11:51

Iain Matthews & The Salmon Smokers - Fake Tan

Pubblicato da Remo Ricaldone |

I primi Fairport Convention, Matthews Southern Comfort, i Plainsong e una lunga e ottima carriera solista che lo ha visto interpretare le amate radici americane country e folk con un piglio sempre fresco ed interessante: questo è molto altro è Iain Matthews, musicista  che ha saputo dare un tocco personale nei vari periodi della sua vita artistica. Dall’Inghilterra ad Austin, Texas e in molti altri luoghi, Iain Matthews si è distinto per una voce inconfondibile ancora oggi ricca di espressività, oggi che ha deciso di rompere il silenzio e di reinterpretare brani (suoi e di altri) che ne hanno contraddistinto la sua discografia. Ad accompagnarlo, un po’ a sorpresa è una band formata da musicisti norvegesi, The Salmon Smokers, che portano una ventata di brillante originalità in queste nuove versioni che si arricchiscono di swing, di rock, di folk, di country. Condensato in undici canzoni c’è l’essenza (passata e presente) di un artista che non si è mai risparmiato e ha avuto il coraggio di confrontarsi con leggende come Sandy Denny e Richard Thompson e con un repertorio che gli ha regalato apprezzamento e anche fama, dalla ‘Mitchelliana’ “Woodstock” a “Reno, Nevada” di Richard Farina a “It Take A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry” di Dylan. Tutte e tre sono qui riproposte con nuove visioni musicali senza fare troppo rimpiangere le precedenti cover, ancora intriganti e godibili. Ci sono poi le eccellenti composizioni del suo periodo americano, dalla splendida “Ballad Of Gruene Hall” a “I Threw My Hat In” passando per il suo classico “If You Saw Thro’ My Eyes”, per la deliziosa “Southern Wind” e “Keep On Sailin” che congeda in delicatezza ed in bellezza un lavoro che segna il graditissimo ritorno di Iain Matthews, figura preminente dei legami tra i suoni britannici ed americani.

Remo Ricaldone

11:49

Steve Yanek - Long Overdue

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato a Youngstown, Ohio ma attualmente residente in Pennsylvania, Steve Yanek guarda però musicalmente ad ovest, a quella meravigliosa stagione musicale dove country, rock e canzone d’autore venivano intrecciati ed assemblati da una manciata di illuminati cantautori e bands, ispiratissimi in particolare nella prima metà degli anni settanta. Jackson Browne, Eagles, John David Souther, Poco e, più avanti, Tom Petty e i suoni che provenivano da Laurel Canyon alle porte di Los Angeles, sono le ispirazioni che hanno contribuito a formare questo album dalla gestazione lunga e laboriosa causa pandemia. A fungere a pieno titolo da co-protagonista è Jeff Pevar, grande chitarrista salito alla ribalta grazie al trio CPR con David Crosby e James Raymond che qui produce con estrema bravura l’album e lo nobilita con un finissimo lavoro a chitarre elettriche ed acustiche, pedal steel, lap steel e tastiere, fornendo quell’apporto fondamentale a rendere le dieci buone canzoni di Steve Yanek decisamente splendenti. Dall’iniziale title-track veniamo trasportati negli anni d’oro della west-coast tra canzone d’autore e rock, con le inevitabili inflessioni roots e con Jeff Pevar eccellente alla lap steel con gli inevitabili rimandi al lavoro prezioso di David Lindley. “Like Now” è ballata calda ed avvolgente con i tramonti californiani negli occhi mentre in “Tired Of This Attitude” entrano due pezzi da novanta come Kenny Aronoff alla batteria e Billy Payne al piano ricordando nelle armonie e nell’attitudine gli Eagles. “All The Sorrow”, ancora con Aronoff e Payne, è solida ed interessante, “Everyone’s Crazy These Days” è giocata sugli arpeggi di acustica di Jeff Pevar ed il piano di Payne e mostra le qualità di Steve Yanek nel ricercare linee melodiche deliziose, “On Your Side” scorre con naturalezza rimandando ancora al Jackson Browne più recente e “About This Town” è ballata pianistica dall’incedere ispirato. A completare un album melodicamente notevole e strumentalmente veramente apprezzabile ci sono  “You Move Me” con il suo carico emozionale e nostalgico, “Throw Me Down The Line” e l’acustica “Goodbye” inevitabilmente posta a commiato di un progetto ‘atteso da tempo’ che rappresenta un passo importante per Steve Yanek e uno piacevolissimo per noi ascoltatori.

Remo Ricaldone

11:47

Rusty Tinder - Alchemy Road

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Pianista, cantante ed autore, Rusty Tinder non ha mai nascosto il suo amore per la country music, intepretata con passione e personalità dopo essersi fatto le ossa a Los Angeles in una band, Von Cotton, in cui venivano ripresi classici di Merle Haggard, George Strait e Willie Nelson. Dalla nativa citadina di Pullman, Washington comunque il suo percorso verso la piena maturità è stato lungo e diversificato negli stili e ora Rusty Tinder può avvalersi di questo bagaglio per proporre un suono intrigante e piacevolissimo. “Alchemy Road” è un lavoro meditato e sviluppato con il contributo fondamentale dei due co-produttori, Mike Cionni e Blake English. Ne è scaturito un repertorio dagli arrangiamenti ricchi ma mai ridondanti, curati ma mai leziosi con la naturale e costante presenza del piano a dare un tocco in più e l’inserimento talvolta di fiati a colorare canzoni dalle prevalenti inflessioni country. Americana dai forti toni melodici, le radici folk e anche blues presenti in molti momenti di queste sessions e una voce, quella di Rusty Tinder, piacevole nelle sfumature pur non spiccando per particolare originalità o ampiezza di registro. Una selezione quella di “Alchemy Road” dove magari non appaiono hits ma gioca un ruolo importante nella sua riuscita la forte coesione e la spontaneità e la naturalezza del materiale. Tra l’apertura di “Moonlit Kissed” e il commiato della notevole, per temi e arrangiamenti che personalmente rimandano a certo Billy Joel, “Copper Penny Sun” c’è il mondo musicale di Rusty Tinder, il suo apporto nell’esprimere considerazioni su intimismo autobiografico e ciò che avviene nel mondo contemporaneo. “Tululah”, le tonalità quasi gospel di “Remember Why You’re Here”, la forza espressiva della canzone che da’ il titolo al disco (con un’elettrica che per un momento mi ha ricordato il Dickie Betts con la Allman Brothers Band), la dolcezza e la poesia di “My Name” e “Let Me Be Found”, per citare i preferiti di chi scrive, mostrano con nitidezza il valore di un personaggio come Rusty Tinder.

Remo Ricaldone

 

11:44

Shovelin Stone - Summer Honey

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I Shovelin Stone sono un quartetto con base in Colorado (ma con il cuore che guarda verso il Lone Star State) il cui country-folk è espresso in modo personale e notevolmente variegato, basato sulle capacità compositive di Makenzie Willox, voce solista, chitarre e armonica e Zak Thrall, banjo, chitarre ed armonizzazioni vocali a cui si sono uniti Russick Smith a basso, mandolino e cello e Brett Throgmorton alla batteria. Pe il loro secondo album si sono trasferiti nel profondo isolamento degli Appalachi con il produttore Chance McCoy (già con gli Old Crow Medicine Show) dando vita ad un suono dinamico e brillante con attitudini ‘jam-grass’ un po’ a la Railroad Earth (esplicativa in questo senso è l’iniziale title-track “Summer Honey”), toni ‘southern’ mantenendo una base acustica anche quando le canzoni mostrano quanto il rock sia nel loro dna e quel senso di libertà espressiva, gioia e ironia sparse nel corso di un disco godibile dall’inizio alla fine. Molti sono i momenti che rimangono nel cuore come il folk (filtrato neturalmente da una visione personale) di “Note To Self” con gustosi accostamenti di banjo e armonica e la turgida melodia di “Won’t You Tell Me”. Anche nella seconda parte del disco si prosegue con suoni acustici e ballate irrobustite da una buona sezione ritmica e da sottolineare ci sono “WingSong”, la poesia bucolica di “Love Me Too” sempre con il banjo in primo piano ed il cello a rafforzare la melodia, “Here’s To Jesus” ancora vicina ai Railroad Earth e alle altre band che partono dal bluegrass per ampliare i propri orizzonti sonori e la frizzante e vivace “No Good At Waiting”. I Shovelin Stone meritano ampiamente di essere conosciuti ed aggiunti nella collezione di coloro che amano i suoni acustici della tradizione interpretati con lo spirito privo di preconcetti e di convenzioni e questo loro “Summer Honey” è proprio l’occasione giusta per farlo.

Remo Ricaldone

 

17:35

Mean Mary - Portrait Of A Woman (part 1)

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Tra le più belle voci della scena acustica tra folk, radici appalachiane e country music, Mary James, in arte Mean Mary è in questo 2022 attivissima. Questo “Portrait Of A Woman (part 1)” inaugura un dittico che si completerà a settembre, mentre nel mese di agosto ci sarà spazio per il ‘side project’ della banjoista in versione più elettrica in compagnia dei Contrarys con un ep intitolato “Hell & Heroes vol.1”. Le radici appalachiane, il fascino di certe sfumature irlandesi, la forza espressiva e l’ironia profuse in questo album confermano quanto di buono era stato proposto in una discografia spesso superiore alla media e ancora qui da noi incredibilmente ignorata, sottolineando il calore, la ricchezza e la profondità di una voce che dalla critica è stata paragonata a quelle della magnifica cantante folk inglese June Tabor e a Amy Winehouse, fondendo in modo mirabile le sensibilità di due personaggi così diversi. Qui c’è la ricchezza letteraria delle storie tradizionali create unendo il passato ed il presente in maniera straordinariamente poetica, spesso con la collaborazione compositiva della madre Jean e quella strumentale del fratello Frank James alle chitarre. In primo piano comunque c’è sempre il banjo di Mean Mary, vero fulcro e punto nodale di queste canzoni che formano un lavoro di estremo fascino. “Cranberry Gown”, la luminosa melodia di “No Man’s Land”, la nostalgia insita in “A Kiss Can Hide Two Faces” con un ritmo che ci porta a metà strada tra il fado portoghese e il tango argentino risultando tra le più originali del disco, nobilitano la prima parte di “Portrait Of A Woman” dipingendo un ritratto limpido e brillante della musicista nata in Florida ma che ha vagabondato per gran parte del sudest americano. “Only Time To Pray” è affascinante per come si intersecano il picking banjoistico e il tocco intenso al violino, entrambi nelle mani di Mary, “Big Tour Bus” vede la nostra alla chitarra acustica, con il fratello a duettare e a ricordare gli innumerevoli spostamenti per suonare in tour, “Bette, Come Back” getta un ideale ponte tra Irlanda e Appalachi con forza ed intensità, “Butterfly Sky” è uno strumentale (Mary James a violino e chitarra acustica) caratterizzato da una pura poesia come evocato già dal titolo, anticipando il finale affidato a “Clouds Roll By”, ballata tra folk e country leggera e cristallina, degno commiato aspettando la seconda parte di questo nuovo progetto di Mean Mary.

Remo Ricaldone

 

17:33

Karen Morand & The Bosco Boys - Ghost Hotel

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Karen Morand è un’interessante voce femminile canadese, di Toronto, sulle scene da almeno una decina di anni e con all’attivo un percorso discografico di ottima qualità che ora si arricchisce di un nuovo episodio che rimarca qualità non comuni. “Ghost Hotel” è un gustoso viaggio nelle radici della musica americana che Karen Morand percorre unendo un godibile ‘blue eyed soul’ a inflessioni country, con l’accompagnamento dei Bosco Boys, Benny Santoro a batteria e percussioni e Aaron Verhulst a chitarre, pedal steel e mandolino e di una serie di sidemen di qualità tra cui spiccano la voce di Suzie Vinnick e l’armonica di Mike Stevens, esperti esponenti della scena canadese roots. La title-track apre il disco con le radici country in evidenza, una pedal steel guitar che ne fissa le coordinate e un’interpretazione di classe mentre la deliziosa “Never Enough” è ballata dai toni vicini alla soul music ed è tra i punti più alti in un lavoro che ha molte frecce al proprio arco, passando da momenti in cui emerge l’amore per il rock (“Locked Down & Out” e “Smoke & Fire”, immergendosi nel più gustoso profondo sud) alla frizzante “Easy” che personalmente mi ricorda il duo inglese dei Stealers Wheel in cui militava il compianto Gerry Rafferty. “Neverland” riporta al centro la country music più intima ed intensa, ancora con una pregevole pedal steel e parti vocali particolarmente affascinanti e da sottolineare c’è anche la coinvolgente “Coffee” che chiude la selezione aggiungendo cenni bluegrass e country ad una canzone azzeccata come questa nuova proposta della cantante ed autrice dell’Ontario.

Remo Ricaldone

Gary Van Miert da Jersey City, New Jersey è un personaggio originale e ricco di passioni ed ironia, legato profondamente alla country music degli anni cinquanta e sessanta ma anche allo spiritual, al gospel, al rock’n’roll e al blues. I legami con la tradizione però non lo costringono all’interno di steccati rigidi e a conferma di una visione tanto ampia quanto godibile dal punto di vista stilistico c’è l’aggiunta, in questa sua curiosa ‘impersonificazione’ sotto il nome di The Sensational Country Blues Wonders!, di forti colorazioni psichedeliche avvicinandosi così alle atmosfere tipiche degli anni sessanta. “The Adventures Of A Psychedelic Cowboy” è già dal titolo esplicativo delle intenzioni del protagonista e risulta un album piacevolissimo e divertente, con dieci canzoni che di volta in volta prendono spunto dai Beatles e dagli Stones più ‘lisergici’, dalla scuola californiana e dalle solide basi country di Gary Van Miert, aggiungendo alla pedal steel sitar e tastiere inconfondibilmente sixties. “There’s A Hole In The Fabric Of My Reality” parte subito con il piede giusto regalandoci una country song immersa nel pieno degli anni sessanta, con una melodia intrigante, seguita da una leggera e gustosa children song dalle sfumature ‘neworleansiane’ grazie ad un indovinato arrangiamento fiatistico. “The Psychedelic Cowboy Song” è limpido manifesto di questo progetto, unendo ancora country music, psichedelia e cenni ‘beatlesiani’, “I’m Beginning To Live In The Light” fonde country music e gospel e sposta le atmosfere verso la tradizione, “Airwaves” è ariosa, scorrevole e piacevolissima riportando al centro dell’attenzione le bands californiane degli anni sessanta mentre “I’m A Caterpillar” ha il sapore della country music più classica, naturalmente proposta con lo spirito aperto e originale di Mr. Van Miert. Nel prosieguo dell’album troviamo ancora “Life Is So Freaking Beautiful” in pieno spirito ‘flower power’, “I’ve Got Memphis On My Mind”, un rock’n’roll classico, “Music Of The Spheres” che scorre naturalmente tra flauti, sitar ed immagini sognanti, preparando la chiusura di “God Gonna Take Me Home”, gospel trascinante come si può arguire dal titolo. Disco che si assapora con estremo piacere, certo non un capolavoro o un lavoro che cambierà la storia ma una selezione che regalerà qualche sorriso e una sensazione piacevole di leggerezza.

Remo Ricaldone

 

17:28

Peter Gallway & The Real Band - It's Deliberate

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Peter Gallway è un personaggio che non si ferma mai. Una carriera la sua che lo ha portato ad incidere una trentina di album, a produrne almeno altrettanti e a dividere la sua attività in almeno tre parti separate: quella con Annie Gallup negli Hat Check Girl, con il tastierista inglese Harvey Jones come Parker Grey e, come in questo caso, con The Real Band, assumendo di volta in volta abiti diversi toccando la canzone d’autore spesso con coloriture ‘jazzy’, sonorità più roots mostrando capacità descrittive e quasi cinematografiche eccellenti e un rock dove spesso le sperimentazioni sono di casa. “It’s Deliberate” è disco dove la poetica di Peter Gallway è sorretta da arrangiamenti intriganti che rimandano al Bruce Cockburn più notturno. elettrico ed evocativo, al Leonard Cohen più ricco musicalmente e alla varietà stilistica di un Elvis Costello o della scena cantautorale urbana negli States come Ron Sexsmith e per certi versi rimandando alla scrittura di un Warren Zevon. Il suono della Real Band è pieno e corposo e contribuisce a dare una spinta in più alle nuove composizioni del musicista originario del Maine che spesso fa dell’essenzialità una delle sue doti principali. A mio parere Peter Gallway si trova più a suo agio quando il suo linguaggio si avvicina maggiormente alle radici (anche se il suo ‘filtro’ lo rende sempre personale) come in “It’s Deliberate”, in “Good Trouble”, in “Not This Time” e in “Like Mercury” dove emerge la passione per certo rock anni settanta. In altri, centrando più o meno il bersaglio, mostra una vicinanza a band come Steely Dan o Talking Heads in un’alternanza di ritmi sincopati o più lineari. Un disco con qualche ombra ma che conferma la statura di un artista da anni legato ad un cammino fatto di continue sperimentazioni e assolutamente non commerciale.

Remo Ricaldone

11:40

Steven Casper & Cowboy Angst - Hey!

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Steven Casper e I suoi fidi Cowboy Angst sono ormai un solido combo che unisce con naturalezza e coinvolgimento rock e radici, partendo da un’attitudine ‘di strada’ e da una poetica che sottolinea l’amore per country music, blues e folk. “Hey!” è stato concepito nei tempi difficili che tutti abbiamo vissuto, tra pandemia ed isolamento, e che per Steven Casper è stata l’occasione per esprimere la speranza e la fiducia nel futuro, aggiungendo a sei nuove canzoni originali una riuscitissima rilettura della dylaniana “Absolutely Sweet Marie” e la ripresa di un noto traditional come “Motherless Child”. I Cowboy Angst supportano il loro frontman con dinamismo e forza, con le colorazioni delle tastiere di Carl Byron, le splendide chitarre di Dan Wistron e una sezione ritmica decisamente affidabile e solida con Alex U-Ren al basso e Jim Doyle alla batteria, tutti musicisti che si sono fatti le ossa nella scena roots-rock della west coast raggiungendo tra loro una chimica ed un affiatamento perfetto. Intrigante è la selezione dei brani firmati da Steven Casper a confermare una penna apprezzata (tra l’altro alcune sue canzoni sono state inserite in “True Blood”, serie di grande impatto) ed ispirata, partendo dalle pimpanti “Easy” e “Hey!” per poi distendersi con le notevoli “So Damned Hard” e “By Your Side” (le preferite di chi scrive) e con una “Howling At The Moon (Wine And Weed)” perfetta per essere uno dei momenti caldi in concerto. “Cold Dark Hole” per contro mi ricorda certe canzoni di Tom Petty e rimarca nuovamente una facilità di scrittura e un gusto per gli arrangiamenti (curati dall’esperto Ira Ingber) decisamente ottimi. Musicista e band da tenere d’occhio.

Remo Ricaldone

11:36

Scarlet Rivera - Dylan Dreams

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Il destino artistico di Scarlet Rivera, con tutte le opportunità e le ‘sliding doors’ del caso, è inevitabilmente ed indissolubilmente legato alla figura di Bob Dylan, con i ricordi e le influenze ancora vivi e vibranti a distanza di quasi cinque decadi. Il magnifico violino, la profonda poesia insita in ogni sfumatura e, sorprendentemente, una voce che mantiene il suo fascino nonostante le molte primavere, sono le peculiarità di un piccolo (solo come durata, sei brani, in pratica un mini cd) grande tributo ad un legame ancora assolutamente vivo. Scarlet Rivera con “Dylan Dreams” costruisce con sagacia un progetto personale come scelta del materiale da interpretare ed essenziale come struttura sonora, partendo da una “Series Of Dreams” gioiello senza tempo del ‘menestrello di Duluth’, seguita da una “Born In Time” che sottolinea il mistero dell’amore e del destino e degli inscindibili legami che rimandano ad una stagione tanto luminosa quanto irripetibile. “Senor” è il brano più noto, qui riproposto in una versione sontuosa ed accorata che coglie nel segno per intensità e sensibilità. “Where Teardrops Fall” è commovente e sognante, delicata e deliziosa, mentre “Sacred Wheel” è un altro splendente gioiello di questo disco con il suo messaggio di vita, d’amore e (ancora una volta, quasi come trait d’union tematico) di fato, interpretato con grande trasporto. Velocemente si arriva al termine dell’album con una ‘bonus track’ inserita come ulteriore omaggio a Bob Dylan, una “Dust Bowl” che rappresenta con il suo fascino tradizionale l’attuale seconda giovinezza per un’artista che ha ancora tanto da regalare agli appassionati, cosa ben chiara a coloro che hanno potuto apprezzarla nei numerosi concerti fatti nel nostro paese negli ultimi anni. Speriamo tutti che “Dylan Dreams” possa essere l’incipit di una nuova fase artistica per la rossa violinista.

Remo Ricaldone



 

11:31

Steve Dawson - Phantom Threshold

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Gli album strumentali sono per definizione complessi e di non facilissima fruibilità. C’è bisogno del ‘mood’ giusto per apprezzarne le sfumature e per entrare in quel particolare mondo che il musicista vuole evocare. Steve Dawson è un musicista (e produttore) che non si ferma mai e che ama sperimentare e questo suo nuovo lavoro intitolato “Phantom Threshold” rientra a pieno titolo tra le sue opere più ambiziose, ispirandosi più o meno chiaramente alle colonne sonore di Ry Cooder e unendo il suo amore per le radici country, folk e blues con quello per il pop (e qui si può citare la cover di “You Still Believe In Me” dei Beach Boys firmata da Brian Wilson) e per certa psichedelia sixties. Protagonista assoluta nel corso di questo affascinante viaggio sonoro è la pedal steel che nelle mani di Steve Dawson assume connotati onirici e fantasiosi (a me spesso ricorda l’immenso lavoro di Jerry Garcia con questo strumento), sempre nell’ottica di un racconto che può configurarsi come ‘road trip’ di grande presa. Con Steve Dawson ci sono i magnifici tamburi di Jay Bellerose, le tastiere di Chris Gestrin e il solido basso di Jeremy Holmes, trio con l’artista canadese da anni, mentre spicca com ospite Fats Kaplin a fiddle, banjo e fisarmonica. Non mancano le citazioni in questi undici momenti in cui si divide il disco, dai Grateful Dead ad un western dai toni suggestivi ed onirici dando ampio spazio all’urgenza ispirativa e alla voglia di mettersi in gioco da parte di Steve Dawson. Una grande libertà espressiva che travalica i suoni, li unisce e li intreccia con efficacia e freschezza, superando l’esame finale e risultando godibile e fresco in riferimento ai prodotti della stessa gamma. “Phantom Threshold” merita un ascolto soprattutto nei momenti in cui si cerca ispirazione e voglia di lasciarsi trasportare da una musica comunque ricca di pathos.

Remo Ricaldone

11:29

Su Andersson - Brave

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Dopo il bell’esordio ‘americano’ con le affascinanti train stories, la svedese Su Andersson prosegue con bravura sulla strada tracciata da alcune delle migliori storytellers d’oltreoceano come Mary Gauthier, Rosanne Cash, Lucinda Williams e Robyn Ludwick. Ognuno di questi personaggi hanno infatti lasciato un’impronta visibile sulla scrittura e sull’atteggiamento di Su Andersson che in questo suo secondo album intitolato “Brave” cerca di diversificare attitudini e messaggi dando sfogo ad un talento notevole. Dieci canzoni sul filo del confine tra radici, rock  e pop, intepretate con limpida delicatezza e poesia, accompagnate con garbo da un manipolo di ottimi musicisti svedesi tra cui è doveroso citare Jonas Abrahamsson che oltre a sedersi dietro ai tamburi si dimostra anche talentuoso pianista (suo è il magnifico lavoro nell’iniziale “Japanese Tea”), Ryan Edmond che dona un tocco ‘jazzy’ con la sua cornetta alla bella “Bread And Butter”, Henning Sernhede eccellente ai molti strumenti a corda in buona parte del disco e Wendy McNeill che ravviva la melodia della title-track “Brave” con la sua fisarmonica. “Northern Light”, “Southern Belle”, “Turquoise And Rust”, la pianistica “Echoes” danno poi l’esatta misura di un’artista capace di condensare doti non comuni al servizio di un suono che potremmo comunque definire ‘americana’ con tutte le limitazioni di un tremine così ampio nel suo significato. Su Andersson ha cominciato tardi a fare musica ma è sulla buona strada per imporsi come una delle migliori voci del genere, almeno qui in Europa. Merita assolutamente ascolti ed apprezzamenti.

Remo Ricaldone

10:50

Michael McDermott - St. Paul's Boulevard

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Sono passati poco più di trentanni dal suo debutto intitolato con quell’indirizzo, “620 W.Surf”, che gli appassionati del più solido ed orgoglioso ‘heartland rock’ non hanno dimenticato e che portano ancora nel cuore. Michael McDermott ne ha passate di esperienze e di sofferenze in questo lungo lasso di tempo ma è ancora saldamente ‘in sella’ con una carriera ripresa quasi inaspettatamente anni fa dividendosi tra lavori solisti e con alcuni suoi pards sotto il nome di Westies. E ora un nuovo disco che segna i legami con la sua città, Chicago, con la letteratura che ama tanto, qui sottolineata dal tributo di “Marlowe” dedicato al celeberrimo detective nato dalla penna di Raymond Chandler e dall’incondizionato amore per quella poesia di strada che ancora ci affascina dopo tutti questi anni. “St. Paul’s Boulevard” è album solido e convincente che segue il filo conduttore di un percorso personale che lo ha portato a vivere le emozioni e tutto il potere salvifico del rock’n’roll unito alla profondità della poetica folk. E’ anche una raccolta pervasa da una intensa nostalgia, dalla consapevolezza che la maturità ha lasciato indietro l’innocenza con tutto il suo carico di sogni e di utopie ma che non c’è altro modo per sopravvivere se non andare avanti e ripercorrere le stesse strade come sopravvissuti a una stagione irripetibile. Canzoni come “The Arsonist”, “Where The Light Gets In”, “All That We Lost”, “Sick Of This Town”, “The Outer Drive”, “Pack The Car” e “Peace, Love And Brilliant Colors” portano già dai titoli la forza e il fascino di un musicista che ha vissuto pienamente le storie che interpreta e ce le riconsegna con un’intensità non comune. In aggiunta, nella versione italiana curata come sempre splendidamente dalla Appaloosa Records, ci sono tutti i testi tradotti che ci permettono di gustare appieno lo storytelling di un grande come Michael McDermott.

Remo Ricaldone

 

10:48

Family Shiloh - At The Cold Copper Ranch

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Partiti come duo a fine anni novanta, Colby e Kimberly Pennington hanno trasformato il loro percorso musicale in un ‘affare di famiglia’, aggiungendo a mano a mano i figli (ben cinque!), i nipoti e altri membri fino a raggiungere un ampio ventaglio strumentale che per ora raggiunge i sette elementi. Il loro è un appassionato tributo alla musica texana, fulcro di una proposta che abbraccia country, folk, western e honky tonk, riconsegnato al pubblico con estrema freschezza e bravura. Dopo tre dischi e innumerevoli concerti concentrati in particolare nel Texas centrale, Family Shiloh torna con un album che prosegue una via intrapresa con sicurezza e talento, avvalendosi della classe di musicisti come Mickey Raphael, leggendario pard di Willie Nelson e protagonista di mille e mille sessions, di Marty Muse alla pedal steel guitar, di Paul Glasse al mandolino e di Billy Horton al contrabbasso tra gli altri. “At The Cold Copper Ranch” è il risultato di sessions naturalmente rivolte a ricreare il più classico suono texano, nella più pura e sincera tradizione, partendo dal cristallino western-style di “Cold Copper Theme” per poi proseguire con l’eccellente “(It’s Gonna Be A) Longhorn Day” dal coinvolgente refrain, le gustose chitarre ‘twangy’ di “Dunn Lucky Dice”, la bella performance vocale  di Kimberly Pennington nella sinuosa “Kansas” e la delicata “In Lieu Of You” con l’armonica di Mickey Raphael. Un ottimo inizio che viene confermato da una grande spontaneità e immediatezza nel corso delle successive dieci canzoni, legate dal filo comune di un amore per radici country ormai confinate solo nelle comunque molte produzioni indipendenti in giro per l’America. La deliziosa “Look At All Of Them Cows”, l’acustica e nostalgica “Cold Copper Call”, la country music venata di rock della brillante “Delta Lucky Ace” (altro tributo al cuore del Lone Star State), “Burnet County Backroads” dalla melodia ricca di sfumature appassionanti e con il bel mandolino di Paul Glasse, le tonalità bluesy di “No 4C Blues” e la pianistica “Come With Me” danno l’esatta idea di quanto sia accattivante e variegato il suono di una band che merita tutta la nostra attenzione.

Remo Ricaldone

10:44

Cheryl Cawood - Bullet In The Cabin Wall

Pubblicato da Remo Ricaldone |

La zona degli Appalachi è tanto ricca ed affascinante  musicalmente quanto attraversata da forte povertà, indigenza e disagi, culla della più autentica tradizione ma anche di un isolamento che ha accresciuto le difficoltà di questi decenni. Cheryl Cawood è cresciuta nell’area del Kentucky adiacente ad Harlan County, uno dei luoghi simbolo per lotte sindacali, duro lavoro ed estreme privazioni e il suo repertorio è un eccellente mix di originali e classici dai repertori delle più belle voci del genere country, racchiusi in un debutto intrigante come “Bullet In The Cabin Wall” ispirato a personaggi come Jean Ritchie (di cui riprende con grande bravura il suo classico  “L&N Don’t Stop Here”) ma anche a Billy Edd Wheeler, alla Dolly Parton più fedele al proprio retaggio e a chi ha narrato quelle terre con autenticità come Iris DeMent, Hazel Dickens e molti altri. Per incidere questo suo esordio Cheryl Cawood è scesa in Texas e ha goduto del supporto strumentale di alcuni tra i migliori sidemen di quella scena, da Rick Richards alle percussioni a Eleonore Whitmore al fiddle, da Michael Bobbitt (co-autore di alcuni brani) al piano e Jack Saunders, figura fondamentale come produttore, ingegnere del suono e musicista (chitarre, contrabbasso, mandolino, mandola e banjo). Il repertorio come detto è di notevole efficacia, dalle altre due cover, “Coalfield Woman” del grande e compianto Tim Henderson e il classico “Shady Grove”, ad originali accattivanti e dalla forte espressività che forniscono un quadro completo della personalità e delle radici di Cheryl Cawood. “Makin’ Corn Liquor”, “Running Out Of Time”, “Crossing Mountains”, “Deep Down In Your Bones” e “Daddy’s Hometown” sono genuine descrizioni del proprio percorso di vita e dei suoni che hanno forgiato una personalità veramente interessante. Un nuovo nome da seguire quello di Cheryl Cawood, un viaggio sonoro che le auguriamo lungo e pieno di soddisfazioni.

Remo Ricaldone

10:41

Peter Rogan - Broken Down Love

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Al secondo disco Peter Rogan conferma quanto di buono era stato detto (purtroppo non dalle nostre parti) riguardo al suo debutto intitolato “Still Tryin’ To Believe”, mostrando quell’attitudine ‘blue collar’ unendo la passione per il rock’n’roll con quella per blues, folk e in parte country. “Broken Down Love” è stato inciso nei rinomati Cowboy Arms Studios di Nashville con un bel manipolo di musicisti che rispondono ai nomi di Phil Madeira a tastiere e lap steel (già con Emmylou Harris, Buddy Miller e Alison Krauss tra gli altri), Will Kimbrough (chitarrista di grandissima classe che ha accompagnato alcuni tra i migliori nomi di blues e country tra cui Shemekia Copeland, la stessa Emmylou Harris e Jimmy Buffett), il bravo batterista Dennis Holt ed il bassista Chris Donohue, oltre alla presenza delle McCrary Sisters e di una notevole sezione fiati a dare corposità ai momenti più legati al ‘southern soul’. E sono appunto le colorazioni soul della cover di “It’s Only Rock’n’Roll” degli Stones e la rilettura indovinatissima di “Thank You Girl” di John Hiatt a dare l’esatta misura dell’eclettismo e dell’amore di Peter Rogan per i suoni neri a sud della Mason-Dixon line. Il resto è farina del suo sacco, aprendo con la suggestiva title-track “Broken Down Love”, storia d’amore sofferta e intensa, proseguendo con “Short Shifter Blues” intrisa di funk e di aromi ‘southern’ e rivelando la sua bravura nelle ballate come la godibile “Back To Natchez”. “Broken Down Love” scorre così tra struggenti soul ballads come “All That’s Left Is The Blues”, la vicinanza con certo Jimmy Buffett in “Dancin’ Naked”, la dolcezza country di “Butter Lane” e il rhythm’n’blues genuino di “My Kinda Strange” in un viaggio nelle molte anime del deep south. Il commiato è affidato invece all’accorata “I Wish”, saluto acustico, in solitaria, che suggella un disco dalle molte anime che ci fa conoscere un artista come Peter Rogan capace di afferrare lo spirito del più classico suono americana.

Remo Ricaldone

00:08

Jeff Finlin - Soul On The Line

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jeff Finlin è ‘in pista’ da più di un ventennio e ha firmato la bellezza di tredici dischi e tre libri in un percorso che lo ha reso musicista di culto (e con il suo personale ‘quarto d’ora di notorietà grazie all’inserimento di una sua canzone, “Sugar Blue”, nella colonna sonora di ‘Elizabethtown’ di Cameron Crowe, grande rock fan) attraverso un amore incondizionato per il rock coniugato alla canzone d’autore. John Hiatt, Dave Alvin, Willy DeVille, Chuck Prophet, Steve Earle e anche John Prine sono stati e sono un fondamentale punto di riferimento appunto per quell’unire rock e letteratura in un insieme comunque sempre autentico e sincero, pur con gli inevitabili cali di ispirazione. “Soul On The Line” vede il musicista di Cleveland, Ohio controllare ogni passaggio, dalla scrittura alla produzione al contributo strumentale tra chitarre, percussioni e tastiere, con il supporto di un ridotto ma ispirato manipolo di amici. L’approccio è quello giusto: voce grintosa ma al tempo stesso in possesso di quel più volte celebrato ‘romanticismo di strada’ che ci ha fatto amare i musicisti citati in precedenza e molti altri, arrangiamenti ricchi ma mai ridondandi, corposi ma senza orpelli, spesso con la presenza di fiati che portano con se i ricordi del Van Morrison degli anni settanta. Le dieci canzoni che formano l’album mostrano l’ottimo stato di forma di Jeff Finlin, racontando di un’America forse solo rimasta nel nostro immaginario con la bellezza del viaggio e degli amori incontrati ‘on the road’ ma ancora capace di rapirci il cuore. Come fanno brani del calibro di “Turn This Cadillac Around”, “The Great Divide”, la morbida apertura affidata alla title-track “Soul On The Line”, “Round In The Circle” con tutto il suo asciutto  fascino acustico e “Bardo Time” scandita dal ritmo di un’anima poetica prestata al rock come Jeff Finlin.

Remo Ricaldone

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Wes Collins - Jabberwockies

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Tra i più intriganti storytellers ascoltati negli ultimi tempi, Wes Collins arriva al terzo disco con una selezione veramente affascinante, composta con piglio sicuro e suonata col cuore. “Jabberwockies” è per il cantautore del North Carolina il vero banco di prova di doti cristalline sia per quanto riguarda la ricerca melodica che per una produzione molto interessante, con uno stuolo di ospiti capaci di regalare ulteriori magnifiche tonalità a brani dalla grande profondità poetica. Jaimee Harris (brava cantante texana fedele partner di Mary Gauthier con la quale qualche anno fa è arrivata anche ai nostri lidi) presta la sua voce per armonizzazioni vocali eccellenti, come la coppia Pete e Crystal Hariu-Damore degli Ordinary Elephant, autori di una produzione stellare in ambito acustico. “Jenny And James” apre nel migliore dei modi con una melodia vincente per gusto e coinvolgimento, a mio parere lo zenit di un album che non mostra debolezze, crescendo di ascolto in ascolto. “Jabberwockies” è una raccolta di storie estrapolate da scritti dell’ultimo quinquennio e rappresenta l’essenza intima di una voce che si ispira alla canzone d’autore adulta di grandi come Jackson Browne o James Taylor, aggiungendo un tocco personale tra folk e pop. “The Trees” non sfigurerebbe in un qualunque album di James Taylor, con una deliziosa pedal steel nelle mani di Matt Smith e l’angelica Jaimee Harris a impreziosire la melodia, mentre “Sugar Skull” è la classica eccezione alla regola con un trascinante rock dai toni sixties grazie al farfisa di Chris Rosser. “Cocoon” è un’altra ballata di grande impatto, riflessiva e accorata, “Last Saturday” è semplicemente e gustosamente ‘folkie’ rimandando al miglior Don McLean acustico e il trittico formato da “Look Out”, “Medusa” e “Grease Fire” regala emozioni avvincendo per bella intensità poetica. Un disco questo “Jabberwockies” che mantiene le promesse per chi conosceva i precedenti lavori di Wes Collins, rappresentando anche un viatico per apprezzare un nuovo nome (per noi) del cantautorato americano.

Remo Ricaldone

 

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Silver Lake 66 - The Space Between Us

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Terzo disco per l’affiatata coppia formata da Maria Francis (voce, chitarre e percussioni) e Jeff Overbo (ottimo il suo lavoro a svariati strumenti a corda, dal dobro alla lap steel fino a chitarre elettriche ed acustiche) che con l’apporto di Toupee Zehr al basso e Bryan Daste alla pedal steel danno vita ai Silver Lake 66. Il loro è un gustoso mix di suoni sudisti pur provenendo da Portland, Oregon, tra country music e sfumature soul e “The Space Between Us” aggiunge una manciata di belle canzoni ad un repertorio già ampio e interessante. “Bun E. Carlos” mostra fin da subito le qualità della coppia in fatto di doti compositive e viaggia su consolidate strade ‘southern soul’ e l’alternanza tra le voci contribuisce a rendere il disco decisamente piacevole. Molti sono i momenti che meritano di essere ricordati, dalle dolcezze acustiche di “When You Fall” in cui le voci di Maria Francis e Jeff Overbo si fondono con estrema naturalezza alle sinuosità country della title-track “The Space Between Us”, per passare alla solida “I-5 Drifting” che ha il sapore dei classici del songbook country, a “Take Some More Of These” con un ‘incipit’ che non può non ricordare la magnifica “Ode To Billie Joe” di Bobbie Gentry, a “Blue Sky” pervasa da una forte connotazione country e da un prezioso lavoro di pedal steel. Chiude un album scorrevole e godibile “I’ll Sing The Blues” con un’interpretazione eccellente da parte di Maria Francis e tutta la nostalgia e la dolcezza di una ballata acustica incisiva a riprova della bontà della proposta complessiva.

Remo Ricaldone

 

Tra le migliori band emergenti in Canada, il trio degli Slocan Ramblers firma un disco che fotografa nitidamente il loro amore per le radici, il loro dinamismo e l’entusiasmo non scalfito dai difficili anni trascorsi. “Up The Hill And Through The Fog” è l’occasione per il chitarrista Darryl Poulsen, il mandolinista Adrian Gross e il banjoista Frank Evans di unire i più classici suoni bluegrass, frutto di una formazione basata sull’ascolto intensivo dei vari Flatt & Scruggs, di Bill Monroe e degli Stanley Brothers e di attitudini rock nell’approccio, qui chiare nella sontuosa versione di “A Mind With A Heart Of Its Own” di Tom Petty (firmata con Jeff Lynne), tra i picchi interpretativi dell’album. La band di Toronto non manca di sottolineare quanto brillante sia la voglia di travalicare i generi e dare nuova linfa al loro suono acustico ricordando spesso una grande ispirazione come John Hartford, maestro in questo genere. Il contrabbasso del ‘membro aggiunto’ Charles James introduce “I Don’t Know”, altro bell’esempio di roots music tra influssi ‘grassy’ e melodie di stampo rock suonato con grande classe, “Won’t You Come Back Home” ha tutta la nostalgica melodia della country music più tradizionale in un altro momento basilare del disco, “Snow Owl” è strumentale di notevole efficacia per linee melodiche e finezze tecniche, con il mandolino di Adrian Gross in veste di protagonista, “Bill Fernie” ha il sapore intenso dei classici bluegrass ed è un tributo alle proprie radici, “Platform Four” va ancora più indietro nel mondo ‘old-time’ con ancora una ottima performance di Charles James al contrabbasso (questa volta suonato con l’archetto). “Streetcar Lullaby” è un delizioso country waltz cantato all’unisono con dolcezza e gusto, “Bury My Troubles” ha l’energia del rock seppur in veste bluegrass mentre “The River Roaming Song” ‘gioca’ sulle note di una canzone che rimanda al John Hartford più poetico. Brani questi che da soli meriterebbero l’acquisto di un album piacevolissimo che conferma la bravura di un trio estremamente coeso e affiatato.

Remo Ricaldone

11:36

Nick Nace - The Harder Stuff

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Avevamo lasciato Nick Nace in quel di Nashville, dove si era stabilito per cercare gli stimoli giusti e gli appoggi per materializzare ispirazioni importanti che lo avevano visto debuttare con un eccellente lavoro intitolato “Wrestling With The Mystery”, splendidamente svolto tra canzone d’autore e country music. La pandemia ha scombussolato tutti i piani, i suoi e naturalmente quelli di molti musicisti indipendenti che più di altri hanno patito la chiusura praticamente di tutti gli spazi vitali, ed è stato quasi inevitabile un ritorno a casa per vivere con gli affetti più cari. Nel suo caso il nativo Canada è stato il luogo dove hanno preso corpo le canzoni che ora vengono presentate nel suo secondo album, “The Harder Stuff”, un progetto ancora una volta di grande fascino che si propone con un’intensità e una profondità espressiva ancora più intrigante. Al centro di questo disco ci sono le riflessioni sull’incerto presente, i rapporti interpersonali che assumono un nuovo significato e i cenni autobiografici che riemergono tornando nei luoghi che lo hanno visto crescere. “The Harder Stuff” comunque non si discosta dai toni del precedente album, è stato inciso nuovamente a Nashville e rappresenta un tassello rilevante nella crescita artistica di Nick Nace omaggiando l’amore per le ballate country più autentiche seguendo l’esempio di musicisti come James McMurtry, John Prine e Brent Cobb per fare qualche nome. Dieci canzoni, l’essenziale, arrangiamenti dove ogni strumento è sostanzialmente meditato a partire da “Figure 8’s” che funge da manifesto sonoro. “There’s No Music In Music City” è tra le più allusive della surreale situazione vissuta nei primissimi tempi della pandemia, “Little Kid” sposta le suggestioni idealmente verso sud avvicinandosi ai grandi songwriters texani, così come “The Rio Grande On Christmas Eve” che non ha bisogno di molte presentazioni ma solo di essere goduta in tutte le sue colorazioni. “The Piece That Fits” è melodia che scorre con estrema naturalezza, raccontata con piglio sicuro ed accattivante, con il bel lavoro in sottofondo dell’accordion di John Calvin Abney, “Someday Is Too Far Away” è una magnifica ballata elettrica degna del miglior James McMurtry in un gioco di rimandi dove country music e rock si fondono mirabilmente, “All The Love That You Need” è ancora interessante con un ottimo lavoro del producer Steven Cooper alle chitarre elettriche e la title-track “The Harder Stuff” è un delizioso country waltz che ha il sapore dei classici. Chiudono il disco altri due momenti di valore a suggellarne la riuscita, la pregevole “The Skin Of Our Teeth” dall’andamento accattivante e “Last Call”, evocativa e profonda, due ulteriori motivi per dare fiducia ad un nome tra i più positivi di questi ultimi anni.

Remo Ricaldone

 

Quattordici album spalmati lungo un periodo di alcuni decenni sono le tracce lasciate da Don Michael Sampson, singer-songwriter che ha diviso la propria vita artistica tra il New Mexico e Nashville, tra l’amore per la country music e per certo rock. Un percorso il suo che l’ha reso un ‘cult artist’ dai toni asciutti, nostalgici e profondi, con brani che hanno fotografato il cuore pulsante dell’America di provincia. “The Fall Of The Western Sun” raccoglie i frutti di una carriera che certamente non l’ha reso famoso ma profondamente stimato dai suoi colleghi che spesso hanno impreziosito i suoi dischi e che anche in questo album danno un contributo importante nell’economia del suono. Il resto lo fanno le canzoni, tutte firmate da Don Michael Sampson, in grado di fornire un quadro esaustivo del suo talento e ogni ospite si muove con grande discrezione per non alterare equilibri finissimi tra radici country e spirito rock. Warren Haynes, Chad Cromwell, Michael Rhodes, Roly Salley, Paulinho Da Costa, Becky Burns e i compianti Ben Keith e Don Heffington sono solo alcuni dei musicisti coinvolti e compongono una variegata quanto ispirata ‘back-up band’. “Rolling Time Train” è l’apertura perfetta, una lunga cavalcata che rimanda al miglior Lee Clayton con il suo piglio evocativo e poetico, “Everybody’s Leaving This Old Town” è country music essenziale nella migliore tradizione texana con la pedal steel che lascia il segno mentre “Wedding Song” sembra una ‘outtake’ di “Desire’ di Dylan con le sue inflessioni mexican. “New Book”, aperta da un bel giro di basso, mostra inflessioni più rock e alza il tiro con grande trasporto e grinta, mantenendo quel feeling ‘anni settanta’ che caratterizzava molte produzioni ‘outlaws’, “Crimson Sparkle Of High Wind Wheels” sottolinea fin dal titolo le grandi doti letterarie di Don Michael Sampson in una ballata che sa di polvere e di terra, di vento e di confine nello stile di Butch Hancock per fare un esempio, “Wild Rose Of Florence” mantiene salde le radici tra folk e country mantenendosi in bilico sul border come nella migliore tradizione texana  e “Bad Water” rimanda nuovamente al Lee Clayton più elettrico di “Naked Child”. Il trittico finale è aperto da un’altra splendida ballata dai toni evocativi come “Stop Those Tears” con un dobro invitante che guida una melodia da ricordare, seguita dalla sinuosa country ballad “Cast Off The Lines” interpretata con cuore grande e sincero e da “Sweet Tennessee Nights” che suggella con la sua naturalezza e genuinità un album che rimette al centro un musicista vero che merita tutta la nostra attenzione.

Remo Ricaldone

 

Dopo aver debuttato lo scorso anno con il loro disco omonimo, i canadesi dello Yukon The Lucky Ones si candidano come una delle più belle realtà roots tra country, folk e bluegrass nella ‘Terra della Foglia d’Acero’. Aumentata una line-up a formazione variabile a sette elementi, i Lucky Ones mostrano con questo loro “Slow Dance, Square Dance, Barn Dance” una grande padronanza compositiva e interpretativa, senza fronzoli e con la capacità di catturare lo spirito di forntiera tipico di quelle terre legando la loro scrittura ai grandi texani o a musicisti come John Prine a cui si ispirano fortemente. “Keno City Love Song” sembra fuoriuscita proprio da uno dei primi dischi del grande cantautore di Maywood, Illinois, sottolineando un’abilità non comune nel maneggiare la tradizione, nei momenti più vibranti e ‘grassy’ come nelle intense ballate. In questo senso canzoni come l’iniziale “Kate And Dan” e “Jake” danno l’idea di un collettivo coeso e ispirato la cui urgenza artistica emerge forte ed orgogliosa in un album che è una sorta di ‘concept album’ per tematiche e svolgimento. Talvolta la vicinanza agli Old Crow Medicine Show è palese come in “Bones” o nel fiddle tune “Broken Bow Stomp”, altri due momenti da rimarcare per intensità mentre “Red The Skies” celebra il (nord) west come meglio non si potrebbe, “Goodbye Train” affonda le proprie radici nella più pura tradizione e “My Gal Is Good To Me” si muove flessuosa nella classica atmosfera ‘old-time’. Un album questo decisamente breve (non si raggiunge la mezzora) ma dove nessuna nota è sprecata e dove chi ama certa hillbilly music sfumata nel bluegrass troverà più di uno spunto di interesse.

Remo Ricaldone

11:31

Christopher Lockett - At The Station

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Da tempo Christopher Lockett si è trasferito a Los Angeles dalla Virginia portandosi dietro un solido bagaglio di country music, blues e americana, interpretata con voce baritonale e piglio sicuro. Cresciuto attorniato da una famiglia dalle radici profondamente piantate nella tradizione, ha sviluppato un amore incondizionato per il blues del Delta frequentando Honeyboy Edwards, Johnny Shines e Robert Junior Lockwood e per storytellers come Townes Van Zandt e  Kris Kristofferson e country singers come Emmylou Harris e Nanci Griffith, perfezionando ottime doti di narratore di storie. Tra rock e radici, “At The Station” mostra con bella intensità le varie facce della personalità di Christopher Lockett in un album autoprodotto con sagacia da Fernando Perdomo, capace di cucire il suono più adatto pur nelle limitazioni di un budget inevitabilmente ridotto. Il disco è comunque estremamente sfaccettato e piacevole, aperto da una tagliente “The Reckoning” che sorprendentemente ricorda certe cose di Warren Zevon per ispirazione e potenza a cui segue “In The By And By”, più morbida e country, con il violino (più volte protagonista in queste sessions) del bravo Korey Simeone. “Driving To Nashville” coglie ancora nel segno con inflessioni country (rock) che toccano le corde più intime e autentiche, “Booked To Play The Party” ricorda il Kris Kristofferson che Mr. Lockett ha sempre visto come ‘nume tutelare’. Quello che emerge spesso da queste canzoni è la genuinità e la sincerità di un artista completo che nel corso della sua vita ha fatto anche il giornalista e il fotoreporter per poi concentrarsi sull’amata musica. Momenti come “Wet A Line” con le sue limpide linee country con tanto di gustoso duetto fiddle & banjo, la title-track “At The Station” con il fluido violino di Scarlet Rivera, l’eccellente “Blues For DeFord Bailey” (stella del Grand Old Opry), breve strumentale che mostra tutta la bravura di Christopher Lockett all’armonica, “E Pluribus Unum” tra country e rock che può ancora ricordare il mai troppo compianto Warren Zevon, la deliziosa “Whiskey For Everything” e il rock-blues a la Bo Diddley di “Sweat Work” che chiude l’album  non fanno che dare ulteriori spunti di interesse per un lavoro a cui dare fiducia e attenzione.

Remo Ricaldone

Amy Speace è tra le voci più intense della canzone d’autore americana e negli ultimi anni ha ulteriormente ‘alzato l’asticella’ maturando una scrittura dal grande peso poetico e da una forte connotazione musicale tra folk, country e rock. La collaborazione con il trio degli Orphan Brigade si è rivelata foriera di stimoli nuovi e preziosi, stringendo una partnership giocata sul duplice livello compositivo e di arrangiamenti. Le nuove canzoni di Amy Speace sono nate dall’urgenza di raccogliere e raccontare le emozioni contrastanti di un periodo lungo un anno tra il primo compleanno del figlio e la scomparsa del padre in un inevitabile quanto doloroso passaggio di vita. “There Used To Be Horses Here” è un disco da cui emerge quanto sia vincente la sinergia artistica tra Amy e gli Orphan Brigade, intrecciando le ormai tipiche sonorità di questi ultimi, pervase da intensità che evoca scenari intimi e sognanti, ad una voce veramente splendida. L’album è quindi un viaggio molto espressivo tra le pieghe di una personalità intrigante, aiutati a penetrare l’essenza dei brani grazie al consueto eccellente lavoro di casa Appaloosa con tutte le traduzioni in italiano. Si può godere appieno della bellezza dell’incipit affidato a “Down The Trails”, proseguendo poi con le brillanti “Halleujah Train”, “Grief Is A Lonely Land”, “Father’s Day” e “River Rise” che scavano nel profondo conquistando i nostri cuori. Unica e struggente cover, scelta con oculatezza e sensibilità, è “Don’t Let Us Get Sick” dell’indimenticato grande Warren Zevon, posta in chiusura a congedare con tutto il suo carico di commozione un disco scritto e presentato veramente con il cuore in mano.

Remo Ricaldone

18:40

Rod Picott - Paper Hearts And Broken Arrows

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Quattordici dischi sono un ‘bottino’ corposo e qualitativamente rimarchevole per un songwriter di assoluta grandezza come Rod Picott. Un repertorio che è andato via via ampliandosi raggiungendo un livello ormai consolidato che “Paper Hearts and Broken Arrows” conferma appieno, affidandosi ancora una volta al produttore che da anni affianca Rod Picott: Neilson Hubbard, già membro degli Orphan Brigade. Rod sta vivendo in questi ultimi anni un periodo di straordinaria prolificità espressiva realizzando ben quattro dischi nell’arco di tre anni e dando piena realizzazione ad un forte bisogno di manifestare tutta la sua valenza poetica, riempiendo le canzoni di personaggi e situazioni sempre accattivanti in una essenzialità negli arrangiamenti che rende il tutto incisivo ed autentico. Il Houston Chronicle ha definito le sue canzoni paragonandole alle ‘short stories’ di Raymond Chandler ed effettivamente questo è tra i paragoni più calzanti accostandone talento lirico e visione letteraria. Dodici sono i quadretti dipinti con mano sicura talvolta con l’aiuto di altri autori come il carissimo amico Slaid Cleaves (“Through The Dark” e la conclusiva “Make Your Own Light”) e Mark Erelli (la splendida “Washington Country”, tra gli ‘highlights’ del disco). Ogni sfumatura è comunque profondamente meditata ed inserita in un contesto riflessivo e genuinamente poetico, capace di attrarre con storie come quella per certi versi drammatica di un grande campione di pugilato (l’ottima “Sonny Liston”) oppure fotografare luoghi e persone amate (“Lost In The South” e “Mark Of Your Father”). Brani come “Frankie Lee”, “Revenuer”, “Valentine’s Day” e “Dirty T Shirt” sottolineano la bontà di una proposta che nobilita la scena cantautorale a stelle e strisce di cui Rod Picott rappresenta una delle punte di diamante.

Remo Ricaldone

 

18:37

Alice DiMicele - Every Seed We Plant

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Residente da molti anni nella parte meridionale dell’Oregon, Alice DiMicele ha alle spalle una solidissima carriera fatta di ben sedici albums e di una attività live che l’ha portata ad esibirsi nei migliori festival di folk, alternative country e americana e di condividere il palco con personaggi del calibro di Bonnie Raitt, JJ Cale, Steve Winwood, David Grisman, Peter Rowan e Ferron ai quali deve qualcosina in fatto di feeling e di emozioni. “Every Seed We Plant” è tra i suoi lavori più ispirati e condensa tutte le sue molte sfaccettature di autrice e cantante dalle doti limpide e cristalline. E’ soprattutto la voce quella che colpisce per rotondità, intensità e colorazioni, una voce che guida con sicurezza un repertorio fatto di calore umano e spiritualità in ogni momento. “For Granted” è una sontuosa soul ballad che mette subito le carte in chiaro e si pone come ‘luce guida’ in una selezione avvincente che vede la seguente “Long Dry Winter” ispirarsi anche vocalmente ad una ‘cult artist’ come Phoebe Snow tra folk, rock e nobile canzone d’autore. L’assortimento che Alice DiMicele propone è godibile e sapido, capace di coinvolgere con liriche da cui emerge tutta la sua umanità e capacità di estrarre i significati più empatici dell’animo umano, con la scorrevole “Free” dalle sfumature nitide e da una ricerca della melodia notevole. “Alone” ha quell’atmosfera sospesa e l’arpeggio acustico tipico di un David Crosby e si candida come una delle più intriganti del disco, “Sunrise” acquista tonalità country grazie alla pregevole steel di Skip Edwards, “Rise” è un’altra eccellente ballata a rimarcare un talento, vocale e compositivo, ottimo mentre l’acustica “Communication” vede un ispirato dobro a tessere intrecci tra country e folk. Ancora da segnalare l’autobiografica e dinamica “Jersey”, la commovente “Sweet Elaine” dove Alice Di Micele sfodera un’altra performance vocale intensissima e, a congedare con una nota di intenso senso ‘ambientale’, la bellissima “Every Seed”. Occasione ghiotta questa per fare la conoscenza di una voce importante della scena roots americana.

Remo Ricaldone

 

18:35

Phil Lee - & Other Old Time Favorites

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Nato a Durham, North Carolina, Phil Lee nel corso dei passati cinquantanni ha ‘vagabondato’ in lungo e in largo sulle strade americane facendo tappa di volta in volta in California, a Nashville e dovunque ci fosse l’opportunità di suonare, dai più sperduti bar di provincia ai club metropolitani. Batterista con svariate band, Phil Lee si è ritagliato negli anni un ruolo di frontman grazie ad una personalità originale e frizzante, imbracciando la chitarra e mostrando buone doti anche come armonicista. I suoi dischi si sono sempre segnalati per genuinità e grande sincerità e il suo nuovo lavoro sottolinea le sue radici ‘hillbilly’ con una serie di canzoni che passano naturalmente dal bluegrass allo swing, dal folk alla più classica country music. I riferimenti di queste canzoni sono i Louvin Brothers, Lefty Frizell e quel suono in voga tra gli anni quaranta e cinquanta che ha contribuito a segnare la storia del genere e con l’apertura di “Did You Ever Miss Someone?” si entra subito nel vivo, mentre con la cadenzata “When’s The Lovin’ Comin’ Back?” ci si avvicina alla country music di Cash o di Haggard. Si swinga alla grande con la sapida “I Like Women”, ci si lascia cullare con la suadente “Might As Well Be” e con il primo dei due traditionals, “The Devil And The Farmer’s Wife”, splendidamente acustico e dal sapore bluegrass più genuino. “Forever After All” è una ballata folk bella nella sua estrema semplicità, “Daddy’s Jail” aumenta ritmo e coinvolgimento avvicinandosi ad una country music decisamente classica, “Where Is The Family Today?” è delicatamente presentata con ancora un retrogusto bluegrass, “Wake Up Crying”, tra gli ‘highlights’ del disco, è solida per melodia ed arrangiamento, con la chiusura affidata all’altro tradizionale, il classico gospel “Just A Closer Walk With Thee”. Da sottolineare lo straordinario lavoro di David West nella doppia veste di produttore e di talentuoso polistrumentista, sempre lucidissimo nel dare i giusti colori a queste canzoni.

Remo Ricaldone

23:38

Michael Shaw - He Rode On

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Michael Shaw vive appieno l’atmosfera del West celebrandola come musicista ma anche come vero cowboy e ranger (ha lavorato in uno dei più scenografici e spettacolari parchi americani, il Glacier National Park), frequentando spesso gli incontri dedicati alla cultura western nella porzione settentrionale delle Montagne Rocciose. La sua passione per la musica, inevitabilmente quella country ma anche rock, lo vede ora debuttare con un eccellente lavoro intitolato “He Rode On” che in più di un episodio mi ha ricordato l’indimenticato Chris Ledoux con il quale vengono condivise radici ed approccio. Grazie al fattivo supporto del produttore canadese Grant Siemens, già con la band di Corb Lund, l’album regala dieci notevoli brani che oscillano tra rock e radici, tra chitarre taglienti e fiddle & steel in un percorso veramente apprezzabile che riesce a catturare l’essenza ed il feeling dei musicisti che hanno forgiato Michael Shaw come musicista, da Dwight Yoakam agli Stones. L’iniziale “Bad Honky Tonker” vuole essere proprio un tributo a queste due facce della musica di Michael Shaw, trascinando con la sua grinta e la sua freschezza mentre “Outlaw’s Refuge” è una sorta di resoconto del periodo vissuto nella riserva indiana della tribù dei Flathead in un altro momento da incorniciare e con il fiddle di Jeremy Penner sugli scudi. “Billy” è ‘hard core country’ della miglior specie e senza inventare nulla Michael Shaw riesce ad essere assolutamente credibile nelle storie che racconta mostrando notevoli doti melodiche, “Cowboy Boots And A Little Country Dress” vira verso un travolgente rock’n’roll con una sezione ritmica che si conferma in tutta la sua solidità e con il bravo Marc Arnold al piano e “Huckleberry Wine” smorza i toni con una sognante ballata, decisamente evocativa. “Shot Down” mostra il lato più ‘outlaw’ del nostro e ancora le chitarre sono taglienti e ben si intrecciano con la pedal steel, nelle sapienti mani di Robby Turner (già con la band di Waylon Jennings), con “Stick A Fork In It” che fa riprendere quota e ritmo con un altro bel ‘rocking country’, corposo al punto giusto. Il trittico finale vede “Like They Used To” con una limpida melodia country e ancora la pedal steel che brilla, “Light Of The Moon” con un andamento più ‘attendista’ che cresce molto grazie ad un feeling a metà strada tra rock e country e la lunga “He Rode On” che chiude fungendo da commiato di pregevolissima fattura. Un esordio che vale la pena conoscere.

Remo Ricaldone

23:36

The North Star Band - Then & Now

Pubblicato da Remo Ricaldone |

“Then & Now”, doppio disco ricco di suoni che negli anni settanta si sarebbero definiti ‘country-rock’ e che oggi andrebbero sotto l’etichetta di ‘roots-rock’ o ‘americana’, racconta la storia di un segreto molto ben custodito, un quintetto che tra il 1976 e il 1982 calcò i palchi dei migliori clubs americani proponendo un genere che purtroppo stava esaurendo la sua carica espressiva in tempi dove imperava la disco music e nasceva il punk. Al Johnson era il chitarrista ritmico, Jim Robeson era il bassista, Gannt Mann Kushner fungeva da solista alla chitarra, Jay Jessup deliziava con la sua pedal steel guitar e ogni tanto imbracciava mandolino, banjo e saltuariamente le chitarre, Paul Goldstein sedeva dietro ai tamburi e in quegli anni fecero la loro  apparizione tra le fila della North Star Band anche gente come Danny Gatton, Steuart Smith e Bruce Bouton, notevolissimi strumentisti che contribuirono a dare al gruppo lo status di ‘cult band’. Due dischi all’attivo più un terzo pronto ma mai pubblicato fu il ‘bottino’ della North Star Band e poi l’oblio e strade che si divisero portando in varie direzioni i musicisti coinvolti. Ben 40 anni dopo però una reunion poco più che casuale sul palco dello storico Birchmere di Alexandria in Virginia, alle porte di Washington, DC, la voglia di tornare a quegli anni è stata forte e il passo verso uno studio di registrazione per fissare questi momenti è stato inevitabile. Così è nato questo “Then & Now” che affianca alcune registrazioni ‘storiche’ a quelle nuove per un godibissimo viaggio a ritroso nel tempo ritrovando (quasi) intatto un entusiasmo, con una freschezza tangibile e per certi versi sorprendente. Dieci brani per disco danno  un’idea esaustiva del loro suono di allora e di oggi, partendo da una godibile “Lonesome Losers” che rimanda un po’ ai New Riders Of The Purple Sage e che è anche una sorta di manifesto del loro suono per poi passare ad una morbida “On Down The Road”, a “Crow Don’t Crow” dalle movenze bluegrass e a “Still Believing”. Un disco dove le inflessioni pop in parecchi momenti si facevano via via più marcate. Le nuove canzoni sul secondo disco cercano, riuscendoci, a rinverdire (e in alcuni brani a migliorare) i fasti del passato già con l’iniziale “Brown Shoe Willy” dove le armonie vocali sono perfettamente intrecciate ad un country-rock con cenni cajun decisamente accattivanti. La classica country music di “Got To Forget About You”, “I’ll Always Wonder” che sposta un po’ i suoni verso certo roots-rock, l’intensa “Goose Creek” e la chiusura affidata a “Yes I Do” che suggella la sua melodia con un profondo amore per la country music rappresentano le cose migliori della ‘nuova’ North Star Band.

 Remo Ricaldone

23:39

Darden Smith - Western Skies

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Dopo quindici album sparsi nell’arco di quasi quattro decadi Darden Smith, cantautore texano cresciuto con l’ispirazione dei grandi storytellers suoi conterranei come Guy Clark e Townes Van Zandt oltre a John Prine e maturato attraverso un percorso che ha compreso rock e canzone d’autore, aveva quasi preso la decisione di interrompere una discografia comunque importante iniziata nel 1986 con un fulminante debutto intitolato “Native Soil”, con tutte le carte in regola per affiancarsi ai migliori esponenti della country music venata di folk tipica del Lone Star State e poi snodatasi attraverso un elaborato e personale percorso che ha ampliato molto i suoi orizzonti sonori. Per fortuna Darden Smith non solo è tornato sui suoi passi ma ha messo a frutto un lungo periodo in cui ha viaggiato intensivamente lungo tutto il Texas appuntando immagini, suoni e sensazioni con un eccellente e poderoso lavoro intitolato “Western Skies”, un album intrigante e un libro che lo accompagna con tutto il fascino delle migliori ‘road stories’. Le undici canzoni che compongono il disco sono pura poesia e fotografano tutta la vastità, i miti, i personaggi e le emozioni che attraversano l’animo umano di fronte a luoghi così affascinanti. Spesso accompagnato dal piano, accarezzato da una strumentazione essenziale che lascia spazio alle melodie e ad un’interpretazione sempre accorata e intensa, “Western Skies” si snoda magistralmente avvicinandosi talvolta a sonorità che rimandano al Jackson Browne più costruttivo e in altri momenti a Terry Allen e alla sua poetica. Viene così definito con stile e passione un mondo in cui convivono fantasmi del passato, il deserto come entità metafisica, i sentimenti contrastanti della solitudine e del calore umano dei personaggi che abitano quelle terre. Il tutto proposto con una voce che ha maturato tutta la sua espressività e un approccio delicato e ricco di sfumature, cedendo in qualche momento al fascino latino del border come “I Don’t Want To Dream Anymore” e nei cenni quasi ‘jazzy’ di “I Can’t Explain”. Il meglio a mio parere arriva comunque con le molte ballate pianistiche che fanno da spina dorsale dell’album: tra l’iniziale “Miles Between” dalle inflessioni a la Terry Allen al commovente commiato di “Hummingbird” c’è più di un momento che lascia il segno, come l’affascinante “Western Skies” con i suoi pregevoli arpeggi acustici, e l’accoppiata “The High Road” e “Los Angeles”, da brividi per intensità poetica. “Western Skies” nasconde più di un gioiello nelle pieghe di una selezione godibile e seducente. Chi ama la canzone d’autore più adulta e matura non potrà che godere di  ogni capitolo.

Remo Ricaldone

23:34

Susan Cattaneo - All Is Quiet

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Tra le migliori esponenti di una scuola cantautorale fondamentale negli Stati Uniti come quella di Boston, Massachussetts, Susan Cattaneo ha saputo fondere le molteplici passioni che l’hanno fatta crescere e diventare musicista matura e sagace. Più volte ha intrecciato il proprio talento interpretativo con personaggi come Mark Erelli, Jennifer Kimball e Bill Kirchen, giungendo anche a confrontarsi con una delle più belle realtà del roots rock di terra americana come i purtroppo defunti Bottle Rockets. Proprio il precedente ottimo doppio album intitolato “The Hammer And The Heart” definiva con forza i due lati della sua personalità, con una parte più elettrica e robusta e una più delicata e tenue, disco che era il manifesto più reale della musicalità di un’artista sensibile. “All Is Quiet” già dal titolo indica la strada intrapresa per questo nuovo lavoro, un percorso fatto di sfumature, di ballate acustiche dal sapore dolce che avvolgono con il loro calore e trasportano in un mondo fatto di valori ed emozioni universali. La produzione di Lorne Entress è garanzia di grande cura dei particolari e di arrangiamenti in cui si predilige la linearità sottolineando ogni verso e ogni intervento strumentale, dalle splendide chitarre dell’esperto Duke Levine e di Kevin Barry al basso di Richard Gates e ai rarefatti interventi vocali dello stesso producer. Nove brani compongono il disco e non c’è una nota sprecata o stonata, tutto è legato da un filo sottile ma prezioso che è la voce di Susan Cattaneo, perfetta per raccontare queste storie di gesti naturali e di calore umano che pervade la sua scrittura. “No Hearts Here”, “Broken Things”, i legami affettivi di “Borrowed Blue”, il fascino un po’ misterioso di “Blackbirds” e la title-track “All Is Quiet” bastano per rendere l’album consigliato a coloro che amano la canzone d’autore più intensa ed interiore di cui Susan Cattaneo è senz’altro esponente di spicco.

Remo Ricaldone

23:31

The Pawn Shop Saints - Ride My Galaxy

Pubblicato da Remo Ricaldone |

Jeb Barry si muove su due binari paralleli, quello come solista e quello come frontman dei Pawn Shop Saints, battendo i club come cantautore (quello del Bluebird Cafe di Nashville è uno dei palchi che lo hanno visto suonare più frequentemente) e dando voce alle sue attitudini più rock (o americana) guidando una band dinamica e solida. Due dischi a suo nome e tre con il suo gruppo hanno contribuito a forgiare doti compositive molto interessanti e questo “Ride My Galaxy” aggiunge colorazioni ricche di tonalità che vanno dal ‘power pop’ con tenui cenni psichedelici sulla scia di band come i Big Star di Alex Chilton a due punti di riferimento come i Wilco e Jason Isbell ai quali spesso guarda. Talvolta più acustici come nella tersa melodia di “diane” e nella storia di disillusione e amore perduto di “I’ll Be Missing You Again”, in altri momenti mandando a memoria la lezione dei Grateful Dead più legati alle radici come nell’intensa “Too Low For Tupelo”, in altri ancora irrobustendo  il sound grazie alle chitarre e soprattutto all’organo dell’ottimo Alan Taylor come nell’iniziale “Chevy Nova (That 70’s Song)” o nella decisa “Outlaws” o nella melodia ammantata di psichedelia di “Wicked”, i Pawn Shop Saints risultano sempre credibili e intriganti. “Jenny Why?” è presa in prestito dal repertorio solista di Jeb Barry e non fa fatica ad inserirsi senza cambiare nulla delle sue caratteristiche poetiche, mentre da segnalare c’è anche l’agrodolce ed accattivante ‘road song’ “Exits”. Disco questo che cresce in maniera esponenziale con gli ascolti e che entra con facilità nel cuore di chi apprezza americana e alt-country.

Remo Ricaldone

 

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