, toccando temi personali in un’ottica universale come amore, abbandono e la tragicità della guerra. Dal punto di vista strumentale grande è il lavoro del co-produttore e percussionista Neilson Hubbard che segna molte delle canzoni con ritmi particolari come “Until I’m Satisfied”, “Drunken Barber’s Hand” (con il banjo di Joshua Britt) e “Uncle John” che rimandano alla mente le magnifiche ballate oblique del Tom Waits di “Rain Dogs”, con un Will Kimbrough (tra i grandi talenti del panorama ‘americana’) strepitoso alle chitarre elettriche seguendo le orme di Marc Ribot. Una spanna sopra tutte ci sono “Elbow Grease”, melodia tra le più belle e piglio sicuro e “I Was Not Worth Your Love”, nitidamente interpretata con uno spirito che sarebbe piaciuto al Bob Dylan dei capolavori elettrici degli anni sessanta, mentre  “Maybe That’s What It Takes”, “This World Is A Dangerous Place” e “I’m On Your Side” accarezzano nelle melodie di impronta folk ma nei testi vanno a scavare nel profondo dell’animo umano. “Jeremiah” è la storia di un soldato caduto in Iraq, la già citata “Uncle John” descrive una famiglia problematica e “Alicia” è un ritratto pregnante ed emozionante, “Spare Change” gioca ancora sui sentimenti più sinceri e genuini completando con i loro quadri di vita un album inciso quasi di getto ma con canzoni meditate e ponderate con grande intelligenza, segno peculiare di un eccellente musicista come Rod Picott. www.rodpicott.com.
Remo Ricaldone

22:37

Josh Grider - Luck & Desire

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Disco non recentissimo ma che ci permette di parlare di Josh Grider, nativo del New Mexico ma orgogliosamente parte della scena texana e red dirt che quest’estate calcherà l’ormai classico palco del Savoniero Country Festival. Attivo discograficamente dal 2005, anno di debutto con un disco omonimo seguito un paio di anni dopo dall’ottimo “Million Miles To Go” prodotto da Walt Wilkins, lavoro che gli ha aperto molte porte portandolo alla consacrazione definitiva nel 2012 con l’immancabile live al Billy Bob’s a Fort Worth, Texas. “Luck & Desire” è ancora il suo lavoro più recente, pubblicato lo scorso anno sotto la produzione di Trent Willmon e inciso tra Nashville e Austin, che lo posiziona come suono proprio tra le due città prendendo un po’ il meglio dei due centri nevralgici quando si parla di country music. L’album è lungo ed articolato, ben dodici canzoni tutte firmate dallo stesso Josh Grider in collaborazione con alcuni nomi che si incontrano spesso ‘dietro’ al materiale proposto a Music City e non solo, e la produzione è attenta a non scontentare sia gli appassionati di suoni texani sia coloro che seguono la scena attuale di Nashville anche se a mio parere c’è un abisso tra quello che in media viene proposto nel panorama mainstream e queste canzoni, godibili, fresche ma mai banali. “Luck & Desire” è un po’ il manifesto del disco e inevitabilmente è posta in cima alla selezione, una ballata cantata in maniera perfetta e arrangiata con gusto e sapienza, dosando gli strumenti, soffermandosi sulla notevole melodia e con un break di chitarra acustica che colpisce al cuore. “Anything Can Happen” è più corposa e si avvicina a certe canzoni di Will Hoge, tra rock e radici, posizionandosi tra le più azzeccate e ‘radio friendly’ grazie ad un coinvolgente refrain. “White Van” e “Boomerang” seguono questa traccia accostando country music con l’appeal di certo ‘classic rock’ e l’album scorre con limpida freschezza tra ballate e uptempo evitando (quasi sempre, vedi i campionamenti in “Can’t Stop”) i rischi di una banalizzazione che colpisce troppi acts dell’attuale panorama country nashvilliano. Da ricordare secondo me ci sono la nostalgia di “On Vinyl”, la splendida ballata “High Enough” arrangiata con grande intelligenza e gusto, “Skin And Bone” in cui il nostro duetta con Kristi Grider e i brividi sono inevitabili, “Pontiac” altra ballata superlativa” e il finale affidato a “One Night Taco Stand”, delizioso e divertente honky-tonk che potrà essere un classico sul palco per l’andamento coinvolgente e appassionante. Disco consigliato senza remore.
Remo Ricaldone


22:34

The Statesboro Revue - Jukehouse Revival

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Terzo disco per la band di Stewart Mann, tra le più fresche proposte del panorama che si muove tra i suoni più vibranti e genuini del profondo sud, dopo l’ottimo “Different Kind Of Light” del 2009 e “Ramble On Privilege Creek” del 2013 che mostravano le molteplici doti di un combo che è cresciuto enormemente negli ultimi anni. Come ispirazione si rifanno ai nomi storici come Allman Brothers Band e Marshall Tucker Band, non dimenticando la lezione dei Creedence Clearwater Revival e della Band di Robbie Robertson e si affiancano ai Band Of Heathens con i quali si dividono i palchi dei clubs di Austin, Texas e l’amore per rock, blues, soul, country e folk. “Jukehouse Revival” è un disco dove non si spreca una nota, ricco di melodie che si fanno ricordare per il sapore dei classici e contraddistinto da eccellente tecnica strumentale, dalle chitarre di Stewart e Garrett Mann alle tastiere di Travis Bishop, fino ai preziosi contributi di Geoff Quinn a pedal e slide guitar, Eleanore Whitmore al fiddle e a Gordy Quist dei citati Band Of Heathens a confermare un forte legame di amicizia e condivisioni. “Bedroom Flour” che apre l’album ha subito il classico afflato sudista grazie ad un mix (che io trovo irresistibile) tra country music e soul/blues con piano elettrico e pedal steel che arricchiscono una canzone intrigante. “Every Town” ha nelle corde lo spirito di John Fogerty e soci, i CCR più roots, “Undone” rafforza suoni e temi in una canzone intepretata con inalterato cuore e passione, “Tallahassee” ha ancora una melodia vincente in cui la country music si mischia agli altri suoni della tradizione ‘a sud della Mason Dixon line’ in modo assolutamente naturale. “Jukehouse Revival” prosegue quindi grazie alla voce di Stewart Mann sempre credibile, sempre eccellente e scorrono fresche “Roll On Mama” con il suo piacevole aroma ‘deja vu’ che non ne sminuisce però il fascino, “Like The Sound” tra rock e soul, vicina come spirito ai compianti Black Crowes, “Honkytonkin’” dal bel intro di chitarra acustica e dalle movenze ‘sincopate’, “Satisfied” con le sue limpide ‘pennate’ di steel e una melodia che li avvicina alla band di Zac Brown e la conclusiva “Last Ramble” vero gioiello acustico in cui chitarre acustiche, banjo e fisarmonica danno vita ad una canzone in cui il retaggio gospel emerge in tutta la sua forza espressiva.
Remo Ricaldone

22:30

Artisti Vari - Silver Lining

Pubblicato da Remo Ricaldone |



“Silver Lining” è un disco dal cuore grande e dalla profonda poesia, una selezione che si propone di tenere vivo il bisogno di ricostruire, fisicamente e moralmente, una terra colpita nel 2012 dal terremoto che ancora oggi mostra larghe cicatrici: l’Emilia. Attorno a questo bisogno si sono stretti una serie di musicisti (per la maggior parte americani) che hanno registrato brani soprattutto negli studi registrazione Music Inside di Rovereto Sul Secchia in provincia di Modena. Il risultato è una serie di ballate che si muovono tra la tante volte evocata Via Emilia e gli States, con grande efficacia e classe, mostrando il lato comunitario e  salvifico della Musica, tra canzone d’autore e spunti country/folk. Mark Olson, indimenticato leader degli Jayhawks con Gary Louris, apre la selezione con una ottima “Two Angels” accompagnato dalla voce e dalle percussioni di Ingunn Ringvold mentre un altro dei grandi protagonisti del disco, Michael McDermott ci regala due perle, “So Am I” con il violino di Heather Horton e una pianistica “Ever After”. Carrie Rodriguez è protagonista di una delle migliori canzoni, una accorata “She Ain’t Me”, Richard Lindgren è tra i migliori musicisti roots del vecchio continente, portando ancora una volta la Svezia in primo piano nella proposta della musica americana e qui conferma grandissime doti in “Sundown On A Lemontree” e in una magnifica “Famous Blue Raincoat” (firmata da Leonard Cohen). Tra i non americani spicca una tenera e appassionata versione di “(It’s All Over Now) Baby Blue” di Bob Dylan proposta da Andrea Parodi e da Bocephus King, l’emiliano John Strada in “Dust And Bloods” e i Gang dei fratelli marchigiani Severini che ‘donano’ la loro “Ottavo Chilometro” dal più recente “Sangue E Cenere”. Ancora da citare, in un ‘body of work’ che merita un plauso nella sua interezza, Luke Jacobs con una cadenzata e un po’ pigra  “Church Bells”, Miss Quincy con una coinvolgente “Baby They Should” e la canzone che dà il titolo all’album, posta in coda per chiudere il cerchio, “Silver Lining” proposta da Jono Manson, americano legatissimo al nostro Paese, come d’altro canto tutti i musicisti coinvolti in un pregevolissimo esempio di musica dall’elevato valore morale. www.ird.it.
Remo Ricaldone

22:27

Hollis Brown - 3 Shots

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sono passati solo pochi anni, ma dal già ottimo debutto omonimo del 2009 i newyorchesi Hollis Brown ne hanno fatta di strada. Se il secondo “Ride On The Train” aveva confermato la band come una delle più interessanti nuove band roots rock in terra americana, il seguente “Gets Loaded” aveva spiazzato tutti per la rilettura appassionata ed intelligente di un vero classico del rock quale “Loaded” dei Velvet Underground e ora “3 Shots” mischia ancora le carte in tavola con un’ulteriore iniezione di entusiasmo e freschezza ponendosi sulla strada già aperta da gente come Tom Petty & The Heartbreakers, Jayhawks e Whiskeytown. Se l’inserimento di due nuovi musicisti come il batterista Andrew Zehnal e soprattutto il tastierista Adam Bock ha sortito l’effetto di un parziale cambio di rotta, la leadership è salda nelle mani di Mike Montali e Jonathan Bonilla, due solidissimi chitarristi con il primo a fungere da voce solista e da ‘continuatore’ della tradizione di un combo che mantiene alto l’amore per le radici rock pur presentando queste nuove canzoni con l’appeal delle influenze dei nomi citati precedentemente, mentre a completare la line-up c’è il bassista Dillon DeVito con il suo stile compatto e massiccio. Già il trittico iniziale che comprende “Cathedral”, la title-track “3 Shots” e “John Wayne” è un biglietto da visita efficacissimo e degno di nota, con “Rain Dance” figlia dei ritmi sincopati e riconoscibili di Bob Diddley e “Sandy” dal piglio quasi rhythm’n’ blues con tanto di fiati a rendere ulteriormente varia la proposta. “Sweet Tooth” è tra le più godibili e ripercorre le tracce del Tom Petty più incline a subire il fascino del pop anni sessanta, “Death Of An Actress” è una ballata che si apre con il piano di Adam Bock e le atmosfere sono qui più ‘beatlesiane’ mentre Nikki Lane, tra le cantanti emergenti più interessanti degli ultimi tempi, duetta in una pimpante “Highway 1”. “Wait For Me Virginia” è una ballata sontuosa, tra le cose più belle del disco, elettro-acustica, preziosamente vicina come ispirazione agli Stones più americani, quelli di “Exile On Main Street” “Let It Bleed” o “Sticky Fingers”, l’ispanica “Mi Amor” con eccellenti intrecci di chitarre acustiche e la conclusiva, classica “The Ballad Of Mr. Rose”, ballata molto anni settanta (a me ricorda i quasi dimenticati Matthew Southern Comfort) con lievi inflessioni country. Hollis Brown si pongono così tra le migliori nuove leve americane, tra le più melodicamente interessanti.

Remo Ricaldone


























Inossidabile il Savoniero Country Festival arriva all'edizione numero 15!!! 

Quindici anni di puro delirio e di live-music pazzesca che ha visto sul palco artisti internazionali del calibro di Roger Creager, Whiskey Myers, Josh Abbott Band, Kacey Musgraves, Jackson Taylor, Rodney Hayden, Drew Kennedy, William Clark Green e tantissimi altri in compagnia delle migliori band nazionali in circolazione nel panorama country/roots.
Per celebrare dignitosamente i ricordi di un festival che ci ha regalato emozioni a volte persino difficili da gestire abbiamo invitato quest'anno una delle voci più belle della scena country texana: JOSH GRIDER!

Josh Grider è stato sotto osservazione per una intera decade durante la quale ha costruito una carriera fieramente indipendente segnata da una serie di successi importanti a partire dall'album del 2007 prodotto da Walt Wilkins dal quale il singolo estratto "Crazy Like You" lo ha portato ai vertici della scena country texana; 3 singoli al primo posto della Texas Regional Radio Report e 2 al primo posto della Texas Music Chart lo hanno definitivamente confermato tra le voci più distinte fino ad essere invitato nel 2011 a registrare il live cd/dvd per la prestigiosissima serie Live At Billy Bob's guadagnandosi un onore riservato ai grandi nomi! La consacrazione arriva con l'EP "The Gettin' There" del 2012, un autentico gioiellino di 7 grandi canzoni, e dell'album "Luck & Desire" del 2014 dove la splendida voce di Grider viene supportata da un songwriting sempre più efficace e maturo nel pieno rispetto della tradizione texana; lo vedremo all'opera dal vivo con la sua band per questa unica data italiana e avremo l'anticipazione del nuovo lavoro in fase di registrazione.

Un quindicesimo anniversario va festeggiato con rispetto e ci è sembrato inevitabile invitare ben due band locali ad aprire le danze: i ROADHOGS e gli ormai celebri SPAGHETTI JENSEN!

I RoadHogs sono la versione appeninica della classica country-rock band americana e si presentano così:
«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati...»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare...»
Queste erano le parole di Jack Kerouac dal suo romanzo On The Road...
Parole dall'inebriante odore di libertà, di corse sfrenate, di una pazza voglia di salire sulla propria auto e rincorrere l'ignoto con fame e spregiudicatezza. Nascono da questi pensieri i RoadHogs: da quelle sporche storie dal profumo di Blues, dalla nostalgia di un tempo che non se ne è mai andato ma vive più che mai e corre grazie all'immaginazione delle loro parole... Il loro è un suono di notti di fuoco, di avventure e donne facili, di loschi e tristi personaggi, di Rockers da quattro soldi, di eroi di periferia, di viaggi dove in tasca hai un biglietto di sola andata...
...la loro strada nel frattempo incrocia quella di Savoniero e noi siamo curiosi di vederli in azione!

Gli Spaghetti Jensen sono ormai delle star locali; nati nel 2007, Modena come base e tre dischi di brani inediti che li hanno portati a consolidare una importante collaborazione con il cantautore di Nashville Lonnie Ratliff che sarà un grande supporto per la scrittura degli SJ; a Savoniero arriveranno proprio con il nuovo lavoro che ha ottenuto una serie di critiche entusiastiche; il loro sound è country a tutto tondo, da un attacco più moderno fino a sfumature bluegrass; a Savoniero li vedremo finalmente confrontarsi con una star internazionale e siamo convinti non sfigureranno!!!

Mentre la musica sul palco sarà praticamente strabordante per tutta la serata, anche quest'anno sarà a cura della Country Family e del Valceno Country coprire ogni spazio e portarci poi fino a notte fonda con i loro Dj-sets!

Il resto è tutto storia...la solita storia che si ripete da 15 anni...il solito grande momento di condivisione in una sera d'estate che regalerà memoria e ricordi per un altro anno...un'altra pagina insomma...della solita storia!!!

http://www.joshgrider.com/
www.lonestartime.com

15:07

Darrell Scott - 10 Songs Of Ben Bullington

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Darrell Scott, 55enne cantante ed autore nato nel Kentucky, è a mio parere una delle più forti e genuine voci della attuale scena americana tra country e folk, protagonista ed ispiratore attraverso eccellenti doti compositive ed interpretative di alcune tra le più belle pagine della nostra musica. “It’s A Great Day To Be Alive” ripresa da Travis Tritt e da Cory Morrow, “You’ll Never Leave Harlan Alive” da Patty Loveless, Kathy Mattea, Brad Paisley e Dave Alvin tra gli altri sono due tra le sue più belle composizioni, così come eccellenti sono anche “River Take Me”, “Out In The Parking Lot” e “Family Tree”, indimenticabili quadretti di vita e di emozioni. La sua discografia è invece parca, pur con una qualità media più che buona, con una dozzina di lavori distribuiti nell’arco di poco meno di una ventina di anni, tenendo anche conto della ricca e fattiva collaborazione con il grande amico Tim O’Brien. Ora “10 – Songs Of Ben Bullington” lo vede tributare un emozionante e sentito omaggio ad un amico e misconosciuto troubadour scomparso lo scorso anno attraverso la rivisitazione di alcune delle sue più belle ‘creature’. La scelta di Darrell Scott è di rileggere queste canzoni in perfetta solitudine, alternando strumenti con profonda intelligenza e tecnica sopraffina, esaltando la bellezza delle melodie, la forza interiore delle storie e il pathos delle sue opere migliori. Il coinvolgimento emotivo è alla base della riuscita di questo disco, un album che emozionerà profondamente chi ama la canzone d’autore e cerca nella musica quella forza rigenerante e salvifica che pochi artisti riescono a dare. “The One I’m Still Thinking About” è subito capolavoro di espressività e stile, giustamente posta ad aprire una  selezione che ha in “Born In ‘55”, “Lone Pine”, “Thanksgiving 1985”, “Country Music I’m Talking To You” e la conclusiva “I’ve Got To Leave You Now” momenti che entrano subito nel cuore, lo accarezzano e chiedono di rimanere per ricordarci quanto ‘terapeutiche’ possano essere storie scritte con questa qualità. “10” è anche l’occasione ideale per riscoprire il songbook di Ben  Bullington, purtroppo esiguo e destinato a rimanere incompleto. Disco caldamente consigliato non solo a coloro che seguono la canzone d’autore americana ma anche a chi, partendo dalle canzoni citate all’inizio, voglia approfondire la conoscenza di un grande musicista. Per me uno dei dischi che incontrerò spesso durante l’anno e che non farà fatica ad entrare nella lista dei migliori.
Remo Ricaldone 

15:03

The Earnest Lovers - Sing Sad Songs

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da Dolly Parton e Porter Wagoner a Johnny Cash e June Carter, fino a Tammy Wynette e George Jones, i duetti nel campo della country music hanno rappresentato pagine di grande musica ed emozioni. Ogni tanto si cerca di rivitalizzare questo genere attraverso la riproposta delle radici e di alcuni dei ‘clichès’ che hanno contribuito a creare nell’immaginario collettivo le caratteristiche di un sound che rimane patrimonio, in questi anni di recessione nell’ambito majors, di pochi illuminati artisti. The Earnest Lovers, al secolo Pete Krebs e Leslie Beia, hanno nel loro piccolo tutte le qualità per rinfrescare il panorama odierno legato alla country music e non a caso provengono dalla scena di Portland, Oregon, in questi anni sempre più uno dei punti di riferimento per la musica delle radici. “Sing Sad Songs” è ‘solo’ un ep, sei canzoni per poco più di venti minuti, ma sprigiona una vitalità e una freschezza non comuni, sulle ali di una passione indomita e fiera. Prodotto da Jon Neufeld dei Black Prairie, altra bella realtà di Portland, OR, il disco ripercorre le classiche tematiche country, amore e perdita, nostalgia e amicizia, con arrangiamenti stringati e proprio per questo efficaci, mostrando ottime doti compositive oltre che vocali. “San Andreas’ Fault”, “Lights Of Anita”, “Angel Of Sunrise”, “Still Missing You”, “No Songs Came By Today” e “Everything’s Trying To Be My Pal” scorrono in un fiato e chiedono di essere riascoltate e riascoltate, evocando di tanto in tanto il ‘Bakersfield sound’ e omaggiando spesso Gram Parsons. “Sing Sad Songs” pur nella sua brevità merita attenzione e amore, rivelando un duo di cui, con un po’ di fortuna, sentiremo presto parlare. www.theearnestlovers.com.
Remo Ricaldone

15:01

The Porter Draw - The Porter Draw

Pubblicato da Remo Ricaldone |

The Porter Draw sono una inesauribile ed attivissima band che proviene da Albuquerque, New Mexico che si è fatta le ossa negli honky tonk bar e nei piccoli club rock’n’roll grazie alla loro passione per le radici country/folk spesso accostate alla ruggente esuberanza rock. Naturalmente sul palco sono più grintosi e ruvidi mentre su disco, come in questo terzo disco omonimo, gli strumenti acustici rivestono una maggiore importanza e le atmosfere sono più ‘roots’. The Porter Draw hanno condiviso il palco con i Cross Canadian Ragweed ma anche con i Greensky Bluegrass e i Cadillac Sky, oltre che con i New Riders Of The Purple Sage, per riflettere le loro attitudini e la loro voglia di mantenere un piede nel bluegrass più alternativo e rauco e in certo rock delle radici. Russell James Pyle (chitarra) e Joshua Gingerich (chitarra, armonica e mandolino) si dividono le parti vocali, ben assecondati da Ben Wood il cui banjo fa sempre bella mostra in ogni canzone, Dandee Fleming al basso e Joey Gonzales alla batteria, in un insieme decisamente compatto ed affiatato, sempre propositivo e godibile. Come detto questo disco è il loro terzo sforzo discografico ma nei primi mesi di quest’anno sono usciti ben altri due album, “More Trouble” e “Sets”, a dimostrazione che la band non si ferma un attimo e, grazie alla propria ‘fan base’, mantiene alta l’attenzione. L’album è veramente molto intrigante, già dall’iniziale “Judgement Day” che fissa un suono che non ha un attimo di pausa e di tregua, melodicamente sempre coinvolgente e pregevole, come convincenti sono l’approccio e le performances. “County Lines” (con limpide tonalità ‘irish’), “Out On The Highway”, “Farmer’s Prayer”, “One More Night”, la cover di “I’m On Fire” di Bruce Springsteen (un’altra delle passioni dei Porter Draw sono le cover), la magnifica e abrasiva “This Town”, “Bitter Pill” robusta ballata che entra subito sotto pelle e “Home Fries” arricchiscono un album che è più di una bella sorpresa. www.theporterdraw.com.
Remo Ricaldone

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