15:46

Rick Shea - Love & Desperation

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Rick Shea è tra i grandi della country music ‘made in California’, attivissimo negli anni sia come solista (sono dodici gli album incisi a suo nome) che prestando il proprio talento nelle band del compianto Chris Gaffney, di Dave Alvin ma  anche della brava Katy Moffatt e della leggendaria Wanda Jackson. Dotato di una voce calda, modulata e molto espressiva e di una indomita vena compositiva in cui al grande amore per la country music si inseriscono fascinazioni tex-mex, blues e rock’n’roll, Rick firma con questo “Love & Desperation” un lavoro più prezioso e significativo dei precedenti anche per il fatto di essere stato concepito ed inciso in tempi decisamente complicati e drammatici per via della pandemia. L’album inizia subito con i tempi giusti e le giuste radici in una “Blues Stop Knockin’ At My Door” in cui si conferma il gusto per le più autentiche radici country e viene seguito da un blues coinvolgente come “Blues At Midnight”, mentre “(Down At The Bar At) Gypsy Sally’s” e affascinante e mostra le qualità chitarristiche di Rick Shea che rilascia un break di grande efficacia. La title-track “Love & Desperation” è un vero gioiellino e l’accordion di Phil Parlapiano, valente ed esperto sideman, è un prezioso valore aggiunto alla melodia, “She Sang Of The Earth” è frutto della collaborazione compositiva con Kim Ringer, figlia del grande Jim Ringer e concorre per la palma di migliore del disco con una melodia da ricordare e un intervento di fiddle eccellente mentre “Big Rain Is Comin’ Mama” è ancora ‘unadulterated’ country music della miglior razza. L’ispirazione, il calore, la passione che Rick Shea mette in ogni brano rende il disco rimarchevole e possiamo ancora citare il colorato tex-mex di “Juanita (Why Are You So Mean?)”, “The World’s Gone Crazy” intriso di blues, la più acustica e splendida “Nashville Blues”, l’evocativo strumentale “Mystic Canyon” e la pregevole chiusura con “Texas Lawyer” ancora immersa in un’atmosfera autenticamente ‘on the border’. Grande conferma per un grande artista.

Remo Ricaldone

15:44

Ben Bedford - Portraits

Pubblicato da Remo Ricaldone |

I ritratti che emergono dalle canzoni di Ben Bedford, singer-songwriter di Springfield, Illinois dotato di talento puro nel raccontare storie di provincia ricche di intensità ed introspezione, lo pongono come una delle figure di spicco degli ultimi anni in ambito roots. Il Midwest (ma non solo) è nella sua narrazione luogo in cui si incrociano personaggi tratteggiati con estrema bravura, i ricordi emergono in tutta la loro forza e gli eventi non fanno che esaltare il lato letterario di questi brani. “Portraits” è una sorta di retrospettiva dei primi tre lavori discografici di Ben Bedford (“Lincoln’s Man”, “Land Of The Shadows” e “What We Lost”) estrapolando alcuni racconti che assumono ulteriore valenza qualitativa dando l’impressione di essere stati concepiti apposta per questa scaletta tale è la loro coesione. La duttilità, l’abilità nel ricercare le giuste linee melodiche, la perizia interpretativa, gli arrangiamenti tanto essenziali quanto intriganti fanno di questo album il più ghiotto stimolo per conoscere il mondo musicale di Ben Bedford ma anche l’occasione per chi conoscesse già i suoi dischi di tornare su alcune delle sue gemme e di riconsiderarle da un’altra prospettiva. Ad aggiungere ulteriore interesse in questo album c’è il consueto lavoro certosino della label italiana Appaloosa che ci propone tutte le traduzioni dei testi contribuendo a goderci appieno momenti di vera poesia come nella lunga ed introduttiva “Lincoln’s Man”, nella splendida “What We Lost”, nella intensa “The Sangamon” piuttosto che nelle ottime “Guinevere Is Sleeping”, “Migrant Mother” (mettendo in musica tutte le emozioni di uno scatto di Dorothea Lange che porta lo stesso titolo ed esprime al meglio le emozioni e le sofferenze della Grande Depressione), “Land Of The Shadows (For Emmett Till)” e “Amelia” solo per citare qualche titolo. La grande qualità di “Portraits” sta anche nel mettere in fila il meglio della prima produzione artistica di un nome che merita tutta l’attenzione di chi apprezza la poetica della canzone americana.

Remo Ricaldone

Attivi dal 2011 i  Ghost Of Paul Revere arrivano da Portland, Maine e si pongono come una delle più piacevoli sorprese di questi ultimi tempi. Sei album all’attivo e una crescita continua sia come affiatamento che come proposta artistica, un gustoso mix di rock e radici con robuste iniezioni di soul e pop a creare un sound piacevole e mai scontato. Griffin Sherry alle chitarre, Max Davis al banjo e chitarre, Sean McCarthy al basso e l’inserimento a tastiere e fisarmonica di Ben Cosgrove hanno fissato la line-up in un quartetto la cui intesa ed armonia è più che evidente nelle dodici canzoni che compongono la scaletta di questo “Good At Losing Everything”, probabilmente il lavoro che può far accrescere la loro notorietà fuori dai confini del Maine dove tra l’altro godono di una grande popolarità fino al punto di avere scritto quella che è stata scelta come canzone ufficiale dello Stato, "Ballad of the 20th Maine" nel 2019. La coralità delle loro interpretazioni, il fondere con naturalezza stili diversi, la ricerca costante della melodia sono solo alcuni dei tratti tipici della loro musica, un folk-rock che spesso si accende con grande entusiasmo per poi cullarci con intime ballate dal sapore rustico. I tratti quasi gospel che emergono dalla title-track “Good At Losing Everything”, il fresco pianismo che caratterizza “Love At Your Convenience”, l’espressività di “Two Hundred And Twenty Six Days”, la delicatezza acustica di “Diving Bell” dove ci si avvicina al folk, le pulsioni soul di “Travel On” che li avvicina un po’ a Nathaniel Rateliff e  l’intensità di “One Of These Days” introdotta da una bella armonica sono i momenti da incorniciare per un lavoro sorprendente e consigliato caldamente.

Remo Ricaldone

15:39

Matt Eckstine - Lil' Blue

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dall’area di Savannah, Georgia Matt Eckstine si  è fatto notare per una vena compositiva intrigante e una soavità che deve (in parti variabili) ai suoni californiani di Laurel Canyon, alla canzone d’autore tra folk e country di John Prine, alla ruvida essenza di Steve Earle e alle armonie di James Taylor in un ispirato percorso che ora lo vede interpretare alcune canzoni che ha composto nel corso degli ultimi anni registrandole nell’intimità del suo studio casalingo. Una dimensione che ha reso questi brani freschi e brillanti grazie alle doti di polistrumentista e alle collaborazioni (invero preziose ma che non spostano gli equilibri) di una ristretta cerchia di sidemen. “Lil’ Blue” è disco stringato (‘solo’ otto canzoni che superano di poco i venticinque minuti) ma spesso sopra la media e ricco di spunti positivi, come nell’introduttiva “Part Of The Ride”, manifesto del talento di Mr. Eckstine, nella solida “This Heaven”, nella più acustica “Lil’ Blue” dove appare un bel mandolino nelle mani di Evan Rose, in “Old Guitar” altro highlight in cui spicca la slide di John Banks e in “Here They Stand” dove il nostro si trova perfettamente a proprio agio nei suoni roots. Un gradino più sotto ma comunque piacevoli “Mahi-Mahi And Rice”, unica cover, “Uku Mama” e “Honeydew” con le sue tenui influenze blues, brani in cui possiamo riscontrare influssi leggermente simili a certe cose di Jack Johnson. Disco che si gusta in un sorso e lascia l’ascoltatore con la conferma (o la scoperta se non lo conoscete ancora) di un buon talento nel panorama indipendente americano.

Remo Ricaldone

18:28

The Texicana Mamas - The Texicana Mamas

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra Texas e Messico, nella più bella tradizione del ‘border’, le Texicana Mamas rappresentano in maniera chiara quanto siano importanti le collaborazioni per dare nuova linfa ed impulsi ad uno stile che da musica ‘regionale’ si è trasformato negli anni in (quasi) universale grazie al contributo di gente come i Los Lobos, Ry Cooder e i Texas Tornados per fare qualche esempio. Tish Hinojosa, Stephanie Urbina Jones e Patricia Vonne hanno singolarmente espresso grandi doti e talento attraverso una buona discografia e la scelta  di unire le loro personalità e le loro attitudini si è rivelata, ascoltando questo album, decisamente una mossa vincente. Naturalmente con lo spagnolo lingua preponderante, il repertorio si snoda in una sequenza di momenti dalla grande coesione e voglia di divertire e divertirsi, peculiarità tipica del genere. La selezione è in uona parte originale, con una sagace scelta delle covers e un entusiasmo palpabile in ogni nota. “Canciòn Del Mariachi” è firmata da Cesar Rosas dei ‘lupi del barrio’, “Lo Siento Mi Vida” è di Linda Ronstadt e Kenny Edwards e “The Life” è una canzone di James Slater e Casey Beathard, nota coppia di autori di Nashville a formare un bel trittico. Tra gli highlights “Abundancia” è capolavoro di equilibrio e intensità con la sua melodia avvolgente e profonda, “Amigas De Corazon” è gioiellino di vibrante qualità con Flaco Jimenez alla fisa e Max Baca al bajo sexto, “Amor Sin Fronteras” è nostalgica e accorata mentre “American Dream (Sueno Americano)” si pone come momento di grande fascino. Questo è comunque un lavoro in cui è perfetta la sintonia tra le tre protagoniste e sperabilmente potrà essere il viatico per una nuova ottima carriera in trio e non solo un’estemporanea collaborazione. Cuore e anima ‘on the border’.

Remo Ricaldone

Sono ormai una trentina di anni che Mark Viator e Susan Maxey hanno condiviso vite e percorsi artistici attraverso una carriera che li ha visti attraversare buona parte degli States, dalle colline di Kerrville ai clubs di Austin, Texas, dalla Louisiana alle Rocky Mountains, dai deserti del New Mexico al Golfo del Messico. Una coppia la loro molto ben affiatata ed assortita con le radici cajun, la canzone d’autore, il country blues ed il rhythm’n’blues di Mark Viator ad intrecciarsi con la country music ‘made in Texas’ e la canzone folk del Lone Star State nel dna di Susan Maxey. Il risultato è un ‘piatto’ variegato e saporito in cui si alternano voci e strumenti sempre ispirati in un repertorio dove non mancano gli omaggi ad altri autori e la collaborazione compositiva è azzeccata ed intelligente. “Where The Road Leads” è il titolo del loro nuovo disco ed è la naturale continuazione del loro viaggio sonoro fatto di racconti tanto genuini quanto essenziali, introdotto dalla slide di Mark Viator nella ottima “My Old Man” a cui fa seguito la prima cover (del bravo musicista John Lilly) interpretata da Susan Maxey, una fresca e spontanea “Tore Up From The Floor Up”. Ed è un continuo ‘rimbalzo’ di influenze e spunti interessanti, da “Cajun Navy” e “Bye-Bye Bayou” (di Jim Stringer) a ribadire le radici di Mark Viator alla eccellente title-track, alla accorata “”Before I Disappear” e alle gustose “Teach Me How To Stay” (del compianto Stephen Bruton), “Suitcase Full Of Memories” e “Tumbleweed Graves”. Un album questo la cui semplicità va di pari passo con il gusto per la melodia e lo sguardo ampio alle migliori radici musicali americane.

Remo Ricaldone

18:22

Anna Elizabeth Laube - Annamania

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Anna Elizabeth Laube è un’autrice e cantante con la passione per la tecnologia che l’ha portata dal nativo Iowa, attraverso il Wisconsin dove risiede la sua famiglia e dove è tornata in tempi di ‘lockdown’, a San Francisco per lavorare in questo campo ma sempre con la musica a dettare i tempi. Sono quattro infatti gli album incisi nel corso di una decina di anni a testimoniare la passione per una canzone d’autore in cui ritrovare country, folk e pop in misura variabile, con il denominatore comune di un approccio profondamente poetico e intenso. Ora “Annamania” rilegge con il suo sguardo a ritroso alcune delle canzoni di quei dischi con l’aggiunta di tre nuovi brani, una commovente versione di “Time To Move On” di Tom Petty con l’aggiunta di un corno francese a sottolinearne la bellezza melodica, “Jardim Da Estrela”, omaggio al Portogallo in cui ha vissuto per un certo tempo e la più rockeggiante “I’m Gone”. Molto interessanti sono comunque le altre canzoni, per noi come nuove visto questo primo approccio nei confronti di Miss Laube, dalle bellissime melodie di “Sweet Boy From Minnesota” e “All My Runnin’” venate di un tocco country decisamente intrigante al cadenzato blues di “If You Build It” e a “Oh My! (Oh Me, Oh Me, Oh My)” che la presentano sempre a proprio agio nelle diverse forme musicali roots. “Already There” è un altro gioiellino tra folk e country, così come la pianistica “Please Let It Rain In California Tonight” in cui si esprime tutta l’accorata nostalgia e la dolcezza della musica di Anna Elizabeth Laube e “Tree”, intensa folk ballad dai toni riflessivi. Forse meno immediata nelle canzoni più pop, Anna Elizabeth Laube si prospetta comunque promettente nome della scena indipendente legata alle radici e questo suo “Annamania” è la perfetta occasione per fare la sua conoscenza.

Remo Ricaldone

18:19

The Gothic Cowboy/Melvin Litton - Bare Bones

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Melvin Litton ha attraversato la musica americana delle radici con passione e talento, unendo rock e folk con taglio poetico profondo. Da qualche anno ha preso il nome di Gothic Cowboy tornando a fare musica acustica con il fido pard Dan Hermreck per rileggere folk e country, cowboy songs e storie di confine fissando le coordinate nel precedente ottimo doppio album intitolato “Between The Wars” e pubblicato nel 2019. Melvin ora apre i suoi archivi andando a ripescare incisioni che vanno indietro alla fine degli anni settanta e ai primi ottanta con un poderoso e amplissimo set di brani che vanno sotto il titolo di “Bare Bones” a sottolineare l’approccio scarno ed essenziale, solo chitarra e voce, e il forte legame con la tradizione dei migliori troubadours americani. Sono ben quattro i cd inseriti in questa confezione e qui ci sono tutte le radici di un artista autentico e sincero, ironico talvolta ma sempre arguto ed incisivo nei suoi ‘ritratti di vita’. “Chance”, Folly”, “Desire” e “Dream” sono i quattro capitoli in cui sono suddivisi stati d’animo ed ispirazione, tematiche e influenze, passando dal folk al blues in maniera sempre vera e schietta. E’ inevitabile che citare qualche titolo appaia superfluo o quantomeno inutile: nelle cinquantasei canzoni sparse in questi quattro cd sta alla sensibilità di ciascuno trovare gli spunti e i momenti più coinvolgenti, gli argomenti più intriganti, le performance più passionali. Per un progetto così poderoso e prezioso per penetrare la personalità di Melvin Litton ci vuole solo perseveranza, amore per la più classica canzone folk e per l’America di provincia così intensamente narrata dal ‘Cowboy Gotico’.

Remo Ricaldone

 

18:28

Su Andersson - Train Stories

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Su Andersson ha dedicato gran parte della sua vita professionale all’attività di architetto, coltivando al tempo stesso la passione per la musica ora emersa come bisogno primario da parte dell’artista svedese. I suoi legami con la musica americana delle radici sono ora evidenziati in questo suo interessante disco intitolato “Train Stories”, una bella serie di istantanee incise tra Goteborg e Berlino, con il ‘tocco finale’ negli States. La prima Lucinda Williams, quella più vicina alla country music, Kim Richey, Kate Campbell e anche i più recenti lavori di Rosanne Cash sono le coordinate sulle quali scorrono queste ‘storie di treni’, narrate con convinzione e lucidità e presentate in una veste elettro-acustica molto piacevole. Esperienze personali e il più evocativo immaginario collettivo dell’America vista attraverso l’ideale finestra del viaggio ci regalano una serie di canzoni di eccellente fattura. “For Roses And Rain” è vissuta con intensità e introduce nella maniera migliore l’album confermando limpide doti poetiche e gusto della melodia country-folk, “A Bunch Of Flowers In San Francisco” è deliziosa con la sua metafora delle diverse tonalità di colori ed aromi a garanzia dei molti risvolti sonori delle radici musicali d’America, “Two Feathers From An Eagle” e “The City Of Dark And Bright Angels” aggiungono valore anche letterario al peso specifico della produzione mentre sono ancora da sottolineare le due parti di “On The Train”, inevitabilmente, e la cristallina melodia di “Early Morning Alleys” dove riaffiora potente la bellezza dei suoni tinti di country music. Una bella sorpresa questa anche in virtù del fatto che Su Andersson, praticamente agli esordi in questa nuova fase della sua vita, palesa una gran bella maturità e pienezza.

Remo Ricaldone

18:25

Steve Mayone - Mayone

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Steve Mayone, singer-songwriter da Brooklyn, New York City, è un artista decisamente poliedrico che ama in egual misura rock e radici interpretandole con forza espressiva e incisività fin dalla fine degli anni settanta. Sono solo cinque gli album all’attivo ma Steve Mayone oltre alla sua carriera solista è coinvolto in più progetti che porta avanti quasi contemporaneamente come Bastards Of Fine Arts e The Cousins Project. Per un certo periodo ha spostato il suo raggio d’azione a Boston, negli anni in cui ha frequentato il famoso Berklee College Of Music negli anni ottanta esibendosi con alcune importanti bands a livello locale come i Treat Her Right e The Benders. La sua è una musica che deve molto alla canzone d’autore di estrazione folk alla quale ha via via inserito elementi country, pop e rock costruendosi un suono vibrante ed originale che ha la sua perfetta sintesi in questo “Mayone”, un lavoro maturo e coeso che rappresenta probabilmente l’apice della sua carriera. Basti citare la limpida melodia country-folk di “I’ll Take You As You Are” seguita dal contagioso rock di “Sweet Little Anchor” per definire bene le due anime di Steve Mayone, a suo agio in entrambi i campi. La bellezza pop di “Like You’ve Never Been Away” firmata dall’amico Matt Keating e con la vicinanza stilistica a band come Jayhawks, l’eleganza dello strumentale “Sing Along Stuff”, la divertente e gustosa “Happy Alcoholidays”, la cristallina ed acustica “Muddy Cove”, “Missouri Loves Company” e la nostalgia di “Airport Goodbyes” mostrano tutto il talento e la capacità di risultare efficace nella più diverse situazioni di Steve Mayone. Un personaggio a cui dare assoluta fiducia.

Remo Ricaldone

18:21

Peach & Quiet - Just Beyond The Shine

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Un’altra bella realtà canadese che proviene dagli scenografici paesaggi del British Columbia è il duo chiamato Peach & Quiet formato da Heather Read e Jonny Miller che  debutta unendo con gusto roots-rock, country music e folk. “Just Beyond The Shine” è infatti il risultato delle variegate influenze della coppia, maturato negli anni grazie a esperienze legate a suoni anche molto diversi. L’album è prodotto da una delle figure di culto della scena canadese, Steve Dawson, che li ha condotti per mano attraverso una serie di fruttuose sessions in compagnia di alcuni tra i più rispettati nomi del panorama roots. “Empty To Fill” ha il forte sapore sixties e i colori ‘byrdsiani’ e apre in modo brillante il disco, “For My Love” è deliziosamente acustica, una ballata condivisa con grande amore e con un ‘break’ di chitarra elettrica estremamente efficace, “California Way” è interpretata sublimamente da Heather Read ed è a mio parere uno dei punti più alti con il suo attraente ‘country flavor’, “Shoreline After A Storm” è più ‘dark’ e può essere metafora di rapporti interpersonali sofferti e complicati mentre “Lucky In Love” mantiene vivo lo spirito country più genuino ricollegandosi ai suoni dei primi anni settanta, ispirandosi ai duetti tra Gram Parsons ed Emmylou Harris. Sempre intriganti sono le melodie e intenso l’approccio, con una seconda parte che vede “Will You”, altro bel duetto, “There’s A Very Good Chance”, “Flowers Grow” e “Seven Daffodils” impreziosire una selezione decisamente importante e degna di essere conosciuta.
Remo Ricaldone

18:18

Bobbo Byrnes - SeaGreenNumber5

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Attivo come sempre, il roots rocker californiano Bobbo Byrnes esce con un nuovo disco forse leggermente più acustico e country rispetto ai precedenti, ispirato da una vena che nemmeno i difficili tempi della pandemia hanno frenato. “SeaGreenNumber5” vede il supporto della moglie Tracy al basso, delle percussioni di Matt Froehlich, del violino e della viola di Georgiana Hennessy e della pedal steel del bravo Jeremy Long, mentre alle armonie vocali fanno bella mostra di se Jen Moraca e l’ottima Tawny Ellis in una sequenza dove le atmosfere sospese tra country music e canzone d’autore formano un quadro veramente godibile e soddisfacente. Polistrumentista ispirato e talentuoso, Bobbo Byrnes, in un lavoro dal fascino artigianale, gioca le proprie carte fornendo una sostanziosa base musicale alle chitarre, mandolino, banjo, pedal steel, piano e fisarmonica sulla quale interpreta, magari con una voce non particolarmente ampia come estensione ma tutto sommato delicata e piacevole, storie di viaggio e d’amore nella più classica tradizione e scuola californiana. “Queen Of The Party”, “Favorite Photograph”, “Eveline”, “Every Sound That Crashes”, “10,000 Miles” e “Running Back To You” formano il sottile ma forte ‘filo rosso’ a legare  una ottima nuova serie di brani che mantiene alta la capacità creativa di Mr. Byrnes.

Remo Ricaldone

 

16:52

Sam Downing - Storyteller

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Eccellente debutto per Sam Downing, storyteller, come dice il titolo del disco, dalle doti notevoli già al primo lavoro solista, una serie di canzoni che passano agevolmente e naturalmente dalla country music al folk in un’alternanza che spesso fa trasparire inflessioni rock. A me spesso rimanda alla poetica genuina di un Evan Felker e dei suoi Turnpike Troubadours e vista l’assenza della band dell’Oklahoma quale migliore occasione per avvicinarsi a questo album del musicista del Texas centrale depositario di una vena già matura e completa. Ancora giovanissimo, Sam Downing mostra con queste tredici canzoni quanto contino i geni (il padre, AJ Downing è a sua volta un bravissimo cantante ed autore) e quanto i più autentici suoni texani ai quali è stato probabilmente esposto fin dalla più tenera età e fin dalle prime note dell’apertura affidata a “Revenge Is A Sin” possiamo apprezzare la sua incisività ed il suo senso melodico, così come nella ottima “Isabella”, nelle ‘nuances’ messicane di “Long Gone Desperado” che ha il passo dei classici, in “Gasoline And Breakfast” tra gli ‘highlights’ del disco rimandando ancora ai Turnpike Troubadours e con un duetto tra accordion ed armonica decisamente vincente, nel bluegrass di “Carla Dean”. Un bel viaggio nelle tante facce della musica del Lone Star State che vede ancora nel country-blues di “Run While I Can”, interpretato da veterano, nel rock’n’roll di “Troubadour Of Twang” (bel titolo!), nell’intensa “Something So Cruel” pervasa dalla più vera country music, negli arpeggi acustici di “Close To Forget” e nei profumi sudisti di “I Stand Alone” la sublimazione di una scena che continua a regalarci personaggi come Sam Downing. E noi ringraziamo.

Remo Ricaldone

16:49

D.L. Marble - One Line At A Time

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dall’Arizona un roots-rocker tra i più godibili degli ultimi tempi, grazie ad una sua vena compositiva di ottimo livello e di una produzione cristallina come quella fornita da Eric ‘Roscoe’ Ambel, uno che in fatto di esperienza ha pochi rivali e che ha cucito l’abito perfetto per una serie di canzoni già rodate negli shows in giro per il Sudovest americano e per il Messico e che suonano ora in maniera splendida. D.L. Marble riesce a fondere lo spirito rock’n’roll ad una visione cantautorale che lo avvicina spesso alla scena texana come ispirazione e questo suo “One Line At A Time” lo trova ispirato cantore di quell’America di provincia che racconta di personaggi e storie alla perenne ricerca della propria identità con un tocco gustosamente agrodolce. Una selezione che scorre con una naturalezza e una leggerezza assolutamente da rimarcare, con le chitarre a dettare i tempi (e qui Eric Ambel gioca un ruolo fondamentale) e la sezione ritmica a fornire la giusta e solida base. “Ocean Beach”, le contagiose “Same Damn Thing” e “Tonight”, la title-track, la più riflessiva “Break Even”, la più pimpante “Bombay” con il suo trascinante ‘train time’, la nostalgica ed acustica “California Memory” e a fare da contraltare la dura “Better Than Me” non fanno che confermare quanto intrigante sia la proposta di D.L. Marble, nel solco più genuino della tradizione ‘americana’ e alt-country.

Remo Ricaldone

 

16:46

The Pawn Shop Saints - ordinary folks

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Da anni ormai Jeb Barry gira per l’area degli Appalachi alla ricerca della più vera provincia americana, quella fetta di Paese in via di estinzione dove non sono ancora arrivati i segni della globalizzazione e dove la vita scorre (apparentemente) tranquilla tra personaggi e luoghi ordinari. La sua scrittura è sempre stata caratterizzata da uno stile asciutto ed essenziale che va al cuore delle storie che narra, usando un idioma legato profondamente a folk e country music. Sia nella sua produzione solista che ora con i Pawn Shop Saints, Jeb Barry ha mostrato talento e sguardo disincantato ma al tempo stesso appassionato nel tratteggiare i contrasti e quelli che sono considerati i luoghi comuni delle minuscole comunità tra le due Carolina e il Tennessee. “ordinary folks” (minuscolo) è quindi una bella fotografia di tutto questo e conferma le ottime sensazioni che il precedente, apprezzato “texas, etc…” aveva messo il luce, con nove brani genuini pregevolmente interpretati con il trio che lo affianca, formato dalle chitarre di Mike O’Neill, dai tamburi di Josh Pisano e dal basso di Chris Samson. “New Year’s Eve, Somewhere In The Midwest” è scritta a quattro mani con Jason Isbell, tra i nomi ai quali possiamo paragonare la scrittura di Jeb Barry, con lo stile vicino a BJ Barham degli American Aquarium e ad alcune cose di Steve Earle per quanto riguarda la capacità di parlare delle comunità rurali degli appalachi senza risultare retorico o banale. “You Don’t Know The Cumberland”, “Old Men, New Trucks”, “Southern Mansions”, “Lynyrd Skynyrd”, “Body In The River” hanno il classico mix di malinconia, mistero e narrazione ’dark’ che è un po’ la caratteristica del Deep South. Un album questo che cresce inevitabilmente con gli ascolti e che può contribuire a fare conoscenza con un artista la cui ricerca del ‘low profile’ non deve farlo passare inosservato.

Remo Ricaldone

16:42

Jenny Reynolds - Any Kind Of Angel

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jenny Reynolds fa ormai parte della comunità artistica di Austin, Texas da più di quindici anni, da quando ha scelto uno dei centri musicali più rilevanti d’America trasferendosi dal nativo New England. Da allora ha prodotto quattro album e ha frequentato i migliori locali della città, dal Cactus Cafè al Threadgill’s World Headquarters, e i festival più rinomati del Lone Star State come quello storico di Kerrville, portando con se una notevole vena poetica e una voce espressiva e calda. “Any Kind Of Angel” si giova della produzione di Mark Hallman, tra i più validi in terra texana, e mostra grande maturità e passione in una serie di canzoni dall’impianto acustico e spesso dalle tonalità vicine al border grazie alle chitarre acustiche di Scrappy Jud Newcombe e ai mirati interventi di alcuni nomi importanti di quella scena. Il fiddle di Warren Hood impreziosisce l’ottima “Any Kind Of Angel” che da’ il titolo al disco e l’altrettanto significativa “Before I Know You’re Gone” mentre le armonie vocali delle bravissime Jaimee Harris e BettySoo, quest’ultima presente all’accordion nella stessa title-track, aggiungono un tocco decisamente vincente allo stile già sufficientemente ispirato di Jenny Reynolds. “There Is A Road” che apre nel migliore dei modi la selezione, “Love & Gasoline”, “The Trouble I’m In” ed il fascino vintage di “The Way That You Tease” danno l’esatta idea di una storyteller dai modi gentili ma intensi che interpreta nel finale una “I’m So Lonesome I Could Cry” di Hank Williams che aggiunge dolcezza ma forse toglie qualcosa della struggente malinconia dell’originale. Disco questo che merita l’attenzione di chi segue la canzone d’autore, patrimonio assoluto dello Stato texano.
Remo Ricaldone

09:25

R.B. Morris - Going Back To The Sky

Pubblicato da Remo Ricaldone |

 

“Going Back To The Sky” è una sorta di diario di viaggio le cui emozioni, lo struggimento per le magnifiche visioni raccolte lungo la strada e l’estatica narrazione poetica di luoghi e personaggi ha la sua sublimazione in una serie di capitoli all’insegna della più cristallina country music e del più genuino approccio folk, ‘sporcato’ talvolta da inflessioni bluesy che non fanno che rendere più vero il tutto. Originario di Knoxville, Tennessee, R.B. Morris è un poeta e un musicista dall’enorme talento le cui doti sono state sottolineate da una serie di musicisti a cui in qualche modo si sente legato, da John Prine (che incise la sua “That’s How Empire Falls”) a Steve Earle e Lucinda Williams che lo considerano tra i migliori storytellers in circolazione. Il suo nuovo album si avvale poi della produzione con Bo Ramsey, musicista legato a filo doppio con un altro personaggio da affiancare a R.B. Morris, Greg Brown, che aggiunge il tocco giusto per rendere al massimo le composizioni, interpretate con un incredibile trasporto ed intensità. Le chitarre di Bo Ramsey, la pedal steel ed il fiddle di Greg Horne, il mandolino ed il violino di David Mansfield, le preziose entrate di Mickey Raphael all’armonica sono il valore aggiunto di queste canzoni, snocciolate con naturalezza come in un romanzo i cui brevi intermezzi strumentali non fanno altro che rimarcare la bellezza delle immagini. Un viaggio questo che ci porta per mano negli angoli più preziosi dell’America delle radici, dal Delta ai deserti dell’ovest, dalla country music tra Cash e Roger Miller ai suoni ‘paludosi’ di Tony Joe White, fino all’immutato fascino del border. Da “Copper Penny” ed i suoi rimandi ‘old fashioned’ alla magnifica “Red Sky”, da “That’s The Way I Do” a “Missouri River Hat Blowing Incident”, il disco mostra quanto R.B.Morris riesca a cogliere tutti i particolari delle storie raccontate in un lavoro certosino come solo i veri artigiani fanno. “Going Back To The Sky” merita ascolti attenti e prolungati per penetrare in quell’America che grazie a personaggi come questi ammalia e conquista per valori poetici e musicali.

Remo Ricaldone

09:22

Jarrod Dickenson - Under A Texas Sky

Pubblicato da Remo Ricaldone |

 

Parafrasando il famoso detto possiamo affermare che: “puoi togliere Jarrod Dickenson dal Texas ma non puoi togliere il Texas da Jarrod Dickenson”, il musicista nativo di Waco, ora residente a Nashville, celebra le sue radici in maniera limpida ed ispiratissima in questo suo nuovo lavoro. “Under A Texas Sky”, pubblicato un po’ a sorpresa a pochi mesi di distanza dallo splendido “Ready The Horses”, è infatti un ep con soli cinque brani ma che inquadrano nel migliore dei modi le sue influenze attraverso cinque diversi esponenti delle varie sonorità che hanno fatto grande il Lone Star State. Si apre con “Uptown” di Roy Orbison (nato a Vernon, TX), lucidamente interpretata da Jarrod Dickenson per poi passare alla sontuosa soul ballad “Try Me” di Esther Phillips (lei nata a Galveston, TX). “Seven Spanish Angels” era in origine una magnifica canzone interpretata in coppia da Willie Nelson e da Ray Charles ed è riletta con straordinaria passione ed efficacia, mentre “I’m Glad For Your Sake (But Sorry For Mine)” faceva parte del repertorio dell’indimenticato Doug Sahm e Mr. Dickenson le rende giustizia con un’interpretazione rigorosa e dal forte sapore 50’s. Chiude questa breve selezione una delle più belle composizioni del grande Guy Clark, una “Dublin Blues” che nelle mani del nostro risplende ottimamente in tutta la sua luminosa melodia a conferma di doti non comuni, sia come autore che in questo caso come interprete. Se non lo avete ancora fatto quale migliore occasione per goderle entrambe facendo vostri gli ultimi due album dell’ottimo Jarrod Dickenson. Altamente consigliato.

Remo Ricaldone

09:17

Scott McClatchy - Six Of One

Pubblicato da Remo Ricaldone |

 

Scott McClatchy ha sempre fatto dell’onestà e della passione i suoi punti di forza unendo in maniera sempre godibilissima ed autentica rock e radici, divertendosi a riprendere brani altrui ma non tralasciando una personale vena compositiva. Il classic rock di marca americana (il primo Bruce Springsteen tra le molte influenze), la canzone folk, la country music più vibrante, il soul del profondo sud sono alla base di un sound trascinante e contagioso. “Six Of One” non sfugge a questa regola e contribuisce a rendere Scott McClatchy uno dei più credibili cantori della ‘working class’. “Rock And Roll Romeo” e “Midnight In Memphis” mettono subito le carte in tavola con il loro entusiasmo, profuso per tutto l’album che prosegue con il folk-rock intinto d’Irlanda di “Wedding Day Dance”, la bruciante cover di “Heat Treatment” di Graham Parker, quella fedele all’originale di “Ophelia” della Band e quella struggente di “Grand Central Station” di Steve Forbert. “Smoke” e “Summer Of ‘89” sono altre due azzeccate covers, meno note delle precedenti ma che rendono giustizia alla bravura dei loro autori, Ben Nichols (front man dei Lucero) e Butch Walker rispettivamente. Di suo pugno Scott McClatchy firma l’acustica e corale “Break Even”, una “Suite: Laura Blue Eyes” chiaramente ispirata alla più nota canzone di Crosby, Stills, nash & Young, il nitido rock di “Prayers” e la travolgente “Roving Eye”, rock’n’roll fiatistico di grande potenza. “Six Of One” è un album divertente e profondo al tempo stesso e non farà fatica ad entrare nei cuori di chi ama la musica americana nel suo senso stilisticamente più ampio e variegato. Da sentire.

Remo Ricaldone

09:14

Justin Farren - Pretty Free

Pubblicato da Remo Ricaldone |

 

Justin Farren è un bravo cantautore nato e cresciuto a Sacramento, California che si è messo in luce negli ultimi anni per una vena poetica ispirata e fresca sorretta da un eccellente stile chitarristico. Justin ha raccolto consensi nei più autorevoli folk festival d’America, da Kerrville in Texas a Falcon Ridge, in quel di Hillsdale, Stato di New York proponendo una musicalità dove i suoni della tradizione si sposano pefettamente con tonalità pop, rimanendo credibile e appassionato lungo un percorso fatto di quattro album di cui questo “Pretty Free” è il suo più recente lavoro. Gli arrangiamenti sono improntati verso un minimalismo decisamente interessante in cui ogni cenno, ogni sfumatura è intelligentemente dosata e dove un violino, un piano, l’ingresso discreto della sezione ritmica, il ricamo di una chitarra elettrica donano colorazioni piacevolissime. L’ironia ogni tanto fa capolino in queste canzoni ma è la delicatezza con cui vengono maneggiate le storie che le rendono belle e meritevoli di essere apprezzate. E’ il caso di “One More Night” dove unisce la poetica del miglior Loudon Wainwright III a quella di un Pierce Pettis o di David Wilcox con i quali condivide stile ed ispirazioni oppure delle notevoli “A Little Less Time” e “Eyes Be Healed” che introducono il disco. “Two Wheel Drive And Japanese” è più abrasiva e rockeggiante mentre con la pianistica “How’s Your Garden Grow” c’è il sentore di certe canzoni di Graham Nash. Il crescendo coinvolgente di “Mama”, la pregevole “Worthy Of The Sea” e “Last Year Was The Best Year” concludono un disco la cui immediatezza è tra le doti migliori. Justin Farren: un personaggio da conoscere per bravura e simpatia.

Remo Ricaldone

 

00:39

Rob Williams - Weathering The Storm, vol.1

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Rob Williams è un cantautore che ama sia il folk che il roots-rock e riesce a condensarli attraverso una visione godibilissima e a ottime capacità compositive. Il musicista di Richmond, Virginia è al quarto disco solista nel corso di sette anni e “Weathering The Storm, vol.1” unisce la freschezza della melodia pop alle più intriganti radici folk e rock, ispirandosi ad alcuni dei più bei nomi della musica americana come R.E.M., gli Hold Steady di Craig Finn, Josh Ritter, Steve Forbert ma anche il Tom Petty più delicato e rootsy. Il dinamismo delle sue canzoni, gli arrangiamenti dosati con cura da John Morand, la naturale predisposizione di Rob Williams a narrare con candore anche argomenti profondi, sono i punti di forza di una proposta veramente interessante. Le nove canzoni che compongono il disco scorrono con naturalezza, talvolta ponendosi in territori più rockeggianti come in “Falling Sky” o nella bella “A Hard Time” dove si sentono inflessioni quasi ‘dylaniane’, spesso dando voce all’amore di Mr. Williams nei confronti di folk e country. “Nameless” fa leva sul suo voler ‘evitare la fama in favore della libertà’ ed il profilo basso è a mio parere uno dei suoi lati vincenti. “Only Heaven Knows” farebbe felice il compianto John Prine con le sue inflessioni country, “Long Distance” è una melodia vincente intepretata con sicurezza e con i fiati che danno un piacevole tocco pop/soul, l’intensità poetica è la peculiarità della lunga “Ghostwriter (Rosie & Justin), altra storia da ricordare mentre “Good With The Changes” è un folk-rock dal sapore quasi ‘sixties’. Motivi più che validi per conoscere ed apprezzare un ottimo storyteller come Rob Williams.

Remo Ricaldone

 

00:37

James Lee Baker - 100 Summers

Pubblicato da Remo Ricaldone |

A partire dalla splendida confezione fino alle canzoni contenute nel disco, un insieme di profonde ed intime considerazioni personali che toccano cuore e mente, questo nuovo lavoro di James Lee Baker può essere considerato il punto più alto di un percorso che lo sta portando ai vertici della canzone d’autore legata al country ed al folk. “100 Summers” è stato inciso negli studi Blue Rock di Wimberley, Texas con una manciata di eccellenti musicisti come Joel Guzman a piano e accordion, Doug Pettibone alle chitarre, Roscoe Beck al basso, Laurie MacAllister delle brave Red Molly alle armonie vocali e Mark Erelli, tra le più belle voci del cantautorato della east coast e balza subito all’attenzione l’estrema attenzione alle melodie e agli arrangiamenti (curati dallo stesso James Lee Baker con l’esperto Chris Bell, già con Eagles, Don Henley e Christopher Cross tra gli altri), a quella delicatezza nel presentare ritratti e situazioni che risulta vincente. JLB è stato paragonato a Jackson Browne e a Gordon Lightfoot per ispirazione e attitudini e certamente nella sua musica si possono trovare similitudini ma è nel solco della migliore tradizione folk che si può porre questa proposta, derivativa quanto basta ma sempre assolutamente credibile e pregna di empatia. I suoni sono calibrati e coinvolgenti, bilanciati alla perfezione senza perdere in naturalezza e la selezione, aperta e chiusa da due versioni della title-track (la conclusiva più scarna ed acustica), accarezza l’ascoltatore evocando paesaggi ammalianti come nella sognante “The Last Cowboy In Hutchinson County” o nella più movimentata “18-Wheeler (I’m Coming Home)” dalle sfumature country. “Breaking Through The Sumbeams” è orgogliosa ballata folk che rimanda al grande e compianto Stan Rogers e alle cose migliori della scena canadese, “Misinterpreting The Angels” è tra le più intense dell’album suonata con classe e talento, “Santa Barbara” ha il sapore agrodolce della separazione ma anche della rinascita, “A New Man’s World” è un’altra performance ‘con il cuore in mano’ ma è tutto il disco che si presenta come una sentita confessione personale. Consigliato caldamente.

Remo Ricaldone

Aaron Nathans, chitarrista e cantautore di Philadelphia e il violoncellista di Cincinnati Michael G. Ronstadt, nipote di Linda e protagonista di una bella serie di dischi con altri membri della famiglia sotto il nome di Ronstadt Generations formano una coppia affiatata e propositiva che rilegge le radici della musica americana con tatto e grande talento. Sono tre i dischi incisi in duo e “Shadow Of The Cyclone” non fa che confermare la bontà di una proposta versatile che spazia tra folk, country, blues e pop mostrando sempre un’incisività dovuta alla perfetta sinergia delle loro personalità. “Ghost Writer” è significativamente posta all’inizio della selezione, con lo spirito un po’ imperscrutabile ed oscuro delle migliori folk ballads, seguita dalle emozioni di una “Strongman” dove Nathans e Ronstadt intrecciano ottimamente le loro capacità compositive.  Per tutto l’album c’è questo feeling, sia quanto i ritmi salgono e si fanno più decisi sia quando le atmosfere celebrano una tradizione cantautorale limpida e intensa. L’ironia, le intime considerazioni sui tempi difficili che stiamo vivendo, la sobria musicalità che caratterizza gli arrangiamenti, i legami con la tradizione e la variegata bellezza dei temi sono i motivi che fanno di “Shadow Of The Cyclone” un lavoro che cresce ascolto dopo ascolto, ponendosi tra i punti più alti del percorso artistico della coppia. “My Only Leap” vede protagonista il violoncello di Michael Ronstadt con sfumature che donano al brano colorazioni jam, unendo le più svariate ed inusuali influenze, la sorprendente rilettura in punta di dita di “Englishman In New York” di Sting con ancora il cello in primo piano, lo strumentale “Phantasmagoria” che ci porta nelle misteriose terre appalachiane rileggendone retaggi e immaginario, “Sinner’s Bible” con le sue valutazioni morali sulla perdità di umanità ed empatia, la bella “Come On Sun”, cristallina folk ballad e l’orgogliosa “Carry A Tune” sono a parere di chi scrive i motivi per considerare riuscito un disco che sa dosare emozioni e sensazioni e che al tempo stesso fornisce argomenti su cui meditare.

Remo Ricaldone

00:31

Rich Krueger - The Troth Sessions

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Pediatra con la passione per la musica, Rich Krueger negli ultimi anni si è sempre più avvicinato a quest’ultima rendendosi conto dell’urgenza di dare voce alle sue pulsioni artistiche. Residente a Chicago, Illinois, Rich si è fatto un nome nella sua città ma anche fatto parlare di se grazie alla partecipazione al prestigioso Kerrville Folk Festival dove ha vinto nel 2018 la sezione ‘New Folk Artist’. Ironia e poesia, radici e anche attitudini rock sulla scia di gente come Robbie Fulks e Loudon Wainwright III sono le caratteristiche che hanno fatto da base alla sua musicalità e sentendo le nove canzoni che formano queste “The Troth Sessions” ci si rende conto della solidità della sua scrittura e della forza delle sue interpretazioni, con una voce che a me ricorda in molti momenti quella di Adam Duritz, frontman dei grandi Counting Crows. In queste sessions Rich Krueger rivisita in qualche modo il suo passato nella classica forma folk, costruendo una selezione attraente per approccio, spartano si ma corposo e pieno, e letterariamente rilevante. Le relazioni interpersonali sono il filo conduttore di queste storie, tutte con un ‘marchio di fabbrica’ riconoscibile ed originale, cosa assolutamente non di poco conto. Da “True True Love” scelta come prima canzone da presentare al pubblico alla conclusiva ed un po’ abbozzata  “Heaven”, Rich Krueger ci porta attraverso sensazioni sicuramente già vissute ma fresche e vigorose, cantate con grande passione e accompagnate da un brillante pickin’ chitarristico. “The Troth Sessions” è il classico disco in cui non si sente la mancanza di una ‘full band’ tale è la bellezza delle canzoni e la convincente intensità delle interpretazioni. Da conoscere.

Remo Ricaldone

18:10

Anthony Garcia - Acres Of Diamonds

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nativo di Lubbock ma residente ad Austin, Anthony Garcia  è protagonista di uno dei più interessanti album di quest’anno con la sua intrigante ed affascinante ‘cinematic Americana’ come definito da più parti il suo mix di radici country ed elementi rock e classica. “Acres Of Diamonds” è un viaggio estremamente eclettico attraverso l’immaginario americano unendo la scrittura di un Cormac McCarthy alle fascinazioni di un regista come Robert Rodriguez, le aspre ballate folk e la più vibrante tradizione rock, la struttura ispirata alla musica classica e le radici country. Un multiforme insieme di emozioni e di riferimenti che fanno di questo disco un lavoro veramente notevole, originale e ricchissimo di spunti. L’introduzione è affidata a “Santa Rosa”, canzone che racchiude l’essenza più bella dei suoni texani ‘di confine’, con violino e chitarre elettriche ad inseguirsi per creare le giuste atmosfere, mentre è di estrema efficacia la chitarra acustica che guida la più pimpante “Fire Song”. Lo splendido trittico iniziale è completato da un’altra ballata da incorniciare, più elettrica e rock ma con il violino a mettere in primo piano le radici, “Apparitions”. “The Wind” è più acustica e vicina agli stilemi folk, narrata con piglio sicuro ed ispirato e con il sapore della polvere del deserto, “Haunted Hotels” definisce poi la quintessenza del suono di Anthony Garcia con i suoi continui riferimenti a pop, rock e classica ma senza sminuire il peso poetico che è sempre rilevante. “My Hands Are My Eyes” segue ancora questa falsariga con maggior ritmo e coinvolgimento, risultando tra le più ‘easy’ dell’album ma è con la seguente “For Your Love” che si affonda nella più bella poetica di Anthony Garcia in un’altra rock ballad in cui è protagonista il piano. “Jane” e la title-track “Acres Of Diamonds” sono le canzoni a cui è affidata la chiusura: la prima molto cinematografica con rimandi ‘morriconiani’ e la seconda ancora una volta vincente per melodia e trasporto emotivo. Caratteristiche queste che certamente non mancano ad Anthony Garcia, una delle più belle sorprese in arrivo dal Texas.
Remo Ricaldone

18:09

Andy Baker - North Country Sky

Pubblicato da Remo Ricaldone |



Fortemente poetica, spesso introspettiva ma sempre intrisa di grande umanità, la musica del cantautore del Michigan Andy Baker è l’esatta fotografia di un personaggio che si muove tra country e folk, con uno sguardo attento alla canzone californiana degli anni settanta. “North Country Sky” è il suo quarto sforzo discografico ed è un lavoro impeccabilmente bilanciato tra acustico ed elettrico, prodotto a quattro mani con Ian Gorman che presta il suo banjo alla canzone che apre questa selezione e che ne fissa ispirazioni e tonalità, un brano che fa emergere tutta la sua saggezza e la sua positività. C’è per tutto l’album una grande attenzione alle liriche, sospese in qualche modo tra le esperienze vissute, sofferte o gioiose che siano, con l’empatia nei confronti di chi ne ha bisogno. Andy Baker si è fatto notare dalla critica e dagli appassionati di canzone d’autore anche per il suo pregevole stile chitarristico e per la sua versatilità srumentale che gli ha permesso di creare una bella selezione di canzoni che rendono il disco più che piacevole. Il romanticismo e la freschezza di “Skywriter”, l’omaggio alla sorella scomparsa giovanissima a causa di una grave malattia in “Sixteen”, “Next Right Thing” ballata intrisa della miglior country music con la pedal steel del bravo Drew Howard, il delizioso arpeggio di acustica di una ballata coinvolgente come “I Know”, la palpabile sofferenza di una donna giapponese che ha perso il marito nel drammatico tsunami del 2011 in “Tsunami”, “Running After You” con il suo bagaglio di emozioni e di forza espressiva che crescono mano a mano che la canzone scorre via e poi ballate ‘folkie’ come “Fall To Pieces” e “Love & Gravity” sono alcuni dei momenti che toccano cuore ed anima. A chiudere il disco la title-track “North Country Sky”, ciliegina sulla torta che racchiude benissimo il percorso ispiratore di Andy Baker e lo presenta come storyteller da conoscere ed apprezzare.
Remo Ricaldone

18:07

Scott Cook - Tangle Of Souls

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il ‘groviglio di anime’ del titolo è la poetica espressione che indica quanto siano state importanti le molteplici esperienze artistiche e di vita che hanno caratterizzato la carriera di Scott Cook, americano trasferitosi giovanissimo in Canada e ora residente ad Edmonton, Alberta. La musica lo ha portato a girare il mondo e ad accumulare conoscenze che ne hanno forgiato la profonda sensibilità. Una sensibilità che emerge in maniera limpida nella sua musica, un mix eccellente di folk e country, di canzone d’autore adulta e matura e di forti legami con la tradizione. A renderla ulteriormente godibile è la profondità espressiva, l’intensità con la quale si riesce sempre a raggiungere l’intima essenza dei rapporti interpersonali, raccontati con l’attenzione ai dettagli che viene confermata nella straordinaria veste di questo suo ultimo “Tangle Of Souls”, con l’accompagnamento di un lussuoso libro rilegato con copertina rigida e titoli in brossura, un libro di ben 240 pagine che spiega con estrema precisione la genesi di queste canzoni, i significati e le sfumature di ogni brano. L’album si apre con lo spigliato ‘country-grass’ “Put Your Good Foot In The Road” che introduce nel migliore dei modi questo viaggio attraverso i sentimenti più nobili dell’animo umano. Scott Cook non fatica a descriverceli vista la sua ricchezza interiore e “Leave A Light On”, più riflessiva e modulata, lo conferma in pieno. “Just Enough Empties” è ballata accogliente ed intimista, un altro momento che lascia estasiati, con banjo, chitarre e poco più, “Say Can You See” aggiunge fiddle e sfumature più country e “Tulsa” mantiene i giusti equilibri con una melodia accorata. La classica “Passin’ Through” e l’altra cover intitolata “Why Am I Leaving My Home Again?” danno ulteriore carica alla selezione, una splendida sequenza di emozioni da gustare nella loro interezza. “Tangle Of Souls”, settimo disco nella discografia del musicista naturalizzato canadese lo pone definitivamente tra i singer-songwriters più interessanti della scena d’oltreoceano.
Remo Ricaldone

18:06

Bart Ryan - Starlight And Tall Tales

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Nato e cresciuto a Los Angeles ma ora residente a Nashville, Bart Ryan fa dell’onestà, dell’amore per le radici (rock e soul soprattutto) e della lucidità di scrittura le sue armi principali. Chitarrista pregevole, bravissimo anche alla lap steel, Bart Ryan arriva al suo disco numero cinque dopo tre anni di lavoro compositivo, terminato con non poche difficoltà a causa del drammatico tornado che ha colpito Music City ad inizio 2020 e della pandemia mondiale. “Starlight And Tall Tales” è un album di cui Bart Ryan può andare fiero perché racchiude le sue aspirazioni e le sue influenze (Stevie Ray Vaughan ed Albert Collins su tutti ma anche la poetica di personaggi come Emily Dickinson e Tom Waits), dieci canzoni che attraversano rock e radici con energia e vitalità. Con lui ci sono prima di tutto il basso esperto ed ispirato di Ted Russell Kamp, i fiati di Jeff Byrd e Steve Smartt a colorare alcuni momenti, le tastiere di Mark Kovaly e la solida batteria di Jim Evans e il suono che ne esce è limpido, genuino e spesso trascinante. Dalle colorazioni ‘black’ di “Wanna Be” al contagioso rock’n’roll fiatistico di “Tonight Tonight” con il sapore di certe cose di Bob Seger, dalle splendide inflessioni ‘southern’ di “Desire” con tanto di slide acustica al rockin’ blues politico di “Evil”, le sfumature sono molteplici e contribuiscono ad una varietà di temi che mantiene alta l’attenzione dell’ascoltatore. A Bart Ryan non piacciono le etichette e non gradisce essere inquadrato come musicista blues anche se è un suono che ha amato profondamente. Le sue sono radici esplorate con vigore e tanto talento e “Starlight And Tall Tales” merita attenzione e rispetto.
Remo Ricaldone

18:01

Allman Betts Band - Bless Your Heart

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Se c’è una band che riprende con passione, rigore e freschezza i suoni che hanno caratterizzato la gloriosa stagione musicale della Allman Brothers Band è senz’altro, ed inevitabilmente, quella formata da Devon Allman, figlio del compianto Gregg, da Duane Betts, figlio di Dickey e da Berry Duane Oakley, figlio di Berry Sr., storico bassista e cofondatore del gruppo icona del southern rock. Quella della Allman Betts band è un’avventura lungamente meditata iniziata a fine anni ottanta durante una delle innumerevoli celebrazioni della ABB e solo nel 2019 ha potuto materializzarsi con un debutto ottimo inciso negli storici studi di Muscle Shoals, Alabama, quel “Down To The River” che ha regalato ottime recensioni e quella spinta per proseguire un discorso che riprende tutti gli stilemi che hanno contraddistinto la musica dei fratelli Allman, tra rock, blues, lunghe cavalcate chitarristiche tinte talvolta di jazz e soul in un insieme comunque sempre credibile ed interpretato con vigore e senso di appartenenza ad una tradizione in qualche maniera epica. “Bless Your Heart” è disco lungo e variegato, godibilissimo e suonato con intensità e classe, mostrando ancora una volta che il dna non mente. Certo non ci si devono aspettare particolari guizzi di originalità, qui si affronta il genere cercando il più possibile di rimanere nei binari di ‘quel’ suono, ripescando emozioni che a distanza di tanti decenni rimangono appassionanti e coinvolgenti. Non mancano le ballate acustiche che virano verso la country music, quelle tipiche di Richard Betts, e “Rivers Run” gioca le proprie carte nella maniera migliore riavvolgendo il nastro dei ricordi e riportandoci a quegli intrecci di chitarre che hanno fatto sognare generazioni di fans. “Magnolia Road”, “Carolina Song”, “Southern Rain”, la pianistica e introspettiva “The Doctor’s Daughter”, “Congratulations” con il suo carico di nostalgia e ricordi, “Ashes Of My Lovers” e la lunga “Savannah’s Dream” che ripercorre i classici strumentali della Allman Brothers Band sono solo alcuni dei motivi per cui l’album è da consigliare, non solo ai fans di vecchia data ma anche a chi cerca del buon roots rock, suonato come Dio comanda, con grande grandissimo talento.
Remo Ricaldone

17:59

Rodney Rice - Same Shirt Different Day

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Quando si parla di musicisti che interpretano la propria musica con un approccio sincero e genuino, agrodolce e profondamente poetico, sempre in bilico tra la grande tradizione americana del cantautorato country-folk e i suoni del roots-rock più autentico, il nome di Rodney Rice, pur ancora con una discografia che comprende soli due dischi, merita di essere tenuto in grande considerazione. “Same Shirt Different Day”, assieme al debutto intitolato “Empty Pockets And A Troubled Mind”, forma un’accoppiata che pone l’artista originario del West Virginia in quella schiera di storytellers dal passo sicuro e ispirato, tra John Prine e Guy Clark, vicino come spirito alla migliore canzone texana dove spesso si approcciano i suoni sudisti in un eccellente melting pot di influenze. Inciso negli storici Congress House Studios di Austin, Texas, il secondo lavoro di Rodney Rice si avvale della presenza di nomi che gli appassionati avranno incontrato più volte nei migliori album provenienti dal Lone Star State ma non solo, dall’ottimo batterista Rick Richards a Mark Hallman alle tastiere e al basso alla pedal steel di Mike Hardwick e al dobro di Jeff Plankenhorn, graditissimi ospiti di queste sessions. Rodney è sicuramente uno dei più promettenti tra coloro che si dividono tra il proprio retaggio country e le fascinazioni rock che danno il giusto tocco in più a canzoni che racchiudono nostalgia ed ironia, gioie e speranze in un godibilissimo insieme. “Ain’t Got A Dollar” apre nel migliore dei modi l’album dando subito l’impressione, giusta, di una selezione di canzoni di valore e se “Hard Life” è splendida ballata la cui voce mi ricorda quella di Sam Baker, “Rivers Run Backwards”, “Walk Across Texas”, “Don’t Look Back” che rimanda al miglior Kevin Deal, “Free At Last, “Company Town”, “Memoirs Of Our Youth” e “Right To Be Wrong” non fanno che confermare la bontà di un eccellente autore oltre che performer. Rodney Rice merita quindi di essere accostato nella vostra collezione di dischi ai tanti personaggi che hanno reso grande i suoni delle radici, un disco questo che a mio parere merita di essere considerato tra i più lucidi ed interessanti dell’anno in corso.
Remo Ricaldone

17:57

Ted Russell Kamp - Down In The Den

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Fino a qualche tempo fa Ted Russell Kamp era presentato come ‘il bassista di Shooter Jennings’, definendolo come prezioso turnista che ogni tanto si ritagliava il tempo di incidere dischi solisti. La sua sorprendente prolificità, la sua sempre crescente freschezza e vitalità, una maturazione ormai raggiunta appieno lo hanno proiettato nel panorama roots come uno dei suoi migliori esponenti. Ted Russell Kamp torna a breve distanza dal suo precedente “Walkin’ Shoes” con un disco ad ampio respiro che tocca tutte le corde emozionali in una selezione che si avvale della presenza di una nutrita schiera di collaboratori e di alcuni duetti da sottolineare per poesia e vibrante musicalità. TRK esprime anche tutte le sue molteplici doti di strumentista, oltre all’immancabile basso, a chitarre, tastiere, banjo, dobro, tromba, trombone e percussioni in un’alternanza di tonalità tra country e soul, folk e gospel, rock e canzone d’autore. Tutto l’amplissimo spettro dei suoni del fertile sud è qui declinato nel modo migliore con la dovuta ironia, amore per le radici e classe in un insieme compatto e composito allo stesso tempo. Gli echi della Band nella ‘neworleansiana’ “Hobo Nickel”, la pimpante “Home Sweet Hollywood” che apre l’album con la presenza di Shooter Jennings a ricambiare i tanti favori ricevuti, l’intensa “Hold On” con Gordy Quist dei Band Of Heathens, la sofferta “Rainy Day Valentine” interpretata con il solo accompagnamento del basso, la preziosa dolcezza nei contributi vocali di Sarah Gayle Meech e Kirsten Proffit nelle ottime “Word For Word” e “Take My Song With You”, la corposa e trascinante country music di “The Good Part” e di “My Turn To Cry”, l’acustica “Only Son” con l’aiuto vocale di Shane Alexander a rafforzarne l’intensità della melodia e “Saint Severin” ballata notevole, stanno a testimoniare in maniera chiara ed inequivocabile quanto Ted Russell Kamp abbia nuovamente fatto centro in un percorso discografico decisamente importante, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo.
Remo Ricaldone

17:55

Thomas Hine - Ledgers & Stones

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Thomas Hine è un bravissimo storyteller che proviene dal Colorado, uno di quei ‘artigiani della canzone’ che sanno toccare le corde più intime grazie ad una voce che avvolge e ad un approccio in qualche maniera ‘classico’, le cui reminiscenze vanno ricercate nella tradizione cantautorale legata a folk e country. Il suo precedente “Some Notion Or Novelty” risaliva a ben quattro anni fa ed era stato accolto molto bene dalla critica di settore e dagli appassionati, portandolo ad esibirsi da entrambi il lati dell’Atlantico e riscuotendo il giusto apprezzamento per canzoni sempre legate alle proprie radici storiche ed emozionali che ora virano maggiormente sull’aspetto personale ed introspettivo e ci regalano un altro lavoro degno della più intensa canzone roots. “Ledgers & Stones” conferma tutta la bellezza melodica di brani ispiratissimi e la naturale scelta di rivestirli di un abito succinto e prettamente acustico ne esalta il significato e ne garantisce la riuscita. Il fattivo supporto di Sarah Winter, negli ultimi due anni figura di riferimento importantissima per Thomas Hine, che si esibisce a violino e viola, l’ottimo lavoro al dobro di Mike Pearson e la batteria usata con estrema parsimonia da Jason Wheeler sono gli unici interventi esterni di queste sessions dove il protagonista da sfogo alla sua polieditricità suonando chitarre, piano, basso, percussioni, batteria, armonica, mandola e tastiere. Come detto le canzoni sono tra le più intime ed accorate del repertorio di Thomas Hine, gradevolissime dal punto di vista estetico e profonde nell’affrontare le molteplici sfumature dell’animo umano, in una sequenza poeticamente rilevante e dal genuino fascino delle ‘cose fatte in casa’. “Ledgers & Stones” è un prodotto sincero e coerente, meditato con acume ed intelligenza, un disco che farà felici coloro che apprezzano la scena cantautorale americana.
Remo Ricaldone

16:48

Michael McDermott - What In The World

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Michael McDermott nella sua carriera artistica e soprattutto nella sua vita ne ha viste di tutti i colori, dalle coffehouses di Chicago, Illinois dove ha mosso i primi passi al fulmineo successo del suo esordio, quel “620 W. Surf” che ancora oggi a distanza di una trentina di anni rappresenta quanto di più brillante e dinamico abbia sfornato il cantautorato rock in quel periodo, dall’ancora più fulminea caduta nell’abisso delle dipendenze ed il conseguente lungo intervallo che sembrava averlo definitivamente tolto di mezzo. Invece Michael McDermott si è rialzato, ha ripreso in mano prima la sua vita e poi una carriera che ora lo vede saldamente al proprio posto, con la consapevolezza di aver maturato una vena ora grondante di tutte le emozioni, anche discordanti, che l’animo umano può esprimere. Rabbia e poesia, rancori che emergono a causa della pessima situazione sociale americana e speranza, il rock’n’roll come bussola alla quale fare rieferimento ma anche la dolcezza della ballata acustica in una proposta che trova in questo “What In The World” un’altra occasione per venire a galla. La title-track è il manifesto più incisivo e tagliente di Mr. McDermott in questo 2020, senza giri di parole (“Sono stanco di sentire che andrà tutto bene, si prospettano tempi bui per gli USA”) e con l’irruenza genuina del rock ‘di strada’. Lo splendido trittico iniziale è completato da due ballate di estrema suggestione e fascino, “New York, Texas” e “Blue Eyed Barmaid”, conferma del grande stato di forma anche dal punto di vista letterario. La parte centrale del disco si snoda poi attraverso una serie di momenti dal sapore più delicato pur nella continua amarezza di molte storie dal finale non scontato, da “The Veils Of Veronica” a “The Things You Want” dal gradevole retrogusto pop, fino all’autobiografica “Contender”, virando poi verso lo spigliato rock a tinte ‘black’ di “Mother Emanuel”, la vena acustica di “No Matter What”, una sorta di seduta psicanalitica in cui i fantasmi del passato vengono esorcizzati con forza e convinzione, il romanticismo di “Until I Found You” che sfocia in un altro dei momenti topici dell’album, una “Positively Central Park” che riempie il cuore di immagini ed emozioni vivide ed intense. A chiudere il cerchio il demo acustico di “What In The World”, ciliegina di una torta che non vorremmo che finisse mai. Alla prossima Michael….
Remo Ricaldone

16:46

Julian Taylor - The Ridge

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Julian Taylor è un interessantissimo storyteller canadese cresciuto con una grande ammirazione per Gordon Lightfoot, Robbie Robertson e anche per Mark Knopfler (e aggiungerei il Glen Hansard più intimista), influenze che si trovano tutte in queste eccellenti otto canzoni che formano il suo nuovo album, “The Ridge”. La sua facilità di scrittura, la pregnante poesia, arrangiamenti sospesi tra atmosfere acustiche folk e l’amore per la musica americana delle radici, concorrono a porre il musicista di Toronto come una delle figure più intriganti di questi ultimi anni. Delicato, intimista, accorato e nella più pura tradizione dei songwriters canadesi, “The Ridge” non ‘abbassa mai la guardia’ mostrando doti compositive ottime e, nella dimensione essenziale dei brani, aggiunge gustosi tocchi autobiografici come nella deliziosa “Over The Moon”, nel retaggio ‘nativo’ della splendida “Ballad Of The Young Troubadour” e nelle tonalità quasi ‘mexican’ di “Love Enough”. “Ola, Let’s Dance” può far ricordare l’approccio del compianto John Trudell, con quel parlato così evocativo e legato alla tradizione ‘nativa’ mentre  la title-track, l’intensa “Human Race” e “It’s Not Enough” sottolineano l’aspetto condivisivo ed umano della scrittura di un personaggio la cui maturazione è giunta al suo completamento in queste canzoni. Un disco consigliato caldamente.
Remo Ricaldone

16:45

Justin Wells - The United State

Pubblicato da Remo Ricaldone |


“The United State” è un disco profondamente meditato, poeticamente ricchissimo e che dà l’esatta misura del talento artistico di Justin Wells, musicista cresciuto in Louisiana assorbendo praticamente tutto l’ampio spettro della musica delle radici, riconsegnandocela infine dopo un percorso che l’ha visto anche appassionarsi di rock e di psichedelia ma, inevitabilmente, tornando ad esplorare i suoni della sua terra. La scelta delle canzoni corrisponde al cammino di ognuno di noi, dalla nascita alla crescita, dall’età adulta alla morte, mostrando una resilienza, un’intensità e un’ispirazione non comuni. Musicalmente qui si trovano incroci suggestivi tra rock e radici, tra country music e soul, resi ancora più vincenti dalla sensibilità del produttore, Duane Lundy, che ha lavorato con Sturgill Simpson, Joe Pug e anche con Ringo Starr e da un ispirato manipolo di musicisti pronti a dare colore alle canzoni di Justin Wells. Spesso ci si avvicina a certe inflessioni ‘outlaw’, in altri momenti si assapora il retrogusto dei brani della Band di Robbie Robertson, sempre nell’ottica di creare un insieme fatto di sguardi onesti, disillusi e comunque ricchi di speranza. Una selezione impeccabile, un gioco di squadra vincente e coinvolgente e pagine di ottima ‘southern music’. L’iniziale “The Screaming Song” (“It won’t be the last time I am on my own…”) presenta già uno dei momenti più significativi del disco che prosegue con una bella serie di gioiellini come “No Time For A Broken Heart” che rimanda alla Band con il suo frizzante ritmo, “The Bridge” che si avvicina alle più intense ballate di Joe Ely, “After The Fall” e “It’s All Work Out” intrise di suoni ‘black’, “Walls Fall Down”, “Never Better e “Some Distance From It All” in un susseguirsi di emozioni che crescono con gli ascolti. Una bella sorpresa questa, un album che ci permette di conoscere un musicista con un carriera musicale corposa ma che solo ora grazie al suo debutto intitolato “Down In The Distance” e a questo “The United State” può emergere con tutta la sua forza incisiva.
Remo Ricaldone

16:43

Golden Shoals - Golden Shoals

Pubblicato da Remo Ricaldone |


E’ da parecchi anni che Amy Alvey e Mark Kilianski codividono il loro profondo amore per la tradizione e per i suoni roots nelle accezioni più varie. Boston, Massachussetts prima di tutto dove si sono entrambi diplomati al prestigioso Berklee College of Music e dove sono stati ‘contagiati’ dalla passione per old-time music e bluegrass, poi la decisione di girare gli States a bordo di un van e sperimentare in prima persona la vita ‘on the road’ partecipando a decine di festival celebrando il contatto con il pubblico che ne ha plasmato sonorità e attitudini ed infine, tra un tour e l’altro la scelta di risiedere ad Asheville, North Carolina per stare ‘immersi’ nelle più autentiche location legate alla musica che propongono. Golden Shoals è il loro nuovo progetto (dopo alcuni lavori incisi sotto il nome di ‘Hoot and Holler’ tra il 2014 ed il 2018) e questo album omonimo sta a rappresentare tutta la freschezza di un repertorio originale e sufficientemente variegato per fare breccia nei cuori di chi ama la roots music, passando agevolmente dalla country music al bluegrass e dandone una rilettura ricca di sfumature. Il fiddle di Amy Alvey e la chitarra ed il banjo di Mark Kilianski sono naturalmente in primo piano in tutte e dodici le canzoni che formano il disco in un suono talvolta irrobustito dal contrabbasso e dalla batteria di Landon George e dalle percussioni di Matt Lohan, così come chitarra elettrica, basso, organo e vibrafono ‘imbracciati’ dai protagonisti in un contesto comunque prettamente acustico. Tra i molti momenti da sottolineare per gusto e genuinità mi piace sottolineare “Everybody’s Singing” che swinga alla grande e introduce nel migliore dei modi la scaletta con un godibilissimo intrecciarsi di fiddle e chitarre elettriche, “Old Buffalo” nella sua splendida veste acustica che rimanda le indimenticabili pagine dell’amato Norman Blake, “(Who’da Thought) Thinkin’ ‘Bout The Good Times” e “Love From Across The Border” che a me ricordano l’entusiasmo e la freschezza dei Old Crow Medicine Show, “Honey You Don’t Know My Mind” dalla melodia tanto semplice quanto coinvolgente, “Brood Of Hate” con il suo incedere ipnotico ed affascinante, la corposa country music di “Going Down, Down, Down” e la bella e ruvida “Sittin’ Pretty” ancora con l’incisiva chitarra elettrica di Mark Kilianski. Disco dal fascino artigianale che risulta sempre piacevole e godibile.
Remo Ricaldone

16:42

Jarrod Dickenson - Ready The Horses

Pubblicato da Remo Ricaldone |



E’ un texano un po’ atipico Jarrod Dickenson, nato a Waco e ora residente a Nashville: ama i suoni del sud nella loro accezione più ampia, dalla country music al blues, dal soul al gospel, interpretandoli con una voce assolutamente splendida e con un approccio personale e ricchissimo di tonalità differenti. Ha condiviso il palco con gente come Bonnie Raitt, Don McLean e anche con i Waterboys, partecipando altresi ad alcuni dei festival più prestigiosi del circuito live come quello di Cambridge e di Glastonbury, non a caso entrambi inglesi visto che Jarrod Dickenson gode di un buon nome da quelle parti, dove ha anche inciso questo suo nuovo “Ready The Horses”, la più nitida e vibrante fotografia del suo suono e delle sue peculiarità artistiche. La nobile scuola soul legata alla Stax Records e a Muscle Shoals, Alabama, la tradizione cantautorale texana, fondamenta del più limpido ‘storytelling’ tra country e folk, la fusione di elementi apparentementi diversi in un unico eccellente mix è talento di pochi e il musicista texano riesce nell’intento di risultare sempre più che credibile, abbracciando con sicurezza i suoi più radicati amori musicali. Jarrod Dickenson riesce sempre a narrare con convinzione temi personali ed universali, duettando a volte con la moglie Claire per esempio nella intensa “Your Heart Belongs To Me” e facendosi accompagnare da uno stuolo di perfetti sidemen come Mark Edwards, sempre puntuale a organo Hammond, piano e wurlitzer, JP Ruggieri alle chitarre (elettriche, slide e steel) e, spesso, supportato da una sezione fiati che a volte ricorda la Band di Robbie Robertson e rimanda al più genuino ‘southern sound’. Le performances e la qualità della scrittura sono comunque i punti a favore della riuscita di questo “Ready The Horses”, un album che commuove e trascina, emoziona e convince in una azzeccata alternanza di tematiche. Basterebbe citare “California”, “Faint Of Heart”, “Gold Rush” e “I Won’t Quit” per renderci conto di trovarci di fronte un nome da seguire senza remore. Un disco che oltretutto cresce esponenzialmente ascolto dopo ascolto.
Remo Ricaldone


Non è la prima volta che dalla California si guarda al ‘deep south’ e a tutto il suo bagaglio di rock, soul, country e blues, già decadi fa i Creedence dalla Bay Area avevano omaggiato con enorme classe quel retaggio sonoro. Ora Robert Jon Burrison e i suoi Wreck da Orange County ci riprovano con grande entusiasmo e classe, ripercorrendo quelle strade mai abbandonate nel corso degli anni,  rielaborando nella maniera migliore il ‘southern rock’ che ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più intense della musica americana. “Last Light On The Highway” racchiude tutte le caratteristiche di quel sound: gli intrecci chitarristici, le slide, i cori femminili, le armonie, un repertorio gustoso e godibile. Nell’ultima decade, dal 2011, la band ha pubblicato regolarmente albums e questo ha tutte le carte in regola per farli conoscere più ampiamente e ad affiancarli ai vari Allmans, Lynyrd Skynyrd e simili in un’alternanza di colori e sapori molto variegati. Da “Miss Carolina”, primo singolo estratto dal disco, brano vincente per melodia e convinzione, a “Tired Of Drinkin’ Alone” che li avvicina a certo suono texano a la Whiskey Myers oppure ai Blackberry Smoke, altro gruppo con le stesse affinità. La spigliata “Do You Remember”, altra canzone dall’andamento classico che potrebbe essere stata pubblicata negli anni d’oro del ‘southern rock’, “This Time Around” forte e vigorosa, la tagliente ed energetica “Don’t Let Me Go” con un’introduzione degna dei  North Mississippi AllStars, la ballata pianistica “Gold”, la cristallina title-track divisa in due momenti a chiudere il disco e l’accoppiata “Work It Out” e “Can’t Stand It” tra soul e rock sono numeri di talento, magari non rivoluzionari ma sempre fortemente credibili e genuini. Un disco questo che si ‘sorseggia’ in un fiato e che chiede subito di essere riascoltato. Gradevole e convincente.
Remo Ricaldone

16:39

Darlin' Brando - Also, Too...

Pubblicato da Remo Ricaldone |


Il percorso che ha portato Brandon Goldstein, alias Darlin’ Brando, a questo suo debutto discografico intitolato “Also, Too…” è stato lungo, articolato e contraddistinto da esperienze molto diversificate. Nato in Virginia, Brandon ha dapprima frequentato gli ambienti musicali delle due coste per poi concentrarsi sulla country music, ultima tappa di una vita fatta di ‘innamoramenti’ artistici che lo hanno visto suonare rock, pop e folk ed esibirsi come batterista/cantante apprezzato ed appassionato con svariate bands. Nashville è stato naturalmente un punto di riferimento e queste otto canzoni che compongono l’album sono state incise e prodotte proprio a Music City con una ottima band di supporto formata da Brian Clements alla chitarra acustica, Adam Kurtz alla pedal steel, Jeff Malinowski al basso e Storm Rhode IV alle chitarre, elettriche e acustiche. In più c’è la preziosa presenza in due brani di Ryan Payton che impersona al meglio una sorta di ‘one-man band’ e la moglie di Darlin’ Brando, Edith Freni a fornire un piacevolissimo apporto vocale, a partire dall’iniziale “When You Don’t Fight”, duetto di gran classe nella migliore tradizione. “Also, Too…” è il perfetto compendio di come dovrebbe suonare la country music: semplice, coinvolgente, godibile, la naturale colonna sonora di una serata in un tipico honky-tonk dove sul palco si esibisce la band di turno e di fronte a loro le coppie scivolano in appassionati ‘two-step’. “Those Old Demons” ci porta verso sud, dalle parti del border, con le sue ‘spanish guitars’, le chitarre elettriche con gli immancabili ‘riverberi’ e una pedal steel che ricama sul fondo, “Therapy” aggiunge un gradito tocco di ironia senza tradire il suono legato ai migliori suoni country, sul versante ‘outlaw’, “Weeds & Flowers” è delicata ed acustica, cristallina e accorata, “Crumbling Marriages” inquadra ancora una volta gli stilemi più classici in modo affascinante interpretandoli al meglio mentre “Last Call” sorprende per impatto rock’n’roll e per la presenza di un vecchio amico di Darlin’ Brando al piano, AJ Croce, figlio dell’indimenticato Jim. Bella anche l’accoppiata finale formata da “Year One” e da “The Old Man And The Kid”, la prima a riprendere tutto il feeling di certo country-rock degli anni settanta, la seconda una ballata midtempo prevalentemente acustica. In definitiva un disco di brillante country music che merita attenzione.
Remo Ricaldone

Iscriviti alla newsletter