19:26

Tim Grimm - Heart Land Again

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Tra i  più autentici narratori dell’America di provincia e dei suoi ritmi, personaggi e luoghi, Tim Grimm torna con la sua splendida famiglia rileggendo un album inciso originariamente nel 2000, quel “Heart Land” a cui il musicista dell’Indiana ha sentito il bisogno di dare nuova vita, nuova linfa a quelle eccellenti canzoni. “Heart Land Again” ripropone praticamente in toto quella selezione, regalando nuove emozioni ed arrangiamenti in linea con la sua attuale proposta. In compagnia dei figli Connor e Jackson, rispettivamente a basso e strumenti a corda come chitarre, banjo e mandolino, con il supporto fattivo della moglie Jan Lucas-Grimm all’armonica e a pochi ma preziosi cammeo come quelli del bravissimo pianista Dan Lodge-Rigal e della cantautrice Krista Detor con cui aveva condiviso anni fa il progetto “Wilderness Plots”, Tim Grimm mostra tutta la sua capacità di interpretare al meglio le radici country-folk con un piglio che ricorda il miglior David Mallett e tutta quella schiera di songwriters che hanno raccontato l’America rurale, spesso sofferente ma orgogliosa e ispirata. La semplicità melodica unita al gusto e alla propensione per melodie cristalline sono al centro di un progetto assolutamente vincente a cui sono state aggiunte due nuove canzoni, la toccante “Staying In Love”, la prima scritta dopo la morte del padre e “Love More”, uno sguardo alle difficoltà dell’attuale situazione americana, mischiando un po’ le carte e cambiando l’ordine dei brani. Qui c’è tutta l’essenza del Tim Grimm uomo ed artista, inevitabilmente legato alla terra e alle proprie tradizioni ma capace di distinguere il bene ed il male che ha attraversato e attraversa quel Paese. Due cover, “Carter’s Blues” di A.P. Carter ed il tradizionale “Sowin’ On The Mountains” a ribadire i legami con gente come Ramblin’ Jack Elliott, Woody Guthrie e la Carter Family e una serie di originali che lasciano l’ascoltatore con l’anima più leggera e il cuore gonfio di emozioni. Un nuovo luminoso capitolo di una carriera caratterizzata da una profonda coerenza e sincerità.
Remo Ricaldone

19:22

Helene Cronin - Old Ghosts & Lost Causes

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dotata di grande espressività vocale, di uno stile in bilico tra country music, canzone d’autore folk e spruzzate rock e di eccellenti capacità compositive, la texana Helene Cronin firma il suo primo album ‘a lunga durata’ dopo due interessanti ep. La produzione di Matt King contribuisce a rendere nitide le melodie grazie ad arrangiamenti impeccabili dove una sezione ritmica di estrema efficacia come quella formata da due ‘Nashville Cats’ come Chad Cromwell alla batteria e Byron House al basso, le sempre magnifiche chitarre del ‘Fabulous Superlatives’ Kenny Vaughan e gli strumenti a corda (chitarre, steel e mandolino) nelle sapienti mani di Bobby Terry rendono queste canzoni veri gioiellini. Helene firma così il suo lavoro più maturo e completo regalandoci sprazzi di gran classe attraverso una scrittura di una bellezza non comune, notevole già in apertura con un pickin’ chitarrista che mi ha ricordato la prima Suzanne Vega ed il miglior cantautorato di estrazione roots in “Careless With A Heart”, suadente carezza e pura poesia. Più robusta e tesa è la seguente “Mean Bone”, pervasa di rock e blues grazie alla bella armonica di Heidi Newfield per poi tornare a cullarci con un’altra magnifica ed evocativa ballata, “Humankind”, pervasa da country music nella sua migliore accezione. Le performance vocali di Helene Cronin, il suo approccio cristallino, intenso, pulito sono una carta vincente del disco, una selezione che non sbaglia un colpo e che trasmette in ogni piega, in ogni verso, emozioni tangibili. “Devil I Know” è in questo senso un altro momento da ricordare, agrodolce e coinvolgente nei suoi chiaroscuri. “Riding The Gray Line” ci porta per mano nell’amato Texas sulle soffici note di una ballata dai toni ancora una volta commoventi che rimandano alle migliori canzoni di Mary Chapin Carpenter con cui Helene condivide intensità interpretativa. I ritmi poi risalgono con “El Camino Fly” che non sarebbe dispiaciuta a Tom Petty o a Melissa Etheridge, roots-rock notevole, “In A Kiss” è inevitabilmente accorata mentre “The Last Cowboy” è ballata che incarna splendidamente lo spirito western in un abito country-folk. Il trittico finale invece alterna folk e country come meglio non si potrebbe, iniziando da “God Doesn’t”, inserendo un ottimo brano country che sicuramente farà la sua bella figura dal vivo, magari cantato  anche dal pubblico, come “Mongrels And Mutts” e “Ghost” che suggella e conferma la grandezza di un nuovo nome da inserire tra i migliori della scena americana.
Remo Ricaldone

19:18

Spike Flynn - Just This Side Of Here

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Originario di una piccola cittadina del New South Wales, Australia, Spike Flynn è un eccellente storyteller con profonde radici country, folk e blues, in possesso di una vena compositiva solida e di quel fascino ‘visivo’ che rende le sue canzoni al tempo stesso legate alla sua terra natale e all’immaginario americano. Sono storie che vivono di emozioni acustiche degne della migliore tradizione americana, scolpite nelle rocce desertiche e riarse dall’implacabile sole australiano ma che potrebbero tranquillamente prendere vita nelle immagini del Wim Wenders di “Paris, Texas” o di “Non Bussare Alla Mia Porta” o tra le righe dei racconti di Sam Shepard. Tre dischi che in maniera crescente lo hanno posto all’attenzione degli appassionati a partire dall’esordio intitolato “It’s Alright”, bissato dall’ottimo “Rough Landing” che gli ha aperto molte porte consentendogli anche di aprire i concerti di Peter Rowan e di John McCutcheon tra gli altri. Ora “Just This Side Of Here” prosegue una strada ben tracciata in cui le ballate, che ricordano grandi come Guy Clark e John Prine, si dilatano spesso oltre i cinque minuti, a volte toccando i nove o dieci, senza mai risultare stanche o infiacchite. Voce roca ed epsressiva, pickin’ chitarristico che deve molto a folk e bluegrass, armonica che fa capolino qua e la tra le pieghe di un racconto i cui capitoli seguono una linea precisa in cui si inseriscono dobro, fiddle, chitarre slide e anche, sorprendentemente, un flicorno a suggello di un’originalità sempre perseguita dal musicista australiano. Nostalgia e malinconia pervadono l’album, dall’introduttiva “Like A Breeze” alla naturale chiusura affidata a “You’re Going To Get Through”, un lavoro che ha i suoi punti più alti nelle intense e descrittive “Incident In The Stony Desert” e “Nth West Country Dance Floor”, in “Father O’Connell”, “Smoke At The River Bend” e “Minstrel Man”, poeticamente ricche e pervase da un incisivo stile lirico. Spike Flynn merita l’attenzione di chi non si ferma alle apparenze ma vuole scavare nel profondo delle canzoni per penetrare l’intima essenza del poeta.
Remo Ricaldone

19:15

Annie & Rod Capps - When They Fall

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Chelsea, Michigan è la base dalla quale partono Annie & Rod Capps, da alcuni anni una delle coppie che si sono più messe in mostra al Kerrville Folk Festival, splendido appuntamento della ‘Hill Country’ texana dedicato alla canzone d’autore tra folk e country. Con già otto dischi al loro attivo la coppia si è sempre espressa con un caleidoscopico mix di influenze, suoni che comprendono bluegrass e country music, folk e cajun, swing e rock in un alternarsi di belle armonizzazioni vocali e di parti strumentali contagiosamente intriganti. “When They Fall” è un chiaro messaggio di gioia e introspezione, vibrante vitalità e intime considerazioni proposte con quella naturalezza di chi è abituato a maneggiare la materia roots da anni. Suoni in gran parte acustici, fascino ‘retrò’ e sviscerato amore per le proprie radici, queste sono le caratteristiche di un disco che si ‘sorseggia’ con facilità passando dal divertente swing di “Beautiful Scarecrow” alle rivisitazioni cajun di “Poor Old Me”, da “While It Lasted” con il suo fascino multiforme tra rock e radici un po’ sixties a “Happy New Year” con violino e pedal steel a rendere ancora più tersa una melodia indovinata. Tra le cose più godibili dell’album ci sono poi “This Little Apple” sostenuta da un bel ‘train’ ritmico e da ottimi intrecci chitarristici, citando alcuni grandi musicisti che ci hanno lasciato, da Tom Petty a Glen Frey tra gli altri, i profumi bluegrass contenuti in “Built The Fire”, “(That Would Do) Some Good” morbida e appassionata e “When They Fall” con quel suo incedere sinuoso e in certi momenti vicino a certo jazz. Brani che contribuiscono a rendere variegato ed interessante un disco dalle molteplici sfumature, tutte in grado di attrarre e divertire l’ascoltatore.
Remo Ricaldone

17:33

The Steel Wheels - Over The Trees

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Poche sono state le bands che hanno saputo ‘maneggiare’ la materia roots con tale freschezza e personalità come gli Steel Wheels, quintetto proveniente da Harrisonburg, Virginia. In un panorama così competitivo come la scena acustica americana il gruppo guidato dal cantante, chitarrista e banjoista Trent Wagler ha saputo ritagliarsi uno spazio importante al fianco di compagini come i Trampled By Turtles, gli Infamous Stringdusters e gli Steep Canyon Rangers in una continua ricerca di suoni che sappiano rivitalizzare le proprie radici bluegrass, punto di partenza di tutte queste realtà. Le voci, l’uso preponderante di strumenti acustici usati però con attitudini rock, variabili melodiche che travalicano i confini e gli stilemi country senza mai svilirli, tutto questo concorre a rendere considerevole il repertorio degli Steel Wheels, con gli anni arricchitosi di sempre più colorazioni. Attorno al leader si sono raccolti il chitarrista e mandolinista Jay Lapp, il fiddler Eric Brubaker, il bassista Brian Dickel e il batterista Kevin Garcia dando vita ad uno dei più intensi lavori dalla loro fondazione nei primi anni duemila, uniti anche da tragiche vicende che li hanno visti coinvolti e che hanno contribuito ad una maggiore consapevolezza e solidarietà tra le varie componenti. “Over The Trees” non è solo un disco in cui gli Steel Wheels propongono nuove vie alla roots music ma è anche la sublimazione delle loro personalità e del loro caleidoscopico talento, unendo con intelligenza country music, folk, pop-rock e bluegrass. L’inconfondibile voce di Trent Wagler apre “Rains Come” e subito ci rendiamo conto di quanto debbano ancora darci gli Steel Wheels, con i fiati di Matt Douglas a fare da contrappunto ad una canzone che sta tra gli Appalachi e Tom Waits. “Keep On” racchiude tutta la forza e l’espressività della band in un brano tra passato e presente, in perfetto equilibrio, “Falling” ci rapisce il cuore con una ballata che mi ricorda e vedrei bene nel repertorio della Randy Rogers Band, con il fiddle di Eric Brubaker che si fa struggente più che mai, soprattutto sapendo che ha recentemente perso la figlia di dieci anni a cui è dedicato questo “Over The Trees”. “Something New” ha il sapore arcaico ma al tempo stesso contemporaneo del retaggio sonoro della band in un bel rimando di voci e di strumenti acustici ed elettrici mentre “I’ll Be Ready”, introdotta da un piano cristallino, è un’altra ballad dai toni intimisti e pregni di poesia. “Get To Work” ha invece toni più ‘southern’, più bluesy, “Time To Rest” rimanda a certe cose della Band di Robbie Robertson, certamente un ‘faro’ per moltissimi gruppi che si rifanno ai suoni roots, “Road Never Ends” scorre bene pur non raggiungendo le vette di altre canzoni, “Under” è tra i gioiellini del disco e starebbe bene nel repertorio di Old Crow Medicine Show o Avett Brothers. A chiudere ci sono l’originale e particolare “Waiting In The Dark”, sospesa tra atmosfere eteree e sognanti e “This Year”, intimo momento cantato ‘a cappella’. Disco sostanzioso e stimolante.
Remo Ricaldone

17:30

Frankie Lee - Stillwater

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Già dal titolo del suo secondo album Frankie Lee è intenzionato a rivivere e rivedere le sue radici e le sue influenze, tornando a risiedere nella nativa Stillwater, Minnesota per pubblicare storie sospese tra la narrazione di un’America di provincia la cui ordinarietà si presenta con un fascino spesso irresistibile e la presenza di una ‘fauna’ che è il condensato di tutte le qualità e i difetti dell’animo umano. Lo stile è essenziale e si potrebbe collegare ai vari Israel Nash, Dylan LeBlanc e, specialmente nelle ballate pianistiche, al Neil Young di metà anni settanta. L’uso della pedal steel lo avvicina invece a certa country music filtrata attraverso una visione molto personale, legata agli anni in cui Frankie visse in Texas innamorandosi di Townes Van Zandt e Joe Ely. “Only She Knows” in questo caso è molto significativa e rimanda ai primissimi Flying Burritos e alle pagine migliori di certo country-rock mentre tra le canzoni più intense “Downtown Lights” descrive le motivazioni che portarono la sua conterranea Jessica Lange a lasciare Stillwater. Le intime sensazioni di un ritorno a casa fortemente voluto, i legami con una terra aspra ma fortemente poetica nella sua essenza più vera sono il filo conduttore di un disco capace di coinvolgere per profondità poetica e senso della melodia come nella nostalgica “In The Blue”, nell’introduttiva “Speakeasy” dall’arrangiamento seducente e nello splendido quadretto di “(I Don’t Wanna Know) John” tra country e canzone folk. “Blinds” rimane sempre in bilico tra melodie country, citazioni ‘younghiane’ (anche per l’uso dell’amonica molto evocativo) e suoni soffici e delicati, così come “One Wild Bird” dove la canzone d’autore si fa eterea e accorata ed il break chitarristico ricorda la produzione solista di Mark Knopfler. A chiudere l’album troviamo invece “Broken Arrow” con belle aperture melodiche grazie all’uso di chitarre acustiche e steel e “Ventura”, piano, armonica e voce in un momento di struggente bellezza che farebbe la sua ottima figura in dischi come “Time Fades Away” o “Tonight’s The Night” di Neil Young. Un lavoro questo che regala suoni in bilico tra passato e presente, elegiaci e stimolanti.
Remo Ricaldone

17:26

Drew Holcomb & The Neighbors - Dragons

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Sono stati anni intensi questi ultimi per Drew Holcomb, musicista con base in Tennessee il cui nome sta circolando parecchio negli ambienti roots americani. Dal punto di vista personale e da quello artistico Drew ha affrontato parecchie novità che inevitabilmente ha racchiuso in queste canzoni che formano un disco originale, dinamico, vivace, dalla grande ampiezza di tonalità e colori. La condivisione del palco con personaggi del calibro di Willie Nelson e Zac Brown Band, la partnership compositiva con autori come Lori McKenna (grande ‘penna’ spesso ripresa in ambienti country), Natalie Hemby (membro delle Highwomen), Sean McConnell (compagno di tour e vicinissimo alla sua personalità musicale) e Zach Williams dei Lone Bellow, gli intensi legami familiari (e non solo) con la moglie Ellie Holcombe, la naturale crescita e maturazione artistica hanno portato Drew a fornire una amplissima tavolozza di sfumature e di sensazioni, unendo passato e presente in un invidiabile contesto.  La forza di Drew Holcomb sta nella sua grande comunicatività, nell’umanità e nella sincerità di ogni sua canzone, toccando radici country ma fornendone una versione dal gusto contemporaneo con gradazioni pop, rock e cantautorali. La ‘everyday life’ è al centro dei temi di “Dragons” dove si intrecciano gioie e dolori, speranze e preoccupazioni in un insieme estremamente godibile, a partire da “Family”, vero manifesto della raccolta, pimpante e trascinante introduzione. La perizia del polistrumentista Nathan Dugger, la sagacia del produttore Cason Cooley qui anche alle tastiere, la solidità di una sezione ritmica come quella formata dal batterista Will Sayles e dal bassista Rich Brinsfield rendono delizioso e gradevole il sound, spesso permeato da slanci pop e da ironia profusa in quantità. La canzone country-folk della title-track “Dragons”, classica quanto basta, il romanticismo di “See The World”, la fulgida melodia di “You Want What You Can’t Have” a mio parere tra le più belle, il fascino sudista di “Maybe” elevano tutta la parte centrale dell’album, senz’altro la più ispirata. Nel finale sono ancora da citare la più movimentata e ‘rockeggiante’ “Make It Look So Easy” e, a fare da contraltare, le suggestioni della più intimista “Bittersweet”, due estremi di un lavoro che, pur non essendo il suo album più completo, presenta un talento da non sottovalutare.
Remo Ricaldone

17:23

Bobbo Byrnes - The Red Wheelbarrow

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“The Red Wheelbarrow” segna un nuovo godibile capitolo nel percorso musicale di Bobbo Byrnes, infaticabile roots rocker californiano che porta avanti quel suono caro a band come Green On Red e Long Ryders e che continua ad essere fresco e vibrante. Cover ed originali scelte con lo spirito giusto a formare un insieme trascinante e privo di ogni inutile orpello, interpretato con entusiasmo e grande dinamismo con evidente amore per la country music del Golden State e per il più frizzante rock’n’roll. Il disco non è solo un mero esercizio di nostalgia per stagioni ispirate in cui rock e radici venivano accostate con sagacia e qualità ma risponde all’urgenza di coinvolgere l’appassionato consegnando alcune sorprese come la cover di “Virginia Plain” dal repertorio dei Roxy Music con la presenza dello storico chitarrista della band inglese Phil Manzanera, ‘rigenerandola’ con spirito quasi alternative-country, riprendendo un gioiello poco noto del primo John Prine come “Mexican Home” e maneggiando con rispetto e amore il classico “Looking At The World Thru A Windshield”. Di sicuro impatto sono poi gli originali, a partire dal trittico introduttivo formato da “Look For It”, “Double Down” e “Part Time Cowboy” che inquadrano nel migliore dei modi le intenzioni del protagonista. “Mrs. What’s His Name” mostra ancora tutta la genuinità di Bobbo Byrnes in un rock’n’roll onesto e sincero, assolutamente non rivoluzionario o originalissimo ma dannatamente godibile, così come fresca risulta “Lovers” presa dal catalogo dei losangeleni Five Easy Pieces, una pagina decisamente poco conosciuta ma degnissima e piacevole. Così come il prezioso lavoro che sta facendo Mr. Bobbo Byrnes.
Remo Ricaldone

16:25

Josh Gray - Songs Of The Highway

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Il cuore più alternativo e passionale di Nashville, Tennessee ha una nuova voce di cui essere fiero, un artista dalle notevoli doti che da’ il suo fattivo contributo a quella scena ‘alternative country’ che continua a rappresentare il meglio nell’ambito roots. Josh Gray non fa nulla di rivoluzionario o trascendentale ma riesce maledettamente bene a riproporre quella miscela di folk, country, rock e soul che continua ad affascinare legioni di fans legati a quel romanticismo di strada che generazioni di musicisti hanno proposto nelle decadi passate. “Songs Of The Highway” non poteva essere titolo più azzeccato per queste storie infarcite di seduzione per la vita ‘on the road’ con il proprio bagaglio di asprezze, ricerca della felicità e disillusioni e Josh Gray si presenta con sicurezza sia nelle parti vocali che nella scelta degli arrangiamenti, curati con il prezioso lavoro di Drew Carroll. Particolarmente toccanti sono i momenti riflessivi ed acustici come “All Out War”, “Ghosts”, “Woodland Rose” e “Born In Tennessee”  dove il bel fiddle di Kenzie Miracle gioca un ruolo fondamentale e regala più di un brivido, mentre molto godibili sono quelli più ritmati e movimentati a partire dalla accoppiata vincente che apre il disco, “Songs Of The Highway” e “Take Her By The Hand”. “Two Hearts” ha il sapore di certe cose di Johnny Cash e ne segue le orme omaggiando le sue radici ‘outlaw’ mentre pimpante e fresca è “Midnight Rendezvous” a controbilanciare un mood spesso malinconico ed intimista. East Nashville ancora una volta conferma la bontà di una scena fortemente propositiva e consistente.
Remo Ricaldone

16:23

Ed Dupas - The Lonesome Side Of Town

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Texano dallo spirito errabondo, Ed Dupas ha ora base in Michigan dopo una parentesi in cui era vissuto in Canada e ci propone il suo terzo disco in studio, un album che lo conferma tra i più validi nuovi storytellers tra rock e radici mostrando in pieno forza e talento. Vicino allo spirito di Steve Earle e Chris Knight, Ed firma un album dalle solide trame ‘blue collar’ dove la vita di provincia assume grande fascino e profondità espressiva. Concepito in solitudine in uno studio della cittadina di Greenville, Michigan, “The Lonesome Side Of Town” è nuovamente prodotto da Michael Crittenden che questa volta ha suggerito al protagonista di cambiare modalità di registrazione dopo due dischi praticamente incisi ‘live in studio’ con la propria band per ricreare il più genuinamente possibile il sound dei concerti. Il risultato è comunque ugualmente positivo, merito soprattutto della ‘penna’ di Ed Dupas, del suo coinvolgimento emotivo e dell’ottimo ‘sfondo’ sonoro che il produttore gli ha fornito. Grandi ballate elettroacustiche, midtempo incisivi e momenti in cui ci si avvicina ad un ‘roots rock’ fiero e autentico: queste sono le peculiarità di questo lavoro che rimarca notevoli doti letterarie e l’amore per le piccole storie di ‘small towns’ proposte con approccio accorato. “The Lonesome Side Of Town” viene introdotto dalla canzone che ne fornisce il titolo e sin dalle prime note si possono apprezzare una maturità e una schiettezza non comuni, mentre “Lonely” segue a ruota esprimendo con semplicità il ‘mood’ complessivo di questo progetto. Le chitarre elettriche e quelle acustiche sono il nucleo attorno al quale di sviluppano le melodie, spesso affiancate dalla pedal steel che fornisce le assonanze con gli stilemi country e una sezione ritmica mai invadente e sempre efficacemente ‘sul pezzo’. Inevitabilmente molte storie di svolgono lungo le ‘strade blu’ americane, con tutto il bagaglio di sofferenza e speranza, nostalgia e abbandoni, dalla eccellente “Both Hands On The Wheel” giocata su un ‘train time’ godibilissimo alla struggente e bellissima “The Things I Miss” in un’alternanza di brani midtempo e ballate. Il robusto roots rock di “State Of The Nation”e poi ancora le coinvolgenti “Hypnotized”, “Love Me Right” e “Just For Two”, con la genuina country song di “It Tears The Heart Right Out Of Me” contribuiscono a fornire un quadro assolutamente esaustivo e pregevole per chi ama i suoni ‘americana’ ed alternative country. Un disco ed un personaggio consigliatissimi.
Remo Ricaldone

16:19

Susan Gibson - The Hard Stuff

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Nata in Minnesota ma da tempo residente in Texas, Susan Gibson è prima di tutto autrice dotata di grande sensibilità, ispirata dal suo spiccato senso melodico che l’ha portata a scrivere ottime canzoni che solo sporadicamente hanno raggiunto un particolare successo commerciale. Solo “Wide Open Spaces” portata al successo dalle Dixie Chicks ha reso giustizia alla bravura di un’artista capace di creare intimi quadretti di vita sulle note di una country music spesso impreziosita da sensazioni pop e folk, mentre la sua discografia, che comprende sei dischi in studio ed uno live, rimane qualitativamente profonda e da scoprire. Sono passati alcuni anni dalle sue precedenti tracce discografiche e ora “The Hard Stuff” riempie questo vuoto con una serie di canzoni che fissano un periodo della vita di Susan Gibson certamente non facile ma che regalano all’ascoltatore alcune piccole gemme. A differenza della sua dimensione live dove l’essenzialità acustica la porta più vicino alla tradizione country-folk, i suoi dischi sono spesso arrangiati con cura ed attenzione (in questo caso dal bravo Andrè Moran negli studi Congress House di Austin, Texas) colorando ulteriormente i brani senza tuttavia renderli meno efficaci. E’ il caso di “Imaginary Lines” e “Antiques” che aprono il disco con la piacevolezza pop e la sempre eccellente vocalità di Miss Gibson, fissando un suono mai artefatto ma che al contrario gode di una ampia tavolozza di colori adeguatamente centellinati. “The Hard Stuff” con i fiati a fare capolino, sorprendentemente, è la canzone più particolare e a me ricorda alcune cose della Suzanne Vega più frizzante, “Looking For A Fight” è uno degli ‘highlights’ del disco grazie ad una melodia che si avvicina alla migliore tradizione folk mantenendo intatto il suo fascino contemporaneo, così come lintensa “The Big Game”, altro momento topico. “Diagnostic Heart” cattura la più intima essenza di una vera grande autrice in una ballata sontuosa, “2 Fake IDs” sposta le atmosfere maggiormente verso la ballata country con la pedal steel che diventa protagonista e ci accarezza, “Hurricane” è un altro bell’esempio della scrittura di Susan Gibson che chiude l’album con due eccellenti canzoni come “Wildflowers In The Weeds”, poesia allo stato puro e “8 x 10” che inquadra alla perfezione la sua essenza acustica e la sua bravura al banjo. Disco questo che ben fotografa le varie sfumature di una personalità intrigante e da conoscere.
Remo Ricaldone

16:16

Dennis Roger Reed - Before It Was Before

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Dennis Roger Reed è un musicista che ha saputo attraversare e condensare i classici suoni della tradizione americana, country, folk e blues, inquadrandoli in ambientazioni ‘di provincia’ che hanno mantenuto intatto l’amore e lo stupore per il proprio prezioso retaggio culturale. Il suo è un repertorio che miscela originali, cover e tradizionali in un insieme dotato di grande fascino, maturato grazie alle tante frequentazioni illustri. Dennis Roger Reed ha infatti condiviso il palco con gente come JJ Cale, Rodney Crowell, Jesse Colin Young, John Sebastian e Texas Tornados tra gli altri, prendendo da ciascuno un insegnamento che ha messo in pratica nei suoi quattro dischi solisti di cui “Before It Was Before” rappresenta bene il condensato del suo lavoro. L’album è un ottimo viaggio nella musica americana delle radici e grazie al ‘fil rouge’ rappresentato dalla sua interpretazione strumentale del tradizionale “Corrina Corrina” che appare all’inizio, a metà e alla fine,  diventa un racconto omogeneo e sostanziale. Tradizionali come “The Cuckoo”, “Jesus On The Mainline” rivisto in forma strumentale e “Dark Hollow”, cover riproposte con estremo rispetto ed amore come le ‘dylaniane’ “If Not For You” e “One Too Many Mornings”, “I’d Rather Be Your Enemy” di Lee Hazlewood, “Back On The Street Again” di Steve Gillette, “Let The Mermaids Flirt With Me” di John Hurt, “It’s All Over Now” di Bobby Womack e i gioiellini poco noti rappresentati da “River Of Love” di Michael Hall e “Never Again Or Forever” di Jules Shear e Rick Danko con gli originali “I Had To Ride”, “Reconciliation” e “Up Until Now” formano un unicum efficace ed ispirato, proponendo un musicista che certamente non ricerca la fama ma lavora di fino per preservare una tradizione che nelle sue mani mostra l’ attrattiva di un suono senza tempo.
Remo Ricaldone

17:48

Lost Immigrants - Californium

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Quindici anni di attività, una manciata di ottimi dischi che, a partire dall’esordio prodotto a Ray Wylie Hubbard, hanno contribuito a ridefinire la Texas Music degli anni duemila e ora un nuovo album che segue di quattro anni il bel “Live At The White Elephant Saloon” che confermava la bontà anche dal vivo del progetto Lost Immigrants. James Dunning è sempre saldamente al timone ed è a mio parere una delle migliori ‘penne’ del Lone Star State, qui spesso affiancato nella scrittura da nomi non molto noti ma con un risultato decisamente positivo. “Californium” infatti è un album di qualità, dinamico, interpretato con grande trasporto da una band guidata con mano salda dalla voce di James Dunning ma che al suo interno contiene una buona dose di talento e di calore, con le tastiere di Ryan Pool, le chitarre di Blake Brownlee e la sezione ritmica formata da Chad Stewart alla batteria e da Eric McGinnis al basso a formare un solido background strumentale. Inciso nell’area di Dallas/Fort Worth, “Californium” dimostra che gli anni non sono passati invano, denso com’è di suoni elettro-acustici che si pongono via via tra rock e radici nella migliore tradizione texana. Canzoni che si prestano ad essere cavalli di battaglia anche in concerto, come “Home” dal contagioso refrain, l’iniziale “Heartache & Lithium” che spazza subito via la ‘ruggine’ di qualche anno di silenzio discografico, “My Last Name” che non ha niente da invidiare ai migliori nomi sulla piazza tra Oklahoma e Texas, “Can’t Make Mexico”, “Doubts On Me” altra canzone cantata con il cuore in mano, “All Your Own” dalla deliziosa aura ‘outlaw’, “Gone” intensa e vigorosa e “Lost Angeles”, eccellente ballata pianistica che commuove per trasporto e coinvolgimento. “Californium” copre nel migliore dei modi un’assenza discografica che iniziava ad essere lunga e porta giustamente alla ribalta una band da conoscere.
Remo Ricaldone

17:45

Lucy Isabel - Rambling Stranger

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Rambling Stranger” racchiude al meglio l’essenza musicale e la personalità di Lucy Isabel, brava autrice e cantante giunta al primo lavoro ‘a lunga durata’ dopo due ep pubblicati negli ultimi tre anni. Nata nel New Jersey ma attualmente residente a Nashville dove ha trovato casa in quella parte di città che contribuisce a nobilitare i più genuini suoni tra ballate dal sapore folk e una country music che vira verso territori alternativi senza mischiarsi con la scena commerciale della capitale del Tennessee, Lucy Isabel ha maturato uno stile cristallino e variegato, ispirato dalla sua indole errabonda e dal richiamo, sempre forte, della strada. Potremmo avvicinarla ad una Brandi Carlile o magari anche a una Lucinda Williams meno ’ciondolante’ con le quali condivide l’amore per storie intrise di vita di provincia, modellate tra spinte elettriche e delizie acustiche che si alternano in queste ottime dieci canzoni. “How It Goes” mostra subito le sue doti con belle chitarre elettriche che fanno da sfondo ad una scrittura decisamente matura mentre la seguente “Something New” ci culla con una splendida folk song in cui il banjo è il protagonista e la melodia risulta vincente. Tra nostalgie del nativo Jersey, la consapevolezza di aver trovato radici stabili a Music City e il forte richiamo della west coast con tutto il suo bagaglio di riferimenti, il disco ci porta per mano su strade già battute ma con tutto il talento di una nuova voce che merita riconoscimenti e l’apprezzamento di chi ha un debole per i suoni country/folk. “The Road Ahead”, la nostalgica e struggente “Rambling Stranger”, “California Coming Down” a cui la protagonista è particolarmente legata, “Little Bird” e la bella ballata pianistica (che a me ricorda molto Jackson Browne) “Don’t Ask Me Why” sono alcuni dei momenti migliori interpretati con grazia e grande bravura, una vera boccata d’aria fresca in un lavoro ottimanente strutturato che ha molti motivi per essere amato.
Remo Ricaldone

17:42

Silver Lake 66 - Ragged Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |


E’ da molti anni che Maria Francis e Jeff Overbo hanno legato le proprie aspirazioni e le proprie carriere artistiche sulla scia di un ‘old school country’ venato di folk e blues, le loro più forti influenze. Dapprima nel Midwest, poi per alcuni anni a Los Angeles e infine a Portland, Oregon hanno calcato i palchi di innumerevoli clubs forgiando uno stile vocale e strumentale di grande fascino, da qualche tempo sotto il nome di Silver Lake 66. Il loro secondo album con questo nome si intitola  “Ragged Heart”, lavoro che documenta in modo brillante ed inequivocabile quanto siano cresciuti in maturità e sincero coinvolgimento, riuscendo ad esprimere in ogni piega del loro sound una grande voglia di rimanere legati alle proprie radici. “Blue Earth County” spicca per vivacità e feeling, presentando subito in apertura uno dei loro ‘highlights’ con tanto di pedal steel e chitarre ricche di ‘twang’, la title track “Ragged Heart” è scorrevole e sostenuta da un bel ritmo e da una melodia godibilissima, “Broken” è invece una country ballad dal sapore antico. Produzione e composizione sono tutti nelle mani di Maria Francis e Jeff Overbro, qualitativamente superbe, come le chitarre, ancora ricche di splendidi riverberi, di “Faded Tattoo”, altro piccolo gioiellino, oppure “Check Out The Cash” che si rivela ballata sostanziosa arricchita da una discreta sezione fiati che da’ un tocco ‘southern’, mentre la pedal steel di Bryan Daste, spesso protagonista, suona suadente nella intima “Hard Thing To Do”, altra ballata da ricordare. Da citare ancora “Like A River”, altro eccellente esempio di ‘americana’ interpretato con il cuore, con le due ballate che chiudono il disco, “Broken Dreams & Cigarettes” e “Such A Mess” a confermare la qualità di una scrittura decisamente intrigante.
Remo Ricaldone

17:56

Thom Chacon - American Way

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Thom Chacon, cantautore di Durango, Colorado, rappresenta al meglio quella che è la più genuina tradizione degli storytellers e dei troubadours americani, figli di quella storia che da Woody Guthrie in avanti ha unito l’urgenza del narrare racconti densi di impegno sociale e politico al naturale bisogno di esprimere sentimenti personali ed accorati legati ai rapporti interpersonali. Tra lo Steve Earle dell’ultimo periodo e lo Springsteen più ‘militante’, aggiungendoci il carisma di un John Prine o di un Guy Clark, le canzoni di Thom Chacon sono piccole gemme che evocano un’America dai mille contrasti e dai mille volti in un viaggio appassionato ed appassionante che ora si arricchisce di un ep di soli quattro brani ma di grande passione e profondità. “American Way” gioca ancora con le emozioni in un contesto acustico dove accanto alla chitarra acustica e all’armonica del protagonista ci sono il contrabbasso di Tony Garnier e l’organo hammond di Tommy Manuel, un percorso rigoroso e coerente, essenziale e coeso che pur nella sua brevità (poco più di quindici minuti) riesce a coinvolgere e regalare all’ascoltatore una manciata di avvincenti episodi. Tre originali di Thom Chacon (senza dimenticare l’apporto di Perry A. Margouleff in fase di composizione) e una splendida cover compongono il programma di questo ep, aperto dalla bella melodia di “Nothin’ But You” con un delizioso arpeggio di acustica, un solido lavoro di contrabbasso e un organo che da’ quel tocco poetico ad aumentare il tasso espressivo, peculiarità queste condivise in tutti i brani del disco, un disco che continua con l’intensa “Rhythm In My Heart”, interpretata con l’ormai consueta forza. “The American Way” è canzone decisamente potente, così come la versione di “One Of Us”, magnifica composizione di Eric Bazilian degli Hooters portata al successo anni fa da Joan Osborne. Commovente ed emozionante finale per un breve ma eccellente lavoro portato a termine con feeling e grande cuore.
Remo Ricaldone

17:54

Randy Lewis Brown - Red Crow

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Nato a Shreveport, Louisiana ma presto trasferitosi con la famiglia a Houston, Texas, Randy Lewis Brown (da non confondere con il quasi omonimo Randy Brown, bravo country singer texano) è cresciuto con la canzone d’autore folk e country nel cuore, frequentando gli ambienti giusti come il Kerrville Folk Festival, il Family Gathering di Tommy Alverson e tutti i migliori palchi tra il Lone Star State, l’Arkansas, la Louisiana e la Florida. Il suo è uno stile asciutto e prezioso che potremmo accostare a personaggi come Ray Wylie Hubbard ed Eric Taylor, con il giusto peso poetico e con un gusto melodico di notevole caratura, attento a tematiche sociali e a ‘scandagliare’ l’animo umano con grande sensibilità. “Red Crow” è il suo terzo disco, dopo l’esordio intitolato “Dream Big” del 2006 ed il seguito di sette anni dopo, “But Wait, There’s More”. Randy è uno che pubblica i propri prodotti con fare molto parco e dopo sei anni ecco il suo lavoro numero tre, curato nella produzione da Merel Bregante, bravissimo nel cucire un suono dalle molte sfumature, prettamente acustiche, scegliendo il modo migliore per far emergere le doti del protagonista. In queste canzoni ci sono le chitarre e il piano di Michael Dorrien, la steel guitar di Dave Pearlman, il fiddle, il mandolino e l’armonica di Cody Braun, la batteria e le percussioni dello stesso Merel Bregante, le armonie vocali di Sarah Pierce, l’organo di Riley Osborne e poco altro, nomi che per chi segue Lone Star Time dovrebbero essere abbastanza familiari. E sono comunque le canzoni a fare la differenza ponendo Randy Lewis Brown in compagnia dei migliori nomi del cantautorato texano, a partire da “One Horse Town” solida ballata che apre il disco e lo impreziosisce subito con ottimo stile mentre le inflessioni country si fanno più chiare con la soffice e piacevolissima “She’s The Only Woman” composta a quattro mani con l’ottimo Terry Klein e guidata dalla steel guitar di Dave Pearlman. “Above Timberline” è un’altra splendida canzone dal sapore texano tra folk e country, scritta con Jim Gilmore, figlio del grande Jimmie Dale, “Good Old Days” è autobiografica e ricorda i vecchi tempi in cui certa spensieratezza e la voglia di lottare per ideali di pace e di equità sociale erano ‘di moda’ e ispiravano la scena musicale, “Any Old Train” è ballata elettroacustica deliziosa e profonda, “Red Crow” scelta non a caso a rappresentare l’album è interiore e poetica con una splendida armonica e un’interpretazione matura e brillante. Questi sono solo alcuni dei brani più significativi, quelli che a mio parere caratterizzano un lavoro dai molti motivi per essere apprezzato. Un nuovo nome da considerare se amate i suoni texani: Randy Lewis Brown.
Remo Ricaldone

17:50

King Of The Tramps - Wild Water

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King Of The Tramps è una band che proviene dall’Iowa con alle spalle già una buona esperienza e cinque dischi all’attivo che documentano perfettamente il loro amore per il classico rock americano, condito da una buona dose di radici, dal blues al country, dal soul al gospel. A guidare questa bella realtà è Todd Partridge, voce, chitarra e una buona dose di carisma e di trascinante e contagiosa  musicalità, accompagnato dai fratelli Adam e Ryan Audlehelm a tastiere e batteria e da Ryan McAlister al basso. La loro bussola è indirizzata inevitabilmente a sud, a quel caleidoscopico e travolgente mix di influenze che hanno portato generazioni di artisti a scommettere sui suoni più genuini proposti dal ‘grande libro della musica americana’, dalla Allman Brothers Band ai North Mississippi AllStars, dai Black Crowes alla Tedeschi Trucks Band in un bel gioco di rimandi stilistici. Scrittura solida, performances rocciose e pervase da una grande grinta, i King Of The Tramps vengono affiancati in alcuni momenti dai Whiskey Gospel Horns (Andy Poppen alla tromba e Aaron Ehrlichal sax), dalla ottima voce di Sarah Nevins con forti  inflessioni Motown e da Reilly Partridge a chitarre e banjo in un rincorrersi di suoni e colori spesso dall’attitudine jam. “Smoke ‘Em” è rock della miglior specie, ‘annerito’ con sagacia dai contrappunti vocali di Miss Nevins che ricorda i ‘Corvi’ dei fratelli Robinson, “Byron’s Boogie” profuma ancora di Sud e sembra provenire direttamente dagli anni settanta con tutto il suo bagaglio di grinta e passione, “Hard Times” porta ancora in alto la tensione tra rock’n’roll, r’n’b e gospel con i fiati a sorreggere la voce di Todd Partridge. La canzone che da’ il titolo al disco vede emergere tonalità che rimandano a certa country music, senza il benchè minimo segno di zucchero o di retorica, “None Of Us Are Free” è l’unica cover, eccellente brano firmato da Cynthia Weill, Brenda Russell e Barry Mann, ripresa negli anni con alterne fortune commerciali dai Lynyrd Skynyrd, da Solomon Burke e da Ray Charles, qui proposta con ardore e classe, “Worry” è ballata tra rock e radici solida e godibile mentre “You Alone” non fa altro che rimarcare la bravura di un personaggio come Todd Partridge e la bontà della proposta di una band certamente derivativa ma ricca di pregi e di talento.
Remo Ricaldone

17:47

Rachel Harrington - Hush The Wild Horses

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Non sono stati tempi facili quelli passati per Rachel Harrington, problemi fisici e familiari ne hanno in qualche modo rallentato una carriera interessante che ora si arricchisce del suo quinto album, un lavoro che suggella il superamento di queste difficoltà e che la riporta agli appassionati con grande ispirazione sotto la bella produzione di Casey Neill che sottolinea ottimamente le melodie della musicista proveniente dall’Oregon. E’ proprio nello Stato nativo che Rachel ha registrato queste sue nuove canzoni facendosi accompagnare da un ristretto ma eccellente manipolo di strumentisti tra i quali spiccano Lloyd Maines a pedal steel e slide acustica, Eamon McLoughlin al fiddle e lo stesso Casey Neill alle chitarre. Storie di sofferenza e di amore, di rinascita e di speranza, di dipendenze e di lotta per superarle, con sullo sfondo le infinite autostrade e le polverose backroads americane, sempre raccontate con voce sicura e cristallina ed un coinvolgimento che ammalia e spesso intenerisce. La title-track “Hush The Wild Horses” in apertura, caratterizzata dallo splendido fiddle di Eamon McLoughlin, chiarisce subito quale sia lo stato di forma di Miss Harrington in una delle più significative canzoni del disco, mentre i ricordi amari ma velati di nostalgia di “I Meant To Go To Memphis”, sono tra i più lancinanti e penetranti di questa raccolta. Sono molti i fotogrammi che rimangono impressi nella memoria in un insieme di ricordi che rimandano alla profonda provincia americana, spesso personali come nella commovente "The Barn” che assieme a “Mekong Delta” affronta strazianti storie legate alla guerra. “Drinkin’ About You” è un ottimo country-waltz cantato con il cuore in mano e con la pedal steel di Lloyd Maines sempre straordinaria, “Susanna” è il giusto tributo al mai troppo compianto Guy Clark, ricordando la sua anima gemella e musa ispiratrice, “Save Yourself” è un altro dei momenti migliori dell’album con tutto il suo carico di sofferenza, “Get Out While You Still Can” tocca ancora l’anima e il cuore e “If Wishes Were Horses” si accomiata con tutta la sua cristallina bellezza tra country e folk, così come all’inizio, sulle ali dell’ottimo fiddle di Eamon McLoughlin. Disco profondo e bellissimo.
Remo Ricaldone

10:26

Jordi Baizan - Free And Fine

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Jordi Baizan aveva debuttato un paio di anni fa circa con un disco di sole sei canzoni ma che aveva attirato l’attenzione di coloro che seguono la canzone d’autore roots per una profondità espressiva non comune e la capacità di condensare nei pochi minuti di una canzone tutto un mondo di sensazioni e di esperienze come solo i grandi talenti fanno. Lo abbiamo aspettato ad una prova più ‘corposa’ e ora che è uscito il seguito di quell’album intitolato “Free And Fine” possiamo tranquillamente accoglierlo nella grande famiglia dei veri troubadour, genuinamente collegati ad una tradizione che annovera grandi nomi della musica americana. Questa volta Jordi si è affidato alla splendida produzione della coppia Walt Wilkins/Ron Flynt, attualmente tra i migliori nel Lone Star State ma non solo e ne è venuto fuori un lavoro di eccellente fattura e di grande sensibilità. Il cantautore di Houston è in possesso di una voce estremamente gradevole e di un bello stile chitarristico ma quello che colpisce maggiormente è la poesia insita nelle undici canzoni di “Free And Fine”, una selezione aperta dalla magnifica partnership con l’amico e altro grande talento Terry Klein in “Between The Sun And The Moon”, deliziosa per melodia e ispirata per performance, con l’angelica voce di Jaimee Harris a farci sognare e con pedal steel e piano nelle sapienti mani di Geoff Queen e Chip Dolan a sottolineare una canzone che subito si pone tra i gioiellini dell’album. “Could have Been Us” è una folk ballad caratterizzata dal lavoro al fiddle di Heather Stalling, protagonista in un po’ tutto il disco per finezza ed estro, più tradizionale è l’atmosfera di “Pictures On The Wall” con il mandolino di Rich Brotherton a ricamare di fino e il piacevole profumo di bluegrass che si insinua, mentre “Desert Line” è un’altra bella storia texana con uno dei luoghi più iconici del Lone Star State, Terlingua, nel cuore. Il disco prosegue con immutato ‘peso specifico’ dando spazio a “Winter’s Come”, ottima ballata, alla discorsiva “Footsteps On The Ceiling”, alla ‘swingante’ e divertente “Let’s Have Seconds” che con “Whiskey With Water” rappresenta il momento ‘jazzy’ dell’album. “Time To Leave The Neighborhood” è ballata pianistica toccante, altro bell’esempio di doti compositive profonde, il violino di Heather Stalling guida una “Tears And Mascara” dalle inflessioni quasi soul ma sempre ben radicate nel suolo texano e “Heroes All Around Us” tocca nuovamente le corde più intime affidandosi alla più classica ballata country-folk in cui Jordi Baizan si trova più che a suo agio. Un nome il suo che merita di essere affiancato agli storytellers che lo hanno preceduto e che hanno forgiato uno stile eccellente e ancora tremendamente attuale.
Remo Ricaldone

10:23

Terry Klein - Great Northern

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Terry Klein fa parte di quella schiera di musicisti che stanno rinnovando la canzone d’autore legata ai suoni country-folk, in gran parte provenienti dal Lone Star State o comunque influenzati dalla grande tradizione texana. Assieme a Jordi Baizan, Chuck Hawthorne, Ben de la Cour e molti altri, Terry Klein ha la capacità di narrare storie affascinanti, coinvolgenti e non prive di quell’ironia che ha contraddistinto il lavoro di personaggi come Lyle Lovett, Robert Earl Keen e Terry Allen, per citare nomi ai quali talvolta possiamo affiancare il nostro. Di “Tex” abbiamo parlato recentemente sottolineando un talento puro e uno storyteller già maturo nonostante una discografia ancora ai primi passi. Una discografia aperta da questo “Great Northern”, album prodotto sempre da Walt Wilkins che ha saputo cucire una splendida cornice in cui la steel di Kim Deschamps, il fiddle di Warren Hood, le tastiere e l’accordion di Bart De Win e le armonie vocali di Libby Koch danno un tocco poetico in più a canzoni veramente splendide. A partire da “Watchman” e da “Everywhere But Here” che aprono la selezione in maniera appassionata e accorata mentre “Dull Women Keep Immaculate Houses” ci regala un sorriso per la sua ironia che a me riporta alla mente certe cose di R.E. Keen. Più riflessiva ed interiore è “Better Luck Next Time” con una melodia carezzevole e dolce, “Notches” è l’unica cover, firmata da Victor Camozzi, altro nome interessante di cui ci siamo occupati in passato per i suoi “Roadside Paradise” e “Cactus & Roses”, “Back To Being You” è ancora piacevolissima con il piano di Bart De Win tra i protagonisti. A chiudere questo consigliatissimo disco ci sono ancora “Madeline”, delicata e guidata da un bell’arpeggio chitarristico e “Wasted On The Living”, più meditativa e in possesso di tutte le carte per confermare la bravura di un artista dalle molte doti.
Remo Ricaldone

10:20

Annie Keating - Can't Stand Still

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“Can’t Stand Still” è ‘solo’ un ep, sei canzoni fatte uscire con l’urgenza espressiva e un rinnovato spirito roots-rock da Annie Keating, tra le migliori voci femminili del cantautorato americano contemporaneo. Annie si è spesso presentata con un’aura più acustica ed intimista pur non disdegnando brani graffianti ed incisivi e questo suo nuovo lavoro inserisce la spina dando tutta un’altra prospettiva alla sua poetica. Le chitarre elettriche (ma anche acustiche) di Dan Mills e Chris Tarrow, la sezione ritmica robusta formata da Jesse Humphrey  alla batteria e Mark Goodell al basso e le tastiere di Adam Podd a ‘legare’ il suono, brillante e corposo, sono caratteristiche fondanti per un album che scorre con grande scioltezza, non solo per la sua durata ridotta. La voce di Annie Keating rimane comunque quella apprezzata nei suoi lavori precedenti, coinvolgente e avvolgente, magari non con una estensione particolare ma sempre dotata di quella sincerità e schiettezza da renderla credibile al cento per cento nel narrare le sue storie. Una cover e cinque originali, la ripresa di “Trouble” di Yusuf/Cat Stevens posta in chiusura, forse il momento più vicino allo spirito dei dischi precedenti di Miss Keating, magnifica melodia intepretata con intensità e cuore, mentre andando a ritroso troviamo momenti più rock e ballate elettriche dal taglio pregevole. “Beholden”, “Boxes”  e  “$20” più movimentate,  “”Mother Of Exile” e “Sun And Moon” più accorate, tutte comunque accomunate da uno spirito indomito e da una personalità importante. “Can’t Stand Still” ha il grande pregio di mostrare un lato del talento di Annie Keating non ancora approfondito, magari da riprendere con un prossimo lavoro ‘a lunga durata’. Comunque consigliato senza remore.
Remo Ricaldone

10:17

White Owl Red - Existential Frontiers

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Terzo disco per la band californiana guidata da Josef McManus che conferma quanto di buono si era detto del precedente disco (nell’archivio di Lone Star Time potrete trovare le nostre impressioni), quel “Naked And Falling” che li aveva fatti conoscere al di fuori della Bay Area. “Existential Frontiers” mostra un ulteriore lucidità compositiva e una maggiore capacità di assemblare le svariate influenze della band che attingono dall’alternative country nato negli anni ottanta (Green On Red e Uncle Tupelo su tutti) accostando rock (tra le prime passioni del leader ci furono i Nirvana e tutto il movimento grunge) e radici con sagacia e scaltrezza. Un album questo lungo ed articolato che si aggira attorno all’ora di durata ma che non stanca e anzi si pone come una delle più interessanti uscite in quel panorama indipendente che negli States propone le cose migliori sul mercato. In attività dagli inizi degli anni duemila, i White Owl Red propongono uno stile sempre lucido e autentico, senza fronzoli o ‘giochini’ di studio, in un’altalena di suoni che a volte si avvicinano maggiormente alla tradizione come in “Good Morning Moonshine”, accattivante per i suoi suoni acustici e countreggianti, altre volte grintosamente rock’n’roll come ad esempio nella seguente “I’m A Saint”. Tra questi due estremi si gioca tutta la partita di Josef McManus e dei suoi White Owl Red (Kyle Caprista alla batteria, già con Chuck Prophet tra gli altri e questa non è una sorpresa, Gawain Mathews alle chitarre, in precedenza con la band dell’ex Grateful Dead Mickey Hart e Leah Tysee alle voci), rimanendo sempre godibile e più che soddisfacente. “Everything But Cryin’”, “More More More”, “Set Free”, “Union Fight Song” e “Take A Good Look” sono a mio parere i momenti migliori di un disco da ascoltare in un fiato, tale è la coesione di un insieme a cui prestare molta attenzione. Coloro che amano le connessioni tra rock e radici troveranno molti motivi per apprezzare questo lavoro.
Remo Ricaldone

22:32

Chuck Hawthorne - Fire Out Of Stone

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Chuck Hawthorne esordì nel 2015 sorprendendo tutti per straordinaria maturità espressiva ed un disco, “Silver Line”, che rimane tra le migliori opere prime da moltissimi anni a questa parte, facendo scoprire un enorme talento che si pone nel solco tracciato da leggende della musica americana come John Prine, Guy Clark e Townes Van Zandt. Nei tre anni che sono trascorsi dal suo debutto Chuck ha viaggiato parecchio e si è fatto conoscere ed apprezzare per uno stile asciutto, essenziale e fortemente poetico che ora vede in questo “Fire Out Of Stone” un altro capitolo veramente affascinante. La produzione nelle mani della coppia Walt Wilkins e Ron Flynt non poteva essere più precisa ed impeccabile, dando il giusto risalto alle nuove canzoni di Chuck Hawthorne che ancora una volta conquistano i cuori di chi ha amato i nomi citati in precedenza ed un po’ tutto quel cantautorato tra country e folk. Nato da un’ispirazione ‘regalata’ in qualche maniera da Richard Dobson, compianto amico ed eccellente songwriter texano, “Fire Out Of Stone” contiene proprio il brano che ha dato il la a tutto, quel “I Will Fight No More Forever” che conclude come unica cover un album dalle molteplici gemme. A cominciare da “Such Is Life (C’est La Vie)” nella quale il fiddle di Marian Brackney si libra splendidamente, seguita da un altro gioiellino come “Amarillo Wind”, tra le più significative della raccolta. Le magnifiche armonie vocali di Libby Koch, le entrate all’armonica dell’amico Ray Bonneville, le pennellate di steel, gli arpeggi di acustica, tutto concorre a rendere fortemente evocative queste canzoni, da “Arrowhead & Porcupine Claw” che rimanda a Richard Shindell ma anche a John Prine, a “New Lost Generation” con il suo carico emozionale arricchito ancora dall’armonica di Mr. Bonneville, passando per la nostalgica “Worthy Of The Sea”, “Broken Good” dal piglio deciso e gustoso e “Standing Alone” dal forte sapore narrativo, caratteristica peculiare di Chuck Hawthorne. Caldamente consigliato e poi da riporre a fianco dei migliori troubadour americani.
Remo Ricaldone

22:29

Jaime Michaels - If You Fall

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Jaime Michaels è cresciuto con la più pura canzone folk, dai piccoli locali di Boston dove si è fatto le ossa fino ai giorni nostri dove, dopo inevitabili esperienze artistiche e di vita, ha riannodato i fili di una musica interpretata con il cuore e con l’anima. Tredici gli album che ha al suo attivo e una carriera che in questi ultimi anni gli ha regalato occasioni preziose per esprimere tutta la sua grande sensibilità con incontri che in qualche modo hanno dato nuova linfa al suo percorso musicale. Da più di ventanni risiede a Santa Fe, New Mexico e l’incontro con Jono Manson e la sua irresistibile umanità è stato fondamentale creando la perfetta alchimia necessaria a dare nuovi colori alla sua musica. Sono arrivati quindi in questa decade eccellenti lavori come “The Man With The Time Machine” nel 2011, “Unknown Blessing” l’anno successivo e soprattutto “Once Upon A Different Time” che nel 2016 lo ha fatto conoscere anche nel nostro paese grazie alla sua pubblicazione per la benemerita Appaloosa Records. “If You Fall” ripropone ancora questo sodalizio con Jono Manson alla consolle e la Appaloosa a dare fiducia ad uno dei migliori songwriters in circolazione ed il risultato è notevolissimo grazie ad una vena compositiva lucida e profonda, ad una intelligente scelta del materiale di altri autori da interpretare e ad un impeccabile manipolo di sideman ai quali consegnare le parti strumentali. Partendo da questi ultimi non si possono non segnalare Paul Pearcy alla batteria e Ronnie Johnson al basso, sezione ritmica texana protagonista di mille sessions, Jon Graboff e le sue straordinarie chitarre ma anche a steel e mandolino, i fedelissimi pards Radoslav Lorkovic alle tastiere e Jono Manson all’elettrica e alcuni preziosi cammeo sparsi qua e la. La selezione è assolutamente godibile ed equilibrata tra momenti commoventi ed intensi come “Any Given Moment”, splendida ed accorata con steel e piano sublimi, “Red Buddha Laughs” frutto della partnership con Jeff Talmadge, l’introspettiva “Almost Daedalus” che mi ricorda certe cose dell’ultimo David Crosby e “I Am Only (What I Am)” e brani più vivaci e freschi come “Bag O’ Bones” dalle colorazioni quasi cajun e con il fiddle di Gina Forsythe, il blues acustico di “So It Goes” e la eccellente “Carnival Town”, forse la più rockeggiante del disco. Disco che si avvale poi di tre cover azzeccatissime, a partire da “They Call Me Hank” dell’indimenticato Greg Trooper per poi passare attraverso la splendida poesia di Townes Van Zandt con “Snowin’ On Raton” e la sorprendente ripresa di “Rimmel” di Francesco De Gregori, ‘maneggiata’ con estrema cura e delicatezza. Album questo pieno di spunti e di momenti da ricordare.
Remo Ricaldone


Gli I See Hawks In L.A. di Rob Waller e Paul Lacques sono una delle più belle realtà della scena californiana indipendente tra rock e radici, da anni protagonisti delle notti musicali westcoastiane. Una produzione la loro che si è sempre mantenuta su livelli più che positivi  e che ora si arricchisce di una collaborazione nata quasi per caso, ma per questo ancora più gradita, con i Good Intentions, folk duo di Liverpool formato da Peter Davies e Gabrielle Monk in un’unione di intenti che ha dato ottimi frutti a sentire questo “Hawks With Good Intentions”, dieci canzoni che sanno di deserti californiani, di tramonti infuocati e di dolcezze tradizionali. L’unione di esperienze, le voci e gli strumenti che si fondono con grande naturalezza dando vita ad atmosfere perlopiù acustiche e legate a certa country music che vira spesso verso il folk, sono il fulcro di questo lavoro piacevolissimo ma anche dotato di buona profondità emotiva e stilistica. “Blue Heaven” fissa il mood del disco con la sua andatura un po’ pigra, le chitarre acustiche che si intrecciano con il dobro, le calde armonie vocali che accarezzano, il sapore dei sixties sempre presente. “Things Like This” è già uno degli highlights dell’album, una folk song dagli accenti classici e dalla melodia vincente, “Rolling The Boxcars” sembra uscita da una polverosa coffehouse degli anni sessanta, magari nel Village o nei sobborghi di Boston, “Rambling Boy” grazie al fiddle di Gabe Witcher acquista toni tradizionali ed è un altro dei momenti topici del disco, “Steel Rails” rievoca il west grazie ad una melodia di grande presa. Ancora da citare tra le cose più rimarchevoli le evocative tonalità di “Flying Now” con la bella fisarmonica di Richie Lawrence in evidenza e le due ballate acustiche che chiudono l’album, “Epiphany On Town Hall Square” e “Will You Watch Over Me From Above”, nostalgiche ed elegiache, degno commiato per un lavoro intrigante.
Remo Ricaldone

22:23

Greg Felden - Made Of Strings

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nato ad Eugene, Oregon e residente da anni a Los Angeles, Greg Felden è un altro di quei musicisti che debuttano dopo una gavetta di discreta durata, passata sui palchi dei vari clubs della metropoli californiana. Cresciuto con nelle orecchie country music e folk, Greg ha sempre amato i suoni ‘alternativi’, ampliando via via il suo sound in un insieme dove convivono radici e rock’n’roll, soffici ballate folk e tonalità pop, costruendo una sensibilità melodica di estrema efficacia e risultando sempre godibile e vario. “Made Of Strings” è un esordio che ha già ‘in nuce’ una maturità espressiva notevolissima, una produzione cristallina e una serie di brani che entrano subito nel cuore per rimanervi a lungo. Una raccolta dinamica e profondamente sincera il cui filo conduttore è stato il rapporto con l’amata Samantha Morris, la partner che ha lottato per lungo tempo contro il cancro e che è stata ispirazione e riferimento per Greg Felden. Voce nitida e brillante, buon pickin’ chitarristico, Greg Felden evidenzia subito tutto questo nell’iniziale “Every Time”, avvolta in un’aura di sensazioni pop che inevitabilmente rimandano alla west coast. Più roots ma dallo spirito ugualmente californiano è la seguente “When The Change Comes”, godibilissima, mentre “A Man Like Me” esplora territori più folk, con grande naturalezza. “Take You Back Home” è ballata accorata e suggestiva, carica di nostalgia e tra le migliori del disco, ricordando molto le atmosfere dei Jayhawks di Gary Louris, “Bad Guy” mostra ancora grande talento compositivo, tra folk e rock, “Tell Me What’s Broken”, volendo fare paragoni, mi ricorda alcune cose dei Green On Red con le sue chitarre elettriche incisive e l’organo a rafforzare la melodia. La title-track “Made Of Strings” risulta essere un altro gioiellino acustico, vicino alla country music più autentica, “Better This Way” ha un inizio quasi ‘beachboysiano’ e riprende certe loro atmosfere, virando comunque verso un ‘americana’ veramente interessante, mentre le conclusive “Incoming” e “Ghosts” ‘giocano’ ancora con le emozioni più vere, acustiche, da pure folk ballads, risultando sempre molto coinvolgenti. Canzoni quelle di “Made Of Strings” che ci accompagneranno a lungo nei mesi a venire.
Remo Ricaldone

19:12

Meghan Hayes - Seen Enough Leavers

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il suo spirito ‘nomade’ l’ha portata a viaggiare continuamente tra Stati Uniti ed Europa inseguendo sogni personali ed artistici che si sono materializzati attraverso tre dischi che ne rappresentano l’essenza più intima e vera, canzoni nelle quali Meghan Hayes mette tutta la sua sensibilità ed il suo talento. “Seen Enough Leavers” è il risultato, agrodolce,  tra dolore e speranza, della sua attuale situazione privata, inciso ad East Nashville dove risiede in questo periodo. Un disco questo tra country music, ballate dal sapore folk e inflessioni pop-rock con brani che musicalmente richiamano Emmylou Harris e Lucinda Williams per peso letterario e nitido senso melodico, con tutto il suo bagaglio di sofferenza, di forza interiore e, perché no, di ottimismo. “Seen Enough Leavers” è un lavoro vario e piacevole all’ascolto, con interpretazioni sempre intense ed una produzione che fa risaltare perfettamente gli stati d’animo di un’autrice intelligente e propensa a mettere tutta se stessa in ogni momento. Dex Green siede alla consolle di queste session alle quali presta il suo basso, alcune tastiere e capacità ottime, con le chitarre di Audley Freed tra le cose più intriganti e le ‘ospitate’ del songwriter Mando Saenz e del fisarmonicista Derry DeBorja ad impreziosire ulteriormente le canzoni. “Georgette” è la ballata che apre il disco e fissa le coordinate dei suoni che permeano l’album, una canzone cantata con grande trasporto e una melodia che si apre con forza ed energia. L’altro lato, quello più pop ma sempre vigoroso, è rappresentato dalla title-track “Seen Enough Leavers” che però fa trasparire anche sensazioni ‘folkie’ che a me personalmente ricordano certe cose dei Clannad e dei Capercaillie nella loro versione più ‘contemporanea’.  “This Summer’s Sleeper” mi riporta alla mente la poetica di Lucinda Williams in un ‘midtempo’ vincente e limpido, “Burley” si avvale della pedal steel di Thayer Sarrano che rende ancora più intensa l’atmosfera di un’altra piccola perla del disco, “Cora” è più pianistica e raccoglie tutte le sfumature delle migliori ‘southern ballads’ con echi country e soul in un’altra eccellente interpretazione. Da citare ancora in un percorso sonoro maturo e adulto, canzoni come “A Birthday In The Pawnshop (Morristown)”, “Second To Last Stand” dalle movenze quasi ‘byrdsiane’, “Next Time Around” con una voce nuovamente vicina alla migliore Emmylou ed il commiato di “Story Of My Life”, toccante e commovente.
Remo Ricaldone

19:09

Rod Picott - Tell The Truth & Shame The Devil

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Tell The Truth & Shame The Devil” è il disco più intimo e sofferto nel percorso discografico di Rod Picott, un viaggio musicale ed umano di notevole qualità, un coerente ed ispirato modello di canzone d’autore che ha saputo coniugare le radici del suono americano con arguzia e senso melodico. Un disco questo vissuto in solitudine meditando sul senso della vita dopo problemi di salute che nell’inverno 2018/19 hanno rischiato di mettere al repentaglio ed in discussione tutto. A tratti cupo, in altri momenti magicamente ispirato dagli eventi, alla continua ricerca del giusto feeling al di là della perfezione stilistica, questo nuovo lavoro del cantautore di South Berwick, Maine ma residente a Nashville è il ritratto più personale di uno dei migliori nomi attualmente in circolazione, senz’altro uno dei più onesti e genuini. Non mancano le collaborazioni compositive, da quella con l’amico fraterno Slaid Cleaves in “Mama’s Boy”, dal leggero afflato country/folk a quella con Stacy Dean Campbell in “80 John Wallace”, ballata intensa, passando per la partnership con la giovane promessa Ben de la Cour nella eccellente “Beautiful Light” in cui l’armonica dà quel tocco poetico in più. Spesso le atmosfere in bianco e nero, introspettive ed agrodolci di Rod Picott lo avvicinano a “Nebraska” di Springsteen come ad esempio nella magnifica “Spartan Hotel” o in “A 38 Special & A Hermes Purse”, altrove troviamo la ballata riarsa dal sole e dal vento del Texas occidentale come in “A Guilty Man”, “Bailing” e “Folds Of Your Dress”. Da ricordare anche interpretazioni riflessive e dirette come l’iniziale “Ghost”, “Mark”, “Too Much Rain” e “Sunday Best” che completano un quadro che non lascerà insensibili coloro che seguono il cantautorato americano di cui Rod Picott rappresenta, ormai da anni, il lato più poeticamente rilevante.
Remo Ricaldone

19:06

Sam Baker - Horses And Stars

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Sam Baker è un poeta, un grande musicista, un artista a tutto tondo…e un sopravvissuto. Nel 1986 sfuggì ad un attentato terroristico mentre era in viaggio su di un treno in Perù riportando gravi lesioni che lo costrinsero ad un lungo e travagliato recupero fisico e mentale. Un episodio che gli cambiò radicalmente la vita ed il suo modo di pensare, dandogli una nuova prospettiva che gli è valsa una straordinaria sensibilità ora al servizio di una carriera musicale che da tre lustri lo pone come uno dei maggiori storytellers texani e non solo.  Un percorso fatto di pochi ma splendidi album che vanno dall’esordio di “Mercy” (2004) a “Land Of Doubt” (2017) senza perdere nulla in profondità e personalità, trattando spesso temi ‘scomodi’ come dipendenza dalle droghe, razzismo, alcolismo, rapporti umani che definire difficili è dir poco. Ascoltare Sam Baker è sempre un’esperienza che tocca nel profondo e questo suo nuovo disco intitolato “Horses And Stars” ce lo presenta nell’intima versione live in un concerto tenuto nel luglio del 2018 all’Imagine Event Center di Buffalo, New York. Le storie del nativo Texas e di come si cresce in una sperduta cittadina di provincia si miscelano con semplicità e naturalezza con quelle dal più ampio respiro solidale, dalle difficoltà nell’affrontare le sfide di tutti i giorni alla estatica bellezza delle piccole cose. L’apertura affidata alla chitarra elettrica e alla sua inconfondibile voce nella intensa e poetica “Boxes”, la discorsiva “Thursday” e poi “Iron”, “Same Kind Of Blue”, “Migrants”, “Snow” e “Waves” impreziosite da una bella armonica, “Odessa” con le sue ‘citazioni’ di “Hard Times” di Stephen Foster e la toccante “Broken Fingers” tutte affrontate nella più completa solitudine danno l’idea di quale comunione di intenti ci sia tra Sam Baker ed il ‘suo’ pubblico. Una grande persona prima che un grande artista, questo è Sam Baker e “Horses And Stars” merita l’attenzione di chi ama la canzone d’autore nella sua accezione più profonda.
Remo Ricaldone

19:03

Mark Rogers - Laying It Down

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Mark Rogers è cresciuto nell’area di Washington, DC con la passione per le radici della musica americana e con il sogno di diventare musicista di successo, trasferendosi all’inizio degli anni ottanta in California dove ha guidato una band dedita alle commistioni tra country e rock, portandola nei più sperduti locali della west coast. Deluso in qualche modo dagli eventi, il ritorno a casa è coinciso con l’abbandono della musica concepita professionalmente e le decadi successive sono state dedicate interamente alla famiglia. Solo verso il 2012 Mark ha ripreso a cullare sogni musicali e ha ripreso a scrivere canzoni; brani dal sapore acustico ed in qualche maniera legati alla California tra canzone d’autore e stilemi country-rock, interpretati con bello stile chitarristico e una voce idonea ad esprimere il suo essere maturo storyteller. E quindi “Laying It Down” rappresenta il suo esordio da ‘late bloomer’ con una serie di piacevolissime ballate che in qualche momento si elettrificano senza però mai perdere di vista il fascino rilassato ed amichevole del ‘California sound’ degli anni settanta ed ottanta. “Right Here”, canzone che apre il disco, è significativamente il manifesto del suo progetto, con grande cura nelle armonie vocali, ricordi ‘byrdsiani’ e romanticismo profuso in quantità. “Blue Sky Falling” è un altro ottimo esempio, con la chitarra elettrica di Larry Berwald a ricordare certe cose dei Grateful Dead più roots con quel pizzico di psichedelia ad aumentare il fascino melodico. “Swerving” è scorrevole e acustica, un gioiellino che chiude un trittico godibilissimo, mentre ancora da gustare ci sono “No Bigger Fool” dalle movenze più sinuose e rockeggianti, “You Can Lead Me On” ariosa e brillante e “Imagining” dalle movenze carezzevoli, a cui si aggiungono un paio di momenti più (smooth) jazz discreti ma che non rappresentano a mio parere quello che riesce meglio a Mark Rogers, più a suo agio con country music e folk. “Laying It Down” risulta comunque un lavoro interessante per un cantautore da tenere d’occhio.
Remo Ricaldone

17:32

Arroyo Rogers - Single Wide

Pubblicato da Remo Ricaldone |


La country music che si suonava negli anni 60 e nei 70 è sempre stata la bussola che ha guidato la carriera di Kip e Lisa Mednick Powell fin dai tempi in cui bazzicavano con successo i locali di Austin, Texas, legando il proprio nome a gente come Ray Wylie Hubbard, James McMurtry, Alejandro Escovedo e Radney Foster tra gli altri. Da quel periodo, negli anni novanta, la coppia ha accumulato ulteriori ottime esperienze, spostandosi dapprima nel New York State e poi, puntando verso ovest, nel New Mexico dove hanno contribuito fattivamente con il loro amore per i suoni country & western alla band locale 40 Miles Of Bad Road. Da qualche tempo, sotto il nuovo nome di Arroyo Rogers, Kip e Lisa fanno parte della vivace scena musicale di Joshua Tree, luogo di grande ispirazione tra rock e radici per molti nomi che si sono rinnovati in quel pezzo di deserto californiano. “Single Wide” è si un ep con sette canzoni per un totale che supera di poco i ventidue minuti ma è al tempo stesso uno splendido e freschissimo esempio di come si possa suonare vera ed autentica country music alla faccia di molti pseudo ‘starlette’ che vogliono etichettare le proprie canzoni legandole ad una tradizione di cui non fanno assolutamente parte. Pedal steel e scintillanti chitarre elettriche, echi mexican e melodie vincenti che rimandano a quei suoni tra Bakersfield ed il Lone Star State che sono basilari per chi ama le migliori radici americane…le sette canzoni che formano “Single Wide” sono frutto di grande amore e rispetto per la country music e ne proseguono con successo le trame più incisive e sostanziose. “Promised Land”, “Hitch Hike Home”, “Eleanor”, “Albuquerque”, “Broken Town”, “Three Sheets To The Wind” e “She Went Out For Cigarettes” meritano tutte di essere citate per autenticità e passione, portando questo nuovo progetto all’attenzione degli ‘hard core fans’ del genere che potranno accostarsi tranquillamente al disco e trovare sette piccoli gioiellini. Non resta altro che affidarci alle doti compositive di Kip Powell e di Lisa Mednick Powell ed attendere un nuovo lavoro magari di lunghezza ‘normale’. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

17:29

Mrs. Henry - The Last Waltz

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il progetto è un po’ temerario ma a conti fatti risulta un atto d’amore profondo, intenso e passionale. Rileggere un classico come “The Last Waltz”, il concerto-evento che ha fatto la storia del rock delle radici a stelle e strisce è impresa ardua, tale era la serie di straordinarie canzoni presenti in un repertorio di enorme potenza espressiva come quello della Band di Robbie Robertson e soci, con l’apporto ulteriore di moltissimi ospiti di un ‘parterre de roi’ stupefacente in quella magica serata del ‘Thanksgiving Day’ del 1976. A portare a termine questo eccellente remake è il quartetto dei Mrs. Henry da San Diego, California, con il suo leader Dan Cervantes da sempre grandissimo fan con il sogno proibito di omaggiare quel concerto a modo suo, trattando quel repertorio stellare con tatto, fedeltà e infinito amore. Mesi di prove, la chiamata a raccolta del meglio della scena roots di San Diego e ora possiamo affermare che quella visione può definirsi materializzata grazie alla sensibilità e al talento dei partecipanti. Anche i passaggi più complicati e spericolati possono dirsi comunque riusciti, come ad esempio la rilettura di “Coyote” di Joni Mitchell o “Helpless” di Neil Young, mentre i classici della Band sono riproposti con intatto vigore, facendo risaltare ogni sfumatura e ogni accento. Da “Up On Cripple Creek” passando per “It Makes No Difference”, “Life Is A Carnival”, “Stage Fright”, Rag Mama Rag”, “Acadian Driftwood”, “The Night They Drove Old Dixie Down” e “The Weight”, ogni passaggio risulta fedele all’originale in un approccio comunque affascinante e mai didascalico, vivo e frizzante nella sua interezza. Disco che fa rivivere momenti memorabili della nostra storia e che mostra quanto vicini al vero spirito rock’n’roll, country e rhythm & blues siano i Mrs. Henry, sorprendenti e accorati in ogni nota.
Remo Ricaldone

17:26

Chris Rawlins - Bring On The Rain

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Cresciuto a Kalamazoo, Michigan e ora residente a Chicago dove c’è una ottima scena roots tra canzone d’autore, rock e country-folk, Chris Rawlins debutta con un disco che mostra già notevoli doti compositive ed interpretative, muovendosi in un soffice ‘mood’ in cui le chitarre acustiche vengono supportate spesso da steel ed elettriche che arricchiscono canzoni godibili e personali. “Bring On The Rain” è come spesso avviene per gli esordi discografici un po’ la summa delle esperienze del protagonista, qui composte da inflessioni country e jazz, i due principali amori di Mr. Rawlins, maturati attraverso un periodo passato a New York City prima di tornare nel midwest dove sono nate ed ambientate le storie narrate. Le melodie e le scelte interpretative sono figlie dell’incontro e del contrasto tra i paesaggi urbani e di quelli rurali che hanno sempre ispirato il suo songwriting e in questi brani c’è spesso quella rilassatezza e quella malinconia che sono insite nei luoghi e nei personaggi raccontati. Il picking di Chris Rawlins è caldo ed avvolgente, la voce melodiosa e gentile, la produzione curata da Steve Dawson (che fornisce con Brian Wilkie le steel, lap e pedal, oltre a tastiere, chitarra elettrica e basso) è lineare ed essenziale in un lavoro dove anche o soprattutto i dettagli contano e rappresentano il valore aggiunto. La vena maggiormente country emerge in “All You Are”, nella cristallina “You & Your Heart” che a mio parere raggiunge una delle vette dell’album, in “Almost Anytime” e nella cadenzata ed acustica “Leave”, mentre quella folk ha i punti di forza nelle eccellenti “Gravity Or Something” che apre con convinzione il disco, “Bring On The Rain” che rimanda agli eroici giorni del revival nei sixties e “Cold Night”, altro bell’esempio di talento artistico. “Bring On The Rain” nella sua semplicità e nella sua immediatezza rappresenta un promettente avvio di una carriera meritevole di interesse.
Remo Ricaldone

17:23

Lucas Choi Zimbel - Tempered Tantrum

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Tra i più attivi musicisti che fanno parte della scena anglofona di Montreal, Quebec, Lucas Choi Zimbel è uno storyteller fedele agli stilemi della canzone folk e questo suo “Tempered Tantrum” è lavoro prezioso e rigoroso che lo vede accompagnato soltanto dalla sua fedele chitarra acustica. Dotato di un pickin’ preciso e caldo, maturato grazie alle sue passioni per bluegrass, blues e gypsy jazz, Lucas Choi Zimbel confeziona un lavoro decisamente piacevole che tocca a livello lirico tematiche personali e sociali con uno sguardo profondo e adulto, sensibile e solidale. Dalla musica concepita come fuga dalle brutture della vita all’impegno risalente ai giorni di ‘Occupy Wall Street’, gli argomenti sono trattati con spirito giornalistico, dando voce alle istanze più democratiche e condivisive con passione ed  energia, nella vena dei migliori songwriters d’oltreoceano. Canzoni come “Teach Me Humility”, “Empathy Goes Home, While Apathy Dances” e “Take A Long Hard Look At Yourself” possono avvicinarsi come accordature e spirito all’indimenticato Nick Drake, sicuramente una delle maggiori influenze di Mr. Zimbel, mentre strumentali come “Tempered Pulse” e “Eye Of The Tantrum” non fanno altro che avallare la bontà della sua tecnica chitarristica. Tra i momenti migliori di una selezione molto interessante ci sono anche brani come “She’s Out Of Breath” dalle tonalità folk, la godibile “What Owns Who” vicina a suoni blues, “This Backwards Town” pamphlet incisivo e “War Starts When The Music Stops”, chiusura ottimistica e positiva di un disco intrigante.
Remo Ricaldone

09:52

Randy Rogers Band - Hellbent

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Prosegue con immutata ispirazione e freschezza il percorso artistico di Randy Rogers e dei suoi pards che ancora una volta volano a Nashville, nello storico studio A della RCA,  per incidere “Hellbent”, affidato alla mano preziosa ed esperta di uno dei producer più in vista di questi ultimi anni: Dave Cobb. E’ stata caratteristica peculiare della Randy Rogers Band quella di lavorare con gente che ha garantito  assoluta libertà di espressione ma che ha anche cucito loro un suono personale che li ha resi una delle migliori band tra rock e radici della scena non solo texana. Dopo Radney Foster, il cui sodalizio è durato per più di un album, ci sono stati Jay Joyce, Paul Worley, Buddy Cannon, tutti nomi legati ad una country music la cui essenza è stata sempre al primo posto del proprio impegno, fondendo i suoni ‘classici’ con scelte più rock senza però stravolgere nulla. Dave Cobb ha quindi lavorato di fino per far esaltare il songwriting di Randy Rogers che anche qui ha scritto eccellenti pagine di musica con amici come Adam Hood e soprattutto Sean McConnell, oltre a scegliere un paio di covers che ha sentito particolarmente vicine alla sua sensibilità come per esempio la splendida “Hell Bent On A Heartache” firmata da Guy Clark e dalla coppia Morgane & Chris Stapleton che dà in parte il titolo al disco e la corale e spumeggiante “”I’ll Never Get Over You” di Adam Wright dove è limpida l’unione tra la country music del Lone Star State e ‘istanze’ country-rock che rimandano alle migliori cose del genere negli anni settanta. La band è qui più compatta e coesa che mai, con il fiddle di Brady Black in grande spolvero, la chitarra solista di Geoffrey Hill sempre pronta ad entrare in scena e una sezione ritmica molto duttile affidata a Johnny Chops al basso e Les Lawless alla batteria. La partnership compositiva con Sean McConnell è tra le più ispirate e forma un po’ la spina dorsale del disco con la nostalgica melodia di “Anchors Away”, la sostanziosa essenza rock di “Comal County Line” in cui comunque non si dimenticano le radici country, l’inevitabile colorazione mexican della bellissima “We Never Made It To Mexico” e la tensione ‘western’ di “Fire In The Hole” a formare un poker d’assi di qualità. Tutto l’album è comunque ricco di spunti, scorrevole, piacevolissimo e da gustare in un sorso, con la sensazione di trovarci di fronte ad uno dei capitoli migliori del pur eccellente cammino di Randy Rogers.
Remo Ricaldone

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