17:02

Chad Richard - Worthy Cause

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Chad Richard (con il cognome pronunciato ‘alla francese’) è un eccellente nuovo nome che si profila in quello straordinario panorama che è quello texano. Nato al confine tra il Lone Star State e la Louisiana assorbendo quanto di meglio questi due Stati hanno proposto negli anni in fatto di musica, Chad mostra di avere le radici giuste, quelle che hanno come riferimento la country music, la tradizione cajun e i suoni folk, avvalendosi di una voce veramente eccellente, tra Travis Tritt, Chris Stapleton e Gary Nichols, attuale cantante dei Steeldrivers. Dopo un debutto pubblicato nel 2015 ed intitolato “Veteran’s Grocery”, Chad Richard si è nuovamente affidato a quello che è stato il suo scopritore, la persona che più lo ha valorizzato apprezzandone doti e talento, Walt Wilkins. Walt e Ron Flynt lo hanno guidato attraverso questo suo “Worthy Cause” che rappresenta certamente un vero punto di partenza verso una meritata affermazione, viste le intense emozioni che ci regala in queste dodici canzoni incise ad Austin, Texas. Il suono è godibilissimo, spesso acustico ma sempre capace di accendere quella scintilla che appassiona e coinvolge, con lo stesso Walt Wilkins a fornire chitarre elettriche ed acustiche assieme al dobro e la pedal steel di Geoff Queen (tra i migliori strumentisti nel suo campo), al fiddle e alla viola di Marian Brackney, alle tastiere di Chip Dolan, alla lap steel di Corby Schaub e ad una precisa sezione ritmica composta da Bill Small al basso e da Ray Rodriguez alla batteria. “Worthy Cause” è al tempo stesso intimo e struggente, fresco ed ispirato, divertente e brillante in un intrecciarsi di interpretazioni sempre con il cuore in mano. “Slow Rollin State Line” e “The Game” sono i due estremi di una selezione impeccabile che ha nei suoni classici della country music i suoi riferimenti e nelle inflessioni soul della voce un imprescindibile legame che unisce i brani in un susseguirsi di grandi emozioni. Chad Richard ha veramente i numeri per emergere, ora serve un pizzico di fortuna e di occasioni giuste.
Remo Ricaldone

16:59

Vetiver - Up On High

Pubblicato da Remo Ricaldone |


I californiani Vetiver rappresentano nell’ambito alt-country ed americana il lato più bucolico ed evocativo, con suggestioni che si dipanano tra incrociarsi di chitarre elettriche ed acustiche, ritmiche mai sopra le righe e armonie vocali classicamente ‘westcoastiane’. Il frontman è Andy Cabic, da una quindicina di anni guida di un quintetto il cui percorso è stato tutto sommato coerente nei confronti di un suono che pesca dal ‘nuovo folk’ degli anni duemila e dall’eredità delle grandi band della Bay Area degli anni sessanta e settanta, i Dead acustici in primis. Legami forti sono comunque riscontrabili con i Jayhawks e i Wilco con i quali condividono  il gusto per certe armonizzazioni vocali e per quel ricercare le giuste alchimie chitarristiche. “Up On High” si apre con la splendida "The Living End” che gioca subito le carte giuste e si rivela vincente sia come interpretazione che come qualità di scrittura, seguita subito da una “To Who Knows Where” che incrocia pagine nobili di country-rock anni settanta e una canzone che farebbe felice Neil Young, con una pedal steel di grande peso poetico. “Swaying” rende omaggio ad una delle molteplici influenze di Andy Cabic, i R.E.M., con un’azzeccata unione di chitarre ‘byrdsiane’ ed impasti vocali che rimandano alla cose migliori della band di Stipe e soci, mentre “All We Could Want” risulta nuovamente vincente per intensità e lirismo. “Hold Tight” è per me il momento meno ispirato, una pausa dopo una prima parte decisamente valida. Ed è con “Wanted, Never Asked” e la sua freschezza ed orecchiabilità che si riprende un percorso dai risvolti suggestivi e descrittivi, un percorso che si avvale in seguito della rilassata “A Door Shuts Quick”, “Filigree”,  l’incantevole “Up On High” che da’ il titolo all’album e “Lost (In Your Eyes)” che chiude la selezione regalando un ulteriore motivo per apprezzare, dopo alcuni anni di silenzio discografico, una band che nobilita una scena come quella di San Francisco ancora in grado di emozionare.
Remo Ricaldone

16:55

Jane Kramer - Valley Of The Bones

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Dal cuore degli Appalachi, Asheville, North Carolina, Jane Kramer non può non interpretare, in maniera comunque sempre personale ed evocativa, le proprie radici attraverso strumenti per la maggior parte acustici ed un’attitudine country fortemente tradizionale. Tre dischi all’attivo, una buona carriera contraddistinta da esperienze come membro di bands o in versione solista, Jane Kramer ci regala una proposta vibrante, appassionata e palpitante che attraverso chitarre acustiche, dobro e fiddle definisce impeccabilmente poetica rurale e temi universali e contemporanei. Chris Rosser con le sue chitarre che forniscono un solido tappeto sonoro ed un lavoro delizioso a mandolino e tastiere, Billy Cardine spesso in primissimo piano a tessere melodie con il suo dobro e Nicky Sanders, fiddle al servizio principalmente con i Steep Canyon Rangers e qui chiamato a rendere ancora più intense queste canzoni sono i principali attori di un lavoro che ammalia per le sue armonie, commoventi ed emozionanti. La voce della protagonista è chiara, limpida, luminosa, sempre in grado di interpretare i vari stati d’animo nella maniera più autentica e bastano le prime note di “Hymn”, la canzone che apre questo “Valley Of The Bones” per entrare in un mondo affascinante. “Macon County”, la title-track “Valley Of The Bones”, la frizzante “I’ll See Your Crazy And Raise You Mine”, con la purezza di “Child” e la delicatezza di “Singin’s Enough” rappresentano il meglio di un disco la cui coesione rimane una delle doti principali. Il migliore senza dubbio per questa interessantissima cantante ed autrice.
Remo Ricaldone

16:50

Stephen Fearing - The Unconquerable Past

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Stephen Fearing è uno dei più rispettati musicisti canadesi, un artista a tutto tondo che ha alle spalle una lunga e gloriosa carriera solista (questo “The Unconquerable Past” è il suo tredicesimo lavoro), con il grande merito di aver co-fondato l’eccellente band Blackie & The Rodeo Kings. La sua indole smaniosa e curiosa lo ha portato a vivere un po’ in tutto il Canada, dalla nativa Vancouver all’Ontario, dalla Nova Scotia al ritorno recente in British Columbia dopo aver trascorso gli anni della sua crescita a Dublino. Tutto questo lo ha portato ad avere una visione del mondo e della vita decisamente aperta ed empatica e questo suo disco è tra i più intimi e al tempo stesso universali, toccando temi come la religione (vista in maniera critica ed intensa), i rapporti umani anche ‘non convenzionali’, le migrazioni, le fragilità umane e l’amore vissuto nel modo più autentico e disinteressato. Musicalmente “The Unconquerable Past” non è di facile catalogazione, contiene un po’ tutte le grandi passioni di Stephen Fearing: la canzone d’autore che il suo Paese ha sempre declinato nella maniera migliore, la country music (George Jones è uno dei nomi che più ne hanno segnato la crescita), il soul, il pop, l’americana. I suoni sono sempre caldi ed avvolgenti, grazie soprattutto ad una produzione ‘a quattro mani’ che a Mr. Fearing vede affiancarsi Scott Nolan, amico e personaggio in sintonia perfetta con la sua ‘visione’ artistica, con una manciata di ottimi sidemen su cui spicca il polistrumentista di Nashville Jim Hoke, qui alle prese con organo, pedal steel, armonica, accordion e tin whistle. Le canzoni hanno il sapore genuino delle cose artigianali, spesso con un sentore di passato che aumenta il grado ‘emotivo’ di interpretazioni cariche e appassionate. “Break Our Mother’s Heart” è apertura dal notevole impatto, “Sunny” avvolge in un caldo abbraccio l’ascoltatore grazie ad una performance tanto semplice e scarna quanto intrisa di anima, “Emigrant Song” (scritta con il bravo storyteller nordirlandese Andy White) è tra le cose più belle e nitide del disco, “Christine” inquadra il lato più rock’n’roll della personalità di Stephen Fearing e la sua classe, “No Country” è ballata folk di straordinaria ed adamantina bellezza, scritta da Scott Nolan. Momenti questi che sono solo i preferiti di un album che conferma quanto incredibile sia il fatto che Stephen Fearing venga considerato ancora un ‘best kept secret’, vista la qualità del suo lavoro.
Remo Ricaldone

12:52

Ben Davis Jr. - Suthernhalia

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Un disco potente, avvolgente, corposo quello di Ben Davis Jr., musicista che arriva da Jackson, Ohio ma che ha nel cuore e nell’anima il classico sound sudista che subito ci coinvolge nell’apertura di questo suo ottimo “Suthernahia”, con qualche piccolo cenno di psichedelia frutto dell’amore per i Grateful Dead, tra le molte sue ispirazioni. Chitarre sguainate, ritmica pulsante, voce robusta: queste sono le coordinate di un album di ottima fattura che viaggia spedito nei territori rock con inevitabili puntate nel blues e nella country music più vera e genuina. E se come detto “I Think You Should” è ‘puro’ southern rock, la seguente “Can’t Get Enough” ha sensibilità rock’n’roll ed il contagioso ‘train time’ di “If You Ever Will” mostra doti di grande performer e di autore importante (sue sono tutte le canzoni inserite in questo disco). “Porchlight” è ballata acustica tersa e limpida, con ancora il sapore del sud nelle pieghe, “Just Let Me In” mantiene intimo il racconto con un’altra intensa ballata elettro-acustica, tra le migliori dell’album, “Sunday Morning” è piacevole, una piccola ventata di aria fresca che rimanda ad episodi magari minori ma gustosi come Atlanta Rhythm Section o simili, “Ramblin’ Bones” vede invece imbracciare nuovamente gli strumenti acustici per un gioiellino country che risplende in tutta la sua semplicità mentre “(I’m Doing) Fine Girl” ha un po’ colorazioni sixties inserendo elementi tra rock e soul. Be Davis Jr. e i suoi Revelry sanno come unire rock e radici ed esempio naturale è “Line Boat Blues” che vede come ospite David Childers, inflessioni blues ed attitudine rock, con “Carly” che chiude in maniera accorata ed acustica una bella sorpresa e, speriamo, un punto di partenza per nuove belle avventure musicali.
Remo Ricaldone


“Riverland” è un disco dalla grande profondità poetica e letteraria, narrato con intensità e suoni splendidi tra country music e folk in un inanellarsi di momenti che hanno il loro ‘filo rosso’ nella storia che ha accompagnato il fiume americano per eccellenza: il Mississippi. I tre musicisti che hanno costruito questa opera non provengono da quelle zone ma rappresentano quella scena ricca ed ispirata di East Nashville, da anni a capo di un movimento che ci sta regalando dischi importanti come questo. Eric Brace è una delle più belle voci di quel panorama, prima a capo dei Last Train Home e poi in una lunga partnership con Peter Cooper con cui ha condiviso pagine notevoli, spesso con l’apporto di Thomm Jutz, artista tedesco ormai pienamente inserito a Nashville e dintorni, in possesso di una grande sagacia e potenzialità sia come produttore che come musicista ‘tout court’. Il Mississippi ed il suo scorrere a volte lento e placido a volte furioso e portatore di immani tragedie ha rappresentato una via fondamentale nella storia americana, un modo per incontrare genti, fuggire dall’oppressione o semplicamente godere dei frutti che da esso o accanto ad esso sbocciano. Le tante storie legate al cosiddetto ‘Ol’ Man River’ qui sono coniugate con estrema attenzione nell’accostare episodi più o meno recenti, storici o di eccellente ‘fiction’, portando a termine un album lungo, articolato e godibilissimo in cui una strumentazione prettamente acustica fa da base a voci che si alternano, si amalgamano e si intrecciano con una bellezza che in certi momenti lascia senza fiato. William Faulkner e  Jerry Lee Lewis, Eudora Welty ed Elvis Presley, il blues e la country music, la Guerra Civile e le grandi alluvioni sono qui citati in uno fluire di emozioni e di narrazioni vivide e fortemente passionali. Da “River City” che introduce il disco a “Mississippi, Rest My Soul” che lo congeda, è tutto un incrociare di momenti che praticamente formano un ‘concept album’ stimolante e tonico in cui oltre ai protagonisti appaiono straordinari ‘Nashville cats’ come Tammy Rogers al fiddle, Terry Baucom e Justin Moses che si alternano al banjo, Mike Compton al mandolino, Mark Fain al contrabbasso e Lynn Williams alle percussioni.
Remo Ricaldone

12:44

Renée Wahl - Cut To The Bone

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La vita di Renée Wahl è stata finora intensa e piena di interessi, con la musica fino a pochi anni fa ‘relegata’ a grande passione ma non a primaria attività. Dopo una dozzina di anni in cui ha fatto parte dell’Air Force americana, ha conseguito attestati che l’hanno portata ad essere insegnante e solo da relativamente poco tempo ha abbracciato completamente la sua ‘musa’ esordendo con un album intitolato “Cumberland Moonshine”, seguito dall’ep “Sworn Secrets”, lavoro che ha ispirato il nome della sua attuale band. “Cut To The Bone” è probabilmente il disco dell’affermazione in ambito alternative country e americana, mostrando appieno le eccellenti doti interpretative e compositive di una storyteller profonda e accorata. Parte del merito è anche da ascrivere ad una produzione impeccabile nelle mani di Stuart Mathis, già con i Wallflowers e Lucinda Williams, qui nella veste anche di ispirato chitarrista. I suoni sono pregnanti ed equilibrati, essenziali e splendidamente descrittivi, perfetti per storie vigorose ed intriganti che Renée ha quasi interamente scritto, con la collaborazione di autori con cui ha condiviso le molteplici sensazioni ed emozioni della vita, qui narrate con un’intensità non comune. David Strayer alla batteria e Ron Eoff al basso formano una sezione ritmica solida e sicura, con le tastiere di Billy Livsey a dare quel tocco in più ad atmosfere già di per se piene e marcate. Nove canzoni che si incastrano perfettamente a formare un percorso poeticamente incisivo, musicalmente tra rock e radici nella migliore tradizione, interpretato da una voce eccellente, nove canzoni che vengono introdotte da quella che praticamente da’ il titolo all’album, una “ To The Bone” che conquista subito per forza espressiva. I momenti migliori a mio parere devono comunque venire e si svelano subito con la seguente “Cold Day In Memphis”, ballata midtempo sontuosa, piena di citazioni e di profumi sudisti che con “From Here To There” si aggiudica la palma di ‘highlights’ del disco. “Me Before You” regala emozioni pure, “Meds” coniuga con il suo ‘waltz time’ la migliore country music, “Six Days ‘Til Sunday” conferma una capacità di trasmettere suggestioni notevole, così come “In The Field”, altro piccolo gioiello della raccolta. Raccomandato caldamente.
Remo Ricaldone

12:41

Tony McLoughlin - True Native

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Tony McLoughlin è un musicista irlandese dalla buona vena compositiva e da un approccio alla materia roots scarno ma spesso efficace. A rendere ancora più appetibile e propositivo il suo settimo album è la presenza in veste di produttore e di chitarrista del conterraneo Philip Donnelly in una delle sue ultime collaborazioni prima di mancare recentemente, personaggio dalla lunga ed onorata carriera costellata di esperienze felicissime, da Nanci Griffith con la quale suonò per parecchi anni nella Blue Moon Orchestra alla preziosa mano nei primi splendidi dischi di Lee Clayton, alla collaborazione con Townes Van Zandt nei suoi gioielli “Flying Shoes” e “No Deeper Blue”. E proprio con Lee Clayton che si possono rilevare affinità importanti con quel suono essenziale e diretto fatto di ballate e midtempo dalla poetica intrigante ed asciutta. In qualche momento, se dobbiamo essere pignoli, una sua certa ripetitività di temi, aggiunta ad una non eccezionale ampiezza di registro vocale, rallenta un po’ lo scorrere della selezione che però grazie ad alcuni guizzi si rivela pienamente soddisfacente. La riuscita cover della splendida “If You Were A Bluebird” di Butch Hancock che qui assume calde tonalità ‘di confine’, le solide “Blood On Blood” e “Flying Bird”, le virate country delle cristalline “The Colour Of Spring” e “Treeline”, la lunga “Below Zero” intrisa di passione ed energia e la nitida ballata acustica che congeda Tony McLoughlin intitolata “Mercy” sono i momenti più importanti, quelli che portano il giudizio verso una promozione piena. Tony è uno di quei nomi che non arriveranno mai ad una notorietà particolare, ad una hit che potrà entrare nelle classifiche, lui è uno dei tanti ‘artigiani’ roots che rendono pregiata quella scena. E non è poco.
Remo Ricaldone

23:19

Dallas Burrow - Southern Wind

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Dallas Burrow è uno dei più interessanti tra i musicisti texani emersi quest’anno e nonostante la ancora giovane età è in possesso di un ‘vissuto’ importante e denso di esperienze. La sua natura irrequieta, curiosa e vagabonda lo ha portato da New Braunfels in giro per il mondo, da New Orleans alla Spagna, dalla California all’Europa dell’Est, accumulando ed assorbendo influenze che ne hanno determinato stile espressivo e profondità. Le basi sono fortemente country ed il suono risente di quell’attitudine tipicamente texana di fondere generi cogliendo lo spirito più autentico della musica delle radici. Voce roca e ruvida, arrangiamenti di notevole fascino, storie inevitabilmente legate alle esperienze di vita caratterizzano una selezione vincente come quella di “Southern Wind”, inciso a Nashville con l’aiuto di gente come Kenny Vaughan e Chris Scruggs (nipote del mitico ed indimenticato Earl) dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, dell’ottimo fiddle di Billy Contreras, dell’esperto basso di un sideman del calibro di Dave Roe e delle incisive e suadenti armonie vocali di Sierra Ferrell tra gli altri. Bastano poche note dell’iniziale “Water & Wood” per calarci nell’intima essenza della musica di Dallas Burrow con un fiddle che entra nel profondo e Sierra Ferrell che duetta col protagonista, mentre la seguente “Southern Wind” è il vero manifesto del disco, cuore ed anima profusi in quantità (e c’è anche una versione alternata nel finale, a suggellare il tutto) in una performance impeccabile. Le interpretazioni rimangono tutte ad un livello importante, vissute intensamente e consegnate all’ascoltatore nella maniera più sincera ed onesta, da “It’s About Time” ballata accorata, alla ritmata e passionale “Guitar Man”, altri due momenti fondamentali dell’album. E’ comunque tutto l’album che si giova della coesione e della sinergia tra i vari momenti, mantenendo per tutta la durata una qualità molto buona, con piccoli gioiellini come le cadenzate e stuzzicanti “I Come And I Go” e “Rodeo” che non vedrei male in una rilettura da parte di Lyle Lovett per il loro incedere ‘swingante’, “No Time To Waste”  pura Texas music nella migliore tradizione del Lone Star State, “The Whole World Is For Sale” ancora tra gli highlights per intensità e fascino, “Gotta Ramble” potente ed energica e, per contro, l’introspezione poetica di “Worker Bees”. Uno dei dischi dell’anno in ambito (Texas) roots.
Remo Ricaldone

23:16

Catherine MacLellan - Coyote

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Tra le più pure e cristalline voci della scena canadese contemporanea, Catherine MacLellan ha passato gli ultimi anni nel catartico progetto di valorizzare repertorio musicale e rapporti umani del padre Gene, a sua colta apprezzato cantante country-folk. “If It’s Alright With You” è stato un disco decisamente riuscito dal punto di vista artistico che ha contribuito a rivedere e ad imparare qualcosa di più di una figura paterna con cui c’erano ancora nodi da sciogliere e ora la cantante proveniente dalla Prince Edward Island può rituffarsi in un percorso artistico personale ‘fermo’ da quattro anni circa, da quel “The Raven’s Sun” che nel 2015 le valse l’ambitissimo Juno Award, il massimo riconoscimento in Canada. Questo sesto album intitolato “Coyote” è un magnifico viaggio attraverso melodie roots che conquistano, interpretate con profondo coinvolgimento emotivo, con un essenziale apporto strumentale che non fa altro che sottolineare e confermare le splendide doti vocali di Catherine MacLellan. Apice di una carriera che potrà ancora dare molte emozioni, questo disco è frutto di un talento poetico non comune e di una sensibilità qui forse mai così intensa. Folk e country in dosi equilibrate e dosate con perizia, influenze americane e britanniche presentate con grazia ed eleganza, il paragone inevitabile con figure femminili canadesi che l’hanno preceduta ed influenzata come Joni Mitchell. Tutto concorre a rendere questo “Coyote” un prodotto godibile e caldamente consigliato in una discografia che l’ha resa tra le migliori cantautrici della sua generazione. L’accoppiata vincente “The Tempest” e “Emmet’s Song” in cui ci si avvicina alla scena folk anglo-scoto-irlandese, la title-track “Coyote”, le nitide melodie che contraddistinguono “Roll With The Wind”, “Night Crossing”, “The Road’s Divided” e “Too Many Hearts” tra le altre sono forse i momenti migliori di un passaggio importante nella sua carriera e nella sua vita in cui si incrociano le gioie ed i dolori, narrati da una voce che facilmente entrerà nei cuori sensibili alle proposte acustiche tra canzone d’autore e radici country e folk.
Remo Ricaldone


Arriva dal Midwest e precisamente da Rockford, Illinois un’altra nuova voce che contribuisce a rendere ancora più prezioso il panorama roots d’oltreoceano. Tra country, folk e tenui inflessioni pop, erede di quella grande tradizione cantautorale al femminile che ci ha regalato grandi emozioni con Emmylou Harris, Linda Ronstadt e Joan Baez alle quali Kelly Steward si ispira chiaramente, la cantante dell’Illinois ha fatto esperienze artistiche sulla west coast prima di tornare a casa ed intraprendere una carriera decisamente interessante visto questo suo “Tales And Tributes Of The Deserving And Not So”. Un viaggio intrigante tra inevitabili cenni autobiografici come nell’iniziale “Golden Sun”, racconto del suo viaggio di ritorno a Rockford alla seguente “Mississippi Risin’”, pregnante metafora della divisione che regna in America (e nel mondo) prendendo spunto dall’ol’ man river Mississippi, passando per la narrazione notevole di “Outlaw” che rimarca qualità espressive non comuni. Il suono è gustosamente elettro-acustico, le canzoni in gran parte caratterizzate da ‘tempi medi’ in cui la voce della protagonista risalta in tutta la sua vibrante bellezza, così da arricchire brani come “Travelin’ Ghost”, poetica e sognante, “Generation” che ha tutto l’incanto della migliore country music, “Heartbreak Heart” dalle toccanti inflessioni country-rock (come si diceva una volta) e  “Restless Heart” introdotta da una slide che ci catapulta nel deep south tra country e cenni ‘grassy’. Chiudono questo breve ma ottimo album “Earthquake” che rimanda ai tragici giorni del post-terremoto ad Haiti con le sue storie di sofferenza e di condivisione e “No Time For Loving You” che rimanda al ‘rockin’ blues’ di Bonnie Raitt e Susan Tedeschi, altre due figure apprezzate da Kelly Steward. Consigliatissimo.
Remo Ricaldone

23:11

Justine Vandergrift - Stay

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Ancora ottima roots music dal Canada, terra che si conferma vera fucina di talenti in questo ambito, presentandoci ora una voce femminile interessante che si muove tra country music e inflessioni folk-pop. Justine Vandergrift è già al terzo disco ma questo “Stay” promette di farla conoscere in maniera più ampia, articolando una selezione di canzoni in cui una voce calda ed avvolgente guida canzoni dall’immediato fascino. Inciso a Calgary, Alberta, l’album rivela arrangiamenti essenziali in cui pedal steel e chitarre elettriche avvolgono melodie di valore in cui Miss Vandergrift si trova perfettamente a proprio agio. Mitch Jay a pedal steel e le chitarre di Joey Landreth (che duetta nella bella “Oh, Sister”), Russell Broom e Brady Enslen sono tra i protagonisti di queste sessions e contribuiscono a rendere il suono sempre vivo e vibrante, fornendo la giusta base sulla quale la protagonista possa esprimersi al meglio. Ed in effetti tutto scorre in modo naturale ed ispirato, dall’introduttiva “Stay” alla riflessiva ed accorata “Anymore” (con Mitch Jay al dobro), dalle atmosfere country un po’ ‘old fashioned’ di “Crazy Enough” a una “You Need Time” che rappresenta uno dei momenti migliori del disco. Ad impreziosire ulteriormente il tutto ci sono l’acustica “Under Your Shell” cantata con il proverbiale ‘heart on the sleeve’ e una sorprendente “You’re Already There” che chiude il disco con inusitati suoni tra blues e country. Una bella prova quella di Justine Vandergrift, convincente e promettente per un futuro che si prospetta luminoso.
Remo Ricaldone

09:50

Nick Nace - Wrestling With The Mystery

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Nashville continua ad essere un forte polo di attrazione per quanto riguarda il panorama country/folk, catalizzatore per schiere di aspiranti cantanti ed autori provenienti non solo dagli Stati Uniti ma anche, come in questo caso, dal Canada. Nick Nace infatti rappresenta una delle migliori ‘nuove proposte’ arrivate in città, depositario di un notevole suono proprio a metà tra la canzone d’autore folk ed inevitabili quanto gustosi influssi country. Il percorso che ha portato Nick Nace a Nashville è stato comunque lungo ed articolato, passando per  New York City, grande richiamo per colui che all’inizio era interessato alla recitazione ma che ben presto si è innamorato di Bob Dylan e di coloro che hanno fatto la storia della musica americana delle radici. Il debutto di Nick Nace è nelle splendide canzoni che compongono “Wrestling With The Mystery”, fresche e spontanee, pregevoli e coinvolgenti, proposte con talento ed intensità avvicinandosi allo stile tra elettrico ed acustico che rimanda a gente come James McMurtry, Hayes Carll e Slaid Cleaves. Bastano poche note per entrare in queste storie toccanti e raccontate intimamente e con grande trasporto ed il trittico iniziale formato da “One More Song”, “Back On The Radio” e “Fly In A Bottle” ci mostra quanto sia valida la proposta. “Wine & Dine” è ancora intrigante, proposta con una immediatezza e spontaneità non comune, “Her Favorite Dirty Joke” è storia che il musicista dell’Ontario sa offrire in tutta la sua sincerità dando voce all’America più genuina mentre “Old Records” fa emergere poesia e nostalgia. Tra ricordi autobiografici ed esperienze passate e presenti il disco si snoda attraverso brani che lasciano il segno come “White Trash Southern Belle”, le eccellenti “Arkansas Traveler” e “Clarksdale Katie” ed una intensa e commovente “Grandpas Old Guitar” di cui Guy Clark andrebbe fiero. Un disco questo che merita di essere apprezzato e penetrato nel suo intimo più profondo, così come il suo autore, musicista dalle grandi doti di cui sentiremo ancora parlare.
Remo Ricaldone

09:47

Triggers & Slips - The Stranger

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Country music e rock’n’roll si sono spesso incontrati e fusi per dare vita ad emozioni forti ed indimenticabili. Questa volta ad unire con bravura e stile questi suoni sono i Triggers & Slips, sestetto di Salt Lake City, Utah guidato da Morgan Snow, frontman da più di dieci anni alla guida di una band interessante e dinamica. Con un ep ed un bel debutto ‘a lunga durata’ alle spalle (“Buffalo vs. Train”, 2015), i Triggers & Slips hanno affinato e modellato le canzoni di questo “The Stranger” in una infaticabile attività live che ha anche reso la band (John Davis, lap steel, dobro e chitarre elettriche, Tommy Mortenson, basso, Greg Midgley, piano ed organo, Page McGinnis, chitarre e mandolino, Eric Stoye, batteria) più coesa ed affiatata. Ospite d’onore di queste sessions è la brava violinista Kate MacLeod, protagonista di una ottima “Old Friends", forte di una notevole immediatezza e freschezza. Il sound è al tempo stesso ricco di riferimenti al classico country di Hank Sr. e di Johnny Cash ma anche di uno spirito rock a rendere il tutto affascinante nella sua attualità. Un misto di tradizione e modernità assolutamente vincente come nelle iniziali “The Stranger” e “Natchez Trace” che celebrano nel migliore dei modi il talento artistico di Morgan Snow e dei suoi pards. “Glass Window View” è un gioiellino acustico interpretato con spirito evocativo, nostalgico e malinconico, uno dei momenti più coinvolgenti ed appassionati, “Blue Smoke” rievoca fantasmi ‘outlaw’ nello spirito che fu del grande Waylon Jennings, dandone una lettura personale e anche più rock, “I’m Not Your Baby” ha invece nei cromosomi lo spirito soul in una ballata intensa e classicamente sudista. Le conclusive “Dig A Hole” e “Rooster” non fanno che confermare la bontà della proposta, la prima deliziosamente acustica con il banjo di Morgan Snow a guidare la melodia, la seconda è la sorprendente cover del brano degli Alice In Chains, apparentemente band lontanissima dallo spirito del gruppo ma vera passione per Morgan Snow il quale ha descritto così il suono della band: “Rock’n’Roll with a country soul”. Niente di più vero.
Remo Ricaldone

09:44

Dustin Welch - Amateur Theater

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Essere figli d’arte è certamente complicato, da una parte è una fortuna essere continuamente ‘esposto’ (come in questo caso) alla musica fin dalla più tenera età, dall’altra è impegnativo il paragone con padri che hanno percorso strade importanti e significative. Dustin Welch, figlio del grande Kevin, ha scelto la strada più personale e anche difficile, mostrando quanto ampi e variegati siano gli interessi musicali in questo suo terzo disco inciso nel corso di dieci anni. Dopo il debutto del 2009 con “Whisky Priest” ed il seguito quattro anni dopo intitolato “Tijuana Bible”, Dustin chiude questo trittico con “Amateur Theater”, disco che include un po’ tutto quello che negli anni ha assorbito, dal rock alle radici country/folk che permeano molti momenti di un lavoro pulsante, colorato e denso di grandi passioni. Prodotto da David Abeyta, chitarrista dei Reckless Kelly, “Amateur Theater” si apre con suoni contemporanei e rock per poi sciogliersi nella magnifica ballata elettro-acustica “Paranoid Heart” che rappresenta bene il ‘suo’ suono, con l’apporto di papà Kevin Welch, di John Fullbright e dello stesso Abeyta. E i legami tra Dustin Welch ed i Reckless Kelly non si fermano qui: nella introspettiva “Dresden Snow” c’è il violino di Cody Braun, mentre Caryann Hearst aggiunge dolcezza con i suoi controcanti. Tra i momenti che più si fanno notare, in una proposta comunque ricca ed articolata, ci sono la bellissima “After The Music”, ballata robusta e corposa che rimanda un po’ alla scena texana, “Double Single Malt Scotch” che si muove su territori simili con un’interpretazione calda e passionale, la movimentata e grintosa “Rock Hard Bottom” che un po’ ricorda i Reckless Kelly ma che mantiene una forte connotazione personale, “Cannonball Girl”, azzeccatissima nella sua freschezza pop e “Far Horizon”, vera ciliegina sulla torta con le sue inflessioni quasi appalachiane ed il banjo in primo piano imbracciato dallo stesso Dustin Welch. Disco che cresce molto con gli ascolti e che riserverà piacevolissime sorprese.
Remo Ricaldone


Jim Patton e Sherry Brokus rappresentano la classica tradizione folk di cui la scena texana va giustamente fiera in un percorso discografico che nel corso degli ultimi dieci anni ha prodotto quattro dischi confezionati con cura e amore per le radici. Lo sguardo indietro a questi anni prolifici è ora condensato in questo “Collection: 2008-2018” che è un po’ il sunto della loro carriera proponendo quasi un’ora di musica per la bellezza di diciotto canzoni. Un piatto decisamente corposo ed esaustivo che vede la coppia affiancata da alcuni dei migliori nomi della scena di Austin, Texas, dal produttore Ron Flynt che naturalmente contribuisce strumentalmente a basso, tastiere e chitarre all’ispirato fiddle di Warren Hood, dalle chitarre elettriche ed acustiche nelle mani di Marvin Dykhuis, Rich Brotherton, Mary Cutrufello e Scrappy Jud Newcomb alle soffici percussioni di John Bush. Scorrono così alcune delle migliori composizioni di Jim Patton soprattutto, con la partnership di Jeff Talmadge e Steve Brooks in alcuni momenti, a confermare la bravura di questi due artisti come in “My Hometown’s Not A My Hometown Anymore”, “Learning To Fall” e “Drown”. Quadretti elettroacustici di qualità come il poker iniziale formato da”I Never Give Up”, “Old Country Rd.”, “On The Day I Leave This World” e “Rebels Without Applause” dove si avvicendano le voci di Jim e Sherry dando un tocco folk, country e anche western. Un album questo che è sicuramente il modo migliore e più comodo per entrare nel mondo cristallino, limpido ed ispirato di Jim Patton e Sherry Brokus.
Remo Ricaldone

23:31

Libby Koch - Redemption 10

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Una serata speciale condivisa con un pubblico selezionato riunitosi negli studi Blue Rock di Wimberley, Texas per assistere alla riproposizione, nell’anniversario per i dieci anni di “Redemption” della bravissima Libby Koch, dell’esordio della cantante ed autrice di Houston, tra le più belle ed intense voci della scena del Lone Star State e non solo. Una vera comunione e uno scambio di ottime vibrazioni tra una band composta da alcuni tra i più esperti sidemen di Austin, Texas, dal co-produttore e polistrumentista Patterson Barrett, già con gente del calibro di Buddy Miller, Jerry Jeff Walker e Nanci Griffith, il batterista Eddie Cantu (con Bruce Robison, Maren Morris e moltissimi altri), il violinista Javier Chaparro, il bassista Glenn Schuetz (con Jimmy LaFave in passato) ed il chitarrista Bill Browder ed un pubblico attentissimo e partecipe in ogni canzone ed ogni nota. La location perfetta, la bellezza cristallina delle canzoni, il calore di ogni performance, la grande vena della vera protagonista della serata, Libby Koch, ha reso così questo “Redemption 10” il disco ideale per scoprire una storyteller dalle notevoli potenzialità, capace di coinvolgere ed intrattenere nella maniera migliore coloro che sono sensibili alla grande tradizione americana tra country e folk. Dall’omaggio alla città natale nella bellissima “Houston” che apre l’album all’unica cover, “I Still Miss Someone” di Johnny Cash, qui ripresa con intima passione e classe da vendere, il disco snocciola tutte le doti di Libby Koch, la sua bravura nel narrare storie con delicatezza, energia, grazia, sagacia. “Just The Way”, come molti altri momenti del disco, rimanda negli arrangiamenti e nelle melodie la storica e splendida Blue Moon Orchestra che accompagnava Nanci Griffith nelle pagine più significative del repertorio della collega texana, proposta in punta di dita e pregna di quel fascino tutto texano che continua ad emozionarci, “Can’t Complain” è impreziosita dal violino che disegna eccellenti arabeschi su un’interpretazione ancora convincente, “Stay With Me” è deliziosa nel suo incedere acustico, Redemption” gioca sugli stessi registri e con le stesse emozioni mentre “How Long” è più movimentata e magnificamente country, tra le più apprezzate dal pubblico. “Down” assume toni tra country music e gospel in una canzone dal turgido sapore sudista, “Don’t Give Up On Me” convince con una performance diretta e pulita, più elettrica delle precedenti e “Ready Now” chiude il cerchio in maniera magistrale. Un disco che entra di diritto tra le cose migliori dell’anno in ambito roots ed un’ccasione ghiotta per fare la conoscenza con Libby Koch.
Remo Ricaldone

23:28

Garrett T. Capps - All Right, All Night

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Texano con base a San Antonio, Garrett T. Capps è un altro nome da segnare sulla propria lista dei musicisti da seguire, un artista la cui country music risulta fresca e genuinamente legata agli stilemi del Lone Star State. Prodotto in coppia con Adam Odor, Garrett ha raccolto alcuni nomi importanti della scena texana per regalarci nove canzoni dal piglio dinamico e sicuro tra ballate, sferzate honky tonk e un approccio di grande qualità, nobilitate da gente come Lloyd Maines, Augie Meyers e Brendon Anthony tra gli altri che sono intervenuti a queste sessions tenute negli studi Yellow Dog di Wimberley e Blue Cat di San Antonio, Texas. Ispirato, brillante, legato a filo doppio alla tradizione, Garrett T. Capps bissa il primo disco di una trilogia iniziata nel 2018 da “In The Shadows (Again)” con questo”All Right, All Night”, aperto dalla title-track, pedal steel, ritmo, voce limpida, grande voglia di proporre country music autenticamente texana. “Alone With You” vede la presenza di Jamie Lin Wilson in un altro gioiellino di marca ‘outlaw’ che fa salire ulteriormente la qualità. Questi sono suoni che celebrano uno stile radicato in un substrato ricco e fertile, influenzato talvolta da rock e radici come nella cristallina bellezza di “Sunday Sun” che sarebbe stato bello vederla interpretata dal Tom Petty più roots oppure dalle passioni tex-mex di “Lately” con l’apporto dell’accordion di Augie Meyers. “A Beauty In The Horizon” conferma ottime doti compositive (tutte e nove le canzoni dell’album sono firmate da Mr. Capps), appassionandoci con un arrangiamento eccellente in cui spicca la pedal steel di Geoff Queen, “Lonely Heart” è ballata commovente e classica interpretata con la bella voce di Carson McHone, tra le migliori figure emergenti del panorama country contemporaneo, “Babe, I’ve Got To Go” è sciolta e coinvolgente, cantata con convinzione e sicurezza mentre le conclusive “Oblivion” e “Brand New Dance” sono ancora due momenti di eccellente country music, vissute e proposte nel modo giusto. Proprio il feeling, l’amore e il rispetto che continua a farci amare un suono che trova i suoi migliori interpreti nel Lone Star State.
Remo Ricaldone

23:25

Matt Patershuk - If Wishes Were Horses

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Tra i molti segreti ben custoditi della musica canadese, Matt Patershuk rappresenta bene quanto a nord del confine americano si producano eccellenti suoni roots, tra country music, folk, blues e canzone d’autore. Lui li rappresenta bene tutti, miscelandoli con attenzione ed intelligenza in una carriera decennale costellata da pochi ma significativi dischi, concepiti e proposti al di fuori dei grandi circuiti commerciali (Matt vive nell’estremo nord rurale dell’Alberta), mantenendo la barra dritta in un percorso autenticamente legato alla tradizione ma arricchito da una sensibilità profonda. A due anni dal precedente “Same As I Have Ever Been” ecco una nuova collaborazione (la quarta) con il pluridecorato Steve Dawson, uno che lo conosce bene e sa come cucirgli addosso il suono migliore. Ed in effetti questo “If Wishes Were Horses” oltre a presentarci un artista al top della forma, si avvale di una produzione cristallina dove ogni strumento brilla per limpida ispirazione e dove emergono le molte facce di una proposta decisamente intrigante. Country music dal sapore ‘old fashioned’, rock dalle reminiscenze classiche degli anni cinquanta e sessanta, la canzone folk vista da un’angolatura simile a grandi nomi come Kris Kristofferson, Jim Lauderdale o il conterraneo Ian Tyson, il blues come riferimento imprescindibile: le radici di Matt Patershuk sono queste, filtrate da una personalità importante che ha la sua sublimazione in brani come la gustosa “Ernest Tubb Had Fuzzy Slippers” nobilitata dall’inconfondibile armonica del maestro Charlie McCoy, con la steel di Steve Dawson a ricordare le vecchie incisioni di Hank Sr. Unica sostanziosa cover è “Sugaree”, firmata da Jerry Garcia e Robert Hunter, che ben si inserisce in un contesto ricco dove trovano posto alcune tra le migliori composizioni di Mr. Patershuk come “Circus”, il sontuoso country waltz di “Alberta Waltz” con pennellate di pedal steel eccellenti, una “Velvet Bulldozer” che con il suo intro di slide e piano elettrico ci porta direttamente dal profondo nord canadese agli swamps della Louisiana e ancora il robusto country elettrico di “Bear Chase”, il sapido hillbilly di “Red Hot Poker” o l’intima dolcezza di “Last Dance”. “If Wishes Were Horses” è un disco che rimanda ai suoni del passato risultando fresco e attuale, confermando grandi doti artistiche del protagonista e di coloro che lo hanno supportato.
Remo Ricaldone

23:22

Coyote Brother - Coyote Brother

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Coyote Brother è un nuovo duo formato da storytellers con una buona carriera alle spalle tra country music e canzone d’autore di ispirazione folk che si presenta con un debutto caratterizzato da melodie affascinanti ed un suono elettro-acustico di grande presa. Hayward Williams e John Hardin provengono dal Wisconsin, rispettivamente da Milwaukee e da Madison e vantano entrambi ottimi risultati per una vena sincera e genuina, cristallina e dinamica che ritroviamo anche più profonda e vibrante nelle nove canzoni che formano questo loro disco omonimo dove i suoni country sono permeati da un’aura tradizionale in cui gospel e folk contraddistinguono influenze tradizionali. Intime, delicate, vulnerabili e appassionate, le canzoni dell’album sono quadretti puri e deliziosi dove le armonie vocali sono evocative, le chitarre si intrecciano con sapienza e gli arrangiamenti regalano emozioni. Pedal steel , tastiere e la ritmica mai invadente sono la base perfetta per le composizioni di due musicisti legati da grandi affinità, da amicizia e da una visione assolutamente simile, perfezionata dal lavoro come produttore di Hayward Williams nel lavoro di qualche tempo fa di John Hardin intitolato “The Piasa Bird”. “A Part Of Me That’s Lonely” che introduce il disco è perfetta e significativa delle intenzioni dei Coyote Brother e il prosieguo mantiene le promesse accarezzando e cullando l’ascoltatore con sapienza e garbo. “Dharma Blues” è un altro momento accorato di folk dal taglio acustico, indicativo della bravura di Williams & Hardin nell’accostare limpide chitarre ed armonizzazioni, “Palmetto Wine” è più tradizionale, “Holy Rollers” rimanda inevitabilmente a “Will The Circle Be Unbroken”, “Alberta Goddamn” sfiora il blues, “Lucky Ones” eleva un già buon livello con una melodia da ricordare, tra le migliori del disco e poi “London Dry” da cui traspare la grande vena poetica del duo, “Get The Livin’ Done” in cui timidamente emergono passioni rock, seppur acustiche e “Mockingbird” che suggella, con steel e chitarre acustiche un album notevole.
Remo Ricaldone


19:26

Tim Grimm - Heart Land Again

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Tra i  più autentici narratori dell’America di provincia e dei suoi ritmi, personaggi e luoghi, Tim Grimm torna con la sua splendida famiglia rileggendo un album inciso originariamente nel 2000, quel “Heart Land” a cui il musicista dell’Indiana ha sentito il bisogno di dare nuova vita, nuova linfa a quelle eccellenti canzoni. “Heart Land Again” ripropone praticamente in toto quella selezione, regalando nuove emozioni ed arrangiamenti in linea con la sua attuale proposta. In compagnia dei figli Connor e Jackson, rispettivamente a basso e strumenti a corda come chitarre, banjo e mandolino, con il supporto fattivo della moglie Jan Lucas-Grimm all’armonica e a pochi ma preziosi cammeo come quelli del bravissimo pianista Dan Lodge-Rigal e della cantautrice Krista Detor con cui aveva condiviso anni fa il progetto “Wilderness Plots”, Tim Grimm mostra tutta la sua capacità di interpretare al meglio le radici country-folk con un piglio che ricorda il miglior David Mallett e tutta quella schiera di songwriters che hanno raccontato l’America rurale, spesso sofferente ma orgogliosa e ispirata. La semplicità melodica unita al gusto e alla propensione per melodie cristalline sono al centro di un progetto assolutamente vincente a cui sono state aggiunte due nuove canzoni, la toccante “Staying In Love”, la prima scritta dopo la morte del padre e “Love More”, uno sguardo alle difficoltà dell’attuale situazione americana, mischiando un po’ le carte e cambiando l’ordine dei brani. Qui c’è tutta l’essenza del Tim Grimm uomo ed artista, inevitabilmente legato alla terra e alle proprie tradizioni ma capace di distinguere il bene ed il male che ha attraversato e attraversa quel Paese. Due cover, “Carter’s Blues” di A.P. Carter ed il tradizionale “Sowin’ On The Mountains” a ribadire i legami con gente come Ramblin’ Jack Elliott, Woody Guthrie e la Carter Family e una serie di originali che lasciano l’ascoltatore con l’anima più leggera e il cuore gonfio di emozioni. Un nuovo luminoso capitolo di una carriera caratterizzata da una profonda coerenza e sincerità.
Remo Ricaldone

19:22

Helene Cronin - Old Ghosts & Lost Causes

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Dotata di grande espressività vocale, di uno stile in bilico tra country music, canzone d’autore folk e spruzzate rock e di eccellenti capacità compositive, la texana Helene Cronin firma il suo primo album ‘a lunga durata’ dopo due interessanti ep. La produzione di Matt King contribuisce a rendere nitide le melodie grazie ad arrangiamenti impeccabili dove una sezione ritmica di estrema efficacia come quella formata da due ‘Nashville Cats’ come Chad Cromwell alla batteria e Byron House al basso, le sempre magnifiche chitarre del ‘Fabulous Superlatives’ Kenny Vaughan e gli strumenti a corda (chitarre, steel e mandolino) nelle sapienti mani di Bobby Terry rendono queste canzoni veri gioiellini. Helene firma così il suo lavoro più maturo e completo regalandoci sprazzi di gran classe attraverso una scrittura di una bellezza non comune, notevole già in apertura con un pickin’ chitarrista che mi ha ricordato la prima Suzanne Vega ed il miglior cantautorato di estrazione roots in “Careless With A Heart”, suadente carezza e pura poesia. Più robusta e tesa è la seguente “Mean Bone”, pervasa di rock e blues grazie alla bella armonica di Heidi Newfield per poi tornare a cullarci con un’altra magnifica ed evocativa ballata, “Humankind”, pervasa da country music nella sua migliore accezione. Le performance vocali di Helene Cronin, il suo approccio cristallino, intenso, pulito sono una carta vincente del disco, una selezione che non sbaglia un colpo e che trasmette in ogni piega, in ogni verso, emozioni tangibili. “Devil I Know” è in questo senso un altro momento da ricordare, agrodolce e coinvolgente nei suoi chiaroscuri. “Riding The Gray Line” ci porta per mano nell’amato Texas sulle soffici note di una ballata dai toni ancora una volta commoventi che rimandano alle migliori canzoni di Mary Chapin Carpenter con cui Helene condivide intensità interpretativa. I ritmi poi risalgono con “El Camino Fly” che non sarebbe dispiaciuta a Tom Petty o a Melissa Etheridge, roots-rock notevole, “In A Kiss” è inevitabilmente accorata mentre “The Last Cowboy” è ballata che incarna splendidamente lo spirito western in un abito country-folk. Il trittico finale invece alterna folk e country come meglio non si potrebbe, iniziando da “God Doesn’t”, inserendo un ottimo brano country che sicuramente farà la sua bella figura dal vivo, magari cantato  anche dal pubblico, come “Mongrels And Mutts” e “Ghost” che suggella e conferma la grandezza di un nuovo nome da inserire tra i migliori della scena americana.
Remo Ricaldone

19:18

Spike Flynn - Just This Side Of Here

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Originario di una piccola cittadina del New South Wales, Australia, Spike Flynn è un eccellente storyteller con profonde radici country, folk e blues, in possesso di una vena compositiva solida e di quel fascino ‘visivo’ che rende le sue canzoni al tempo stesso legate alla sua terra natale e all’immaginario americano. Sono storie che vivono di emozioni acustiche degne della migliore tradizione americana, scolpite nelle rocce desertiche e riarse dall’implacabile sole australiano ma che potrebbero tranquillamente prendere vita nelle immagini del Wim Wenders di “Paris, Texas” o di “Non Bussare Alla Mia Porta” o tra le righe dei racconti di Sam Shepard. Tre dischi che in maniera crescente lo hanno posto all’attenzione degli appassionati a partire dall’esordio intitolato “It’s Alright”, bissato dall’ottimo “Rough Landing” che gli ha aperto molte porte consentendogli anche di aprire i concerti di Peter Rowan e di John McCutcheon tra gli altri. Ora “Just This Side Of Here” prosegue una strada ben tracciata in cui le ballate, che ricordano grandi come Guy Clark e John Prine, si dilatano spesso oltre i cinque minuti, a volte toccando i nove o dieci, senza mai risultare stanche o infiacchite. Voce roca ed epsressiva, pickin’ chitarristico che deve molto a folk e bluegrass, armonica che fa capolino qua e la tra le pieghe di un racconto i cui capitoli seguono una linea precisa in cui si inseriscono dobro, fiddle, chitarre slide e anche, sorprendentemente, un flicorno a suggello di un’originalità sempre perseguita dal musicista australiano. Nostalgia e malinconia pervadono l’album, dall’introduttiva “Like A Breeze” alla naturale chiusura affidata a “You’re Going To Get Through”, un lavoro che ha i suoi punti più alti nelle intense e descrittive “Incident In The Stony Desert” e “Nth West Country Dance Floor”, in “Father O’Connell”, “Smoke At The River Bend” e “Minstrel Man”, poeticamente ricche e pervase da un incisivo stile lirico. Spike Flynn merita l’attenzione di chi non si ferma alle apparenze ma vuole scavare nel profondo delle canzoni per penetrare l’intima essenza del poeta.
Remo Ricaldone

19:15

Annie & Rod Capps - When They Fall

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Chelsea, Michigan è la base dalla quale partono Annie & Rod Capps, da alcuni anni una delle coppie che si sono più messe in mostra al Kerrville Folk Festival, splendido appuntamento della ‘Hill Country’ texana dedicato alla canzone d’autore tra folk e country. Con già otto dischi al loro attivo la coppia si è sempre espressa con un caleidoscopico mix di influenze, suoni che comprendono bluegrass e country music, folk e cajun, swing e rock in un alternarsi di belle armonizzazioni vocali e di parti strumentali contagiosamente intriganti. “When They Fall” è un chiaro messaggio di gioia e introspezione, vibrante vitalità e intime considerazioni proposte con quella naturalezza di chi è abituato a maneggiare la materia roots da anni. Suoni in gran parte acustici, fascino ‘retrò’ e sviscerato amore per le proprie radici, queste sono le caratteristiche di un disco che si ‘sorseggia’ con facilità passando dal divertente swing di “Beautiful Scarecrow” alle rivisitazioni cajun di “Poor Old Me”, da “While It Lasted” con il suo fascino multiforme tra rock e radici un po’ sixties a “Happy New Year” con violino e pedal steel a rendere ancora più tersa una melodia indovinata. Tra le cose più godibili dell’album ci sono poi “This Little Apple” sostenuta da un bel ‘train’ ritmico e da ottimi intrecci chitarristici, citando alcuni grandi musicisti che ci hanno lasciato, da Tom Petty a Glen Frey tra gli altri, i profumi bluegrass contenuti in “Built The Fire”, “(That Would Do) Some Good” morbida e appassionata e “When They Fall” con quel suo incedere sinuoso e in certi momenti vicino a certo jazz. Brani che contribuiscono a rendere variegato ed interessante un disco dalle molteplici sfumature, tutte in grado di attrarre e divertire l’ascoltatore.
Remo Ricaldone

17:33

The Steel Wheels - Over The Trees

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Poche sono state le bands che hanno saputo ‘maneggiare’ la materia roots con tale freschezza e personalità come gli Steel Wheels, quintetto proveniente da Harrisonburg, Virginia. In un panorama così competitivo come la scena acustica americana il gruppo guidato dal cantante, chitarrista e banjoista Trent Wagler ha saputo ritagliarsi uno spazio importante al fianco di compagini come i Trampled By Turtles, gli Infamous Stringdusters e gli Steep Canyon Rangers in una continua ricerca di suoni che sappiano rivitalizzare le proprie radici bluegrass, punto di partenza di tutte queste realtà. Le voci, l’uso preponderante di strumenti acustici usati però con attitudini rock, variabili melodiche che travalicano i confini e gli stilemi country senza mai svilirli, tutto questo concorre a rendere considerevole il repertorio degli Steel Wheels, con gli anni arricchitosi di sempre più colorazioni. Attorno al leader si sono raccolti il chitarrista e mandolinista Jay Lapp, il fiddler Eric Brubaker, il bassista Brian Dickel e il batterista Kevin Garcia dando vita ad uno dei più intensi lavori dalla loro fondazione nei primi anni duemila, uniti anche da tragiche vicende che li hanno visti coinvolti e che hanno contribuito ad una maggiore consapevolezza e solidarietà tra le varie componenti. “Over The Trees” non è solo un disco in cui gli Steel Wheels propongono nuove vie alla roots music ma è anche la sublimazione delle loro personalità e del loro caleidoscopico talento, unendo con intelligenza country music, folk, pop-rock e bluegrass. L’inconfondibile voce di Trent Wagler apre “Rains Come” e subito ci rendiamo conto di quanto debbano ancora darci gli Steel Wheels, con i fiati di Matt Douglas a fare da contrappunto ad una canzone che sta tra gli Appalachi e Tom Waits. “Keep On” racchiude tutta la forza e l’espressività della band in un brano tra passato e presente, in perfetto equilibrio, “Falling” ci rapisce il cuore con una ballata che mi ricorda e vedrei bene nel repertorio della Randy Rogers Band, con il fiddle di Eric Brubaker che si fa struggente più che mai, soprattutto sapendo che ha recentemente perso la figlia di dieci anni a cui è dedicato questo “Over The Trees”. “Something New” ha il sapore arcaico ma al tempo stesso contemporaneo del retaggio sonoro della band in un bel rimando di voci e di strumenti acustici ed elettrici mentre “I’ll Be Ready”, introdotta da un piano cristallino, è un’altra ballad dai toni intimisti e pregni di poesia. “Get To Work” ha invece toni più ‘southern’, più bluesy, “Time To Rest” rimanda a certe cose della Band di Robbie Robertson, certamente un ‘faro’ per moltissimi gruppi che si rifanno ai suoni roots, “Road Never Ends” scorre bene pur non raggiungendo le vette di altre canzoni, “Under” è tra i gioiellini del disco e starebbe bene nel repertorio di Old Crow Medicine Show o Avett Brothers. A chiudere ci sono l’originale e particolare “Waiting In The Dark”, sospesa tra atmosfere eteree e sognanti e “This Year”, intimo momento cantato ‘a cappella’. Disco sostanzioso e stimolante.
Remo Ricaldone

17:30

Frankie Lee - Stillwater

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Già dal titolo del suo secondo album Frankie Lee è intenzionato a rivivere e rivedere le sue radici e le sue influenze, tornando a risiedere nella nativa Stillwater, Minnesota per pubblicare storie sospese tra la narrazione di un’America di provincia la cui ordinarietà si presenta con un fascino spesso irresistibile e la presenza di una ‘fauna’ che è il condensato di tutte le qualità e i difetti dell’animo umano. Lo stile è essenziale e si potrebbe collegare ai vari Israel Nash, Dylan LeBlanc e, specialmente nelle ballate pianistiche, al Neil Young di metà anni settanta. L’uso della pedal steel lo avvicina invece a certa country music filtrata attraverso una visione molto personale, legata agli anni in cui Frankie visse in Texas innamorandosi di Townes Van Zandt e Joe Ely. “Only She Knows” in questo caso è molto significativa e rimanda ai primissimi Flying Burritos e alle pagine migliori di certo country-rock mentre tra le canzoni più intense “Downtown Lights” descrive le motivazioni che portarono la sua conterranea Jessica Lange a lasciare Stillwater. Le intime sensazioni di un ritorno a casa fortemente voluto, i legami con una terra aspra ma fortemente poetica nella sua essenza più vera sono il filo conduttore di un disco capace di coinvolgere per profondità poetica e senso della melodia come nella nostalgica “In The Blue”, nell’introduttiva “Speakeasy” dall’arrangiamento seducente e nello splendido quadretto di “(I Don’t Wanna Know) John” tra country e canzone folk. “Blinds” rimane sempre in bilico tra melodie country, citazioni ‘younghiane’ (anche per l’uso dell’amonica molto evocativo) e suoni soffici e delicati, così come “One Wild Bird” dove la canzone d’autore si fa eterea e accorata ed il break chitarristico ricorda la produzione solista di Mark Knopfler. A chiudere l’album troviamo invece “Broken Arrow” con belle aperture melodiche grazie all’uso di chitarre acustiche e steel e “Ventura”, piano, armonica e voce in un momento di struggente bellezza che farebbe la sua ottima figura in dischi come “Time Fades Away” o “Tonight’s The Night” di Neil Young. Un lavoro questo che regala suoni in bilico tra passato e presente, elegiaci e stimolanti.
Remo Ricaldone

17:26

Drew Holcomb & The Neighbors - Dragons

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Sono stati anni intensi questi ultimi per Drew Holcomb, musicista con base in Tennessee il cui nome sta circolando parecchio negli ambienti roots americani. Dal punto di vista personale e da quello artistico Drew ha affrontato parecchie novità che inevitabilmente ha racchiuso in queste canzoni che formano un disco originale, dinamico, vivace, dalla grande ampiezza di tonalità e colori. La condivisione del palco con personaggi del calibro di Willie Nelson e Zac Brown Band, la partnership compositiva con autori come Lori McKenna (grande ‘penna’ spesso ripresa in ambienti country), Natalie Hemby (membro delle Highwomen), Sean McConnell (compagno di tour e vicinissimo alla sua personalità musicale) e Zach Williams dei Lone Bellow, gli intensi legami familiari (e non solo) con la moglie Ellie Holcombe, la naturale crescita e maturazione artistica hanno portato Drew a fornire una amplissima tavolozza di sfumature e di sensazioni, unendo passato e presente in un invidiabile contesto.  La forza di Drew Holcomb sta nella sua grande comunicatività, nell’umanità e nella sincerità di ogni sua canzone, toccando radici country ma fornendone una versione dal gusto contemporaneo con gradazioni pop, rock e cantautorali. La ‘everyday life’ è al centro dei temi di “Dragons” dove si intrecciano gioie e dolori, speranze e preoccupazioni in un insieme estremamente godibile, a partire da “Family”, vero manifesto della raccolta, pimpante e trascinante introduzione. La perizia del polistrumentista Nathan Dugger, la sagacia del produttore Cason Cooley qui anche alle tastiere, la solidità di una sezione ritmica come quella formata dal batterista Will Sayles e dal bassista Rich Brinsfield rendono delizioso e gradevole il sound, spesso permeato da slanci pop e da ironia profusa in quantità. La canzone country-folk della title-track “Dragons”, classica quanto basta, il romanticismo di “See The World”, la fulgida melodia di “You Want What You Can’t Have” a mio parere tra le più belle, il fascino sudista di “Maybe” elevano tutta la parte centrale dell’album, senz’altro la più ispirata. Nel finale sono ancora da citare la più movimentata e ‘rockeggiante’ “Make It Look So Easy” e, a fare da contraltare, le suggestioni della più intimista “Bittersweet”, due estremi di un lavoro che, pur non essendo il suo album più completo, presenta un talento da non sottovalutare.
Remo Ricaldone

17:23

Bobbo Byrnes - The Red Wheelbarrow

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“The Red Wheelbarrow” segna un nuovo godibile capitolo nel percorso musicale di Bobbo Byrnes, infaticabile roots rocker californiano che porta avanti quel suono caro a band come Green On Red e Long Ryders e che continua ad essere fresco e vibrante. Cover ed originali scelte con lo spirito giusto a formare un insieme trascinante e privo di ogni inutile orpello, interpretato con entusiasmo e grande dinamismo con evidente amore per la country music del Golden State e per il più frizzante rock’n’roll. Il disco non è solo un mero esercizio di nostalgia per stagioni ispirate in cui rock e radici venivano accostate con sagacia e qualità ma risponde all’urgenza di coinvolgere l’appassionato consegnando alcune sorprese come la cover di “Virginia Plain” dal repertorio dei Roxy Music con la presenza dello storico chitarrista della band inglese Phil Manzanera, ‘rigenerandola’ con spirito quasi alternative-country, riprendendo un gioiello poco noto del primo John Prine come “Mexican Home” e maneggiando con rispetto e amore il classico “Looking At The World Thru A Windshield”. Di sicuro impatto sono poi gli originali, a partire dal trittico introduttivo formato da “Look For It”, “Double Down” e “Part Time Cowboy” che inquadrano nel migliore dei modi le intenzioni del protagonista. “Mrs. What’s His Name” mostra ancora tutta la genuinità di Bobbo Byrnes in un rock’n’roll onesto e sincero, assolutamente non rivoluzionario o originalissimo ma dannatamente godibile, così come fresca risulta “Lovers” presa dal catalogo dei losangeleni Five Easy Pieces, una pagina decisamente poco conosciuta ma degnissima e piacevole. Così come il prezioso lavoro che sta facendo Mr. Bobbo Byrnes.
Remo Ricaldone

16:25

Josh Gray - Songs Of The Highway

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Il cuore più alternativo e passionale di Nashville, Tennessee ha una nuova voce di cui essere fiero, un artista dalle notevoli doti che da’ il suo fattivo contributo a quella scena ‘alternative country’ che continua a rappresentare il meglio nell’ambito roots. Josh Gray non fa nulla di rivoluzionario o trascendentale ma riesce maledettamente bene a riproporre quella miscela di folk, country, rock e soul che continua ad affascinare legioni di fans legati a quel romanticismo di strada che generazioni di musicisti hanno proposto nelle decadi passate. “Songs Of The Highway” non poteva essere titolo più azzeccato per queste storie infarcite di seduzione per la vita ‘on the road’ con il proprio bagaglio di asprezze, ricerca della felicità e disillusioni e Josh Gray si presenta con sicurezza sia nelle parti vocali che nella scelta degli arrangiamenti, curati con il prezioso lavoro di Drew Carroll. Particolarmente toccanti sono i momenti riflessivi ed acustici come “All Out War”, “Ghosts”, “Woodland Rose” e “Born In Tennessee”  dove il bel fiddle di Kenzie Miracle gioca un ruolo fondamentale e regala più di un brivido, mentre molto godibili sono quelli più ritmati e movimentati a partire dalla accoppiata vincente che apre il disco, “Songs Of The Highway” e “Take Her By The Hand”. “Two Hearts” ha il sapore di certe cose di Johnny Cash e ne segue le orme omaggiando le sue radici ‘outlaw’ mentre pimpante e fresca è “Midnight Rendezvous” a controbilanciare un mood spesso malinconico ed intimista. East Nashville ancora una volta conferma la bontà di una scena fortemente propositiva e consistente.
Remo Ricaldone

16:23

Ed Dupas - The Lonesome Side Of Town

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Texano dallo spirito errabondo, Ed Dupas ha ora base in Michigan dopo una parentesi in cui era vissuto in Canada e ci propone il suo terzo disco in studio, un album che lo conferma tra i più validi nuovi storytellers tra rock e radici mostrando in pieno forza e talento. Vicino allo spirito di Steve Earle e Chris Knight, Ed firma un album dalle solide trame ‘blue collar’ dove la vita di provincia assume grande fascino e profondità espressiva. Concepito in solitudine in uno studio della cittadina di Greenville, Michigan, “The Lonesome Side Of Town” è nuovamente prodotto da Michael Crittenden che questa volta ha suggerito al protagonista di cambiare modalità di registrazione dopo due dischi praticamente incisi ‘live in studio’ con la propria band per ricreare il più genuinamente possibile il sound dei concerti. Il risultato è comunque ugualmente positivo, merito soprattutto della ‘penna’ di Ed Dupas, del suo coinvolgimento emotivo e dell’ottimo ‘sfondo’ sonoro che il produttore gli ha fornito. Grandi ballate elettroacustiche, midtempo incisivi e momenti in cui ci si avvicina ad un ‘roots rock’ fiero e autentico: queste sono le peculiarità di questo lavoro che rimarca notevoli doti letterarie e l’amore per le piccole storie di ‘small towns’ proposte con approccio accorato. “The Lonesome Side Of Town” viene introdotto dalla canzone che ne fornisce il titolo e sin dalle prime note si possono apprezzare una maturità e una schiettezza non comuni, mentre “Lonely” segue a ruota esprimendo con semplicità il ‘mood’ complessivo di questo progetto. Le chitarre elettriche e quelle acustiche sono il nucleo attorno al quale di sviluppano le melodie, spesso affiancate dalla pedal steel che fornisce le assonanze con gli stilemi country e una sezione ritmica mai invadente e sempre efficacemente ‘sul pezzo’. Inevitabilmente molte storie di svolgono lungo le ‘strade blu’ americane, con tutto il bagaglio di sofferenza e speranza, nostalgia e abbandoni, dalla eccellente “Both Hands On The Wheel” giocata su un ‘train time’ godibilissimo alla struggente e bellissima “The Things I Miss” in un’alternanza di brani midtempo e ballate. Il robusto roots rock di “State Of The Nation”e poi ancora le coinvolgenti “Hypnotized”, “Love Me Right” e “Just For Two”, con la genuina country song di “It Tears The Heart Right Out Of Me” contribuiscono a fornire un quadro assolutamente esaustivo e pregevole per chi ama i suoni ‘americana’ ed alternative country. Un disco ed un personaggio consigliatissimi.
Remo Ricaldone

16:19

Susan Gibson - The Hard Stuff

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nata in Minnesota ma da tempo residente in Texas, Susan Gibson è prima di tutto autrice dotata di grande sensibilità, ispirata dal suo spiccato senso melodico che l’ha portata a scrivere ottime canzoni che solo sporadicamente hanno raggiunto un particolare successo commerciale. Solo “Wide Open Spaces” portata al successo dalle Dixie Chicks ha reso giustizia alla bravura di un’artista capace di creare intimi quadretti di vita sulle note di una country music spesso impreziosita da sensazioni pop e folk, mentre la sua discografia, che comprende sei dischi in studio ed uno live, rimane qualitativamente profonda e da scoprire. Sono passati alcuni anni dalle sue precedenti tracce discografiche e ora “The Hard Stuff” riempie questo vuoto con una serie di canzoni che fissano un periodo della vita di Susan Gibson certamente non facile ma che regalano all’ascoltatore alcune piccole gemme. A differenza della sua dimensione live dove l’essenzialità acustica la porta più vicino alla tradizione country-folk, i suoi dischi sono spesso arrangiati con cura ed attenzione (in questo caso dal bravo Andrè Moran negli studi Congress House di Austin, Texas) colorando ulteriormente i brani senza tuttavia renderli meno efficaci. E’ il caso di “Imaginary Lines” e “Antiques” che aprono il disco con la piacevolezza pop e la sempre eccellente vocalità di Miss Gibson, fissando un suono mai artefatto ma che al contrario gode di una ampia tavolozza di colori adeguatamente centellinati. “The Hard Stuff” con i fiati a fare capolino, sorprendentemente, è la canzone più particolare e a me ricorda alcune cose della Suzanne Vega più frizzante, “Looking For A Fight” è uno degli ‘highlights’ del disco grazie ad una melodia che si avvicina alla migliore tradizione folk mantenendo intatto il suo fascino contemporaneo, così come lintensa “The Big Game”, altro momento topico. “Diagnostic Heart” cattura la più intima essenza di una vera grande autrice in una ballata sontuosa, “2 Fake IDs” sposta le atmosfere maggiormente verso la ballata country con la pedal steel che diventa protagonista e ci accarezza, “Hurricane” è un altro bell’esempio della scrittura di Susan Gibson che chiude l’album con due eccellenti canzoni come “Wildflowers In The Weeds”, poesia allo stato puro e “8 x 10” che inquadra alla perfezione la sua essenza acustica e la sua bravura al banjo. Disco questo che ben fotografa le varie sfumature di una personalità intrigante e da conoscere.
Remo Ricaldone

16:16

Dennis Roger Reed - Before It Was Before

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dennis Roger Reed è un musicista che ha saputo attraversare e condensare i classici suoni della tradizione americana, country, folk e blues, inquadrandoli in ambientazioni ‘di provincia’ che hanno mantenuto intatto l’amore e lo stupore per il proprio prezioso retaggio culturale. Il suo è un repertorio che miscela originali, cover e tradizionali in un insieme dotato di grande fascino, maturato grazie alle tante frequentazioni illustri. Dennis Roger Reed ha infatti condiviso il palco con gente come JJ Cale, Rodney Crowell, Jesse Colin Young, John Sebastian e Texas Tornados tra gli altri, prendendo da ciascuno un insegnamento che ha messo in pratica nei suoi quattro dischi solisti di cui “Before It Was Before” rappresenta bene il condensato del suo lavoro. L’album è un ottimo viaggio nella musica americana delle radici e grazie al ‘fil rouge’ rappresentato dalla sua interpretazione strumentale del tradizionale “Corrina Corrina” che appare all’inizio, a metà e alla fine,  diventa un racconto omogeneo e sostanziale. Tradizionali come “The Cuckoo”, “Jesus On The Mainline” rivisto in forma strumentale e “Dark Hollow”, cover riproposte con estremo rispetto ed amore come le ‘dylaniane’ “If Not For You” e “One Too Many Mornings”, “I’d Rather Be Your Enemy” di Lee Hazlewood, “Back On The Street Again” di Steve Gillette, “Let The Mermaids Flirt With Me” di John Hurt, “It’s All Over Now” di Bobby Womack e i gioiellini poco noti rappresentati da “River Of Love” di Michael Hall e “Never Again Or Forever” di Jules Shear e Rick Danko con gli originali “I Had To Ride”, “Reconciliation” e “Up Until Now” formano un unicum efficace ed ispirato, proponendo un musicista che certamente non ricerca la fama ma lavora di fino per preservare una tradizione che nelle sue mani mostra l’ attrattiva di un suono senza tempo.
Remo Ricaldone

17:48

Lost Immigrants - Californium

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Quindici anni di attività, una manciata di ottimi dischi che, a partire dall’esordio prodotto a Ray Wylie Hubbard, hanno contribuito a ridefinire la Texas Music degli anni duemila e ora un nuovo album che segue di quattro anni il bel “Live At The White Elephant Saloon” che confermava la bontà anche dal vivo del progetto Lost Immigrants. James Dunning è sempre saldamente al timone ed è a mio parere una delle migliori ‘penne’ del Lone Star State, qui spesso affiancato nella scrittura da nomi non molto noti ma con un risultato decisamente positivo. “Californium” infatti è un album di qualità, dinamico, interpretato con grande trasporto da una band guidata con mano salda dalla voce di James Dunning ma che al suo interno contiene una buona dose di talento e di calore, con le tastiere di Ryan Pool, le chitarre di Blake Brownlee e la sezione ritmica formata da Chad Stewart alla batteria e da Eric McGinnis al basso a formare un solido background strumentale. Inciso nell’area di Dallas/Fort Worth, “Californium” dimostra che gli anni non sono passati invano, denso com’è di suoni elettro-acustici che si pongono via via tra rock e radici nella migliore tradizione texana. Canzoni che si prestano ad essere cavalli di battaglia anche in concerto, come “Home” dal contagioso refrain, l’iniziale “Heartache & Lithium” che spazza subito via la ‘ruggine’ di qualche anno di silenzio discografico, “My Last Name” che non ha niente da invidiare ai migliori nomi sulla piazza tra Oklahoma e Texas, “Can’t Make Mexico”, “Doubts On Me” altra canzone cantata con il cuore in mano, “All Your Own” dalla deliziosa aura ‘outlaw’, “Gone” intensa e vigorosa e “Lost Angeles”, eccellente ballata pianistica che commuove per trasporto e coinvolgimento. “Californium” copre nel migliore dei modi un’assenza discografica che iniziava ad essere lunga e porta giustamente alla ribalta una band da conoscere.
Remo Ricaldone

17:45

Lucy Isabel - Rambling Stranger

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Rambling Stranger” racchiude al meglio l’essenza musicale e la personalità di Lucy Isabel, brava autrice e cantante giunta al primo lavoro ‘a lunga durata’ dopo due ep pubblicati negli ultimi tre anni. Nata nel New Jersey ma attualmente residente a Nashville dove ha trovato casa in quella parte di città che contribuisce a nobilitare i più genuini suoni tra ballate dal sapore folk e una country music che vira verso territori alternativi senza mischiarsi con la scena commerciale della capitale del Tennessee, Lucy Isabel ha maturato uno stile cristallino e variegato, ispirato dalla sua indole errabonda e dal richiamo, sempre forte, della strada. Potremmo avvicinarla ad una Brandi Carlile o magari anche a una Lucinda Williams meno ’ciondolante’ con le quali condivide l’amore per storie intrise di vita di provincia, modellate tra spinte elettriche e delizie acustiche che si alternano in queste ottime dieci canzoni. “How It Goes” mostra subito le sue doti con belle chitarre elettriche che fanno da sfondo ad una scrittura decisamente matura mentre la seguente “Something New” ci culla con una splendida folk song in cui il banjo è il protagonista e la melodia risulta vincente. Tra nostalgie del nativo Jersey, la consapevolezza di aver trovato radici stabili a Music City e il forte richiamo della west coast con tutto il suo bagaglio di riferimenti, il disco ci porta per mano su strade già battute ma con tutto il talento di una nuova voce che merita riconoscimenti e l’apprezzamento di chi ha un debole per i suoni country/folk. “The Road Ahead”, la nostalgica e struggente “Rambling Stranger”, “California Coming Down” a cui la protagonista è particolarmente legata, “Little Bird” e la bella ballata pianistica (che a me ricorda molto Jackson Browne) “Don’t Ask Me Why” sono alcuni dei momenti migliori interpretati con grazia e grande bravura, una vera boccata d’aria fresca in un lavoro ottimanente strutturato che ha molti motivi per essere amato.
Remo Ricaldone

17:42

Silver Lake 66 - Ragged Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |


E’ da molti anni che Maria Francis e Jeff Overbo hanno legato le proprie aspirazioni e le proprie carriere artistiche sulla scia di un ‘old school country’ venato di folk e blues, le loro più forti influenze. Dapprima nel Midwest, poi per alcuni anni a Los Angeles e infine a Portland, Oregon hanno calcato i palchi di innumerevoli clubs forgiando uno stile vocale e strumentale di grande fascino, da qualche tempo sotto il nome di Silver Lake 66. Il loro secondo album con questo nome si intitola  “Ragged Heart”, lavoro che documenta in modo brillante ed inequivocabile quanto siano cresciuti in maturità e sincero coinvolgimento, riuscendo ad esprimere in ogni piega del loro sound una grande voglia di rimanere legati alle proprie radici. “Blue Earth County” spicca per vivacità e feeling, presentando subito in apertura uno dei loro ‘highlights’ con tanto di pedal steel e chitarre ricche di ‘twang’, la title track “Ragged Heart” è scorrevole e sostenuta da un bel ritmo e da una melodia godibilissima, “Broken” è invece una country ballad dal sapore antico. Produzione e composizione sono tutti nelle mani di Maria Francis e Jeff Overbro, qualitativamente superbe, come le chitarre, ancora ricche di splendidi riverberi, di “Faded Tattoo”, altro piccolo gioiellino, oppure “Check Out The Cash” che si rivela ballata sostanziosa arricchita da una discreta sezione fiati che da’ un tocco ‘southern’, mentre la pedal steel di Bryan Daste, spesso protagonista, suona suadente nella intima “Hard Thing To Do”, altra ballata da ricordare. Da citare ancora “Like A River”, altro eccellente esempio di ‘americana’ interpretato con il cuore, con le due ballate che chiudono il disco, “Broken Dreams & Cigarettes” e “Such A Mess” a confermare la qualità di una scrittura decisamente intrigante.
Remo Ricaldone

17:56

Thom Chacon - American Way

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Thom Chacon, cantautore di Durango, Colorado, rappresenta al meglio quella che è la più genuina tradizione degli storytellers e dei troubadours americani, figli di quella storia che da Woody Guthrie in avanti ha unito l’urgenza del narrare racconti densi di impegno sociale e politico al naturale bisogno di esprimere sentimenti personali ed accorati legati ai rapporti interpersonali. Tra lo Steve Earle dell’ultimo periodo e lo Springsteen più ‘militante’, aggiungendoci il carisma di un John Prine o di un Guy Clark, le canzoni di Thom Chacon sono piccole gemme che evocano un’America dai mille contrasti e dai mille volti in un viaggio appassionato ed appassionante che ora si arricchisce di un ep di soli quattro brani ma di grande passione e profondità. “American Way” gioca ancora con le emozioni in un contesto acustico dove accanto alla chitarra acustica e all’armonica del protagonista ci sono il contrabbasso di Tony Garnier e l’organo hammond di Tommy Manuel, un percorso rigoroso e coerente, essenziale e coeso che pur nella sua brevità (poco più di quindici minuti) riesce a coinvolgere e regalare all’ascoltatore una manciata di avvincenti episodi. Tre originali di Thom Chacon (senza dimenticare l’apporto di Perry A. Margouleff in fase di composizione) e una splendida cover compongono il programma di questo ep, aperto dalla bella melodia di “Nothin’ But You” con un delizioso arpeggio di acustica, un solido lavoro di contrabbasso e un organo che da’ quel tocco poetico ad aumentare il tasso espressivo, peculiarità queste condivise in tutti i brani del disco, un disco che continua con l’intensa “Rhythm In My Heart”, interpretata con l’ormai consueta forza. “The American Way” è canzone decisamente potente, così come la versione di “One Of Us”, magnifica composizione di Eric Bazilian degli Hooters portata al successo anni fa da Joan Osborne. Commovente ed emozionante finale per un breve ma eccellente lavoro portato a termine con feeling e grande cuore.
Remo Ricaldone

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