18:10

Anthony Garcia - Acres Of Diamonds

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nativo di Lubbock ma residente ad Austin, Anthony Garcia  è protagonista di uno dei più interessanti album di quest’anno con la sua intrigante ed affascinante ‘cinematic Americana’ come definito da più parti il suo mix di radici country ed elementi rock e classica. “Acres Of Diamonds” è un viaggio estremamente eclettico attraverso l’immaginario americano unendo la scrittura di un Cormac McCarthy alle fascinazioni di un regista come Robert Rodriguez, le aspre ballate folk e la più vibrante tradizione rock, la struttura ispirata alla musica classica e le radici country. Un multiforme insieme di emozioni e di riferimenti che fanno di questo disco un lavoro veramente notevole, originale e ricchissimo di spunti. L’introduzione è affidata a “Santa Rosa”, canzone che racchiude l’essenza più bella dei suoni texani ‘di confine’, con violino e chitarre elettriche ad inseguirsi per creare le giuste atmosfere, mentre è di estrema efficacia la chitarra acustica che guida la più pimpante “Fire Song”. Lo splendido trittico iniziale è completato da un’altra ballata da incorniciare, più elettrica e rock ma con il violino a mettere in primo piano le radici, “Apparitions”. “The Wind” è più acustica e vicina agli stilemi folk, narrata con piglio sicuro ed ispirato e con il sapore della polvere del deserto, “Haunted Hotels” definisce poi la quintessenza del suono di Anthony Garcia con i suoi continui riferimenti a pop, rock e classica ma senza sminuire il peso poetico che è sempre rilevante. “My Hands Are My Eyes” segue ancora questa falsariga con maggior ritmo e coinvolgimento, risultando tra le più ‘easy’ dell’album ma è con la seguente “For Your Love” che si affonda nella più bella poetica di Anthony Garcia in un’altra rock ballad in cui è protagonista il piano. “Jane” e la title-track “Acres Of Diamonds” sono le canzoni a cui è affidata la chiusura: la prima molto cinematografica con rimandi ‘morriconiani’ e la seconda ancora una volta vincente per melodia e trasporto emotivo. Caratteristiche queste che certamente non mancano ad Anthony Garcia, una delle più belle sorprese in arrivo dal Texas.
Remo Ricaldone

18:09

Andy Baker - North Country Sky

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Fortemente poetica, spesso introspettiva ma sempre intrisa di grande umanità, la musica del cantautore del Michigan Andy Baker è l’esatta fotografia di un personaggio che si muove tra country e folk, con uno sguardo attento alla canzone californiana degli anni settanta. “North Country Sky” è il suo quarto sforzo discografico ed è un lavoro impeccabilmente bilanciato tra acustico ed elettrico, prodotto a quattro mani con Ian Gorman che presta il suo banjo alla canzone che apre questa selezione e che ne fissa ispirazioni e tonalità, un brano che fa emergere tutta la sua saggezza e la sua positività. C’è per tutto l’album una grande attenzione alle liriche, sospese in qualche modo tra le esperienze vissute, sofferte o gioiose che siano, con l’empatia nei confronti di chi ne ha bisogno. Andy Baker si è fatto notare dalla critica e dagli appassionati di canzone d’autore anche per il suo pregevole stile chitarristico e per la sua versatilità srumentale che gli ha permesso di creare una bella selezione di canzoni che rendono il disco più che piacevole. Il romanticismo e la freschezza di “Skywriter”, l’omaggio alla sorella scomparsa giovanissima a causa di una grave malattia in “Sixteen”, “Next Right Thing” ballata intrisa della miglior country music con la pedal steel del bravo Drew Howard, il delizioso arpeggio di acustica di una ballata coinvolgente come “I Know”, la palpabile sofferenza di una donna giapponese che ha perso il marito nel drammatico tsunami del 2011 in “Tsunami”, “Running After You” con il suo bagaglio di emozioni e di forza espressiva che crescono mano a mano che la canzone scorre via e poi ballate ‘folkie’ come “Fall To Pieces” e “Love & Gravity” sono alcuni dei momenti che toccano cuore ed anima. A chiudere il disco la title-track “North Country Sky”, ciliegina sulla torta che racchiude benissimo il percorso ispiratore di Andy Baker e lo presenta come storyteller da conoscere ed apprezzare.
Remo Ricaldone

18:07

Scott Cook - Tangle Of Souls

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il ‘groviglio di anime’ del titolo è la poetica espressione che indica quanto siano state importanti le molteplici esperienze artistiche e di vita che hanno caratterizzato la carriera di Scott Cook, americano trasferitosi giovanissimo in Canada e ora residente ad Edmonton, Alberta. La musica lo ha portato a girare il mondo e ad accumulare conoscenze che ne hanno forgiato la profonda sensibilità. Una sensibilità che emerge in maniera limpida nella sua musica, un mix eccellente di folk e country, di canzone d’autore adulta e matura e di forti legami con la tradizione. A renderla ulteriormente godibile è la profondità espressiva, l’intensità con la quale si riesce sempre a raggiungere l’intima essenza dei rapporti interpersonali, raccontati con l’attenzione ai dettagli che viene confermata nella straordinaria veste di questo suo ultimo “Tangle Of Souls”, con l’accompagnamento di un lussuoso libro rilegato con copertina rigida e titoli in brossura, un libro di ben 240 pagine che spiega con estrema precisione la genesi di queste canzoni, i significati e le sfumature di ogni brano. L’album si apre con lo spigliato ‘country-grass’ “Put Your Good Foot In The Road” che introduce nel migliore dei modi questo viaggio attraverso i sentimenti più nobili dell’animo umano. Scott Cook non fatica a descriverceli vista la sua ricchezza interiore e “Leave A Light On”, più riflessiva e modulata, lo conferma in pieno. “Just Enough Empties” è ballata accogliente ed intimista, un altro momento che lascia estasiati, con banjo, chitarre e poco più, “Say Can You See” aggiunge fiddle e sfumature più country e “Tulsa” mantiene i giusti equilibri con una melodia accorata. La classica “Passin’ Through” e l’altra cover intitolata “Why Am I Leaving My Home Again?” danno ulteriore carica alla selezione, una splendida sequenza di emozioni da gustare nella loro interezza. “Tangle Of Souls”, settimo disco nella discografia del musicista naturalizzato canadese lo pone definitivamente tra i singer-songwriters più interessanti della scena d’oltreoceano.
Remo Ricaldone

18:06

Bart Ryan - Starlight And Tall Tales

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nato e cresciuto a Los Angeles ma ora residente a Nashville, Bart Ryan fa dell’onestà, dell’amore per le radici (rock e soul soprattutto) e della lucidità di scrittura le sue armi principali. Chitarrista pregevole, bravissimo anche alla lap steel, Bart Ryan arriva al suo disco numero cinque dopo tre anni di lavoro compositivo, terminato con non poche difficoltà a causa del drammatico tornado che ha colpito Music City ad inizio 2020 e della pandemia mondiale. “Starlight And Tall Tales” è un album di cui Bart Ryan può andare fiero perché racchiude le sue aspirazioni e le sue influenze (Stevie Ray Vaughan ed Albert Collins su tutti ma anche la poetica di personaggi come Emily Dickinson e Tom Waits), dieci canzoni che attraversano rock e radici con energia e vitalità. Con lui ci sono prima di tutto il basso esperto ed ispirato di Ted Russell Kamp, i fiati di Jeff Byrd e Steve Smartt a colorare alcuni momenti, le tastiere di Mark Kovaly e la solida batteria di Jim Evans e il suono che ne esce è limpido, genuino e spesso trascinante. Dalle colorazioni ‘black’ di “Wanna Be” al contagioso rock’n’roll fiatistico di “Tonight Tonight” con il sapore di certe cose di Bob Seger, dalle splendide inflessioni ‘southern’ di “Desire” con tanto di slide acustica al rockin’ blues politico di “Evil”, le sfumature sono molteplici e contribuiscono ad una varietà di temi che mantiene alta l’attenzione dell’ascoltatore. A Bart Ryan non piacciono le etichette e non gradisce essere inquadrato come musicista blues anche se è un suono che ha amato profondamente. Le sue sono radici esplorate con vigore e tanto talento e “Starlight And Tall Tales” merita attenzione e rispetto.
Remo Ricaldone

18:01

Allman Betts Band - Bless Your Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Se c’è una band che riprende con passione, rigore e freschezza i suoni che hanno caratterizzato la gloriosa stagione musicale della Allman Brothers Band è senz’altro, ed inevitabilmente, quella formata da Devon Allman, figlio del compianto Gregg, da Duane Betts, figlio di Dickey e da Berry Duane Oakley, figlio di Berry Sr., storico bassista e cofondatore del gruppo icona del southern rock. Quella della Allman Betts band è un’avventura lungamente meditata iniziata a fine anni ottanta durante una delle innumerevoli celebrazioni della ABB e solo nel 2019 ha potuto materializzarsi con un debutto ottimo inciso negli storici studi di Muscle Shoals, Alabama, quel “Down To The River” che ha regalato ottime recensioni e quella spinta per proseguire un discorso che riprende tutti gli stilemi che hanno contraddistinto la musica dei fratelli Allman, tra rock, blues, lunghe cavalcate chitarristiche tinte talvolta di jazz e soul in un insieme comunque sempre credibile ed interpretato con vigore e senso di appartenenza ad una tradizione in qualche maniera epica. “Bless Your Heart” è disco lungo e variegato, godibilissimo e suonato con intensità e classe, mostrando ancora una volta che il dna non mente. Certo non ci si devono aspettare particolari guizzi di originalità, qui si affronta il genere cercando il più possibile di rimanere nei binari di ‘quel’ suono, ripescando emozioni che a distanza di tanti decenni rimangono appassionanti e coinvolgenti. Non mancano le ballate acustiche che virano verso la country music, quelle tipiche di Richard Betts, e “Rivers Run” gioca le proprie carte nella maniera migliore riavvolgendo il nastro dei ricordi e riportandoci a quegli intrecci di chitarre che hanno fatto sognare generazioni di fans. “Magnolia Road”, “Carolina Song”, “Southern Rain”, la pianistica e introspettiva “The Doctor’s Daughter”, “Congratulations” con il suo carico di nostalgia e ricordi, “Ashes Of My Lovers” e la lunga “Savannah’s Dream” che ripercorre i classici strumentali della Allman Brothers Band sono solo alcuni dei motivi per cui l’album è da consigliare, non solo ai fans di vecchia data ma anche a chi cerca del buon roots rock, suonato come Dio comanda, con grande grandissimo talento.
Remo Ricaldone

17:59

Rodney Rice - Same Shirt Different Day

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Quando si parla di musicisti che interpretano la propria musica con un approccio sincero e genuino, agrodolce e profondamente poetico, sempre in bilico tra la grande tradizione americana del cantautorato country-folk e i suoni del roots-rock più autentico, il nome di Rodney Rice, pur ancora con una discografia che comprende soli due dischi, merita di essere tenuto in grande considerazione. “Same Shirt Different Day”, assieme al debutto intitolato “Empty Pockets And A Troubled Mind”, forma un’accoppiata che pone l’artista originario del West Virginia in quella schiera di storytellers dal passo sicuro e ispirato, tra John Prine e Guy Clark, vicino come spirito alla migliore canzone texana dove spesso si approcciano i suoni sudisti in un eccellente melting pot di influenze. Inciso negli storici Congress House Studios di Austin, Texas, il secondo lavoro di Rodney Rice si avvale della presenza di nomi che gli appassionati avranno incontrato più volte nei migliori album provenienti dal Lone Star State ma non solo, dall’ottimo batterista Rick Richards a Mark Hallman alle tastiere e al basso alla pedal steel di Mike Hardwick e al dobro di Jeff Plankenhorn, graditissimi ospiti di queste sessions. Rodney è sicuramente uno dei più promettenti tra coloro che si dividono tra il proprio retaggio country e le fascinazioni rock che danno il giusto tocco in più a canzoni che racchiudono nostalgia ed ironia, gioie e speranze in un godibilissimo insieme. “Ain’t Got A Dollar” apre nel migliore dei modi l’album dando subito l’impressione, giusta, di una selezione di canzoni di valore e se “Hard Life” è splendida ballata la cui voce mi ricorda quella di Sam Baker, “Rivers Run Backwards”, “Walk Across Texas”, “Don’t Look Back” che rimanda al miglior Kevin Deal, “Free At Last, “Company Town”, “Memoirs Of Our Youth” e “Right To Be Wrong” non fanno che confermare la bontà di un eccellente autore oltre che performer. Rodney Rice merita quindi di essere accostato nella vostra collezione di dischi ai tanti personaggi che hanno reso grande i suoni delle radici, un disco questo che a mio parere merita di essere considerato tra i più lucidi ed interessanti dell’anno in corso.
Remo Ricaldone

17:57

Ted Russell Kamp - Down In The Den

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Fino a qualche tempo fa Ted Russell Kamp era presentato come ‘il bassista di Shooter Jennings’, definendolo come prezioso turnista che ogni tanto si ritagliava il tempo di incidere dischi solisti. La sua sorprendente prolificità, la sua sempre crescente freschezza e vitalità, una maturazione ormai raggiunta appieno lo hanno proiettato nel panorama roots come uno dei suoi migliori esponenti. Ted Russell Kamp torna a breve distanza dal suo precedente “Walkin’ Shoes” con un disco ad ampio respiro che tocca tutte le corde emozionali in una selezione che si avvale della presenza di una nutrita schiera di collaboratori e di alcuni duetti da sottolineare per poesia e vibrante musicalità. TRK esprime anche tutte le sue molteplici doti di strumentista, oltre all’immancabile basso, a chitarre, tastiere, banjo, dobro, tromba, trombone e percussioni in un’alternanza di tonalità tra country e soul, folk e gospel, rock e canzone d’autore. Tutto l’amplissimo spettro dei suoni del fertile sud è qui declinato nel modo migliore con la dovuta ironia, amore per le radici e classe in un insieme compatto e composito allo stesso tempo. Gli echi della Band nella ‘neworleansiana’ “Hobo Nickel”, la pimpante “Home Sweet Hollywood” che apre l’album con la presenza di Shooter Jennings a ricambiare i tanti favori ricevuti, l’intensa “Hold On” con Gordy Quist dei Band Of Heathens, la sofferta “Rainy Day Valentine” interpretata con il solo accompagnamento del basso, la preziosa dolcezza nei contributi vocali di Sarah Gayle Meech e Kirsten Proffit nelle ottime “Word For Word” e “Take My Song With You”, la corposa e trascinante country music di “The Good Part” e di “My Turn To Cry”, l’acustica “Only Son” con l’aiuto vocale di Shane Alexander a rafforzarne l’intensità della melodia e “Saint Severin” ballata notevole, stanno a testimoniare in maniera chiara ed inequivocabile quanto Ted Russell Kamp abbia nuovamente fatto centro in un percorso discografico decisamente importante, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo.
Remo Ricaldone

17:55

Thomas Hine - Ledgers & Stones

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Thomas Hine è un bravissimo storyteller che proviene dal Colorado, uno di quei ‘artigiani della canzone’ che sanno toccare le corde più intime grazie ad una voce che avvolge e ad un approccio in qualche maniera ‘classico’, le cui reminiscenze vanno ricercate nella tradizione cantautorale legata a folk e country. Il suo precedente “Some Notion Or Novelty” risaliva a ben quattro anni fa ed era stato accolto molto bene dalla critica di settore e dagli appassionati, portandolo ad esibirsi da entrambi il lati dell’Atlantico e riscuotendo il giusto apprezzamento per canzoni sempre legate alle proprie radici storiche ed emozionali che ora virano maggiormente sull’aspetto personale ed introspettivo e ci regalano un altro lavoro degno della più intensa canzone roots. “Ledgers & Stones” conferma tutta la bellezza melodica di brani ispiratissimi e la naturale scelta di rivestirli di un abito succinto e prettamente acustico ne esalta il significato e ne garantisce la riuscita. Il fattivo supporto di Sarah Winter, negli ultimi due anni figura di riferimento importantissima per Thomas Hine, che si esibisce a violino e viola, l’ottimo lavoro al dobro di Mike Pearson e la batteria usata con estrema parsimonia da Jason Wheeler sono gli unici interventi esterni di queste sessions dove il protagonista da sfogo alla sua polieditricità suonando chitarre, piano, basso, percussioni, batteria, armonica, mandola e tastiere. Come detto le canzoni sono tra le più intime ed accorate del repertorio di Thomas Hine, gradevolissime dal punto di vista estetico e profonde nell’affrontare le molteplici sfumature dell’animo umano, in una sequenza poeticamente rilevante e dal genuino fascino delle ‘cose fatte in casa’. “Ledgers & Stones” è un prodotto sincero e coerente, meditato con acume ed intelligenza, un disco che farà felici coloro che apprezzano la scena cantautorale americana.
Remo Ricaldone

16:48

Michael McDermott - What In The World

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Michael McDermott nella sua carriera artistica e soprattutto nella sua vita ne ha viste di tutti i colori, dalle coffehouses di Chicago, Illinois dove ha mosso i primi passi al fulmineo successo del suo esordio, quel “620 W. Surf” che ancora oggi a distanza di una trentina di anni rappresenta quanto di più brillante e dinamico abbia sfornato il cantautorato rock in quel periodo, dall’ancora più fulminea caduta nell’abisso delle dipendenze ed il conseguente lungo intervallo che sembrava averlo definitivamente tolto di mezzo. Invece Michael McDermott si è rialzato, ha ripreso in mano prima la sua vita e poi una carriera che ora lo vede saldamente al proprio posto, con la consapevolezza di aver maturato una vena ora grondante di tutte le emozioni, anche discordanti, che l’animo umano può esprimere. Rabbia e poesia, rancori che emergono a causa della pessima situazione sociale americana e speranza, il rock’n’roll come bussola alla quale fare rieferimento ma anche la dolcezza della ballata acustica in una proposta che trova in questo “What In The World” un’altra occasione per venire a galla. La title-track è il manifesto più incisivo e tagliente di Mr. McDermott in questo 2020, senza giri di parole (“Sono stanco di sentire che andrà tutto bene, si prospettano tempi bui per gli USA”) e con l’irruenza genuina del rock ‘di strada’. Lo splendido trittico iniziale è completato da due ballate di estrema suggestione e fascino, “New York, Texas” e “Blue Eyed Barmaid”, conferma del grande stato di forma anche dal punto di vista letterario. La parte centrale del disco si snoda poi attraverso una serie di momenti dal sapore più delicato pur nella continua amarezza di molte storie dal finale non scontato, da “The Veils Of Veronica” a “The Things You Want” dal gradevole retrogusto pop, fino all’autobiografica “Contender”, virando poi verso lo spigliato rock a tinte ‘black’ di “Mother Emanuel”, la vena acustica di “No Matter What”, una sorta di seduta psicanalitica in cui i fantasmi del passato vengono esorcizzati con forza e convinzione, il romanticismo di “Until I Found You” che sfocia in un altro dei momenti topici dell’album, una “Positively Central Park” che riempie il cuore di immagini ed emozioni vivide ed intense. A chiudere il cerchio il demo acustico di “What In The World”, ciliegina di una torta che non vorremmo che finisse mai. Alla prossima Michael….
Remo Ricaldone

16:46

Julian Taylor - The Ridge

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Julian Taylor è un interessantissimo storyteller canadese cresciuto con una grande ammirazione per Gordon Lightfoot, Robbie Robertson e anche per Mark Knopfler (e aggiungerei il Glen Hansard più intimista), influenze che si trovano tutte in queste eccellenti otto canzoni che formano il suo nuovo album, “The Ridge”. La sua facilità di scrittura, la pregnante poesia, arrangiamenti sospesi tra atmosfere acustiche folk e l’amore per la musica americana delle radici, concorrono a porre il musicista di Toronto come una delle figure più intriganti di questi ultimi anni. Delicato, intimista, accorato e nella più pura tradizione dei songwriters canadesi, “The Ridge” non ‘abbassa mai la guardia’ mostrando doti compositive ottime e, nella dimensione essenziale dei brani, aggiunge gustosi tocchi autobiografici come nella deliziosa “Over The Moon”, nel retaggio ‘nativo’ della splendida “Ballad Of The Young Troubadour” e nelle tonalità quasi ‘mexican’ di “Love Enough”. “Ola, Let’s Dance” può far ricordare l’approccio del compianto John Trudell, con quel parlato così evocativo e legato alla tradizione ‘nativa’ mentre  la title-track, l’intensa “Human Race” e “It’s Not Enough” sottolineano l’aspetto condivisivo ed umano della scrittura di un personaggio la cui maturazione è giunta al suo completamento in queste canzoni. Un disco consigliato caldamente.
Remo Ricaldone

16:45

Justin Wells - The United State

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“The United State” è un disco profondamente meditato, poeticamente ricchissimo e che dà l’esatta misura del talento artistico di Justin Wells, musicista cresciuto in Louisiana assorbendo praticamente tutto l’ampio spettro della musica delle radici, riconsegnandocela infine dopo un percorso che l’ha visto anche appassionarsi di rock e di psichedelia ma, inevitabilmente, tornando ad esplorare i suoni della sua terra. La scelta delle canzoni corrisponde al cammino di ognuno di noi, dalla nascita alla crescita, dall’età adulta alla morte, mostrando una resilienza, un’intensità e un’ispirazione non comuni. Musicalmente qui si trovano incroci suggestivi tra rock e radici, tra country music e soul, resi ancora più vincenti dalla sensibilità del produttore, Duane Lundy, che ha lavorato con Sturgill Simpson, Joe Pug e anche con Ringo Starr e da un ispirato manipolo di musicisti pronti a dare colore alle canzoni di Justin Wells. Spesso ci si avvicina a certe inflessioni ‘outlaw’, in altri momenti si assapora il retrogusto dei brani della Band di Robbie Robertson, sempre nell’ottica di creare un insieme fatto di sguardi onesti, disillusi e comunque ricchi di speranza. Una selezione impeccabile, un gioco di squadra vincente e coinvolgente e pagine di ottima ‘southern music’. L’iniziale “The Screaming Song” (“It won’t be the last time I am on my own…”) presenta già uno dei momenti più significativi del disco che prosegue con una bella serie di gioiellini come “No Time For A Broken Heart” che rimanda alla Band con il suo frizzante ritmo, “The Bridge” che si avvicina alle più intense ballate di Joe Ely, “After The Fall” e “It’s All Work Out” intrise di suoni ‘black’, “Walls Fall Down”, “Never Better e “Some Distance From It All” in un susseguirsi di emozioni che crescono con gli ascolti. Una bella sorpresa questa, un album che ci permette di conoscere un musicista con un carriera musicale corposa ma che solo ora grazie al suo debutto intitolato “Down In The Distance” e a questo “The United State” può emergere con tutta la sua forza incisiva.
Remo Ricaldone

16:43

Golden Shoals - Golden Shoals

Pubblicato da Remo Ricaldone |


E’ da parecchi anni che Amy Alvey e Mark Kilianski codividono il loro profondo amore per la tradizione e per i suoni roots nelle accezioni più varie. Boston, Massachussetts prima di tutto dove si sono entrambi diplomati al prestigioso Berklee College of Music e dove sono stati ‘contagiati’ dalla passione per old-time music e bluegrass, poi la decisione di girare gli States a bordo di un van e sperimentare in prima persona la vita ‘on the road’ partecipando a decine di festival celebrando il contatto con il pubblico che ne ha plasmato sonorità e attitudini ed infine, tra un tour e l’altro la scelta di risiedere ad Asheville, North Carolina per stare ‘immersi’ nelle più autentiche location legate alla musica che propongono. Golden Shoals è il loro nuovo progetto (dopo alcuni lavori incisi sotto il nome di ‘Hoot and Holler’ tra il 2014 ed il 2018) e questo album omonimo sta a rappresentare tutta la freschezza di un repertorio originale e sufficientemente variegato per fare breccia nei cuori di chi ama la roots music, passando agevolmente dalla country music al bluegrass e dandone una rilettura ricca di sfumature. Il fiddle di Amy Alvey e la chitarra ed il banjo di Mark Kilianski sono naturalmente in primo piano in tutte e dodici le canzoni che formano il disco in un suono talvolta irrobustito dal contrabbasso e dalla batteria di Landon George e dalle percussioni di Matt Lohan, così come chitarra elettrica, basso, organo e vibrafono ‘imbracciati’ dai protagonisti in un contesto comunque prettamente acustico. Tra i molti momenti da sottolineare per gusto e genuinità mi piace sottolineare “Everybody’s Singing” che swinga alla grande e introduce nel migliore dei modi la scaletta con un godibilissimo intrecciarsi di fiddle e chitarre elettriche, “Old Buffalo” nella sua splendida veste acustica che rimanda le indimenticabili pagine dell’amato Norman Blake, “(Who’da Thought) Thinkin’ ‘Bout The Good Times” e “Love From Across The Border” che a me ricordano l’entusiasmo e la freschezza dei Old Crow Medicine Show, “Honey You Don’t Know My Mind” dalla melodia tanto semplice quanto coinvolgente, “Brood Of Hate” con il suo incedere ipnotico ed affascinante, la corposa country music di “Going Down, Down, Down” e la bella e ruvida “Sittin’ Pretty” ancora con l’incisiva chitarra elettrica di Mark Kilianski. Disco dal fascino artigianale che risulta sempre piacevole e godibile.
Remo Ricaldone

16:42

Jarrod Dickenson - Ready The Horses

Pubblicato da Remo Ricaldone |



E’ un texano un po’ atipico Jarrod Dickenson, nato a Waco e ora residente a Nashville: ama i suoni del sud nella loro accezione più ampia, dalla country music al blues, dal soul al gospel, interpretandoli con una voce assolutamente splendida e con un approccio personale e ricchissimo di tonalità differenti. Ha condiviso il palco con gente come Bonnie Raitt, Don McLean e anche con i Waterboys, partecipando altresi ad alcuni dei festival più prestigiosi del circuito live come quello di Cambridge e di Glastonbury, non a caso entrambi inglesi visto che Jarrod Dickenson gode di un buon nome da quelle parti, dove ha anche inciso questo suo nuovo “Ready The Horses”, la più nitida e vibrante fotografia del suo suono e delle sue peculiarità artistiche. La nobile scuola soul legata alla Stax Records e a Muscle Shoals, Alabama, la tradizione cantautorale texana, fondamenta del più limpido ‘storytelling’ tra country e folk, la fusione di elementi apparentementi diversi in un unico eccellente mix è talento di pochi e il musicista texano riesce nell’intento di risultare sempre più che credibile, abbracciando con sicurezza i suoi più radicati amori musicali. Jarrod Dickenson riesce sempre a narrare con convinzione temi personali ed universali, duettando a volte con la moglie Claire per esempio nella intensa “Your Heart Belongs To Me” e facendosi accompagnare da uno stuolo di perfetti sidemen come Mark Edwards, sempre puntuale a organo Hammond, piano e wurlitzer, JP Ruggieri alle chitarre (elettriche, slide e steel) e, spesso, supportato da una sezione fiati che a volte ricorda la Band di Robbie Robertson e rimanda al più genuino ‘southern sound’. Le performances e la qualità della scrittura sono comunque i punti a favore della riuscita di questo “Ready The Horses”, un album che commuove e trascina, emoziona e convince in una azzeccata alternanza di tematiche. Basterebbe citare “California”, “Faint Of Heart”, “Gold Rush” e “I Won’t Quit” per renderci conto di trovarci di fronte un nome da seguire senza remore. Un disco che oltretutto cresce esponenzialmente ascolto dopo ascolto.
Remo Ricaldone


Non è la prima volta che dalla California si guarda al ‘deep south’ e a tutto il suo bagaglio di rock, soul, country e blues, già decadi fa i Creedence dalla Bay Area avevano omaggiato con enorme classe quel retaggio sonoro. Ora Robert Jon Burrison e i suoi Wreck da Orange County ci riprovano con grande entusiasmo e classe, ripercorrendo quelle strade mai abbandonate nel corso degli anni,  rielaborando nella maniera migliore il ‘southern rock’ che ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più intense della musica americana. “Last Light On The Highway” racchiude tutte le caratteristiche di quel sound: gli intrecci chitarristici, le slide, i cori femminili, le armonie, un repertorio gustoso e godibile. Nell’ultima decade, dal 2011, la band ha pubblicato regolarmente albums e questo ha tutte le carte in regola per farli conoscere più ampiamente e ad affiancarli ai vari Allmans, Lynyrd Skynyrd e simili in un’alternanza di colori e sapori molto variegati. Da “Miss Carolina”, primo singolo estratto dal disco, brano vincente per melodia e convinzione, a “Tired Of Drinkin’ Alone” che li avvicina a certo suono texano a la Whiskey Myers oppure ai Blackberry Smoke, altro gruppo con le stesse affinità. La spigliata “Do You Remember”, altra canzone dall’andamento classico che potrebbe essere stata pubblicata negli anni d’oro del ‘southern rock’, “This Time Around” forte e vigorosa, la tagliente ed energetica “Don’t Let Me Go” con un’introduzione degna dei  North Mississippi AllStars, la ballata pianistica “Gold”, la cristallina title-track divisa in due momenti a chiudere il disco e l’accoppiata “Work It Out” e “Can’t Stand It” tra soul e rock sono numeri di talento, magari non rivoluzionari ma sempre fortemente credibili e genuini. Un disco questo che si ‘sorseggia’ in un fiato e che chiede subito di essere riascoltato. Gradevole e convincente.
Remo Ricaldone

16:39

Darlin' Brando - Also, Too...

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il percorso che ha portato Brandon Goldstein, alias Darlin’ Brando, a questo suo debutto discografico intitolato “Also, Too…” è stato lungo, articolato e contraddistinto da esperienze molto diversificate. Nato in Virginia, Brandon ha dapprima frequentato gli ambienti musicali delle due coste per poi concentrarsi sulla country music, ultima tappa di una vita fatta di ‘innamoramenti’ artistici che lo hanno visto suonare rock, pop e folk ed esibirsi come batterista/cantante apprezzato ed appassionato con svariate bands. Nashville è stato naturalmente un punto di riferimento e queste otto canzoni che compongono l’album sono state incise e prodotte proprio a Music City con una ottima band di supporto formata da Brian Clements alla chitarra acustica, Adam Kurtz alla pedal steel, Jeff Malinowski al basso e Storm Rhode IV alle chitarre, elettriche e acustiche. In più c’è la preziosa presenza in due brani di Ryan Payton che impersona al meglio una sorta di ‘one-man band’ e la moglie di Darlin’ Brando, Edith Freni a fornire un piacevolissimo apporto vocale, a partire dall’iniziale “When You Don’t Fight”, duetto di gran classe nella migliore tradizione. “Also, Too…” è il perfetto compendio di come dovrebbe suonare la country music: semplice, coinvolgente, godibile, la naturale colonna sonora di una serata in un tipico honky-tonk dove sul palco si esibisce la band di turno e di fronte a loro le coppie scivolano in appassionati ‘two-step’. “Those Old Demons” ci porta verso sud, dalle parti del border, con le sue ‘spanish guitars’, le chitarre elettriche con gli immancabili ‘riverberi’ e una pedal steel che ricama sul fondo, “Therapy” aggiunge un gradito tocco di ironia senza tradire il suono legato ai migliori suoni country, sul versante ‘outlaw’, “Weeds & Flowers” è delicata ed acustica, cristallina e accorata, “Crumbling Marriages” inquadra ancora una volta gli stilemi più classici in modo affascinante interpretandoli al meglio mentre “Last Call” sorprende per impatto rock’n’roll e per la presenza di un vecchio amico di Darlin’ Brando al piano, AJ Croce, figlio dell’indimenticato Jim. Bella anche l’accoppiata finale formata da “Year One” e da “The Old Man And The Kid”, la prima a riprendere tutto il feeling di certo country-rock degli anni settanta, la seconda una ballata midtempo prevalentemente acustica. In definitiva un disco di brillante country music che merita attenzione.
Remo Ricaldone

16:37

The Furious Seasons - La Fonda

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Trio dall’affascinante afflato acustico che tocca folk, country, blues e pop, The Furious Seasons è guidato dal cantante, compositore e chitarrista David Steinhart, la cui carriera è passata attraverso innumerevoli capitoli, sia da solista che da leader di bands. Ad affiancarlo c’è il fratello Jeff, contrabbassista solido ed ispirato e l’altro chitarrista Paul Nelson, fine cesellatore di melodie che ben si intersecano con quelle del leader, formando eccellenti schizzi ed immagini che danno vita ad un repertorio di ottima fattura. A due anni da “Now Residing Abroad” che ha dato ai Furious Seasons recensioni molto positive, “La Fonda” segue quel percorso in un insieme coeso e stimolante, poetico e accorato. La registrazione di queste canzoni, praticamente in presa diretta e con un numero molto ridotto di sovraincisioni, giova ulteriormente alla loro freschezza e alla riuscita di un disco che si gode dalla prima all’ultima nota. Particolare cura è data poi alle armonie vocali e alla qualità delle tematiche affrontate, basate spesso sulle gioie e sulle sofferenze dei rapporti interpersonali ma anche tributando omaggio ad un caro amico in occasione del suo funerale. E proprio due dei brani più intensi si basano su questo fatto e “Vast Divide” e “Your Irish Funeral” non fanno altro che confermare la bontà di un songbook mai banale o scontato. La struttura di queste canzoni è al tempo stesso intricata e piacevole, sempre pienamente soddisfacente e dotata di gusto ed intelligenza, mostrando tutto il talento di David Steinhart e la passione dei suoi pards. “As A Matter Of Fact”, “Statistically Speaking”, “I Was An Actor”, “Burn Clean”, “Pitch Black” e “Slide Into Sadness” giocano sulle emozioni acustiche e chi ama le sonorità più ‘folkie’ non potrà che rimanere a bocca sperta ascoltando gli incroci chitarristici dei Furious Seasons.
Remo Ricaldone


“Touch Of You” è più di un tributo ad una delle più sottovalutate (almeno da noi) figure del movimento outlaw, è una sorta di rito di passaggio, un omaggio fatto con il cuore alla figura di Gary Stewart, honky-tonker di classe scomparso ormai da ben diciassette anni ma una delle ispirazioni per Mike Harmeier ed i suoi Moonpies, attualmente tra le più interessanti band country in circolazione. Lo scopo di questo progetto è di dimostrare la grandezza del songbook del musicista kentuckiano e di quanto abbia influenzato lo spirito del gruppo texano riprendendo con intelligenza e sagacia canzoni che spesso non hanno trovato spazio nella discografia di Gary Stewart ma ne hanno rappresentato una parte importante del repertorio, cercando al tempo stesso di soddisfare i vecchi fan che hanno ancora nel cuore la sua musica e di coinvolgere i giovani ‘fruitori’ dei suoni più classicamente country. La produzione nelle mani dell’esperto Adam Odor non fa che confutare la bontà dell’approccio, con una serie di intrecci cristallini di chitarre e steel e interpretazioni che, senza fare paragoni con le differenti sensibilità e tonalità tra originali e cover, mostrano un’intensità che raramente si trova oggi nelle produzioni country. Dieci canzoni, l’essenzialità e la semplicità  tipica della miglior musica delle radici, l’amore per questi suoni profuso in ogni sfumatura vocale e in ogni passaggio strumentale, tutto concorre a rendere piacevole questo album, da “Bottom Of The Pile” alla delicata e deliziosa “Heart A Home” che aprono e chiudono la scaletta. “Smooth Shot Of Whiskey”, ballata nella migliore tradizione delle ‘drinking songs’ che hanno caratterizzato le tematiche legate alla country (e non solo), la pimpante e pulsante “The Gold Barstool”, la nitida “The Finished Product” e il cadenzato honky tonk di “I’m Guilty” sono poi veri piccoli gioiellini che, pur non aggiungendo nulla di particolarmente nuovo, impreziosiscono un disco che si gusta in un fiato. E che subito chiede di essere ascoltato.
Remo Ricaldone

09:25

Jeff Black - A Walk In The Sun

Pubblicato da Remo Ricaldone |


A sei anni di distanza da “Folklore” torna con una nuova serie di canzoni Jeff Black, tra i migliori autori della scena folk e americana, in un album assolutamente ottimo che compensa ampiamente questo periodo di silenzio discografico. “A Walk In The Sun” non fa che comprovare la bellezza del ‘tocco’ del musicista nativo di Kansas City, Missouri ma residente da anni a Nashville dove nel tempo ha composto brani ripresi con successo da Blackhawk, Sam Bush, Alison Krauss, Waylon Jennings e Jerry Douglas per fare qualche nome. Voce appassionata e sempre fortemente espressiva, buona tecnica sia alla chitarra che al piano ma all’occasione anche interessante ad armonica e banjo, uno stile riconoscibile per dolcezza ed emozioni che infonde in ogni momento, una non comune coerenza stilistica che unisce la bellezza dei suoni acustici della tradizione ad un orientamento che talvolta lo porta in territori pop ma sempre con le radici giuste, queste sono le molteplici caratteristiche di un personaggio che a mio parere ha raccolto con la produzione a suo nome meno di quello che avrebbe meritato  in fatto di popolarità e successo. L’occasione è perfetta quindi per fare la conoscenza con la sua musica e magari con i suoi dischi precedenti, dieci eccellenti raccolte di emozioni iniziate a fine anni novanta con “Birmingham Road”, suo unico lavoro pubblicato da una major. L’impianto è spesso acustico ma non mancano momenti in cui le situazioni volgono verso un roots-rock decisamente intrigante, come in “Machine” con le sue chitarre distorte e il piglio quasi rock blues oppure nella ballata elettrica intitolata “How To Save The World”. Il resto lo occupa il suo talento compositivo che qui si materializza attraverso una notevolissima serie di perle, a partire dall’introduttiva “Needed The Rain” che ci consegna subito uno dei brani migliori per poi passare a “Stumbling” con un magnifico dobro a cucire note ispirate, alla commovente  “Until I Learn To Fly”, alla pianistica ed elegante “Satisfied”, a “Calliope Song” che si avvicina alla tradizione grazie al bel lavoro di mandolino, così come “The Best That I Can Do” si pone a fianco della più toccante canzone d’autore e “Always On My Way Back Home” chiude con la più pura narrazione folk grazie ancora ad uno stile personale, da encomiabile storyteller quale Jeff Black è. Disco e musicista da (ri)scoprire…lo merita davvero.
Remo Ricaldone

09:23

Lee Gallagher And The Hallelujah - L.A. Yesterday

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Lee Gallagher si è trasferito dal Midwest in California cercando di materializzare i suoi sogni artistici legati al rock coniugato con le radici del suono americano. San Francisco prima, Los Angeles e la comunità musicale di Joshua Tree e dintorni poi, sono stati i suoi primi riferimenti geografici e culturali in un percorso che lo ha avvicinato al Tom Petty più classico, ai Black Crowes più melodici e in generale a tutte le colorazioni ‘southern’ che si possono trovare nell’affollato sottobosco indipendente che si ispira a country music, blues e soul. Gli Hallelujah, la band che lo accompagna in queste sue ‘scorrerie’ attraverso il Golden State hanno subito diverse trasformazioni ed impersonificazioni e ora è un quartetto molto ben bilanciato che vede le chitarre elettriche ed acustiche di Jason Soda, le splendide tastiere di Kirby Hammel e la sezione ritmica affidata a Jimmy Dewald al basso e a Will Scott alla batteria. Con questa line-up Lee Gallagher ha inciso questo suo terzo disco intitolato “L.A. Yesterday” che segue di ben cinque anni il precedente album omonimo che a sua volta seguiva un interessante ep in cui il nostro collaborava con Victoria Williams (“Valley Of A Dying Breed”). Gli echi del classic rock di fine anni sessanta ed inizio settanta, il gusto melodico e l’incisività dei nomi citati ma anche del retaggio lasciato da Byrds, Flying Burrito Brothers e Buffalo Springfield sono alla base del suono di questo bel dischetto che scorre egregiamente attraverso dieci canzoni originali. Con l’ottimo pianismo che la contraddistingue, il disco si apre con “Highway 10”, ispirata dalla strada che unisce la città degli angeli al deserto del Mojave, più e più volte percorsa da Lee Gallagher in questi anni, una melodia subito invitante ed azzeccata che mostra le doti vocali e compositive del nostro. “Breakin’ Up” unisce canzone d’autore e rock un po’ come il primo Elliott Murphy, con l’efficace slide di Jason Soda a segnare un brano dal forte sapore ‘sixties’, “Goodnight Sweet Maria” è rock ballad robusta ed elettrica, derivativa si ma molto piacevole, ancora il piano di Kirby Hammel protagonista della seguente “Lullaby For The Acid Queen”, interpretata con un piglio sicuro e con grande cuore da Lee Gallagher. “Feed Your Flame” è acustica ed eterea, uno dei momenti più intimi ed accorati, “Astral Plane Blues” anche grazie all’armonica tipicamente blues vira verso il sud, ricordando non poco il sound dei ‘Corvi Neri’, così come la pregnante “California Divide” con il suo approccio deciso, mentre “County Line” sembra una ‘outtake’ di Tom Petty e mette una gran nostalgia. A chiudere l’album due midtempo dal passo sicuro, “Gone Today” e “Rollin’ Out” a rimarcare ispirazione e talento da parte di un nome da tenere assolutamente d’occhio in futuro.
Remo Ricaldone

09:21

G.F. Patrick - One Town Over

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Dalla nativa Georgia all’attuale base di Philadelphia, PA, dalle atmosfere folk e bluegrass con la band Black Horse Motel ai suoni più roots-rock e americana di “One Town Over”, il suo debutto ‘a lunga durata’, G.F. Patrick ha maturato un suo stile personale, una sua narrazione adulta e ricca dal punto di vista interiore. Anche i protagonisti delle sue canzoni sono cresciuti con lui, hanno percorso la propria strada dall’adolescenza all’età adulta cambiando prospettiva ed aspirazioni con tutto il bagaglio di paure e speranze mostrando sempre il lato più intenso ed autentico. “One Town Over” è un lungo viaggio formato da quattordici tappe (più una cosiddetta ‘hidden track’) per quasi un’ora di ottima american music in cui la voce e la chitarra acustica di G.F. Patrick sono supportati da una bella ed efficace band di tre elementi, tutti esperti e già protagonisti di sessions con gente del calibro di Jeffrey Foucault, Patty Griffin, Buddy Miller e Norah Jones. Billy Conway e Frank Swart, rispettivamente a batteria e basso, formano una sezione ritmica affiatata mentre le chitarre elettriche (e anche le tastiere) di Mark Blasquez illuminano e colorano storie intrise di immagini che evocano le radici sudiste del nostro, racconto di vita di ogni giorno maneggiate di volta in volta con delicatezza, incisività, poesia e nostalgia, tutte fedeli al suo retaggio folk e country. “Mud”, “Trucker’s Song”, “Blood On The Battle”, “Water Rising Up”, “Refugee’s Plea (Jungle Prayer)” esprimono già dai titoli i legami con la propria terra in un’alternanza godibilissima di ballate e momenti più grintosi e spigliati. Da sottolineare poi ancora la bellezza di “Butterfly Effects”, la drammaticità e lo spessore poetico di “Like Father”, “Till The Day We Die” e “Beauty Fades” con il loro carico di emozioni. Un disco dalle molte sfaccetature questo che merita di essere apprezzato nella sua interezza, un nome quello di G.F. Patrick da affiancare ai molti che raccontano con sincerità e coinvolgimento l’America di oggi.
Remo Ricaldone

22:40

Reckless Kelly - American Jackpot/American Girls

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Quella dei Reckless Kelly è una straordinaria ‘storia di famiglia’, un viaggio lungo tre generazioni partito dalle montagne dell’Idaho e proseguito prima in Oregon e poi ad Austin, Texas dove i fratelli Cody e Willy Braun hanno creato una delle più belle realtà tra country music e rock guidando quella scena texana che ha regalato innumerevoli emozioni e grande musica. Con i fratelli Micky e Gary, leader di Micky & The Motorcars, altra notevole band del Lone Star State, i Brauns hanno rappresentato quell’unione tra radici e spirito rock che trae ispirazione nello stesso modo da Uncle Tupelo e Joe Ely con forza e poesia. A quattro anni di distanza dal già ottimo “Sunset Motel” ecco un doppio sforzo compositivo ed interpretativo che presenta al meglio tutto lo spettro sonoro dei Reckless Kelly alternando ballate e ‘uptempo’, accorata nostalgia e la tipica ruvida musicalità che in questo quarto di secolo ha caratterizzato la loro proposta. “American Jackpot” e “American Girls” sono un po’ la summa del loro lavoro e l’uscita in contemporanea sta a testimoniare la ricchezza di un suono in molti momenti prettamente acustico ma che non perde nulla in efficacia e valore, per certi versi la definitiva affermazione della loro carriera se ce ne fosse bisogno. Due dischi che soddisferanno in pieno i fans, per ispirazione e potenza, per delicatezza e poetica. Pur essendo divisa fisicamente in due, questa serie di canzoni ha profondi collegamenti, quasi a presentarsi come un ‘concept album’ dall’ampio spettro sonoro che va dal travolgente rock’n’roll alle fascinazioni western alle sofferte ballate ‘blue collar’ ma con l’aspetto comune di uno stile ormai ampiamente riconoscibile. Gli echi sudisti, il forte ed indissolubile legame con la più autentica country music, le godibili ‘nuances’ del border sono parte di un patrimonio genetico iniziato con la band di papà Eustaceus ‘Mustie’ Braun, un ensemble dedito principalmente al western swing, in un percorso di rara coerenza e bravura. Difficile comunque estrapolare qualcosa da due dischi così coesi: su “American Jackpot” è trascinante “Mona”, il momento più rock, mentre commoventi sono ballate come “Put On Your Brave Face Mary”, la conclusiva e pianistica “Goodbye Colorado”, l’eccellente “North American Jackpot” che apre il disco e ne fissa le coordinate tematiche e sonore in un insieme sempre appassionante e convincente. “American Girls” ha i suoi momenti migliori nell’introduzione affidata alla sciolta “I Only See You With My Eyes Closed” che vede la presenza vocale di Suzy Bogguss, “Miss Marissa” e “Don’t Give Up On Love”   classici  ‘heartland rock’ che li avvicinano al repertorio di Bob Seger, Springsteen o al primo Mellencamp, “Lonesome On My Own” con una pedal steel che segna la melodia come meglio non potrebbe, “Lost Inside The Groove” che rimanda alle migliori pagine di Doug Sahm o dei Texas Tornados con il suo irresistibile e tipico ritmo, e l’intima ed acustica “Home Is Where Your Heart Is”. Candidati ad essere tra i migliori album dell’anno in ambito roots.
Remo Ricaldone

22:37

Chad Kostner - Highway 63

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E’ una delle più fresche e corroboranti sorprese degli ultimi tempi questo debutto intitolato “Highway 63”, una serie di canzoni dal taglio country/folk ispirato ed autentico. A proporcelo è un nome nuovo a cui affidarsi senza remore, capace di narrare l’America di provincia con eccellente senso melodico e una capacità introspettiva non comune. Chad Kostner, nato a Chicago ma cresciuto nel Wisconsin rurale, nella piccola comunità di Bloomer, è cresciuto con la migliore tradizione cantautorale avvicinandosi al mai troppo compianto John Prine, portando avanti quell’ inossidabile ed inevitabile retaggio country al quale è legato e che traspare limpido nelle otto canzoni che compongono il disco. La voce è di quelle espressive con quell’accenno ‘abrasivo’ e coinvolgente che ben si adatta al suono essenziale e sincero, sempre brillante ed evocativo. “Highway 63” gode anche di una scrittura solida, sicuramente derivativa ma che riesce ad essere sempre fortemente credibile e mai scontata. I classici suoni roots che si possono trovare nella sconfinata e fertilissima scena indipendente della provincia americana sono qui declinati nella maniera migliore, avvicinandosi ogni tanto alla migliore tradizione texana grazie all’honky-tonk della godibilissima canzone che da il titolo all’album, con l’ottimo picking di Steven James Carlsson all’elettrica oppure lascinadosi cullare dalla melodia di “Different Dream”, altro punto forte della selezione. Canzoni che risultano di volta in volta nostalgiche, divertenti, malinconiche e sempre oneste, dall’iniziale “Demons” alla conclusiva “Heading Home”, passando per una “Summer” che avrebbe fatto felice John Prine alla delicata “Rambler’s Soul”, per “Old Movies” e per “Yellow Water” che si avvale della bella pedal steel di Mike Haselman. Caldamente consigliato.
Remo Ricaldone

22:36

Greg Copeland - The Tango Bar

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La storia di Greg Copeland è stata curiosa e irta di ostacoli in un percorso con lunghissime pause e ritorni inaspettati iniziato nei primi anni ottanta quando debuttò per l’etichetta di David Geffen con un disco intitolato “Revenge Will Come”, incensato da una parte della critica (Time Magazine lo inserì nella sua ‘top ten’ dell’anno) ma subito ignorato dalla propria label.  A causa di questo ‘rifiuto’ Greg Copeland si ritirò dalle scene per un ventennio circa e solo ad inizio duemila riprese interesse nella musica, cominciando a scrivere canzoni che qualche anno dopo, nel 2008 confluirono nel bel ritorno dal titolo “Diana And James”, prodotto da Greg Leisz con il supporto di Jackson Browne. La vera natura artistica emerse pienamente attraverso arrangiamenti essenziali e fluidi, ispirati da una vena mai così intensa che sembrava predire una più continuativa ripresa discografica. Così non fu, ancora una volta, e una nuova pausa lo riportò in un limbo dal quale ora, a distanza di dodici anni, sembra riemergere. “The Tango Bar”è la nitida fotografia di un musicista ormai settantaquattrenne ma che riesce ad esprimere tutta la forza espressiva, la poetica e la musicalità ‘tenuta dentro’ per tutto questo tempo. Un disco, prodotto con cura e sagacia da Tyler Chester, che conquista per una serie di canzoni dal notevole peso specifico, aumentato anche grazie ad una serie di ospiti/amici che nobilitano ed impreziosiscono queste sessions. Le voci di Inara George e di Caitlin Canty, i tamburi di Jay Bellerose e di Don Heffington, tra i migliori drummers in circolazione a mio parere, le chitarre deliziose di Greg Leisz, di Val McCallum (anche lui con Jackson Browne) e dello stesso produttore Tyler Chester che si alterna anche alle tastiere e al basso, le armonie vocali della promettente Madison Cunningham e di David Garza forniscono il supporto perfetto per le nuove, pregevoli storie di Greg Copeland, interpretate con fare scarno e vissuto. “The Tango Bar” cresce moltissimo con gli ascolti e ci riconsegna un personaggio scostante ma ricco sia dal punto di vista umano e che artistico e canzoni come “I’ll Be Your Sunny Day” (con la voce di Inara George, figlia dell’indimenticato Lowell), “Lou Reed” con le splendide e taglienti chitarre elettriche di Greg Leisz, “Coldwater Canyon”, il notevole trittico che vede protagonista Caitlin Canty alla voce (“Mistaken For Dancing”, “Better Now” e “Beaumont Taco Bell”) non fanno altro che confermare tutto ciò. Bentornato Greg.
Remo Ricaldone

22:34

Adam Karch - Everything Can Change

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Canadese di Montreal, Adam Karch è profondamente innamorato dei suoni americani delle radici e il suo stile guarda con passione e talento a quel ‘melting pot’ di influenze che è il Sud, tra blues, country e folk. “Everything Can Change” è il suo album numero cinque e prosegue quel dinamico ibrido di sonorità che non lo inquadrano chiaramente in un ambito ma che lo pongono tra i più interessanti nomi della scena nordamericana. Dotato di una eccellente tecnica chitarristica, sia all’elettrica che all’acustica, Adam Karch è anche un bravo autore che però non disdegna l’accostamento con il repertorio classico della musica americana e in questo suo nuovo disco conferma queste doti consegnandoci versioni assolutamente credibili ed interessanti di “After Midnight” di JJ Cale (introdotta da un saggio delle sue doti di picker), di “Don’t Think Twice It’s All Right” di Bob Dylan e di “Preachin’ Blues” di Robert Johnson. Tra gli originali spiccano l’ispirato roots-rock di “In The Wintertime”, interpretato con convinzione e grande bravura, “Everything Can Change”,  ballata acustica  che giustamente fornisce il titolo al disco, con il passo dei classici, la rilassata “Porch Groove (Sunday Morning)” con un altro assaggio del magnifico stile di Adam Karch all’acustica, il pieno sapore blues di “Bitter Harvest”, la deliziosa country music di “Life” e “Fair Verona Blues” che completa una selezione avvincente e ricca di spunti di interesse.
Remo Ricaldone


Ciclicamente Randy Rogers e Wade Bowen tornano per rinsaldare un’amicizia che li lega da anni, approfittando delle naturali pause nelle loro rispettive carriere e prendendo al volo l’opportunità di suonare assieme e di condividere l’amore per le radici country. Cinque anni fa, nel 2015, “Hold My Beer vol.1” suggellava nel migliore dei modi questo legame, sorprendendo (ma non troppo) per affiatamento e grande voglia di lasciarsi andare con melodie e suggestioni comuni in un album riuscitissimo che ora, a distanza di ben cinque anni, trova il suo naturale ed atteso successore. Le melodie sono cristalline, l’affiatamento è ovviamente eccellente, il materiale fornisce ulteriori spunti di interesse in una partnership tra le più belle nell’ambito della musica texana. Questo secondo volume presenta ulteriori miglioramenti in fatto di convinzione, maturità e passione, una conferma se ce ne fosse bisogno della bontà di una proposta che è ancora una volta un atto d’amore nei confronti della tradizione country del Lone Star State. Lo sforzo compositivo, quello che rende prezioso l’album in fatto di canzoni, è condiviso con alcuni dei nomi migliori dell’attuale scena roots, mentre le performances si avvalgono di un’ispirazione veramente eccellente. “AM/FM” è l’introduzione e la conferma del grande stato di forma della coppia che in questa loro seconda collaborazione danno il meglio di se in una selezione decisamente impeccabile. Titoli come “Rodeo Clown”, “Let Me Be Merle”, “Rhinestoned” (firmata tra gli altri dalla bravissima Lori McKenna), “Ode To Ben Dorcy (Lovey’s Song)” con la presenza vocale (virtuale) di Waylon Jennings e del figlio Shooter, “Mi Amigo” con la collaborazione dei sempre magistrali Asleep At The Wheel in un irresistibile e divertente western swing, la cristallina melodia di “This Ain’t My Town”, “Warm Beer” perfetta da cantare in concerto, scritta da Adam Wright, la sciolta melodia di “Her” firmata dalla ‘premiata ditta’ Dean Dillon/Buddy Cannon e la title-track che chiude in bellezza il disco alzando il grado di ‘elettricità’, celebrano con grande fascino una country music che specialmente in Texas ha sempre mantenuto una dignità, una freschezza, una credibilità notevolissime. Un disco da godere nella sua interezza. Meglio se con una bella birra ghiacciata.
Remo Ricaldone

09:55

Stripmall Ballads - Distant

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Dietro a questo curioso ‘moniker’ c’è Phillips Saylor Wisor, nome decisamente sconosciuto qui da noi ma già con una buona esperienza, sia con il duo The Shiftless Rounders che in tour con i King Wilkie, una delle più apprezzate band acustiche americane. Tra echi elettro-acustici e la più nobile canzone d’autore americana, Stripmall Ballads rappresenta il lato più alternativo e al tempo stesso tradizionale di questi suoni, mostrando una vena in continua crescita che ora si arricchisce di queste otto canzoni raccolte sotto il titolo di “Distant”. La sua è una scrittura solida ed ispirata che talvolta rimanda al Neil Young più intimo mentre in altri momenti affronta il grande libro della musica americana con un piglio ispirato alle più profonde radici tradizionali. Queste sono canzoni sospese nel cuore pulsante d’America, introspettive e ed intensamente poetiche, un po’ randagie e ruvide ma sempre qualitativamente rilevanti in un racconto ‘on the road’ che, pur essendo già stato narrato da tantissimi scrittori, registi  e musicisti, mantiene intatto tutto il proprio sincero fascino. La strumentazione parca ed estremamente misurata, la voce spesso sussurrata e sempre carica di pathos, la scrittura sospesa tra passato e presente, in bilico tra contemporaneità e tradizione, mostra il carattere da classico ‘troubadour’ del nostro in un insieme degno di fare da colonna sonora ai migliori romanzi ‘di strada’. “Distant” scorre così tra rimandi quasi cinematografici e la voglia di raccontare ancora una volta l’America di provincia, quasi come in una ideale colonna sonora delle più suggestive pagine dei romanzi che molti di noi hanno letto e metabolizzato. “Susan At The Crossroads” apre idealmente questo moderno romanzo americano con il suo carico di immagini e di ricordi che chi ama la narrativa ‘on the road’ ha nel cuore e gli altri sette ‘capitoli’ non fanno che confermare e rimarcare l’ispirazione di Mr. Wisor. Ognuno può riportare alla mente, ascoltando queste canzoni che scorrono idealmente in un ideale ‘nastro d’asfalto’, ricordi e reminiscenze che brani come “Juice And Sage”, la lunga e cinematografica “Jennifer Pine Tree”, “Marietta”, “Don’t Mind Me” e “Slinger” evocano in un racconto essenziale e romantico, pieno di riferimenti e vivide immagini. Un disco questo da centellinare con attenzione e pazienza, un racconto ricco nonostante la durata non particolarmente lunga. Un disco dalla notevole forza poetica.
Remo Ricaldone

09:54

Jess Jocoy - Such A Long Way

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nel 2018 aveva esordito con un ep che aveva in qualche modo introdotto la sua musica nella scena indipendente e ora con questo “Such A Long Way”, Jess Jocoy entra di diritto tra le più intense e profonde storytellers che si muovono tra country music e canzone d’autore. Residente ormai da anni a Nashville dove ha affinato la sua capacità di raccontare e raccontarsi tra autobiografia e intime considerazioni sui rapporti interpersonali, la cantautrice cresciuta a Seattle mostra con questi undici quadretti di poter inserirsi a pieno diritto nella parte migliore della scena roots, con una vena che alcuni hanno definitivo come un incontro tra Jason Isbell ed Emmylou Harris. Di entrambi Jess ha più di un punto di contatto, dall’intensità interpretativa al gusto melodico che fa di queste canzoni un consigliatissimo viatico per fare la sua conoscenza. Basterebbero in effetti i primi tre brani per definirne qualità e bravura, da “Existential Crossroads” a “Somebody Somewhere”, passando per “The Ballad Of Two Lovers” dove c’è tutta la poetica di Jess Jocoy e la sua voce veramente notevole, pregna di emozioni e di sfumature che toccano il cuore. I rapporti padre/figlio di “Castles Made Of Sand”, la vibrante “Long Way Home”, il retrogusto agrodolce di canzoni come “She Won’t Be Sad Anymore”, “Aching To Feel Alive” e “Hallelujah”, la dolcezza di “Hope (Such A Long Way)” sono momenti a cui è difficile rimanere indifferenti. La produzione è equilibrata ed è nelle mani di due nomi esperti come Michael Rinne che ha lavorato con Miranda Lambert e Dylan Alldredge il cui lavoro con Mary Gauthier, Joy Williams e Leon Bridges ne ha svelato le qualità e il ‘vestito’ che hanno cucito sulla voce di Jess Jocoy è perfetto per sottolinearne tutta  l’arte poetica. Un disco che è il miglior viatico per entrare nel mondo di una eccellente singer-songwriter.
Remo Ricaldone

09:52

Son Of The Velvet Rat - Monkey Years #2

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Sono anni ormai che Georg Altziebler e la compagna Heike Binder hanno lasciato la nativa Graz, Austria per trasferirsi nel deserto californiano del Mojave, nei dintorni di Joshua Tree, alla ricerca delle migliori condizioni ‘spirituali’ che potessero ispirare il loro talento artistico. Legati profondamente alla canzone d’autore sia europea che americana, da George Brassens a Townes Van Zandt, da Jacques Brel a Leonard Cohen, Son Of The Velvet Rat, il nome scelto per presentarsi agli appassionati, hanno percorso una strada molto scenografica ed evocativa piena di riferimenti e di stimoli che luoghi affascinanti come quelli in cui risiedono possono fornire. Folk, country ‘decostruito’ e ridotto all’osso, all’essenza primaria, riflessi ‘di confine’, profondi legami letterari sono alla base della loro proposta, presentata spesso con i panni di un ‘lo-fi’ che non fa che intrigare ulteriormente l’ascoltatore. “Monkey Years #2” è uno sguardo al passato, ad alcuni degli album proposti precedentemente, con l’aggiunta di un paio di inediti, tanto per stuzzicare i vecchi fans e ci fornisce le coordinate giuste per apprezzare una proposta estremamente attraente. “Mother Of Pearl” è il primo dei due nuovi brani, una country song essiccata al sole californiano con l’armonica che ammalia e le belle armonie di Heidi Binder a supportare il ‘front man’, mentre “Sirens” con i suoi riverberi e le atmosfere ‘dark’ rimanda al repertorio di Leonard Cohen e chiude l’album con le sue emozioni quasi sospese. Il resto del disco è comunque basato su tematiche simili in un’alternanza di melodie che si aprono e si chiudono come i fiori del deserto, dalle chitarre acustiche e l’armonica di “White Patch Of Canvas” che sarebbe piaciuto al Dylan di “Pat Garrett & Billy The Kid” o di “Desire” con quelle fascinazioni mexican godibilissime alla poetica “King Of Cool” in cui fa capolino una ispiratissima tromba e, prezioso cameo, Lucinda Williams con la quale Georg Altzieber ha incrociato i percorsi quasi casualmente. Sono molti gli spunti che queste canzoni portano con se, molte le immagini che evocano, molte le sensazioni che provocano in coloro che le ascoltano: tutte comunque hanno in comune l’amore per le radici del suono americano pur se in certi momenti filtrato dalla sensibilità e dalla cultura europea. Questo non fa che arricchire un lavoro prezioso e propositivo che merita di essere scoperto e goduto fino in fondo.
Remo Ricaldone

18:23

Joe Edwards - Keep On Running

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Joe Edwards ha sempre sognato l’America e le sue radici musicali. Nel Wiltshire, contea rurale dell’Inghilterra sudoccidentale, ha imparato a conoscere il retaggio rock e blues attraverso BB King, Jimi Hendrix e Stevie Ray Vaughan per poi scoprire la più bella canzone d’autore a stelle e strisce con Bob Dylan, James Taylor e Paul Simon e formarsi musicalmente unendo con ottima personalità tutte queste influenze. Una maturazione che gli ha dato la possibilità di entrare in contatto anche con il folk-rock ed il soul e ora il suo esordio, intitolato “Keep On Running”, ce lo presenta capace di interpretare al meglio un bagaglio artistico pieno e solido. Inciso a Nashville sotto l’esperta produzione di Steve Dawson, uno dei nomi più ricorrenti in questo periodo quando si parla di commistioni tra folk e blues, “Keep On Running” ha tutta la freschezza di una serie di sessions portate a termine con naturalezza ed essenzialità, con un ‘buona la prima’ che si è giovata di un ristretto ma prezioso manipolo di musicisti assolutamente in sintonia con il mood complessivo, rilassato e profondo. Undici canzoni in cui la narrazione di Joe Edwards è idealmente supportata da una pedal steel, da chitarre slide acustiche ed elettriche, da una sezione ritmica discreta e mai invadente. A volte con un sentore di JJ Cale per approccio, in altri momenti affondando nel più genuino country blues, sempre con lo sguardo attento ad un’esposizione vicina al folk, la selezione, tutta originale dalla penna di Joe Edwards, cresce moltissimo con gli ascolti fino ad entrare nel cuore dell’ascoltatore appassionato di quel suono ‘americana’ che incrocia generi e sensazioni. Dall’iniziale “Beth’s Song” dedicata accoratamente alla moglie alle storie ispirate dai lunghi viaggi ed esperienze in giro per il mondo, tutto è permeato di notevole carica poetica, con la title-track “Keep On Running”, “Capital Blues”, la suadente country ballad “The Gambler” con la bella pedal steel nelle mani del producer Steve Dawson, “Cross The Line”, “Don’t Let The Bastards Get You Down”, “Driving Home” e “Back on The Road” a rappresentare i risvolti più intimi ed ispirati. Un debutto decisamente riuscito e promettente.
Remo Ricaldone

18:20

Nels Andrews - Pigeon And The Crow

Pubblicato da Remo Ricaldone |


L’oceano ed il deserto: due luoghi opposti che però hanno ispirato profondamente la scrittura di Nels Andrews, californiano attualmente residente a Santa Cruz che arriva al quarto lavoro discografico con l’esperienza ed il bagaglio di vita vissuta in questi ambienti stimolanti e che lo hanno portato ad una profonda introspezione. Un album questo “Pigeon And The Crow” registrato in soli tre giorni sotto la ‘supervisione’ della flautista irlandese Nuala Kennedy che ha intensamente lavorato dando un’impronta folk ad una scrittura come quella di Nels  Andrews legata alle radici americane più intriganti e genuine. Spesso il suo flauto contribuisce a portarci idealmente in un ambito ‘irish’ che si fonde naturalmente con ‘l’americanità’ del protagonista, sposando due mondi spesso convergenti. Il disco risulta veramente molto equilibrato e coeso, interpretato con una grande bravura da tutti i musicisti coinvolti, dal violino di Shane Cook al cello di Pete Harvey, dalle chitarre di Jonathan Goldberger e Emmanuel Paquete al mandolino di Marla Fibish, tutti volti a ricreare immagini dalla forte valenza poetica. Le canzoni poi sono quelle che danno consistenza all’album, storie che prendono spunto da riflessioni naturalmente insite nell’animo umano come amore, egoismo, speranza, paure e pace interiore. Una selezione intrigante le cui colorazioni sono generalmente tenui e solo momentaneamente si accendono lasciando trasparire aspetti sempre suggestivi. Un disco questo da assaporare e centellinare con calma, lasciandoci trasportare da atmosfere attraenti e suadenti.
Remo Ricaldone

18:17

Rebecca Turner - The New Wrong Way

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dopo aver vissuto a New York e a Los Angeles Rebecca Turner, artista ugualmente attratta da country music, rock e pop, ha stabilito la sua base nel New Jersey, a Maplewood, continuando una carriera che la vede arrivare al terzo disco solista intitolato “The New Wrong Way” che segue di ben dieci anni il precedente “Slowpokes”. Questi anni sono volati via comunque senza che Rebecca Turner abbandonasse i suoi sogni artistici e ora la ritroviamo convincente e determinata in una selezione veramente piacevole. Registrato negli storici Ardent Studios di Memphis, Tennessee, questo lavoro ci ripropone una interessante autrice e un’interprete appassionata che riprende un paio di cover (la delicatamente jazzata “Tenderly”, brano degli anni ’40  interpretata tra gli altri da Rosemary Clooney e l’ottima “Sun In The Morning” firmata da Barry e Maurice Gibb, gioiellino country-folk del loro periodo di fine anni sessanta) e propone una ottima serie di brani originali. Talvolta più rock come nell’iniziale “Living Rock” e nella intensa “Cassandra”, spesso legata a certe inflessioni country come in “Water Shoes” dove appare il bel banjo di Jon Fried, in “Sawtelle” e “Tour Job” dove Skip Krevens mostra eccellente bravura alla pedal steel e nelle incisive “Idiot”, “Free The Rose”, “Circumstances” e “What If Music?”, pregevoli esempi della ritrovata vena di Miss Turner. Da sottolineare la produzione pulita di Scott Anthony che affianca la stessa Rebecca Turner e il notevolissimo lavoro alle chitarre, elettriche ed acustiche, di Rich Feridun che impreziosisce molti momenti dell’album con interventi energici o ‘di fino’. “The New Wrong Way” è un apprezzato bentornato per un nome che merita l’attenzione di chi apprezza certa (alternative) country music, il roots rock di personaggi come Tom Petty (un riferimento per lei) e il fresco sound pop della west coast. Consigliato.
Remo Ricaldone

18:12

Dave Greaves - Still>Life

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Dave Greaves ha vissuto intensamente gli anni tra i sessanta e i settanta del secolo scorso dando un fattivo contributo alla scena cantutorale inglese, venendo in contatto con nomi come Nick Drake, Sandy Denny e John Martyn con cui andò in tour. Originario della cittadina di Hull ma ora residente lungo la costa del mare del nord a Scarborough, Dave Greaves ha anche all’attivo la collaborazione come chitarrista nei tour di musicisti americani che si sono recati nel Regno Unito come per esempio Bob Cheevers con cui ha stretto una bella amicizia, ricambiata dall’artista texano che gli ha prodotto questo impegnativo doppio cd intitolato “Still>Life”, un articolato e variegato excursus che ci presenta un ‘songbook’ interessante e per molti versi pregevole. Lo sforzo compositivo è decisamente gravoso, sono ben ventidue le canzoni che lo compongono, tutte originali e solo in alcuni casi scritte con l’aiuto di qualche firma esterna. Da questi racconti emerge subito il suo importante pickin’ chitarristico, un approccio disteso e ispirato frutto di una maturazione qui raggiunta in maniera completa e la vicinanza stilistica con i nomi citati in precedenza con la predilezione per ballate perlopiù acustiche di derivazione folk. Non mancano chiaramente le derivazioni americane ed il linguaggio usato spesso lo avvicina alla tradizione cantautorale d’oltreoceano, il tutto arrangiato con attenzione e sagacia. “A Piece Of This Life” introduce nel migliore dei modi il primo disco, con cenni autobiografici e una bella melodia, “Still Life With Piano” entra ancora più nel profondo con intensità ed introspezione, ragalandoci un altro momento da ricordare, mentre canzoni come “Fool’s Gold”, “Frank”, “Killing Time” e “The Desperate Hours” confermano doti compositive di buon livello. Sul secondo disco si segnalano per il loro interessante svolgimento “Phantasy” e “Sunflowers”, “The Longing For You” e “Unguarded Moment” in un incedere leggermente ‘appesantito’ da una certa ripetitività che magari avrebbe meritato un leggero sfoltimento per rendere il tutto più scorrevole. Non è facile proporre una tale mole di materiale senza incorrere nel rischio di risultare un po’ monotono. Rischio superato in buona parte per un musicista di valore come Dave Greaves.
Remo Ricaldone

11:11

The Panhandlers - The Panhandlers

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Quella dei Panhandlers è un'avventura che merita di rappresentare uno dei migliori progetti usciti nel Lone Star State grazie ad una freschezza, una luminosità e un’ispirazione assolutamente da rimarcare. La country music nella sua coniugazione più incisiva e dinamica è alla base del quartetto formato da Josh Abbott, William Clark Green, Cleto Cordero e John Baumann in una selezione impeccabile che regala una manciata di canzoni che rimarranno a lungo nei cuori degli appassionati. Gli arrangiamenti rimandano un po’ ai Turnpike Troubadour nella loro versione più roots, le performances si giovano di un affiatamento notevolissimo mentre la scrittura pesca nella più genuina tradizione texana creando una selezione che fa di questo disco certamente uno dei più intriganti lavori dell’anno. La produzione è nelle mani esperte ed ispirate di Bruce Robison che porta a termine un prodotto che si gode dalla prima all’ultima nota attraverso dieci brani contraddistinti da una profusione di fiddle & steel, di chitarre elettriche e di una solida sezione ritmica. Canzoni che mischiano con classe ballate e midtempo perfetti per essere proposti coralmente in una dimensione live, classiche country songs e momenti più robusti e vicini al migliore ‘southern sound’, da “West Texas In My Eye” al delizioso country waltz di “Panhandle Slim”, da “This Flatland Life” a “The Panhandler” in un susseguirsi di dichiarazioni d’amore nei confronti del West Texas e dall’affascinante regione del ‘manico di padella’, quel pezzo di Texas che si insinua a nord tra Oklahoma e New Mexico. Tutto l’album merita l’attenzione non solo del fan ma di chiunque voglia entrare nel mondo delle ‘high plains’ e dei suoni che lo caratterizzano. Un progetto questo che si spera non risulti isolato e che possa in futuro riportare in pista il quartetto dei Panhandlers con nuove canzoni.
Remo Ricaldone

11:08

A.K. & The Brotherhood - Oh Sedona!

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Ormai non si può più parlare di casi isolati, la scena svedese che guarda alle radici del suono americano tra country e rock è la migliore in Europa, la più credibile. Ad aggiungersi alla bella serie di musicisti che in questi anni hanno nobilitato la musica che proviene da quelle parti c’è ora Alo Karlsson, cantante, chitarrista ed autore di Vaxjo, sud della Svezia, legato fortemente ai suoni country ma pronto ad aggiungere il suo tocco personale che porta queste canzoni ad un livello notevole, con forti connotazioni ‘americana’. Ad accompagnarlo in questo percorso c’è un’ampia e modulata band, aperta ad una serie di amici e ‘brother in arms’ che prendono il nome di Brotherhood e forniscono sfumature e colori tali da farci godere appieno canzoni che rimandano ai classici della Band, dell’epoca d’oro del country-rock e dell’alternative country più recente. Quella di A.K. è una scrittura matura capace di evocare luoghi distanti geograficamente ma vicini al cuore di chi ama la musica americana delle radici, quella più genuina ed autentica, la voce è calda e sicura, in grado di guidare un repertorio assolutamente godibile nei suoi risvolti elettro-acustici, nelle ballate e negli uptempo. I numerosi strumenti a corda suonati con classe da Johann Glossner, il fiddle ed il mandolino di Martin Bjorklund, musicista che ha accompagnato Doug Seegers anche nel suo primo  tour italiano, la pedal steel guitar di Nicke Widen, le tastiere di Henrik Strom sono i punti fissi di una band eccellente e sorprendente. Sono molti i momenti da sottolineare in un album che è l’unione di tre ep pubblicati in momenti diversi ma che hanno una grande coesione e rappresentano un ‘unicum’ di ottima espressività, da “California Free Bird” alla splendida ballata in cui Alo Karlsson duetta con la bravissima Sofia Loell, “Big City Sidewalks”, dalle fresche e brillanti “For The Long Run” e “(Livin’ On) Tupelo Time” all’incisiva “Miles And Memories” fino a “Halfway To Anywhere” e a “Like The Devil Reads The Bible”, altri due begli esempi di scrittura. Un disco pienamente soddisfacente che sorprende e risulta in ogni momento estremamente piacevole.
Remo Ricaldone

11:05

Suzie Candell - Restless

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“Restless” è uno di quei dischi che riconciliano con la country music, quella fatta di qualità delle storie, di melodie fresche e in qualche modo ‘classiche’ e di interpretazioni sincere e genuine. A proporci questo disco brillante e naturalmente scorrevole è Suzie Candell, artista che ha saputo crearsi una carriera al di fuori degli States, senza pressioni e vincoli, libera di esprimere al meglio la propria musicalità, facendo base prima nel sud della Germania e poi nel Liechtenstein, certamente non il luogo dove potresti aspettarti di incontrare country music e ‘americana’. L’etichetta svizzera Brambus non si è lasciata sfuggire l’occasione di mettere sotto contratto Suzie Candell e il fiuto e l’intelligenza di questa scelta è ora ripagata da un disco che non faticherà ad entrare nel cuore di chi ama le voci femminili che guardano alla country music e alla canzone d’autore ad essa legata. La produzione è della stessa Miss Candell, così come l’intero repertorio scritto con mano sicura e con l’aiuto in qualche occasione di colleghi come Beth Wimmer, musicista che ha in comune quello di aver scelto di trasferirsi in Europa per perseguire i propri sogni e di Shawn Jones che assieme a nomi come Brent Moyer (altro nome legato alla Brambus), Billy Watts e Aaron Till, formano la schiera di sidemen che supporta la protagonista attraverso le dieci canzoni del disco, unendosi ad alcuni strumentisti locali. Ballate e momenti più country-rock contraddistinguono un insieme decisamente ben equilibrato, suonato in maniera impeccabile con misura ed acume. “California Dreamin’” (non quella dei Mamas & Papas) apre l’album dando subito l’impressione di trovarci di fronte ad una voce importante e ad un lavoro intrigante, “Up And High” aumenta i giri rimandando a certe cose dei Fleetwood Mac di “Rumours” per immediatezza e brio mentre grande vivacità pervadono le trascinanti “”My Baby Wants To Rock’n’Roll” e “The Party’s Right Here Tonight”. “Whiskey And Why” è ballata intima con tanto di sinuosa pedal steel, “Me And This Gun” è un midtempo che mi ricorda un’altra ottima ‘chanteuse’, la texana Robyn Ludwick, “Flat Broke Blues” swinga alla grande e la title-track ci culla con calore ed intensità. Queste sono le canzoni che formano la spina dorsale di un disco che ha il grande merito di dare visibilità a un nome da appuntarsi e da ricordare per il futuro.
Remo Ricaldone

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